INTRODUZIONE
L’istruzione pubblica in Europa è tutta creazione italica. Il più geniale dei filologi francesi, Gastone Boissier ha illustrato mirabilmente, da par suo, questo grandissimo, tra i meriti della nostra stirpe, nella storia della civiltà umana: «Appena gli eserciti romani erano penetrati nei paesi sconosciuti, vi si fondavano scuole; i retori vi giungevano dietro le orme del generale vincitore, portando seco la civiltà. La prima cura di Agricola, appena ebbe pacificata la Britannia, fu di ordinare che ai figli dei capi s’insegnassero le arti liberali.»
«Appena i Galli furon vinti da Cesare, si aperse la scuola di Autun. Per farci intendere che presto non vi saranno più barbari e che gli estremi paesi dal mondo si inciviliscono, Giovenale dice che nelle più remote isole dell’Oceano, perfino a Thule, si pensa di far venire un retore. La retorica conquistava il mondo nel nome di Roma, e i Romani sentivano di doverle una grande riconoscenza e che l’unità del loro impero si era fondata nella scuola. Popoli, che differivano fra loro per l’origine, per la lingua, per le abitudini, per i costumi, non si sarebbero mai cosìfusi insieme se l’educazione non li avesse raccostati e riuniti. Ed essa vi riuscì in modo mirabile. Nell’elenco dei professori di Bordeaux, quale Ausonio ce l’ha tramandato, noi vediamo figurare insieme e vecchi romani e figli di Druidi e sacerdoti di Beleno, l’antico Apollo gallico, che insegnano tutti, come gli altri, grammatica e retorica. Le armi li avevano mal sottomessi; l’educazione li ha interamente domati»[1].
Non ostante così grande merito, la letteratura storica del nostro paese è forse l’unica, che non possegga una sola monografia sulla forma e sullo svolgimento della istruzione pubblica nell’evo antico. Ma tale considerazione, per quanto grave, non potrebbe, forse, giustificare del tutto un nuovo studio sull’argomento. La cultura moderna, che ha come suo carattere la internazionalità, riesce a prevenire, il più delle volte, il desiderio, o il bisogno, di una produzione nazionale su determinati oggetti d’interesse generale. E precisamente, nel caso nostro, nonostante la mancanza di lavori italiani, nonostante che anche la letteratura francese, ch’è stata in ogni secolo un mezzo maraviglioso di diffusione delle idee, non ce ne porga compenso adeguato, potremmo pur dire di avere molto da attingere, dalla produzione storico-pedagogica dei popoli dell’Europa non latina, specie, come sempre, dalla grande nazione tedesca e un po’ anche (chi l’avrebbe mai detto?) da quella delle nazioni slava e ungherese[2].
Ma tutti questi scritti, che, salvo poche eccezioni, riescono quasi inaccessibili alla maggior parte dei lettori e degli studiosi italiani, sono macolati in genere da due difetti organici. L’uno è ch’essi fondono insieme la trattazione della istruzione pubblica romana con quella greca,[3]il che, a sua volta, produce due conseguenze fatali: la negligenza dello studio dell’istruzione pubblica nel mondo latino, la cui importanza viene, praticamente, rimpicciolita ed oscurata, e la confusione di tipi, di istituti e di condizioni, che, se hanno fra loro innegabili rapporti di analogia e di parentela, rimangono pure profondamente distinti. L’altro difetto è che tutte le monografie, esistenti sulla istruzione pubblica nel mondo romano, o romanizzato, si sono esclusivamente limitate a dare un’idea — sia pure esatta e minuta — del meccanismo interiore della scuola a tipo classico. Or bene, di questo noi siamo oggi perfettamente informati, e non mette in verità conto proseguire ad occuparcene. Ma ciò non significa punto che si possegga — o si sia fornito — un adeguato concetto della diffusione, e delle condizioni della istruzione pubblica, nel mondo romano.
Questo concetto può solo scaturire dall’esame degli istituti scolastici, nei vari paesi dominati da Roma; ma è appunto tale studio che può dirsi manchi interamente alla letteratura pedagogica europea.
