Ma la cattedra di retorica non fu la sola, nè la più importante tra quelle istituite dal secondo degli Antonini. La vera, la grande innovazione riguarda invece l’insegnamento della filosofia. Marco Aurelio istituì parecchie cattedre di questa disciplina; quante con precisione non è noto; ma la cifra più ragionevole è ancora quella di otto,[384]due per ciascuno dei quattro principali indirizzi filosofici del tempo, il peripatetico, il platonico l’epicureo, lo stoico. Ed invero, poichè, per queste scuole soltanto, noi sappiamo che furono nominati dei docenti ufficiali,[385]poichè sappiamo che di peripatetici ve ne furono precisamente due,[386]non è possibile pensare, come si è fatto, che Marco Aurelio avesse reso ai restanti indirizzi filosofici (tra cui era anche lo stoico, quello al quale egli stesso aveva consacrato la sua vita) meno onore che al peripatetico. Se anzi una diversa illazione fosse da ricavare, essa sarebbe questa: che le cattedre imperiali di filosofia, in Atene, potevano magari, per qualche scuola, essere superiori a due, e, nella loro cifra totale, superiori ad otto.
Era ben difficile che il regno di Marco Aurelio, quel suo governo, che fu definito di filosofi, avesse una più tangibile espressione della sua intima essenza. L’Università ateniese, così come egli ebbe a concepirla, fu quasi interamente una facoltà filosofica. Secondo il suo pensiero, i giovani dovevano essere anzitutto largamente istruiti nelle discipline filosofiche; solo in via secondaria, nelle discipline puramente letterarie; lo scopo professionale, poi, non doveva trovarvi, come non vi trovava, quartiere.
Gli stipendi assegnati dall’imperatore furono, per la cattedra di retorica, 10.000 dramme,[387]e 10.000 dramme ancora per ciascuna delle varie cattedre di filosofia[388]. Indubbiamente, queste somme venivano prelevate dal fisco imperiale, e di ciò, non solo ci avverte la natura particolare dell’istituto, che è tutta una personale volontaria creazione dell’imperatore, ma lo dichiarano eziandio le fonti da noi conosciute, e in una maniera così esplicita da non dar luogo a discussioni o a diversità d’interpretazione[389].
La prima nomina dei docenti di retorica e di filosofia in Atene era stata fatta dall’imperatore, o direttamente o per mezzo di persona di sua fiducia, che, in quel casospeciale, fu il celebre sofista Erode Attico, a cui appunto era stata delegata la scelta dei primi maestri ufficiali di filosofia[390]. Ma subito dopo erano state redatte delle norme definite, il primo regolamento per le prime ammissioni nell’insegnamento superiore, la cui importanza è, fra l’altro, notevole, per essere rimasto, nei secoli di poi, la pietra angolare di tutti i giudizii del genere, e perchè i suoi criterii fondamentali restano saldi ed immutati ancor oggi.
Di tutto questo ci informa un brillante dialogo di Luciano; ma nè questo, nè altro ci specifica quale sia stato l’atto imperiale, che quelle norme aveva fissate ed imposte. Era stato un editto, un rescritto, una circolare (mandatum)? Di ciò non possediamo, pur troppo, nessuna particolare indicazione, e sappiamo solo che, vivente ancora Marco Aurelio, in seguito alla morte di uno dei due filosofi peripatetici, erano già state iniziate le operazioni per la nomina del successore, ed era stato bandito quello che precisamente si dice oggi un concorso.
La commissione giudicatrice — informa Luciano — era composta «dei migliori fra i personaggi più anziani e più sapienti di Atene».[391]Si trattava dunque di tutti «i migliori» (nel senso classico della parola)? O, in caso diverso, quali ne erano le limitazioni, e chi aveva regolato, e regolava, la cernita?
