LA CASA DI VERDI A S. AGATA

Le case degli uomini illustri dovrebbero rimanere chiuse inesorabilmente a quegli ospiti indiscreti che si chiamano giornalisti; ma dacchè il maestro Verdi, obliando questo savio consiglio si piacque ospitarmi e trattenermi parecchi giorni nella sua villa a Sant'Agata presso Busseto, io non gli farò il torto di supporre che, accordandomi tanto onore, egli contasse sulla mia discretezza.

A tale riguardo non mi vanto migliore degli altri. E qual giornalista avrebbe il coraggio civile di seppellire nel profondo dell'animo le impressioni gradevoli, i piccoli ma interessanti segreti che a me fu dato raccogliere durante il mio breve soggiorno alla villa?

D'altronde, non c'è scampo; i grandi artisti, come i re, come gli imperatori, come i famosi capitani o ministri di Stato, non possono sottrarsi alle investigazioni del pubblico; e poichè l'autore dellaTraviatae delDon Carloha già preso il suo posto caratteristico nella storia della musica italiana, egli deve pure sottomettersi, buono o malgrado, alle violenze dei biografi, dei commentatori e dei ritrattisti. Dopo tutto, non è poi gran male che il biografo abbia conosciuta da vicino la sua…. vittima.

Da circa vent'anni io non aveva più veduto il maestro Verdi. Nel 1846, o nel 1847, mi era trovato con lui, in Milano, ad un desinare di amici, e i tratti di quel volto pensoso e severo si erano impressi a caratteri indelebili nella mia giovine fantasia. A quella mensa, fra molti giornalisti, letterati, artisti e buontemponi di ogni specie, sedeva anche il cav. Andrea Maffei, l'elegante traduttore di Schiller, di Moore e di Goëthe, il virgiliano poeta i cui versi sono una musica. In mezzo alla gaiezza chiassosa di noi tutti, il poeta ed il maestro serbavano una taciturnità desolante. Sì l'uno che l'altro parevano assorti in gravi pensieri; credo che a quell'epoca fosse in gestazione lo spartito deiMasnadieri, che poi venne rappresentato al teatro italiano di Londra.

Da quel giorno, come dissi, non ebbi più la fortuna di rivedere il maestro, e questi pure, dopo pochi mesi di soggiorno a Milano, abbandonò la città de' suoi primi trionfi, per non ritornarvi che circa vent'anni dopo, vale a dire ai primi giorni del luglio 1868.

Nè la casa ove nacque, nè la villa deliziosa che il Verdi abita di preferenza nelle sue vacanze di estate, fanno parte della grossa borgata che si chiama Busseto. Ma se Busseto non ha l'onore di aver dato i natali al più energico ed affascinante maestro dell'Italia contemporanea, a maggior dritto può gloriarsi di aver fornita a lui la prima educazione musicale, di aver compreso ed ammirato il di lui genio nascente. La casa dove il Verdi nacque è discosta da Busseto circa tre miglia. Io l'ho visitata con profonda commozione. Figuratevi una specie di tugurio di pietre e di calce, quasi isolato in mezzo ad una fertile pianura seminata di melica e di canapa. Si comprende come un artista nato in quel luogo debba conservare per tutta la vita l'amore dell'isolamento. A pochi passi dall'umile casicciuola, dove oggi una buona massaia alla domenica vende il vino ai contadini delle vicinanze, si estolle una chiesa di bella e maestosa architettura. In quella chiesa, all'età di quindici anni, il giovane allievo della scuola di Busseto suonava l'organo alla distesa, inebbriando la sua fervida fantasia di mistiche ispirazioni. E dall'organo della chiesa egli passava allaspinettadella casa paterna, e tutto un mondo di speranze, di illusioni, di sublimi delirî corteggiava il pallido adolescente in quell'oasi angusta di abitazioni, perduta in un deserto di campagne interminabili.

Mi fu mostrata la stanzetta dove abitava il fanciullo predestinato. Più tardi, alla villa di Sant'Agata, vidi anche il primo strumento sul quale si erano esercitate le sue dita infantili. Quella emerita spinetta non ha più corde, ha smarrito il coperchio. La sua tastiera somiglia alla mascella d'un cranio dai denti lunghi e corrosi. Eppure, qual prezioso monumento! E quanti ricordi per l'artista che ha versato sovr'essa le lagrime feconde di un'adolescenza tormentata! Quante emozioni sublimi per chi la vede e la interroga!

Ed io l'ho interrogata. Ho levato dalla tastiera uno dei martelletti che lasciava intravedere delle cifre, ed ho potuto leggere delle parole altrettanto ingenue che sublimi; delle parole che, mentre rivelano un atto generoso di artefice, somigliano anche ad un coscenzioso vaticinio. I miei lettori mi sapranno grado di vedere qui riprodotta quella inscrizione nella sua testuale semplicità. Mi parrebbe commettere una profanazione ritoccando pur una delle leggiere inesattezze ortografiche che la rendono adorabile:

«Da me Stefano Cavaletti fu fato di nuovo questi Saltarelli, e impenati a Corame, e vi adatai la pedagliera che io ci ho regalato; Come anche gratuitamente ci ho fato di nuovo li detti Saltarelli, vedendo la buona disposizione che ha il giovinetto Giuseppe Verdi di imparare a suonare questo istrumento, che questo mi basta per esserne del tutto sodisfatto.—Anno domini 1821.»

Così questo buono ed arguto operaio che si chiamava Stefano Cavaletti, indovinava gli istinti musicali del giovine, mostrandosi meglio ispirato che nol fosse pochi anni dopo un egregio professore del Conservatorio di Milano[1], il quale ebbe a rimandare il Verdi a Busseto cou una patente di incapacità, che farà ridere i posteri.

È d'uopo sapere che a Busseto esiste una specie di Istituto, facente parte del Monte di Pietà, nel quale vengono educati gratuitamente alla musica cinque o sei giovani del paese o d'altrove. Gli è in grazia di codesto Istituto, che il Verdi, figlio di povero ma onestissimo campagnuolo, potè iniziarsi agli studi dell'arte; e quali fossero le sue disposizioni e come rapidi i progressi, lo attestano i componimenti scritti da lui in età giovanissima. La banda musicale di Busseto eseguisce ancora una brillante sinfonia scritta dal Verdi all'età di dodici anni; prezioso frammento di musica, che aggiunto a molti altri, costituisce il più bel patrimonio artistico di quell'Istituto musicale.

Ma veniamo alla villa di Sant'Agata.—Anche questa è lontana da Busseto circa due miglia; anche questa si trova pressochè isolata in mezzo ad una vasta pianura. La chiesa che porta il nome della Santa, e due o tre case da contadini formano il corteggio della ricca ed elegante dimora del maestro.

