E poi o che armeggiano oggi i Francesi quando cotesto loro capitano Oudinot, per via di un bando che io non riporto però che le sue non sieno mica parole del Macchiavello, chiariva la gente che ilfantasmadi Governo romano ricambiando con bravate le sue profferte di pace egli accettava la sfida, benchè la fosse bazzecola aspettandolo a braccia aperte popoli e soldati, fanciulli, vecchi, ed anco le donne nè altri aversi a combattere tranne un'accozzaglia di rifuggiti di ogni maniera, che Dio ne scampi e liberi? Per colpa dei repubblicani romani la libertà darebbe il tuffo, mentre i repubblicani fancesi così costumati e per bene si metterebbero in quattro perchèle istituzioni liberali ricevessero tutto lo sviluppo comportabile con gl'interessi ed i costumi del popolo romano.
Il Tevere parte Roma, non però ugualmente; alla diritta del fiume sorge da un lato il Vaticano, dall'altro il Gianicolo; qui la cinta di mura prima costruita da Leone IV, poi ampliata da Pio V, e ingagliardita in processo da Pio V, la quale comincia da castello Santo Angiolo, e girato intorno il Vaticano termina a porta Santo Spirito. Urbano VIII edificava un recinto nuovo di mura bastionate, che da porta Cavalleggieri prossima a quella di Santo Spirito va in su pel Gianicolo, arriva a porta San Pancrazio, e quinci avvalla fino alle rive del Tevere a Porta Portese. Da ora in poi Roma non ha difesa eccetto il fiume; ricompariscono mura male fabbricate, e peggio rabberciate, mezzo in rovina, le quali corrono a mezzogiorno, a levante e a tramontana cessando al foro Boario, dove da capo il solo fiume schermisce Roma per un miglio all'incirca; al termine del quale sorge castel Santo Angiolo. I Francesi mossero da occidente facendo capo alla parte più munita di Roma, non già per errore che commettessero, bensì per lasciarsi libera la via al mare pigliando per cardine di guerra, o come con termine di arte si dice, per base di operazione Civitavecchia: qui le difese non potevano essere lunghe, tuttavia di stianto non si poteva sforzare la Città; che se alle mura mancavano fossi, spaldi ed opere avanzate, nè manco ci facevano impressione le artiglierie da campagna, e dentro e fuori stavano uomini a difenderle.
Primo Garibaldi con la sua legione. Chi è Garibaldi? Dio ha scritto la sua gloria nel firmamento colle stelle, il Garibaldi la sua con le vittorie per lo universo mondo: invitto sempre, vinto una volta, perchè gli mossero nemici i fratelli, ed egli correva tra le armi da un lato e dall'altro per implorare la pace. Anima e mente di popolo; non so perchè, e per quale vincolo d'idee quando lo miro, ricordo il dipinto dell'Albano che rappresenta Amore, che tocca la lira a cavallo di un lione; lo imperversare della natura non lo spaventa più delle procelle degli uomini, egli ci sta in mezzo, come se queste e quello fossero attaccati al carro della sua fortuna. Dovunque si rammenta la Libertà il nome di Garibaldi le tiene dietro quasi eco di quella. La vittoria è l'ombra del suo corpo; dove comparisce cessano fame, stanchezza, e perfino il dolore delle ferite; a tutte queste miserie subentra per dominare onnipotente su le anime il divino entusiasmo di morire per la Patria, e per la Libertà: tutto splende alla luce dello eroe, tanto vero questo che parecchi uomini i quali apparvero fiamma accanto a lui, da lui discosti diventarono carboni sordidi, buoni soltanto a segnare su i muri una turpe figura o una parola sconcia. La Provvidenza nel crearlo volle segnare sopra la sua frontedestino, ma distratta a mezzo non compì la leggenda: se così non era qual mortale adesso più di lui somiglierebbe Dio? Affrancava popoli, e li donava al regno, e il donator di regni oggi gli manca il pane. È giustizia questa? È castigo? Non so, io piego il capo davanti ai decreti del supremo sapiente. Certo il plebiscito a cui lo vestì pesa peggio della camicia di Nesso, ma che importa? Ormai il primo impeto fu attutito; la fiamma accesa tornò brace, anzi cenere; gli eroi diventarono bottegai; gran mercato delle anime fu aperto; chiunque volle vendersi trovò il suo prezzo, e la mercè offerta pur troppo superò la richiesta…. e più non dico, che la parola mi scorre dalle labbra, corrodente peggio dell'acqua forte. La bandiera della Libertà rimane ferma piantata in mezzo a un mucchio di speranze deluse, il vento contrario tormentandola la fa scoppiettare, e par che dica: «quando si leveranno nuove mani per farmi progredire?» Per ora la nazione ha paura, almeno così ci danno ad intendere: pochi, e poveri ardimmo concepire il disegno della unità italiana, e tentarne il compimento; adesso con ventidue milioni di uomini ci peritiamo; avventatezze i conati primi, le moderne viltà prudenza. Avventatezze Maratona, e Platea; avventatezze le guerre elvetiche, le battaglie americane avventatezze, incliti fatti le regali dimore. Ma guerra senza danaro non si fa, e noi ci troviamo al verde, oppongono i traditori d'Italia; bene sta; ma voi ci stremaste tenendo in piedi e in procinto uno esercito, che adesso a prova conosciamo ordinato non per fare bensì per reprimere la guerra, non per combattere fuori i nemici, ma dentro i liberi cittadini; i soldati appaiono canonici, gli uomini di toga guerrieri: i generali si fanno banditori di pace, i cittadini chiedono battaglia, e impongono ai gladiatori che hanno mangiato il pane a tradimento: tiratevi da parte, combatteremo per voi…. staremo a vedere quanto la durerà: per me sento, senza tema d'ingannarmi, che la ira dei popoli e di Dio matura nel suo segreto. Torniamo a Roma.
E la legione del Garibaldi quale, e come composta? Da prima la formarono alcuni uomini, nè manco una compagnia, superstiti ai combattimenti di Moranzone e di Luino, vi si aggiunsero poi i bersaglieri mantovani i quali licenziati a Torino nell'ottobre, vennero a Pontremoli nel novembre del 1848 dove ebbero dal ministero democratico toscano armi, vesti, ed anco un po' di danaro; sul finire del mese raggiunsero il Garibaldi a Ravenna, nella quale città egli menava vita stentata; allora crebbero fino a 700; altri soldati racimolarono in più parti, massime a Ferrara, Mambrini capitano, e Ferrari tenente; difettavano di armi, di vesti, di tutto, ed in questi arnesi furono spediti a vigilare i confini verso Napoli; alla metà di aprile in Anagni ottennero armi, vesti poche, causa di contesa fra loro. Costà giunse la nuova dei Francesi sbarcati a Roma, e dicevano per combattere al fianco degl'Italiani, nè poteva correre diverso il grido, perchè una repubblica mossa ai danni di altra repubblica partorita in certo modo da lei pareva mostruoso, ma presso cotesta gente le opere quanto più assurde credibili. I legionari di Garibaldi da un lato lieti di tanto appoggio e al punto stesso zelatori della propria fama sbracciavansi a segnare un foglio, col quale chiarivano ch'essi intendevano combattere separati dagli ausiliari; non si confondano i meriti; il cimento distinto stimolo alla emulazione; quando a torli d'inganno ecco arriva un messo perchè si avaccino a Roma minacciata dai Francesi, e i legionari andarono; taluno di loro pensoso delle sorti finali della Patria, tutti anelanti conoscere chi più valente al paragone delle armi o iTigridi America (com'essi sè medesimi chiamavano) ovvero iLionidi Affrica, essendo stati cavati la più parte dei Francesi dall'Algeria.
Da tanto che i Francesi furono sorpresi, basti sapere che addosso ad un ufficiale nemico morto in battaglia furono trovate le istruzioni per lo assalto, giusto nel vero modo in che fu fatto: il quale era irrompere con forze bipartite contro la porta Angelica, e sopra la porta Cavalleggeri punti fra loro distanti 630 metri in linea retta dentro Roma e quinci, sperdendo ogni impedimento dinanzi, fare capo dai diversi lati nella piazza San Pietro che giace in mezzo a cotesto spazio: di fuori poi girando le mura lo intervallo fra le due porte cresce fino a 2490 metri: ma poichè sotto le mura di città difesa male camminano eserciti, per poco che ti allontani a cercare più sicuro sentiero ti toccherà discorrere fra le due porte un tratto ben lungo di 4000 metri; così i due corpi si ponevano in avventura senza che l'uno potesse per la soverchia lontananza sovvenire all'altro; mentre ai Romani sortendo da castello Santo Angiolo era fatta abilità pigliare gli assalitori di porta Angelica di fianco, ovvero alle spalle, gli altri spinti contro la porta Cavalleggeri con mosse uguali potevano essere combattuti dai nostri usciti da porta San Pancrazio.
I Francesi mossero da Civitavecchia a Roma la mattina del 28 aprile: erano 6000 e più provveduti di tutto; la sera giunsero a Palo e vi si fermarono; il 29 accamparono a Castello Guido 18 chilometri più in su verso Roma; di qui il Generale spediva innanzi a speculare il fratel suo capitano Oudinot, che ritornò referendo guasti i ponti, sfondate le strade, però difficile non impossibile procedere innanzi; avere incontrato non so quale pattuglia romana che seco lui ricambiò parole, ma sul punto di tornarsene gli aveva fatto fuoco addosso, onde due cavalli erano rimasti morti, e prigione un cacciatore impigliato nelle redini del cavallo caduto.—Così ilgiornale delle operazioni dell'artiglieriadettato dal Generale Vaillant; altri poi addirittura afferma, che i Romani al primo apparire dei Francesi avevano spulezzato a scavezzacollo; lasciando a chi leggeva la cura di accozzare insieme la fuga dei fanti romani con la prigionia di un cavaliere francese.
Ma la faccenda si crede altrimenti. Il rapporto ufficiale consegnato al ministro della guerra romano racconta come i nostri al comparire dei Francesi gl'intimassero lo stare; l'Oudinot negò; interrogando con quale argomento lo impedirebbero essi risposergli: con la forza; di qui mano alle armi, e i Francesi fuggirono, non già i nostri.
