Ma l’epistola di Antonino Pio ci dà anche l’elenco degli oggetti, su cui queste immunità aimagistrivertevano prima di Adriano, e (noi possiamo pensare) vertevano a un di presso sin dalla loro origine.
I grammatici, i medici, i retori e i filosofi erano, secondo la parola dellacostituzionericonfermata da Adriano, esenti dall’ufficio: 1) di γυμνασιαρχοι 2) di ἱερεῖς; 3) dall’obbligo della ἑπισταθμία; 4) dall’ufficio di σιτῶναι, 5)di ἐλαιῶναι, 6) di κριταί, 7) di πρέσβεις, 8) di στρατιῶται e da ogni altro carico di qualsiasi genere[106].
Non sarà male, piuttosto che tradurre verbalmente, chiarire, specificando, l’importanza di ciascuna di codeste esenzioni.
L’espressionegymnasiarchiaci richiama anzi tutto al mondo greco. Ivi, nel periodo classico, essa era stata una liturgia, forse identificabile con lalampadodromia,[107]e tale rimaneva ancora, nel periodo romano, non ostante avesse, qua e là, assunta la forma di magistratura. Perciò ilgymnasiarcaoffriva agli efebi vesti, forniva olio per il ginnasio, dedicava stabilimenti di bagni, accudiva alla celebrazione di sacrifici e di festività, acquistava le vittime all’uopo richieste, provvedeva all’allestimento dei banchetti, che seguivano i sacrifizi, costituiva a sue spese il fondo per i premi richiesti dai vari concorsi, innalzava pubbliche costruzioni. Era dunque il suo, specie se, come talora avveniva, si cumulava con quello diagonoteta, un ufficio terribilmente dispendioso[108].
Ma il concetto digymnasiarchia, contenuto nel paragrafo delDigesto, che qui interpretiamo, non può, come talora è stato fatto,[109]riferirsi specificatamente alla liturgia o alla speciale magistratura greca, che portava codesto nome. Deve invece riferirsi alla cura in genere dei pubblici spettacoli, a quelludorum publicum regimen,che, nel mondo greco, spettava, come abbiamo visto, algymnasiarca; in Roma, nell’età imperiale, al pretore[110]; nei rimanenti municipii, agli edili;[111]o, nell’una e negli altri, acuratoresspeciali[112]. E quanto gravoso fosse codesto onere si può convincersene, rammentando che in Roma erano proverbiali i dispendii, a cui gli edili soggiacevano, durante la celebrazione di determinate festività, e che assai spesso i magistrati desideravano andarne esenti.
L’ἀγορκνομία è una magistratura notissima nel mondo greco ed ellenistico. Ma la nostra fonte giuridica, se si esprime in greco, non si riferisce unicamente al mondo ellenico, sibbene, al solito, rende, con la parola greca, un concetto, che, negli altri municipii, specie in quello di Roma, corrispondeva a magistrature rette da funzionarii, che portavano altri nomi.
L’ediledella repubblica romana era stato infatti per eccellenzaagoranomo: aveva sempre provveduto a che i viveri, specie il frumento, non subissero rincari esagerati, aveva impedito, e mitigato, anche con largizioni proprie, gli effetti delle carestie, sorvegliato i pesi e le misure. Nell’età dell’impero, l’ufficio dicuratordell’ànnona in Roma, era stato assunto da speciali magistrati, ma nei municipii italici esso era, di regola, rimasto còmpito precipuo dell’edile[113].
Anche ilsacerdozio(ἱεροσύνη) rientrava, come i due uffici precedenti, nella categoria deglihonores.Nell’imperoromano esistettero sacerdoti urbani e sacerdoti provinciali. Ma quell’onore si traduceva, pur troppo, in un vero e proprio carico patrimoniale, giacchè chi lo rivestiva soggiaceva a pesi determinati, all’obbligo di donativi in danaro per pubblici edifici, e l’ufficio aveva rapporti molteplici e costosi con i giuochi dei gladiatori e con le cacce degli animali feroci[114].
Viceversa, l’ἐπισταθμία era un carico esclusivamente patrimoniale. Essa consisteva nell’obbligo dei proprietari di case di ospitare, a turno, magistrati e funzionari, viaggianti o in missione, insieme con il loro seguito, a cui bisognava pure fornire alloggio, letti, legna, sale, fieno per le bestie[115]. E, se si fosse trattato dihospitium militare, tutti indistintamente gli abitanti di un paese sarebbero stati tenuti a fornire, ai soldati in marcia, alloggio, fuoco e quanto costoro avessero potuto chiedere o desiderare[116].
Le rimanenti immunità riguardano deimunera personarum.Le σιτωνίαι e le ἐλαιωνίαι (emptiones frumenti et olei) si riconnettono al problema della cura dell’annona urbana, che fu tra i più tormentosi dell’antichità. Si trattava di fare delle grandi provviste di grano e di olio pei bisogni del mercato, in parte con le entrate dello Stato, in parte con volontarie contribuzioni. Delle prime venivano, in Grecia, incaricati appositi magistrati, i σιτῶναι, una delle cariche del paese più onorifiche edelicate;[117]delle seconde, gli ἐλαιῶναι[118]. Nei municipii non ellenici si curano di ciò per adesso gliedili; più tardi, vi troveremo addetti appositicuratores[119].
