Chapter 20

Ed anco per queste carte io non ometterò di notare come la legione Medici tenesse inalberata nel Vascello la bandiera, che prima drappellava nella Svizzera, e poi trasse al grato ospizio di Firenze nel 1848; noi la ospitammo con volenteroso animo consapevoli che la sacra bandiera aveva salutato diciassette anni prima la impresa di Rimini; di ampiezza angusta mostrava la scritta: «Dio e Popolo.» adesso forse se ne sta nascosta per ricomparire fuori nel giorno destinato; l'alba del giorno di Dio e del Popolo si fa attendere lungo; consoliamoci del suo tardo nascere con la coscienza, che cotesto giorno non avrà più tramonto.

Chiudo la narrazione della battaglia del ventinove Giugno rammentando il caporale Perocco del quale non poterono impadronirsi i Francesi se prima non lo ebbero sternato con ben ventitrè colpi di baionetta; trasferito all'ospedale per singolare ventura, sopravvisse ma di bellissimo rimase cincischiato e storpio; Scacciani, Spianavelli ed altri moltissimi perirono, ma prima si cacciarono sotto i nemici adagiandoci il capo come sopra un guanciale di riposo; un fanciulletto tamburo, visti morti gli uomini della compagnia buttato da parte il tamburino raccolse gli schioppi, e quelli sparò contro i nemici, finchè percosso in fronte anch'egli li seguitava nella morte. Altri infiniti mi si affollano alla mente innominati: che posso io dire per consolare cotesti eccelsi spiriti? A modo, che se noi vediamo splendide ma indistinte le stelle che formano nel firmamento le miriadi delle vie lattee, elle stanno tutte di propria luce sfolgoreggianti al cospetto dell'Eterno, che le conosce a nome come un padre le figliuole, così adesso le anime dei morti per la libertà della Patria sono note a Dio, che le vagheggia ad una ad una e le saluta palpito del suo cuore, del suo senza misura amoroso cuore.

Sorge il giorno trenta giugno, ultimo della difesa; chi stava sul Gianicolo vedeva la grande cupola vaticana in qua, ed in là tuttavia rischiarata dalle faci che avevano resistito allo imperversare della bufera, e che ora andavamo una dopo l'altra estinguendosi immagine dolorosa degli sforzi durati per difendere Roma. Non importa, si combatta sempre, le bandiere della libertà quando cascano nel sangue si rilevano più poderose, che mai, come Anteo quando percoteva la Terra sua madre; i nostri alla meglio raggruppansi e cominciano un trarre disperato di moschetti dalle Ville Savorelli e Spada; rimbeccavano con furia punto minore dalle nuove trincee i Francesi irresistibili perchè rincalzati da una fiumana di fuoco che turbinava dalle batterie dieci, undici, dodici, e tredici; e come se dei cannoni non ce ne fosse di avanzo, senza misura ci adoperavano i mortai. Le nostre batterie dall'Aventino, e dal Pino controbattevano languide, ultimi tratti dell'agonizzante; e poi di repente i Francesi per dare il colpo di grazia contro la Batteria dell'Aventino voltarono la seconda Batteria loro formidabile di artiglierie e di artiglieri. Per meglio conquidere i nostri schierati a destra della porta San Pancrazio i Francesi tentarono arrampicarsi sul portone di cotesta porta, e quinci salire su la breccia del Bastione nono aperta dalla Batteria decima; li respinse il Medici co' suoi, e col primo reggimento di linea, anzi taluno dei nostri s'inerpica ad occupare il frontone donde recava gli ultimi, non però i meno dolorosi danni al nemico, che infellonito colà avventa le armi, e le ire; ma per fulminare ch'ei faccia con le sue artiglierie veruno si rimuove, e con esempio memorabile tutti elessero perire sotto lo sfasciume della porta.