È legittimo presumere che la lista degli ἄριστοι, i cittadini, cioè, in quel tempo, in Atene, eleggibili allepubbliche cariche, non coincidesse perfettamente con l’elenco dei membri della commissione giudicatrice, alla quale spettava il giudizio in merito al valore dei concorrenti. Una cernita tra gli ἅριστοι ateniesi era probabilissima, e la condizione dell’età e della capacità dei giudicanti (πρεσβύτατοι καὶ σοφώτατοι) è proprio — o io mi inganno — nel passo di Luciano, il criterio limitativo del numero degli ottimati. Ma, se questo imponeva una riduzione, mi sembra ancor più probabile che il loro numero venisse d’altra parte accresciuto con quello di tutti i competenti, che risiedevano da tempo nella città (σοφώτατοι τῶν ὲν τῆ πόλει) e ch’erano ormai considerati come degni e capaci di portare i loro lumi nel giudizio[392].
La Commissione giudicatrice sarebbe stata dunque formata dei cittadini più anziani dell’aristocrazia del censo e dell’intelligenza ateniese e avrebbe compreso anche i pubblici e privati professori della città. Vi era, fra quelli e questi, fra i cittadini non docenti e gli altri, una diversità o un diverso grado di funzioni, diremo così, giudicatrici?
Un acuto storico delle scuole filosofiche ateniesi, lo Zumpt,[393]ha pensato che i secondi non avessero che un voto meramente consultivo perchè, in caso contrario, — egli ragiona — ci troveremmo dinnanzi all’assurdodi filosofi, giudicanti candidati di scuole contrarie alla loro.
Tale obbiezione è, in verità, infondata, prima di tutto perchè a scuole contrarie potevano appartenere anche i σοφώτατοι non docenti; in secondo, perchè tale appartenenza non mutava il valore del giudizio, in quanto — come vedremo a momenti — nel concorso, non si trattava di valutare il merito delle dottrine di una scuola in confronto di quelle d’un’altra, ma solo il merito di ciascuno dei concorrenti di una stessa scuola. Ma ciò che decide in modo assoluto è il testo medesimo di Luciano. Per l’umorista greco, i δικαστα ψηφοφοροῦντες sono tutti insieme οί ἅριστοι καὶ πρεσβύτατοι καὶ σοφώτατοι[394], e i diritti dell’intero corpo giudicante non vengono menomamente graduati in due ordini diversi.
Ma chi fissava, volta per volta, il numero e le persone? A chi spettava il diritto della scelta? Chi presiedeva la commissione giudicatrice? Neanche di tutto questo siamo direttamente informati. Ma, se la scelta delle persone doveva dipendere da uno di questi tre enti, o il governatore della provincia o l’Areopago o il Senato, dal primo, come rappresentante l’imperatore, dagli altri, come delegati dal primo, in grazia di una tradizione, che ne faceva i due corpi cittadini, supremi sorveglianti della educazione e della istruzione pubblica ateniese,[395]la presidenza della commissione giudicatrice di un concorso, per ogni cattedra imperiale, non poteva spettare che al governatore della provincia.
Passando ora dai giudici ai giudicandi, notiamo subito che la schiera di questi soggiaceva ad assai minori limitazioni dei primi. Anzi non ne conosceva che una sola: l’omogeneità delle dottrine con il filosofo estinto da surrogare. Non limiti di età, non limiti di condizioni sociali, neanche forse di sesso,[396]e neanche, per ora, requisiti morali e fisici imprescindibili.[397]Tutto questo poteva essere un elemento negativo o positivo, che entrava a pesare, favorevolmente e sfavorevolmente, nel giudizio dei commissarii, non mai condizione assoluta d’incapacità, d’indegnità, d’inammissibilità. E di tanta liberalità è anche prova il comico caso, che dà materia al dialogo di Luciano, la fonte precipua di queste nostre informazioni.