L’ufficio di κριτὴ (munus iudicandi) corrispondeva all’esercizio delle funzioni di giudice (iudex, recuperator) nei processi civili. Finalmente il πρεσβεύειν (munus legationis) era l’obbligo dellalegatio, cioè di assumere la carica dilegatusdelle varie città presso l’imperatore, il senato, i patroni residenti in Roma; e l’εἰς στρατείαν καταλέγεσθαι (munus militiæ) corrispondeva a l’obbligo di soggiacere al servizio militare, tanto per conto dello stato come dei municipii[120].
Da tutti questi onori e da questi carichi venivano adesso esentati i docenti di arti liberali. Ma, nonostante così ampio esonero, l’immunità dei privilegiati non si sarebbe potuta dire completa. Noi sappiamo infatti che altre categorie di sudditi godevano esenzioni da altri numerosi gravami[121], di cui, a proposito dei maestri, non si fa, nei documenti che abbiamo riferito, specificatamente parola. Onde l’autore della su citatacostituzioneAdrianea sentiva il bisogno di completarne il dispositivo, chiudendo con l’ampia dichiarazione diesonero da qualsiasi altro carico, dando così alla concessione quel carattere di universalità, che vi sarà concordemente riconosciuto dai giuristi maggiori dell’evo imperiale[122].
La liberalità dello Stato non poteva essere più completa. Il linguaggio ufficiale degli anni successivi definirà questa come una immunità realmente illimitata[123]. Ma il suo merito non risale, come a un’indagine superficiale potrebbe apparire, ai principi dell’ultima, sibbene a quelli della prima età dell’impero, al paragone dei quali i successori non procederanno sempre nella via delle larghezze.
Ci rimane a rispondere a un’ultima domanda: Quale fu l’ampiezza cronologica, che l’imperatore volle donare alle sue immunità? Si limitavano esse ai professionisti viventi sotto il suo regno, o anche ai futuri?
Su ciò — per ora — non può illuminarci che l’analogia della immunità concessa ai medici da Augusto, che riguardò esplicitamente, non solo i viventi, ma anche gli altri che sarebbero sopravvenuti[124]. Era veramente un impegnare un po’ troppo l’avvenire, e le conferme, che i successori riterranno opportune, e le limitazioni, ch’essi vi arrecheranno, sono prova sicura del fatto che, se nella ingenua, o buona, volontà di ciascuno dei largitori il beneficio non doveva aver limiti di tempo, nel concetto dei principi successivi,le liberalità concesse erano in vigore solo fino al giorno, in cui non fossero state abrogate o confermate[125].
Abbiamo nel paragrafo precedente discorso delle immunità dei grammatici, dei retori e dei filosofi, e abbiamo soggiunto che di regola codesto privilegio non si estendeva ai maestri elementari, iludi magistri.Ed infatti il silenzio, serbato su di loro dai documenti di questa prima età, ci verrà confermato da altri posteriori del secondo e del terzo secolo, i quali dichiareranno come gli imperatori non credano che le immunità debbano applicarsi agli insegnanti primarii[126].
Tuttavia tale divieto risponde solo a una disposizione generalissima; e, come la dispensa delle immunità conteneva clausole particolari, rispondenti alle condizioni e alla natura dei singoli luoghi,[127]così le sue norme generali potevano spesso, anche per volontà dell’imperatore, subire delle gravi deroghe. È quello che noi troviamo accadere a proposito deiludi magistri.Si davano infatti dei casi, in cui anche questi docenti erano, per volontà imperiale, dichiarati immuni da determinati oneri. Ce ne informa una delle scoperte epigrafiche piùimportanti, la così dettaTabula Vipascensis, una iscrizione latina del Portogallo, nella quale, per esprimerci nei termini più generici, si regolavano le cose del distretto minerario di Vipascum, appartenente al fisco imperiale, e si fissava l’ordinamento del borgo formatosi intorno al territorio della miniera.
Or bene, in uno dei capitoli di detta legge, è stabilita l’immunità deiludi magistridel borgo[128].
A noi importa mediocremente la cronologia del documento. Lo si è, dai suoi editori, con sorprendente unanimità, pensato della fine del I. secolo di C., ma può dirsi che un argomento convincente a favore di questa cronologia non esista. Si erano invocati la paleografia e lo stile[129]. Ma, quasi non bastasse la nota scarsa sicurezza, che indici del genere offrono, specie a proposito di documenti ufficiali, è sopravvenuta la scoperta di un nuovo regolamento minerario della stessa località — forse uno dei frammenti, che ancora si attendevano, dell’epigrafe vipascense — in cui, non ostante l’identità della grafia,[130]la datazione è sicura: il governo di Adriano.
Ma laTabula Vipascensisnon contiene l’originale di un contratto intercesso tra il fisco e una compagnia di appaltatori; è invece la forma generale, il tipo tradizionale dei capitolati dell’appalto delleminiere[131]; per cui rimane esclusa ogni possibilità di assegnare a quelle norme generiche una definitiva cronologia. Gli è per questi motivi che noi non esitiamo a discorrere fin d’ora della epigrafe e delle disposizioni, che vi si contenevano relative ailudi magistri, preferendo collegarle con tutta la materia delle immunità, di cui abbiamo precedentemente trattato.
