CAPITOLO CXXXIII

Ora vedi quanto è differente, carissima figliuola, la pena della morte e la bactaglia che ricevono nella morte, quella del giusto da quella del peccatore, e quanto è differente il fine loro. Una piccola, piccola particella te n’ho narrato e mostrato a l’occhio de l’intellecto tuo: ed è sí piccola per rispecto di quel che ella è, cioè della pena che riceve l’uno e del bene che riceve l’altro, che è quasi non cavelle. Or vedi quanta è la ciechitá dell’uomo, e spezialmente di questi miserabili, però che tanto quanto hanno ricevuto piú da me e piú sonno illuminati della sancta Scriptura, piú sonno obligati e ricevono piú intollerabile confusione. E perché piú cognobbero della sancta Scriptura nella vita loro, piú cognoscono nella morte loro e’ grandi difecti che hanno commessi, e sonno conlocati in maggiori tormenti che gli altri, sí come e’ buoni sonno posti in maggiore excellenzia. A costoro adiviene come del falso cristiano, che nel’inferno è posto in maggiore tormento che uno pagano, perché esso ebbe il lume della fede e renunziò al lume della fede, e colui non l’ebbe. Cosí questi miseri avaranno piú pena d’una medesima colpa che gli altri cristiani, per lo misterio che Io lo’ diei dando lo’ a ministrare il Sole del sancto Sacramento, e perché ebbero el lume della scienzia a potere discernere la veritá e per loro e per altrui, se essi avessero voluto. E però giustamente ricevono maggiori pene.

Ma e’ miseri nol cognoscono; ché, se essi avessero punto di considerazione dello stato loro, non verrebbero in tanti mali, ma sarebbero quel che debbono essere e non sonno. Anco tucto el mondo è corrocto, facendo molto peggio essi che i secolari nel grado loro. Unde con le loro puzze lordano la faccia de l’anime loro e corrompono e’ subditi e succhiano il sangue a la sposa mia, cioè alla sancta Chiesa. Unde per li loro difecti essi la impalidiscono, cioè che l’amore e l’affecto della caritá, che debbono avere a questa sposa, l’hanno posto a loro medesimi, e non actendono ad altro che a piluccarla e a trarne le prelazioni e le grandi rendite, dove essi debbono cercare anime. Unde per la loro mala vita vengono e’ secolari ad inreverenzia e a disobbedienzia alla sancta Chiesa, benché essi nol debbano fare. E non è scusato il difecto loro per lo difecto de’ ministri.

Repetizione breve sopra molte cose giá decte, e come Dio in tucto vieta che i sacerdoti non siano toccati per le mani de’ secolari, e come invita la predecta anima a piangere sopra essi miseri sacerdoti.

—Molti difecti t’avarei a dire; ma non voglio piú apuzzare l’orecchie tue. Hotti narrato questo per satisfare al desiderio tuo, e perché tu sia piú sollicita a offerire dolci, amorosi e amari desidèri dinanzi a me per loro. E hotti contata della excellenzia nella quale Io gli ho posti, e del tesoro che v’è ministrato perle mani loro, cioè del sancto Sacramento tucto Dio e tutto uomo, dandoti la similitudine del sole, acciò che tu vedessi che per li loro difecti non diminuisce la virtú di questo Sacramento: e però non voglio che diminuisca la reverenzia verso di loro. E hotti mostrata la excellenzia de’ virtuosi ministri miei, in cui riluceva la margarita delle virtú e della sancta giustizia. E hotti mostrato quanto m’è spiacevole l’offesa che fanno e’ persecutori della sancta Chiesa, e la inreverenzia che essi hanno al Sangue; però che, perseguitando loro, el reputo facto al Sangue e non a loro, però che Io l’ho vetato che non tocchino e’ cristi miei.

Ora t’ho contiato della vitoperosa vita loro, e quanto miseramente vivono, e quanta pena e confusione hanno nella morte, e quanto crudelmente, piú che gli altri, sonno cruciati doppo la morte. Ora t’ho atenuto quel ch’Io ti promissi, cioè di narrarti della vita loro alcuna cosa; e hotti satisfacto di quel che mi dimandasti, volendo tu che Io t’actenesse quel che promesso t’aveva.

Ora ti dico da capo che, con tucti quanti e’ loro difecti, e se fussero ancora piú, Io non voglio che neuno secolare s’impacci di punirli. E se essi el faranno, non rimarrá impunita la colpa loro, se giá non la puniscono con la contrizione del cuore, ammendandosi de’ difecti loro. Ma l’uno e gli altri sonno dimòni incarnati, e per divina giustizia l’uno dimonio punisce l’altro; e l’uno e l’altro offende. El secolare non è scusato per lo peccato del prelato, né il prelato per lo peccato del secolare. Ora invito te, carissima figliuola, e tucti gli altri servi miei a piagnere sopra questi morti, e a stare come pecorelle nel giardino della sancta Chiesa a pascere per sancto desiderio e continue orazioni, offerendole dinanzi a me per loro, però che Io voglio fare misericordia al mondo. E non vi ritraete da questo pascere né per ingiuria né per alcuna prosperitá, cioè che non voglio che alziate il capo né per impazienzia né per disordinata allegrezza, ma umilmente actendete a l’onore di me e alla salute de l’anime e alla reformazione della sancta Chiesa. E questo mi sará segno che tu e gli altri m’amiate in veritá. Tu sai bene che Io ti manifestai che volevo che tu e gli altri fuste pecorelle,le quali sempre pasceste nel giardino della sancta Chiesa, sostenendo con fadiga, infino a l’ultimo della morte. E, cosí facendo, adempirò e’ desidèri tuoi.

Come questa devota anima, laudando e ringraziando Dio, fa orazione per la sancta Chiesa.

Alora quella anima, come ebbra, ansietata e affocata d’amore, ferito el cuore di molta amaritudine, si vòlleva alla somma ed etterna bontá, dicendo:—O Dio etterno, o luce sopra ogni altra luce, ché da te esce ogni luce! o fuoco sopra ogni fuoco, però che tu se’ solo quello fuoco che ardi e non consumi; e consumi ogni peccato e amore proprio che trovassi ne l’anima; e non la consumi affliggitivamente, ma ingrassila d’amore insaziabile, però che, saziandola, non si sazia, ma sempre ti desidera, e quanto piú t’ha piú ti cerca, e quanto piú ti desidera piú truova e gusta di te, sommo ed etterno fuoco, abisso di caritá! O sommo ed etterno Bene, chi t’ha mosso te, Dio infinito, d’aluminare me, tua creatura finita, del lume della tua veritá? Tu, esso medesimo fuoco d’amore, ne se’ cagione. Però che sempre l’amore è quello che ha costrecto e costrigne te a crearci a la imagine e similitudine tua, e a farci misericordia donando smisurate e infinite grazie alle tue creature che hanno in loro ragione. O Bontá sopra ogni bontá! tu solo se’ colui che se’ sommamente buono, e nondimeno tu donasti el Verbo de l’unigenito tuo Figliuolo a conversare con noi, puzza e pieni di tenebre. Di questo chi ne fu cagione? L’amore, però che ci amasti prima che noi fussimo. O buono, o etterna grandezza, facestiti basso e piccolo per fare l’uomo grande. Da qualunque lato Io mi vòllo, non truovo altro che abisso e fuoco della tua caritá.

E sarò io quella misera che possa restituire alle grazie e a l’affocata caritá che tu hai mostrata, e mostri tanto affocato amore in particulare, oltre a la caritá comune e amore chetu mostri a le tue creature? No: ma solo tu, dolcissimo e amoroso Padre, sarai quello che sarai grato e cognoscente per me, cioè che l’affecto della tua caritá medesima ti renderá grazie; però che io so’ colei che non so’. E se io dicesse alcuna cosa per me, io mentirei sopra el capo mio e sarei mendace figliuola del dimonio, che è padre delle bugie. Però che tu se’ solo colui che se’; e l’essere e ogni grazia, che hai posta sopra l’essere, ho da te, che mel desti e dái per amore e non per debito. O dolcissimo Padre, quando l’umana generazione giaceva inferma per lo peccato di Adam, e tu le mandasti el medico del dolce e amoroso Verbo, tuo Figliuolo. Ora, quando Io giacevo inferma della infermitá della negligenzia e di molta ignoranzia, e tu, soavissimo e dolcissimo medico, Dio etterno, m’hai data una soave, dolce e amara medicina, acciò che io guarisca e mi levi da la mia infermitá. Soave m’è, però che con la soavitá e caritá tua hai manifestato te a me: dolce sopra ogni dolce m’è, però che hai illuminato l’occhio de l’intellecto mio col lume della sanctissima fede. Nel quale lume, secondo che t’è piaciuto di manifestare, cognobbi la excellenzia e la grazia che hai data a l’umana generazione, ministrando tucto Dio e tucto uomo nel corpo mistico della sancta Chiesa, e la dignitá de’ tuoi ministri, e’ quali hai posti che ministrino te a noi.