La prova pubblica del concorso consisteva in una discussione tra i candidati, interrotta probabilmente da interrogazioni ed osservazioni dei commissarii, nella quale ciascuno dimostrava la propria perizia nelle dottrine di quella scuola, per cui si ricercava il titolare.[398]Finita la prova, la Commissione discuteva, e alla discussione seguiva il voto. Non doveva essere necessaria la unanimità, ma, qualora i giudici si fossero trovati dinanzi a casi e a condizioni impreviste, qualora i pareri fossero stati molto varii e divisi, o, insieme con i due fondamentali dell’approvazione e della disapprovazione, altri minori se ne fossero tenacementemanifestati, il giudizio veniva sospeso e rimesso in definitiva all’imperatore.[399]
La esposizione del processo, che abbiamo tentato, è, nonostante le inevitabili lacune, abbastanza completa. Solo ci rimane qualche lieve dubbio. Anche in caso normale di giudizio compiuto e di proposte concrete della Commissione, era riserbato all’imperatore un ulteriore giudizio e piena libertà di scegliere e di deliberare, anche in senso contrario alle designazioni della Commissione giudicatrice? Aveva, oltre l’imperatore, anche la città dei diritti sulla nomina del titolare a qualche determinata cattedra, fondata dal governo centrale? Le norme, che finora abbiamo esposte, erano limitate ai filosofi, o si adattavano, anche in quest’età, ai sofisti? E quali variazioni subivano in tal caso? A queste domande, per quanto la tradizione taccia, noi possiamo fornire risposte abbastanza sicure e definitive.
Il giudizio ultimo dell’imperatore è da ammettersi assolutamente. In realtà, la Commissione non ha poteri, se non in quanto essa ne è, volta per volta, investita. L’imperatore potrebbe anche farne a meno (i successori di Marco Aurelio, anche i più costituzionali, faranno talora così), e nulla impone il convincimento che Marco Aurelio, appena agli inizii della pratica dei concorsi, dovesse rinunziare a cotale sua prerogativa. Viceversa, per queste cattedre di fondazione imperiale, noi ignoriamo assolutamente, e potremmo anzi escluderla, l’esistenza di diritti speciali della città.
D’altra parte, le clausole fissate da Marco Aurelio, fermo restando ogni privilegio dell’imperatore, devonopotersi applicare anche ai sofisti. Astrazion facendo dalla analogia con l’età immediatamente successiva[400], ce lo suggerisce la verisimiglianza intrinseca della cosa. Perchè un concorso per i filosofi e non anche per i sofisti? Come avrebbe altrimenti l’imperatore potuto giudicare e scegliere, ove le domande fossero venute anche da concorrenti stranieri, di pari grido e valore, o magari da ateniesi a lui ignoti? Per i sofisti però, stante la diversa natura dell’insegnamento, non doveva trattarsi di una discussione fra i candidati, ma di una o più prove oratorie su temi determinati da svolgere, estemporaneamente o in seguito a preparazione, esperimento questo, per cui gli ἄριστοι πρεσβύτατοι σοφώτατοι ateniesi erano allora, a dir vero, più competenti che non a giudicare di dibattiti filosofici[401].
Tutto questo, e cioè l’istituzione di cattedre imperiali, la regolarizzazione delle nomine dei docenti, fu fatto solo in Atene, o fu da Marco Aurelio ripetuto in altre città, già fiorenti e gloriose per studii, tanto quanto la capitale della Grecia? Ad onta della verisimiglianza di questa seconda ipotesi, a noi non è rimasta la menoma menzione di un tal fatto. Ciò che di certo sappiamo si è che, parallelamente alla gloria della scuola ateniese, s’accresce in questo tempo il prestigio e l’importanza dell’Athenaeumromano. Esso è ormai il luogo,dove impartiscono regolarmente lezioni i docenti di Roma e, con uguale frequenza, docenti venuti, talora chiamati, dall’estero, specie dalla Grecia, i quali ultimi non si può perciò dubitare che godessero ormai di uno stipendio fisso da parte dell’imperatore.
Dobbiamo quindi supporre, anche nell’Athenaeum, una costellazione di cattedre ufficiali. Quante per adesso, e con quali stipendii, l’ignoriamo. Certo, quelle cattedre, almeno per la retorica, sono considerate come superiori alle corrispondenti ateniesi, e, dei migliori insegnanti, che di là, o d’altrove, sono chiamati a coprirle, si dice appunto che si recano a occupare una cattedra «superiore» (ὁ ἄνω θρόνος). Non sappiamo però se anche per Roma occorresse alle varie nomine un concorso, o se queste della capitale dell’impero dipendessero, per ora almeno, direttamente dall’imperatore. Nell’assoluta mancanza di dati, ogni soluzione sicura è impossibile. Forse però, non soltanto il luogo di residenza dell’istituto, che si trovava sotto la diretta sorveglianza del principe e dei suoi ministri, ma anche il fatto che quelle cattedre venivano occupate da insegnanti già sperimentati in concorsi, e, per lo più, già provetti nell’insegnamento ufficiale, rende maggiormente probabile l’ipotesi di una diretta e immediata nomina dell’imperatore.