Il Generale Garibaldi nelle memorieinedite, di cui per somma cortesia volle farmi copia, a questo modo discorre intorno a siffatto particolare: «al far del giorno io aveva davanti a me un soldato francese di cavalleria inginocchiato chiedendomi la vita. Io lo confesso comecchè poca cosa fosse l'acquisto di un prigioniero, me ne rallegrai, ed augurai bene della giornata. Era la Francia inginocchiata facendo ammenda onorevole per la vergognosa condotta dei suoi governanti.» Ci vorrebbe altro per la Francia se volesse fare ammenda per tutte le sue vergogne! nè tale le consente la indole superba solita a coprire le antiche con le nuove vergogne: umiliata si umilia, ma bisogna che prima ne tocchi, e di molte: ora la perdita di un prigione non era capace ad esercitare tanta virtù; vuolsi piuttosto considerare non dirò l'abiettezza, bensì la ignoranza del soldato francese comune a troppo grande parte di loro, imperciocchè quel pauroso supplicare mercede da altro non poteva partirsi eccetto dalla credenza, che barbari e atroci noi altri le leggi di guerra anzi quelle della umanità non osservassimo. Un'altra cosa non isfuggi allo arguto Garibaldi, e furono le armi, che cadute nella fuga ai Francesi, e da lui esaminate considerò come troppo di lunga superassero le nostre.
Omero invocò le Muse per rammentare i nomi dei gloriosi, che si travagliarono allo assedio di Troia; io in questo tempo scarso di poesia mi sono raccomandato a quanti si trovarono allo assedio di Roma per salvare dall'oblio più che per me si potesse prodi Italiani, però seppi che il primo sortito all'onore di adoperare le armi contro lo straniero si chiamavaMaestrigenovese, reduce da Montevideo monco di un braccio perduto a Moranzone: la intera pattuglia poi comandava ilBicchieri,nizzardo; e ciò non senza legittimo orgoglio nota nelle sue memorie il Garibaldi.
I Francesi giunti al bivio della strada di Civitavecchia distante 1500 metri da Roma non si bipartirono, ma conforme loro persuade la consueta superbia tirano innanzi di conserva per la via che mena a porta Cavalleggieri. Di tratto in tratto incontravano scritto sui muri, ovvero sopra cartelli pendenti da pertiche l'articolo quinto della loro costituzione, e i Francesi leggevano e ridevano, usi a tenere le costituzioni in pregio di fazzoletti da naso, e peggio. Anco il giornale del Generale Vaillant ricorda queste iscrizioni; erano della libertà che trucidavano, ma il soldato non volle vederci altro, che sceda, e ne tolse argomento a inviperirsi, chè il disposto a male fa di ogni erba fascio per attutire il grido della coscienza. IlMasipistoiese gentile intelletto, caro alle Muse, e sacro affatto agli studi letterari di subito diventa non pur soldato, ma capitano, intrepido quanto arguto; da ciò piglino esempio quei soldati a cui par bello ostentare barbarie quasi ornamento della milizia: il soldato italiano è bene, che sappia come i supremi capitani antichi ponessero il brando a segno del volume, che leggevano meditando, anco in campo; Bruto vigilava la notte precedente alla battaglia di Filippi su i libri di Platone, e Cesare nel tumulto di Alessandria null'altro ebbe a cuore eccetto salvare i suoi commentari i quali tenne levati sopra l'acqua con la mano sinistra, mentre notava con la destra; e degli altri mi taccio. Dei moderni soldati italiani basti dirne questo, ch'essi (parlo di quelli che militarono per la repubblica e per lo impero) decorarono la Paria delle migliori versioni delle opere greche: negli zaini loro portavano pane, e libri, quello pel corpo, gli altra per l'anima.
IlMasipertanto difendeva la porta dei Cavalleggeri, l'altra detta Angelica, e le mura del Vaticano con la seconda brigata di milizia citadina, e col primo battaglione leggero di fanteria. Il colonnelloCalandrellimirabile a trattare artiglierie, dal fato avverso condotto a dare la opera, e la vita in lontane regioni per causa non nostra, e nè manco della libertà sosteneva co' suoi cannoni da Santa Marta ilMasi.Appena l'uffiziale posto a vedetta in cima alla cupola di San Pietro accennò lo appressarsi dei Francesi i campanoni del Campidoglio e di Montecitorio chiamarono a raccolta; della qual cosa menavano i nemici inestimabile allegrezza, taluno reputando che sonassero l'Angelus, altri a gloria per riceverli in trionfo. Il Petrarca nostro lamenta che ai suoi dì con le campane si desse il segno di battaglia:
«Nè senza squille si comincia assalto «Che per Dio ringraziar fur poste in alto.»
Il Petrarca se intendeva favellare di guerre fraterne, senza fallo aveva ragione, se poi di battaglie in difesa della Patria certo ebbe torto; però che la vita offerta in sacrificio della Patria minacciata dal furore straniero, sia la migliore preghiera, anco a giudicio dei sacerdoti di Cristo.
Ma il cannone delCalandrelliecco, che arriva a levare via lo inganno delle campane; due palle una sopra l'altra aprono un pertugio sanguinoso nella colonna stipata che si avanza. Allora degli assalitori alcuni sbandaronsi pei vigneti, o ripararono dietro gli archi dell'acquedotto dell'acqua Paola, altri sparpagliaronsi su i clivi fiancheggianti la strada, affermano per comando del Generale, e sarà, ma lo sbandarsi l'ordinava il cannone delCalandrelli, non l'Oudinot. Però dietro ai muri gli assalitori presero a trarre colpi, pur troppo bene aggiustati, atteso la molta loro prestanza, e la bontà delle armi. Il sangue, che primo lavò le mura di Roma dalla secolare infamia fu versato daPaolo Narducciromano, anima grande, che memore delle glorie antiche non pianse, ma esultò vedendosi tronco il fiore della gioventù: misero chi vive troppo! Dopo lui caddeEnricoPalliniaiutante maggiore mentre confortava con le parole, più con lo esempio i soldati ad usare ferocemente le mani; altri pure, massime artiglieri, lamentammo noi morti o feriti, i nomi dei quali sommerse nelle sue acque buie l'oblio; di qui nasce, e non può fare a meno, scompiglio; il fuoco delle nostre batterie rallenta, di che approfittansi gli avversari, i quali, così ordinando il capo di squadrone di artiglieria Bourdeaux piantano su certa altura due cannoni; da questa però poco frutto cavavano, lontana dal bastione 900 e più metri; allora partonsi di galoppo con due altri pezzi di artiglieria, e non curando mitraglie, corrono gli artiglieri francesi a collocarne altri due in batteria dietro il riparo di un'arco degli acquedotti; i nostri consolata un po' la tristezza, ripigliano il trarre; pietà ha luogo nei combattimenti più o meno secondo la indole benigna, ma in tutti prevale l'ira; tre quarti belva l'uomo fuori di battaglia, in mezzo della battaglia tutto.
I Francesi obbedendo ai comandi del Capitano senza stringere ciglio secondochè vogliono la disciplina militare, e il proprio ardimento attraverso un turbine di ferro e di fuoco si avventano contro i bastioni: erano due reggimenti di linea, il 20, e il 33; li conduceva il generale Molliere cercando una via per penetrarci dentro; i bersaglieri francesi rincalzavano l'audace impresa con lo spesseggiare di mortalissimi tiri; per essi stramazzò spento il brigadiereDella Vedovasoldato vecchio, e modesto quanto animoso; ne andarono malconci di ferite il capitanoPifferi, il tenenteBelli, il cadettoMencarino, e il marescialloOttaviano; insomma tanto per loro si operò, che uno dei nostri cannoni tacque per manco di artiglieri; tacque, ma per poco, chè sottentrano ai caduti il soldatoDe Stefanis, il caporaleLudovich, e il capitanoLeduccon sorte punto migliore dei primi però che entrambi stramazzassero a piè del pezzo colpiti nel petto;Leducnacque belga, ma dove si combatteva per la libertà quivi era la sua Patria: illustre per gesti operati contro gli Austriaci presso Este, dove li vinse prima, poi gli affamò con lo impedire che fino a loro arrivasse la vettovaglia. Riposa in pace nella terra dei nostri padri, o eroe, e come avesti per madre la Italia, ella ti onora per figlio raccomandando la tua memoria ai più tardi nepoti: altra mercede ella non può darti; nè altra ne vorresti tu generoso.
Nel cuore degl'Italiani accesi dallo amore di Patria la smania della vendetta fa come vento in fiamma; dalle mura di Roma grandina ferro, chè il celere trarre risponde al palpito concitato, nè ci resistono i Francesi i quali laceri, duramente respinti danno indietro addopandosi alle asperità del terreno, o cercando in luoghi meno esposti iparo. Ira fosse o virtù tornano ad arroventarsi i Francesi, che balzando fuori dai ripari con raddoppiato ardire piantano cannoni nel bel mezzo della strada; un'altra batteria assestano sopra la terrazza di una casa, e due volte irrompono contro le mura, e due infrangendocisi dentro si ripiegano addietro scemi di morti, e grondanti sangue. Se cerchi la causa della bestiale ostinazione la troverai agevolmente, ma agevolmente non la crederai: pure è vera, e la racconta lo stesso Giornale del Vaillant; il supremo capitano Oudinot teneva per fermo che nel luogo dove spingeva i suoi occorresse una porta, la quale immaginava potersi fracassare mercè alcuni sacchi di polvere a questo fine portati dagli assalitori: per voglia di credere quanto più giova rimase ingannato, però che mai in cotesto lato ebbero porta le mura di Roma, bensì una postierla dettaPertusada tempi remotissimi murata, e rincalzata per di dentro di terra. Oh! se le male fatte loro i Francesi non rammendassero con la soverchianza delle armi come piangerebbero lutti patrii più lunghi e più miserabili dei nostri. Tuttavia questo errore scemerebbe la censura dell'altro errore commesso dall'Oudinot pel disegno di assalire ad un punto due luoghi tanto fra loro distanti, porta Cavalleggeri, e porta Angelica. Poichè a prova di sangue i Francesi rimasero chiariti come di là non si passava deposero il pensiero di fare cosa, che approdasse da cotesta parte.