Io desideravo che tu satisfacessi a la promessa la quale facesti a me; e tu desti molto piú, dando quello che io non sapevo adomandare. Unde io cognosco veramente in veritá che ’l cuore dell’uomo non sa tanto adimandare né desiderare quanto tu piú dái; e cosí veggo che tu se’ colui che se’, infinito e etterno Bene, e noi siamo coloro che non siamo. E perché tu se’ infinito e noi finiti, però dái tu quello che la tua creatura, che ha in sé ragione, non può né sa tanto desiderare: né per quel modo che tu sai, puoi e vuogli satisfare a l’anima e saziarla di quelle cose che ella non t’adimanda, né per quel modo tanto dolce e piacevole quanto tu le dái. E però ho ricevuto lume nella grandezza e caritá tua per l’amore, che hai manifestato che tu hai a tucta l’umana generazione, e singularmente agli unti tuoi, e’ quali debbono essere angeli terrestri in questavita. Mostrato hai la virtú e beatitudine di questi tuoi unti, e’ quali sonno vissuti come lucerne ardenti con la margarita della giustizia nella sancta Chiesa. E, per questo, meglio ho cognosciuto el difecto di coloro che miserabilemente vivono. Unde ho conceputo grandissimo dolore de l’offesa tua e danno di tucto quanto el mondo: perché fanno danno al mondo, essendo specchio di miseria, dove essi debbono essere specchio di virtú. E perché tu a me, misera, cagione e strumento di molti difecti, hai manifestate e lamentatoti delle iniquitá loro, ho trovato dolore intollerabile.

Tu, amore inextimabile, l’hai manifestato dandomi la medicina dolce e amara, perché io mi levi in tucto da la infermitá della ignoranzia e negligenzia, e con sollicitudine e anxietato desiderio ricorra a te, cognoscendo me e la bontá tua, e l’offese che sonno facte a te da ogni maniera di gente e spezialmente da’ ministri tuoi, acciò che io distilli uno fiume di lagrime sopra me miserabile, traendole del cognoscimento della tua infinita bontá, e sopra questi morti, e’ quali tanto miserabilmente vivono. Unde io non voglio, ineffabile fuoco e dileczione di caritá, Padre etterno, che ’l desiderio mio si stanchi mai di desiderare il tuo onore e la salute de l’anime, e gli occhi miei non si ristiano; ma dimandoti per grazia che sieno facti due fiumi d’acqua, che esca di te, mare pacifico. Grazia, grazia sia a te, Padre, che, satisfacendo a me di quel che io ti dimandai e di quello che io non cognoscevo e non ti dimandai, tu m’hai invitata, dandomi la materia del pianto, e d’offerire dolci e amorosi e anxietati desidèri dinanzi da te con umile e continua orazione. Ora t’adimando che tu facci misericordia al mondo e alla sancta Chiesa tua. Pregoti che tu adempia quello che tu mi fai adimandare. Oimè, misera, dolorosa l’anima mia, cagione d’ogni male! Non indugiare piú a fare misericordia al mondo: conscende e adempie il desiderio de’ servi tuoi. Oimè! tu se’ colui che gli fai gridare: adunque ode la voce loro. La tua Veritá disse che noi chiamassimo e sarebbeci risposto, bussassimo e sarebbeci aperto, chiedessimo e sarebbeci dato. O Padre etterno, e’ servi tuoi chiamano a te misericordia: risponde lo’dunque. Io so bene che la misericordia t’è propria, e però non la puoi stollere che tue non la dia a chi te l’adomanda. Essi bussano a la porta della tua Veritá, però che nella Veritá tua, unigenito tuo Figliuolo, cognoscono l’amore ineffabile che tu hai a l’uomo, sí che bussano a la porta. Unde il fuoco della tua caritá non si debba né può tenere che tu non apra a chi bussa con perseveranzia.

Adunque apre, diserra e spezza e’ cuori indurati delle tue creature: non per loro che non bussano, ma fallo per la tua infinita bontá e per amore de’ servi tuoi, che bussano a te per loro. Dá lo’, Padre etterno, ché vedi che stanno a la porta della Veritá tua e chiegono. E che chiegono? il Sangue di questa porta, Veritá tua. E nel sangue tu hai lavate le iniquitá, e tracta la marcia del peccato d’Adam. El Sangue è nostro, però che ce n’hai facto bagno: nol puoi né vuogli disdire a chi te l’adimanda in veritá. Dá’ dunque il fructo del Sangue a le tue creature: pone nella bilancia el prezzo del sangue del tuo Figliuolo, acciò che le dimonia infernali non ne portino le tue pecorelle. Oh! tu se’ pastore buono, che ci desti el Pastore vero de l’unigenito tuo Figliuolo, el quale, per l’obbedienzia tua, pose la vita per le tue pecorelle e del Sangue ci fece bagno. Questo è quel Sangue che t’adimandano come affamati e’ servi tuoi a questa porta: per lo quale Sangue adimandano che tu facci misericordia al mondo, e rifiorisca la sancta Chiesa di fiori odoriferi di buoni e sancti pastori, e con l’odore spenga la puzza degl’iniqui fiori e putridi. Tu dicesti, Padre etterno, che per l’amore che tu hai alle tue creature, che hanno in loro ragione, che con l’orazioni dei servi tuoi e col molto loro sostenere fadighe senza colpa, faresti misericordia al mondo e riformaresti la Chiesa tua, e cosí ci daresti refrigerio. Adunque non indugiare a vòllere l’occhio della tua misericordia, ma risponde, però che vuoli rispondere prima che noi chiamiamo, con la voce della tua misericordia.

Apre la porta della tua inextimabile caritá, la quale ci donasti per la porta del Verbo. Sí, so io che tu apri prima che noi bussiamo, però che con l’affecto e amore, che hai datoa’ servi tuoi, bussano e chiamano a te, cercando l’onore tuo e la salute de l’anime. Dona lo’ dunque il pane della vita, cioè il fructo del sangue de l’unigenito tuo Figliuolo, el quale t’adimandiamo per gloria e loda del nome tuo e per salute de l’anime. Però che piú gloria e loda pare che torni a te a salvare tante creature, che a lassarle obstinate permanere nella durizia loro. A te, Padre etterno, ogni cosa è possibile: poniamo che tu ci creasti senza noi, ma salvare senza noi questo non vuogli fare; ma pregoti che sforzi la volontá loro e dispongali a volere quello che essi non vogliono. Questo t’adimando per la tua infinita misericordia. Tu ci creasti di non cavelle; adunque, ora che noi siamo, facci misericordia e rifa’ e’ vaselli che tu hai creati e formati a la imagine e similitudine tua. Riformagli a grazia nella misericordia e nel sangue del tuo Figliuolo, Cristo dolce Iesú.

Qui comincia el tractato de la providenzia di Dio. E prima de la providenzia in generale, cioè come providde creando l’uomo a la imagine e similitudine sua. E come provide con la incarnazione del Figliuolo suo, essendo serrata la porta del paradiso per lo peccato d’Adam. E come providde dandocisi in cibo continuamente nell’altare.