Grande dunque è stata la via percorsa fin da Vespasiano, e dallo stesso Adriano, a Marco Aurelio. Da uno o più stipendi largiti in Roma a determinate persone, i due principali centri di cultura dell’impero possono ora vantare cattedre d’istituzione imperiale o municipale, insegnanti di retorica, di filosofia, di giurisprudenza, forse di grammatica. Abbiamo, in Atene e in Roma, tutta una serie ufficiale di cattedre, anzi, inAtene, una vera e propria facoltà filosofica, e nell’una, se non nell’altra città, un apposito istituto per il libero insegnamento, superiore o medio-superiore. Possiamo con questo dire di trovarci dinnanzi al fatto compiuto di una statizzazione dell’istruzione pubblica? Nulla di più errato di tale affermazione. Dall’insegnamento ufficiale sfuggono interamente e l’insegnamento medio inferiore e il primario. Lo stesso insegnamento superiore e il medio-superiore contano un numero esiguo di cattedre ufficiali, rispetto all’abbondanza degl’insegnanti e delle cattedre private[402]. Mentre oggi, nel nostro paese, le Università libere e le così dette Università popolari rappresentano l’eccezione, queste, nell’età di Marco Aurelio, sono ancora la regola. Solo l’imperatore, scegliendo dalla grande folla, ha assegnato dei docenti di più scrupolosa elezione e godenti la sua fiducia, a una serie di cattedre, le quali recavano seco la stabilità, che proveniva dalla loro natura e dalla loro origine.
Ma, a rigore di termini, non si può neanche, per ora, parlare di Università, e neanche, forse, di vere Facoltà universitarie. Cotali nostri istituti presuppongono necessariamente un piano didattico e amministrativo, che presieda al loro funzionamento, un insegnamento integrale ed organico, un vincolo collegiale. Nulla di tutto questo troviamo, almeno per adesso, in Atene od in Roma. Ci sono cattedre, ci sono insegnanti; manca la scuola; o, se scuola c’è, la determina la tradizionale, non l’ordinamento imperiale. Nessun rapporto lega fra loro i maestri, nessun obbligo gli scolari. La scuolapubblica, in quanto organicamente costituita, non esiste, e la sua impronta ufficiale si farà attendere ancora per oltre un secolo.
Questo per l’insegnamento superiore e medio superiore. Meno liete rimanevano ancora le condizioni dell’insegnamento primario. Ma, se l’impero non vi imprime ora, come non vi imprimerà mai, alcun suggello ufficiale, se anzi avrà quasi cura di tenerlo lontano da ogni contatto di ufficialità, gli Antonini proseguono a favorirlo indirettamente, calcando le tracce dei due immediati predecessori in quella parte della loro amministrazione, che riguardò le fondazioni alimentari.
Sotto Adriano, Antonino Pio e Marco Aurelio, quest’istituto riceve un assai notevole incremento.[403]Si fondano speciali corporazioni di fanciulli beneficati,[404]se ne avvantaggiano numerosi municipii italici, se ne regola con maggiore studio il funzionamento e si creano all’uopo speciali magistrati[405].