Intanto il Garibaldi dall'alto del casino dei Quattro Venti notava l'assalto, e il respingimento dei Francesi, sicchè gli parve cotesto tempo da mostrarsi percotendo di fianco: però spinse fuori della porta San Pancrazio alcuni drappelletti alla spicciolata, affinchè cauti ed improvvisi cascassero addosso al nemico, il quale dal canto suo stando su l'avvisato accortosi della insidia spiccò senza indugio un rinforzo per sostenere i cacciatori di Vincennes commessi alla cura della difesa di quel lato, onde non venissero sopraffatti.—I nostri volevano spuntarla, i Francesi risoluti a vincere pur essi, o a morire; in loro prepotente lo studio di mantenere l'antica fama di prodi, nei nostri il furore di torsi via dalla faccia la turpe nota di codardi: si venne a battaglia manesca dove si adoperarono non pure le armi, ma i morsi; rotti gli ordini ne successe una baruffa promiscua donde uscivano aneliti, guaiti, e aria densa, e sangue. Qui tra i primi periva il capitanoMontaldi.
Chi egli fosse gl'Italiani imparino dallo stesso Garibaldi, il quale favella di lui nelle sue memorie inedite in questa maniera: «chi conobbe Goffredo Mameli, e il capitano De Cristoforis avrà idea delle fattezze del Montaldi e della età sua; nella pugna feroce e pure pacato come se fra amici si trattenesse in geniali colloqui; di lettere sapeva meno dei due rammentati, ma pari a loro in costanza intrepida, ed in militare virtù. Fino dagl'inizi egli fu parte della legione italiana a Montevideo, giovanissimo si versò in innumerevoli combattimenti per terre straniere, ma quando la Patria ebbe bisogno dei suoi figli, tra i primi il Montaldi passava il mare per offrirle tutto il suo sangue. Genova può incidere con orgoglio il suo nome a canto a quello del suo poeta, e guerriero Mameli: egli esalò la sua grande anima per diciannove ferite!» Caddero pure per non rilevarsi più i tenentiRighi, eZamboni; feriti rimasero il giovaneStatellafigliuolo del generale napolitano, il maggiorMorrocchetti, e i tenentiDall'oro, Tressoldi, eRota. Di questi altro non seppi, che virtuosi furono e degni figli d'Italia; più lunga storia narrerò delGhiglionegenovese: ogni ricordo è sacro;balusantenegli occhi, o come oggi si direbbemiopesi cacciava imperturbato davanti a tutti, però che, egli diceva, avesse bisogno di vedere il nemico da vicino, ma ciò non gli bastava, onde sovente si recava la lente all'occhio per mirare dove avesse a trarre, poi quinci rimossala, sparava, e sparato a pena col suo occhialetto sul naso speculava se avesse imberciato giusto; mentre così si travaglia, stando con la gamba sinistra sporta innanzi, ecco una palla francese ferirlo nei glutei, e cadde; lo soccorse tostoPietro Riparichirurgo, uomo di cui la Italia avverebbe mestiero crescesse il seme mentre pur troppo a mano a mano se ne perde la razza. Ora egli possedeva un cavallo vecchio, e magro, tuttavia inglese schietto già appartenuto al Duca di Torlonia di cui la storia come stranissima merita essere raccontata. «Così concio il giovane Ghiglione diceva al Ripari, mi toccherà starmene a letto per mesi, però tu piglia il mio baiardo e servitene.» Con questo cavallo ilRipariandò a Palestrina, tornato a Roma lo lasciava infermo in mano al manescalco perchè lo guarisse, senonchè gitosene a Velletri una sera lo incontra alla fontana dove lo avevano condotto ad abbeverarlo; di che egli stizzito mentre cerca chi fosse colui il quale a quel modo alla spiccia tornava in uso la pristina comunione delle cose trova essere stato ilMameli; glielo lasciava ilRiparie fu sventura, perchè ilMameliincavallato sopra cotesto altissimo animale potè facilmente essere tolto di mira, e vi ebbe la ferita ond'ei miseramente perì.—
Scrivono taluni, che vi rimanesse ferito ancoUgo Bassi, ma non è vero; cadde prigione soltanto ed ecco come: di lui diremo sparsamente più volte, intanto si sappia com'ei preso da sacro furore in guerra sembrasse una spada brandita dall'angiolo della sterminazione: in pace tanto nel suo petto soprabbondava l'amore, che non pure amava i propri simili, ma di smisurato affetto proseguiva anco le bestie; pari in questo a San Francesco, che chiamava sue sorelle le rondini, e fratello il lupo; però non è da dirsi quanto egli fosse attaccato a certa sua cavalla storna compagna inseparabile dei suoi perigli e delle sue pellegrinazioni: ora mentre montato su questo animale egli scorre lungo la fronte del nemico, tutto fiamma nel volto con forti parole soffiando nella virtù dei nostri perchè divampasse più gloriosa, ecco otto colpi di moschetto mandano sottosopra cavalcatura, e cavaliere: per fortuna tutte le palle penetrarono nel corpo alla bestia, ilBassiandò incolume, che rilevatosi indi a poco e vista morta la compagna le s'inginocchiò a lato, con molto pianto abbracciandola e baciandola; le chiuse gli occhi, le recise parte dei crini e se li ripose in petto conforme costumano gl'innamorati con le chiome dell'amata donna: i Francesi lo colsero in cotesto atto, lo pigliano, lo spogliano, e se lo cacciano innanzi percotendolo con isconce battiture, in modo pari a quello che gli Spagnuoli praticarono con Ignazio da Loiola; se non che la leggenda narra, che Ignazio rapito in estasi o non sentiva i calci, o gli aveva per grazia, mentre il povero Ugo, io metto pegno, che non ne provasse piacere.
Le storie raccontano che il Generale Garibaldi in cotesta battaglia riportasse contusioni non ferite, e male si appongono. Verso sera del 30 egli salito su di un poggiolo di pietra porgeva lodi e grazie agli studenti che in cotesta giornata combatterono come persone cui paia ventura cambiare la vita con la fama di martire per la Patria, e gli animava a perdurare nell'alto proposito, gli avrebbe avuti desiderati compagni in altre prove; intanto abbassati gli occhi e visto il suo chirurgoRiparipiegandosi verso lui gli sussurrava nell'orecchio: «venite stanotte da me, perchè sono ferito, ma nessuno lo sappia.» Difatti egli aveva riportato una ferita di palla nel fianco destro, che senza penetrare dentro gli aveva lacerato i muscoli dell'addome; pericolosa non fu mai, molesta sempre, e di guarigione difficile, sicchè non ne uscì guarito, che pochi giorni prima della caduta di Roma;—egli ne tacque sempre, ora lo dice, ed il Ripari, che tutte le sere gliela medicò conferma.—Ma questo accadde sul declinare del giorno; adesso il Garibaldi non ha tempo per pensare alle sue ferite; chiamato rinforzo e venuto da Roma condotto dal colonnelloGallettisi scaglia con nuova lena contro i Francesi, i quali sopraffatti si ritirano; scopo del Garibaldi era circuire il nemico, ed assaltatolo con tutte le forze alle spalle troncargli la ritirata su Civitavecchia, e costringerlo a deporre le armi; e certo gli riusciva, se in cotesto suo moto mettendosi diritto alle batterie romane non fosse stato lacero dai fuochi di quelle, le quali traevano senza posa su la massa non distinguendo amici da nemici, ed anco se i Triumviri gli mandavano oltre i primi nuovi rinforzi; nonostante ciò il Garibaldi prosegue il corso della prospera fortuna, si lascia addietro la villa Valentini occupata da un battaglione francese, e si spinge fino alla villa Panfili, che espugna a furia di baionetta.—I Francesi da per tutto in rotta: intanto quattro compagnie dei nostri si dispongono a conquidere il battaglione della villa Valentini tutta cinta di mura; ilBixiosiccome lo porta l'ardore del sangue afferra il cancello, che chiude la cinta e squassando forte e urlando da spiritato tenta schiuderlo, mentre le palle strepitano schiacciandosi contro i ferri del cancello rasente alle dita dell'audace soldato; altri non meno animosi gli si uniscono, e con forze riunite lo schiudono; nè i Francesi aspettano gli assalitori, presi dallo spavento si danno alla fuga. Aperto appena il cancello una spaventosa apparizione agghiaccia i cuori dei più feroci: un cavallo e un cavaliere tornano dal campo verso Roma, quello muove i passi a stento, l'altro vacilla a destra e a manca ciondolando il capo; aveva abbandonate le redini, che strisciavano sul terreno: le mani teneva pendenti ai lati della sella; la criniera, il collo, il petto, le gambe davanti, lo bordature del cavallo grommose di sangue; di sangue del pari rappreso il ventre e le gambe del cavaliere sordidate: il volto di lui più che cera bianco, ed inclinato sul petto: qualche palla ferendolo nella grande aorta ventrale lo aveva di certo concio a quel modo. Veruno ebbe ardimento di fermare cotesto cavallo che se gli bastò la lena sarà entrato in Roma, e lento lento tornato alla stalla consueta per morirvi a canto al suo signore già morto. Cotesto cadavere pauroso era di giovine leggiadro, e ricco a Vicenza: apparteneva alla cavalleria diMasinadove pel suo valore ottenne sollecitamente grado di ufficiale. IlMasina, che venuto a Roma per ragguagli e per ordini tornava a sprone battuto al campo incontra il morto a cavallo, e ferma in quattro, poi si mette a guardarlo con occhi sbarrati; lo riconobbe, si diede di un pugno nella fronte prorompendo in fiero sacramento, poi si slanciava a briglia abbattuta, e scomparve.—La madre del giovane dimorava lontana, e quando le annunziarono la morte del figlio le tacquero certo i particolari del caso, se ella lo avesse veduto l'avrebbe fulminata il dolore.