A Villa Spada un manipolo di soldati della legione italiana avendo scorto certi fanti francesi ripararsi verso il muro della corte si avventò su di quelli cacciandoli a furia; l'Hoffstetter preso animo dal caso, volle tentare se gli venisse fatto di ristabilirsi nella Batteria dinanzi casa, e chiese al Manara gli concedesse una cinquantina di uomini; gli furono dati, e di un salto tutti di accordo balzarono sul luogo indicato; colà l'Hoffstetter procedeva oltre con alquanti dei suoi, gli altri lasciava dietro al coperto per bersagliare i Francesi, appena però avesse incominciato ad assalire la Batteria, anche quelli corressero a rinforzarlo: si accostava temerario piuttostochè animoso, e vide essere quella impresa perduta, imperciocchè la Batteria comparisse tutto intorno munita di alti gabbioni presidiati in copia: nondimeno gli piacque continuare il combattimento lasciandosi in balìa di quel soffio di speranza, che mai non cessa: così durando da una parte e dall'altra vennero a mancare le munizioni ai nostri, per la quale cosa l'Hoffstetter rannicchiandosi più che poteva si recò per esse a Villa Spada; per via occorse in un giacente francese bello e robusto con una ferita al sommo del petto il quale se ne stava esposto al grandinare delle palle e non faceva, o non poteva movere atto per levarsi di là, l'Hoffstetter commiserandolo gli disse: «abbiate pazienza anco per un po', e manderò la barella a pigliarvi» ma quegli non disse motto; giunto sotto la Villa chiese la munizione, e il Manara con le sue medesime mani gliene gettò un sacco dalla finestra, se lo recava su le spalle mentre il Manara sempre dall'alto gli raccomandava ritirarsi, che la zuffa gli pareva senza costrutto; l'Hoffstetter gli rispondeva, ma quegli non replicò, per la quale cosa l'Hoffstetter andava pei fatti suoi, ma indi a breve tornato avendo conosciuto a prova la verità dello avvertimento del Manara ricercava di lui; ognuno evitava parlare, incollerito insiste, e allora in silenzio gli additano una stanza terrena; sopra la soglia gli occorre l'Appiani segretario del Manara lacrimoso, entra e mira un gruppo di gente insieme stipato, lo separa con empito, ed ecco gli sta dinanzi il Manara tutto sangue con gli occhi erranti per le tenebre della morte; gli si genuflette ai piedi, la mano gli bacia e la fronte già fredde; quegli lo ravvisa, e con piccola voce ansando sussurra: «sono ferito a morte; forse mi rimane a vivere un quarto d'ora» L'Hoffstetter lo consola, e propone trasportarlo all'ospedale, ma il Manara ricusa dicendo: «no… non m'inganno, sono morto, il trasporto crescerebbe gli spasimi… lasciate ch'io muoia qui dove ho combattuto.» Il Dandolo che pure si trovò presente al caso narra come poco prima, che la palla micidiale passasse il Manara da parte a parte egli nel seguitarlo rimanesse colpito di una palla di rimbalzo nel braccio destro, onde costui esclamò: «per Dio! tocca sempre a te? O che io non devo portare via nulla da Roma?» A lui il Manara cadendo raccomandò i suoi figli; da lui supplicò non essere abbandonato mai; dalla stanza chiusa lo trasportarono alla campagna aperta; allora desiderò si chiamasse il medico Bertani amico suo. Il Dandolo si piglia cura di riportarci che dietro le sue raccomandazioni il Manara si confessò, e si comunicò: pedanterie di guelfismo riscaldato in Lombardia, come se la vita del mortale eroe incontaminata avesse bisogno per amicarsi Dio di un Cappuccino mediatore, e il Padre delle misericordie non aspettasse cotesta anima bennata a braccia aperte; qual sacramento avrebbe mai potuto renderla più pura oltre la religione del martirio, e il battesimo di sangue? Il Manara raccomandava al Dandolo procurasse allevare i suoi figliuoli nell'amore della religione, e della patria; l'Hoffstetter di religione non parla, bensì gli mette in bocca queste parole: «consolate la miapovera moglie, e recatele il mio ultimo addio: educhi i nostri figli allo amore per la infelice nostra patria, ed appena sapranno reggerle, ponga loro nelle mani queste armi.» A me, e ad altri le parole dell'Hoffstetter compariranno più conformi al cuore dell'uomo; per pedanteria guelfa il Dandolo inteso a incastrarci la religione, omette la moglie; pare impossibile come e quanto la beghineria stupidisca il cuore; forse per lo sposo amante la cara e casta moglie, madre dei suoi figliuoli non è religione?