Il testo dunque è — verbalmente — chiarissimo: «ludi magistros a procuratore metallorum immunes ess(e placet)». E che vi si trattasse delle consuete immunità daimunera civilia e pubblica, o, almeno, soltanto dai primi, era stato ammesso da tutti gli studiosi della epigrafe[132]. Ne aveva dubitato uno solo, il quale aveva sospettato si trattasse, non della immunitàa muneribus, sibbene della sanzione di una indipendenza deiludi magistridalla autorità straordinaria e speciale del distretto minerario, ilprocurator metallorum, per cui i primi non avrebbero potuto essere citati dinnanzi al tribunale del procuratore, ma solo a quello dei giudici ordinarii. Tale significato della frase della legge egli trovava eziandio in un passo di un’orazione di Cicerone (Pro Font.12, 27). E forse — aveva ancora opinato — il fisco, redigendo il modulo di concessione, che costituisce la materia dell’epigrafe, aveva voluto eccettuare l’insegnamento elementare dal monopolio, cui eranosoggette altre professioni, esercitate nel distretto, quella di calzolaio, di barbiere, di lavandaio, di banditore, di proprietario di bagni etc. etc.[133]
Noi dobbiamo dichiarare che, se anche tali sospetti e tale interpretazione fossero legittimi, ci troveremmo del pari dinnanzi a un atto notevole, compiuto dall’autorità imperiale nei riguardi degli insegnanti elementari, atto, che, per gli scopi del nostro studio, avrebbe importanza pari alla concessione della consueta immunitàa muneribus.Se non che, a chi ben guardi, quell’ipotesi non è la più probabile.
Anzi tutto, i casi di analogie, citati dal nostro critico, non hanno il valore che egli vi pretende. Nella orazionePro Fonteio, Cicerone esprime un concetto affatto diverso di quello che si richiederebbe, giacchè ivi dice soltanto, e nei termini più generali, che la Gallia vedeva nella rovina di Fonteio «quasi la propria immunità e la propria libertà.»[134]Ma, come che sia, per la esenzione dell’insegnamento elementare dal monopolio, cui altri impieghi soggiacevano, non vi era punto bisogno di un capitolo speciale dell’epigrafe. Bisognava soltanto non farne menzione, chè lalex Vipascensisnon istabiliva un monopolio universale, ma un monopolio per mestieri e per professioni determinate.
Quanto poi alla supposta esenzione dall’autorità delprocuratorimperiale, sfugge a noi ogni motivo del privilegio conferito ailudi magistrie — quel che più importa — soltanto ad essi. Ilprocuratorfa a Vipascumle veci dell’autorità municipale[135]. Perchè mai dunque la esenzione deiludi magistri, e di loro soltanto, dalla sua giurisdizione?
Ci pare dunque assai preferibile l’interpretazione, più comune, di una esenzionea muneribus.Ma si trattava di esenzione dai carichi comunali o da tutti i carichi pubblici imposti dallo Stato? È probabile che, su questo punto, una esenzione limitata ai primi risponda maggiormente a verità.[136]Unaimmunitas a procuratore metallorumdeve più probabilmente riguardare soltanto i carichi dipendenti dalla autorità del procuratore, e, in tal caso, solo imunera civilia, i carichi comunali, che quegli imponeva in virtù degli stessi diritti, per cui, nei municipii, li imponevano la curia e i magistrati locali.
Noi veniamo intanto a sapere che una di quelle condizioni speciali, che spingevano il governo ad accordare ai maestri la immunità dai pubblici oneri, quella immunità, che ad essi di regola non si largiva, era la singolarità dell’aggregato sociale, tra cui si sarebbe desiderato si svolgesse l’opera loro. Nel distretto minerario di Vipascum, s’era formata, o si sarebbe andata formando, una popolazione composta dei minatori e delle loro famiglie, che il bisogno o l’allettamento del guadagno avrebbe potuto stabilmente trattenervi. Per creare questa condizione di cose, da cui appunto dipendeva la vita della miniera, occorreva offrire, più chefosse possibile, sicuramente ed a buon mercato, qualcuno dei più importanti servizii. Il desiderio di raggiungere tale scopo avea fatto creare dei monopolii, che da un lato garantivano la bontà del servizio, dall’altro la suscettibilità del consumatore contro pretese eccessive.[137]Queste stesse cause e queste stesse preoccupazioni davano origine al privilegio in favore degli insegnanti elementari, i quali, in quella rara oasi, avrebbero trovato quella esenzionea muneribus, che, soli fra i pubblici docenti dell’impero, ignoravano, e che li avrebbe fatti accorrere numerosi a diffondere l’istruzione, ciò che precisamente lo Stato mirava a conseguire.
Quello che accadeva a Vipascum doveva accadere in tutti i distretti minerarii, che si trovavano in pari condizioni territoriali; doveva accadere in tutte quelle circostanze, in cui gli agglomeramenti di sudditi dello impero, su cui il governo aveva interesse di rivolgere la sua attenzione, presentavano analoghi caratteri. Le fonti non ci hanno specificato tutti i casi, in cui il provvedimento ebbe a ripetersi, ma noi abbiamo, ugualmente, il pieno diritto di non presumere isolata la franchigia dei maestri di Vipascum.