Troviamo così fondazioni alimentari in Liguria, in Lombardia, nel Veneto, nel Piceno, nell’Umbria, nel Lazio, nei Bruzii, in Lucania, in Apulia, nel Sannio, in Campania e altrove. Adriano assegna l’ufficio dipraefectus alimentorumaicuratores viarum Italiae, dandocosì a vedere che dipueri alimentariive n’era per tutte le regioni della penisola. Marco Aurelio nomina deipraefecti alimentorumdi rango consolare e deiprocuratores ad alimenta, risedenti in Roma, creando così un’amministrazione centrale per quel ramo[406], mentre, sin dal suo regno, altriprocuratoresappaiono come funzionari subordinati e coadiutori dei prefetti distrettuali[407]. L’esempio, che veniva così copioso e così efficace dall’alto, è ora più che mai fecondo di benefiche conseguenze. Di quest’età noi abbiamo tracce di vistose fondazioni private in Grecia[408]in Spagna,[409]in Africa[410]. E il buon volere riceve un grande impulso dalle nuove garanzie e dalle nuove disposizioni, relative all’amministrazione dei municipii, che tendono altresì a salvaguardarne gli interessi e ad assicurare loro i beneficii dei doni e dei lasciti per istituzioni alimentari fatti da ricchi cittadini.[411]
Ma quanto grande sia la importanza e il peso di cotali norme legislative, nei rispetti dell’istruzione primaria, lo prova ancor più il fatto che i lasciti dei ricchi privati, non soltanto andavano a favorirne la diffusione, indirettamente, per mezzo delle istituzioni alimentari, ma più volte vi concorrevano direttamente col mantenimento di scuole municipali primarie e secondarie. Talora essi sono indirizzati, comeè detto, a vantaggio della istruzione dei fanciulli (eruditione puerorum)[412]. Ed anche questi lasciti, con siffatta speciale destinazione, ricevono fin d’ora, e solo da questo momento, il beneficio della sicurezza e della tutela dello Stato.
In questo periodo, in cui così forti sono gli scambi spirituali col mondo greco, in cui noi vediamo, in assai maggior misura che nei secoli trascorsi, trapiantati in Roma metodi e istituti di istruzione ellenica, in questa, che è l’età di Adriano e di Marco Aurelio, noi non possiamo non aspettarci — quello che realmente si ebbe — un più vigoroso incremento dell’istruzione musicale. Il II. secolo di C. è veramente l’età più gloriosa della musica romana. Le compagnie liriche e drammatiche — i così dettisinodi dionisiaci— raggiungono ora il culmine della gloria e della considerazione universale. Le epigrafi esibiscono, in questa età la maggior copia di agoni, di giuochi e di premii. I concorsi Pitici ed Olimpici divengono universali; ogni città di mediocre importanza ha i suoi; ne sorgono di nuovi, si fregiano dei nomi degli imperatori o dei loro favoriti:Traiani, Adriani, Antinoi.La mania universale invade anche i privati, che dispensano alle città grandi somme per giuochi in proprio onore.[413]Si dispiega alla luce dellastoria tutta una ricca, inaudita fioritura di studii musicali, e questi sono gli anni, che tramandano la maggiore, e la miglior parte dei trattati teorici di musica dell’evo antico[414].
Ma dal giorno, in cui gli autori lirici, o drammatici, avevano cessato di essere anche autori della musica, che accompagnava le loro opere, lo sviluppo di quest’arte, ormai indipendente da ogni altra, era stato rapidissimo.[415]Era quindi divenuto urgente e difficile il problema di un’istruzione musicale, che valesse a creare dei virtuosi, che avrebbero poi dato prova di sè, avanti al gran pubblico, ed in ampie rappresentazioni.
A risolverlo, avevano, fin dall’età alessandrina, cercato di provvedere i su riferiti sinodi dionisiaci, divenendo ogni giorno più scuole pratiche, sia pure ametodiche, di musica e di recitazione[416]. Uno dei più famosi fu allora quello numerosissimo di Teo, che, ai primi dell’età imperiale romana, trasporterà la sua sede in Lebedo[417]. E non senza rapporti fra loro debbono essere state la presenza del sinodo in quel paese e l’accurata istruzione musicale, che troviamo impartita ai fanciulli ed agli efebi del luogo. Noi conosciamo ciò che oggi si direbbe il programma di questa educazione. Si insegnava ai fanciulli e ai giovani a suonare gli istrumenti musicali, salvo (strana eccezione!) gli istrumenti ad aria; si insegnava il canto, la composizione musicale e l’arte della recitazione.E, insieme con questo, si impartivano loro nozioni di coltura generale, di letteratura, di pittura etc.[418].
Questo di Teo non restò l’unico sodalizio del genere[419]. Or bene, gl’imperatori cosidetti senatorii, che furono grandi fautori e suscitatori di celebri compagnie drammatiche,[420]erano implicitamente, e necessariamente, portati a essere promotori, e protettori, delle scuole professionali di musica, che in quelli si venivano, o si erano venute, nel progresso dei tempi, formando.
