CAPITOLO VI.Le innovazioni scolastiche di Giuliano l’Apostata.(361-363)

CAPITOLO VI.Le innovazioni scolastiche di Giuliano l’Apostata.(361-363)

I. Giuliano e gli atti più notevoli della sua legislazione scolastica. Reintegrazione dell’antica larghezza diimmunità; sua bibliofilia. La legge del 362 su l’insegnamento pubblico e privato. — II. L’editto circa l’insegnamento classico. Un secondo editto? — III. Giudizio sulla legge del 362. Gli antichi e l’editto; l’approvazione dei cristiani intransigenti; la disapprovazione dei cristiani moderati, dei pagani e degli indifferenti. — IV. Giudizio dei moderni. — V. Il merito e la portata de l’editto. — VI. L’applicazione e gli effetti. — VII. Disegni di nuove scuole e di riforme a vantaggio dell’istruzione classica e musicale. Giuliano e il favore accordato ai retori e ai filosofi. Il valore dell’opera dei Constantiniani nei rispetti della istruzione pubblica.

I. Giuliano e gli atti più notevoli della sua legislazione scolastica. Reintegrazione dell’antica larghezza diimmunità; sua bibliofilia. La legge del 362 su l’insegnamento pubblico e privato. — II. L’editto circa l’insegnamento classico. Un secondo editto? — III. Giudizio sulla legge del 362. Gli antichi e l’editto; l’approvazione dei cristiani intransigenti; la disapprovazione dei cristiani moderati, dei pagani e degli indifferenti. — IV. Giudizio dei moderni. — V. Il merito e la portata de l’editto. — VI. L’applicazione e gli effetti. — VII. Disegni di nuove scuole e di riforme a vantaggio dell’istruzione classica e musicale. Giuliano e il favore accordato ai retori e ai filosofi. Il valore dell’opera dei Constantiniani nei rispetti della istruzione pubblica.

L’ultimo dei discendenti della casa di Costantino, Giuliano l’Apostata, è uno dei pochi imperatori di questa estrema età, che siano riusciti a divenir popolari; certo è il solo, di cui oggi — anche all’infuori della breve cerchia degli studiosi — si conoscano i tratti più caratteristici della politica scolastica.

L’opera scolastica di Giuliano appartiene al secondo anno del suo impero. Di questo tempo ci è anzi tutto pervenuta una legge, in cui Giuliano conferma ai medici il privilegio, concesso dai predecessori, di non essere tenuti all’obbligo di gerire i pubblici uffici e di subirne gli oneri conseguenti.[580]Ma, se è soltanto probabile che, con tale legge, egli volesse eliminare una restrizione imposta dai figli di Costantino il grande,[581]è certo che egli mirò con essa a favorire, non solo l’arte della medicina, ma anche l’insegnamento di questa, che aveva già assunto una notevolissima importanza, e di cui grande è la stima che Giuliano dimostra di fare.[582]

Forse, in quello stesso anno, Giuliano fondava in Costantinopoli, nelPortico regio, una nuova biblioteca, nella quale trasferiva tutti i libri di sua privata proprietà, ma che non pare egli abbia aperta al pubblico.[583]

L’amore di Giuliano pei libri, pur fra le logoranti cure del suo governo, fu indicibile. Secondo la sua stessa espressione, il suo amico migliore era lo schiavo bibliotecario,[584]e noi abbiamo delle informazioni sui mezzi, forse eccessivi, cui talora egli dette di piglio, per impedire che talune collezioni di opere andassero sperdute, e affinchè venissero invece raccolte nelle pubbliche biblioteche dell’impero.[585]

Ma fin qui nulla di rivoluzionario e di caratteristico. Noi siamo sull’antica via, battuta dai predecessori. Gli atti caratteristici del suo governo, e che tanto incendio di odii e di entusiasmi destarono tra i contemporanei, e, più di censure che di lodi, tra i posteri, riguardano un’altra cosa; riguardano l’insegnamento pubblico e privato. La prima disposizione in proposito è contenuta in una legge, anch’essa del 362. Questa stabiliva, per chiunque avesse voluto professare l’insegnamento, la necessità dell’autorizzazione, sia da parte delle autorità municipali, sia da parte del potere centrale; autorizzazione, per rilasciare la quale si sarebbero dovute pigliare in considerazione così le qualità morali, come i meriti scientifici e didattici del richiedente. La legge diceva con precisione: «È necessario che i maestri eccellano prima per costumi, poi per eloquenza. Ma giacchè Io non posso trovarmi a giudicare nelle singole città, ordino che chiunque voglia insegnare non vada d’un tratto, e audacemente, a quell’ufficio, ma ottenga l’approvazione dell’ordine dei curiali e ne sia autorizzato da un loro decreto, dietro parere d’una Commissione di competenti. Il decreto sia quindi passato a Me, per un ulteriore esame, affinchè l’interessato acceda all’insegnamento, rivestito — dopo il Nostro giudizio — di un più alto onore.»[586]

La prima questione, che tale legge solleva è relativa alla qualità delle persone, cui essa si indirizzava. Siindirizzava ai docenti d’ogni grado, o, soltanto, a quelli dei gradi superiori dell’insegnamento?

Il quesito a me sembra venga sciolto dal primo periodo della legge stessa, per cui i docenti avrebbero dovuto eccellere, oltre che per costumi, «per eloquenza». È noto come tale requisito non poteva ricercarsi negli insegnanti primarii, ilitteratores.La legge dunque non poteva riferirsi ad essi, ma ai grammatici, ai retori, ai filosofi; e tale ipotesi viene confermata dalla idea, che ormai possiamo esserci formata, della varia cura, che lo Stato nutrì verso i tre gradi dell’istruzione impartita ai fanciulli ed ai giovani.

D’altra parte, si riferiva la legge a tutti i docenti pubblici e privati, o a quelli soltanto? La più comune è — inesplicabilmente — la prima delle due ipotesi.[587]Se non che essa riesce, a mio parere, insostenibile. Che i docenti pubblici, i docenti cioè nelle cattedre comunali venissero nominati dietro giudizio e decreto dei curiali era norma antica, consueta e costante. Ma, nella legge di Giuliano, la novità, che si impone, è appunto tale decreto, giacchè la ratifica del principe — per chi legga senza preconcetti — rimane come un’aggiunta trascurabile, sulla quale non si mostra neanche l’intenzione di calcare. Basterebbe questo solo per convincere che la legge doveva riguardare anzi ogni altro i docenti privati. Ma non è tutto: se si volesse vedere,come s’è veduta, un’intenzione malevola nella tinta anodina dell’ultima clausola; se si volesse supporre la legge creata apposta per quell’epilogo, che avrebbe nascosto nelle pieghe un tranello — l’espulsione dei Cristiani dall’insegnamento — e se si connettesse perciò alla legge come anche è stato fatto —[588]un editto dello stesso imperatore, che esamineremo più innanzi, il quale illustra l’incompatibilità della fede cristiana con l’ufficio d’insegnante nelle scuole a tipo classico, la nostra opinione sui riferimenti della legge ne verrebbe assolutamente confermata, in quanto l’editto parla di docenti in genere, non di pubblici docenti soltanto, e stabilisce una contraddizione, non già tra la qualità di Cristiani e i doveri verso lo Stato pagano, ma fra la fede Cristiana e una certa forma d’insegnamento.

Per ultimo, noi sappiamo che la legge di Giuliano venne indubbiamente abrogata da un’altra di due anni dopo, a firma degli imperatori Valentiniano e Valente. Or bene, la dizione di quest’ultima è tale da escludere ogni volontà di riferirla alle sole scuole municipali: «A coloro, i quali, vuoi per dignità di vita come per eloquenza, sono pari all’ufficio di istruire i giovani, si dà facoltà di aprire una nuova scuola, o di riaprire l’antica, che eventualmente avessero dovuto chiudere»[589].