Ma la impronta caratteristica, che il governo di Nerone lasciò nella storia dell’istruzione pubblica, non si rintraccia nelle scuole primarie o in quelle di retorica o di filosofia.
L’originalità del suo governo consistette invece nellaintroduzione di una nuova forma di educazione fisica nel piano generale dell’istruzione e della vita romana, non che il decisivo trionfo del culto dell’istruzione musicale: due fatti, che reagirono contro tendenze tradizionali, subirono discussioni e contrasti vivaci, e furono tutta opera personale del principe.
Lo spirito dell’educazione fisica romana era stato in categorico contrasto con quello dell’educazione fisica greca, e il costume ellenico, che aveva fatto schiava e prigione Roma in tutti i gradi e in tutte le forme dell’istruzione e della educazione intellettuale, era rimasto irrimediabilmente escluso dai termini dell’educazione fisica. Un frammento delDe Republicadi Cicerone rivela tutto l’orrore romano contro l’educazione fisica a tipo ellenico, arte ch’era fine a se stessa, suscitata da un desiderio di bellezza, che, come l’arte propriamente detta, prescindeva da ogni altra considerazione. L’esercizio a corpo nudo è, per il buon romano, una lesione del fondamento stesso della vita morale e civile[138]. «Quanto non è assurda, scrive Cicerone, l’educazione fisica dei giovani neigymnasia, quanto fatua la milizia degli efebi greci! A quanti contatti e a quanti liberi amori non dà essa luogo!»[139].
L’uso degli esercizii fisici a corpo nudo avrebbe tratto i Greci alla mollezza e al servaggio. «Erano stati — si pensava — igymnasiae le palestre a portare in copia nelle città l’inerzia e l’ozio, cattivo consigliero, e la consuetudine della omosessualità, e la corruzione dei giovani. Tutti dediti a dormire,a passeggiare, a regolare la vita e i movimenti, i Greci avevano poco a poco abbandonato l’uso delle armi, e, senza avvedersene, preferito essere agili e bei ginnasti, anzichè opliti e cavalieri valenti»[140].
E come, per il buon romano antico, l’educazione fisica doveva limitarsi, e subordinarsi, ai ristretti scopi della milizia e alle modeste esigenze della sanità del corpo[141], per il romano più intellettuale dell’età dell’impero, essa poteva al più, oltre che a questo,[142]tendere a completare le qualità del buon oratore, regolandone i gesti e i movimenti, aggraziandone l’attitudine e il passo, tramutandosi in una chironomia[143].
Le riforme augustee nell’educazione dei giovani non avevano derogato da codesti criteri. Era riserbato a Nerone sconvolgere, o iniziare lo sconvolgimento, di tanto salda ideologia e di tanta tradizione. «Nel suo quarto consolato, narrano Tacito e Svetonio, consoli lo stesso Nerone e Cornelio Cosso, egli istituiva in Roma, per la prima volta, una festa quinquennale, le cui norme furono appunto ricalcate su quelle della corrispondente solennità ellenica»[144]. Furono queste leNeronee.Si ebbe perciò, per la prima volta, in Roma, una solennità con gare di corsa di carri e di ginnastica, da rinnovarsi ogni cinque anni, a spese, non più dei magistrati preposti a quell’ufficio, ma delloStato. E a tali concorsi — qui appunto risiedeva la innovazione, fonte di tanto scandalo — avrebbero dovuto partecipare, come vi parteciparono in grande copia, cittadini dell’aristocrazia romana, spettatrice tutta la loro classe, che avrebbe assistito al grande agone in costume greco.
La rara, periodica solennità richiedeva — ed era naturale — l’addestramento e l’allenamento dei partecipanti al concorso. E Nerone provvide, ed edificò in Roma, insieme con le sue terme, ungymnasium, l’edificio, presso i Greci, sacro all’educazione e all’allenamento fisico dei giovani, dei cittadini, degli atleti. E, nell’inaugurarlo, distribuìgraeca facilitatel’olio ai senatori e ai cavalieri, segno indubbio degli scopi dell’istituto e delle classi sociali, a cui, nel suo pensiero, veniva destinato[145].
Erano i primi passi, ma passi decisivi, verso quella glorificazione dell’educazione fisica greca, che altri imperatori continueranno. Ne era anzi la consacrazione ufficiale, ed è facile, dalle lamentele degli scrittori contemporanei, o immediatamente successivi, intravedere tutta la efficacia di quel tentativo. L’amore dell’esercizio fisico viene infatti all’ordine del giorno. Nelle case, in locali appositi, dei maestri, deipalaestrici— gente grossolana, che gli intellettuali del tempo disprezzavano cordialmente, giacchè, a loro dire, passavano tutto il giorno a ingollare vino, a ungersi di olio e a riversar sudore — impartivano, come i retori e i grammatici,lezioni di ginnastica ad uomini, ed anche, fin d’allora, a donne[146].
L’educazione fisica entra così a parte dei programmi di educazione e di istruzione generale, e l’opinione comune tenta di collocarla a fianco delle arti liberali, insieme con la filosofia, la grammatica, la retorica[147]. Perciò essa ridesta tutta l’avversione dei conservatori romani e alimenta largamente la protesta delle persone così dette autorevoli[148].