La natura non ha donato a questi luoghi alcuna attrattiva. Il piano è monotono e solo coperto da quella prosa di messi che rallegra la cupidigia del colono, ma nulla dice alla fantasia del poeta. In mezzo a quei lunghi filari di pioppi, che costeggiano una fossa povera d'acque, a un tratto il vostro occhio rimane sorpreso e quasi rattristato dalla vista di due salici piangenti che si addossano ad una porta. Quei due alberi immani che forse altrove non produrrebbero una impressione così viva, qui vi colpiscono lo spirito come una esotica apparizione. La persona che ha fatto piantare quegli alberi nulla o ben poco deve aver di comune, nel carattere e nelle abitudini della vita, colle popolazioni della vasta pianura che avete percorsa. L'abitatore della casa, che voi intravedete a poca distanza, dev'essere un eccentrico personaggio—un artista, un poeta, un pensatore, fors'anche un misantropo. Per accostarvi a quella porta vi è d'uopo oltrepassare un ponte, il solo tratto di unione che congiunga la dimora dell'artista a quella degli altri esseri viventi.—Chi conosce di nome l'abitatore di quella casa, passandole d'appresso in sul far della sera, si illude di udire, fra i rami di quegli alberi mesti, sospirare la nenia funebre delTrovatoreo l'ultimo anelito di unaViolettamoribonda. Voi comprendete, appressandovi ai cancelli, che quella dev'essere la dimora di un genio melanconico ed altero. Uno spesso filare di alberi difende la casa dagli sguardi profani dal lato che prospetta la strada maestra, mentre dal lato opposto il giardino si apre più luminoso a ridente fino alla riva di un laghetto artificiale.

È lecito presagire che allorquando le recenti piantagioni avran preso cogli anni più ampio sviluppo, le ombre e la tristezza domineranno completamente quell'abitazione.

Al di là del giardino, attraversati da un lungo viale in cui l'occhio si smarrisce, si estendono i vasti possedimenti del maestro, sparsi di casuccie paesane, di cascinotti assai bene architettati. La coltivazione rivela quell'arte perfetta che si apprende sui campi stranieri, meno favoriti dalla natura. Lo spirito osservatore del Verdi ha raccolto, per versarli su questo campo, tutti i progressi della scienza agricola inglese e francese. Mentre i salici del giardino, e i folti alberi, e i chioschi opachi, e il laghetto tortuoso e melanconico ritraggono l'indole appassionata dell'artista, la coltura di queste ampie campagne sembra invece riflettere la mente ordinata dell'uomo, quel criterio pratico e positivo che nel Verdi, caso piuttosto unico che raro, si trova accoppiato ad una fantasia esuberante, ad un temperamento vivace ed irritabile.

Questo criterio pratico e positivo si manifesta più che mai nell'architettura della casa, nella scelta dei mobili, in tutto ciò che costituisce il confortabile e l'ordine interno della famiglia. Non vi è che una sola parola, una parola musicale, a cui sia dato esprimere quest'ordine meraviglioso, questo connubio fortunatissimo dell'arte colle necessità materiali della vita—la parolaarmonia. Il gusto più squisito e il calcolo più sapiente hanno presieduto alla costruzione. Qui tutto è bello, tutto elegante e semplicissimo, tutto risponde alle esigenze della salubrità e del buon gusto. I miei lettori non esigeranno una minuta descrizione degli appartamenti, degli addobbi, delle pitture. Credo dir tutto affermando che l'abitazione è degna di un artista, il quale si è fatto gran signore coi prodotti del suo ingegno.

Il maestro compone ordinariamente nella sua camera da letto—una camera al piano terreno, spaziosa, piena d'aria e di luce, ammobigliata con artistica profusione. Le finestre e le porte vetrate danno sul giardino. Quivi un magnifico pianoforte, una libreria e uno scrittoio massiccio di eccentrica forma che, dividendo la camera in due compartimenti, esibisce allo sguardo una deliziosa varietà di bozzetti, di statuette, di gingilli artistici. Al disopra del pianoforte sta affisso il ritratto a olio del vecchio Barezzi, il vero amico e mecenate del Verdi, al cui nome, alla cui effigie veneranda il maestro professa una specie di culto[2].

La prima moglie sposata dal Verdi in età giovanissima era figlia di quell'ottimo patriarca di Busseto; e non è qui il luogo di ricordare quante memorie di affetti e di dolori, di lotte e di sacrifizî si riuniscano a rendere sacro pel maestro il nome di un così amato e benefico parente.

Nei silenzi della notte si partono da quella camera le armonie sussultanti che erompono dal genio creatore. Là fu scritto ilDon Carlo; e questa opera colossale, che rivaleggia coi più insigni capolavori del teatro francese, fu compiuta nel giro di sei mesi.

In altre delle stanze superiori mi fu additato il primo pianoforte che sottentrò alla squallida spinetta da me più sopra descritta, e alla cui apparizione poco mancò che l'entusiasta cultore dell'arte non cadesse in svenimento per esuberanza di tripudio. E presso quel pianoforte ho inteso narrare intorno alle prime composizioni teatrali dell'illustre maestro, degli aneddoti piccanti, i quali contraddicono alle comuni dicerie. Vi è ben poco di vero in ciò che si ripete generalmente sulle circostanze che precedettero e accompagnarono le rappresentazioni delNabucco; ma io mi riserbo a narrare quella istoria nei suoi più minuti particolari, allorquando pubblicherò del Verdi una estesa biografia, accompagnata da un documento critico di tutte le sue opere[3].

Per finirla collo schizzo della villa, dirò che in tutto quanto vi corre all'occhio di animato e di inanimato, di mobile e di immobile, tutto qui è bello, semplice, attraente. Come più sopra ho affermato, nella villa di Sant'Agata c'è il lusso del gran signore e il gusto eletto dell'artista di genio.

I biografi malvolenti, e innanzi tutti quell'ignorantissimo erudito che era il Fetis, non paghi di aver tentato coi più infelici sofismi della critica di demolire il talento e la gloria dell'illustre maestro italiano, si piacquero altresì di dipingerlo nel fisico e nel morale sotto l'aspetto di un selvaggio, starei per dire d'un orso[4]. Nulla di più sciocco della caricatura che pretende falsare un'effigie.

Il maestro Verdi contava allora[5] cinquantasei anni. Alto della persona, snello, vigoroso, dotato di una ferrea salute, come d'una ferrea energia di carattere, egli prometteva un'eterna virilità. Venti anni prima, quando mi ero trovato con lui a Milano, tutto l'assieme della sua persona presentava dei sintomi allarmanti. Se a quei tempi la gracile struttura delle sue membra, il viso pallido, le guancie scarne e l'occhio incavato potevano suggerire dei pronostici sinistri, oggi nell'aspetto di lui voi non trovate che la floridezza e la solidità dei predestinati a lunga carriera.

E come la persona, così anche lo spirito ed il carattere del Verdi hanno subìto una trasformazione favorevole. Non si può essere più elastici alle impressioni, più cordiali, più espansivi. Qual differenza fra il mio commensale taciturno dell'anno 1846 e il mio ospite vivace e qualche volta giovialissimo dell'anno 1868! Ho conosciuto degli artisti, i quali, dopo essere stati nella loro giovinezza spensieratamente prodighi di gaiezza e di affabilità, più tardi, sotto la vernice della gloria e delle onorificenze, si resero opachi e quasi intrattabili. Si direbbe che il Verdi, passando per una carriera di trionfi, abbia invece deposta ad ogni tappa una parte di quella scabra corteccia che gli era propria nei giovani anni.

