Capo VIII.PERICOLI E RAGGIRO
La lettera di Isabella andò al suo destino: Gaspare Visconti, che sebbene fosse consigliere ducale in suo cuore odiava non poco il Moro il quale avea contribuito alla morte del Simonetta suo suocero, la consegnò ad un altro individuo pure a Lodovico aversissimo, perchè la trasmettesse al duca di Calabria. Era questi un vecchio Ebreo che il Visconti conosceva a cagione di una bellissima sua figlia, ch’egli, facile a recar omaggial bel sesso, ammirò ed amò per qualche tempo, cioè finchè la conoscenza di Carolina non ebbe dal suo cuore dissipata quella incipiente infelice passione, quell’amore che nasceva senza speranza; giacchè virtuosissima era l’ebrea, e di nozze non era molte a sperare, perchè troppo ella amava il padre, troppo tenace delle proprie opinioni era, per abbandonare di leggeri la religione antica de’ suoi avi.
Or Isacco, il quale, come che assiduo nel traffico, avido ed alquanto avaro (doti in generale della sua nazione), era un buon diavolo che all’uopo sapea privarsi di una dozzina di fiorini per sollevare un galantuomo di sua nazione ed anche un cristiano se gli era amico; in questi giorni stava maledicendo il Moro a tutto potere, perchè costui, non contento degli appoggi terrestri per montare al soglio, amando interessarvi (come ei credeva) anche la divinità, ordinato avea che rigorosamente si eseguisse un suo decreto già prima emesso, col quale scacciavansi da’ suoi stati tutti gli ebrei e cattivi cristiani, loro non permettendo più d’allor in avanti se non se di passarvi celeremente ed al più di farvi una brevissima dimora. L’intolleranza funestòl’Italia per molto tempo, cresciuta nel secolo XIII, e d’allora in poi più o meno mantenutasi da tutti i governi italiani e da molti stranieri fino sul finire del XVIII, e più oltre. E in un tempo in cui i veleni erano usati alla corte di varii cattivi principi d’Italia; in cui guerre senza fine morale; in cui estesa corruzione; in cui la vera moralità era spesso soffocata dai pregiudizi popolari, e da quelli di una religione superstiziosa; per colmo de’ mali si credette espiare molte colpe col perseguitare i non credenti, volgendo la dottrina del Cristo, che fondasi sull’amore dell’umanità, in codice di odio e distruzione!
Non v’è ape che offesa non usi del suo veleno. Isacco appena gli si parlò della misteriosa incumbenza, che con piacere se ne incaricò: egli dovea passare a stabilirsi a Roma; di là, con mezzo sicuro ed espresso, avrebbe trasmessa la lettera affidatagli al personaggio eminente a cui era diretta. — Oh, potesse questa far cadere una pioggia di carboni ardenti sul capo dell’iniquo Duca di Bari; una pioggia di fuoco come erasi già rovesciata su Sodoma e Gomorra! potesse aver la virtù di fargli sotto i piè spalancare la terra, per divorar lui, sua moglie, e suo figlio,come già furono inghiottiti gli scellerati Coro, Datan ed Abiron! — Isacco non stette molto a partire colla diletta sua figlia, Ester; e questa innocente creatura cogli occhi pieni di lagrime sdegnose lasciò una terra ingrata cui abbellita avea colle sue virtù e colle celesti sue attrattive: — Oh non avremo noi dunque pace, perchè la religione nostra è la madre della loro, diceva l’infelice: quand’è mai che si vide la figlia dannare ad esiglio la propria madre! Forse che il dio di Mosè non è ancora loro dio! Ma sia fatta la sua misteriosa volontà: soffriamo finchè non giunga il messia a liberarci dalle nostre catene; soffriamo finchè l’anima nostra non salga ad abitare le brillanti stelle! — Addio città che io amava come patria, scordandomi Gerusalemme: addio, cielo ridente di Lombardia, campi fecondi, popolo dolce ed amoroso! Satána che vi regge tolse a noi la pace, e non andrà molto (l’opere sue esser diverse da sè non ponno) che a voi pure la toglierà; e fra il pianto desidererete, come me, che su lui si aggravi la vendicatrice mano del signore! — Così lasciavano la diletta terra fatta lor nido queste vittime dell’intolleranza: sperando recar seco il seme di una terribilevendetta; nel che veramente non andavano errati.