Innanzi, che per me si lasci la dolente storia non vo' mancare di referire qui un caso il quale troppo stupendamente dipinge gli uomini, e i tempi. L'Oudinot, dicono per raccomandazione di Massimo D'Azeglio, preso a un tratto di tenerezza pel Manara gli scrisse lettera per buona ventura giunta dopo che cotesto valoroso ebbe reso l'anima a Dio, e dico buona ventura perchè di certo avrebbe cagionato gravissima alterazione a quel nobile spirito. L'aperse il più anziano dei capo-battaglione dei Bersaglieri; in sostanza portava lo scritto: ammirare la prodezza e la disciplina dei Bersaglieri, più che tutto sentirsi compreso da inestimabile reverenza per lui Manara; pregarlo a non considerare la capitolazione proposta nè in parte, nè nello insieme riguardante lui; avere ordinato gli pagassero ottomila scudi per sopperire alle spese del ritorno a casa dei suoi Bersaglieri; in fondo di straforo, con animo più che volenteroso poi avrebbe visti i Bersaglieri rimanersi a Roma al soldo del nuovo governo; la insidia tendeva a dividere Manara dal Garibaldi sia che insieme si gittassero alla campagna, o rimanessero in città tentando la disperata guerra delle barricate, o scemarsi l'odio che sentiva aggravarglisi sul capo per la occupazione di Roma, ed anco per avvilire cotesti giovani non meno saldi nella propria fede politica, che prestanti nelle armi. Intorno al quale successo poche parole bastano, e sono queste, l'Oudinot mandando cotesta lettera si chiariva degno di poterne ricevere una pari, che le avrebbe fatto buon viso: venali tutti in Francia, non si sa perchè i suoi soldati soli arieno a conservarsi incorrotti.

Coteste ultime ore di combattimento ci diedero materia a lungo rammarico. Andrea Aghiar il fedelissimo moro del Garibaldi periva; mentre questi smanioso di continuare la battaglia monta a cavallo dietro la Villa Spada, e l'Aghiar gli tiene la staffa una palla lo investe e lo trapassa da una tempia all'altra. Pieno di mestizia fu il caso di Vincenzo Ugolini da Forlì, il quale gravemente ferito, giaceva della vita in forse, ma pure non disperavano affatto, quando (e certo per sollevarlo) gli menarono presso al letto due fanciullini, che rammentandogli i suoi figliuoletti lasciati a casa tale nodo di passione gli prese al cuore, che in breve ora in mezzo a fiere convulsioni spirò. Anco Giuseppe Verzelli da Bologna col capo rotto cadeva per non levarsi più, e morti in campo giacevano altresì Pietro Signorini, e il Bandi di Romagna. A cinquecento e più calcolano arrivassero i morti, e i feriti nel breve, e micidiale conflitto.