Ma anche questa volta, così come contro più antiche recriminazioni, il nazionalismo ebbe la peggio. E, nonostante le lamentele dei circoli conservatori romani, l’amore dell’educazione fisica, regolata secondo i criterii, cui si era ispirata in Grecia, sia pure inclinando verso quelle forme, che costituiscono la sua degenerazione, come l’atletica e l’acrobatica[149], nessuno, per lungo tempo, ebbe più mezzo di svellere.
Quello che è a dirsi delle sorti dell’istruzione fisica, sotto l’ultimo degli imperatori Claudii, non differisce — lo accennammo — gran fatto da ciò che sarebbe a dire dell’istruzione musicale.
È noto come, già fin dal II. secolo a. C., la musica greca fosse prevalsa assolutamente sulla romana, e come,fin da quel tempo, lentamente, ma tenacemente, l’amore della sua cultura si diffondesse per l’Italia romana[150]. È evidente in che alta misura il nuovo regime imperiale dovesse favorire l’amore degli spettacoli musicali e l’apprendimento delle discipline che vi si riferiscono. La cresciuta ricchezza, la pace interna, lo sfarzo naturale delle corti principesche, che le classi aristocratiche, avrebbero voluto imitare, il contatto con nuove e antichissime civiltà e con società, squisitamente dotate di senso musicale, tutto contribuiva a tale risultato.
Come invero la conquista della Grecia aveva, nella società romana, portato la diffusione della musica greca, così la conquista dell’Egitto determinò in Occidente l’invasione del ballo e della musica istrumentale alessandrina.
L’età di Augusto inaugura infatti l’êra delle pantomine, genere di spettacolo ancora ignoto ai Romani, costituito da una schiera di ballerini e da accompagnamento di canti corali e di musica orchestrale, che di lì a poco occuperà nella vita antica lo stesso posto, che nella nostra occupa l’opera[151]. Cotali orchestre dettero man mano luogo a veri e propri concerti — pubblici e privati — indipendenti da ogni rappresentazione teatrale, e fu questa una delle grandi manìe della corte e delle case aristocratiche sin dai primi anni dell’impero[152].
Alle rappresentazioni filodrammatiche ed ai concerti, gli imperatori aggiunsero i concorsi musicali. A perpetuare il ricordo di Azio, Augusto istituì a Nicopoli — nellaCittà della vittoria— gare di musica, che presero regolarmente posto accanto ai quattro agoni tradizionali. Lo stesso egli fece a Pergamo;[153]e a Roma, nel 17 a. C., la celebrazione di queiludi saeculares, dei quali — nel suo pensiero — nulla più grande l’umanità aveva veduto e mai più doveva rivedere[154], fu coronata da uno spettacolo prettamente musicale, ilCarmen saeculare, dettato da Orazio e cantato da un coro di 27 fanciulli e 27 fanciulle romane[155].
Degli imperatori, che succedettero ad Augusto e dei principi di casa Giulio-Claudia, parecchi protessero, e coltivarono apertamente, l’arte musicale: Caligola, Tito, Britannico[156], Claudio; e iludi saeculares, celebrati da quest’ultimo, ebbero anche i trattenimenti musicali, che avevano allietato quelli di Augusto[157]. Ma chi dà il maggiore degli impulsi a quell’arte e alla sua cultura fu, come per altre cose, Nerone.
Nerone non amava passare per dilettante, pretendeva essere un artista di valore. Appena sul trono, chiamò il famoso citaredo Terpino e studiò disperatamente canto e musica. Nel 59 si produce, come poeta e comecitaredo, nelle festeIuvenalia, da lui istituite;[158]nel 60, bandisce i giuochi neroniani, le cui gare musicali formavano uno dei punti più importanti del programma;[159]nel 64, a Napoli, debutta in teatro, cantando sulla cetra una melodia greca, e il suo entusiasmo, quel giorno, è tale da non fargli interrompere la festa, neanche al sopravvenire di un terremoto[160]; nel 65, si produce in Roma, nel teatro di Pompeo, nell’agone quinquennale da lui stesso istituito[161]; nel 66, intraprende la sua grandetournéeartistica in Grecia, ove allieta, e onora, del suo canto Olimpia, Delfo, i giuochi istmici[162]. E già, in fin di vita, fa voto di celebrare la vittoria contro Galba con giuochi, in cui avrebbe suonato l’organo, la cornamusa, cantato in coro e rappresentato per ultimo, in pantomima, ilTurnusdi Virgilio.[163].
Quale fosse l’impulso, che Nerone e i suoi predecessori erano così venuti a dare alla musica e alla istruzione musicale della gioventù, noi lo possiamo constatare fin da questo tempo. Ci limiteremo a fornire, fra le tante, qualche prova.