Alora el sommo ed etterno Padre con benignitá ineffabile volleva l’occhio della sua clemenzia inverso di lei, quasi volendo mostrare che in tucte le cose la providenza sua non mancava mai a l’uomo, pure che egli la voglia ricevere, manifestandolo con uno dolce lagnarsi dell’uomo in questo modo, dicendo:

—O carissima figliuola mia, sí come in piú luoghi Io t’ho decto, Io voglio fare misericordia al mondo e in ogni necessitá provedere a la mia creatura che ha in sé ragione. Ma lo ignorante uomo piglia in morte quello che Io do in vita, e cosí si fa crudele a se medesimo. Io sempre proveggo; e sí ti fo sapere che ciò che Io ho dato a l’uomo è somma providenzia. Unde con providenzia el creai: quando raguardai in me medesimo, inamora’mi della mia creatura; piacquemi di crearla a la imagine e similitudine mia con molta providenzia. Unde providdi di darle la memoria perché ritenesse i benefizi miei, facendole participare della potenzia di me Padre etterno. Die’ le l’intellecto acciò che nella sapienzia de l’unigenito mio Figliuolo ella intendesse e cognoscesse la volontá di me Padre etterno, donatore delle grazie a lei con tanto fuoco d’amore. Die’ le la volontá ad amare, participando la clemenzia dello Spirito sancto, acciò che potesse amare quello che lo ’ntellecto vide e cognobbe.

Questo fece la dolce mia providenzia solo perché ella fusse capace ad intendere e gustare me, e godere de l’etterna miabontá ne l’etterna mia visione. E, sí come in molti luoghi Io t’ho narrato, perché giognesse a questo fine, essendo serrato el cielo per la colpa d’Adam, il quale non cognobbe la sua dignitá, raguardando con quanta providenzia e amore ineffabile Io l’avevo creato; unde, perché egli non la conobbe, però cadde nella disobbedienzia, e dalla disobbedienzia a la immondizia, con superbia e piacere feminile, volendo piú tosto conscendere e piacere a la compagna sua (poniamo che non credesse però a lei quello che ella diceva), consenti piú tosto di trapassare l’obbedienzia mia che contristarla; cosí per questa disobbedienzia vennero e sonno venuti poi tucti quanti e’ mali; tucti contraeste di questo veleno (della quale disobbedienzia in uno altro luogo ti narrarò come ella è pericolosa, ad commendazione de l’obbedienzia); unde, per tollere via questa morte, Io providi a l’uomo dandovi el Verbo de l’unigenito mio Figliuolo con grande prudenzia e providenzia per provedere a la vostra necessitá. Dico «con prudenzia», però che con l’esca della vostra umanitá e l’amo della mia Deitá Io presi el dimonio, el quale non poté cognoscere la mia Veritá. La quale Veritá, Verbo incarnato, venne a consumare e a distruggere la sua bugia con la quale aveva ingannato l’uomo.

Sí che usai grande providenzia e prudenzia. Pensa, carissima figliuola, che maggiore non la poteva usare che darvi el Verbo de l’unigenito mio Figliuolo. A lui posi la grande obbedienzia per trare il veleno, che per la disobbedienzia era caduto ne l’umana generazione. Unde egli, come inamorato vero obbediente, corse a l’obrobriosa morte della sanctissima croce, e con la morte vi die’ la vita. None in virtú de l’umanitá, ma in virtú della mia Deitá; la quale, per mia providenzia, unii con la natura umana per satisfare a la colpa che era facta contra a me, Bene infinito, la quale richiedeva satisfaczione infinita, cioè che la natura umana, che aveva offeso (che era finita), fusse unita con cosa infinita, acciò che infinitamente satisfacesse a me infinito, e a la natura umana, a’ passati, a’ presenti e a’ futuri, e tanto quanto offendesse l’uomo, volendo ritornare a me nella vita sua, trovasse perfecta satisfaczione. E però unii la natura divina conla natura umana, per la quale unione avete ricevuta satisfaczione perfecta. Questo ha facto la mia providenzia: che, con l’operazione finita (ché finita fu la pena della croce nel Verbo), avete ricevuto fructo infinito in virtú della Deitá, come decto è.

Questa infinita ed etterna providenzia di me Dio, Padre vostro, Trinitá etterna, provide di rivestire l’uomo. El quale, avendo perduto el vestimento della innocenzia e dinudato d’ogni virtú, periva di fame e moriva di freddo in questa vita della perregrinazione. Soctoposto era ad ogni miseria, serrata era la porta del cielo e perduta n’aveva ogni speranza; la quale speranza, se l’avesse potuta pigliare, gli sarebbe stato uno refrigerio in questa vita. None l’aveva, e però stava in grande affliczione. Ma Io, somma providenzia, providi a questa necessitá: unde, non costrecto dalle vostre giustizie né virtú, ma dalla mia bontá, vi diei el vestimento per mezzo di questo dolce e amoroso Verbo unigenito mio Figliuolo. El quale, spogliando sé della vita, rivestí voi di innocenzia e di grazia; la quale innocenzia e grazia ricevete nel sancto baptesmo in virtú del Sangue, lavando la macchia del peccato originale, nel quale sète conceputi, contraendolo dal padre e dalla madre vostra. E però la mia providenzia provide non con pena di corpo, sí come era usanza nel Testamento vecchio, quando erano circuncisi, ma con la dolcezza del sancto baptesmo.

Sí che egli è rivestito. Anco l’ho scaldato, manifestandovi l’unigenito mio Figliuolo, per l’apriture del Corpo suo, el fuoco della mia caritá, el quale era velato sotto questa cennere de l’umanitá vostra. E non díe questo riscaldare l’affreddato cuore de l’uomo, se egli non è giá obstinato, aciecato dal proprio amore, che egli non si vegga amare da me tanto ineffabilemente? La mia providenzia gli ha dato el cibo per confortarlo mentre che egli è perregrino e viandante in questa vita, sí come in un altro luogo ti dixi. Facto ho indebilire i nemici suoi, che veruno gli può nocere se non esso medesimo. La strada è battuta nel Sangue della mia Veritá, acciò che possa giognere al termine suo, a quello fine per lo quale Io el creai. E che cibo è questo? Sí come in un altro luogo Io ti narrai, è il Corpoe ’l Sangue di Cristo crocifixo tucto Dio e tucto uomo, cibo degli angeli e cibo di vita. Cibo che sazia ogni affamato che di questo pane si dilecta, ma none colui che non ha fame; però che egli è uno cibo che vuole essere preso con la bocca del sancto desiderio e gustato per amore. Sí che vedi che la mia providenzia ha proveduto di darli conforto.

Come Dio providde dando la speranza ne le sue creature. E come chi piú perfectamente spera, piú perfectamente gusta la providenzia sua.

—Anco gli ho dato el refrigerio della speranza, se col lume della sanctissima fede raguarda el prezzo del Sangue che è pagato per lui, el quale gli dá ferma speranza e certezza della salute sua. Negli obrobri di Cristo crocifixo gli è renduto l’onore; ché se con tucte le membra del corpo suo egli offende me, e Cristo benedecto, dolcissimo mio Figliuolo, in tucto el Corpo suo ha sostenuti grandissimi tormenti, e con la sua obbedienzia ha levata la vostra disobbedienzia. Dalla quale obbedienzia tucti avete contracto la grazia, sí come per la disobbedienzia tucti contraeste la colpa.

Questo v’ha conceduto la mia providenzia, la quale, dal principio del mondo infino al dí d’oggi, ha proveduto e provederá, infino a l’ultimo, a la necessitá e salute dell’uomo in molti e diversi modi (secondo che Io, giusto e vero medico, veggo che vi bisogna a le vostre infermitá), secondo che n’ha bisogno per renderli sanitá perfecta o per conservarlo nella sanitá. La mia providenzia non mancará mai, a chi la vorrá ricevere, in quegli che perfectamente sperano in me. E chi spera in me, bussa e chiama in veritá, non solamente con la parola, ma con affecto e col lume della sanctissima fede, gustaranno me nella providenzia mia; ma non coloro che solamente bussano e suonano col suono della parola, chiamandomi:—Signore, Signore!—Dicoti che, se essi con altra virtú non m’adimandano, non sarannoconosciuti da me per misericordia, ma per giustizia. Sí che Io ti dico che la mia providenzia non mancará a chi in veritá spera in me, ma in chi si dispera di me e spera in sé.