I Francesi movono lamento di certo strattagemma adoperato dai nostri per fare di un tratto prigioni un due centosessanta Francesi: ecco come sta la faccenda. Il maggiore Picard con trecento allo incirca soldati del 20° di linea su le ore antimeridiane aveva preso certa posta in prossimità alla villa Valentini, e quivi stette fino al termine della giornata, il quale venuto, alcuni dei nostri furbescamente presero a sventolare fazzoletti bianchi mostrando volersi abboccare col Maggiore, cosa da questo più che volentieri accettata, allora gli dissero le milizie francesi entrate per accordo in Roma, andasse a vedere, lo condurrebbero eglino stessi; il Picard accettava, e raccomandato prima ai suoi che vigilassero su le armi, li seguiva. Vedovo il corpo del suo capo lo circondarono i Romani due o tre volte più numerosi, e sforzatolo a deporre le armi, lo menano prigioniero a Roma. Posto vero il fatto, paiono peggio che strani i lamenti; gli strattagemmi consueti in guerra; la morale condanna quelli, che arieggiano di tradimento, e di ferocia codarda, si accomoda agli arguti; la ragione di stato si approfitta di ambedue: i Francesi poi immaginosissimi a inventarne dei nuovi, ma della prima specie, in copia, scarsi i secondi: Affrica parli, e parlerà anco Roma. Il comandante, il quale lascia per lusinghe i suoi soldati peggio, che stolto; ed egli non unico a condurli; dopo lui rimanevano altri ufficiali quanto egli capaci, e forse più di lui; nè i nostri li colsero alla sprovvista, dacchè partendosi, egli ordinava loro stessero vigilanti: dunque non cessero per inganno bensì per forza di arme; tagliati fuori essi giudicarono ogni resistenza vana: per me credo che tale operasse il Picard per non trovarsi presente alla resa volendo piuttosto comparire gaglioffo, che poco animoso.—Però diverso raccontano taluni dei nostri l'avventura e affermano ilBixioavere messo le mani addosso al Picard tentennante ad arrendersi, ilFranchidi Brescia avere fatto altrettanto col sottotenenteRennelet, ed ambedue disarmati, e bendati trassero al Generale Garibaldi il quale li mandò al Ministro Avezzana.
Poichè alla porta dei Cavalleggeri fu respinto lo assalto non potendo patire i Francesi di aversene a tornare indietro con l'onta di una sconfitta (molto più che a rimprovero o a scherno della pecoraggine loro i nostri allo strepito delle artiglierie, e delle moschetterie alternavano i suoni dell'inno nazionale di Francia, lamarsigliese, capace un dì come vantava il suo autore a movere centomila uomini, ed oggi diventato tanto innocente presso cotesto popolo, che lo insegnano per sollazzo ai pappagalli.—A siffatte ruine può precipitare un popolo per manco di virtù sua, e per malignità altrui!) il capitano Fabar, quel desso, che venne già in Roma per abbindolare i Romani voltosi al Generale Oudinot così prese a favellargli: «Generale ho riconosciuto più innanzi certa stradella la quale senza pericolo di restare offesi dal fuoco dei bastioni conduce alla porta Angelica, dove accadrà il tumulto concertato per aprircela.» L'Oudinot ridotto ad appigliarsi ai rasoi, crede al parabolano, ed ordina al Generale Levaillant di mettersi dietro al capitano con la seconda brigata, e due cannoni. Questo sconsigliato caccia dentro le milizie nel sentiero che si aggira per le muraglia dei giardini del Vaticano, e di vero potè procedere nascosto fino a duegento braccia dalla porta Angelica, ma appena i nostri lo videro sboccare fuori della strada, presero a sfolgorare la testa della colonna con una grandine di palle. La brigata balenava alquanto, non retrocesse; all'opposto si attelò di faccia, e postò i due cannoni. Di qua e di là si rinfocola la battaglia, ma sopraggiungono di corsa i carabinieri romani, ilCalandrelliparve in quel dì trasformarsi nel centimano Briareo con le sue artiglierie: la morte menava baldoria, che i Francesi cadevano giù come insetti strizzati dal primo freddo di novembre; i cavalli dell'artiglieria esanimi a terra, e a terra pure percosso per non rialzarsi il Fabar. Possano gli oltraggiatori della nostra Patria non provare destino migliore del suo! Anco qui laceri i Francesi ebbero a ripararsi a frotte scompaginate per gli avvallamenti del terreno, o dietro ai muri continuando il fuoco scarso e languido anco per parecchie ore; i cannoni rimasero derelitti; potevano i nostri andare a pigliarli, ma non essendo consentito l'uscire, alle due dopo la mezzanotte i Francesi vennero a tirarli di cheto a braccia; a braccia pure si portarono i feriti.—Mille e più dei nemici morti, o feriti, o prigioni resero funesto per la Francia quel giorno; noi avemmo a rimpiangere dei nostri meno di duegento fra morti e feriti; e ci contiamo anco due cittadini morti, e quattro feriti; chi fossero i morti non mi occorre scritto; i feriti due giovanotti uno di 14, e l'altro di 16 anni,Mondavi MicheleRomano il primo, l'altroPaolo Stelladella legione romana con tre ferite,Bernardino Proiettida Spoleto ebbe il corpo trapassato da un pezzo di mitraglia;Giuseppe Caterinida Foligno con gran voce esclamò:viva la repubblicamentre gli amputavano il braccio ferito. Se la storia registra di Giovanni delle Bande nere il quale resse la candela al chirurgo mentr'ei gli tagliava la gamba offesa ci è parso giustizia non tacere la virtuosa ferocia del cittadino romano. Respinti da per tutto, a ragione paurosi di essere circuiti ed oppressi, o fatti prigionieri i Francesi passarono la notte su le armi, e la mattina maravigliando che quanto temevano non accadeva si ritirarono a Castello di Guido. Il terrore dei Francesi non era indarno, imperciocchè i generali Garibaldi, e Galletti pestassero mani e piedi per ottenere rinforzi, e sterminare il nemico, agevole il moto dacchè dalla villa Panfili, e dagli Acquedotti dominando la via Aurelia antica con celeri passi si poteva precorrere l'Oudinot a Castel di Guido, e chiudergli la strada; i Francesi poi rifiniti da dieci ore di combattimento, senza cavalleria, che nella ritirata li proteggesse, e sgomenti come porta la indole loro quando ne hanno tocche; noi altri avevamo due reggimenti di linea di riserva, due reggimenti di dragoni a cavallo, due squadroni di carabinieri, e il battaglione dei bersaglieri lombardi condotti dal colonnelloManara: questi nella giornata del 30 stettero su le armi, e non presero parte alla battaglia, perchè traditi a Civitavecchia davano la parola in pegno di non combattere prima del 4 maggio, e tanto bastava all'Oudinot fidente di tenere Roma prima di quel giorno, conto che gli andò proprio fallito; per ultimo le forze di un popolo ardente d'ira e di pietà! Si oppose Giuseppe Mazzini, e con lui gli altri Triumviri per risparmiare alla Francia la vergogna della piena sconfitta, e per non isperdere invano il sangue dei nostri giovani soldati combattendo allo aperto con veterani spertissimi: di tale partito i più degli scrittori riprendono il Mazzini, taluni spiegano il suo concetto, ma non lo lodano: di vero se la Francia avesse voluto procedere sempre con la consueta iattanza ne aveva tocche troppe, e male per non doversi vendicare, e se all'opposto con giustizia quanto più solenne la lezione, tanto più persuasiva: e poi co' Francesi due nespole delle buone non guastano nulla; la esperienza ammaestra che fornita una impresa con la sua ruina si procede riguardosi a incominciarne un'altra, mentre la mezza batosta porge quasi lo addentellato a ripararla: arrogi l'acquisto delle armi, e alla verosimiglianza che di tanti prigioni in mano potenti per credito, e per autorità qualcheduno si mettesse paciere di mezzo proponendo condizioni comportabili. Per me giudico, che a perseverare nella lotta più che altro animasse il rapporto dell'Oudinot al Ministro della guerra a Parigi, il quale con l'arte nella quale i Francesi non conoscono non dirò pari, ma nè anco secondi affermava a faccia tosta: «non era nostro intendimento assediare, ma riconoscere la piazza, e ciò compimmo; così che dopo le nostre grandi guerre non si conosce per le nostre armi fatto più di questoglorioso!» E da tanto ch'ei lo giudicava glorioso che per l'angoscia ne infermò, e il Rusconi visitandolo lo rinvenne pallido e scontraffatto, e male con un diluvio di parole dissimulante l'ansietà dell'animo suo. All'opposto un medico francese scriveva agli amici suoi così: «temevamo una sortita e nel cammino occupato da tutte le parti, mi perito a dire che mai sarebbe accaduto; basta, come Dio volle, il nemico si rimase dietro le mura.» E nè anco questo è vero, però che il Garibaldi il giorno dopo li seguitò con la legione italiana, e qualche squadrone di cavalleria, ma indi per ordine del Governo retrocesse a Roma. Fra le altre non so se io mi abbia a dire fisime o bugiarderie dei Francesi ci fu quella di negare i danni per essi recati ai monumenti di Roma, senza accorgersi che smaniosi della lode per le virtù che non hanno, da sè medesimi si screditano nello attribuirsela per cose che fra loro contrastano, nè possono stare insieme; ed invero come avrieno potuto battere Roma dal lato del Vaticano senza offendere il Vaticano? Il generale Torre narra che una pallacristianissimafrantumò certo immane triregno di travertino simbolo del potere temporale rotto per sempre dalle potenze cattoliche quando per forza di arme dentro le carni di Roma anzi d'Italia a mò di chiodo della passione lo riconficcarono. I rapporti dell'ingegnere Grass testimoniano quante palle di cannone e quante di moschetto offendessero il palazzo, e la basilica del Vaticano: due palle bucarono l'arazzo di Raffaello rappresentante la predicazione di S. Paolo nell'Areopago e il pezzo rimase attaccato alla palla: quattro fracassarono il tetto della cappella sistina; insomma menarono strage in quel giorno, e peggio fecero poi.EnricoCernuschi per la sua piacevolezza, e per lo indomito ardire delizia del popolo romano andava dicendo non si affliggessero per cotesti danni, perchè la Francia aveva promesso pagarli e gli avrebbe pagati, che rigida osservatrice di sue promesse era la Francia, e ne porgeva fede cotesto caso perchè avendo eglino bandito volere entrare in Roma ci erano entrati di fatto; veramente non vincitori, bensì prigionieri, ma ciò non toglieva che al compito assunto non avessero dato recapito.