Verso mezzogiorno, chi la chiedesse ignoro, ma suppongo i Romani, si concedeva tregua per raccattare i morti, e i feriti, che ingombravano il terreno massime intorno al Bastione ottavo. Il Generale Garibaldi fidando di combattere tuttavia aveva disposto resistere da una terza linea, ed ordinò il modo col quale avesse a procedere la ritirata; l'ala destra contendendo il terreno palmo a palmo doveva lungo il Bastione di Santo Spirito ripiegarsi sopra il Castello Santo Angiolo, e quivi stare col ponte munito di difese avanti a se, egli sosterrebbe le Barricate, e i ponti di Trastevere.—Però la battaglia non si rinnovò più. Tutti sanno come il Mazzini convocasse nel palazzo Corsini in Trastevere i maggiorenti militari della Repubblica Romana; pallido era come colui, che, se non sopra agli altri, almeno quanto altri sentiva lo strazio, e l'onta della Patria nostra, ma non fremente secondochè taluno scrisse; quivi propose ormai non restare, che tre partiti, la capitolazione, la difesa per via di barricate, e la sortita dello esercito, e dell'Assemblea per sommovere le provincie, e prolungare la guerra, il generale Bartolucci osservò la difesa a quel modo che la intendeva Mazzini impossibile, e tale la dichiarava per avviso del Garibaldi; si mandò per esso, ed ei venne intriso di sangue, sordido di polvere, in volto avvampato, terrore ai nemici, oggetto di entusiasmo al popolo; richiesto del parere suo, lo disse: potrebbe anco difendersi Roma se tutto il popolo di Trastevere passasse il fiume, e rompendo i ponti: risolvessero tosto; ogni indugio, comecchè brevissimo, funesto. Interrogato quanto, dandogli retta, si sarebbe potuto durare, rispose pochi giorni. Il Mazzini non insisteva su cotesto partito tanto più che immaginava i Francesi non avrebbero mai accettata cotesta battaglia manesca: padroni delle alture, cannoneggiando a bello agio, e senza un pericolo al mondo la città, erano sicuri un giorno più presto, o un giorno più tardi di mettersela sotto i piedi; bensì forte propugnava l'altro della uscita dello esercito, e dell'Assemblea a sommovere le provincie, ma l'Assemblea consultata ricusò aderire parendole cotesto un mettersi allo sbaraglio senza costrutto e aveva ragione; il Torre ottimamente ragiona su questo proposito, e con raziocini, e fatti dimostra quanto a casaccio altri metta in campo esempi antichi e moderni, e ci fondi su i paragoni: le cose della libertà precipitavano in tutta la Europa; qui tra noi non un cuore solo; da un lato i monarchisti costituzionali col Piemonte, dall'altro i preti, e i clericali, che le scapestratezze guelfe dei Lombardi ribollivano sempre, e per ultimo rinterzavano gli adoratori delle vecchie tirannidi, compresa l'austriaca; e i popoli facilmente sboglientiscono, dove non gli agitino o una grande speranza, od una grande disperazione. Talora sono andato meco stesso considerando come mai non cascasse in mente a persona ridurre Roma in un mucchio di rovine protesta eterna contro ogni tirannide soldatesca, e sacerdotale: nelle note manoscritte di certo ufficiale di ordinanza del generale Garibaldi mi occorre segnato come costui giacente per dormire nella Villa Savorelli udisse il Generale col Manara tenere ragionamento su tale proposito mentre passeggiavano su e giù, e senza assicurarlo gli pare che ne andassero d'accordo.—Altro distinto uomo adesso esule dal suo paese[1] mi scrive la commissione delle Barricate composta del Cernuschi, del Caldesi, del Cattabene e dello scrivente avere messo in disparte un migliaio di libbre di polvere per empirne uno dei quattro pilastri dell'altare maggiore di San Pietro, ch'è vuoto, e mandare a rifascio il tempio del cattolicesimo per interesse del quale mani barbare mietevano il fiore della gioventù italiana come biada matura. Rispetto al Mazzini devo dire che la proposta gli venne fatta, e gliela fece il generale Rosselli favellandogli così: «prima di andarcene non vorremo noi mandare all'aria lemoschee?» E Mazzini rispose: «cotestemoscheeio tengo sacre come il Campidoglio, poichè mi rappresentano la storia di molta parte di mondo, e un giorno saranno gradino alla instituzione della nuova fede.» Su di che confesso ch'io non capisco niente; chi non vuole vendere vino levi la frasca: per me che amo la libertà sopra la civiltà, anzi che cosa sia civiltà senza libertà non so comprendere, nè voglio, paionmi gesti divini lo incendio di Mosca, la mina di Missolunghi, ed in antico l'abbandono di Atene. Ai Francesi intirizziti, e abbrustoliti a Mosca io penso che non frullerà mai più nella testa di tornarci; i Russi all'opposto accolti dai Parigini con le fronde dell'ulivo tornarono due volte a Parigi. Bando agli sciolemi, il generale Ropstokin, e il vescovo Germanos meritano solo essere segnati fra i santi sul calendario dei veri patriotti.