Si trattava dunque di scuole tenute da privati e daComuni, e, quindi, di una misura, che non aveva precedenti. Fino a quel tempo, l’insegnamento era stato libero, e solo la legge della concorrenza aveva regolato la buona o la cattiva sorte delle numerose scuole dell’impero. Certo, violazioni di questa libertà c’erano state, anzi — l’abbiamo visto — non così di rado come taluni storici hanno amato supporle; ma erano rimaste misure straordinarie di repressione, non mai forme legali di prevenzione, con cui si fossero applicate agli insegnanti privati le specie di autorizzazione, allora in uso per le cattedre mantenute a spese pubbliche, e per cui si fosse riservata ai consigli comunali ed al principe la facoltà di dispensarle. Ora siamo appunto a questo;[590]l’insegnamento privato è colpito, e l’unica sua forma, che poteva rimanere, e che certo rimase, immune da tale controllo, sia per la difficoltà della verifica, sia perchè ad essa non sembra abbia mirato una legge del tenore, che abbiamo riferito, era ormai solo quella dell’insegnamento privato domestico.

Lacostituzionedi Giuliano non dovette dunque mancar di produrre la generale impressione di una novità rivoluzionaria. Ma, oltre ad essa, ce n’è pervenuta una seconda, che suole impropriamente chiamarsi, e chiameremo anche noi,editto, che i successori esclusero dai codici ufficiali e che ci è quindi unicamente serbata nella raccolta delle lettere di lui,[591]con cui si vietaai Cristiani, e pel presente e per l’avvenire, l’insegnamento nelle scuole di retorica e di grammatica. È desso un documento polemico di tale importanza, che mette ben conto riferirlo per intero: «Noi pensiamo che una sana istruzione ed educazione non consistano nell’accurata euritmia dalle parole o dell’eloquio, ma nella disposizione di una mente sana e che abbia un verace concetto del bene e del male, dell’onesto e del disonesto. Per la qual cosa chi ha un’opinione e ne insegna un’altra diversa è tanto lontano dall’impartire ciò che si dice una educazione, quanto dall’essere una persona dabbene. Se il disaccordo tra il pensiero e la parola si limita a cose di piccola importanza, egli arrecherà del male, sebbene in misura tollerabile. Ma, se, in questione di grandissima importanza, egli pensasse in un modo e insegnasse il contrario di quello che pensa, il suo sarebbe certamente un agire da mercanti, non dico onesti, ma pessimi. Infatti, al pari di costoro, tali maestri insegnerebbero specialmente ciò che specialmente giudicassero falso, ingannando e adescando coloro, ai quali vogliono — o io m’inganno — vendere le loro cattive merci, che coprono di elogi.[592]

«Occorre perciò che tutti coloro, i quali aspirano all’insegnamento siano di retti costumi, e non nutranoopinioni in contrasto con quelle professate in pubblico. Ma io penso ciò imprescindibile per quelli che insegnano ai giovani, illustrando le opere degli antichi, in qualità di grammatici, di retori e, più ancora, di sofisti, i quali ultimi tengono, al confronto degli altri, ad essere, non solo maestri di eloquenza, ma eziandio di morale, e sostengono che spetti ad essi la filosofia del vivere civile. Se questo sia vero o meno, io ora non discuto; ma, pur lodandoli per le loro aspirazioni a così nobili dottrine, li loderei di più se non mentissero, e se non si condannassero da sè, insegnando cose diverse da quelle che realmente pensano.

«Ma come? Omero, Esiodo, Demostene, Erodoto, Tucidide, Isocrate e Lisia stimano che gli Dei debbano ispirare e guidare tutta la educazione; di essi, taluni si credevano sacerdoti di Mercurio, altri delle Muse, e non sarà dunque assurdo che coloro, i quali ne illustrano le opere, vituperino gli Dei da quelli onorati?

«Tuttavia, non perchè giudico assurdo tutto questo, io dico necessario ch’essi mentiscano dinanzi ai giovani, ma io li lascio liberi di non insegnare ciò che non reputano conveniente, e richiedo che, se vogliono insegnare, insegnino prima con l’esempio e convincano i discepoli che nè Omero, nè Esiodo, nè alcuno di quegli autori, ch’essi illustrano, e dei quali hanno condannato l’empietà, la stoltezza e le aberrazioni religiose, sono realmente empii o stolti. Altrimenti, poichè essi sono, come maestri, alimentati dai salarii, che ricavano in grazia degli scritti di quelli, confesserebbero di essere sordidamente ingordi e capacidi subordinare tutto a poche dramme di guadagno.

«Fino ad oggi molte cause impedivano di frequentare i tempii, e il terrore, che incombeva d’ogni parte, li scusava di nascondere le loro vere opinioni in fatto di religione. Ma poichè gli Dei ci concessero la libertà, mi sembra assurdo che s’insegnino dottrine giudicate erronee. Se i maestri pensano che furono sapienti gli autori, che essi ora illustrano e di cui quasi seggono interpreti, li imitino anzi tutto nella pietà verso gli Dei. Ma se invece pensano che quelli abbiano errato circa le Divinità, che dovrebbero essere più sacre, vadano nelle chiese dei Galilei e interpretino Matteo e Luca, i quali impongono — e Voi, maestri cristiani, ne ripetete il precetto — che si debba astenersi dalle cerimonie sacre pagane. Quanto a me, io vorrei che le Vostre orecchie e la Vostra lingua — userò di una delle Vostre espressioni —si rigenerasseroin quelle dottrine, alle quali io mi auguro sempre di rimanere fedele, come lo auguro a chiunque pensa e opera cose a me gradite.

«Questa legge riguarda gli educatori e i maestri; chiunque invece dei giovani vuol frequentare le scuole non ne è escluso. Infatti non è ragionevole chiudere la via migliore ai fanciulli, ancora ignari dell’indirizzo da scegliere, o condurli, per timore, nolenti, alle patrie consuetudini. Forse sarebbe logico curarli, anche contro lor voglia, come si curano i deliranti; ma noi tollereremo in tutti questa malattia, giacchè io penso che sia d’uopo istruire, non mai punire, coloro che riteniamo in errore.»

Tale il famoso editto di Giuliano sulle scuole pubblichee private dell’impero, editto repressivo e preventivo ad un tempo, in quanto esso riguardò i maestri in funzione ed i maestri futuri. Vi seguì qualcosa di più grave?

Tutti gli scrittori cristiani delle cose di questo tempo affermano, con quasi invariata stereotipia, che Giuliano vietò anche ai Cristiani di apprendere le lettere greche e latine e di frequentare le scuole pagane.[593]Se non che, nonostante l’ampiezza della testimonianza non si può con tranquilla coscienza pensare ad una seconda legge, od editto, di quest’imperatore, che avessero il contenuto che vi si attribuisce.

Quel contenuto anzitutto sta in categorica contraddizione con la parola e con lo spirito delle disposizioni precedenti. Il primo editto invero concludeva: «Questa legge riguarda gli educatori e i maestri; chiunque invece dei giovani vuol frequentare le scuole non ne è escluso. Infatti non è ragionevole chiudere la via migliore a fanciulli, ancora ignari dell’indirizzo da scegliere, o condurli, per timore, nolenti, alle patrie consuetudini. Forse sarebbe giusto curarli, anche contro lor voglia, come si curano i deliranti; ma noi tollereremo in tutti questa malattia, giacchè io penso che sia d’uopo istruire, non punire, coloro che riteniamo in errore.»

Ma non basta: un divieto del genere supposto dagli oratori e dagli storici ecclesiastici è per sè stesso inammissibile.

Giuliano bramava che la cultura classica raggiungessetutta la sua piena efficacia; era questo uno dei suoi pensieri dominanti; per questo egli la voleva impartita da credenti pagani; ma egli, per ciò stesso, non poteva volerne esclusi i giovani cristiani, anzi aveva motivo di volere ch’essi accorressero numerosi a riceverla.