Giunto Isacco a Roma, spedì tosto per espresso la lettera affidatagli al Duca di Calabria. Tutto lo sdegno antico contro di Lodovico il Moro, nel quale già prima avea sospettati disegni avversi al suo genero, avvampò nel petto suo irascibile alla lettura delle concitate espressioni della diletta sua figlia. Egli cercò far passare l’ira sua nel re di Napoli Ferdinando, suo padre; ma questi, più freddo calcolatore, non adottò i consigli estremi del figlio, e deliberò usare i mezzi più miti de’ negoziati, anzi che quello da Alfonso suggerito delle armi. Lodovico Duca di Bari non tardò ad essere informato che una lettera di Isabella contro di lui era pervenuta al Duca di Calabria; e ordinò, che sorvegliata fosse rigorosissimamente Isabella, affinchè nuovi messi non potesse al padre inviare per modo alcuno, e venissero questi trattenuti; mentre per scolparsi presso il Re, che allora si era anche collegato col papa, delle imputategli colpe, fece scrivere a Gian-Jacopo Trivulzio, riputato capitano ed accorto diplomatico che serviva il Re di ordine del Moro o per meglio dire del Duca di Milano,fece scrivere, dico, da un suo cancelliere la lettera seguente; che può vedersi nel barbaro italiano usato di que’ tempi in Milano, fra i documenti inediti che illustrano il libro V della storia del Trivulzio compilata dal diligente storico Carlo Rosmini.
«Ho fatto vedere all’Ill.mo sig. Lodovico quello che avete scritto per attestargli la buona disposizione della maestà del Re e dell’Ill.mo sig. Duca verso la Signoria sua; il che gli riuscì gratissimo, dicendo parergli di doverlo credere facilmente, perchè così richiede ogni ragione, avendo la Signoria sua fatto a beneficio loro quello che ha fatto. Poi soggiunse, che, dicendo voi che la Signoria sua vi deve credere in questo, sembragli che voi pure dobbiate credere a lui quello che dirà; e quindi cominciò a osservare, che non solo in Italia ma anche fuori era divulgato che per l’accordo della Maestà Reale e del papa dovea essere egli levato dal governo di questo stato; e che delle parole fatte in Francia circa questo ne era ben certificato, mentre poi per Roma altro non dicevasi ed eravi anche stato chi avea scommesso che non vi starebbe per tutto maggio.
«Da Siena dice aver avuto avvisi di similetenore; da Genova ancora, e da molte altre parti; e che lungo saria riferire come se ne parlava pubblicamente, dicendosi fra le altre cose che bastato sarebbe per lui di rimanere il podestà di Milano; tanto facile consideravano una tal cosa: non pensando come, grazie a dio, egli trovisi sì bene securo qui (e sono sue parole), che ardiva dire senza presunzione, che tanto fermo era in questo stato quanto mai lo erano stati gli Ill.mi signori suo padre e suo fratello, ed altri; e che non era lecito credere che alcuno colla forza il leverebbe. Egli osservava bensì che quelle dicerìe si facevano per danneggiarlo; ma ei non se ne curerebbe: convenendo però, che vero è, che sonovi persone che lo vorrebbero vedere non pur levato di posto ma anche morto; fra le quali è la sua Ill.ma nipote Duchessa di Milano, la quale pensa di dover governare essa quando egli sia escluso dagli affari; il che non le riuscirà, perchè nè l’Ill.mo Duca suo consorte nè altri glielo permetterebbero: mentre poi, quand’anche regnasse, (cosa che non avverrà) giammai far ella non saprebbe quello che fatto ha la Signoria sua, ad esaltazione e benefizio della prefata Maestà e del sig. Duca, come mostrano i fatti. Lagnavasipoi non