[1] De Andreini ora in Algeri.

Il Cernuschi preso da smanie, non senza lacrime, e strappamento di capelli, cose tutte, che si addicono meglio agl'istrioni che agli uomini di stato propose il partito, che l'Assemblea cessata ogni difesa impossibile restava al posto, commettendo al Triumvirato la esecuzione del Decreto. Breve la discussione, gli approvatori molti. I Triumviri risegnarono l'ufficio, il Mazzini di più volle depositare presso l'Assemblea una sua protesta dove dopo deplorata cotesta risoluzione, e detto che non mai per lui sarebbe stata eseguita, la rampognava di essere venuta meno al suo mandato per colpa o no, ma di sicuro per debolezza; quindi salutato, e confortato il popolo se ne rimase unico dei Triumviri, e dei Deputati in Roma una settimana dopo entrati i Francesi passeggiando quotidianamente per le vie più popolate; partiva compiacendo alla ressa benevola di Giulia Modena, e della straniera Mongenei Zuller; passaporti, nè salvocondotti ei non possedeva, come perpetuamente bugiardo scrissero gli avversari suoi, senza passaporto fu accolto sopra il piroscafo ilCorriere Corsocomandato dal capitano Cambiaso, senza passaporto sbarcò a Marsiglia, donde senza patire molestia attraversata la Francia si ridusse in Isvizzera.

Di Garibaldi note le fortune, la costanza, l'ardire, i pericoli, e i casi dolorosi. Episodi pieni di amarezza infinita della Odissea pietosissima sono le morti del Brunetti e dei suoi figliuoli, di Ugo Bassi, e della valorosa sua donna Annita; le fughe, le insidie, la ferina caccia, e l'eroico aiuto dei buoni, per ultimo lo scampo miracoloso per virtù del Guelfi maremmano nostro, bella gloria toscana: di ciò non sono chiamato a spendere parole; solo devo ricordare come a cotesti tempi fosse detto, e ripetuto poi, che esulando da Roma ei si portasse seco un milione: l'uomo integro di siffatta accusa non si diede un pensiero al mondo; molto meno si dolse, ovvero accusò: egli (le opinioni degli uomini sono varie) avrebbe tenuto sfregio solenne un certificato di probità scritto in una sentenza di Giudici, la quale piove sul bagnato dove non ti sovvengano la fiera coscienza, e la estimazione pubblica: se al Garibaldi abbisognasse testimonio basterebbe, che la povertà accennasse coteste inclite mani che sanno donare un trono, e zappare un campo. Tuttavia ecco quanto fornì materia agli abietti di malignare su questo milione di monete di oro coniate con l'effigie di Gregorio XVI, e di Pio IX tratte fuori dalla Zecca e rubate; quando il Garibaldi uscì di Roma unico capitale, che possedesse erano ottomila scudi romani in carta; però modo di spenderli non ci era; ci fosse stato, se ne cavavano un mille l'arebbono tenuto per provvidenza; li consegnava a quel Giuseppe Guarnieri soprannominato Zannetto di Vescovato cremasco battagliero di valore unico piuttostochè raro; a narrare i gesti ch'ei fece non basterebbe un libro; il prode uomo seguitò il Garibaldi, e allorchè questi licenziava la sua legione a San Marino per niente consentì separarsene; gli ammannì le barche a Cesenatico, con lui entrò in barca; con lui, venendo addosso i piroscafi austriaci per pigliarli si buttava alla spiaggia; in questo punto voltatosi al Garibaldi, dubitando, che dove fossero caduti prigioni cotesti fogli valessero a metterli in male partito, domandava, che dovesse farne; e il Generale di rimando: «quello che vuoi» egli allora li buttò in mare al cospetto del Generale e di altri dieci riparati nella medesima barca: vuolsi altresì ricordare, che se gli sofferse l'animo di gittare all'acqua la carta non sostenne affondarci il suo mantello di ufficiale; afferrata la terra alla Mezzola il Garibaldi gli diede licenza, che meno arduo sarebbe stato scampare alla spicciolata, che insieme; egli allora mutò veste con quella di un pescatore, ripiegò il mantello in fondo di uncavagnocoprendolo di foglie, e di anguille, e con esso in mano si aggirò, sempre col pericolo di essere scoperto e fucilato, per bene quindici giorni in mezzo alle paduli di Brondolo circuito dagli Austriaci traverso i quali fortunatamente passando si ridusse incolume a Venezia prima, che si rendesse; così buttò via la pecunia, salvò il mantello.