Infine, il silenzio di tutte le fonti di ogni altro genere (che non siano le cristiane) sul divieto, imputato all’imperatore, dell’istruzione classica ai giovani cristiani, mentre sappiamo che esse sono assai ben informate intorno all’attività politica di lui, deve gravemente impensierire. E significativa sopratutto è la mancanza, nelle stesse fonti cristiane, di un diretto accenno a due leggi, o a due editti distinti, di cui il secondo contenga le disposizioni incriminate, che pur si desidererebbe conoscere. Le fonti cristiane accusano in genere l’imperatore del tenore dell’opera sua, ma passano assolutamente sotto silenzio il testo, anzi la sola specificazione, di un secondo editto, che le loro accuse lascerebbero supporre[594]. È chiaro dunque come debba trattarsi di un equivoco e di una infedele relazione del contenuto dell’unico divieto esistente. E di tale fatto noi siamo in grado di rintracciare la genesi. Giuliano aveva vietato ai maestri cristiani l’insegnamento; e gli oratori sacri del tempo tuonarono che i cristiani venivano perciò esclusi dal diritto comune di apprendere le lettere e l’eloquenza greca e latina. Tutti gli altri ripeterono quella imaginosa informazione, e la calunnia amara traversò i secoli, divenendo l’arme peggiore ai danni della reputazione dell’imperatore filosofo.

Le più notevoli disposizioni di Giuliano circa l’insegnamento si possono quindi limitare a due: il controllo dell’autorità municipale e imperiale sui titoli di coloro, che aspiravano ad insegnare, e il divieto relativo ai Cristiani. Ma la vivacità delle polemiche, che intorno vi si sono agitate, impone ora anche a noi di riandarle ampiamente e di esprimere in proposito un qualunque giudizio.

La prima legge di Giuliano non ha nulla di men che ragionevole. La quasi sconfinata libertà d’insegnamento, lasciata fin allora dal governo romano ai singoli docenti, se era un bene, in quanto — teoricamente almeno — non insidiava, nè meccanizzava, il contenuto o i metodi dei singoli docenti, poteva tradursi in un danno pubblico tutte le volte che l’insegnamento veniva accaparrato da maestri ignoranti od inetti. Ed invero, il fatto della concorrenza, che in parte valeva ad impedire ciò, si combatteva, non soltanto nel campo del merito, ma anche in quello dell’economia, e il maestro di minor merito, ma più a buon mercato, poteva conseguire maggior fortuna e maggior numero di scolari di altri, più degni e più meritevoli. Riusciva quindi, nell’interesse pubblico, necessaria una disamina preventiva della capacità dei docenti, e, siccome dubitare della imparzialità dei Consigli municipali non era certamente cosa temeraria (ne aveva dubitato anche l’insospettabile Costantino con una sua citata legge del 321), l’imperatore poteva ben a ragione volervi aggiunto il controllo del governo centrale. L’una e l’altradi queste due ingerenze corrispondono perfettamente a quanto oggi si pratica nella maggior parte delle nazioni civili.

Rimane l’editto, che — si è detto — veniva a limitare la libertà d’insegnamento.

Le censure della grande maggioranza dei cristiani di quel tempo sono in verità assai poco persuasive; tradiscono anzi la propria debolezza, rivolgendosi, come esse fanno, non contro l’editto, ma contro una sua equivoca interpretazione, secondo cui Giuliano avrebbe vietato, non già ai maestri Cristiani, l’insegnamento, ma ai giovani di quella fede, l’apprendimento delle lettere e dell’eloquenza greca e latina. Certo, in tal caso, il provvedimento di Giuliano sarebbe stato gravemente deplorevole; per fortuna, si trattò di ben altra cosa, e questa soltanto sarebbe bisognato discutere, e, se fosse stato d’uopo, censurare.

Non è però da credere che i più che rari scrittori cristiani, i quali con maggior verità accennano al provvedimento, che fu realmente adottato da Giuliano, lo definiscano in modo benevolo. Tutt’altro! Essi, come era costume di quel tempo, agitato da grandi passioni politiche e religiose, corsero all’eccesso opposto, e S. Giovanni Crisostomo, che non fu l’ultimo tra quei Cristiani, rendendo il pensiero, che doveva essere della maggioranza, definisce senz’altro l’editto «una mala azione»[595].

Ma non tutti i credenti nella nuova religione accolsero con egual sentimento i divieti imperiali. Una piccola parte tra essi ne fu soddisfatta. Questi — eranoi più intransigenti — approvarono, esultanti. Finalmente veniva rotto ogni pericoloso contatto con la coltura classica, diffonditrice dell’aborrito politeismo! Finalmente il Cristianesimo si sarebbe servito di mezzi e di forme proprie, nè più si sarebbe contaminato con il pensiero e con il sentimento pagano![596]

Ma, se così esplicito fu il giudizio dei cristiani, transigenti ed intransigenti, non altrettanto possiamo dire dei pagani. Esultarono essi dell’editto? Non v’ha, nelle nostre fonti, nessun elemento, nessuna traccia che ci autorizzi ad affermarlo. Ma questo silenzio è di quelli, che recano in se stessi un grave significato. È infatti impossibile immaginare che, in tanto fervore di polemiche, i Cristiani avessero obliato quella, che certamente, se ci fosse stata, avrebbero definito con le frasi più atroci: la demoniaca esultanza degli avversarii trionfatori; è inconcepibile che questi, se tale esultanza avessero provata, non fossero anch’essi entrati in polemica.

Ma della noncuranza, anzi forse del biasimo dei pagani, noi abbiamo una diretta riprova nel giudizio aspro, che Ammiano Marcellino dà dell’editto, ch’egli definisce «misura degna d’essere sepolta sotto un perenne silenzio».

Come assai giustamente è stato notato, Ammiano Marcellino fu un onesto ed imparziale narratore, ma uno spirito mediocre, il quale non prese interesse, non che alle questioni religiose, ad alcuna delle grandi questioni ideali del tempo, di che la suaStoriaci fa fedepiena. Egli, specie dopo l’insuccesso, non poteva quindi non deplorare che un principe, tanto prode come Giuliano, si fosse impelagato nei flutti insidiosi delle dispute teologiche[597]. Se non che, tale stato di animo, tale indifferenza, tale mediocrità di pensiero e di sentimento dovevano essere comuni alla grande maggioranza dei pagani del tempo, come sono, del resto, in ogni tempo, comuni alla grande maggioranza degli uomini. Da siffatta constatazione ebbe anzi a provare le maggiori amarezze l’imperatore filosofo, nella sua vanamente tentata riforma spirituale. Il suo editto aveva parlato di cristiani; ma quanti maestri pagani non tradivano ugualmente, dalla cattedra, la loro missione rigeneratrice, quale la concepiva Giuliano! E che veniva, per essi, ormai blaterando costui, in un editto, odiosa preparazione, e conseguenza insieme, di tante altre sue fastidiose riforme e velleità? Cotale irritazione sorda, cui l’insuccesso diede la baldanza e l’insolenza della viltà, è consegnata nella frase di Ammiano Marcellino, e risponde all’atteggiamento spirituale della grande maggioranza dei pagani.

Solo qualche spirito eletto intese il pensiero imperiale: qualcuno di quei nobili sognatori, che insieme con lui si affaticavano invano a fermare l’ora del tempo, che mai non s’arresta; qualcuno dei migliori tra i filosofi o i retori, in corrispondenza con lui, forse Massimo, forse Prisco, l’amico, più che il protetto di Giuliano, che alla fine di lui e del suo sogno di risurrezione del paganesimo, nascose l’infinita amarezza dell’anima, e seppellì, come si esprime un suo biografo,la lunga vecchiezza negli antichi templi della Grecia;[598]forse Libanio, che con grande finezza spiegava come l’imperatore «ritenesse indissolubili l’eloquenza e il culto degli Dei.»[599]Ma che valor politico poteva avere, che efficace conforto poteva arrecare la tacita o aperta approvazione di qualche isolato?