Sai che speranza in due cose contrarie non si può ponere. Questo volse dire a voi la mia Veritá nel sancto Evangelio, quando dixe: «Veruno può servire a due signori»; ché, se serve a l’uno, è incontempto a l’altro. Servire non è senza speranza, però che ’l servo, che serve, serve con esperanza che ha nel prezzo e utilitá che se ne vede trare, o con esperanza che egli ha di piacere al signore suo. Onde al nemico del suo signore punto non servirebbe; el quale servizio fare non potrebbe senza alcuna speranza. Onde, servendo e sperando, si vederebbe privare di quello che aspectava dal signore suo. Or cosí pensa, carissima figliuola, che adiviene a l’anima: o egli si conviene che ella serva e speri in me, o serva e speri nel mondo e in se medesima: però che tanto serve al mondo, fuore di me, di servizio sensuale, quanto serve e ama la propria sensualitá; del quale amore e servizio spera d’avere dilecto, piacere e utilitá sensitiva. Ma, perché la speranza sua è posta in cosa finita, vana e transitoria, però gli viene meno, e non giogne in effecto di quel che desiderava. Mentre che egli spera in sé e nel mondo, none spera in me: perché ’l mondo, cioè i desidèri mondani dell’uomo sono a me in odio, e in tanta abominazione mi furono che Io diei l’unigenito mio Figliuolo a l’obrobriosa morte della croce; onde il mondo non ha conformitá meco, né Io con lui. Ma l’anima, che perfectamente spera in me e serve con tucto el cuore e con tucto l’affecto suo, subbito per necessitá, per la cagione decta, si conviene che si disperi di sé e del mondo, di speranza posta con propria fragilitá.

Questa vera e perfecta speranza è meno e piú perfecta, secondo la perfeczione de l’amore che l’anima ha in me. E cosí, perfecta e imperfecta, gusta della providenzia mia: piú perfectamente la gustano e la ricevono quegli che servono e sperano di piacere solamente a me, che quegli che servono con esperanza del fructo e per dilecto che trovassero in me. Questi primi sonno quegli che, ne l’ultimo stato de l’anima, Io ti narrai dellaloro perfeczione. E questi, che Io ora ti conto, sonno e’ secondi e i terzi, che vanno con esperanza del dilecto e del fructo, e sonno quegli imperfecti de’ quali Io ti contai narrandoti degli stati de l’anima.

Ma, in veruno modo, a’ perfecti e agli imperfecti non mancará la mia providenzia, purché l’uomo non presummi né speri in sé. El quale presummere e sperare in sé, perché esce da l’amore proprio, obfusca l’occhio de l’intellecto, traendone el lume della sanctissima fede. Unde non va con lume di ragione, e però non cognosce la mia providenzia, non che egli non ne pruovi. Però che neuno è, né giusto né peccatore, che non sia proveduto da me, perché ogni cosa è facta e creata da la mia bontá, però che Io so’ Colui che so’, e senza me veruna cosa è facta, se non solo el peccato che non è. Sí che essi ricevono bene della mia providenzia, ma non la intendono, perché non la cognoscono: non cognoscendola, non l’amano: e però non ne ricevono fructo di grazia. Ogni cosa veggono torta, dove ogni cosa è dricta. E, sí come ciechi, ogni cosa vegono in tenebre, e la tenebre in luce, perché hanno posta la speranza e il servizio loro nella tenebre, unde caggiono in mormorazione e vengono ad impazienzia.

E come sonno tanto macti? Doh, carissima figliuola, come possono essi credere che Io, somma ed etterna bontá, possa volere altro che il loro bene nelle cose piccole che tucto dí Io permecto per salute loro, quando pruovano che Io non voglio altro che la loro sanctificazione nelle cose grandi? Ché, con tucta la loro ciechitá, non possono fare che almeno con uno poco di lume naturale non veggano la bontá mia e il benefizio della mia providenzia, la quale truovano (e non la possono dinegare) nella prima creazione e nella ricreazione che ha ricevuto l’uomo nel Sangue, ricreandolo a grazia, sí come decto t’ho. Questa è cosa sí chiara e manifesta che non possono dire di no. Poi mancano e vengono meno a l’ombra loro, perché questo lume naturale non è stato exercitato in virtú. El macto uomo non vede che di tempo in tempo Io ho proveduto generalmente al mondo, e in particulare a ogniuno secondo el suostato. E perché veruno è che in questa vita stia fermo, ma sempre si muta di tempo in tempo in sino che egli è gionto a lo stato suo fermo, sempre il provego di quel che gli bisogna nel tempo che egli è.

Come Dio provide nel Testamento vecchio con la legge e co’ profeti; e poi con mandare el Verbo; poi con gli apostoli, co’ martiri e con gli altri sancti uomini. Come nulla adiviene a le creature, che tucto non sia providenzia di Dio.

—Generalmente Io providi con la legge, che Io diei a Moisé nel Testamento vecchio, e con molti altri sancti profeti. Anco ti fo sapere che, innanzi l’avenimento del Verbo mio Figliuolo, poco stecte il popolo giudaico senza profeta, per confortare il popolo con le profezie, dando lo’ speranza che la mia Veritá, profeta de’ profeti, li traesse della servitú e facesseli liberi e diserrasse lo’ el cielo col sangue suo, che tanto tempo era stato serrato. Ma, poi che venne il dolce e amoroso Verbo, neuno profeta si levò tra loro: per certificarli che quello, che egli aspectavano, l’avevano avuto, unde non bisognava che piú profeti l’annunziassero: benché essi nol cognobbero né cognoscono per la ciechitá loro. Doppo costoro, providi venendo el Verbo, sí come decto è, il quale fu vostro tramezzatore tra me, Dio etterno, e voi. Doppo lui, gli appostoli, martiri, doctori e confessori, sí come in un altro luogo Io ti dixi. Ogni cosa ha facto la mia providenzia, e cosí ti dico che infino a l’ultimo provederá. Questa è generale, data a ogni creatura che ha in sé ragione, che di questa providenzia vorrá ricevere el fructo. In particulare lo’ do ogni cosa per mia providenzia: e vita e morte (per qualunque modo Io la dia), fame, sete, perdimento di stato nel mondo, nuditá, freddo, caldo, ingiurie, scherni e villanie. Tucte queste cose permecto che lo’ siano facte o decte dagli uomini. Non che Io faccia la malizia della mala volontá di colui che fa el male e la ingiuria, ma el tempo e l’essere che egli ha avuto dame. El quale essere gli diei non perché offendesse me né il prossimo suo, ma perché servisse me e lui con dileczione di caritá. Unde Io permecto quello acto o per provare la virtú della pazienzia in quella anima di colui che riceve, o per farlo ricognoscere.

Alcuna volta permectarò che al giusto tucto el mondo gli sará contrario, e ne l’ultimo fará morte la quale dará grande admirazione agli uomini del mondo. Parrá a loro una cosa ingiusta di vedere perire uno giusto quando in acqua, quando in fuoco, quando strangolato da l’animale e quando per cadimento di casa sopra di lui, nel quale perderá la vita corporale. Oh, quanto paiono fuore di modo queste cose a quello occhio che non v’è dentro el lume della sanctissima fede! Ma none al fedele: però che ’l fedele ha trovato e gustato, per affecto d’amore, nelle cose grandi sopradecte la mia providenzia; e cosí vede e tiene che con providenzia Io fo ciò ch’Io fo, solo per procurare a la salute dell’uomo. E però ha ogni cosa in reverenzia: non si scandalizza in sé, né ne l’operazioni mie, né nel proximo suo; ma ogni cosa trapassa con vera pazienzia. La providenzia mia non è tolta a veruna creatura, perché tucte le cose sonno condite con essa. Alcuna volta parrá a l’uomo, o grandine o tempesta o saecta che Io mandi sopra el corpo della creatura, che ella sia crudeltá, quasi giudicando che Io non abbi proveduto a la salute di colui. E Io l’ho facto per camparlo della morte etternale; ed egli tiene il contrario. E cosí gli uomini del mondo in ogni cosa vogliono contaminare le mie operazioni e intenderle secondo el loro basso intendimento.

Come ciò che Dio ci permecte è solamente per nostro bene e per nostra salute. E come sono ciechi e ingannati quelli che giudicano el contrario.

