Capo VI.LA LETTERA SECRETA
Non appena il Duca di Bari fu partito che la duchessa Isabella diede in un grande scoppio di pianto; e quell’anima fiera trovò alcun sollievo alle sue pene in uno sfogo per essa inusato; appunto come il torrente, cruccioso se l’argine lo ritiene, più mite e placido diventa allorchè rompe le dighe e tutte allaga le vicine campagne. Immersa nelle lagrime sue abbondanti ella stette per alcuntempo; e la debolezza feminile trionfava della di lei altera natura: però non andò molto che si riscosse; dell’usato fuoco rianimò lo sguardo; e tergendosi gli occhi ancora pregni del liquido lucente che velati gli avea, e frenando le lagrime pronte a sgorgare un’altra volta, tutta concitata il bel seno da un alito affannoso, disse a sè stessa: — Che vale il pianto, quando operar conviene! — e recatasi ad un tavolo ove erano, con un calamaio di argento dorato e riccamente intagliato, parecchi fogli di una carta azzurra profumata, scrisse al padre questa lettera; che divenne famosa, e che fu riferita da varj storici, e particolarmente dal Corio. Allora la lingua colta in Italia era ancora la latina; ed in latino scrisse Isabella, squisitamente educata dalla propria madre che nelle lettere era assai versata: noi però, sapendo che tal lingua non è ora più tanto comunemente intesa, la daremo ai nostri lettori volta nell’idioma volgare; procurando però, più che ne sia fattibile, di conservare quello stile concitato nel quale essa fu dalla infelice donna che la scrisse concepita.
«Già molti anni sono, o Padre, che me univi a Gian-Galeazzo, il quale giunto chefosse ad età virile dovea reggere i propri stati, nel modo stesso che e Galeazzo padre di lui, e l’avo Francesco, ed i proavi Visconti, un tempo fatto aveano. Or egli è già uomo e padre, ma di sè appena può disporre; ed a gran stento, e a forza di preghiere solo, da Lodovico e da’ suoi ministri ottiene ciò che è necessario pel decoroso suo sostentamento. Tutto è da Lodovico amministrato a suo grado; ei tratta la pace e la guerra, sanziona le leggi, concede i diplomi e le immunità, le imposte ed i sussidj impone, le suppliche spedisce, raccoglie il danaro; tutto è fatto a’ suoi cenni; e noi di ogni appoggio privi, delle ricchezze spogliati, come privati viviamo; nè Gian-Galeazzo, bensì Lodovico, sembra dello stato il sovrano: il qual Lodovico diede egli castellani alle rôcche, a sè legò la forza militare, ampliò i magistrati; e tutte le funzioni di principe adempiendo, di vero duca compie gli ufficj; e avendo testè dalla moglie avuto un figlio, è fama generale voglia farlo Conte di Pavia affinchè nel principato succeda; e alla puerpera tutti gli onori di principessa resi furono: mentre noi siamo trascurati, insieme coi nostri figli, nè senza pericolo sono i nostri giorni in podestà dilui; che per insidie può spogliarci di questa vita che a lui è grave, benchè già quasi vedova mi vegga, e desolata e d’ogni soccorso priva. E sì che non manca a noi nè ardire, nè ingegno, nè l’amor de’ popoli, nè la compassione loro; mentre egli, che per sete d’oro li aggrava, è odiato e maledetto: ma le nostre forze sono inferiori, e cedere ne conviene, e duopo è soffrire ogni sorta di avvilimento; non essendo a me neppur dato di confidar ne’ nostri servi, che da lui dati ci sono ed a lui sono fedeli. Or se paterna compassione ti move; se l’amore per me, se le mie lagrime ponno piegarti; se magnanimità è in te, col regal sangue; togli la figlia tua ai mali del servaggio, alle contumelie che soffre; e rendile il trono, a lei con inganno rapito. Che se di me poi pensiero alcuno non ti prende, gioverammi piuttosto di propria mano cadere, che sostener il giogo altrui; chè nel mio stato tollerare una emula nel dominio non è a me per ogni verso cosa comportabile.»