Gli storici moderni non sono potuti essere, nè sono stati, più imparziali o più benevoli degli antichi. Per inevitabile caso, la maggior parte di coloro, che hanno studiato l’opera del grande Apostata, sono stati dei cristiani; taluni, dei ferventi cristiani. Questa condizione vietava loro di essere imparziali, e li sospingeva a precipitare là, dove conduce la più triste delle cecità, la cecità di parte religiosa. Ma sarebbe ciò stato possibile anche nel caso, non dirò di un opposto indirizzo, ma di una maggiore remissività di tendenze? È pur troppo da disperarne! La Chiesa, il Cristianesimo sono cose troppo intime, troppo connesse con la civiltà di cui viviamo, occupano troppa parte nella nostra vita d’ogni giorno, perchè con tutto il buon volere possiamo giudicare all’infuori delle nostre passioni e delle nostre prevenzioni. Specie poi in argomento come questo, che, con facile equivoco, tende a risuscitare le preoccupazioni di tutta la civiltà moderna pro o contro l’insegnamento così detto confessionale, pro o contro l’insegnamentocosì detto laico. In tali condizioni, la vantata imparzialità dello storico si riduce a ben piccola cosa: alla sua onestà nel servirsi delle fonti, alla cautela e al valore delle sue personali opinioni. Questo è tutto quanto gli si può richiedere. Ma è di questo, pur troppo, che gli storici di Giuliano hanno, nella grande maggioranza, mancato!

Spigolando infatti tra i giudizii meno remoti e più autorevoli, troviamo anzitutto che gli ortodossi espositori delle relazioni fra la Chiesa e lo Stato, nel IV. secolo di C., hanno definito con frasi durissime l’atto legislativo di Giuliano. L’editto, le cui parole apparirebbero imbevute di fiele e di vanità letteraria, rappresenta per loro, addirittura, il denudarsi sfacciato del suo odio anticristiano.[600]L’editto, ciecamente intollerante, sarebbe un misto di violenza e di astuzia settaria[601], il cui fine era soltanto quello di precipitare nell’ignoranza e nel disprezzo i Cristiani[602]. C’erano state persecuzioni più brutali, non mai persecuzione più irritante[603].

I tiepidi hanno scritto che l’editto fu un’iniquità, una misura insidiosa, illegale (??), intollerante, ben meritevole dell’aspra censura ch’ebbe a colpirla; che il moralista vi si appalesa un cavilloso azzeccagarbugli, e che il lettore non può non associarsi alla giusta ira diGregorio Nazianzeno.[604]Hanno scritto che le vedute pedagogiche dell’editto di Giuliano sono da condannarsi da un punto di vista semplicemente umano, e che il diritto alla cultura ellenica è diritto sulla lingua e sull’eloquio greco, ma che esso è indipendente da qualsiasi più intima connessione con quella civiltà....[605]Giuliano avrebbe detto brutalmente, sia pure in veste filosofica: «O la mia scuola, o l’ignoranza», e avrebbe dato il primo crudo esempio di ulteriori dilemmi, coi quali altri Stati cercheranno di imporre la propria scuola ed i propri maestri.[606]

Finalmente, i più benevoli nel giudicare l’opera di Giuliano, quando non si sono accodati alle due categorie precedenti di censori,[607]non hanno sempre osato giudicare l’editto, e giustificarlo, senza reticenze, senza ambagi, parlando come forse pensavano. Hanno detto invece che l’opinione di Giuliano sul diritto degli studiosi e dei maestri a servirsi della cultura greca era, per il suo tempo, tanto giustificata quanto l’opinione degli avversarii; ma che oggi noi possiamo dire chela ragione stava dalla parte di questi ultimi, e che il giudizio di Ammiano Marcellino può ben meritare di essere a cuor tranquillo confermato.[608]Hanno spiegato che Giuliano concepiva la lotta fra la civiltà greca e la cristiana così come i cristiani più intransigenti, sicchè per lui nessuna conciliazione poteva supporsi fra l’una e l’altra, e bisognava che, in quel duello, ciascuna si avvalesse delle risorse e dei mezzi proprii e non tentasse trionfare con le armi dell’avversaria.[609]Ma hanno al tempo stesso avuto cura di premettere che, solo da tale punto di vista, tutto sociale dell’imperatore, e nel cui merito essi si sono ben guardati di entrare, i suoi provvedimenti potevano dirsi logici e giustificabili. Hanno soggiunto che Giuliano era più chiaroveggente dei suoi censori, giudicando impossibile l’uso equo e rispettoso degli autori pagani nelle scuole tenute da Cristiani, ma che sarebbe stato ancor più chiaroveggente, qualora avesse compresa, e non già respinta, la inevitabile, graduale infiltrazione di elementi ellenici nel cristianesimo. Che, ad ogni modo, si può disapprovare la sua politica, ma non disapprovare la sua indignazione contro i tentativi operati dai Cristiani a danno delle letterature classiche[610].

Solo fra i moderni, quasi ricollegandosi, non nel tenore dei giudizii, ma nelle audacie dell’indipendenza, agli Enciclopedisti e ai filosofi del secolo XVIII., iquali si erano sforzati di rivendicare il pensiero e la figura dell’imperatore Apostata, un italiano, Gaetano Negri, non storico di professione, ma fine osservatore ed uomo politico, ha discusso la non difficile questione con maggiore originalità e senno di ogni altro; e, movendo da considerazioni indubbiamente più elevate, ha giudicato che Giuliano era nel suo pieno diritto, allorchè esigeva il consenso dei maestri alle opinioni degli autori classici, oggetto del loro insegnamento. E poichè, dopo questo, egli rimandava i Cristiani ai libri genuini del Cristianesimo e i Pagani, ai libri del Paganesimo, egli non veniva con ciò — menomamente — ad infirmare la libertà religiosa dei suoi sudditi, nè tanto meno ad offendere quella che suol dirsi la libertà dell’insegnamento. Giuliano avrebbe, nella sua legislazione scolastica, applicato quella stessa teorica, che, nel grave dibattito dei diritti e dei doveri dello Stato, il Negri sceglie e fa, per suo conto, propria, la teorica, la quale riconosce che, in fatto di disciplina sociale, lo Stato è un interessato, il quale, come ha il diritto di difendere la propria organizzazione, ha anche il dovere di imporre —ai docenti che esso istituisce— una propria dottrina morale.[611]

Come avremo a vedere, le giustificazioni del Negri non sono sempre esattissime, ma egli è certo, fra i moderni, l’unico che abbia cercato di giudicare con criteri, che non fossero nè frutto di volgare empirismo, nè stereotipe ripetizioni di perifrasi altrui.

Esaminiamo ora, per nostro conto, pacatamente, l’editto nelle motivazioni, che il suo autore ce ne porge, e nella sua intima essenza.

In esso, noi possiamo anzi tutto costatare che, se c’è qualcosa, da cui Giuliano mostra di rifuggire con tutte le forze dell’animo, qualcosa, anzi, che egli avversa con tutto lo sdegno della sua passione, è quella che noi diciamo la scuola secondarianeutra, quella scuola, in cui, pur aspirandosi alla educazione morale e intellettuale dei giovani, non si formano nè convinzioni, nè sentimenti determinati circa la vita ed il mondo, quella scuola, in cui le discipline che si insegnano, gli autori che si illustrano hanno il più estrinseco valore formale, e non solo nessun valore scientifico, ma nessun valore, nessuna efficacia formativa. La scuola è, per lui, generatrice origeneratricedi anime, e, per lui, «una sana istruzione ed educazione non consistono nella accurata euritmia delle parole e dell’eloquio, ma nella disposizione di una mente, che abbia un verace concetto del bene e del male, dell’onesto e del disonesto». E questa condizione, se egli riteneva opportuna per ogni forma e grado dell’insegnamento, diceva di ritenere «imprescindibile» — richiamo le sue stesse parole — per coloro che insegnano ai giovani, per coloro, che dicono di voler essere, non solo maestri d’eloquenza, ma eziandio di morale e di vita civile. È noto quali per gli Elleni si fossero il bene ed il male, il lecito e l’illecito, l’onesto e il disonesto. Il mondo classico nutriva fede indomita nella potenza della ragione, esaltavail valore della bellezza sensibile, la giocondità della vita, la energia superba dell’azione. Tutto ciò costituiva la sua caratteristica, la sua forza, la sua gloria, ciò che bisognava amare, e far amare, ed apprezzare.