—E voglio che tu vegga, dilectissima figliuola, con quanta pazienzia a me conviene portare le mie creature, le quali Io ho create, come decto è, a la imagine e similitudine mia con tantadolcezza d’amore. Apre l’occhio de l’intellecto e raguarda in me; e ponendoti Io uno caso particulare avenuto, del quale se ben ti ricorda, tu mi pregasti ch’Io provedesse, e io providi, sí come tu sai, che senza pericolo di morte riebbe lo stato suo. E come egli è questo particulare, cosí è generalmente in ogni cosa.—

Alora quella anima, aprendo l’occhio de l’intellecto col lume della sanctissima fede nella divina sua maestá con anxietato desiderio (perché per le parole decte piú conosceva della sua veritá nella dolce providenzia sua) per obbedire al comandamento suo, specolandosi ne l’abisso della sua caritá, vedeva come egli era somma e etterna Bontá, e come per solo amore ci aveva creati e ricomprati del sangue del suo Figliuolo, e che con questo amore medesimo dava ciò che egli dava e permecteva: tribulazioni e consolazioni; ogni cosa era dato per amore e per provedere a la salute de l’uomo, e non per verun altro fine.

El Sangue sparto con tanto fuoco d’amore vedeva che manifestava che questa era la veritá. Alora diceva el sommo ed etterno Padre:—Questi sono come aciecati per lo proprio amore che hanno di loro medesimi, scandalizzandosi con molta impazienzia. Io ti parlo ora in particulare e in generale, ripigliando quel ch’Io dicevo. Essi giudicano in male, in loro danno, in ruina e in odio quello che Io fo per amore e per loro bene, per privarli dalle pene etternali, per guadagno e per dar lo’ vita etterna. E perché dunque si lagnano di me? perché none sperano in me, ma in loro medesimi; e giá t’ho decto che per questo vengono a tenebre, sí che non cognoscono. Unde odiano quel che debbono avere in reverenzia, e, come superbi, vogliono giudicare gli occulti miei giudizi, e’ quali sonno tucti dricti. Ma essi fanno come il cieco, che col tacto della mano, o alcuna volta col sapore del gusto, e quando col suono della voce, vorrá giudicare in bene e in male, secondo el suo basso, infermo e picciolo sapere. E non si vorranno actenere a me, che so’ vero lume e so’ Colui che gli nutrico spiritualmente e corporalmente, e senza me veruna cosa possono avere. E se alcuna volta sonno serviti da la creatura, Io so’ Colui che l’ho data la volontá, l’aptitudine, el sapere, el potere a poterlo fare. Ma, come macto,egli andare vuole col sentimento della mano, che è ingannata nel suo toccare perché non ha lume per discernere il colore: e cosí el gusto s’inganna, perché non vede l’animale immondo che si pone alcuna volta in sul cibo; l’orecchia è ingannata nel dilecto del suono, perché non vede colui che canta; se non si guardasse da lui, per lo diletto egli li può dare la morte.

Cosí fanno costoro e’ quagli, come aciecati, perduto el lume della ragione, toccano con la mano del sentimento sensitivo. E’ diletti del mondo lo’ paiono buoni; ma, perché essi non veggono, non si guardano che egli è uno panno meschiato di molte spine, con molta miseria e grandi affanni, in tanto che il cuore, che le possiede fuore di me, è incomportabile a se medesimo. Cosí la bocca del desiderio, che disordinatamente l’ama, gli paiono dolci e soavi a prendere, ed egli v’è su l’animale immondo di molti peccati mortali, e’ quali fanno immonda l’anima e dilonganla dalla similitudine mia e tolgonla della vita della grazia. Unde, se egli non va col lume della sanctissima fede a purificarla nel Sangue, n’ha morte etternale. L’udire è l’amore proprio di sé, che gli pare che facci uno dolce suono. Perché gli pare? perché l’anima corre dietro a l’amore della propria sensualitá; ma, perché non vede, è ingannato dal suono, e, perché gli andò dietro con disordinato dilecto, truovasi condocto nella fossa, legato col legame della colpa, menato nelle mani de’ nemici suoi, però che, come aciecato dal proprio amore e confidanza che hanno posta a loro medesimi e al loro proprio sapere, non s’attengono a me, che so’ guida e via loro.

Facta v’è questa via dal Verbo mio Figliuolo, el quale dixe che era «via, veritá e vita», ed è lume. Unde chi va per lui non può essere ingannato né andare in tenebre; e neuno può venire a me se non per lui, perché egli è una cosa con meco; e giá ti dixi che Io ve n’avevo facto ponte, acciò che tucti poteste venire al termine vostro. E nondimeno, con tucto questo, non si fidano di me, che non voglio altro che la loro sanctificazione. Per questo fine, e con grande amore lo’ do e permecto ogni cosa, ed essi sempre si scandalizzano in me; e Io con pazienzia gli porto e gli sostengo, perché Io gli amai senza essereamato da loro. Ed essi sempre mi perseguitano con molta impazienzia, odio e mormorazioni e con molta infidelitá, volendosi ponere ad investigare, secondo el loro cieco vedere, gli occulti miei giudici, e’ quali sonno fatti tucti giustamente e per amore. E non cognoscono ancora loro medesimi, e però vegono falsamente, però che chi non cognosce se medesimo non può cognoscere me né le giustizie mie in veritá.

Come Dio providde in alcuno caso particulare a la salute di quella anima ad cui adivenne el caso.

—Vuogli ti mostri, figliuola, quanto el mondo è ingannato de’ misteri miei? Or apre l’occhio de l’intellecto, e raguarda in me; e, mirando, vedrai nel caso particulare del quale Io ti dixi che ti narrarei. E come egli è questo, cosí generalmente ti potrei contare degli altri.—

Alora quella anima, per obbedire al sommo etterno Padre, raguardava in lui con ansietato desiderio. Alora Dio etterno dimostrava la dannazione di colui per cui era adivenuto el caso, dicendo:—Io voglio che tu sappia che, per camparlo di questa etterna dapnazione nella quale tu vedi che egli era, Io permissi questo caso, acciò che col sangue suo nel Sangue della mia Veritá unigenito mio Figliuolo avesse vita. Però che non avevo dimenticato la reverenzia e amore che egli aveva a la dolcissima madre, Maria, dell’unigenito mio Figliuolo. A la quale è dato questo, per reverenzia del Verbo, da la mia bontá: cioè che qualunque sará colui, o giusto o peccatore, che l’abbi in debita reverenzia, non sará tolto né devorato dal demonio infernale. Ella è come una esca posta da la mia bontá a pigliare le creature che hanno in loro ragione. Sí che per misericordia ho facto quello, cioè permessolo, none facta la mala volontá degl’iniqui, che gli uomini tengono crudeltá. E tucto questo l’adiviene per l’amore proprio di loro medesimi, che l’ha toltoel lume, e però non cognoscono la veritá mia. Ma, se essi si volessero levare la nuvila, la cognoscerebbero e amarebbero, e cosí avarebbero ogni cosa in reverenzia, e nel tempo della ricolta riceverebbero el fructo delle loro fadighe. Ma non dubbitare, figliuola mia, ché di quello che tu mi preghi Io adempirò e’ desidèri tuoi e de’ servi miei. Io so’ lo Dio vostro remuneratore d’ogni fadiga e adempitore de’ sancti desidèri, purché Io trovasse chi in veritá bussasse a la porta de la mia misericordia con lume, acciò che non errassero né mancassero in speranza della mia providenzia.

Qui, narrando Dio la providenzia sua verso de le sue creature in diversi altri modi, si lagna de la infedelitá d’esse sue creature. Ed exponendo una figura del vecchio Testamento, dá una utile doctrina.

—Hotti narrato di questo caso particulare: ora ti ritorno al generale. Tu non potresti mai vedere quanta è la ignoranzia dell’uomo. Egli è senza veruno senno o cognoscimento, avendoselo tolto per sperare in sé e confidarsi nel suo proprio sapere. O stolto uomo, e non vedi tu che il sapere tuo tu non l’hai da te, ma la mia bontá, che provide al tuo bisogno, te l’ha dato? Chi tel mostra? Quel che tu in te medesimo pruovi: che tale ora vuoli tu fare una cosa, che tu non la puoi fare né saprai fare. Alcuna volta non avarai el tempo, e, se avarai el tempo, ti mancará el volere. Tucto questo t’è dato da me per provedere a la salute tua, perché tu cognosca te non essere e abbi materia d’umiliarti e non d’insuperbire. Unde in ogni cosa truovi mutazione e privazione, però che non stanno in tua libertá: solo la grazia mia è quella che è ferma e stabile, che non ti può essere tolta né mutata (cioè di farti partire da essa grazia e tornare a la colpa), se tu medesimo non te la muti.