Inoltre, da questa insistenza delle varie monografie a dissertare del funzionamento della scuola greca eromana, consegue un difetto ancor più grave per il nostro studio: la trascuranza delle sue specifiche condizioni durante l’età imperiale. Infatti, poichè il generale ordinamento interno della scuola romana, nel massimo fiorire della repubblica, differisce assai poco da quello della medesima nell’età successiva, è chiaro che chi ha illustrato la prima non ha poi creduto necessario ripetere il lavoro per la seconda, nella quale tuttavia gl’istituti di istruzione pubblica raggiunsero il loro più notevole sviluppo.
Da queste premesse il lettore può in anticipazione rappresentarsi alla mente le linee generalissime del lavoro, che crediamo debba ancora essere tentato dagli studiosi europei, e specialmente dagli italiani. Esso dovrebbe riuscire da un lato alla illustrazione di tutti gli elementi specifici, apportati da l’impero romano nell’istruzione pubblica del mondo da esso dominato; dall’altro, a una serie di monografie sulle condizioni, le vicende, lo svolgimento di questa istruzione, nei varii paesi, che soggiacquero alla dominazione romana. Appunto perciò la prima parte di uno studio, quale noi lo concepiamo, deve essere dedicata a chiarire la natura dei rapporti tra il governo centrale e la istruzione pubblica, e a dare l’idea dello svolgimento di questa forma della politica imperiale; perchè la caratteristica dell’istruzione pubblica nell’impero, quella che tutte le altre accoglie e subordina, fu appunto l’ingerenza del potere centrale, che concluse con la creazione di quella istruzione di stato, ch’è oggi il tipo più universale, quella anzi che noi siamo indotti a identificare con l’istruzione pubblica propriamente detta.
Tale l’indagine storica, che oggi presento ai lettori,e che mi è riuscita meno agevole di quanto la natura del soggetto farebbe supporre, sopra tutto a motivo della incertezza dei suoi mutevoli confini, che ho dovuti a ogni passo rimettere in discussione. Infatti, con la parolaistruzione, io non volli intendere soltanto la coltura intellettuale, ma anche l’educazione morale; nè l’una e l’altra volli identificare con certe categorie determinate, oggi a noi più familiari, dell’insegnamento, ma le sorti di entrambe ricercare attraverso tutte le varie, impreviste forme, in cui si esplicò l’azione dei principi e dei governi, che furono intenti ad istruire e ad educare. Era per ciò facile — e quindi pericoloso — che il nostro studio storico sull’istruzione pubblica si tramutasse in un saggio sulla cultura intellettuale del tempo, o, peggio, in una dissertazione sul mecenatismo dei principi romani. Ma, per quanto, all’atto pratico, le varie distinzioni non riescano agevoli, tuttavia io mi sono sempre guardato dal cadere in siffatti equivoci, e, se di cultura o di mecenatismo ho qualche volta discorso, è stato solo per mettere uno sfondo al quadro, o una premessa alla dimostrazione.
Ugualmente facile (o pericoloso?) era venire a discorrere di certe forme d’istruzione speciale, che vantò anche l’impero romano e di cui possono indicarsi, quali esempi, le scuole d’armi, le scuole dei gladiatori etc. Ma è parso a me evidente che questi e simili istituti non rientrassero nel concetto generale d’istruzione pubblica, a cui pure viene subordinata, per certi caratteri di universalità, anche l’istruzione professionale, e ho tralasciato questa parte, che forse, anche, avrebbe richiesto per se sola tutta una speciale trattazione.
Ma tali gravi difficoltà nel fissare i limiti del miocompito sono piccole e scarse rispetto alle numerose, suscitate dall’esame dei mille argomenti e dei mille svariatissimi problemi, coi quali il soggetto del presente studio va indissolubilmente congiunto. Moltissimi invero tra questi non hanno ancora avuto una trattazione o una soluzione definitiva; molti non ne hanno avuta nessuna, e io mi sono, caso per caso, dovuto accingere a fornirne qualcuna. Non mi illudo di avere sempre colto nel segno; sarebbe presunzione eccessiva. Sono però convinto d’avere sempre, nei limiti delle mie forze, compiuto il mio dovere di ricercatore e sopra tutto di avere soddisfatto a quell’obbligo, che è sommo per chiunque, e che il più grande storico dell’arte antica incideva in una frase scultoria dell’opera sua maggiore, l’obbligo cioè di ogni studioso «di non mai paventare la ricerca del vero, anche se a pregiudizio della propria estimazione», chè «i singoli debbono errare, affinchè i molti procedano verso la verità»[4].