La villa di Sant'Agata forma ancora pel maestro Verdi il soggiorno di predilezione. Quivi la sua attività prodigiosa di corpo e di spirito può svolgersi più liberamente che altrove. Alle cinque del mattino egli percorre i viali del parco, visita i campi e le masserie, si divaga navigando il laghetto in un piccolo battello che egli conduce e dirige da abile pilota[6]. Non un momento di sosta. Per riposarsi dalla musica, il Verdi ricorre alla poesia; per temperare le forti emozioni di questa e di quella, egli si rifugia nella storia e nella filosofia. Non vi è ramo dello scibile umano a cui la sua mente inquieta e avida di coltura, non si getti con trasporto.

Una moglie dotata delle più squisite doti di cuore e di mente, colta del pari che amabile, la signora Giuseppina Strepponi[7] divide con quest'uomo di tempera antica, con questo artista privilegiato, i sereni travagli della villa. L'armonia regna nei due cuori, e questa armonia produce nella casa l'ordine e il benessere.

Frattanto da ogni parte del mondo civilizzato giungono lettere e telegrammi alla villa che domandano spartiti, che proferiscono compensi incredibili, che promettono onori e trionfi.—Potrà egli, il maestro Verdi, resistere lungo tempo a tante seduzioni di denaro e di gloria?[8]—Ciò che io ritengo impossibile è che l'autore delDon Carlopossa imporre alle effervescenze del proprio genio, a quel bisogno prepotente di espansione che tuttora lo agita e lo spinge. Il vulcano ha le sue intermittenze, le sue tregue, ma il fuoco latente o tosto o tardi deve erompere.

Molte altre cose potrei aggiungere intorno al carattere, alle abitudini, al modo di vivere dell'illustre compositore. Ma io mi arresto qui, persuaso e convinto di avere già troppo ecceduto nelle indiscrezioni. Se il maestro Verdi non vorrà perdonami di aver con tanta indiscretezza violati i segreti del suo domicilio, io farò pubblicamente le mie vendette pubblicando quanto in oggi sopprimo. Or bene; invitateli a pranzo questi ciarlieri di giornalisti!—e all'indomani vedrete riprodotta in una appendice biografica la lista dei piatti e dei vini che apparvero sulla vostra mensa, e l'Europa sarà informata qualmente voi preferiate ilgigotdi montone all'arrosto di vitello, il barolo vecchio albordeaux, le fragole al latte piuttosto che al sugo di limone—e i critici illustri, dopo due o tre secoli, si renderanno autorevoli disotterrando questa preziosa notizia, che voi prendevate il caffè senza zucchero, e facevate, dopo il pasto, un enorme consumo di stuzzicadenti.

[1] Il maestro Verdi ebbe molti denigratori accaniti. È la sorte di tutti gli artisti di genio ai quali arride il successo. Un editore milanese, che andava debitore de' suoi primi lucri alNabucco, all'Attilaed aiMasnadieri, si vendicò della sua poca accortezza nell'aver lacerato un contratto di dieci spartiti che gli promettevano un milione, stipendiando quattro o cinque letterati non tutti famelici od abbietti, per muovere al trionfante maestro una guerra altrettanto ridicola che impotente. Taluni di questi critici fecero ammenda dei loro spropositi; altri, i più gaglioffi, si mantennero impenitenti. Per coonestare la transazione, i ravveduti asserirono che il Verdi, dopo ilMacbhete laLuisa Miller, si era trasformato. Altri credettero avvertire una seconda ed un terza trasformazione all'apparire deiVespri Siciliani. Si fece gran consumo di parole su tale argomento, Ora, per nostro avviso, una trasformazione non può essere che progresso o regresso. Osereste voi asserire che il Verdi delNabuccoe delRigolettonon pareggi il Verdi delDon Carlose dell'Aida? Tanto varrebbe dire che nelBarbieree nellaSemiramideil genio di Rossini si palesi meno completamente che nelGuglielmo Tel. Prestare un colorito speciale a ciascuna opera, a seconda dei luoghi, delle situazioni e delle passioni che si svolgono nel dramma, questo non vuol dire trasformarsi, ma obbedire alle leggi più ovvie dell'arte.

Percorrendo le vie infinite dell'arte, un genio può produrre iPromessi Sposie l'Adelchi, laLucrezia Borgiae laLinda; ma sempre e in ciascuna delle sue molteplici manifestazioni, egli verrà rivelando necessariamente quella potenza di individualità che è la vera e l'unica luce delle sue creazioni. Ogni artista che miri a rivelarsi ne' suoi aspetti multiformi, può soggiacere a qualche istante di debolezza o a qualche momentaneo perturbamento, può esporre quandochessia taluno de' suoi profili caratteristici meno attraenti e riescire in tali casi meno accetto alle moltitudini od agli uomini di gusto: ma ognun vede, mettendo a riscontro ilNabuccoe l'Aida, laTraviatae ilDon Carlos, che tra questi spartiti non corre veruna differenza essenziale fuor quella voluta dal diverso carattere dei temi e degli svolgimenti drammatici. Dire che il Verdi, dall'una all'altra opera, apparisca trasformato, è un giuoco rettorico della critica imbarazzata o rintuzzata dai successi. Non si può chiamare trasformazione ciò che in realtà non è pel genio che la rivelazione progressiva dei suoi molteplici aspetti.

[2] Angelina Bosio, allieva dell'egregio maestro Venceslao Cattaneo di Milano, primeggiò fra le cantanti che illustrarono le scene italiane nei due decenni che corsero dal 1848 al 1868. Cantò a Parigi, a Londra, a Pietroburgo, con grande successo. Ella nutrì sempre pel suo primo maestro, che tutt'ora insegna a Milano l'arte squisita dei buoni tempi, i sensi della più affettuosa riconoscenza.

[3] Angelo Boracchi fu davvero un intelligente ed audacissimo impresario. Non ebbe fortuna e morì povero. Negli ultimi suoi giorni, si piaceva di scrivere epigrammi, relativi all'arte, alla letteratura ed alla politica. Ne ebbe di argutissimi e abbastanza corretti nella forma. Peccato che nessuno li abbia raccolti e pubblicati!