Comecchè io abbia tolto a favellare unicamente dei fatti di arme dello Assedio di Roma, non devo tacere delle donne patrizie o no ma nobilissime tutte che si consacrarono alla cura dei feriti.—Taluna di loro poi girò nel manico, e da per sè volle guasta la sua bella fama; anco gli scrittori clericali non si rimasero da turpi contumelie, ma se questi insudiciano non però fanno macchia, ed io con dolore sì ma non senza orgoglio registro, che Cristina Trivulzio principessa venne meno a sè medesima, chi crebbe fu Giulia Modena popolesca. Quando ci fu mestieri panni pei feriti si rinvenne mezzo spedito a procurarli oltre il bisogno; si tolsero carrette, e ad esse dietro parecchi uomini dabbene aggiravansi per la città con voci pietose facendo appello alla carità dei cittadini, e dalle finestre furono viste volare giù per la strada lenzuola, e di ogni maniera biancherie. Un vecchio, si narra, si condusse per verecondia dentro l'androne di certa casa, e quivi toltasi la camicia la porse lacrimando per sollievo ai feriti; senz'altro costui avrebbe offerto il cuore, e questi casi occorrono sempre là dove il popolo commosso da passione buona si lascia in balìa del proprio affetto: più arduo sciogliere i cuori impietriti dalla ira sacerdotale, però che a loro paia essere religiosi mostrandosi crudeli; tuttavia nelle donne prevale sempre la pietà, massime se le sieno giovani; di vero la mirabile carità delle signore conviventi nella casa di Tor de' Specchi rappresentate dalla cittadina Galeffi dette il destro al virtuoso Aurelio Saffi di volgere loro queste nobilissime parole: «a fronte del sublime compenso, che queste amorevoli cittadine aspettano in un mondo migliore dalla loro carità, la prima delle virtù cristiane, i Triumviri ardiscono appena esprimere a queste gentili anime la più sentita gratitudine in nome della Patria.»
La ferocia dei barbari quantunque addolori pure non contrista tanto come la ipocrisia dei popoli, che si vantano civili, ed è ragione, che i primi in parte scusa l'ignoranza, mentre i secondi commettono due mali, il danno, intendo dire, e la menzogna per onestarlo; e poichè i Francesi bandiscono ai quattro venti la bandiera loro sventolare sempre colà dove appaia una causa civile a difendere, appena possiamo credere con quanta sfrontatezza negassero le ingiurie, che con le palle di cannone, le bombe, e perfino co' moschetti recassero ai monumenti romani: si leggono tuttora i rapporti degl'Ingegneri commessi a verificare i danni, ed a ripararli; il pezzo lacerato, dall'arazzo del Sanzio senz'altro testimonio saria bastato a condannare i Francesi in giudizio. Gli è tempo perso; negli amici nostri ribolle sempre il mal sangue di Brenno; forse un giorno si correggerà tutto, ma la natura dei popoli cacciata via dalla porta torna dalla finestra.—Affermarono altresì, che i feriti loro patissero truci asperità dai nostri, ed i prigioni ingiurie; coteste le sono turpitudini che non importa rilevare nè anco; chi gli abbandonava senza pur visitarli fu un Forbin de Janson oratore di Francia a Roma, i nostri non misero differenza nell'opera della carità tra Francesi, e Italiani; anzi concessero, che gli amici loro dal campo venissero a consolarli con la nota faccia, e la favella del natio paese, chè lontani della Patria ogni conterraneo ci sembra parente.—
Nè importa a noi, e sarebbe bassa voglia, chiarire le bugiarderie dei rapporti dell'Oudinot, che francese egli era, ed aveva per dirle più bisogno degli altri; piuttostochè improvvido volle passare per gaglioffo; e tale sia di lui; la superbia offesa gli diede la febbre, e il Rusconi, chè lo vide in quel torno a Castel di Guido scrisse, secondochè notai averlo trovato stravolto, angosciando in mezzo ad un vaniloquio di errori, di minaccie, e di sospetti per non dire paure; poteva acchetarsi ad essere argomento di scusa, dacchè la fortuna delle battaglie stia in mano di Dio, prescelse farsi oggetto di scherno di faccia alla Europa: e' sono soldati.
Somma la fede nostra come somma la perfidia dei Francesi: i bersaglieri del Manara bene stettero schierati a tutela della città, ma al combattimento del 30 aprile non pigliarono parte perchè riputaronsi vincolati dalla promessa di astenersi dalla zuffa fino al giorno quarto di maggio, e fu coscienza sciupata sia perchè non essi bensì il Preside di Civitavecchia aveva fatto la promessa, nè vincolava perchè estorta a forza e iniquamente, e poi i Francesi non osservarono mai promesse, nè patti: per ultimo quel dabbene Manara che fu quanto onore visse al mondo non andò immune da accusa per parte dello impronto nemico, il quale ardì appuntarlo di essersi rimasto in ordinanza con l'arme in collo durante la giornata del 30 aprile.—
La miseria dell'animo pari al sofisma dei nostri avversari si palesò nello scambio dei prigioni; mandarono a negoziarlo certo loro medico, e il povero Ugo Bassi pedestre e senza cappello; recavano lettere del generale Regnault di San Giovanni di Angely, il quale vedremo rassomigliarsi all'Oudinot come uovo ad uovo: rinfacciava costui la libertà concessa ai bersaglieri lombardi, sostenuti a torto, contro il diritto delle genti, e per di più sotto la condizione, che ho ricordato pocanzi: offeriva rendere in baratto 500 uomini del Melara sorpresi a tradimento, e disarmati a Civitavecchia; parlava di diritto internazionale, di accettare lo scambio, egli che per offerire scambio siffatto aveva violato tutte le norme del diritto e della giustizia: che più? E fu questa suprema prova della fronte di bronzo dei nostri nemici, vantavano essi avere distribuito le paghe alle milizie romane a Civitavecchia, e fu debito adempiuto dai Francesi con pecunia romana.—Le armi dei prigionieri chiedeva, e quando noi domandammo le nostre arraffateci con rapina nei depositi di Civitavecchia presero a bindolare; anco sul luogo per la consegna dei prigioni perfidiarono, sicchè i Triumviri sdegnosi per siffatte pidocchierie in virtù di nobilissimo decreto li rendeva liberi, senza patto, e con le armi; ma prima li convitarono a pubblica mensa; colà si abbracciarono popolo, e soldati, e baciaronsi in bocca, dissero parole e fecero atti di sviscerata tenerezza; tutto di fuori li dimostrava fratelli, non ci mancava che il cuore; cessato il banchetto, i Francesi tenendo su ritte bandiere italiane, e gl'Italiani bandiere francesi mossero alternando canti festosi a San Pietro. All'aspetto di cotesta gloria di arte, i Francesi si sentirono domi, parve a taluno commossi ad ammirazione, sicchè taluno cogliendo il destro a volo per solcare bene nella mente loro la memoria del fatto con voce solenne vibrò gli echi della fabbrica immensa che ripeterono dall'alto come un comandamento di Dio, dal basso come preghiera dei mortali e dei morti: «Francesi ed Italiani prostratevi tutti qui dinanzi l'Onnipotente, e sollevate a lui una prece per la libertà dei popoli e per la fratellanza universale.» Prostraronsi tutti, e tutti giurarono: i giuri, gli abbracciari, i baciari rinnovaronsi fuori della porta Cavalleggeri; ma non erano i Francesi andati oltre cento passi, che tutto avevano messo in oblio; per cotesti cervelli affetti, e memorie passano come acqua per mezzo alle grondaie.—L'Oudinot ringraziava; restituiva i bersaglieri ma senza moschetti e senza bagaglio, e nè manco rendeva le armi rapite, sicchè all'Avezzana toccò mandarne loro onde entrando in città comparissero armati, avendo saputo com'essi fossero risoluti di cogliere alla sprovvista gli ultimi avamposti francesi, e ricuperare così gli schioppi rubati.
Che importa a noi contristare l'animo ed abiettare queste carte col racconto delle infamie dell'assemblea di Francia, e delle insanie dei nostri vantati amici? Con costoro non possiamo nè manco saldare il conto su la traccia del proverbio: «tanto è il ben che non mi giova, quanto il mal che non mi nuoce;» dacchè ci nocquero pur troppo tenendoci a bada con promessa di opere, che poi comparvero troppo insufficienti allo scopo, e con parole dubbiose; tale correndo il vezzo oggidì, che anco i più audaci non ardiscono rompere il guscio dello equivoco, la verità scotta le labbra: sotto il velame delle parole ambigue, ognuno tratta i suoi negozi come gli Arabi costumano toccandosi le dita sotto il mantello. Il voto dell'Assemblea sonò ordine al ministro di fare in modo, che la spedizione a Roma non deviasse dal suo scopo; il quale a fin di conto era rinnovare ai Romani un governo, che di già essi avevano deliberato ed accettato; la quale presunzione che altro mai significa se non tirannide? Di vero, il presidente Bonaparte, ed i suoi ministri in tanto bandivano volere sostenere con le armi il nuovo plebiscito del popolo romano, quanto che confidavano che al solo mostrarsi i Francesi sotto le mura di Roma, il popolo vero, onesto, e buono, alla santa sede devotissimo avrebbe buttato nel Tevere i pochi nemici dell'ordine, chiedendo smanioso di essere ricondotto all'estasi del bacio dei pontifici piedi. Se il popolo vuole la restaurazione del papa tutelino le baionette francesi questo libero voto, dove così non voglia le baionette voteranno per lui.—Io narro proprio per passare il tempo, dacchè mi accorgo che gli esempi antichi non valsero mai a mettere la gente in cervello: i nostri confidando nella equità dei Francesi accettano la tregua come indizio di più durevole accordo; i Francesi poi nel proporla intesero acquistare tempo per mandare rinforzi, forse per assopire gli spiriti nostri, e più verosimilmente per attendere lo esito delle nuove elezioni all'Assemblea, che non si volevano sturbare sommovendo novità: a questo intento spedivano a Roma il Lesseps per dare erba trastulla, e condurre il cane per l'aia; ed egli gli servì maravigliosamente perchè agguindolato lui stesso: anzi scrittori, non mica scarmigliati, bensì mezzo liberali ravviati, e per bene non biasimano già il Governo della frode ma sì il Lesseps che se uomo svelto fosse stato doveva pure accorgersi, che la sua missione era un tranello. Il Lesseps per tanto mandava all'Oudinot non si movesse, fallaci i rapporti delle spie: per entrare in Roma bisognava premere del piede il petto ad uomini, e Mazzini, anch'egli, Dio lo perdoni, scriveva all'Oudinot: avvertisse bene, taluno nella Assemblea romana essersi scoperto avverso alla Repubblica, non uno alla durata del potere temporale del Papa; dopo l'Assemblea gli animi essersi posati; la pace ottenuta, dopo eletti i Triumviri, libera e tranquilla essere successa la elezione dei deputati, i quali avevano rafferma in ogni sua parte la forma del governo: egli era un dire sua ragione agli sbirri che di questo arrovellava appunto l'Oudinot il quale invece di rispondere al Mazzini scriveva al Radetzky non s'inoltrasse, attendesse l'esito delle elezioni di Francia per non suscitare procelle nel seno dell'Assemblea.—Più tardi vedremo Lesseps comporsi col Triumvirato, l'Oudinot non badargli; quegli tempestando appellarsene all'Assemblea, il governo non più bisognoso di ambagi dare ragione all'Oudinot, torto al Lesseps; e per di più beffarlo; ebbero cuore di chiamarlo anco dinanzi i tribunali, ma intanto essendo riuscita a bene la trama, assai agevolmente lo licenziarono, non senza però biasimarlo di avere oltrepassato la commissione: egli per giustificarsi alle parole ambigue del mandato opponeva le chiarissime del ministro Barrot, le quali gli erano come commento, e non gli valse; le parole e le penne il vento porta via; contano gli scritti e questi anco poco.