pertanto che, o pel desiderio di ciò o per propria indole, la detta Duchessa così male con lui si comporti, ch’egli non sa quale sia l’uomo al mondo che tollerarla saprebbe; e disse che i modi suoi insomma sono pieni di superbia, crudeltà, invidia, e maldicenza, sicchè non solo non sa vivere con sè, ma nè col marito nè coi servi proprj, talmente è strana e crudele con tutti; e in ispecie sembra ad altro non pensi che a fare a lui dispetto. Osservava, che essa ha di provisione dieciotto mila ducati, che pur bastare le dovrebbero, ed oltre ciò ha i doni che le fa il Duca; ma essa, non contenta, studiasi di fare che in capo all’anno resti grandemente in debito, ora di sette mila ducati ora di undici mila, come le è accaduto in questi due anni passati, i quali debiti (dice) si sono pagati; nè ancora è contenta, nè valgono onori e carezze per ammansarla verso sua Signoria. Anzi oltre che ebbe a dire che essa allora trionferà quando sua Signoria sarà morta; i modi suoi ancora più chiaro mostrano la verità di questo suo desiderio, ogni dì peggio diportandosi; onde dovete pensar voi con qual pazienza, e per essergli nipote e per averla la Signoria sua qui condotta, eila debba tollerare; sì che non sa se Giobbe ne avesse tanta quanto ne ha la Signoria sua; concludendo volere che vi scrivessi tutto questo, acciò possiate comprendere se o Lei o la Signoria sua abbia cagione di dolersi: ripetendo, che Essa è ben trattata, e a torto si duole di sua Signoria, e si comporta malissimo, come avete inteso; il che si ha da attribuire alla triste sua indole, o a quello che ha detto intorno alla brama di lei che sua Signoria venga esclusa da questo governo, pensando governar essa, cosa che non le potrà riuscire».
Il Duca di Bari ancora non tardò a sospettare del modo con che la lettera di Isabella era stata trasmessa al Duca di Calabria: fra i camerieri e le ancelle della duchessa, Carolina era la sua prediletta, e quella di che il Moro omai più non avrebbe potuto fidarsi pe’ suoi fini. Un giorno adunque essa fu chiamata dal Maestro generale della corte, minacciata di essere torturata se non confessava la cosa, e interrogata insidiosamente del modo con che avea fatta passare a Napoli la lettera della Ill.ma sig. Duchessa. Il terrore della tortura, la credulità femminile che le fece suppor noto ciò che ancor non era, cioè chea lei quella lettera fosse stata affidata, la atterrì; ed essa, tacendo dell’amante, disse, che ad Isacco ebreo che partir dovea per Roma avea consegnato il foglio. — Basta, replicò il Maestro generale; e recossi ad interrogare il Duca di Bari su ciò che far dovesse. Mezz’ora dopo, un’ancella della duchessa Beatrice, di matura età, comparve con uno sconosciuto; ingiunsero a Carolina di seguirli; fu posta in una carrozza ben chiusa, vi salirono essi stessi, e dopo cinque ore di cammino smontarono ad un monastero, ove fu lasciata quella angelica giovinetta tutta pallida e sbigottita. Fu accolta con amorevolezza: nessuna però di quelle religiose per tutto il tempo che ivi quella buona creatura rimase, non ardì mai scoprirle il nome del luogo in cui si ritrovava. Tal precetto rigoroso esse aveano ricevuto. — Ella era in un monastero di Pavia. — La duchessa Isabella fremette allorchè le si annunziò, che Carolina non era più al suo servizio, chiamata premurosamente alle paterne case da un inaspettato cenno del genitore: essa nulla di ciò credette; ma, per non avvilirsi chiedendo cose che non le sarebbero state svelate, nulla replicò.