L'Assemblea prima di cessare per violenza straniera il mandato del popolo compì il dovere suo pubblicando la costituzione repubblicana sul Campidoglio, poi si ritrasse nella sala di sua residenza aspettando esserne cacciata. Di capitolazione non si parlò nè manco, entri il barbaro cui fu prodezza il numero, e adoperi la ragione della forza.

Mandate innanzi pattuglie a speculare i luoghi finalmente a capo dei suoi ufficiali entrava in Roma il generale Oudinot tutt'oro, e penne, ch'era un visibilio a mirarlo; si aspettavano i francesi accoglienze liete, dacchè pochi (egli lo aveva detto) erano i facinorosi che scombussolavano cielo e terra, i Romani veri, deliranti di ricuperare la delizia del governo pretesco, e furono stranamente delusi; urli, fischi, maledizioni a bocca di barile, con timore di peggio. Il Generale Oudinot giunto davanti al caffè delle Belle Arti di un tratto mira una bandiera dei tre colori italiani quivi appesa; parve gli agitassero davanti gli occhi il teschio di Medusa; poco dopo egli infuria e tempestando comanda ai cittadini quinci la removano, rispondono quelli con ingiurie, e con onta e in mezzo all'assordare dei sibili ricorrevano concitate le parole romane: «levatela voi, chè ve pare? non semo i vostri servitori, i vostri servitori non semo.» Allora cotesto uomo grossiero vie più sbuffando si accosta col cavallo ed afferrata con entrambe le mani la bandiera tira, e tira fra le risa, e gli scherni della moltitudine; però la bandiera ottimamente assicurata non cede; solo si capovolge, ed egli quasi fuori di se dalla rabbia raddoppia gli sforzi invano: il suo cavallo inquieto per lo insolito tramestio volta le groppe, e il cavaliere è costretto a consentire a quel moto senza però lasciare il lembo della bandiera: perchè di un tratto egli apre le mani e l'abbandona? Perchè allibisce egli, e come trasognato abbassa la faccia e ripiglia tutto sbaldanzito il cammino? Gli era comparso, o piuttosto gli sembrò gli comparisse davanti il Garibaldi che torvo lo sogguardasse, e tanto bastava perchè l'anima di costui sbigottisse di spavento. Come accadesse lo strano caso a veruno forse, o a pochi è manifesto, io lo dirò con le parole stesse dell'amico Ripari: egli confidandomi il fatto mi commise tacere di lui, ma io non lo obbedisco fidando non voglia portarmene il broncio; dove mai m'ingannassi lo placherà per me il Garibaldi giudice del piato. Ora ecco il suo scritto: «I Francesi entrarono da porta Angelica, e per via del Colonnato, piazza Rusticucci, Borgo nuovo, ponte S. Angiolo, via dell'Orso, piazza Nicosia, piazza Borghese, via del Leone, piazza S. Lorenzo in Lucina sbucati sul Corso accennavano a piazza Colonna, e a piazza di Spagna. La testa della colonna di occupazione non aveva anco passato piazza Borghese quando io entrai nel Corso dalla via Condotti sempre vestito della mia cappa rossa, col cappello piumato, e sciabola al fianco, insomma Garibaldino netto; alcuni fra i nostri già mutati i panni soldateschi nei civili mi furono attorno interrogandomi che m'intendessi fare.»—«Io nulla, risposi, fuorchè starmi a vedere questi furfanti di Francesi.»—«Lì presso un Francese udite le parole mi si avventò alla persona, ma un suo compagno lo fermava: io non mossi collo, pure tenendo l'occhio alla penna; i miei conoscenti si allontanarono forse presaghi di guai, io rimasi, poi piano piano mi mossi anch'io talora voltandomi addietro quasi invitando il Francese a venire meco in disparte per acconciare le nostre faccende, ma egli reputò spediente non seguitarmi; di ciò chiarito divisai tornarmene sul Corso pigliando per largo della Impresa, e di via Lucina la quale sbocca proprio dirimpetto alCaffè delle Belle Arti; dalle finestre voci di donne mi ammonivano a retrocedere, ed io non me ne dava per inteso, finchè mi abbattei in certa sentinella francese posta in capo della strada per impedire il passo, la quale appena vide la cappa rossa non ebbe balìa di fiatare ed io passai liberissimo, sicchè in tal modo giunsi nella breve strada che taglia ad angolo retto il Corso stando alla mia sinistra il Caffè delle Belle Arti. Qui ripiegate le braccia sul petto, fermo su le gambe, e per la commozione interna certo nel sembiante sconvolto mi posi a guardare lo sconcio arrabbattarsi dell'Oudinot intorno alla bandiera del Caffè; quando il suo cavallo lo costrinse a voltarsi i suoi occhi s'incontrarono co' miei; che mai ci leggesse non so, certo se avessi potuto lo avrei ucciso con gli occhi: fatto sta, che costui lasciata scapparsi la bandiera di mano, mogio mogio se ne andò per piazza Colonna.»