[4] A rettificare le inesatte dicerie che si sparsero sul mio conto, e ad agevolare il cómpito de' miei futuri biografi, narrerò qui sfacciatamente e colla maggior schiettezza, quale è stata la mia carriera di cantante. Prima di produrmi sulle scene, io aveva studiato o finto di studiare a Pavia, sotto la direzione di un maestro Valentini, i primi rudimenti della musica; quindi, nell'Istituto Tadini di Lovere, avevo appreso a raschiare di mal garbo il contrabasso, e a vociare nelle chiese della provincia Bergamasca i motetti del Mayr e del Bonari. I miei esperimenti musicali si chiusero a Lovere con una farsa abbastanza comica, vale a dire con un grottesco concerto da me organizzato nella gran sala dello Stabilimento Tadini nel luglio del 1845. A tale concerto fa allusione il Donizetti in una sua lettera alla signora Basoni, inserita nell'epistolario stampato in appendice a quell'interessante volume diNotizie e Documentiche fu edito a Bergamo nel settembre del 1875, Gli abitanti di Lovere non hanno ancora obliato quellaesecuzione, alla quale presero parte tre cantori girovaghi da piazza, da me reclutati a Brescia e presentati al mio buon pubblico quali artisti di cartello. Quella notte corsero delle sassate per le vie. Da Lovere passai a Milano, dove attesi a darmi buon tempo in compagnia delle più matte brigate; ma al cominciare del verno, presi risolutamente il partito di sfidare i cimenti della scena e segnai un contratto di cinque anni coll'impresario Boracchi in qualità dì primo baritono assoluto. La mia prima campagna teatrale si compì a Lodi trionfalmente nella stagione carnevalesca. Il bravo maestro Sanelli impiegò una pazienza da martire a farmi apprendere la bella parte di Lorenzino de' Medici della suaLuisa Strozzi. La sera del miodebut, accorsero da Pavia e da Milano molti de' miei ex-colleghi di studio e di baldorie. Il teatro era zeppo, e al mio apparire sulla scena, il baccano degli applausi e dei viva fu tale da provocare un insolito intervento di poliziotti. La mia voce era bella, intonata, sicura. Io cantava di lena, abbandonandomi al mio buon istinto musicale, senza risparmio di polmoni. A Lodi contava molti amici, oltre quelli venuti espressamente da fuori per sorreggere i miei primi passi nell'arduacarriera. Circolavano sul conto mio le più strane novelle. Nei palchi e nella platea si narravano ridendo i bizzarri episodi della mia avventurosa giovinezza, e il pubblico godeva nell'applaudirmi. Vi ebbero altresì, durante la stagione, risse e duelli per cagion mia, sciabolate e colpi di bastone. Nello stesso anno cantai al Carcano di Milano, e un episodio che si riferisce a quella stagione teatrale lo si può leggere nel presente volume, laddove è narrata la biografia di Angelo Mariani. Uscito dopo lunga malattia dalla Casa di Salute, l'impresario Boracchi mi mandò a Piacenza e quindi a Codogno per cantare nell'Attilala parte di Ezio. Nell'una e nell'altra città rimase viva per molti anni la memoria delle eccentriche mie gesta. È ben vero che amici troppo zelanti si incaricarono di attribuirmi delle stravaganze inventate di loro fantasia; pure, fra molti altri, precisamente storico il è fatto ch'io partii da Codogno e scesi all'albergo dell'Àncora a Milano nel teatrale costume di Ezio, colla daga alla cintura e il grand'elmo a cresta rossa sulla testa. Nel carnovale seguente (anno 1848) la rivoluzione mi colse a Piacenza malato. Nel libro che si intitolaMemorie politiche di un baritono, ho narrato le strane peripezie che mi travolsero fino al carnovale dell'anno seguente: allorquando, trabalzato a Firenze dai fati politici, dovetti nuovamente ritornare al teatro per campare la vita. Cantai ad Arezzo nelNabuccocon esito entusiastico. La fama delle mie avventure mi aveva preceduto in quella città: i miei amici mi avevano accompagnato con lettere commendatizie, dove io era dipinto quale uno dei più gloriosi eroi della rivoluzione lombarda. Imaginate quale accoglienza mi venne fatta dal buon popolo Aretino, in un'epoca come quella! Nelle anzidetteMemorie politiche di un baritonoho narrato i singolari e talvolta burleschi casi del mio soggiorno in Arezzo, e le non meno bizzarre avventure del viaggio che io intrapresi più tardi alla volta di Chieti; viaggio che mi condusse, dopo lunghe e forzose divagazioni, sotto le mura di Roma, dove caddi in potere delle truppe francesi che mi trassero prigioniero all'isola di Santa Margherita e quindi a Bastia. Dopo quattro mesi di durissima prigionia, in quest'ultima città io potei riprendere la carriera teatrale, aggregandomi alla nomade compagnia di un certo Bellagrandi che dall'Africa aveva trapiantato le sue tende sulle spiaggia côrse. Rimasi dunque e cantai durante una lunga stagione di sei mesi al teatro di Bastia. Quivi, da ogni ceto di cittadini raccolsi testimonianze di simpatia e di affetto che io non potrò mai obbliare. Uno de' miei protettori più generosi, il signor Antonio Limmarola, mi fornì più tardi, a stagione compiuta, il denaro perchè mi recassi a Parigi, e potei di tal guisa abbandonare nel marzo dell'anno 1850 quell'isola ospitale per trasferirmi decorosamente alla capitale della Francia. Là trovai parecchi amici e compagni di università; artisti e buontemponi italiani, i quali, sotto vesta di emigrati politici, si davano bel tempo declamando con enfasi intermittente contro la tirannide austriaca. Dopo un mese di soggiorno a Parigi, mi aggregai ad una compagnia lirica formata dalla prima donna signora Antonietta Montenegro, e dopo aver percorso parecchie città della Francia cantando disperatamente ogni sera, le opere più accette di Donizetti e di Verdi, mi ridussi di nuovo a Parigi, dove rimasi inoperoso un paio di mesi a dilapidare i miei pochi risparmi.

Un agente teatrale milanese, che più tardi divenne un celebre impresario, mi volle seco a Rouen dove si era formata sotto la sua direzione una compagnia elettissima di cantanti, destinata a percorrere i principali teatri di Francia e di altre provincie estere. Quel drappello di artisti si componeva dei due celebri tenori Napoleone Moriani e Antonio Giulini, delle prime donne Sofia Vera, Antonietta Viola, Rossetti Sikorsca, Sofia Didiee-Nantier e d'altri cantori quasi esordienti che in seguito divennero famosi. Mi vennero affidate le parti comiche. Ripensando a quei tempi, oggi mi avviene spesso di meravigliarmi della spensierata gaiezza che io metteva nel rappresentare al cospetto del pubblico i personaggi di Marchese di Bois-Fleury, di dottor Malatesta, di Dulcamara, di Figaro e di don Basilio. Fatto è, che una volta slanciato sul palco scenico, io mi investiva sifattamente dell'umorismo musicale di Donizetti e di Rossini, da riuscire un attore comico esilerante e inappuntabile. E questo dico senz'ombra di orgoglio; perocchè ai miei successi da istrione io ci tengo pochissimo, e quasi mi vergogno di ricordarli. Travestirsi da buffo o da buffone, svisarsi col nero di fumo e col carminio, far delle grinze, gesticolare e contorcersi per far ridere il pubblico, mi è sempre apparso qualche cosa che tocca da vicino la prostituzione. Da Rouen passai colla truppa condotta dal Lorini a Lion, a Chalons e in altre città della Francia fino a quando, scioltasi la compagnia al cadere dell'anno, feci ritorno a Parigi, e a quel teatro italiano mi produssi la sera del Due Dicembre, cantando la parte di Carlo V nell'Ernani, al fianco della Cruvelli, del tenore Calzolari e del basso Belletti. Quel miodebutnon inglorioso ebbe luogo, come ognuno vede, alla data del colpo di Stato. Il giorno seguente, Parigi fece un vano tentativo di rivoluzione, al quale tennero dietro dei gravi perturbamenti. Il teatro italiano rimase chiuso per alcune settimane ed io mi sciolsi dal contratto. Nel marzo del 1852, adunai a mie spese e a tutto mio rischio, un drappello di artisti, perexploiteri teatri della provincia. Le rappresentazioni della miatruppa, costituita di circa 30 artisti di canto e di suono, cominciarono a Poitiors e si chiusero a Limoges. Fu una campagna che durò quattro o cinque mesi—e quante peripezie! quanti disgusti! quante lotte!—Ne uscii netto con un guadagno di circa duecento lire, le quali mi bastarono appena per trasferirmi a Nizza, dove mi chiamava un contratto di sei mesi coll'impresario di quel teatro. In quella città cominciai ad avvedermi che la mia voce accennava a deperire. Nullameno, dal pubblico ebbi cortese accoglienza e l'impresario mi rinnovò il contratto per l'anno successivo. Nella stagione estiva, un violinista non oscuro, il quale aveva già percorsa l'intera Europa lasciando dietro i suoi passi una striscia luminosa di debiti, mi volle seco in un giro artistico nel mezzogiorno della Francia. Quel suonatore dalla fisonomia mefistofelica mi trascinò in un pelago di guai. A Nimes caddi malato, e di là a pochi mesi, tornando a Nizza per riprendere a quel teatro il mio impiego di primo baritono, dovetti per impotenza di voce, supplicare l'impresario a volermi surrogare con altro artista più valido. Io rimasi a Nizza fino al termine della stagione, sciupando gli ultimi aneliti della mia povera voce avariata nella esecuzione di qualche parte comica o secondaria. Nelle varie riprese della mia carriera intermittente, non mi era mai accaduto di sentirmi trapassare l'orecchio dal sinistro stridore dei fischi. Questa soddisfazione, che solo mancava a completare la mia biografia teatrale, l'ebbi a Milano di là a cinque mesi, clamorosa, spietata, degna di me. Il teatro Carcano, che era stato nel 1847 il mio campo di Marengo, si tramutava otto anni dopo nel mio Waterloo. I fischi, le grida, le contumelie che mi investirono mentro io adunava invano gli ultimi residui delle mie note agonizzanti per cantare nelTemplariola parte eroica di Briano, mi intimarono di cedere le armi. All'indomani della sconfitta, io presi risolutamente il partito di abdicare, e confesso che deponendo i titoli di baritono assoluto e di cantante disponibile, mi parve di rifarmi uomo, di ricostituirmi cittadino. L'ottimo Rovani, ch'io non conosceva di persona, narrando nella Appendice dellaGazzetta di Milanoquel mio primo ed ultimo fiasco, con quella squisitezza che era la luce simpatica di ogni suo scritto, si rallegrava che io abbandonassi la scena promettendomi degli allori più invidiabili nel campo delle lettere. Da quel giorno divenni scrittore—e ho scritto molto, ho scritto troppo, e molto ancora dovrò scrivere prima di toccare la metaospitaleche l'Italia promette a chi lavora onestamente colle forze dell'intelletto.