Ma il culto della persona degli Augusti, che in questo periodo si diffonde per tutto l’impero e che così largamente è provocato dall’azione individuale degli imperatori, suscita al tempo stesso una vasta fioritura di speciali collegi di artisti lirici, che, più naturalmente e direttamente dei sinodi dionisiaci, ricordano le antiche corporazioni degli aedi vaganti, e d’insegnamenti musicali prodigati a giovani ed a fanciulli. Ne abbiamo in Asia minore, a Smirne, a Pergamo, ad Efeso, in Tracia, in Roma,[421]con appositi maestri di musica, di canto, di danza, cose tutte che dovevano certamente a loro volta sollecitare un incremento grande della istruzione musicale,diretta a scopi meramente professionali. E non si può quindi fare a meno di pensare che la larga messe dei teorici studi di musica di questo e del secolo successivo fiorisse da un terreno regolarmente apparecchiato, nella cui preparazione l’opera e la politica degli imperatori avevano avuto non piccola parte.
Ma della istruzione musicale, promossa, non già per iscopi professionali, sibbene quale elemento necessario di cultura generale, segno preciso è ora la rigogliosa fioritura deicollegia iuvenum, che, fin da Traiano dopo aver popolato tutta l’Italia, penetrano anche nella vicina Gallia,[422]e il cui sviluppo, per quanto possa magari ritenersi di autonoma origine municipale, pure non avrebbe mai raggiunto tanto rigoglio senza il favore del governo.
Parecchi monumenti artistici e numismatici del tempo[423]ci mettono sott’occhioiuveneseludi iuveniles; Antonino Pio inaugura dei periodiciludi decennales,[424]e tutto l’ingranaggio dinastico degli Antonini richiama l’ordinamento Augusteo della gioventù equestre nei suoi rapporti con la famiglia imperiale[425].
Ma questa età, così feconda in provvedimenti, che, direttamente o indirettamente, influirono sui vari rami dell’istruzione pubblica, vide compiersi un che di più nuovo, di più significativo e di più singolare. Fu dessa l’età, in cui, nella nuova estrema rinascenza dell’arte antica, trovò posto, fra gl’ingranaggi dell’amministrazione imperiale, qualcosa che oggi corrisponderebbe a una sovrintendenza generale delle belle arti.
La cura delleopera pubblica, si era, fino a questo tempo, tradotta in un insieme di funzioni indistinte, sia che riguardassero costruzioni e lavori pubblici, non escluse leaedes sacrae, sia che riguardassero antichità e belle arti. Ora essa comincia per la prima volta a differenziarsi nei suoi varii elementi. Due epigrafi del regno di Antonino Pio parlano esplicitamente, l’una, di unprocurator Augusti a pinacothecis[426], l’altra, di unprocurator moniment[or]um terra (?) imaginum[427]. I dueprocuratoriavevano alle loro dipendenze un personale subalterno, degliadiutoresdestinati a coadiuvarli nell’ufficio,[428]forse anche appositi operai e laboratori per la costruzione, la riattazione, la riproduzione delle opere d’arte poste sotto la loro sorveglianza[429]. Su che cosa invero ilprocurator a pinacothecise il procuratormonimentorum terra imaginumdovessero esercitare il loroufficio, a me par chiaro. Per certo, sulle opere architettoniche, le statue, le pitture, collocate nei palazzi imperiali od esposte in luoghi pubblici, al cui riguardo quelli dovevano avere buona parte delle attribuzioni, che ora, presso di noi, possiede, ad esempio, la direzione generale delle belle arti. Essi venivano così, come dicemmo, a gerire la sovrintendenza generale delle pubbliche gallerie, dei musei, delle opere di plastica o di pittura, contenute nei templi ed altrove, dei monumenti artistici, in una parola, della capitale del mondo; e, probabilissimamente, non solo in quello che riguardava la loro custodia, la loro collocazione, o la relativa conservazione, ma eziandio in tutto ciò che riguardava la ricerca, l’acquisto, la riproduzione delle opere d’arte.