Era questo il compito dei professori di letteratura. Esercitare un’azione morale sui giovani, dirigerne lo spirito, ciò che, a detta del grande Platone, i genitori richiedevano più ancora della scienza delle lettere e dell’arte della cetra[612], spettava agli illustratori della poesia e dell’arte antica, la grande, e, per lungo tempo, unica scuola del dovere, l’istitutrice per eccellenza della vita. Ma tutto ciò, come gli ideali dell’anima pagana, come la legittimità di dirigere a tale scopo la lettura dei poeti, dei prosatori, dei filosofi antichi, era — ed è stato in ogni momento della storia — recisamente negato dalla Chiesa cristiana.

Se però la censura e il pensiero di Giuliano riguardavano direttamente la scuola media del tempo, quella che appunto si diceva scuola del grammatico, essi non ismarrivano alcun che della loro efficacia, quando venivano ad applicarsi — come era pur detto — a uno degli insegnamenti superiori dell’antichità, quello della retorica. Non solo, invero, le differenze costitutive fra questi due gradi di istruzione, per cui oggi la prima si vuole essenzialmente educativa, la seconda, essenzialmente scientifica e professionale, non trovano esatta rispondenza nell’antichità, in cui, per limitarmi a un solo esempio, la scuola del retore continuava ad essereper buona parte una scuola formativa del gusto e del pensiero del discente. Ma, come se questo non bastasse, le esercitazioni, che la occupavano, erano, per loro essenza, le più lontane dallo spirito cristiano. La retorica, maestra della scienza oratoria, non poggiava infatti sulla verità assoluta, o su quella che tale si fosse creduta, ma sulla minore o maggiore capacità polemica degli argomenti, che essa porgeva a seconda delle circostanze. Suo punto d’onore era fornire gli espedienti, per cui si riesce a imporre, non già la convinzione del vero e la confutazione del falso, ma, indifferentemente, l’accoglimento dell’uno o dell’altro. Il retore, in quanto tale, non ha perciò opinioni o passioni; tutte le passioni e tutte le opinioni gli rimangono estranee. Egli non va a fondo di nessuno dei problemi del mondo e della vita; per lui, tutto sta nella maniera, con cui abbellire, e far passare, qualsiasi opinione; ed è noto, infatti, come il culto della forma per la forma, e la negligenza del contenuto, in quanto contenuto, sono giunti a noi dalle scuole di retorica dell’antichità.[613]Or bene, questo, nel piano generale della vita e dell’educazione pagana, aveva il suo scopo, il suo merito, come aveva anche i suoi pericoli. Ma che di più antitetico, di più contradditorio con lo spirito cristiano, e come mai dei Cristiani avrebbero potuto farsene maestri?

Ma, a parte tali considerazioni, come non sentire, e non prevedere, che il grammatico e il retore, che dicristiano non avessero soltanto il nome, erano naturalmente portati a opporre un’altra teologia a quella dei filosofi, che facevano studiare, a dare un senso nuovo alle leggende dei poeti, ad attenuare con delle riserve, a neutralizzare, non soltanto l’efficacia logica di quell’insegnamento, ma la stessa sua efficacia educativa, a spianare ad ogni istante le pieghe, ch’esso imprimeva nell’animo dei discenti. Tutto ciò equivaleva a cancellare il più che si poteva, a distruggere forse, l’efficacia di quella stessa scuola, di cui i docenti erano i ministri e i sacerdoti.

Ma se a questo si fosse limitato, il loro metodo avrebbe potuto costituire un male rispetto alle finalità della scuola, in cui insegnavano, ma in fondo, entro modestissimi confini, esso avrebbe pure potuto dar vita ad altre forme d’insegnamento e di educazione spirituale. Ma tutto ciò non facevano, nè potevano fare, che i migliori; i più dovevano vuotare la scuola classica di tutto il suo spirito, senza nulla collocare al suo posto; dovevano farla degenerare, come più tardi degenerò, in un esercizio, in una meccanicità, non si sa bene, se più risibile, o più colpevole. Sarà questo infatti il carattere generale dell’insegnamento classico in tutte le scuole cristiane, specie in quelle rette da religiosi; di qui avrà origine l’idea delle edizioni espurgate degli autori antichi[614], e Giuliano era perfettamente nel vero, quando voleva fin da principio impedire il consolidarsi di una tale deformità didattica.

L’insegnamento, dunque, che egli condannava, subiva la sorte meritata, non in quanto era impartito da una certa categoria di persone, più che da una altra; non in quanto contraddiceva alle idealità della società pagana, ma in quanto esso contraddiceva agli elementi oggettivi fornitigli dalla scuola, in cui s’impartiva, in quanto repugnava agli istrumenti, di cui si serviva, in quanto — peggio ancora — si tramutava nella negazione di se stesso. E la condanna di Giuliano, quali che ne fossero stati i primi eccitamenti personali, conteneva in sè un alto valore didattico ed educativo, come la tendenza, a cui le volute riforme rispondevano, era la sola capace di restituire alla scuola la virtù del docente, la sua efficacia, quale plasmatore di anime e di intelligenze, tutto ciò, infine, per cui la parola e il concetto di scuola han valore. Richiamando e grammatici e retori alla coerenza con se stessi, Giuliano restaurava l’uomo nel docente, e in quel suo richiamo era tanto di verità quanto difficilmente si sarebbe potuto trovare in una concezione opposta, magari liberata dagli errori, di cui l’imperatore avea potuto macolare la propria.

Non basta! Quest’idea centrale, profondamente sana, dell’illustrazione, che Giuliano premette al dispositivo del suo editto, non induce Giuliano, come si è pensato, al divieto assoluto dell’insegnamento ai Cristiani; lo fa invece concludere con la imposizione che esso sia da loro tentato con mezzi e con ispirito proprio. «Se [i maestri] pensano che furono sapienti gli autori, ch’essi ora illustrano, e di cui quasi seggono interpreti, li imitino anzi tutto nella pietà verso gli Dei. Ma, se invece pensano che quelli abbiano errato circa le Divinità, chedovrebbero essere più sacre, vadano nelle chiese dei Galilei e interpretino Matteo e Luca, i quali impongono, e Voi, maestri cristiani, ne ripetete il precetto, che si debba astenersi dalle cerimonie pagane.» E quanto ai giovani scolari, essi sono, nell’editto, dichiarati esplicitamente liberi di frequentare le scuole dei Cristiani o pure quelle dei grammatici e dei sofisti pagani, «chè non è ragionevole — continua l’editto — chiudere la via migliore a fanciulli, ancora ignari dell’indirizzo da scegliere, o condurli per timore nolenti alle patrie consuetudini»; «occorre, infatti, istruire, non punire, coloro che riteniamo in errore».