[5] Era chiamato ilRe dei tenori; e davvero Napoleone Moriani fu artista di canto sotto ogni aspetto eminentissimo. Nacque nel 1806, morì nel 1878 in Firenze sua patria. Prima di darsi al teatro, aveva compiuti gli studi legali all'Università di Pisa. E fu in quella città che il Moriani strinse amicizia col giovane e allora latente poeta Giuseppe Giusti, il quale più tardi gli dedicò uno de' suoi stupendi carmi satirici, dove sono rammentati idolci tempi di Pisa,

Quando di notte per la via maestraI duotecovociando e la romanzaPrendea diletto di chiamar la ganzaAlla finestra, ecc., ecc.

Napoleone Moriani emerse specialmente nelle opere del Donizetti. Fu nellaLuciaun Edgardo idealmente patetico e sublime, nellaBorgiaun Gennaro così appassionato, che in udire dal suo labbro le parole del terzettoO madre mia, ecc., ecc., erano ben pochi gli spettatori che non si commovessero al pianto. In molti romanzi inglesi o francesi vien ricordato il Moriani; Balzac e Giorgio Sand accennano a lui ed al fascino ch'egli esercitava colla soavità della voce e colla espressione del canto. Dopo aver percorso trionfalmente i principali teatri di Europa, idolatrato dalle masse, onorato da insigni maestri e letterati non che da principi e sovrani, quando la voce gli venne meno e vide per colpa non sua dissipati in sterili acquisti i suoi guadagni, non isdegnò applicare la propria attività alle speculazioni commerciali ed alle industrie. In questa seconda fase, in verità poco luminosa e talvolta angosciata della sua esistenza, l'onesto e intelligente cittadino si elevò all'altezza dell'artista. Io posseggo parecchie lettere a me dirette ne' suoi ultimi anni. Le ultime parole ch'egli mi rivolse da Firenze furono un atto di protezione in favore di un giovane poeta ch'egli riteneva predestinato a nobile carriera. Moriani amava i poeti—e non era egli, ai tempi suoi gloriosi il poeta del canto e dell'amore?

[6] Il teatro Carcano fu per anni parecchi, segnatamente all'epoca degli impresari Boracchi, Rovaglia e Crivelli, un campo di tumultuose manifestazioni, alle quali non era estranea la politica. Avveniva talvolta che le proteste contro uno spettacolo mal riuscito od uggioso, per qualche latente istigazione dei partiti agitatori, si chiudessero coll'invasione del palco scenico, con pioggie di patate, di torsi di cavoli, di bicchieri e d'altri più rovinosi proiettili. Ad una infelicissima esecuzione delloStabat Materdi Rossini il pubblico infranse tutti i vetri delle lampade, mandò in frantumi gli specchi che ornavano l'atrio, e spinse la violenza riottosa fino a strappare gli stipiti aderenti alla porta d'ingresso.

[7] Il famigerato poliziotto Bolza amava la musica. Egli fece educare al canto una sua figlia, la quale riuscì eccellente prima donna, e percorse lunga e trionfale carriera sotto il nome di Ponti Dall'Armi. Un'altra figlia del Bolza andò sposa al maestro Alberto Mazzucato, musicista profondo, eccellente critico, e agli ultimi della sua vita Direttore del R. Conservatorio di Milano.

[8] IBaccantivennero acquistati dalla Casa editrice Ricordi, e uscirono stampati nell'anno 1847. Il maestro, in segno di riconoscenza, dedicò lo spartito al baritono che si era fatto imprigionare per amor suo. I martiri…. hanno sempre un compenso.

[9] Una mezza dozzina di maestri impotenti, relegati nei Conservatorî a digerire la loro ambizione rientrata; un'altra mezza dozzina di critici pretenziosi e venali, oltrecchè ottusi ad ogni estetica che parli alla fantasia ed al cuore, si son fatti banditori in Italia di una maniera d'arte che è dell'arte vera la negazione. Una casa editrice di Milano, vagheggiando il patriotico disegno di sconfiggere il gran maestro contemporaneo, le cui opere fecero trionfalmente il giro del mondo, comperò e fece rappresentare in Italia le opere del Wagner, spendendo somme ingenti per farle applaudire e portar a cielo da un certo pubblico. Si inventarono le assurde parole:arte dell'avvenire,arte aristocratica, ecc., ecc. Si credette che l'assurdo, il mostruoso; l'incomprensibile potesse quandochessia surrogare il semplice e il bello. L'autore delTanäusherottenne a Bologna una apoteosi, e onoranze quasi identiche, se non maggiori, vennero rese nella istessa città ad un giovane maestro indisciplinato e scorretto, la cui prima operaI Gotiappena meritava l'indulgenza delle tre rappresentazioni pragmatiche. Giornalisti compiacenti o stipendiati profittarono delle replicate mistificazioni per confondere i criterî del pubblico. Ma il pubblico, questo sublime ignorante che ne sa più dei critici; questo ente impressionabile e fiero della propria indipendenza; questo arbitro dell'arte, che comprese Rossini, che si estasiò ai patetici canti del Catanese, che da trenta e più anni palpita e freme pel fascino della musica di Verdi, il pubblico d'Italia infine, non si lasciò imporre dalle ciurmerie. L'arte dell'avvenireè già ripudiata; se tratto tratto essa manda ancora qualche sprazzo di fatua luce nei teatri o nelle sale dei Conservatorî, sono sprazzi che somigliano agli ultimi boati di un cratere prossimo a spegnersi. È però doloroso che taluni giovani musicisti, allucinati dagli effimeri successi del Wagner, sbalorditi pel trionfo deiGoti, siensi lasciati buono o malgrado trascinare sulle barbare orme. Più doloroso, che questo perturbamento di criterî estetici abbia interrotto in Italia quella catena di capolavori pei quali pareva dovesse eternamente verdeggiare la fronda del nostro primato musicale.

