Cap. XV.IL VELO RIMOSSO

Cap. XV.IL VELO RIMOSSO

Allorchè il generale Brissonetto ebbe munito il castello delle genti del Re; e si fu assicurato che facevansi premurosamente tutti i preparativi per riceverlo, ed erano stati dati ordini al castellano perchè le chiavi ponesse a disposizione del Re di Francia; egli più nessun pensiero si diede di ciò; ma, prendendo il Corio per braccio, gli disse: Il signor d’Argentone scrisse ad alcuno de’ nostriche voi assai bene l’istruiste sulle cose di Milano e che siete un bell’ingegno che anche di presente attendete a stendere la storia della vostra patria. Di grazia, lasciando il rumore che ora circonda il Re, vogliate in questo bel parco meco passeggiare un’ora, e narrarmi con qual arte il signor Lodovico, la cui astuzia tanto si cita, seppe far cadere l’accreditato ministro Cicco Simonetta, e poi salire a quell’alto posto di potere per cui ora il suo signore stesso padroneggia.

Corio fu lusingato dalla lode meritata, il cui suono sempre dolce al nostro orecchio perviene: egli ringraziò l’illustre personaggio che tanto lo lusingava; e si disse disposto a compiacerlo, per quanto potesse valere l’incolto suo ingegno. Essi trovavansi allora in quel parco delizioso sì celebre a que’ tempi, pei frutti, e gli animali di tante specie, che racchiudeva; per alberi già cresciuti a bellissime dimensioni; per la disposizione artistica di verdi ajuole, di cespugli in mille modi fra loro diversi, e di ruscelli, di bacini d’acqua, di fiori, che in cento guise ne variavano la scena. Il cielo sereno compiva quel quadro delizioso; e una leggier’aura sospirando, sembrava disporre al melanconicoracconto che allora il nostro storico milanese, non senza suo diletto, imprendeva a fare all’ospite di Francia. In quel momento Corio non sentivasi troppo ben disposto verso di Lodovico, considerando la venuta de’ Francesi siccome una punizione celeste per l’Italia; nè era poi ai francesi avverso, non riguardandoli egli che come uno strumento di dio. Così portavanlo a pensare le idee religiose de’ tempi! Egli ancora non senza dolor vedeva il giovane duca Gian-Galeazzo spinto a morire da una malattia, che agli occhi suoi, come di tant’altri, non era senza alcun sospetto di veleno.

— Signore, se io avessi minutamente a raccontarvi le cose degne di passare ai posteri, che accaddero intorno al soggetto su cui mi interpellate, non che un’ora o due mal basterebbe a noi l’intera notte. Per appagare quindi le vostra brama, io sarò breve; e non toccherò che i sommi capi del gran dramma, lo scioglimento del quale ancora non si vede, ma sembra vicino ad accadere. Morto il duca Galeazzo Maria per mano de’ congiurati, subito si levarono i ponti del Castello di Milano; e, gridato il nome di Gian-Galeazzo suo figlio come veroduca, si abolirono le nuove gabelle dall’estinto imposte, e fu confermato general segretario Cicco Simonetta, il quale già fin dai tempi di Francesco Sforza era alla testa degli affari. Indi si ordinarono due Senati; uno, stabilito nella Corte dell’Arengo, ossia vecchio palazzo ducale, e composto di patrizi ed altri i quali amministrassero le cose civili, si disseConsiglio di Giustizia; l’altro, cheConsiglio di Statosi chiamò, adunavasi entro il Castello, e trattava delle cose di stato. Tutrice e reggente del figlio venne eletta la duchessa vedova, Bona di Savoia; donna di cuore eccellente, di indole soave, e che all’uopo non mancava anche di fermezza e coraggio; i suoi costumi fino a quel punto erano stati superiori ad ogni censura; e credo che, se di poi vacillò in forza d’una passione, non cadde però giammai interamente, nè calpestò per feminil debolezza i proprj principali doveri; ora poi essa mena una vita irriprensibile, fra le pratiche di una fervorosa divozione. E certamente stabilite le cose nel modo in cui furono, il Ducato avrebbe goduto di una perfetta tranquillità; ma disgraziatamente il fanciulletto principe avea zii ambiziosi ed avidi di potere, i quali tutto in breve vennero a conturbare.