Dunque, come puoi levare il capo contra la mia bontá? Non puoi, se tu vuoli seguitare la ragione, né puoi sperare in tené confidarti del tuo sapere. Ma, perché se’ facto animale senza ragione, non vedi che ogni cosa si muta, excepto la grazia mia. E perché non ti confidi di me, che so’ el tuo Creatore? perché ti confidi in te. E non so’ Io fedele e leale a te? Certo sí: e questo non t’è nascosto, però che continuamente l’hai per pruova.

O dolcissima e carissima figliuola, l’uomo non fu leale né fedele a me, trapassando l’obbedienzia che Io gli avevo imposta, per la quale cadde nella morte. E Io fui fedele a lui, actenendoli quello per che Io l’avevo creato, volendogli dare il sommo ed etterno Bene. E, per compire questa mia veritá, unii la Deitá mia, somma altezza, con la bassezza della sua umanitá, essendo ricomprato e restituito a grazia col mezzo del sangue de l’unigenito mio Figliuolo. Sí che egli l’ha provato. Ma e’ pare che essi non credano che Io sia potente a poterli sovenire, forte a poterli aitare e difendere da’ nemici loro, e sapiente per illuminarli l’occhio de l’intellecto loro, né che Io abbi clemenzia a voler lo’ dare quello che è di necessitá a la salute loro, né sia ricco per poterli aricchire, né sia bello per poter lo’ dare bellezza, né abbi cibo per dar lo’ mangiare, né vestimento per rivestirli. L’operazioni loro mi manifestano che essi nol credono: però che, se il credessero in veritá, sarebbe con opera di sancte e buone operazioni.

E nondimeno essi pruovano continuamente che Io so’ forte, perché li conservo ne l’essere e difendoli da’ nemici loro. E veggono che neuno può ricalcitrare contra la potenzia e fortezza mia; ma essi nol veggono, ché nol vogliono vedere. Con la mia sapienza Io ho ordinato e governo tucto quanto el mondo con tanto ordine, che veruna cosa vi manca e veruno ci può apponere. Ne l’anima e nel corpo, in tucto ho proveduto; non costrecto a farlo da la volontá vostra, però che voi non eravate, ma solo da la mia clemenzia, costrecto da me medesimo, facendo el cielo e la terra e il mare e il fermamento; cioè il cielo, perché si movesse sopra di voi; l’aere, perché respiraste; el fuoco e l’acqua, per temperare contrario con contrario; el sole, perché non steste in tenebre; tucti facti e ordinati, perché sovengano a la necessitá dell’uomo. El cielo adornato degliucelli; la terra germina e’ fructi, con molti animali, per la vita dell’uomo; el mare, adornato di pesci. Ogni cosa ho facto con grandissimo ordine e providenzia.

Poi che Io ebbi facta ogni cosa buona e perfecta, Io creai la creatura razionale a la imagine e similitudine mia, e missila in questo giardino. El quale giardino, per lo peccato di Adam, germinoe spine, dove in prima ci erano fiori odoriferi di innocenzia e di grandissima soavitá. Ogni cosa era obbediente a l’uomo; ma, per la colpa e disobbedienzia commessa, trovò ribellione in sé e in tucte le creature. Insalvatichí el mondo e l’uomo, el quale uomo è un altro mondo. Ma io providi che, mandando nel mondo la mia Veritá, Verbo incarnato, gli tolse il salvaticume, trassene le spine del peccato originale e fecilo uno giardino inaffiato del sangue di Cristo crocifixo, piantandovi le piante de’ septe doni dello Spirito sancto e traendone il peccato mortale. E questo fu doppo la morte de l’unigenito mio Figliuolo, ché inanzi no.

Sí come fu figurato nel vecchio Testamento, quando fu pregato Eliseo che risuscitasse quel giovano che era morto. Eliseo non andò, ma mandò Giezzi col bastone suo, dicendo che egli el ponesse sopra ’l dosso del garzone. Andando Giezzi e facendo quello che Eliseo gli disse, non el risuscitò però. Vedendo Eliseo che egli non era risuscitato, andò egli con la propria persona e conformossi tucto col garzone con tucte le membra sue, e spirò aciando septe volte nella bocca sua. E il garzone respirò septe volte, in segno che egli era resuscitato. Questo fu figurato per Moisé, che Io mandai col bastone della legge sopra el morto de l’umana generazione, el quale per questa legge non aveva vita. Mandai el Verbo de l’unigenito mio Figliuolo (el quale fu figurato per Eliseo), che si conformò con questo figliuolo morto, per l’unione della natura divina unita con la natura vostra umana. Con tucte le membra si uní questa natura divina, cioè con la potenzia mia, con la sapienzia del mio Figliuolo e con la clemenzia dello Spirito sancto, tucto me, Dio, abisso di Trinitá, conformato e unito con la natura vostra umana.

Doppo questa unione fece l’altra il dolce e amoroso Verbo, correndo come inamorato a l’obrobriosa morte della croce. Ine si distese. E doppo questa unione donò e’ septe doni dello Spirito sancto a questo figliuolo morto, aciando nella bocca del desiderio de l’anima, tollendole la morte nel sancto baptesmo. Egli spira in segno che egli ha vita, gittando fuore di sé e’ septe peccati mortali. Sí che egli è facto giardino adornato di dolci e soavi fructi. È vero che l’ortolano di questo giardino, cioè il libero arbitrio, el può insalvatichire e dimesticare secondo che li piace. Se egli ci semina il veleno de l’amore proprio di sé, unde nascono e’ septe principali peccati e tucti gli altri che procedono da questi, esso facto ne caccia e’ septe doni dello Spirito sancto e privasi d’ogni virtú. Ine non è fortezza, ché egli è indebilito; non v’è temperanzia né prudenzia, ché egli ha perduto el lume col quale usava la ragione; non v’è fede né speranza né giustizia, però che egli è facto ingiusto, spera in sé e crede con fede morta a se medesimo, fidasi delle creature e non di me suo Creatore; non v’è caritá né pietá veruna, perché se l’ha tolta con l’amore della propria fragilitá: è facto crudele a sé, unde non può essere pietoso al proximo suo. Privato è d’ogni bene e caduto in sommo male. E unde riavará la vita? da questo medesimo Eliseo, Verbo incarnato, unigenito mio Figliuolo. In che modo? che questo ortolano divella queste spine della colpa con odio (ché, se non si odiasse, non ne le trarrebbe mai), e con amore corra a conformarsi con la doctrina della mia Veritá, innaffiandola col Sangue. El quale Sangue gli è gictato sopra el capo suo dal ministro, andando a la confessione con contrizione di cuore e dispiacimento della colpa, e con satisfaczione e con proponimento di none offendere piú.

Per questo modo può dimesticare questo giardino de l’anima mentre che vive: ché, passata questa vita, non ha piú rimedio veruno, sí come in piú altri luoghi Io t’ho narrato.

Come Dio provede verso di noi, che noi siamo tribolati per la nostra salute. E de la miseria di quelli che si confidano in sé e non ne la providenzia sua. E de la excellenzia di quelli che si confidano in essa providenzia.

—Vedi dunque che con la mia providenzia Io raconciai el secondo mondo de l’uomo. Al primo non fu tolto, che non germinasse spine di molte tribolazioni e che in ogni cosa l’uomo non trovasse ribellione. Questo non è facto senza providenzia né senza vostro bene, ma con molta providenzia e vostra utilitá, per tòllere la speranza del mondo all’uomo e farlo córrire e dirizzare a me che so’ suo fine, sí che almeno, per importunitá di molestie, egli ne levi el cuore e l’affecto suo. E tanto ignorante è l’uomo a non cognoscere la veritá, ed è tanto fragile a dilatarsi nel mondo, che, con tucte queste fadighe e spine che egli ci truova, non pare che egli se ne voglia levare, né curi di tornare a la patria sua. Or sappi dunque, figliuola, quel che farebbe se nel mondo trovasse perfecto dilecto e riposo senza veruna pena.

