—Lena: vedesti maiNotte più pura e bella?Non sembra che ogni stellaSorrida al nostro amor?
Come soave è l'alitoDella notturna brezza,Che il volto ci carezzaChe ci ravviva il cor!
—È ver, mi rispondeaL'amica sospirando,E i raggi in me fissandoDell'occhio suo divin:
«Ah! non sprechiam, dicea,Notte così serena!….Andiam piuttosto a cenaAl Gallo o al Rebecchin!»
Ieri, della collinaSulla romita vetta,Vidi una forosettaChe raccogliea dei flor.
«Leggiadra montanina,Le dissi: quando mai….Quando appagar vorraiI voti del mio cor?»
Indi la man le stesi….Essa la sua mi porse….Dicendo: «un giorno…. forse….Poi, rapida fuggì….
Dal colle anch'io discesi….Pel gaudio d'un istante,Oh, quante pulci, oh, quante!Mi morsero quel dì!
A tarda notte insiemeNella selvetta brunaNoi sedevam; la lunaSi ricopria d'un vel.
E mentre la sua manoAl cor la mia premea,«Arturo, ella dicea, Mi sarai tu fedel?»
Di tali accenti al suonoMi si drizzar le chiome;«È forse questo il nome,Gridai, d'un mio rival!!!
«No! la gentil rispose,Ma qui fa tanto scuro,Ch'io t'ho chiamato ArturoInvece di Pasqual!!!
Ecco il fatal momento….Fra poco, o dolce Elisa,Da me ti avrà divisaL'inesorato mar;
Spiri propizio il ventoAllo spietato legno.Presto il remoto segnoDato ti sia toccar!
Perchè la fronte mestaPieghi nel dirmi addio?Pensa che soffro anch'ioQuello che soffri tu;
E sol conforto restaAl duol che il cor mi serraPensar che forse in terraNon ti vedrò mai più!
Marta non era bella,Ma bionde avea le chiome.Folte e lucenti comeQuelle di un cherubin;
Se tu non vuoi, le dissi,Che a' piedi tuoi mi uccida,Consenti che io recidaUn riccio del tuo crin!
—Chiedi altro don, rispose;È mio destin l'amarti….Nulla potrei negartiDi quanto è mio davver;
Ma per la chioma foltaOnde ti mostri vago,Tre lire al mese io pagoDi nolo al parrucchier.
—La scorsa notte in sognoIo t'ho veduta, Elisa;Eri al mio letto assisaIn languido abbandon.
De' baci tuoi dormente.La voluttà gustai;Nè un bacio sol mi daiOra che desto io son!?!
—Carlo: la scorse notteTe in sogno anch'io vedea,E mesta a te chiedeaDi cento lire il don;
A me dormente un roseoBiglietto allor porgesti;Negarmelo potrestiOra che desta io son?
Oltre l'usato bella,Stretto il suo braccio al mio,Il facile pendíoDel colle Ada salì.
In ciel la prima stellaEra sbucciata appena,Lontan splendea serenaL'estrema orma del dì.
Gli augelli armonïoseNote sciogliean sui rami….«Ada, esclamai, non ami«Quei garruli cantor?»
—Più li amerei, risposeAda, se stesser muti,Immobili, sedutiSovra un bel disco d'ôr.
—«Se fia che un dì ci annodi«Il sacerdote all'ara,«D'oro e di gemme, o Clara,«Non io ti coprirò.
«Ricco di affetti immensi«È il core d'un poeta,«Ma l'ôr che i volghi allieta«Il fato a me negò.»
Mesta, pensosa, i raiAl suol la bella affisse,E sospirando disse:«Crudo è il tuo fato inver!
«Pure il mio cor giammai«Non fia che muti tempre,«Giuro di amarti sempre,«Ma sposerò undroghier!»
D'Erminia la casettaPresso la mia sorgea;All'alba ella schiudeaLe imposte del veron.
Sempre alla sua stanzettaEra il mio sguardo fiso,Sognavo il paradisoDella sua voce al suon.
In ogni atto e costume,Gentil, soave ell'era;Più bella ancor la sera,Quando, disciolto il crin,
Della lucerna al lume,Con agil man seguivaLa pulce che fuggivaDal niveo petto al lin.
Rivedo e bacio alfineLe cifre desïate,Le note profumateChe la sua man vergò;
Fra i monti e le collineFra i boschi e i laghi errante,Al suo lontano amanteClarina ancor pensò.
Ho l'anima inquïeta….Come mi batte il core!È gioia od è terrore?Quest'ansia, o Dio, cos'è?
Leggiam: «Ti scrivo in fretaDi sopra il mon tebarro,Ti baccio, adio mio carro.Ammami e penza ammè.»
Pag.Interdetto 5Epigrammi 21Note agli Epigrammi 94Poesie Satiriche 107Note alle Poesie Satiriche 131Arcadia Moderna.—Anacreontiche 147
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