Questi erano Sforza Maria già stato dal Re di Napoli creato Duca di Bari, e Lodovico che diciamo il Moro. Relegati in Francia, da alcuni mesi, perchè scoperta una loro trama, tornavano alla morte del fratello a Milano; e malcontenti che loro si negasse accordar ingerenza negli affari, tramavano di bel nuovo, e meritavansi nuovo bando. Sorgeva quindi guerra fra i Fiorentini da una parte, il Papa e il Re di Napoli dall’altra; e avendo il nostro Duca mandati ajuti ai primi, il Re di Napoli gli fece ribellar Genova, animò gli Svizzeri ad eseguire un’irruzione in Lombardia, e per ultimo istigò il Duca di Bari e Lodovico Sforza a tornare in Milano e deprimervi il Simonetta; ed essendo morto il Duca di Bari, Lodovico che ebbe il suo ducato, a malgrado della pace che allora si era conclusa, ajutato da Roberto Sanseverino, pensò a proseguire il suo disegno; e, trovato modo di aver per tradimento Tortona, riescì anche con secreti maneggi a riconciliarsi colla Reggente.

Chi particolarmente persuase la Duchessa a riconciliarsi con Lodovico, fu Antonio Tassino ferrarese di lei cameriere favorito. Quella donna si lasciava da quest’uomo guidare,spinta da un affetto prepotente. Era Tassino giovine di bei modi, aggraziato, elegante. Prevalendosi del favore di Bona, egli tendeva ad elevarsi ed acquistar potere: Simonetta con tutte le sue forze s’ingegnava di deprimerlo e tenerlo basso: egli facea il dover suo; ma Tassino gli divenne capitale nemico. Roberto Sanseverino impetrò il favore di questo Tassino per sè e pel Duca di Bari, con una lettera; ed egli si impegnò in loro vantaggio presso la Reggente; mostrandole, di concerto con tutti i Ghibellini, che tal riconciliazione era desiderata dai popoli, i quali stanchi della guerra gravosa vedeano nel cambiamento una speranza di maggiore tranquillità. La Duchessa, che nulla sapea negare al suo diletto cameriere, e che anche fu persuasa dalle ragioni addottele, richiamò il Duca di Bari, ed appresso il Sanseverino. Lodovico comparve quindi nel Castello, inaspettato da tutti coloro che non sapeano l’accordo; e Simonetta ne fu informato solo dagli applausi dei Ghibellini che eccheggiarono per Milano alla sua venuta. Questo vecchio allora misurò d’uno sguardo profetico tutto l’avvenire, per sè e per la incauta Duchessa; e recatosi alla stanza di Bona, ledisse: «Eccellenza Illustrissima, voi cessaste, me ne avveggo, d’avere in me confidenza; ma io vi darò un saggio estremo della mia accortezza: sappiate adunque, che, ora che il Duca di Bari è qui giunto, io perderò la vita, ma voi ancora perderete in breve lo stato.» — E così fu.

Tuttavia il principale autore della morte di Simonetta non fu Lodovico; di sua natura, veramente, moderato, ed alieno dalla crudeltà: ma furono gli altri suoi nemici. Le sette ostili de’ Guelfi e de’ Ghibellini, che tanto sangue sparsero per l’addietro, erano state compresse saviamente dai migliori de’ Visconti; i quali per altro d’ordinario erano considerati del partito ghibellino, che, come sapete, un tempo era quello dell’Impero. Ma gli Sforza, succeduti nel ducato contro la volontà imperiale, consideravansi ed erano di partito guelfo: or, col cambiamento che evidentemente rovinava lo stato di cose attuale, i Ghibellini vedevano lucer la speranza di rialzare la loro autorità e riprendere la antica influenza: essi quindi favorirono il ritorno di Lodovico; e precipitarono dipoi la caduta del fedele Simonetta, che da Lodovico, come pare, stato sarebbe risparmiato.

Infatti allora tutti i capi della fazione Ghibellina amici del Duca di Bari e del Sanseverino, assediarono la Duchessa reggente, mostrandole, che Cicco era il solo ostacolo che si opponesse alla tranquillità dello stato; e che, se egli si manteneva nel posto eminente su che trovavasi, la guerra civile era inevitabile. Essi, timorosi che Lodovico col Simonetta si accordasse a loro danno, presero anche le armi, e fecero sentire al Duca di Bari, che nato sarebbe tumulto se il Simonetta non davasi loro nelle mani. I Guelfi bensì anch’essi prendean le armi allora, e si mostravano dispostissimi a far loro aspro riscontro: ma Lodovico paventò tale scissura; cedette al desiderio de’ suoi partigiani; e fin d’allora determinò sacrificar loro, innocente vittima, il fedele ministro, tanto più che anche il Sanseverino facea vive istanze perchè questo si deponesse, senza di che mal sicuro egli diceva stimar sè in Milano dove era richiamato. Allora la Duchessa, persuasa, cedette; e ai 10 di settembre segnò il decreto dell’arresto di quell’antico suo servidore. Veniva quindi a Milano il Sanseverino; e il Duca di Bari entrava in luogo di Cicco, e cominciava a distribuire cariche ed onori a’ suoi amici.