Nerone volle che i componenti l’aristocrazia partecipassero alle rappresentazioni teatrali, come attori, e allorquando — narra un contemporaneo alquanto misoneista — Nerone istituì i suoiIuvenalia, «tutti i cittadini indistintamentevi si inscrissero. Nè la nascita,nè l’età, nè il riguardo di antichi onori rivestiti impedirono ad alcuno di esercitare il mestiere di istrione greco o latino, e di imitarne i gesti e i canti meno degni di uomini. Perfino delle donne illustri per nascita si compiacquero esercitarsi in simili sconcezze». «Di là si diffusero la sregolatezza e l’infamia, nè mai altra volta i già corrotti costumi furono più gravemente sommersi in tanta vergogna.[164]» E meditando, e rimpiangendo, sulla decadenza effettiva degli studii filosofici, uno stoico, e non dei più rigidi, esclama: «Ma quante cure invece perchè il nome di un qualunque pantomimo non perisca! La dinastia dei Pilade e dei Batillo sta salda nei successori. Di queste arti sono numerosi i cultori, numerosi i maestri. Ogni casa ha un palcoscenico, e questo risuona continuamente di danze, a cui partecipano, e in cui gareggiano, individui di ambo i sessi».[165]
Roma è già in questi anni invasa di frenesia per l’apprendimento della musica, della danza, del canto, e ad essa, da ogni angolo della Grecia e dell’Asia ellenizzata, affluiscono musici e virtuosi. Le scuole di musica sono tra le più frequentate[166]. Eccellono per zelo le signore dell’aristocrazia, e, allorquando l’autore dell’Apocalissevorrà, in quel tempo, lanciare, come il suo angelo, la peggiore delle qualifiche contro la città maledetta, la definirà senz’altro città di musicanti, di citaredi, di suonatori di flauti e di trombettieri.[167]
Col nuovo grandioso impulso, dato da Nerone alla consuetudine della ginnastica e alla passione della musica, si lega la sua riforma di quelle associazioni giovanili, che erano state la gloria del governo di Augusto, e di cui Nerone fu, tra i Claudii, il più felice diffonditore.[168]È sopra tutto per loro mezzo che l’istruzione musicale e l’educazione fisica, improntata ai criteri greci, hanno presa sulla gioventù e penetrano vittoriose nel programma generale dei suoi studi.
Noi abbiamo elementi per assicurare che l’organizzazione, fondata da Augusto, era continuata non ingloriosamente sotto i successori fino a Claudio. Caligola anzi aggiunge alle feste deiSaturnaliun giorno, che disseIuvenalis, nel quale, naturalmente, dovevano aver luogo iludi iuventutis,[169]e dà giuochi, ai quali partecipava specialmente la gioventù senatoria, con le note cacce, con illusus Troiae.[170].
Altri dati, e non meno significativi, si riferiscono al governo di Claudio.[171]L’istituzione, voluta da Augusto, è dunque salva. E noi siamo anche sicuri che fin da questo tempo le associazioni giovanili erano giàuscite da Roma e penetrate in altre cittadine italiche, specie nel Lazio.[172]
Ma in Nerone — vedemmo — all’amore per le gare ginniche si accompagnava l’altro, ancora più ardente, per la musica e per le rappresentazioni sceniche. I suoi esercizi fisici furono quindi tosto sopraffatti dalla frequenza delle rappresentazioni musicali, e a queste, cui egli partecipò direttamente, volle, per amore o per forza, partecipassero anche queiiuvenes augustiani, quella guardia del corpo, che, seguendo l’esempio delle corti ellenistiche, l’imperatore si era formata tra i giovanitironesprovenienti dalle due classi della nobiltà romana[173]. Fu la circostanza, in cui si determinò il nuovo indirizzo delle associazioni giovanili. E nel 53, cioè a dire nel giorno della sua assunzione della toga virile, egli inaugurava iIuvenalia.Il loro nome rammenta Caligola e l’interesse di lui per l’antica istituzione. In quello stesso tempo, nei municipii italici, il culmine delle feste giovanili era precisamente illusus iuvenalis, consistente in cacce di fiere, gare di scherma e lotte nell’arena[174]. Nerone non poteva fare, e non sembra abbia fatto, a meno di ciò;[175]ma per lui gli esercizii sportivi non bastarono, ed egli vi aggiunse danze, cantia solo, canti corali, non che rappresentazionisceniche[176]. Nessuna di queste cose poteva darsi senza un precedente tirocinio, e sorsero quindi all’uopo apposite scuole preparatorie — scuole di musica e di ginnastica — con speciali maestri[177]. Anche Nerone ebbe i suoi, Seneca e Burro, che dovettero accompagnarlo sulla scena[178].
Com’è palese, l’indirizzo militare e civico, con iscopo patriottico e contenuto religioso, della educazione augustea aveva deviato. E noi ora veniamo invece a trovarci di fronte ad una educazione, tra sportiva e teatrale, con contenuto e pura forma greca.
Più grave appare la deviazione dall’antico, pel fatto stesso che Nerone, come abbiamo accennato, si formò, della organizzata gioventù romana, una vera e propria guardia del corpo: se nella prima parte della sua riforma può ben dirsi che egli seguisse un suo più largo e nuovo ideale di educazione, nella seconda, egli realmente indirizzava ad altri scopi le antiche associazioni giovanili, e questi non costituivano più un organico sviluppo degli intendimenti della riforma di Augusto.