Scritta questa lettera, la giovine duchessa parve più sollevata dalle sue pene acerbe: cessava il suo affanno, scomparivano le lagrime. — Ora converrà trovar mezzo sicuroper mandarla al suo destino. — Ma a chi fidarmi? — Di tante persone di cui Lodovico mi cinse, quale potrà moversi a pietà di me, tanto che con proprio pericolo si pieghi a giovarmi in questa circostanza? Tra coloro che per ossequio mi visitano chi potrò io credere a me fedele? — Ma poco sta la donna a trovar una strada per uscire da’ suoi imbarazzi: un istinto di accortezza, continuamente fedele, la ispira: ella talora non pensa, non ragiona; ma risolve come se preseduto avesse alla sua decisione la meditazione più sagace! È a questo istinto che essa deve quell’impero che sì spesso esercita su di un sesso per tanti altri versi a lei superiore.
Fra le sue ancelle, Isabella una ne avea che a se affezionatissima riputava, e non a torto, e stimava in tutto fedele e devota alla propria persona. Sebbene dal Moro, come tante altre, anch’essa fosse stata scelta, le pene morali di Isabella aveano nella giovinetta risvegliate le più dolci simpatie. Carolina era il suo nome: piccola era la sua statura; ma ella era veramente una piccola perfezione: una taglia snella e gentile, una testa da Psiche, due occhi tra il nero e l’azzurro notanti in un fluido brillante e tagliati a formadi mandorla respiravano la dolcezza e i più soavi sentimenti; bionde ciocche di capegli aggiungevano vezzo a un viso già bello, siccome ricca cornice dorata accresce l’effetto ad un quadro da maestra mano dipinto: il suo abito era d’ordinario semplice, di una stoffa di seta, ma elegante; una croce sul petto raccomandata ad una fila di bei coralli, e due anelli nelle orecchie, gentili quanto tutta la persona di questa vaga angioletta, erano i soli ornamenti abituali di quella simpatica creatura che era ad un tempo la cameriera più zelante e l’unica confidente di Isabella.
Isabella sonò due volte l’argenteo campanello vagamente intagliato che stava fra altri minuti oggetti di un lusso regale sul suo tavolino; e quasi nel momento stesso la leggera Carolina comparve, per ricevere i suoi ordini. Un’occhiata sola bastò alla intelligente fanciulla, per indovinare che una gran tempesta agitato aveva il cuore della sua padrona diletta. Ella però non aprì labbro. Isabella la fissò con occhio scrutatore. — Carolina, le disse; più volte tu mi protestasti di amarmi, di non essere tale da venir confusa con tante mie ancelle mercenarie, che stanno intorno ame pronte piuttosto a spiare la mia condotta che a prestarsi in mio servizio e all’uopo giovarmi: posso io crederti sincera veramente; confidare, ed appoggiarmi a te in una mia necessità?
— Ah, Illustrissima mia Signora! Io mi credea bene, dopo tante carezze che m’avete compartite, di non meritarmi questo vostro dubbio, che profondamente mi trafigge. Comandatemi pure ogni cosa che onesta sia; e vedrete, coll’effetto, se io non vi amo, se per voi non sia pronta a sagrificare anche me stessa!
— Mia cara, io ti credo, replicò Isabella; ed una sua mano corse ad accarezzare il mento gentile della sua prediletta cameriera. — Or bene, dimmi, mio angelo, hai tu un amante?
La povera giovinetta arrossì: rimase alquanto confusa: esitò a rispondere.
— No, mia cara, non arrossire! Non disdice alla tua età, a’ tuoi vezzi, l’essere amata; e forse più d’uno spierà in secreto il tempo di dichiararsi tuo adoratore: oh, con qual piacere poi io stessa presederò alle tue nozze! Ma ora ciò m’importa sapere, Carolina: sei tu amata? hai tu un giovine che, adorandoti,ti possa servire in un bisogno con fedeltà? Io ho una lettera pel padre mio; a lui solo la potrei affidare!