Frattanto il Duca di Bari pensava seriamenteai modi di sfidar la procella che contro di lui si condensava; tanto più che a ciò egli era potentemente spinto dalle lagrime della moglie ancora più di lui ambiziosa, e dai consigli del suocero Duca di Ferrara. Il Re di Napoli, lungi dal deporre il pensiero di giovare alla causa di Isabella e di Gian-Galeazzo, mandava in Milano due oratori a Lodovico, perchè con bei modi lo esortassero a dimettersi dal governo. Questi, introdotti alla presenza del Moro, gli tennero un lungo ed elaborato discorso. «Lo ringraziavano da parte di Re Ferdinando del modo saggio con che avea retto il Ducato di Milano, elevandolo all’antica sua maestà; la qual saviezza reso lo avea come l’arbitro dell’Italia e l’autore della pace che ora la rallegrava: lodavalo d’aver riacquistata Genova, quando era insorta; di aver aiutato Ercole Estense contro i Veneziani, di aver debellati gli Svizzeri, dato lo stato a Caterina Sforza, e al Saluzzese restituito il suo; di aver, nuovo edificatore di essa, decorata Milano di innumerevoli e magnifici edifizi, di templi sontuosi, tanto che questa città splendea come principalissima nell’Italia; commendavalo della liberalità con che facea pervenir sussidj ai cristiani che trovavansi neiluoghi sacri presso il Santo Sepolcro; cose tutte delle quali pur lo ringraziava il nipote di lui Gian-Galeazzo. Ora però il Re desiderava, che a questo giovine principe lo stato si rimettesse, giacchè era in età da poter reggerlo nè mancava della debita capacità; bensì egli col consiglio proseguisse ad aiutarlo. Gli soggiungevano finalmente, che il dimettere il comando stata sarebbe per lui cosa oltre modo gloriosa, come un tempo lo fu in Isparta per l’immortale Licurgo». — Lodovico udì l’orazione de’ due ambasciatori; rispose loro in modo vago, ma senza nulla promettere; e li licenziò onorevolmente, nel modo stesso che li aveva ricevuti.
E per premunirsi nel caso che Re Ferdinando avesse posto mano alla forza, come sembrava che far volesse; non molto fidandosi de’ Milanesi che temeva odiar dovessero la sua usurpazione a danno di un nipote innocente e di una giovine principessa, la cui depressione era atta a movere la generale simpatia; deliberò di opporre alle armi degli Aragonesi quelle di Francia; per occupare siffattamente i suoi nemici in propria difesa, che pensar non potessero a molestar lui. — Regnava allora in FranciaCarlo VIII, principe in età assai giovenile, che pieno di audacia e di desiderio di segnalarsi, sebbene poco colto, come erede di Carlo d’Angiò avea pretese stimate assai legittime sul Reame di Napoli. Lodovico cominciò adunque a stimolarlo al conquisto di quel regno, non risparmiando di spargere il danaro fra i di lui ministri per riuscire nel suo intento.
E mentre Carlo con trattati agevolava l’impresa già ideata di Napoli, il Duca di Bari pensando omai a far suo del tutto il ducato di Milano; per poter opporre alle forze di Ferdinando ed Alfonso non solamente le armi ma ancora un giusto titolo di diritto, mandava all’Imperatore ai 10 di maggio del 1493 un suo fidato, Erasmo Brasca, con ampia facoltà di obbligarlo per qualunque somma di danaro purchè gli ottenesse da quel principe l’investitura del ducato milanese stata già negata al nipote suo ed agli altri Sforza suoi predecessori. Quell’istesso Erasmo poi da Gian-Galeazzo, ignaro degli intrighi dello zio, riceveva contemporaneamente, e anzi nell’istesso giorno, il mandato di trattar il matrimonio tra il Re de’ Romani Massimiliano figlio del regnante imperatore Federico III, e Bianca Maria sua sorella.
Massimiliano, dopo lunghi negoziati, accettò la mano di madonna Bianca Maria Sforza dei Visconti sorella di Gian-Galeazzo, a condizione gli si mantenessero i patti stipulati col Brasca; i quali le costituivano una assai ricca dote. Il medesimo Re de’ Romani poi prometteva innoltre al Duca di Bari, che subito che per la morte di suo padre egli sarebbegli succeduto nell’Impero, gli concederebbe in feudo il Ducato di Milano e la Lombardia, il Contado di Pavia, e gli altri dominj di città e terre, in quella maniera e forma che altre volte furono concessi dal serenissimo Vencislao Re de’ Romani a Gian-Galeazzo Visconti primo duca milanese; e ciò non solo perchè ne fruisse esso Lodovico, ma perchè il dominio ne passasse anche a’ suoi figli maschi, e discendenti, a perpetuità. Per la dote e per gli ottenuti privilegi, Erasmo prometteva quattrocento mila ducati in oro; venticinque mila tosto, e settantacinque mila fra due mesi dopo, celebrata la confermazione di que’ capitoli; il restante in varj tempi.