Perchè noi andiamo capaci di questo successo importa sapere, che per la statura, la complessione della persona, e il colore della barba e dei capelli il Ripari molto arieggiava al Garibaldi, e molto anco adesso gli arieggia perchè di rossi sono entrambi diventati canuti. Ma ch'è mai un capitano di esercito, che alla sola vista di un'uomo sbigottisce di paura? Ed anco quando in ciò non consentissero i Francesi, da che legno tagliano essi mai i comandanti supremi, i quali immemori della dignità loro al cospetto di un popolo si arrovellano con uno straccio dando argomento di riso, e di contumelie plebee?—Nè si creda già, che all'Oudinot paresse in cotesta ora sedersi su le rose, imperciocchè, un prete, che ardì plaudirlo in piazza Colonna indi a breve trafitto da innumere ferite moriva; ad un'altro per la medesima causa ruppero il cranio, e poi strascinarono per terra in piazza Sciarra; a Monte Citorio straziarono due popolani tenuti spie perchè così di subito li videro accontati co' Francesi; ma di ciò basta; l'Oudinot imperterrito bandiva indubbie testimonianze avergli provato quali e quante fossero la fedeltà, e la gratitudine dei Romani al generoso Pontefice iniziatore di libertà!

Adesso opinione di molti, la quale va (che giova negarlo?) mano a mano allargandosi è che la Monarchia non voglia, nè possa satisfare al compito di francare Roma dalla potestà dei preti, e darla capo alla Italia; non vuole, dacchè con lo schiantare l'autorità sacerdotale verrebbe a tagliare eziandio le radici alla principesca, avendo alla prima, attinto sempre la seconda come a sorgente inesausta di qualunque tirannide; che se talvolta ella ebbe ricorso al voto del popolo, ciò fu per via di ripiego, e sbalestrata dalla violenza dei tempi, non già con volenteroso animo, e leale, e molto meno col proponimento di tenersi a lungo cotesto calcio in gola: e neppure ella lo può, conciossiachè se avverti al diritto, la Monarchia non offesa, e vincolata dai trattati come spoglierebbe il Papato senza infamia non si comprende; se poi consideri la forza la Monarchia non la possiede materiale se il popolo gliela neghi, molto meno la morale. Checchè sia di siffatte opinioni, certo è che il popolo ha potestà di rivendicare la sua terra come quello che senza dubbio Dio creò padrone della terra; nè veruna memoria antica ci ammaestra che egli creasse la bestia sacerdote, o l'animale re; l'uomo è creatura naturale, preti, e principi derivano dal volere e più spesso dai vizi, e dagli errori degli uomini.—Che il prete abbia comprato Roma non è verosimile dacchè la Chiesa nacque ignuda fra gli stecchi, nè ad ogni modo libertà di popolo somministra materia a compra ed a vendita; se il prete s'impose padrone per via di errore, ei venne con le tenebre se ne vada con la luce; se spartì col conquistatore il popolo come fiera presa alla caccia, la forza tornò al conculcato, e al prete ora tocca di fare cadendo il tomo.