— Mia Illustre Signora, allora prese a dire l’amabile Carolina, con una voce che ricordava assai quella melodiosa del flauto: io me ne viveva ancora tranquilla, e se non intatta almeno non agitata dagli strali dell’amore, quando un avvenimento sono pochi mesi cambiò la condizione di mia esistenza. Era il carnevale; e quella stagione lieta che avvicina, con danze e giochi, la gioventù dei due sessi diversi, agitava leggermente il mio cuore come quello di tutte le altre del nostro sesso; quand’io mi accôrsi che un giovine cavaliere compiacevasi di accostarmisi e trattenersi meco particolarmente. Era questi Gaspare Visconti, consigliere ducale, le cui rime graziose circolano fra i crocchi più scelti della città; e che ebbe già in moglie una figlia dell’infelice Simonetta, la quale però poco stette a raggiungere in cielo lo sventurato genitore. Egli mi stancò con mille assiduità tutte le volte che mi vide; ed ora non cessa di spiare ogni occasione per trovarsi meco e favellarmi.
— Egli è un cavaliere assai pregevole,Carolina! Ma ti dichiarò egli apertamente il suo affetto?
— Un giorno che molte donne e fanciulle con me erano adunate; e trattenevamoci in piacevoli ed onesti discorsi con alcuni giovani, fra i quali per ispirito e gentilezza il Visconti assai distinguevasi; disse Gaspare maliziosamente, che le donne erano d’un animo più crudo che le serpi, poichè non uccidevano col loro veleno tostamente ma la vita lentamente de’ loro adoratori struggevano. — Orsù, replicò alcuna, voi siete ben innamorato, o Gaspare; e ben severa esser deve colei che nelle sue reti vi stringe, perchè teniate di questi propositi? — Ben v’apponete, madonna, egli rispose: ed oh foss’io per natura meno pronto ad accendermi per chi il cielo mi viene mostrando come mia stella: ma già io lo dissi, e il scrissi,
«Amore è in me come il natare al pesceE sì come agli uccelli il suo volato!»
«Amore è in me come il natare al pesceE sì come agli uccelli il suo volato!»
«Amore è in me come il natare al pesce
E sì come agli uccelli il suo volato!»
— Ippolita, mia compagna, allora gridò: — E chi è costei che, tanto avendovi il cuore acceso, poi col suo rigore indebito vi tormenta ed uccide? — Chi è chi è? molte altresclamarono. — Signore mie, rispose il giovine, non mai io vi paleserò quel nome purissimo che di proferire non son degno: e in questo dire uno sguardo rapido e loquace egli mi gittò, che alquanto mi fe’ arrossire. — Però, soggiunse un istante dopo, io vi mostrerò le sue fattezze angeliche, se ciò vi piace, per non sembrare con voi scortese: e, così dicendo, si trasse dal petto un piccolo ritratto, che andò mostrando alle mie compagne tutte, senza che alcuna ne indovinasse il sembiante: chè a caso quella vezzosa miniatura comperato egli avea, come poi mi disse. Ma allorchè fu a me davanti, egli volse destramente il ritratto, e mi presentò il suo rovescio, che era un pulito specchio d’argento; ed io, mirandovi me stessa, mi vergognai: egli, dopo una tale non più equivoca dichiarazione, continuò a simulare; e riponendo il piccolo quadro, proseguì a parlare dell’amor suo, dichiarando che fervidissimo era, e che altro non desiderava fuor che l’occasione di poter provare alla sua bella che da altri un tale affetto giammai essa non avrebbe potuto conseguire. — Dopo questa scena, tre altre volte ei mi vide; mi parlò di nodi eterni, se io vi avessi acconsentito; edultimamente mi fece pervenire un suo amoroso sonetto.