Dell’esigenza di una conformità tra le opinioni dei maestri e lo spirito pubblico non v’è dunque alcuna traccia; e così l’accusa, rivolta a Giuliano, di avere, con la sua legge e col suo editto, offeso la libertà dell’insegnamento, e di avere formulato l’una e l’altro solo allo scopo di apparecchiare la cieca e partigiana esclusione dei Cristiani dalle scuole, può dirsi tranquillamente, e in modo assoluto, infondata e suggerita o da partigianeria, o da esagerato ossequio alla tradizione, o da incompiuto esame dei fatti.[615]

Ma, se la libertà d’insegnamento non riceve nessuna violenza, è forse l’editto ispirato a una determinata teorica, concernente il diritto dello Stato d’imporre le proprie dottrine morali, e di escludere le altre, come taluno dei migliori fra i critici moderni ha pensato?[616]

Neanche questo. Giuliano non faceva una questione di privilegio per le dottrine dello Stato,ma una questione sostanzialmente pedagogica, quali che ne fossero state le ispirazioni politiche e morali, che ve lo avevano determinato, quali le ripercussioni, sociali e politiche, che potevano attendersene. O, se esercizio di prerogative dello Stato è nel suo editto a riconoscere, si tratta di ben altra cosa, non sufficientemente constatata; si tratta di una più intima ingerenza del potere centrale nelle faccende relative all’istruzione pubblica. Ma, per questo rispetto, l’imperatore nulla innovava; continuava bensì la politica, ormai da circa un secolo e mezzo inaugurata dai predecessori, politica che, incensurati o lodati, i suoi successori cristiani spingeranno a più estreme conseguenze[617], e che, in ogni modo, a torto o a ragione, è, dal progresso della civiltà, riconosciuta ovunque legittima.

Tutto questo non intesero gli scettici del tempo, anche se pagani; questo non volle intendere, o non intese, la maggior parte dei Cristiani, vuoi perchè le leggi emanate dai principi, debbono sempre, a ragione od a torto, combattersi dai loro avversarii, vuoi perchè la società cristiana si trovava allora già avviata in una pericolosa china di adattamento con la massa, o paganao incredula, dei contemporanei, adattamento, da cui non ebbe mai più la possibilità di ritrarsi. Questo invece — l’abbiamo visto — intesero i pochi Cristiani intransigenti superstiti[618]. Nella loro ignoranza, essi forse non ricordavano che il problema dell’educazione, anzi il problema della incompatibilità dell’insegnamento pagano con la fede cristiana, era stato già dibattuto fin dalle origini del Cristianesimo, e che allora appunto i Cristiani l’avevano risolto come ora lo risolveva Giuliano. Ma la fede viva e pura fece loro intravedere ugualmente la occasione propizia di una rottura completa con le vecchie ideologie, e la continuazione, nella scuola, di una propaganda spirituale, che avrebbe ricollocato il mondo su nuove basi morali. Ed essi soltanto resero giustizia all’Apostata.[619]

Ma i critici antichi e recenti di Giuliano sono in certo modo giustificabili pel fatto che neanche l’imperatore intese tutta la portata del principio, da cui moveva, o, se la intese, non l’applicò in tutta la sua pienezza e in tutte le sue conseguenze.

Nell’editto, invero, il consenso intimo, che si richiede tra docenti e insegnamento, si limita solo alla fede deiprimi e alle opinioni teologiche degli autori, strumenti del loro ministero. E mentre la scuola deve, non già infondere delle nozioni teologiche, ma determinare, in chi apprende, unostato moralenei rispetti della vita, che ogni giorno si vive; mentre il difetto, constatato dall’imperatore — l’assenza dell’uomo nel maestro — inquinava la educazione del tempo, che s’era andata vuotando di qualsiasi contenuto spirituale e — peggio ancora — sterilmente meccanizzando, le perturbatrici prevenzioni religiose arrestarono e limitarono i provvedimenti di Giuliano a qualcosa, che parve, e in minima parte potè essere, rappresaglia religiosa e politica. Ciò che l’avrebbe — irrimediabilmente — perduto nel giudizio dei futuri.

Quali furono, intanto, o si possono calcolare, le conseguenze pratiche della legge del 362 e dell’editto?

Uno storico, dianzi citato, scriveva: «Il colpo ebbe una grande eco. Non ci fu una città di studio, con scuole, che non entrasse d’un subito in orgasmo. Dappertutto erano professori cristiani. Cosa avrebbero fatto? E gli allievi si sarebbero costretti a non ascoltare e a non seguire che un insegnamento, condannato ormai, senza contrasto, all’errore?»[620]

Anzitutto — è bene metterlo ancora in rilievo, poichè non è mai stato fatto a sufficienza — il divieto di Giuliano non riguardava tutti gli ordini e tutte le specie di scuole. L’insegnamento elementare rimaneva estraneoalle considerazioni dell’editto. E non questo solo. Le scuole di filosofia, di giurisprudenza, di scienze esatte, le scuole professionali, già incoraggiate da Costantino I. e dai suoi figli, rimanevano anch’esse aperte a maestri cristiani e a pagani. Tutta l’istruzione primaria, quella professionale e una buona parte dell’insegnamento superiore non avevano dunque conosciuto ancora alcun limite alla propria indipendenza. L’editto era stato la traduzione del preciso intendimento di Giuliano di sottrarre ai Cristiani le scuole aventi come precipuo scopo la formazione spirituale dell’uomo e del cittadino nella società pagana, le scuole cioè di cultura media e media superiore a tipo esclusivamente classico, e non si era occupato di altro. Or bene, che, nelle scuole di grammatica e di retorica, stessero ad insegnare dei Cristiani è noto, ma essi costituivano una piccolissima frazione del corpo dei docenti.

Si dovette dunque trattare di poche dimissioni e di qualche destituzione. Gli storici rammentano le due più famose. A Roma, il retore Vittorino preferì abbandonare quella scuola, com’egli la diceva, smerciatrice di ciarle, anzichè la fede di quel Dio, che rende eloquenti i fanciulli appena nati e vuole ch’essi sappiano fare a meno dell’insegnamento della retorica.[621]Tali dimissioni furono certamente un atto lodevole; ma il volgare concetto, che quel maestro aveva dei fini e dei mezzi del proprio ufficio, bastano da soli a fare gravemente meditare sull’opportunità dell’editto imperiale, che liberava la scuola di uomini, i quali spiritualmente l’avevano da tempo disertata e da tempoavevano smarrito la divina virtù del proprio magistero. Più vivaci commenti della dimissione di Vittorino dovette destare quella di Proeresio, il retore, che abbiamo visto chiamato in Gallia e poi a Roma, ove una statua, innalzatagli nel foro, recava la scritta: «Al re dell’eloquenza, Roma, regina del mondo.»[622]Egli, nel 362, insegnava in Atene, dove, insieme con due tra i più illustri Padri della Chiesa, S. Gregorio Nazianzeno e S. Basilio, aveva già avuto discepolo anche l’imperatore Giuliano. Giuliano altra volta aveva esaltato l’eloquenza di lui, l’aveva proclamato rivale di Pericle e l’aveva invitato a divenire suo storiografo[623]. E, memore del passato, egli tentò di usare verso il maestro tutte le indulgenze, di cui, nonostante l’editto, la sua potestà imperiale era capace. Gli concesse infatti di continuare a insegnare retorica ai giovani cristiani[624]. Ma Proeresio rifiutò la concessione ed abbandonò sdegnosamente la cattedra[625].

Nessun altro nome ci viene fatto dagli antichi. Questo non vuol dire che i destituiti e i dimissionarii si limitassero a due soli. La schiera dei colpiti dovette essere più numerosa, e ad essa va aggiunta l’altra — che le fonti cristiane amano dire insignificante —[626]degl’imbelli, che dichiararono di convertirsi, pur diserbare la cattedra. Ma, dato il complesso di tutte le nostre informazioni, sebbene questa volta ci troviamo dinnanzi a dei narratori, interessati alla parzialità, possiamo ben affermare che le conseguenze di questa così detta persecuzione furono assai minori di quelle, che sotto altri principi, avevano per l’innanzi subìto, non dirò i Cristiani, ma gli stessi filosofi pagani. L’esempio inoltre della generosità, voluta usare nei riguardi di Proeresio, è assai significativo, e poichè il giudicare spettava, volta per volta, al principe, noi possiamo pensare che la sua pratica dovette informarsi al criterio di escludere dall’insegnamento solo quei Cristiani, che l’incapacità e l’intransigenza, o l’una e l’altra insieme, rendevano inconciliabili col loro ministero[627].