Ora di altre cose; non sola l'Austria con Francia, ma sì con Napoli, eziandio e con Ispagna. Di Austria non dirò, quantunque mano a mano ne circondasse come dentro un cerchio di ferro. Quanta ira di Dio, e potenza di uomini per rompere una canna incrinata! Gli altri stati acattolici stettero in pace, la quale cosa dimostra che tirannide regia rinterzata di tirannide pretesca supera ogni altra tirannide. I Romani timorosi di assalti tenevano custodito il confine dal lato di Napoli, con molto loro non meno incomodo che jattura, chè la gente sparsa non potè esercitarsi nelle armi, onde l'avemmo a provare poi valorosa sì non perita; nè erano le diligenze del governo o inopportune o troppe, che fatta anco la tara, come di giusto, alle jattanze napoletane, non si poteva mettere in non cale la perpetua minaccia di rompere i confini: quotidiane per di più le provocazioni, imperciocchè parecchie barche scorressero su e giù pel lago di Fondi acclamando a gran voce: «viva il Papa! viva il Re!» a cui come di ragione i nostri rispondevano sempre: «viva la Repubblica!» Peggio di tutto un laidissimo tradimento: gli ufficiali napoletani di presidio al confino venendo spesso ai quartieri dei nostri per conversare, e per bere indussero i nostri a visitarli nei quartieri loro dove festosamente accolti si trattennero alquanto in compagnevoli sollazzi, ma sul punto di congedarsi si vedono circondati da molta mano di carabinieri ed odono intimarsi la resa: non ci era da fare riparo, andarono, eccetto due il quartiermastro Bizzani che appiccato un solenne ceffone su la faccia di un gendarme si prevalse del costui stordimento per fuggire, e scappò del pari il sargente maggiore Bemi che giocando di pugni e di calci usciva loro dalle mani; si richiesero tosto con minaccia, e con minaccia fu risposto averli mandati a Mola di Gaeta perchè il Generale supremo Casella gl'interrogasse; allora misero le mani addosso ai fratelli dello Antonelli ammonendoli, che essi sapevano, e non per nulla, la legge mosaica occhio per occhio, dente per dente. I prigionieri furono tosto restituiti; le ragioni spiccie a persuadere i preti crescono nei boschi.
Il re Ferdinando concupì la gloria di conquistatore; solo voleva conquistare a man salva, però quando seppe sgombra la frontiera pel richiamo della milizia a Roma si attentava allungare il passo oltre il confine Romano: secondo la natura speciosa di lui lo precedeva unproclamacol quale mostrando le granfie rattratte diceva avere speranza di non essere costretto ad usare le armi per restaurare il supremo Gerarca della Chiesa; varcò il confino in compagnia, chi dice di 12, e chi di 15 mila uomini; gli stavano attorno principi, duchi, ministri, e perfino monsignor Giraud per ripigliare il possesso in nome del Papa, delle provincie ripurgate con la spada di Ferdinando re, il quale messa la gente alle stanze tra Velletri e Albano, là attendeva per rivincere i Romani, quando fossero vinti.
La tregua dei francesi con Roma arriva inaspettata a Ferdinando, e gli parve tradimento; forse fin d'allora statuì ritirarsi, ed in cuor suo maledisse il momento di essersi messo a repentaglio, ma fu il pentirsi tardo, che gli si spinse addosso il Garibaldi. Questo capitano si traeva dietro il battaglione dei lombardi, e Manara. In brevi accenti importa dire chi fossero gli uni e l'altro: reliquie i primi di corpo più vasto, che mal seguendo le orme del re fu secondo il solito derelitto da lui; non bene fra loro concordi perchè volevano ad un punto piacere al Piemonte, e non alienarsi i Repubblicani; umiliaronsi ai ministri regi e ne ritrassero onte, e strazi: ingannati su la strada da farsi per la perfidia dei medesimi ministri ebbero a lasciare le artiglierie per via; quando meno se lo aspettano i soldati del Piemonte si rovesciano su loro e gli artiglieri disperdono, i cannoni tirano dentro in Alessandria. Questo narra il Dandolo che ci si trovò presente, ma egli non lo piglia in mala parte, perchè di stirpe aristocratica; però le regie offese ha per carezze, mentre in odio degli ordini popolari, quanto sa di popolo lacera senza pietà. Strenui giovani furono per certo i nobili lombardi, ma schifiltosi, e saccenti: combatterono i nemici valorosamente sempre, le proprie passioni non combatterono mai. A Bobbio sbandaronsi, che madre di discordia è la sventura: nel tumulto rimase ucciso un'ufficiale; i cavalli venderonsi quasimente per nulla. Anco dal Dandolo si ricava, che i pochi rimasti insieme passando per Chiavari vennero con inestimabile esultanza festeggiati, perchè creduti ausiliatori di Genova; quando poi i Chiavaresi seppero, che non andavano per quello cagliarono; dond'ei cava argomento per deplorare la insania degl'Italiani! Certo per cui sa, che in quel punto il Lamarmora bombardava Genova adoperando contro una città italiana, quelle armi, che su i campi di Novara rimasero inerti è mestieri che dica le opere di questo Conte valere troppo più delle parole. Avviaronsi verso la Toscana in cerca di miglior fortuna, ma ci giunse il loro messaggio nel punto in cui cadeva il governo popolesco per le mene di nobilissimi ribaldi; il Conte chiama cotesto governospregevole, e tuttavia ei ne sperava sollievo ed altri soldati italiani ributtati dalla monarchia sabauda ebbero da cotesto governo vesti, armi, e danaro, e quello che più importa fratellevole accoglienza; ma poco sono da curarsi le parole del Conte contro il governo toscano, se la dicacità sua egli spinge fino agli ultimi oltraggi contro i propri commilitoni, e valga il vero; egli afferma com'essi accettassero recarsi a Roma per paura che stretti fra l'appennino e il mare di un tratto ilpregiabilegoverno di Piemonte non li consegnasse all'Austria, e poichè costà non poterono rimanere si avviarono a Roma senza amore, all'opposto odiando il governo del Mazzini e quasi per dimostrazione dell'animo loro portano sopra le cinture la croce sabauda; accettano il soldo della repubblica solo per vivere reputandosi liberissimi, appena giunti, di piantarla; così forse non pensava la moltitudine dei soldati che il Manara conduceva: non convincimento, non passione essi sentivano disposti a servire per bisogno la repubblica, o la restaurazione regia, se privi di bisogno non avrebbero servito l'una nè l'altra: insomma, a sentire questo Conte, i 600 lombardi, che furono miracolo di valore e di costanza, volgono a Roma per non farsi, spinti dalla fame, ladroni.—Nè meno sbalestrato è il giudizio del giovane Conte intorno alla milizia Romana; a lui erano segni di sicura disfatta la moltitudine delle sciarpe, bandiere, coccarde, e durlindane ond'ella andava ornata ed armata, le moltiplici assise, che vestiva, e le spallette delle quali taluno a mirarlo solo nel volto era indegno, gli parve cotesto il carnovale della licenza; e tuttavia cotesta gente seppe morire per la causa della libertà; ma al Conte Dandolo va molto perdonato, imperciocchè molto abbia amato, e troppo più patito per la Patria.
Manara capitano dei Bersaglieri, di patria lombardo, fu il Tancredi di questa inclita epopea; di forme ampie, ed anzi pingui che no, marziale nel volto, nel portamento, e negli atti; padre e marito non invilito negli affetti privati, con tutto il cuore amava la moglie, e i figli e nondimanco sopra questi amò la Patria; si sarebbe detto avesse avuto due cuori; costumi alteri ma urbani, senza troppo addomesticarsi affabile; quasi un profumo di nobilesca gentilezza lo circondava: da prima repugnò dal Garibaldi, ma all'ultimo si accorse come vi abbia una gentilezza d'intelletto, che vince l'altra di educazione perchè questa può talora dimenticarsi, l'altra non mai; allora egli prese il Generale e il Generale lui; onde all'ultimo diventarono non pure amici ma inseparabili.
Segreti furono lo scopo della impresa, e le vie; le varie milizie per comando superiore si raccolsero alla villa Borghese; dicevano per essere passate in rassegna, e quivi rimasero fino a sera; su lo imbrunire ecco il Garibaldi; al solo vederlo comprendono tutti, che per rassegna ei non viene; tranquillo anzi immobile sopra un cavallo feroce; dopo le spalle gli svolazzano le chiome fulve, e i lembi del mantello bianco; sotto il mantello egli veste la camicia colore di sangue, e come ombra lo seguita il negro americano dalle vaste membra coperto di mantello nero, ed armato di lunga lancia intorno alla quale si agita la bandiera vermiglia. I gridi andarono al cielo; egli fece della mano silenzio, ed arringò i soldati; che diss'egli? Veruno ardisca riportare le parole del Garibaldi, imperciocchè la virtù delle sue arringhe consista meno nelle parole che nello sguardo, nel suono, insomma in un torrente di fluido elettrico, che si prova, ma non si descrive.