[10] Il maestroconvalescenteera Alberto Mazzucato. Appena si seppe che il Mariani avrebbe aderito ad assumere alla Scala la direzione dell'opera l'Africana, parve destarsi un serio allarme fra i professori dell'orchestra. Si temette che il valente e famoso maestro venisse ad impadronirsi per sempre del seggio ambito da molti. Per scongiurare il pericolo, i più intriganti si fecero dattorno al Mazzucato e colle belle, colle buone, lo indussero ad abbandonare il letto ed a riprendere la sua bacchetta da direttore. La storia del teatro è una trama di bassi intrighi. E vi è chi chiama il teatro il tempio dell'arte.

[11] Vanitoso, come tutti i favoriti dalla natura e i corteggiati dal mondo, il Mariani più che alla sua fama di musicista, teneva a quella di grande patriota e di politico chiaroveggente. Narrava piacevolmente certe sue storielle non sempre verosimili, dov'egli figurava da eroe o da martire, secondo l'occasione. Si diceva amico intimo di Imperatori, di Re, di alti personaggi diplomatici; a questi aveva dato consigli di moderazione e di saggezza, ad un altro aveva suggerito dei piani di battaglia. Allorquando, nel 1859, si seppe che Napoleone III, alla testa di duecentomila francesi, scendeva in Italia per muover guerra agli austriaci, il Mariani andava ripetendo agli amici che di quell'avvenimento poco o punto si meravigliava, comecchè egli ne fosse già prevenuto segretamente da unalto personaggio.—E chi era l'alto personaggio?—Diamine! ci vuol tanto a indovinarlo? Egli stesso…. il mioamico Luigi.»—E qui, si faceva a narrare che trovandosi egli nella precedente primavera a Parigi, avea nel gran viale dei Champs-Elisées, incontrato una mattina un elegantissimotilburyguidato dall'Imperatore. Questi, al vedere il suovecchio amico di Rimini, aveva repentinamente trattenuti i cavalli, e accennatogli di accostarsi. Naturalmente, il Mariani obbedisce, si accosta alla carrozza, col cappello in mano.—Via! bando ai complimenti, copriti il capo! gli dice l'imperatore con accento cordialissimo—so che sei a Parigi da due giorni e non ebbi ancora l'onore di una tua visita—Sire… Maestà….—Via! perchè oggi non mi tratti da amico?… È vero, oggi io mi chiamo imperatore dei francesi, ma tu sei l'imperatore delle orchestre…. Alle corte!… Se l'imperatore dei francesi può esserti utile in qualche cosa, non hai che a profferire una parola.—Sire, risponde allora il Mariani con voce supplichevole, per me non chiedo nulla, ma voi potreste far molto per la mia povera Italia….—Per esempio? domanda l'imperatore.—Per esempio…. dar la mano al Piemonte, intimar guerra all'Austria, e liberarci dall'orrendo giogo che ci pesa sul capo.—Non chiedi altro? esclama l'imperatore.—Null'altro, Sire.—Ebbene, ti prometto che alla primavera del 1859 la tua Italia sarà liberata dall'Alpi all'Adriatico; ma bada, veh! silenzio per ora! su queste parole, il principe diè una sferzata ai cavalli—e il Mariani…. tornò in Italia di lì a pochi giorni per riprendere il suo seggio al Carlo Felice.—Questo aneddoto, tuttochè ripetuto spesso dal Mariani, con stranissime varianti, incontrava degli increduli, ma egli lo narrava con tanto garbo, che nessuno osava fargli delle obbiezioni, e taluni gli rendevano anzi vivissime grazie di avere colle sue franche parole esercitata sulla politica di Napoleone una influenza sì favorevole alle sorti italiane.

[12] Quella che da venti anni suol chiamarsi in Italiaartedell'avvenire, non è che un vano attentato contro il buon gusto e contro il senso comune. Ora, non è a credersi che simili attentati possano mai riuscire. Converrebbe che la fibra umana si mutasse, converrebbe che le tendenze più nobili dello spirito e le aspirazioni verso il bello si spegnessero affatto. Dal caos momentaneo, prodotto da un fenomenale straripamento di ciurmeria e di grulleria altolocata uscirà quando meno lo si attende, il Nume novello, che separerà le acque dall'humoe la luce dalle tenebre. I ranocchi torneranno al pantano, e gli uccelli riprenderanno nell'etere sereno i loro canti melodiosi.

[1] Dei giornalisti non è a far meraviglia; a certe epoche costoro si rimbalzano l'uno all'altro delle frasi, senza darsi la pena di riflettere un istante per vedere quanto vi sia in esse di vero o di assurdo. È piuttosto a stupire che i giovani maestri, e fra questi anche i più colti ed esperti dell'effetto teatrale, mostrino tanto abborrimento per la cabaletta; la quale non è, in ultima analisi, che un ritmo musicale molto atto ad esprimere le concitazioni ed i sussulti della passione. Si pretende da certi barbassori della critica che la cabaletta ripugni al gusto odierno del pubblico. Nulla di più falso. Nelle due opere più fortunate del Gomes,GuaranyeSalvator Rosa, i punti più culminanti del successo furono segnati dalle cabalette dei duetti a soprano e tenore. Alla prima rappresentazione dellaFosca, il pubblico della Scala cominciò a riscuotersi e ad applaudire con entusiasmo ai primi accenni della cabaletta:Cara città natia. Qualche cosa che arieggia la cabaletta è il canto.O dolce voluttà, del Marchetti; ed è là che gli spettatori paiono elettrizzarsi, e in ogni teatro dove si rappresenta ilRuy Blas, quel frammento lirico lo si vuol ripetuto. Dove fu dato ilPapà Martindel Cagnoni, la cabaletta a tenore e soprano ottenne sempre gli onori della replica, E quanti esempi potremmo accumulare! Non è egli vero che alla riproduzione di molte opere antiche e troppo spesso riprodotte in ogni città, avviene spesso che il pubblico dia una solenne smentita ai sistematici denigratori della cabaletta? Sovveniamoci deiPuritanie dell'Anna Bolena, ricomparsi alla Scala recentemente. Nell'antica e troppo obliata opera del Donizetti, il tenore Gayarre trovò il suo punto di successo nel brillante ritmo dell'aria:Ah! così nei dì ridenti, tanto da doverlo ripetere ogni sera fra le ovazioni più clamorose. Malgrado questi fatti, i giornalisti non cesseranno di ripetere la loro frase, e i maestri sapienti, per rispetto all'assurda diceria, si guarderanno bene dal solleticare l'orecchio delvolgo idiotacon un ritmo che indubbiamente suol colorire di tanta luce il melodramma. Così avverrà che molte opere non prive di pregi sprofonderanno peromnia sæculanella dissolvente ammirazione dei dotti.