— Tu l’hai certamente indosso, mia cara; tu ti copri di rossore; io ho indovinato! Via me lo mostra!
Eccolo, replicò ingenuamente Carolina; traendosi un foglio candidissimo dal seno. — Isabella lo prese, e lo lesse.[2]
Specchio nel qual la mia donna mirando,Conobbe la cagion che il cor mi opprime,E vide il dolce sguardo che m’imprimeLa voglia dove ognor mi struggo amando:Specchio che discopristi, allora quandoMi fu men duro l’idol mio sublime,Con nova arguzia le amorose limeChe l’alma mi consuman desiando;Perchè non ritenesti in te l’effigieChe sola è Sol splendente agli occhi miei,O delle luci sue qualche vestigie?Chè col pensier, che or giace in mille omeiE sì ritrova in le più basse stigie,Beatissimo in ciel mi troverei!
Specchio nel qual la mia donna mirando,Conobbe la cagion che il cor mi opprime,E vide il dolce sguardo che m’imprimeLa voglia dove ognor mi struggo amando:Specchio che discopristi, allora quandoMi fu men duro l’idol mio sublime,Con nova arguzia le amorose limeChe l’alma mi consuman desiando;Perchè non ritenesti in te l’effigieChe sola è Sol splendente agli occhi miei,O delle luci sue qualche vestigie?Chè col pensier, che or giace in mille omeiE sì ritrova in le più basse stigie,Beatissimo in ciel mi troverei!
Specchio nel qual la mia donna mirando,
Conobbe la cagion che il cor mi opprime,
E vide il dolce sguardo che m’imprime
La voglia dove ognor mi struggo amando:
Specchio che discopristi, allora quando
Mi fu men duro l’idol mio sublime,
Con nova arguzia le amorose lime
Che l’alma mi consuman desiando;
Perchè non ritenesti in te l’effigie
Che sola è Sol splendente agli occhi miei,
O delle luci sue qualche vestigie?
Chè col pensier, che or giace in mille omei
E sì ritrova in le più basse stigie,
Beatissimo in ciel mi troverei!
Io vi confesso, amo il Visconti; ma essendomi egli per condizione d’assai superiore,temo che il suo amore mal possa essere per me costante; e tardo ad acconsentire a diventar sua!
— Mio angelo, sclamò Isabella, quanto sei buona e saggia! — Ma io non ho altro mezzo; Visconti è uom d’onore, lo conosco; nè ama il Moro, che gli spense il suocero: lui incarica, in nome dell’amor che ti porta, di far per mezzo sicuro pervenir questa mia lettera al Duca di Calabria mio padre. — Se il tempo verrà (come può essere in breve) che io sia felice, Carolina, io ti innalzerò a tal grado, che non avrai più a dubitare di non essere degna del gentile e nobile tuo adoratore! — E, in così dire, porse alla ancella favorita la sua lettera: Carolina arrossì un’altra volta; si terse una lagrima di commozione, e baciando la mano della sua signora che l’andava accarezzando, fatto un leggiero inchino si ritirò.
Isabella rimasta sola gittò un sospiro. — Ah, il cielo in mezzo a’ rigori suoi sempre alcun raggio ci serba di sua benevolenza! Fra i patimenti angosciosi del mio animo, io non posso al tutto chiamarmi infelice, avendo figli che dolcemente le mie viscere commovono, un consorte adorabile, ed una sì ingenua e sincera amica!
Un momento dopo ricomparve il Duca. — Egli non fece rimproveri alla diletta sua sposa. — Riuscii a placare Lodovico, diss’egli: mia cara, se m’ami, frena con lui il tuo sdegno: credimi egli è assai migliore che tu non lo stimi.
Isabella, valutando il contegno generoso verso di lei del debole suo marito, nulla replicò: ma slanciossi fra le sue braccia, e vi stette singhiozzando per qualche tempo.