Ora dunque come mai dei giovani scolari nei quali abbonda ordinariamente il cuore ne rimasero soli nove? Forse un demonio di quelli, che governano la Caina passando su l'anima loro vi soffiò un'alito gelato e gli avvilì? Ecco la cagione del fiero caso, che forse lo scusa in parte ma non lo assolve: nella giornata del 30 aprile fu preposto a questi cervelli giovanili mobilissimi per natura un côrso, di cui non si ricorda, e non importa ricordare il nome[1]; però giova avvertire che indi a breve se ne andò in Francia al soldo dello Imperatore, e con esso lui forse tuttora rimane; nel 30 Aprile pertanto ben'egli a squarcia gola gridava ai giovanetti:avanti! avanti!ma ei se ne stava addopato ad una pianta schermito dalle palle con un fiasco di vino al fianco dove di tratto in tratto attingeva voce, e sembianza di valore: però sospettando i giovani di mal capitare sotto la trista guida spulezzarono. Di qui l'uomo, si accorga come la poca fiducia nei condottieri soldateschi o politici di un tratto smorzi ogni entusiasmo, e muti condizioni di animosi in codardi.
[1] Veramente io lo so ma io taccio per riverenza della Isola che mi fu cortese di ospizio, e di conforto.
Procedeva il Garibaldi co' suoi tacito in mezzo alle tenebre e descrivendo un grande arco attinse la via prenestina, che mena a Palestrina, la quale risponde alla Porta maggiore di Roma mentr'egli era uscito dalla Porta del Popolo; di tratto in tratto spediva il Garibaldi stracorridori a speculare il sentiero frugandolo argutamente nelle più recondite latebre; pareva, che navigasse per iscogli dolosi, e veramente ei camminava in mezzo ai pericoli: sovente egli medesimo in compagnia del suo moro si allontanava per tentare i meandri del terreno, e come improvviso si partiva così del pari improvviso ritornava; e questa, che pareva faccenda strana perchè inusitata fra noi, era cautela appresa dai selvaggi i quali come pongono ogni loro gloria a sorprendere il nemico con gli agguati, così adoperano ogni sottile accorgimento per ischivarli; senza intoppo procederono fino al mattino, allora appartatisi alquanto dalla via prenestina s'indirizzarono verso Tivoli.
Per questa guisa l'astuto condottiero illudeva il nemico il quale stimò dai rapporti delle sue spie, che pigliando egli per la via Flaminia andasse ad assaltare i Francesi a Palo onde di un tratto si scopriva di subito minaccioso sul fianco destro di lui accampato intorno a Velletri; e per ultimo marciando di notte confortato dalla ombra, e dalla frescura aveva potuto camminare per bene ventiquattro miglia in nove ore.
Ed è questo successo notabile imperciocchè la prima qualità che si ricerca nelle fanterie consista nella gamba, onde Omero ricorda Achille ordinariamente col titolodi piè veloce; e mettendo dal lato Omero gli scrittori tutti di cose militari in questo consentono: i soldati austriaci vanno lenti ed è bazza quando, camminando grossi, percorrano un miglio l'ora; i Francesi condotti da Napoleone compirono marcie, che emularono quelle di Cesare, e di Alessandro. Taluno opina, che i soldati due miglia l'ora possano farle, un uomo giovane ne fa tre nel medesimo spazio di tempo, ma non per durare: comunemente però i grossi battaglioni muniti di artiglierie poco più di un miglio l'ora vediamo, che camminano; Garibaldi ed i suoi quasi tre ne trascorsero, e parrebbe miracolo, se non costumassero sempre così; dacchè appunto nei moti incredibilmente celeri stia riposta la precipua arte di guerra del Garibaldi, e quantunque egli abbia detrattori in copia tuttavia si conosce come per diverse vie adoperi la medesima tattica di Napoleone in terra, e del Nelson sul mare, voglio dire raccogliere in un punto la maggiore quantità di forze possibile per rompere la linea nemica; i primi ottenevano lo intento con lo avvolgersi accorto delle milizie e delle navi, il secondo col piombare giù inopinato con mosse celerissime, e per sentieri reputati inaccessibili.
Ma volere è vinto dal non potere; quindi poichè i suoi compagni attriti dal digiuno, e dalla fatica ormai balenavano cadere ei fece sosta in mezzo a un prato. Qui agli occhi maravigliati dei giovani lombardi apparve uno spettacolo nuovo; appena il Garibaldi ebbe dato fiato alla tromba ecco i fanti buttare là le armi, e mescolarsi insieme vari di vesti, di armature, di tutto; nella camicia rossa pari; soldati, e capitani non solo uguali, ma i secondi sovente servi ai primi, tutti alla busca, ognuno è macellaio, e cuoco; nè si desidera molta perizia in questo, chè cibano le carni appena rosolite; i cavalli liberi di sella e di freno in balìa di loro stessi; poi li ripigliano col laccio nel modo che agguantano pecore e buoi; dopo sazi si giacciono giù in terra e somministra ai cavalieri letto e guanciale la sella; ai pedoni un sasso, e se nè anco questo trovano, sottopongono al capo un braccio, e basta. Intanto il Garibaldi s'incammina su le alture, e col cannocchiale fisso su gli occhi sta vigilando per tutti, poi scese, dettò alcun ordine, e si ammannì la tenda per riposarvi sotto, la quale in un battere di occhio fu lesta però che in questo modo la costruissero; la sciabola ignuda ficcarono alquanto in terra, legarono per traverso il fodero in croce, appoggiarono al punto d'intersecazione una lancia, sopra essa gettarono il suo mantello e la tenda fu fatta; il Garibaldi ci si stese sotto riposando alcun poco le membra.
Il conte Dandolo s'inalbera per cosiffatti costumi del Capitano e dei soldati, ma pure ci correva poco screzio con quelli dei suoi bersaglieri, anzi dello stesso Manara; dacchè l'Hoffstetter racconta com'essi nella medesima maniera agguantassero pecore, e bovi, li scorticassero, e arrostissero mettendocisi intorno il Manara come gli altri con le maniche tirate su fino al gomito; ed anco il nobile giovane non si dà pace perchè nella legione del Garibaldi a molti prodi e dabbene si mescolasse gente di ogni risma; e' sono fumi aristocratici senza costrutto; di vero s'egli senza commoversi racconta come i suoi bersaglieri militassero per fame sotto bandiera aborrita poteva non arricciarsi degli altri considerando, che il bel morire onora la vita, nè meritava spregio chi travolto da ree passioni in mezzo ai traviamenti pure rinveniva forza in sè da ritrarsene, nè molto meno si potevano essi respingere dal santo proposito di espiare le passate colpe con magnanimo fine.—
Col Garibaldi brevi sempre i riposi; egli primo in piedi, ed allo squillo della sua tromba ecco tutti balzare su ritti, sparpagliarsi, rimescolarsi, ricondurre i cavalli col laccio, cercare le armi, forbirle, mettersi in ordinanza, e subito dopo in marcia. Su lo imbrunire il tempo si annuvola, e si mette prima a piovigginare, poi giù acqua a brocche; verso mezzanotte arrivano a Palestrina; dove i soldati furono distribuiti per diversi conventi; toccò ai lombardi il convento degli Agostiniani, ma Agostiniani o Cappuccini od altri cenobiti usciti un dì dalle viscere del popolo, oggi atrocissimi nemici suoi e della libertà; quindi ritrosi a dare perfino ricovero ai nostri soldati i quali incolleriti si pigliarono ricovero, e cibo, e bevanda, ed altre più cose rompendo casse ed armari; dicono trovassero altresì libri, e stampe, e lettere di laidi amori; nè mi maraviglio se le rinvenissero nascoste mentre dimorando io in Genova presso il convento di San Francesco di Paola, il nipote del mio giardiniere avendomi recato il breviario, che un dabben frate lasciava nel confessionario ci trovai fra le carte lettera di certa penitente la quale rinfacciava a costui il suo abbandono dopo averla condotta a rompere fede al marito.—
Nè grande, nè bella si mostra Palestrina un dìarx prænestrinaprecipua città degli Equi fondata innanzi Roma; quivi edificò più tardi Silla il tempio alla Fortuna, preferendo cotesto truce al nome di virtuoso quello difelice; la città ricingono da tre parti mura debolissime, le vie sono fatte a scale; tutto dintorno deserto, solo lontano su i colli circostanti appaiono borghi, che si vantano città.