[2] Qui si allude alle antiche carceri attigue al Palazzo di Polizia in contrada di Santa Margherita.

[3] Si vuole che una nordica principessa, la quale a Milano si rese celebre per la sua avvenenza, pel suo spirito, per le sue profusioni, per molte belle doti di mente e di cuore, nel copioso elenco de' suoi amanti fortunati inscrivesse anche il Pacini. Sarebbe vano indagare quanto vi sia stato di vero in tale diceria; pure da essa ebbe origine quella specie di animosità che il pubblico milanese dimostrò al Pacini in più occasioni, fischiando con irriverenza spietata parecchie sue opere ben riuscite altrove e non vuote di pregi. Non è raro il caso che un pettegolezzo da salotto od una indiscrezione da alcova influiscano sovra un successo teatrale. Giovò a taluni artisti, ad altri nocque la fama di stalloni valenti; labestia pubblicoha degli strani, inesplicabili capricci.

[4] LaSaffonon ottenne mai a Parigi un successo completo. La egregia Sannazzaro volle farsene interprete al teatro degli Italiani verso l'anno 1853, ma anche quest'ultima prova noa valse a rendere accetto lo spartito al pubblico francese. Vuolsi avvertire che la bella e appassionata interprete del capolavoro di Pacini accusava fino d'allora un sensibile deperimento de' suoi mezzi vocali. Le prime opere del Pacini ebbero all'estero miglior fortuna.Gli Arabi nelle GallieeGli ultimi giorni di Pompeiottennero al loro apparire una voga mondiale. Pure,Gli Arabi nelle Gallie, riprodotti a Parigi verso l'anno 1868 per ordine di Napoleone III, parvero una cosa sbiadita, e la famosa ariaDi quelle trombe al suono, che al giovane Bonaparte esulante era apparsa anni addietro piena di fuoco marziale, alla vigilia di Sédan produsse l'effetto di una nenia funebre.

[5] Salvatore Cammarano fu, dopo il Romani, il più abile poeta librettista dell'epoca che trascorse dal Rossini al Verdi. Era napolitano; la sua fervida fantasia, l'ottimo cuore esuberante di affetti, la varia coltura, l'innato buon gusto, erano doti più che sufficienti per fare di lui uno splendido poeta lirico, da mettersi a paro coi più illustri d'Italia.Dovettedarsi allibrettoper musica, tanto da campare la vita; ciò che vuol dire abdicazione completa della propria individualità, sacrifizio, suicidio. Ne' suoi melodrammi rifulgono a tratti i raggi della sua bella intelligenza. Fu superiore al Romani nella potenza creatrice, e lo vinse altresì nella varietà degli intrecci drammatici e nella concitazione degli effetti scenici; qualche volta gli si accostò nella fluidezza del verso e nella espressiva chiarezza dello stile. LaSaffo, laLucia, laMaria di Rohan, laLuisa Miller, laVestale, gliOrazi e Curiazî, laBattaglia di Legnano, vanno annoverate fra i suoi migliori libretti. Soggiacque anch'egli alla sorte comune a tutti i poeti del melodramma; si bisticciò coi maestri, vide i suoi versi deturpati e sconciati da mani sacrileghe. Visse povero, melanconico, infelice; non raccogliendo dal suo ingegno subordinato e manomesso, che la critica acerba degli invidiosi e le ingiuste recriminazioni dei musicisti fischiati. (Veggasi ilLibro azzurro, di prossima pubblicazione).

[6] Nella solenne commemorazione funebre celebratasi a Lucca in onore del defunto maestro, si eseguirono i seguenti pezzi:

1.° Gran marcia a banda ed orchestra, sopra motivi tratti dallecomposizioni di Pacini.

2.° Messa daRequiema quattro voci e grande orchestra scritta dall'illustre defunto.

3.° Altra marcia a banda ed orchestra.

4.° Elogio funebre letto dall'illustre signor Vincenzo Sartini, professore di filosofia al R. Liceo di Lucca.

5.° Assoluzione a quattro voci ed orchestra, composta dallo stesso Pacini.

Il servizio musicale era affidato alla Cappella del Municipio e diretta dal maestro Fortunato Maggi. Varî altri professori e dilettanti del paese e delle vicine città di Pisa e di Pescia si prestarono gratuitamente alla solenne cerimonia musicale.

[1] In teatro ho veduto degli orrori. Qualche volta il pubblico, anche quello dei teatri meglio frequentati, diventa canaglia. Tengo nota di molti scandali avvenuti sotto i miei occhi a Milano ed altrove. Mi limiterò a citarne uno solo, che dopo quello delle fischiate e delle invettive toccate a quell'insigne letterato italiano che portava il nome di Ugo Foscolo, vuol essere annoverato fra i più mostruosi. Era promessa al vecchio teatro Re la rappresentazione di un nuovo dramma intitolato:L'indomani dell'ebbro, e n'era autore quel bravo e modesto Giacometti, il quale, per molti anni, sotto i rigori della dominazione austriaca, non aveva mai cessato di tener fermo a scrivere pel teatro. Il dramma doveva avere sette atti, o sette quadri, che si voglia. La gente era accorsa numerosa. Si alza il sipario—la scena rappresenta una bettola, qualche cosa di somigliante ad unassommoir, dove operai e popolani d'ogni risma stanno bivaccando. Il protagonista non tarda a comparire. Si comprende. È un marito della classe lavoratrice, forse un buon marito, un buon padre famiglia, che viene a spendere nell'orgia dei bevitori il salario della settimana. Lo spettacolo della bettola non è molto attraente. Gli attori, mezzo ebbri, si presentano scamiciati e parlano un linguaggio che si accosta molto a quello usato dallo Zola nel suo celebre romanzo cui la Francia ha fatto l'onore di oltre settanta edizioni. Non si tratta che di un prologo; all'autore necessita di far ubbriacare il suo protagonista; il vero dramma dovrà svolgerai nell'atto seguente, dove comincieranno a rivelarsi le inevitabili conseguenze del vizio. Ma quel milliajo di spettatori azzimati e guantati, che vorrebbero darsi l'aria di pubblico intelligente, alle prime scene del prologo si danno a bisbigliare e a battere i piedi; ed ecco, in meno che io nol dica, sollevarsi il rumorìo con un crescendo sì assordante, che gli attori debbono ritirarsi, e il sipario vien calato a precipizio come si trattasse di coprire un abbominio. La rappresentazione dell'ignoto dramma non venne ripresa nè quella sera, nè più mai. Il pubblico gustò per un istante quella che suol essere la sua maggiore felicità, infliggendo un oltraggio ed un dolore ad un uomo d'ingegno; unica rappresaglia, unica soddisfazione che il teatro consenta alla canaglia degli idioti. Povero Giacometti! E forse, il suo concetto sociale precedeva di trent'anni quello dello Zola, e il suoAssommoirera per avventura colorito di un verismo del pari efficace e indubbiamente menovacchesco. Mi si perdoni la triviale espressione; l'ho imparata in quel volume, altrettanto famoso che ributtante.