Innanzi di lasciare per sempre il governo di Nerone, è nostro debito di storici rivendicare a lui alcuni altri atti, concernenti le sorti della pubblica istruzione in Roma, che si sogliono in genere attribuire a meritodell’ultimo imperatore Flavio, Domiziano, la ricostruzione cioè e la ricomposizione di talune delle biblioteche, fondate dai precedenti imperatori e perite nel terribile incendio del 64. Ed invero, se il così dettoTempio nuovodi Augusto è già restaurato nel gennaio del 69[179], è quasi certo che codesta cronologia sia stata preceduta dalla restaurazione della biblioteca, di cui Tiberio l’aveva arricchito[180]. Anche anteriore è la riattazione del tempio ad Apollo,[181]ed è probabilissimo che con esso Nerone abbia ricomposto l’ancor più gloriosa biblioteca, che Augusto vi aveva aggregata. Ma poichè gli istituti di tal genere, periti nel 64, non dovettero essere quelli soltanto — la Biblioteca dellaDomus tiberiana, che sorgeva anch’essa sul Palatino[182], non potè certamente sfuggire alla quasi universale rovina — e, poichè questi ed altri accenni tendono a dimostrare come Nerone abbia mirato a restaurare tutto quanto l’incendio aveva distrutto, è lecito supporre che i suoi restauri non si limitarono allaPalatinae allaBibliotecadelTempio nuovo, ma sovvennero anche le altre, che, nell’incendio del 64, avevano subito una sorte egualmente infelice. Cosicchè Domiziano, di cui un biografo[183]dirà avere egli avuto il grande merito di restituire le biblioteche precedentemente distrutte, dovette esercitare la sua liberalità versoquelle sole tra esse ch’erano perite negli incendi avvenuti tra la fine del regno di Nerone e l’esordio del suo governo[184].
Ci rimane a dire qualcosa dei rapporti intercessi, sotto gli imperatori di casa Giulio-Claudia, tra lo stato e l’insegnamento della giurisprudenza, già così evoluto e così prossimo alla ufficialità in sullo scorcio della repubblica[185].
Secondo i più autorevoli storici del medesimo, l’impero avrebbe compiuto, nel campo dell’istruzione giuridica, una vera e propria rivoluzione. Esso, cioè, sarebbe riuscito a possedere quello che la repubblica non aveva mai conosciuto, delle vere e proprie scuole giuridiche di stato, e tale rivolgimento sarebbe, a loro dire, interamente palese sotto Antonino Pio, o fors’anco sotto Adriano, come proverebbe un classico passo di Gellio, nel quale si accenna esplicitamente, come a fatto ovvio ed universale, a scuole, numerose in Roma, diius pubblice docentium[186].
Ma la misura di codesto rivolgimento, nel campo dell’istruzione giuridica in Roma, è assolutamente esagerata, e la sua importanza viene attenuata da quanto più recenti studi han potuto ricostruire circa i limitie la natura dell’istruzione giuridica nell’età repubblicana.[187]È perciò più esatto asserire che, da questo tempo a quello degli Antonini, si rileva solo un notevolecrescendodell’istruzione giuridica, un regolarizzarsi e un perfezionarsi delle forme, in cui essa veniva impartita, senza che questo nulla abbia a vedere con una vera e propria rivoluzione, più che con un naturale svolgimento di condizioni preesistenti. Il nostro compito deve quindi limitarsi a indagare la parte, che, in codesto incremento e svolgimento, abbiano avuto gli imperatori di casa Giulio-Claudia.
Come narra l’unico antico sistematico espositore della storia e dell’insegnamento del diritto nella repubblica e nell’impero romano, Pomponio, uno dei principali doveri dei Pontefici, e poi dei giureconsulti romani, era stato, fin dall’età repubblicana, quello deiresponsa, cioè a dire delle consultazioni giuridiche a magistrati e a privati, che fossero venuti a richiederneli.
Tale ufficio aveva una grande, e grave, ingerenza nelle controversie giudiziarie. Il compito di giudice, nella vita sociale romana, era stato facile finchè gli atti giuridici si erano apprezzati, dirò così materialmente, senza alcuna ricerca delle intenzioni delle parti, e fino al giorno, in cui il diritto non era divenuto una scienza indipendente, la quale, oltre alla pratica del foro, reclamava uno studio speciale. Ma più tardi, in mancanza di una apposita classe di giudici professionisti, era invalsa man mano la consuetudine che essi si circondasserodi un consiglio di gente sperimentata e che le parti comunicassero loro, quale argomento decisivo, l’avviso, ilresponsum, di giureconsulti autorevoli, per quanto legalmente estranei alla causa[188].
Ma se, fino ad Augusto, il dareresponsadipendeva dal buon volere dei giureconsulti, dalla loro capacità, dalla fiducia che altri riponeva in loro, da Augusto invece si ebbero deiius respondentespatentati[189].
Sotto questo imperatore, venne stabilita una differenza tra iresponsae il loro valore effettivo, sì che, mentre, fin allora, dei pareri, esibiti dalle parti, poteva non tenersi alcun conto, il giudice, adesso, qualora il responso fosse opera di un giurista, specialmente patentato, era moralmente tenuto a riconoscerlo, perchè esso era stato formulato in nome del principe; costituiva cioè delle emanazioni della di lui sovrana autorità.