E però con providenzia lo’ permecto e do che ’l mondo lo’ germini le molte tribulazioni: e per provare in loro la virtú, e della pena, forza e violenzia che fanno a loro medesimi abbi di che remunerarli. Sí che in ogni cosa ha ordinato e proveduto con grande sapienzia la providenzia mia. Ho lo’ dato, sí come decto è, perché Io so’ ricco e potevolo e posso dare, e la ricchezza mia è infinita; anco ogni cosa è facta da me, e senza me veruna cosa può essere. Unde, se esso vuole bellezza, Io so’ bellezza; se vuole bontá, Io so’ bontá, perché so’ sommamente buono; Io so’ sapienzia; Io benigno, Io giusto e misericordioso Dio; Io largo e none avaro; Io so’ Colui che do a chi m’adimanda, apro a chi bussa in veritá e rispondo a chi mi chiama. Non so’ ingrato, ma grato e conoscente a remunerare chi per me s’afadigará, cioè per gloria e loda del nomemio. Io so’ giocondo, che tengo l’anima, che si veste della mia volontá, in sommo dilecto. Io so’ quella somma providenzia, che non manco mai a’ servi miei, che sperano in me, né ne l’anima né nel corpo.

E come può credere l’uomo, che mi vede pascere e nutricare il vermine intro el legno secco, pascere gli animali bruti e i pesci del mare, tucti gli animali della terra e gli ucelli de l’aria; sopra le piante mando el sole e la rugiada che ingrassi la terra: e non crederá che Io nutrichi lui, el quale è mia creatura, creata a l’imagine e similitudine mia? Conciossiacosaché tucto questo è facto da la mia bontá in servizio suo. Da qualunque lato egli si vòlle, e spiritualmente e temporalmente, non truova altro che ’l fuoco e l’abisso della mia caritá con maxima, dolce e perfecta providenzia. Ma egli non vede, perché s’ha tolto el lume e non si dá a vederlo, e però si scandelizza. Ristrigne la caritá verso el proximo suo, e con avarizia pensa el dí di domane: el quale li fu vetato da la mia Veritá, dicendo: «Non voliate pensare del dí di domane; basti al dí la sollicitudine sua», riprendendovi della vostra infedelitá e mostrandovi la mia providenzia e la brevitá del tempo, dicendo: «Non voliate pensare il dí di domane». Quasi dica la mia Veritá:—Non pensate di quello che non sète sicuri d’avere; basta il presente dí.—E insegnavi a di mandare prima el regno del cielo (cioè la buona e sancta vita), ché di queste cose minime ben so Io, Padre vostro di cielo, che elle vi bisognano, e però l’ho facte e comandato a la terra che vi doni de’ fructi suoi.

Questo miserabile, perché la sconfidenzia sua ha ristrecto el cuore e le mani nella caritá del prossimo, non ha lecta questa doctrina che gli ha data el Verbo mia Veritá. Perché non séguita le vestigie sue, esso diventa incomportabile a se medesimo; èscene, di questo fidarsi in sé e none sperare in me, ogni male: essi si fanno giudici della volontá degli uomini, non veggono che Io gli ho a giudicare: Io e non eglino. La volontá mia non intendono né giudicano in bene, se non quando si veggono alcuna prosperitá, dilecto o piacer del mondo. E, venendo lo’ meno questo, perché l’affecto loro con esperanza era tucto postoine, non lo’ pare sentire né ricevere né providenzia mia né bontá veruna: par lo’ essere privati d’ogni bene. E, perché sonno aciecati dalla propria passione, non vi cognoscono la ricchezza che v’è dentro, né il fructo della vera pazienzia: anco ne tragono morte, e gustano in questa vita l’arra de l’inferno. E Io, con tucto questo, non lasso per la mia bontá che Io non lo’ provegga. Cosí, comando a la terra che dia de’ fructi al peccatore come al giusto, e cosí mando el sole e la piova sopra el campo suo come sopra quello del giusto, e piú n’avará spesse volte il peccatore che ’l giusto.

Questo fa la mia bontá per dare piú a pieno delle ricchezze spirituali ne l’anima del giusto che per mio amore s’è spogliato delle temporali, renunziando al mondo, con tucte le sue delizie, e a la propria volontá. Questi sonno quegli che ingrassano l’anima loro, dilatandosi ne l’abisso della mia caritá: pèrdono in tucto la cura di loro medesimi, che non tanto delle mondane ricchezze, ma di loro non possono avere cura. Alora Io so’ facto el loro governatore spiritualmente e temporalmente: uso una providenzia particulare, oltre a la generale; ché la clemenzia mia, Spirito sancto, se lo’ fa servo che gli serve. Questo sai, se ben ti ricorda d’avere lecto nella vita de’ sancti padri, che, essendo infermato quello solitario, sanctissimo uomo che tucto aveva lassato sé per gloria e loda del nome mio, la clemenzia mia providde e mandò uno angelo perché ’l governasse e provedesse a la sua necessitá. El corpo era sovenuto nel suo bisogno, e l’anima stava in admirabile allegrezza e dolcezza per la conversazione de l’angelo.

Lo Spirito sancto gli è madre che ’l nutrica al pecto della divina mia caritá. Egli l’ha facto libero, sí come signore, tollendoli la servitudine de l’amore proprio; ché dove è il fuoco della mia caritá non vi può essere l’acqua di questo amore, che spegne questo dolce fuoco ne l’anima. Questo servidore dello Spirito sancto, che io l’ho dato per mia providenzia, la veste, nutrica e inebbria di dolcezza e dálle somma ricchezza. Perché tucto lassoe, tucto truova; perché si spogliò tucto di sé, si truova vestito di me; fecesi in tucto servo per umilitá, e però è factosignore signoreggiando el mondo e la propria sensualitá. Perché tucto s’aciecò nel suo vedere, sta in perfectissimo lume: disperandosi di sé, è coronato di fede viva e di perfecta e compíta speranza; gusta vita etterna, privato d’ogni pena e amaritudine affliggitiva. Ogni cosa giudica in bene, perché in tucte giudica la volontá mia, quale vide col lume della fede che Io non volevo altro che la sua sanctificazione, e però è facto paziente.

Oh, quanto è beata questa anima, la quale, essendo anco nel corpo mortale, gusta il bene immortale! Ogni cosa ha in reverenzia; tanto gli pesa la mano manca quanto la ricta, tanto la tribolazione quanto la consolazione, tanto la fame e la sete quanto el mangiare e il bere, tanto el freddo, el caldo e la nuditá quanto el vestimento, tanto la vita quanto la morte, tanto l’onore quanto el vitoperio e tanto l’affliczione quanto la recreazione. In ogni cosa sta solido, fermo e stabile, perché è fondato sopra la viva pietra. Ha cognosciuto e veduto, col lume della fede e con ferma speranza, che ogni cosa do con uno medesimo amore e per uno medesimo rispecto, cioè per la salute vostra, e che in ogni cosa Io proveggo. Però che nella grande fadiga Io do la grande fortezza, e non pongo maggiore peso che si possa portare, pure che si disponga a volere portare per lo mio amore. Nel Sangue v’è facto manifesto che Io non voglio la morte del peccatore, ma voglio che si converta e viva; e per sua vita gli do ciò ch’Io gli do.

Questo ha veduto l’anima spogliata di sé, e però gode in ciò che ella vede o sente in sé o in altrui. Non dubbita che le vengano meno le cose minime, perché col lume della fede è certificata nelle cose grandi, delle quali nel principio di questo tractato Io ti narrai. Oh! quanto è glorioso questo lume della sanctissima fede, col quale vide e cognobbe, e cognosce la mia veritá; el quale lume ha dal servidore dello Spirito sancto, el quale è uno lume sopranaturale, che l’anima acquista per la mia bontá, exercitando el lume naturale che Io l’ho dato.

Come Dio providde verso de l’anime dando i sacramenti, e come provede a’ servi suoi affamati del sacramento del Corpo di Cristo; narrando come providde piú volte, per mirabile modo, verso d’una anima affamata d’esso sacramento.

—Sai tu, carissima figliuola, come Io provego questi miei servi che sperano in me? In due modi: cioè che tucta la providenzia, che Io uso a le mie creature che hanno in loro ragione, è sopra l’anima e sopra ’l corpo. E ciò, che Io adopero di providenzia nel corpo, è facto in servizio de l’anima, per farla crescere nel lume della fede, farla sperare in me e perdere la speranza di sé, e perché vega e cognosca che Io so’ Colui che so’, che posso, voglio e so sovenire al suo bisogno e salute. Tu vedi che ne l’anima, per la vita sua, Io l’ho dati e’ sacramenti della sancta Chiesa, perché sonno suo cibo: none il pane, che è cibo grosso corporale, e però è dato al corpo; ma, perché ella è incorporea, vive della parola mia. Però disse la mia Veritá nel sancto Evangelio che di solo pane non viveva l’uomo, ma d’ogni parola che procede da me, cioè di seguitare con spirituale intenzione la doctrina di questa mia Parola incarnata, la quale parola in virtú del Sangue suo e’ sacramenti vi dánno vita.