—Se tu volgi la mente alle varie instituzioni che posero il fondamento in Roma tu ti persuaderai, che vennero i tempi, e furono compiuti i riti, ond'esse ebbero sempre inizio: così il regno consacrava Romolo col sangue di Remo; la repubblica intrise la sua pietra angolare nel sangue di Lucrezia, lo impero in quello di Giulio Cesare. Sopra il sangue dei martiri s'inalzò la Chiesa, ora il popolo non dava a vene aperte sangue per consacrare il suo risorgimento in Roma?—Ormai del perchè i preti tengano le branche fitte su Roma non sanno nè manco essi addurre ragioni che valgano, di vero esse tutte si stringono a sostenere la necessità di dominio terreno per esercitare liberamente il governo delle anime, e sembra bestemmia imperciocchè qual dignità si abbiano le cose spiritali le quali abbisognano della materia per puntello non si comprende; e poi non è vero, chè li smentisce Cristo, li smentiscono gli Apostoli, i Santi Padri, il fatto stesso della Chiesa cresciuta senza gravezza di beni terreni, tirata in giù dal peso delle male raccolte dovizie. Al contrario al popolo italiano fa mestieri Roma come quella ch'è sua, e da capo alle membra sparse; senza lei egli non può costituire il suo paese, casa sua: in Roma solo può comporre la sua capitale, però, che sgombra dalle male piante, che la contristano, da tutte le parti d'Italia si condurranno ad abitarla schiere d'Italiani e lì unicamente si mescoleranno compenetrandosi piemontesi e siciliani, toscani e liguri, lombardi e napolitani, veneziani, e romagnoli. Capitali non si caveranno mai da Firenze, da Bologna, e da Milano senza che l'astio municipale si desti, con danno inestimabile però che invece di levarsi via crescono le cause delle emulazioni, e delle discordie. Tutte pari tra loro le città italiane ad una sola devono inchinarsi, a Roma. Roma è principio nuovo; in Roma si ritempreranno gli animi, che davanti al Campidoglio non è permesso mostrarsi vili; costà nei ruderi dell'antica grandezza forza è che si rompa il flutto della ipocrisia, dell'avarizia, della saccenteria perfida, e inane. Tale che sembra altrove eroe, il sepolcro degli Scipioni rigetterebbe come verme; tali che si vantano altrove liberi, i comizi dei Gracchi, o il Senato di Catone non vorrebbe nè manco per servi.—L'assedio dei Francesi a Roma è finito, ora si compie quello del popolo; costoro ci condussero la violenza, il servaggio, e l'errore; sta al popolo sostituirci la libertà, la sapienza, e l'amore.

Possa anco questo mio libro tornare di qualche utilità alle nuove generazioni: credano a me, fu smarrita la via; importa tentando, e ritentando tornare in carreggiata. L'arco di Ulisse non si poteva piegare da altri che da Ulisse; la Italia non può risorgere, che per virtù di mani gagliarde, di senno antico, e di cuori divinamente innamorati della immortalità.

End of Project Gutenberg's Lo assedio di Roma, by Francesco Domenico Guerrazzi


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