Un gravissimo turbamento, dunque, nel personale insegnante dell’impero, non dovette avvenire. Se ne verificò uno tra i giovani cristiani, che sino ad allora avevano seguito le lezioni di grammatica e di sofistica dei maestri cristiani? Il divieto di insegnare si tradusse, direttamente, e maggiormente — come è stato asserito —[628]in una morale impossibilità, da parte dei giovani, di frequentare le scuole dei pagani?

Questa seconda ipotesi è ancor meno ammissibile della precedente. E prima e dopo i divieti di Giuliano, i giovani cristiani frequentavano indifferentemente maestri cristiani e maestri pagani, o, se una scelta essi fecero,fu soltanto tra maestri celebri e maestri ignoti. I più famosi oratori e teologi del tempo si erano sobbarcati a lunghi viaggi, a strettezze e a dispendii, pur di ascoltare i più rinomati maestri pagani del tempo. S. Gregorio Nazianzeno e S. Basilio erano andati, dimorandovi per parecchi anni, a studiare e perfezionarsi in quel centro di cultura pagana, che era Atene. Giovanni Crisostomo e Teodoro di Mopsuesto seguivano, in Antiochia, le lezioni di Libanio, l’apologista per eccellenza della reazione politica di Giuliano. Diodoro di Tarso, il fondatore della scuola ascetica di Antiochia, frequentò, e qui e in Atene, le scuole dei maestri pagani. E tutto ciò era perfettamente conforme alla bizzarra teorica dei Cristiani del tempo, secondo cui lo studio delle letterature classiche non doveva avere più di un semplice valore formale: insegnamento di parole, di bei costrutti e di null’altro.

I divieti di Giuliano, se dunque poterono irritare delle suscettibilità o sollevare delle indignazioni, non produssero praticamente alcun effetto deleterio nella cultura dei Cristiani, e i giovani allievi non ne subirono alcun sensibile turbamento. Ma noi, se ben guardiamo a fondo e scorriamo tutti i fatti, che sono indizio delle vicende del tempo, abbiamo anche la prova di due altre circostanze, trascurate dagli storici moderni: l’una, che l’editto, se chiuse le scuole dei Cristiani, docenti discipline classiche, non chiuse punto le altre dei Cristiani, docenti discipline cristiane, o, meglio, quelle scuole, in cui, attraverso la letteratura cristiana, si intendeva conseguire quegli identici effetti, che altri Cristiani dicevano di attendere dallo studio degli autori classici; l’altra, che, se la legislazione di Giuliano nonfosse stata di così breve durata, avrebbe dato luogo a tutta una nuova letteratura scolastica e a una completa istruzione cristiana.

Ed infatti gli storici ecclesiastici narrano che due cristiani del tempo, uno, insegnante di retorica, l’altro, di grammatica, vollero attingere alleSacre Scritturela materia di un insegnamento scolastico, e rifecero iSalmiin odi pindariche, i libri di Mosè, in esametri, e composero comedie e tragedie d’argomento sacro[629], tutti strumenti di una nuova scuola e di una nuova cultura. Certo, il metodo dei loro tentativi era sbagliato e doveva mettere capo a lavori, che sarebbero precipitati nell’oblìo, appena, con l’abrogazione dei divieti di Giuliano, essi fossero entrati in concorrenza con i modelli delle letterature classiche. Ma non per questo il criterio ispiratore era meno vero, e, sopra tutto, non perciò quei tentativi ci avvertono meno della libertà, rimasta inviolata, dell’insegnamento cristiano, purchè fosse stato condotto con mezzi e con ispirito proprio, purchè non venisse alla contraffazione della parola e dello spirito delle antiche letterature classiche, quale appunto non lo voleva Giuliano.

L’editto, che si legava alla legge del 362, rappresentava la parte negativa, ilrovescio— diremo così — dell’opera, che Giuliano intendeva dedicare alla istruzione e alla educazione pubblica. Vedemmo come suocriterio dominante fosse quello di ridurre la scuola classica, da maestra di parole, come il tempo e gli uomini l’avevano resa, a diffonditrice di determinate ideologie. Un divieto non bastava a raggiungere tale scopo; occorreva un’azione positiva, e Gregorio di Nazianzo informa che Giuliano «aveva in mente di edificare conventi e monasteri», luoghi di ritiro e di studii religiosi, lontani dal mondo e dalle sue impurità. Meglio ancora, egli «si era accinto a fondare scuole in ogni città e a istituire cattedre di vario genere, dalle quali si spiegassero e si bandissero i principii fondamentali del Paganesimo e di cui talune avessero, come contenuto, un insegnamento morale; altre, delle materie più difficili e di indole specialmente teorica»[630].

È ben difficile, da una fonte, quale, a tale proposito, è la nostra — la violenta requisitoria di S. Gregorio di Nazianzo contro Giuliano — che accenna, più che non chiarisca, e la quale, per gli scopi che animavano il suo autore, tende, non tanto a spiegare, quanto ad annebbiare e a screditare i progetti di Giuliano; è ben difficile — dico — formarsi una chiara idea delle istituzioni vagheggiate da quest’ultimo. Tuttavia sembra che egli, per mezzo di un’istruzione, per natura sua più intima o meno esteriore di quella delle scuole del tempo, abbia pensato di tentare un ravvicinamento spirituale dei contemporanei all’anima della religione, della filosofia e della morale ellenica. Dalla scuola, così rinnovata, sarebbero dovuti escire i migliori sacerdoti e imaestri migliori delle nuove generazioni. Alla propaganda spirituale del Cristianesimo Giuliano intendeva contrapporre una propaganda spirituale dell’Ellenismo. Ed egli preparava le persone acconce a tale ufficio e s’accingeva a mandarle fra gli uomini, apostoli di un’idea, di una certa concezione della vita.

Quale che sia la fede religiosa dell’osservatore, è d’uopo convenire che il disegno era veramente nobile e grande e non meritava davvero le derisioni e le invettive, di cui il Nazianzeno l’ha ricoperto. Forse, anzi, la sua stessa bellezza era tanta da costituire una tra le condizioni negative della sua attuabilità; certo, la brevità del governo di Giuliano impedì che se ne sperimentassero i primi effetti.

Ma qui non si arresta la serie delle riforme vagheggiate da Giuliano.

Ammiano Marcellino e Giuliano stesso ci segnalano, in questa età, una vera e propria frenesia per la musica, ma insieme una decadenza del buon gusto e di quest’arte medesima. «Le poche case — scrive quello storico — un tempo celebrate per serietà di studi, ora sono invase dal gusto dei piaceri proprii della torpida ignavia, e risuonano senza interruzione di canti e del dolce tinnir delle cetre...... Non si fabbricano che organi idraulici e lire enormi come carrozze, tibie e strumenti di sesquipedali dimensioni, che servono ad accompagnare le pantomime»[631]. Giuliano, discorrendo di Antiochia, la città ellenistica per eccellenza, ribadisce queste accuse[632].Ed egli stesso pensò, nei limiti delle sue forze, di ricondurre la musica verso la buona scuola del buon tempo antico. Esiste in proposito una ufficiale lettera di lui al prefetto d’Egitto, Edicio: «Conviene — scrive l’imperatore — se di cosa alcuna, curarsi della musica sacra. Tu dunque scegli, tra gli Alessandrini, fanciulli di buona famiglia, e ordina che siano loro fornite ogni mese due artabe[633]di frumento, olio e vino, e che i sovrintendenti dell’erario forniscano loro anche una veste. Questi fanciulli siano scelti per la loro voce, e quelli, che conseguiranno la perfezione nell’arte del canto e della musica, sappiano che Noi abbiamo stabilito per essi ricompense non piccole.... Quanto poi ai discepoli del musico Dioscoro, fa che apprendano con cura la musica: Noi siamo pronti ad aiutarli in tutto ciò che essi vorranno.»[634]Giuliano, dunque, e proponeva sussidii, e istituiva borse di studio, e prometteva premii ai giovani, che si fossero resi provetti nell’arte del canto e della musica, materia, della cui cura egli faceva ai monarchi un preciso dovere. Ebbe egli la fortuna di vedere realizzato il suo sogno? O la brevità del suo governo troncò insieme e la sua vita e le sue speranze?