Sí che i sacramenti spirituali sonno dati a l’anima: poniamo che si pongano e si diano con lo strumento del corpo; non darebbe a l’anima vita di grazia solamente quello acto, se essa anima non si disponesse a riceverli con espirituale, sancto e vero desiderio. E però ti dixi che egli erano spirituali, che si dánno a l’anima perché è cosa incorporea: non obstante che sieno pórti per lo mezzo del corpo, come decto è, al desiderio de l’anima è dato che ’l riceva. Alcuna volta, per crescerla in fame e sancto desiderio, gli le farò desiderare e non potrá averli; non potendoli avere, cresce la fame, e nella fame il cognoscimento di sé, reputandosene indegna per umilitá. E Io alora la fo degna, provedendo spesse volte in diversi modi sopra questo sacramento. E tu sai che egli è cosí, se ben ti ricorda d’averloudito e provato in te medesima. Perché la clemenzia mia dello Spirito sancto, che gli ha presi a servire (dato lo’ da me per la mia bontá), spirará la mente d’alcuno ministro che l’ha a dare questo cibo, che, costrecto dal fuoco della mia caritá d’esso Spirito sancto, el quale gli dá stimolo di coscienzia, unde per coscienzia si muove a pascere la fame e compire il desiderio di quella anima. Farò indugiare alcuna volta in su l’extremitá e, quando in tucto ella n’avará perduta la speranza, ed ella avará quel che desidera.

E non poteva Io cosí provedere nel principio come ne l’ultimo? Sí bene: ma follo per crescerla nel lume della fede, acciò che mai non manchi che ella none speri nella mia bontá; e per farla cauta e prudente, ché imprudentemente non volti el capo a dietro, allentando la fame del sancto desiderio: e però la indugio. Sí come ti ricorda di quella anima, che, giognendo nella sancta chiesa con grande fame della comunione, e giognendo el ministro a l’altare, ella dimandò el Corpo di Cristo tucto Dio e uomo: egli rispose che non volea darlele. In lei crebbe il pianto e il desiderio: e in lui, quando venne ad offerire il calice, crebbe lo stimolo della coscienzia, costrecto dal servidore dello Spirito sancto che provedeva a quella anima. E come provedeva e lavorava in quel cuore dentro, cosí el mostroe di fuore, dicendo a quel che ’l serviva:—Dimanda se ella si vuole comunicare, ché Io lel darò volontieri.—E se ella aveva una sprizza di fede e d’amore, crebbe in grandissima abondanzia il desiderio; intantoché pareva che la vita si volesse partire dal corpo. E però l’avevo Io permesso: per farla crescere e farle diseccare ogni amore proprio, infidelitá e speranza che avesse in sé. Alora providi col mezzo della creatura. Un’altra volta provedará el servidore dello Spirito sancto solo, senza questo mezzo, sí come piú volte a molte persone è adivenuto e adiviene tucto dí a’ servi miei. Ma, tra l’altre, due admirabili, sí come tu sai, te ne narrarò per farti dilatare in fede e a commendazione della mia providenzia.

Ricordati e rammentati in te medesima d’avere udito di quella anima, che, stando nel tempio mio della sancta chiesa, el dí della conversione del glorioso appostolo Pavolo mio dolce banditore,con tanto desiderio di giognere a questo sacramento, pane di vita, cibo degli angeli dato a voi uomini, che ella provò quasi a quanti ministri vennero a celebrare; e da tucti le fu denegato per mia dispensazione, perché volsi che ella cognoscesse che, mancandole gli uomini, non le mancavo Io, suo Creatore. E però a l’ultima messa Io tenni questo modo che Io ti dirò, e usai uno dolce inganno per farla inebbriare della providenzia mia. Lo inganno fu questo: che, avendo ella detto di volersi comunicare, quel che serviva nol volse dire al ministro. Vedendo ella che egli non rispondeva del no, aspectava con grande desiderio di potersi comunicare. Decta la messa e trovandosi di no, crebbe in tanta fame e in tanto desiderio, con vera umilitá reputandosene indegna e riprendendo la sua presumpzione, parendole avere presumpto di giognere a tanto misterio. Io, che exalto gli umili, trassi a me il desiderio e l’affecto di quella anima, dandole cognoscimento ne l’abisso della Trinitá di me, Dio etterno, illuminando l’occhio de l’intellecto suo nella potenzia di me, Padre etterno, nella sapienzia de l’unigenito mio Figliuolo e nella clemenzia dello Spirito sancto, e’ quali siamo una medesima cosa. E in tanta perfeczione si uní quella anima, che ’l corpo si sospendeva da la terra, perché, come nello stato unitivo de l’anima Io ti narrai, era piú perfecta l’unione che l’anima aveva facta per affecto d’amore in me che nel corpo suo. E in questo abisso grande, per satisfare al desiderio suo, ricevecte da me la sancta comunione. E in segno di ciò che Io in veritá l’avevo satisfacto, per piú dí sentí per admirabile modo nel gusto corporale il sapore e odore del Sangue e del Corpo di Cristo crocifixo, mia Veritá. Unde ella si rinnovellò nel lume della mia providenzia, avendola gustata cosí dolcemente.

Tucto questo fu visibile a lei, ma invisibile agli occhi delle creature. Ma el secondo fu visibile agli occhi del ministro a cui adivenne il caso: ché, essendo quella anima con grande desiderio d’udire la messa e della comunione, per passione corporale non era potuta andare alla chiesa a quella ora che bisognava. Pur gionse, essendo l’ora tardi, a la consecrazione, cioè che gionse in su quella ora che ’l ministro consecrava. Ed essendo egli dal’uno capo della chiesa, ella si pose da l’altro, però che l’obbedienzia non le concedeva che ella stesse ine. Ella si pose con grandissimo pianto, dicendo:—O miserabile anima mia! e non vedi tu quanto di grazia tu hai ricevuto, che tu se’ nel tempio sancto di Dio e hai veduto il ministro, che se’ degna d’abitare ne l’inferno per li tuoi peccati?—El desiderio però non si quietava, ma quanto piú si profondava nella valle de l’umilitá, tanto piú era levata in su, dandole a cognoscere con fede e speranza la mia bontá, confidandosi che ’l servitore dello Spirito sancto notricasse la fame sua. Io alora le diei quello che ella in quello modo non sapeva desiderare. El modo fu questo: che, venendo el sacerdote per comunicarsi, nel dividere ne cadde uno pezzuolo, el quale per mia dispensazione e virtú (il moccolino de l’ostia, cioè quella particella che se n’era levata) si partí da l’altare e andò ne l’altro capo della chiesa, dove ella era. E, credendosi ella che non fusse cosa visibile ma invisibile, sentendosi comunicata, pensossi con grande e affocato desiderio che, come piú volte l’era adivenuto, Io l’avesse satisfacto invisibilmente. Ma egli non parbe cosí al ministro, che, non trovandola, sentiva intollerabile dolore. Se non che ’l servidore della mia clemenzia gli manifestò nella mente sua chi l’aveva avuta, sempre però dubitando infino che dichiarato si fu con lei. E non potevo Io tollerle lo impedimento del difecto corporale e farla andare ad ora, dacciò che ella avesse potuto ricevere il sacramento dal ministro? Sí; ma volevo farle provare che, col mezzo della creatura e senza il mezzo della creatura, in qualunque stato e in qualunque tempo si sia, in qualunque modo sa desiderare e piú che non sa desiderare, Io la posso, so e voglio satisfare, come decto è, con maravigliosi modi.

Questo ti basti, carissima figliuola, averti narrato della providenzia mia, la quale Io uso con l’anime affamate di questo dolce sacramento. E cosí in tucti gli altri, secondo che lo’ bisogna, uso questa dolce providenzia. Ora ti dirò alcuna cosellina come Io l’uso dentro ne l’anima, la quale uso senza il mezzo del corpo, cioè con estrumento di fuore. Benché parlandoti degli stati de l’anima Io te ne dicesse, nondimeno anco te ne dirò.


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