Tale innovazione non subì alcuna interruzione sotto i successori di Augusto — patentarono giuristi Tiberio, Caligola, e altri[190]— ed essa, col rialzare notevolmente il prestigio di questa classe di studiosi, era fatale avesse delle ripercussioni sull’insegnamento e sulla diffusione della cultura giuridica. Darsi agli studi del diritto, praticarne l’insegnamento era adesso un mezzo con cui raccogliere la fiducia dei principi;respondere populo, con tanta efficacia pratica, era anche fonte di lucro. Massurio Sabino ne aveva dato l’esempio e provato i beneficii: egli, consultore pubblico, patentato da Tiberio, inaugurò la serie dei professori di giurisprudenzaretribuiti di regolare onorario dai loroauditores[191].
È possibile che gli imperatori della casa Giulio-Claudia abbiano fatto anche qualcosa di più. Come il governo repubblicano aveva, ad un pontefice, assegnato un alloggio sullaVia Sacraper le sue pubbliche consultazioni,[192]sembra che analogo provvedimento si sia ora adottato a vantaggio delle nuove scuole dei giuristi. La cosa può dirsi fuori dubbio per l’età di Adriano,[193]ed è probabile anche per quella immediatamente precedente. Allora gliauditoriadei giuristi e dei loro scolari avranno sede nelle biblioteche di fondazione imperiale[194]. Ma è legittimo supporre che l’usanza fosse cominciata anche prima. Le biblioteche dell’età di Traiano e di Adriano non sono che ricostruzioni di istituti rispondenti a l’idea, che Augusto ne aveva avuta, e, come, nella prima metà del II. secolo di C., erano in esse delle intere sezioni giuridiche[195], altre analoghe ne avevano contenute le biblioteche augustee, sì che, secondo l’esagerazione di uno scoliasta di Giovenale, Augusto avrebbe, nel tempio di Apollo Palatino, inaugurato un’intera biblioteca di diritto civile.[196]Perchè dunque l’ipotesi che qualcuna delle sale di tali biblioteche fosse ritrovo dei giuristi e dei loro discepoli, non dovrebbe convenire anche alla prima metà del I. secolo di C.? Perchè non riconoscerla legittima sela ufficialità è nell’intima essenza dell’istruzione giuridica romana e se la sua pubblicità è perciò, non solo da intendere nel senso che tutti potevano goderne, ma in quello ch’essa veniva impartita col consenso, o con la sottintesa iniziativa, del potere centrale?[197].
Fu questa l’opera e furono questi gli atti, con cui, inconsapevolmente, e consapevolmente, gli imperatori della casa Giulio-Claudia promossero l’istruzione giuridica. Pur troppo, la natura stessa del nuovo potere assoluto era tale da ridurre di parecchio gli effetti di così benevoli intendimenti.
Noi abbiamo ora sott’occhio tutto il quadro della politica degli imperatori di casa Giulio-Claudia, nei rispetti dell’istruzione nazionale. E possiamo senza esitazione affermare ch’esso occupa un posto eminente nella storia della civiltà umana. Noi vi notiamo da un canto il grande impulso dato allo studio di talune discipline, la inestimabile iniziativa della fondazione di pubbliche biblioteche, lo stabilirsi di una condizione privilegiata ai precettori delle arti liberali. Noi vi notiamo l’introduzione di elementi fin ora ignorati e trascurati: l’educazione fisica a tipo greco, l’istruzione musicale, e — ciò che è assai più importante — fin da Augusto, un piano sufficientemente completo di educazione ufficiale della gioventù.
Assai strano è intanto constatare come i maggioripropulsori dell’istruzione pubblica romana, in questa età, siano stati due uomini, due principi, le mille miglia lontani l’uno dall’altro per indole e per politica: Augusto e Nerone, sì che, nel I. secolo dell’impero, la istruzione e l’educazione delle classi elevate ondeggino tra questi due poli: l’indirizzo Augusteo e l’indirizzo Neroniano.
Ma più importante è un’altra constatazione, che ci è imposta dalle vicende della storia politica dell’impero romano e che dà la chiave dell’enigma delle strane sorti della produzione intellettuale nei secoli venturi. L’impero perfeziona e moltiplica gli strumenti esteriori e materiali del progresso, ma fin d’adesso — ugualmente — la scuola comincia ad essere vuotata della sua anima, della sua libertà formatrice d’intelletti e di coscienze e cessa di produrre tutti i suoi frutti. Le scuole di retorica moltiplicano sin da Nerone, ma non formano più oratori, formano dei retori. Le scuole di filosofia dilagano, ma il filosofare diviene d’ora innanzi un pericolo, e sola filosofia possibile non è più quella che scandaglia per tutti i recessi dell’abisso profondo, dove, come s’esprimeva Seneca, giace la verità, ma l’altra, che si cristallizza in una secca e vuota ermeneutica dei più celebri autori dei secoli trascorsi o che si deforma in una sofistica arguta e sottile, che insegna meno a vivere, a sentire, a pensare, di quello che a disputare e a schermagliare.[198]La stessa educazione fisica va man mano smarrendo il proprio scopo ecede il posto all’atletica e all’acrobatica. La cultura e la scienza divengono così ornamento mnemonico o intellettuale, non creano, nè ricreano l’uomo. Questo non fu per certo conseguenza di volontà colpevole di individui; fu bensì effetto di tempi mutati, fu derivazione necessaria di istituti politici, che svolgevano tutte le deleterie influenze, a cui l’intima capacità li costringeva, e sospingeva, ma di cui non meno gravi saranno le fatali ripercussioni.