[2] Il teatro drammatico italiano deve molto ad Alamanno Morelli. Non pago di insegnare coll'esempio, questo egregio attore, che in molte parti rivaleggiò coi più illustri tanto nel dramma serio come nella commedia goldoniana, si adoperò mai sempre alla creazione di una compagnia-modello, riunendo i migliori artisti dispersi nelle innumerevoli compagnie italiane. I suoi sforzi furono coronati, ed egli potè ottenere ciò che al Modena fu ostinatamente conteso dalla persecuzione governativa e dall'odio dei partiti politici.

[1] Il professore che diede il voto sfavorevole pel quale il Verdi fu respinto dal Conservatorio, era quel bravo Angeleri, che pel corso di parecchi anni insegnò agli alunni dell'Istituto musicale di Milano l'arte di suonar il pianoforte. Il Verdi, sempre equo e modesto ne' suoi apprezzamenti, ricorda questo fatto senza rancore, e parlandone meco, parve intendesse a giustificare in certa guisa lo strano verdetto. L'Angeleri aveva un suo metodo speciale di educare gli allievi, metodo eccellentissimo, a giudicarne dai risultati. Egli amava dunque di dar lezione a quei soli che non avessero ancora attinto alla scuola di altri maestri. Il Verdi, presentandosi a lui per dargli un saggio della sua abilità sul pianoforte, appariva per avventura troppo viziato dagli insegnamenti avuti a Busseto, perchè l'altro volesse darsi la briga di ricominciare ad istruirlo. Era questione di meccanismo; e forse il brav'uomo, vedendo il giovinetto leggere di primo tratto la musica ed eseguirla sul pianoforte a dispetto delle regole, disperava ottenere da lui quella subordinazione e quella pazienza che si volevano per mutar metodo. Così stando le cose, viene alquanto a temperarsi la meraviglia che oggi si desta al pensare che il futuro autore delNabucco, dellaTraviata, delDon Carlose d'altri venti spartiti improntati delle orme del genio, si vide chiusa in faccia la porta del Conservatorio. E facciam voti che l'egual caso avvenga, oggi specialmente, a tutti i giovani predestinati da Dio alle grandi creazioni dell'arte.

[2] Vi è molto di erroneo nelle dicerie che corrono relative all'appoggio che il Verdi ebbe da un ingegnere anni sono notissimo a Milano, quando si trattò di far rappresentare per la prima volta ilNabuccoalla Scala. Anche in quella occasione, i maggiori sacrifizii vennero compiuti dal Barezzi. All'anzidetto ingegnere (brav'uomo, del resto) il Verdi si mostrò nullameno devotissimo, dedicando a lui il suo splendido spartito.

[3] Veggasi ilLibro azzurro.

[4] Il Fetis, inebetito dalla costante sua mania di denigrare il celebre maestro italiano, che schiacciava le sue critiche assurde e biliose cogli incessanti trionfi dello sue opere, fece del Verdi, nelDizionario biografico dei musicisti, un ritratto compassionevole, inventando col suo maltalento una fisonomia che è la negazione più sguaiata del vero. «Il est evident (scrive il Fétis) que jamais phisionomie de compositeur ne fut moins révélatrice de talent. Cet exterieur glacé; cette impassibilité de traits et de l'attitude, ces levres minces, cet ensemble d'acier, peuvent bien indiquer l'intelligence; un diplomate pourrait bien être caché là-dessous; mais personne n'y pourrait découvrir les mouvements passionés de l'âme, qui seuls président à la création des belles oeuvres du plus emouvant des arts.» Abbiamo trascritto questo breve tratto, per mostrare quanto il (partito preso) e la fatua ostilità poterono allucinare un biografo che ottenne, mentre visse, fama di egregio scrittore di cose musicali. La profondità e la intensità dello sguardo, le linee della fronte altera e pensosa, i subitanei moti delle sopracciglia, delle nari e del labbro, ad ognuno che getti una occhiata anche fuggitiva sulle sembianze del Verdi rivelano tutta la potenza del suo grande intelletto, e quella energia di sentimenti che fanno di lui lo Shakespeare dell'opera musicale.

[5] La mia prima visita a Sant'Agata data dal 1867. Io era andato dal Verdi per eseguire dei rappezzi al librettoLa forza del destino, che l'illustre maestro pose in scena l'anno dopo al teatro della Scala. Più tardi tornai replicatamente alla Villa mentre era in gestazione l'Aida.

[6] In quel laghetto poco mancò che il Verdi e la sua ottima signora perdessero la vita di là a pochi mesi. Mentr'essi, in sul far della sera, scorrevano a diporto sulle acque, il battello, urtato da un tronco d'albero sporgente dalla riva, si capovolse, e i due navigatori caddero e si sommersero. Il pericolo fu grave; se immediatamente non fossero accorse sul luogo alcune persone che per caso si trovavano a poca distanza, qual sciagura irreparabile!

[7] La signora Giuseppina Strepponi fu egregia cantante, ed emerse fra le più celebri prime donne che calcarono le scene della Scala dal 1839 in appresso. Era unaLuciainsuperabile e una adorabile Elvira neiPuritani; riusciva ugualmente nelle parti di sentimento come nelle parti comiche, e noi ricordiamo con qual brio ella cantasse a lato del Ronconi, insuperabile Dulcamara, la briosa parte di Adina nell'Elisir d'amore. La Strepponi fu la prima interprete della parte di Abigaille nelNabucco, e il Verdi la conobbe a quell'epoca, vale a dire nell'anno 1842, quando per la prima volta fu dato alla Scala il biblico spartito che gli aperse il cammino della gloria. Alle doti esimie della cantante, quella che oggi è la moglie del grande maestro, accoppia una coltura di spirito, quale difficilmente si riscontra nelle donne di condizione più elevata. Ella parla e scrive perfettamente tutte le lingue d'Europa, e versata in ogni ramo di letteratura e di scienza, giudica d'ogni cosa con rettissimo criterio ed ottimo gusto.

[8] CollaAidae collaMessa di requiem, il Verdi ha chiuso splendidamente la sua carriera di musicista. È indubitabile che un nuovo spartito di lui equivarrebbe ad un nuovo trionfo dell'arte musicale italiana; ma quando si pensa al grande consumo di vitalità che si richiede ad un uomo di genio per ogni creazione, ci vien meno il coraggio di unire la nostra alle incessanti insistenze di chi vorrebbe spingere il Verdi a nuove fatiche. All'autore dell'Aidanulla più rimane da conquistare. Egli ha raggiunto quanto un artista può desiderare sulla terra; gloria, ricchezza, affetti leali e devozioni sincere. Un solo augurio noi dunque dobbiamo indirizzargli dal cuore: sano e lungo riposo sugli allori mietuti.

Prefazione Pag. 5

Angelo Mariani, Pag. 9

Giovanni Pacini, » 49

Gustavo Modena, » 77

Giuseppe Rota, » 125

La Casa di Verdi a Sant'Agata, » 151

Angelo Mariani, Pag. 169

Giovanni Pacini, » 186

Gustavo Modena, » 191

La Casa di Verdi a Sant'Agata, » 194


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