Il re di Napoli in fine avvisato come il Garibaldi lo cercasse a morte è da credersi che si sentisse andare giù per le ossa il ribrezzo della quartana; ma poichè con 20 mila soldati non poteva fuggire davanti a meno che 3 mila per disperazione animoso si dispone moversi a combatterlo; ho scritto moversi ma non egli mutò un passo, bensì spinse da Albano il generale Lanza con 5 mila uomini muniti di artiglieria da campagna per conquidere il Garibaldi, o almeno circondarlo per guisa, che il regresso a Roma gli fosse impedito; al generale Winspeare fu ingiunto che per la via di Montecompatri sostenesse le mosse del Lanza. Ora trovo scritto come il Garibaldi sparpagliasse qua e là manipoli di bersaglieri ed anco di cavalli per tribolare il nemico; anzi affermano, che il Winspeare dopo scambiato con loro un trarre lungo e sanza pro fino a sera, dubitando dalla pertinacia dei nostri che fossero molti, o se pochi altri aspettassero calata la notte si ripiegava fino a Frascati;—certa cosa egli è che da queste lustre altro non volle cavarsi eccetto lo abbandono del nemico delle sue posizioni per trarlo a battaglia, e questo il Garibaldi ottenne, imperciocchè il generale Lanza nel giorno di poi uscisse ad assaltare Palestrina; lo precedeva il colonnello Novi camminando sopra una delle due strade, che mettono capo alla porta del Sole; su l'altra strada veniva più grosso il Lanza per dare dentro alla città di fronte; e vuolsi credere che il Novi avesse a scorrere oltre per pigliare alle spalle la città dalla via che da mano diritta mena piu in alto al colle. Lo aspettavano i nostri; il Manara dei suoi rimastigli (chè alcuni bersaglieri col tenente Bronzetti aveva spedito a infestare il nemico a Valmontone nè si ricongiunsero col Garibaldi fuorchè a Roma) mandò una compagnia col Rozat alla porta del Sole; un'altra pose col Ferrari nella parte inferiore della città; la terza col Maffi tenne nel convento degli Agostiniani pronta alla riscossa; la quarta col Bonvicini aveva fino dal giorno innanzi preposta al presidio del Castello San Pietro in vetta al colle dove con fatica si ascende in mezza ora, e donde con facilità in quindici minuti si cala. L'Hoffstetter descrive diffusamente questa avvisaglia, come se fosse capitale giornata, e a se non senza molta prosunzione attribuisce il merito di ogni mossa; nè questo è il più breve su la scorta degli scritti, che possiedo. Parte della legione italiana era inviata fuori della porta del Sole per sostenere la zuffa con la colonna del Novi; lei comandava un gentile dozello, biondo, e roseo, di cui le guance ombreggiava appena la prima calugine; quale avesse nome non mi occorre scritto: non importa, aveva nomepopolo; mi dicono che prevalsa la tirannide in Italia, andò a combattere per la libertà in America, dove cadde in battaglia: il nostro cuore geme nel vedere la universa terra seminata di ossa italiane, ma la ragione lo consola però che la libertà sia anima del mondo, e tutto avendolo per patria ella patrie particolari non conosce o disprezza[1]; ebbe per comando tenesse il posto, o ci morisse: dopo lui la compagnia Rozat; questa la nostra sinistra. Verso le quattro del pomeriggio un mille di nemici raendo seco due cannoncini da sei presero a bersagliare i nostri, e i nostri salutarono con acclamazion festose lo strepito delle prime palle come se incominciasse la danza desiderata; cessate le grida risposero con fuochi spessi e terribili, ma alla scoperta, e alla scoperta il giovanetto capitano agitava la spada, bersaglio ai colpi nemici, e per venura non tocco mai. Durava un'ora la mischia quando ai nostri vennero meno le munizioni sicchè si udiva i soldati garosi domandare l'uno all'altro: «deh! per amor di Dio, prestami una cartuccia delle tue, ch'io le ho finite.» Allora il buon Ripari, anima grande senza ch'egli se ne sia accorto mai, trasse davanti al giovanetto capitano dicendo: «vuoi tu ch'io vada per le munizioni?» E quegli: «magari!» Il buon Ripari andava non pigliandosi cura delle palle, che lo precedevano, e lo seguivano in cerca di munizioni fino al luogo dove la strada che sale a Palestrina s'inselva; dopo cinquanta circa passi s'imbatteva in soldati conduttori dei multi con le munizioni, i quali sbigottiti dal rumore della battaglia si peritavano a sbucare fuori del bosco; adoperandoci acerbe parole, ed atti violenti li costrinse a correre, poi compreso del pericolo in cui si versavano i nostri, scorse oltre verso la città per affrettare lo aiuto: «poco lungi dalle mura, egli racconta, mi occorse il Manara a cavallo sotto l'arco della Porta; le late membra e pure leggiadre, la guerresca sembianza e l'atto fiero mi empirono di maraviglia, sicchè il pensiero mi trasportò ad Ettore su la soglia della porta Scea in procinto di combattere per la Patria.» Rinforzando i passi con lena affannata in parlare succinto lo avverte: «i nostri perigliano.» Ed egli: «qui corsi per sovvenirli.» «Ma tu sei solo, ripiglia il Ripari.» L'altro «odili, corrono.» Di fatti in quel punto sboccano i compagni fuori della Porta, e poichè la città posta in alto avvalla alla pianura a modo di anfiteatro di cui i gradini sono piantati di viti, e seminati di biade, pigliano a saltare giù alla dirotta di scaglione in iscaglione sospinti dal furioso squillare della tromba del Manara, che gl'incalza come pungolo nei fianchi: a questo spettacolo non potè tenersi ferma la compagnia Bonvicini di presidio alla Rocca, ond'ella pure precipitava di rincorsa a basso. I Napoletani spaventati da cotesta cascata di prodi anelanti alla battaglia non istettero ad aspettarli, e fuggendo disperatamente lasciarono in abbandono i due cannoni.—Però a quanto sembra e' fu in cotesta occasione, che cadde spento Pio Rosa di Vicenza, il quale quasi sdegnoso di non incontrare più virile resistenza nel nemico mentre lo inseguiva con la spada nei reni, un paltoniere volta faccia improvviso e a bruciapelo gli scarica l'archibugio nel cuore; anch'egli giovane, e cultore dei buoni studi massime legali; nel 30 aprile colpito parimente di palla nel petto cadde, e fu reputato morto; poteva rimanersi a Roma a curarsi, e non volle, sacro alla Patria egli reputò conchiusa bene la vita esalando l'anima al grido: «Viva la Repubblica!»
[1] Per somma ventura in certe note del generale Sacchi parmi averne rinvenuto il nome: «il Cucelli, scrive l'egregio uomo, giovane ventenne cresciuto nella legione italiana di Montevideo splendido per forme e per valore si distinse nel combattimento di Palestrina fra tutti ed a lui si deve la presa dei cannoni, dacchè per ispirazione propria dopo lungo giro con la centuria che comandava uscito alle spalle del nemico lo scompigliò. Questo giovane sonava divinamente la tromba a chiavette, e in mezzo alle battaglie soleva sonarla per modo da eletrizzare i morti.»
Memorie ms. del. Gen. Sacchi.
Così a manca: più duro certame a destra, e al centro dove irruppe il nemico grosso di novemila uomini; e munito di artiglierie: qui dunque convertono i nostri le forze, la più parte comandate: il Bixio poi spontaneo però che spedito a circuire i fuggenti a sinistra udendo a destra strepito di battaglia colà si volge, conforme lo porta la bollente natura: allora non costumava annoverare i nemici. I Napoletani si erano impadroniti del caseggiato opposto sul margine del campo, e dell'altro, che sorge la dove si tagliano le strade per Roma, quinci sfolgoravano i nostri accalcati dolorose. Il Bixio molestamente sopportando il fatto muove con audace ma non avvisato consiglio di contro alle case funeste, e perde parecchi prodi invano: già i superstiti balenavano quando l'Hoffstetter potè ripararli dietro certo avvallamento di terreno aspettando l'esito della mossa ordinata al capitano Ferrari, la quale consisteva nel circondare le case poste su l'argine riuscendo alle spalle del nemico per tragetti e per coperte vie, come accadde, di che pigliando spavento ei le vuotò in un attimo.
Ora sì, che il Bixio non si poteva reggere instando di avventarsi in massa co' nostri contro l'altro caseggiato del crocicchio; lo tennero, ponendo ordine allo assalto il quale fu ammannito così: dinanzi i legionari e gli emigrati traevano palle a grandine mentre due squadre di bersaglieri stretti correvano di contro alle case, dove giunti un cinquanta di passi forse lontani sbandaronsi; precipitano i nostri nello spazio, che passa tra l'una casa e l'altra, il quale così era breve, che la fiamma dei fucili nemici bruciò i capelli a parecchi dei nostri. Avanti a tutti il Bixio; così penetrarono dentro le case per le porte atterrate, e per le finestre scalate; molti ammazzarono, molti presero, troppi più fuggirono.
Quale lo esito dello assalto sul centro, non importa dire; colà erano pochi, ma con essi il Garibaldi, e basta.
Il nemico a rendere più infame la infamissima fuga si volta ad un tratto su la via di Roma e scarica i suoi moschetti addosso ai nostri; la mano dello schiavo tremante non aggiusta i colpi, nessuno rimase ferito: e' fu il saluto della viltà!
Questo insomma il combattimento di Palestrina, il quale partorì vantaggi, che in parte andarono perduti a cagione del sollecito richiamo del Garibaldi a Roma, durarono però la baldanza nei nostri di vincere quante volte fossero stati messi di fronte ai Napoletani, e la facilità di cavare fodero dalle provincie meridionali. Deplorammo diece morti, tra i quali anco il tenente Mengarelli, feriti venti e più; dei nemici rimasero spenti cinquanta, altrettanti e più feriti; fra i morti parecchi ufficiali stranieri, e tra i feriti altresì; ferite, e morti ignobili però che coloro i quali vendono l'anima e il sangue a prezzo altro meritino che precipitare per via di sangue nel sepolcro illacrimato: molti i prigionieri coperti di amuleti, abitini ed altre siffatte idolatrie abolite da Cristo e ritornate in fiore dai preti come merce fruttuosa su tutte per la religione bottegaia; nondimanco costoro maledicevano Dio, i Santi e il Papa.
Non si narrano le esultanze, ed i falò dei Romani per la vittoria di Palestrina; questo solo si nota, che i feriti udendo eccheggiare l'aria del grido:Viva la Repubblica, sporgevano il capo e le mani fuori delle carrette sclamando anch'essi «oh! viva, viva.»
Incerto il numero della gente che mosse da Roma alla impresa di Velletri, chi dice 8,000, e chi 10,600, certi corpi, e li comandava il colonnello Morrocchetti, ed Haug erano preposti all'avanguardia, il Garibaldi alla battaglia, alle dietro guardie ed alla riserva il Galletti. Altri notò e bene quanto malvagio partito fosse quello di mettere a capo di una divisione due Generali pari in grado permanente, all'uno dei quali si conferiva il supremo comando; di fatti indi a poco il Garibaldi si faceva cedere dal Morrocchetti anco il comando della vanguardia, dissidente o non consapevole il Rosselli, e certo questo fu grave fallo del Garibaldi: non importa ricordare qui gli esempi rigidissimi co' quali i Romani mantennero la disciplina, imperciocchè ogni uomo comecchè imperito di milizia vada persuaso come senza disciplina si abbiano torme di predoni non già soldati; ed io per quanta reverenza porti al Garibaldi non posso difenderlo dalla colpa commessa; lui scusano l'amore immenso per la Patria, l'anima ardente di sacro entusiasmo, ed il sentimento del sapere e del potere, e tuttavolta la colpa rimane.