Cicco e Giovanni suo fratello vennero chiusi in questo castello di Pavia, nel settembre del 1479; Orfeo da Ricano, e Antonio figliuolo di Cicco, furono mandati nel forte di Trezzo. Cresceva poi ogni dì più l’autorità del Duca di Bari; ma contemporaneamente ancora ogni dì più se ne arrogava il Tassino. La duchessa, di que’ tempi, poco si curava delle faccende; essa attendeva solo a’ suoi piaceri, del Tassino invaghita: invano ambasciatori del Duca d’Austria pregarono per la liberazione di Cicco, nel febbrajo del 1480; la morte del vecchio settuagenario venne risoluta; e in agosto la Duchessa con una sua lettera ordinò a Bertino Colli capitano di giustizia, assistito da Filippo Aliprandi e Teodoro Piatti giureconsulti, e Francesco Bolla causidico, tutti suoi nemici, di istituire il processo del decaduto ministro. Accuse enormi, ma evidentemente false, furono messe in campo contro di lui: d’aver spesso contro innocenti usato il ferro e il veleno; di aver mantenuta la guerra; di aver tentato di farsi principe di Lombardia, oltre molte altre colpe: venne torturato più volte senza risparmio; e finalmente, terminato un informe processo, fu condannato nel capo. Il penultimogiorno di ottobre fu l’ultimo dì di quel ministro fedele, che con tutto lo zelo avea tanti anni vegliato per la causa de’ suoi principi. La sua testa, venerabile per canizie, cadde sotto il ferro del carnefice su quel rivellino che ci sta davanti gli occhi. Egli era allora infermo di gotta; e se i suoi nemici l’avessero risparmiato, non gli avrebbe di certo nojati con una troppo lunga esistenza! Così fu compiuta la vendetta de’ suoi nemici! — Giovanni suo fratello, eccellente e come uomo e come scrittore, fu relegato a Vercelli.

Ma poichè l’infamia della morte del fedele Simonetta fu di tal modo lasciata ricadere sulla debole ed ingannata Duchessa e i di lui giudici malvagi, si pensò anche ad abbassare il Tassino, che scandalosamente allora omai d’ogni cosa disponeva. L’innamorata Duchessa, senza badare quasi alle cose dello stato che l’annojavano, non attendeva che ad arricchire il suo cameriere prediletto; ed egli per la città spesso in groppa venia portandola dimesticamente; e non faceansi tutto il dì che feste e danze: Lodovico e Sanseverino, che ciò da principio vedevano di buon occhio, aveano anche dato per maggior comodità al Tassino alloggio presso allestanze di Bona. Ma il Tassino delle ricchezze ond’era colmato non andò pago: egli cresceva ogni ora più in alterigia; e per l’autorità che gli concedeva la Reggente, rivocava stoltamente gli ordini del Consiglio a suo capriccio, toglieva e distribuiva gli uffizj a chi più gli piaceva, riformava le guardie e componevale di persone disposte ad ubbidirgli; e perchè il Castello omai da lui dipendeva, tranne solo la rôcca, la quale però potea all’uopo a tutto il castello dar legge, egli importunava la Duchessa perchè essa rôcca al proprio padre Gabriele concedesse, togliendola a Filippo Eustacchio che era il castellano a cui dal morto Duca era stata consegnata.

La Reggente stava anche in ciò per compiacerlo; ma Filippo Eustacchio allora dichiarò, che per una promessa fatta al morto Duca ei non mai avrebbe ad altri la rôcca consegnata tranne che a Gian-Galeazzo fatto d’età maggiore. La Duchessa minacciò di dichiararlo ribelle; ma invano: il castellano anzi, consultatosi con Palavicino de’ Palavicini zio del giovinetto principe, questo nella rôcca condusse il dì 7 di ottobre del 1480, dichiarando che ciò facea per assicurarlo contro le trame di Gabriele Tassino. Fremette laDuchessa; ma non potè ridire sul fatto; ed anzi, essendosele presentata in nome del Duca una carta con che esigevasi, in termini rispettosi sì ma risoluti, che i Tassini fossero banditi, ella dovette, avvedendosi che vana sarebbe la resistenza, segnare il decreto di esiglio dell’amante e del di lui padre.