Anche questa volta noi restiamo nella più assolutaincertezza. Ma è così per la massima parte dell’opera di quel principe disgraziato. Se un simbolo volesse tutta esprimerla con un segno solo, non potrebb’essere che quello stesso, che gli uomini pongono sulle tombe di coloro, i quali morirono giovani, perchè cari al cielo: il tronco di una breve colonna infranta; onde ciò che di vivo e di perenne resta di lui è solo, per noi, il senso dell’ardore, non mai placato, col quale egli amò quegli ideali, di cui non era destinato a vedere la gloria.

E di questo amore l’unica forma tangibile, in cui egli riuscisse a tradurlo praticamente, fu il favore largamente accordato ai dotti del tempo. Tornò con lui — si disse — il regno dei retori e dei filosofi, e gli uomini della città, che Giuliano amò di amore umano, i rappresentanti dell’Università di Atene — sentinelle morte di un passato irrevocabile — egli volle, nei brevi mesi della sua vita di monarca, colmare di ogni favore ed innalzare a suoi ispiratori quotidiani. «Fratello desideratissimo ed amatissimo», scriveva un giorno a Prisco, «io ti giuro, per l’Autore e per il Conservatore di tutti i miei beni, che, se io desidero vivere, è solo per essere a Voi utile; e, quando io dicoVoi, intendo i veri filosofi, tra i quali sei tu[635].»

E attorno a sè egli chiamò, appena imperatore, il retore Mamertino, il sofista Imerio, i filosofi Massimo, Crisanzio, Eustazio, Aristosseno e Prisco stesso. Di simili inviti sono piene quelle sue lettere, che documentano l’attiva sua corrispondenza con gli uomini maggiori per intelletto e per cultura del tempo, con i succitati,con Temistio, con Sallustio, con Proeresio, con Evagrio, con Ermogene, con Libanio, con Eugenio, con Oribasio, con Elpidio, forse con Giamblico,[636], e con altri ancora. E come sono calde le sue esortazioni! Come egli, ch’è pur l’imperatore, mostra di sentirsi al disotto degli scalini del trono, che innalzano a ogni lor fedele la cultura e la scienza! Come sono teneri gli accenti, ch’egli trova per i suoi genitori spirituali, per i suoi maestri d’elezione! Libanio è «il suo fratello amatissimo.»[637]A Giamblico scrive: «Allorchè riconobbi il tuo messo, io corsi di un balzo a lui, lo abbracciai e piansi dalla gioia di avere tue lettere.... O nobile anima, tu, che sei il salvatore riconosciuto dell’ellenismo, tu devi scrivermi spesso, tu devi sorreggermi, eccitarmi, incoraggiarmi quanto più puoi.... Una tua lettera vale per me tutto l’oro della Lidia.»[638]Ad Aristosseno scrive: «Alcuno chiederà come mai noi possiamo essere amici, pur non conoscendoci di persona. Ma io chiedo a mia volta come mai amiamo quelli, che vissero mille o due mila anni prima di noi. Certo, li amiamo perchè furono valenti ed ottimi. Desideriamo dunque di essere tali anche noi, sebbene dall’esserlo realmente, almeno per parte mia, siamo le mille miglia lontani....Ma a che mi perdo in parole? Se, perchè tu venga, occorre che non ti chiami, tu verrai certamente; se attendi una mia esortazione, ecco, io ti esorto. Vieni dunque a me!....»[639].

A Massimo scrive: «Se vuoi che la tua conversazione epistolare mi tenga luogo della tua presenza, scrivi, scrivi spesso, o, piuttosto, in nome degli Dei, vieni, e tieni per fermo che, fino a che starai lontano, io non potrò dire di vivere, se non in quanto mi è concesso di leggere le tue lettere.[640]».

Ecco in qual modo Ammiano Marcellino racconta l’episodio dell’arrivo di Massimo a Corte. Giuliano era intento a giudicare taluni processi, quando fu annunziato l’arrivo del filosofo. Egli balzò improvvisamente dal suo seggio, dimentico d’ogni riguardo, e gli corse incontro, fuori dal vestibolo, ad abbracciarlo e a baciarlo, e lo condusse seco trionfalmente nella sala[641].

E, come Massimo, tutti i retori, i sofisti, i filosofi, i dotti del tempo, sia che venissero a lui, sia che preferissero rimanere lungi dalla corte, ricevettero gli onori attesi e promessi. Mamertino, in un solo anno, percorse la scala di tutte le onorificenze; e fu intendente del tesoro, prefetto del pretorio d’Illiria, console; Temistio è prefetto; Aurelio Vittore è nominato consolare della seconda Pannonia e onorato di una statua di bronzo; Imerio, Prisco, Massimo occupano a Corte il primo posto tra gli amici e i consiglieri del principe. Crisanzio, che preferì non venire, è nominato gran sacerdotedella Lidia; la sua consorte, sacerdotessa. E, quando Proeresio, in forza di un editto del principe, che non riguardava la sua persona, ma la classe in genere dei sofisti cristiani, rischiò di essere deposto dalla sua cattedra. Giuliano, memore, volle — sia pure invano — stabilire per lui un’eccezione. La religione li aveva divisi; l’amore della scienza antica li univa ancor più indissolubilmente.

La gioia di prodigare il suo amore alla cultura e agli uomini, che la impersonavano, la gioia di esserne ricambiato fu una delle poche, che Giuliano godesse nel triste viaggio della sua esistenza, l’unica, che lo accompagnasse fino all’ultimo respiro. E, nella notte tragica, in cui egli moriva sulle sabbie ardenti dell’Asia inospitale, il suo letto di morte era circondato dagli amici filosofi, coi quali egli s’intrattenne a lungo, conversando, come Socrate fra i suoi discepoli. E le ultime sue parole furono raccolte ed incise sulle tavolette di cera da colui, che doveva essere il suo futuro storico, Ammiano Marcellino; e l’anima sua, che fuggiva, sfiorò, passando, le fronti di Prisco e di Massimo, veglianti tra la febbre e lo spasimo a un capezzale, ove si spegneva infranta la vita dell’ultimo degli Elleni[642].

Così, nonostante il gran discutere degli antichi e dei moderni, chi adesso abbracci con uno sguardo tutta l’opera scolastica di Giuliano, deve rilevare che le sue riforme, come non sono macolate dalle colpe, che si è amato ascrivervi, nè ebbero il valor pratico di altre, che le avevano precedute o che le seguiranno, nè lasciarono traccia durevole nella storia dell’istruzionepubblica nell’impero romano. La morte interruppe l’esecuzione dei suoi disegni migliori, e il poco, che egli fece o tentò, si spense con la sua vita.

Ma chi da Giuliano volga lo sguardo a tutti i principi, che ressero lo Stato romano durante la seconda metà del IV. secolo di C., non può non convenire che questi furono anni veramente meravigliosi. Noi assistiamo alla creazione di un nuovo centro di studii medii e superiori, a una nuova germinazione degli studii liberali nell’Oriente, a nuovi impulsi, dati a tutti gli indirizzi della cultura, anche a quelli più remoti dall’antico pensiero classico, a un nuovo elevamento delle condizioni sociali dei maestri, ciò che costituisce l’indice migliore della civiltà d’uno Stato.

A tutto questo, che fu merito precipuo della casa di Costantino, corrispose un periodo di splendore nelle produzioni dell’ingegno greco e romano. Ma, poichè il ciclo di tale fenomeno si compirà alla fine del IV. secolo, noi attenderemo quel momento per considerarlo e descriverlo con ampiezza maggiore del cenno fugace, che qui, adesso, ne facciamo.


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