Ma le sollecitudini di Antonino Pio non si limitarono alla capitale dell’impero. In quella copia di disposizioni, che l’imperatore emise per concorrere all’incremento della vita municipale, noi ne troviamo talune, che riguardano precisamente le opere d’arte in Italia e nelle provincie. Gli abitanti dei municipii solevano spesso legare o donare per fidecommisso dei fondi destinati a lavori d’arte (statuas vel imagines ponendas). Ebbene, Antonino Pio stabilisce delle norme assai severe, perchè il malvolere degli eredi non venga a defraudarne le città: «Se il testatore non ha fissato il giorno per la consegna delle statue e delleimagineslasciate in eredità, il governatore della provincia ne fisserà uno, e, se gli eredi non soddisferanno al loro obbligo, pagheranno, per i primi sei mesi, un interesse inferiore al 6%. Se invece il testatore ha fissato il giorno della consegna, gli eredi dovranno soddisfare puntualmente al loro obbligo, e, se essi pretendonodi non trovare le statue, o fanno difficoltà per il loro collocamento, dovranno pagare subito gli interessi del 6%»[430].
Spesso i privati s’impegnavano di concorrere, a profitto dello Stato o di una città, alla manutenzione e all’abbellimento di opere esistenti. Antonino Pio prescrive: «Se una città ha monumenti artistici in copia, ma denaro non sufficiente alla loro manutenzione, i fondi lasciati in eredità per opere nuove debbono impiegarsi alla manutenzione di quelle esistenti»[431].
Così la sorveglianza imperiale sulle opere d’arte si estende, da Roma, all’Italia; dall’Italia, alle provincie, e si costituisce la prima molecola di organismi, che tanto maggiore sviluppo assumeranno negli Stati più civili del mondo moderno. Così, ancora una volta, i nostri migliori istituti, in fatto di pubblica istruzione, tornano a collegarsi alla politica degli ottimi fra gli imperatori romani del I. e del II. secolo.
Da questa stessa età, e precisamente del governo di Antonino Pio, ha origine anche una complicazione nel servizio delle biblioteche.
Fin ora, a capo di queste, noi conoscevamo solo ilprocurator bibliothecarum, oprocurator Augusti a bibliothecis, funzionario della seconda o della terza classe dei procuratori[432]. Adesso cominciamo a conoscere anche unprocurator bibliothecarum sexagenarius[433], funzionario di quarta classe, stipendiato cioè con soli 60,000sesterzi (L. 15,000) annui, ch’è un impiegato inferiore[434], probabilmente addetto soltanto alla parte amministrativa dei singoli istituti[435].
Possiamo ora giudicare tutto il valore dell’opera degli Augusti, che tennero l’impero da Nerva a Marco Aurelio, in fatto d’istruzione pubblica. Esso può dirsi semplicemente inestimabile. Se l’impero romano non avesse avuto quei principi, le successive vicende politiche avrebbero ritardato di oltre un secolo quelle forme, che l’istruzione pubblica andò con loro assumendo. Ma essi non si limitarono a creare gli organi materialmente adatti; essi posero eziandio le condizioni necessarie per il lavoro dell’intelligenza; essi, con le loro opere e le loro iniziative, diffusero dappertutto l’amore della cultura e la cultura stessa. «L’impero è tutto pieno di scuole e di discenti», esclamano insieme il retore greco Aristide e il poeta romano Giovenale[436]. La letteratura, la filosofia, la scienza, cessano di essere proprietà riservate di cenacoli e di spiriti colti, e divengono popolari. La coltura non è la più profonda, ma è la più universale; l’attività dello spirito, non la più ferace, ma la più diffusa; la scienza, non la più pura, ma la più popolare[437]. Assai di rado,nella storia del mondo, ricorse l’esistenza di una società così appassionata di tutte le manifestazioni dell’intelligenza. Questo per certo non si deve esclusivamente all’opera del governo; ma ben di rado un governo interpretò, con altrettanta fedeltà, le condizioni del secolo che passava, e tutti i mezzi, di cui disponeva, tutte le condizioni favorevoli offerse alla soddisfazione dei vari bisogni intellettuali, o quei bisogni suscitò dove e quando essi sonnecchiavano latenti o inconsapevoli.