Allora il Duca di Bari prese egli, in sostanza, le redini del governo. Dal canto suo, Bona, priva vedendosi di Antonio Tassino che formava le delizie della sua vita, e trovandosi umiliata per la separazione del figlio e pel potere che ogni dì più arrogavasi il Duca di Bari, dichiarò di voler dimettersi dalla tutela: fu pregata dal figlio a non far ciò, e per qualche tempo soprasedette; ma finalmente, essendosi messo a morte il Simonetta, Lodovico non lasciò, facendo rinnovar la corte della Duchessa, di recarle nuova offesa; tanto che essa, oltre modo sdegnata, rinunziò alla tutela. Si accettò allora la rinunzia; assegnandosele però una pingue pensione di venticinque mila annui ducati, e per dimora il Castello e il luogo di Abiategrasso. Partita lei, il Duca elesse per suo tutore Lodovico; e Bartolommeo Calchi sostituissi presso quest’ultimo in luogo del Simonetta.

Così il Duca di Bari pervenne alla tutela e al governo che desiderava: egli però, conviene confessarlo, fece buon uso del potere; e non solo non lasciò alzare il capo ai Ghibellini, che speravano poterlo fare sotto di lui; ma nemmeno lasciò crescere audacia al suo antico collega Sanseverino, che divenne suo mortale nemico: e invano poi si cospirò contro di lui. Lodovico fece molte cose per far fiorire Milano, abbellirla, ingentilirla; ma traendo a sè ogni autorità e forza, agì in modo che il nipote, anche uscito di minore età, non valse ad avvocare a sè le redini dello stato; di che, per vero dire, egli non mai mostrò vivo desiderio, sebbene ardentemente a ciò aspirasse la di lui moglie. L’ultimo colpo fatto dal Duca di Bari per assicurare la propria potenza, fu di tôrre il Castello di Milano al suo castellano Filippo Eustacchio, tosto che s’avvide che Isabella moglie del Duca avrebbe desiderato il potere. Ciò avvenne nel 1489.

Chi è padrone del Castello di Milano è padrone anche della città; e questa trae seco il restante dello stato. Ciò considerando, il Duca di Bari fece credere al nipote che quel castellano cospirasse a favore dell’Imperatore:e lo indusse a uscir seco, a fine di farlo prigioniero; giacchè Filippo Eustacchio mai non abbandonava la rôcca. Così fece Gian-Galeazzo; e collo zio tornando al Castello, quando il Castellano venne sul ponte levatoio scortato da molti soldati per fargli riverenza e introdurlo, il Duca fermossi alquanto fuori del ponte, onde il Castellano fu costretto farsi avanti uno o due passi per baciargli la mano: or, mentre ciò facea, venne afferrato da due de’ figli di Roberto Sanseverino che sotto il Duca aveano preso servizio; e così fu tenuto stretto. I suoi soldati alzavano bensì con prestezza il ponte; ma il Duca di Bari, fatta accendere una candela, loro dichiarò, che se non cedevano il Castello prima che fosse consunta, egli a tutti loro avrebbe fatto troncare la testa: onde a quella minaccia impauriti gli diedero la fortezza nelle mani. Il Castellano fu processato; furono imprigionati alcuni tedeschi come mediatori del trattato da lui intavolato, ma poi vennero rilasciati; e anche Filippo Eustacchio, dopo alquanto di prigionia, trovò grazia, in considerazione dei suoi precedenti servigi. Ma forse la congiura fu supposta dal Duca di Bari, per ottenere il suo intento, che era di porre un castellano a sèligio nella rôcca; come fece. Nè poi tardò ad avocare a sè ogni cosa, cioè governo, fortezze, armi e tesoro: ed ora chiamò il vostro Re per opporlo ai parenti della Duchessa, perchè lo voleano spogliare della sua autorità.

Il Brissonetto udì con molta attenzione il racconto del fedele storico; ed esclamò in fine: Gran briccone questo signor Lodovico: e il Re tanto se ne fida! — Ma andiamo, mio amico, incontro a Sua Maestà, che ora indubitatamente sarà per giugnere al Castello.


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