La fortuna fu anche propizia al Duca di Bari; perchè di lì a poco moriva Federico III imperatore, e gli succedeva Massimiliano; che subito gli mandò legati per stabilirei contratti sponsali, che vennero confermati. Giunti poi nel novembre a Milano gli ambasciatori del Re de’ Romani, furono nel Castello albergati con grandissimi onori; ed al primo del prossimo mese, le strade dal Castello fino al maggior tempio essendosi ornate e coperte di finissimi drappi, la Bianca giovane avvenente, con Beatrice moglie di Lodovico, su di un carro trionfale tratto da quattro nivei cavalli, venne condotta al duomo, accompagnata degli ambasciatori tedeschi, dal duca Gian-Galeazzo, da Lodovico Sforza, con tutti i feudatarj dello stato e un numero assai grande di donzelle e primarj cittadini milanesi, tutti vestiti molto riccamente come usavasi in quella pomposa età. Ivi, assistito che ebbero ai divini uffici, la Bianca colle debite cerimonie venne dai due legati a nome del serenissimo Re Massimiliano per moglie sposata, e poi come regina coronata; dopo di che, essendo fatta montare su un docile e riccamente bardato cavallo, con sommo giubbilo di ognuno fu ricondotta in Castello. Due giorni appresso essa partì per la Germania, dalla parte di Como. Fin a questa città fu accompagnata, oltre alla regia comitiva, dai due duchi di Milano e di Bari, da Beatrice, e daBona di lei madre che d’ordinario viveva nel Castello di Abiategrasso; non che dal giovinetto Ermes Sforza suo fratello, con ingente seguito di persone.
Ancora Lodovico mandava in Francia il Conte di Caiazzo fratello di Galeazzo Sanseverino, con Carlo Balbiano conte di Belgioioso e Galeazzo Visconti, per istigare Carlo VIII ad affrettare la disegnata impresa, e mostrargliela favorevolissima anche per agevolare la spedizione che, per coprirsi di gloria immortale (come ei pensava), egli intendeva imprendere contra il Turco. Gli offeriva il Moro, col loro mezzo, soccorsi di uomini e danaro; e il Belgioioso era incaricato di disporre coi doni i confidenti del Re a secondarlo. Il Re di Francia accolse con bontà l’invito di Lodovico, sì perchè conforme ai desiderj suoi, come anche perchè veniva da un principe che grandissima fama godeva di avvedutezza e prudenza. Radunato il suo generale consiglio, ei fece esporre dal Belgioioso il motivo della imbasciata, e dichiarò poi egli stesso la propria intenzione di passare in Italia: invano alcuni grandi si provarono di dissuaderlo, giudicando quell’impresa incerta e pericolosa; il voto favorevole prevalse,e perchè molti erano stati corrotti dall’oro del Duca di Bari, e perchè altri vedevano brillare la speranza di individuali vantaggi durante l’assenza del Re. Galeazzo Sanseverino, che era pure stato al Re mandato dal Moro, si era poi cattivata la benevolenza di Carlo VIII facendosi ammirare come compitissimo cavaliere.
I principi Italiani, penetrata la cosa, tutti condannarono concordemente il Duca di Bari, che si fosse avvisato di turbar l’Italia chiamandovi le armi francesi. Il pontefice stesso Alessandro VI tentò tutte le vie per indurlo ad unirsi invece con lui e col Re di Napoli, contro la Francia. Intanto Carlo VIII, venuto a Lione, volle che il suo parlamento dichiarasse la validità de’ suoi diritti sul Regno di Napoli. Il Duca di Bari allestiva pure l’esercito; ed erasi assicurato del soccorso de’ Veneziani e del signor di Bologna, nel caso che il Re di Napoli lo assalisse. Il Re Ferdinando, spaventato del proprio pericolo, incaricava il figlio Duca di Calabria degli apparecchi per l’esercito di terra, e don Federico suo secondogenito per quelli della flotta. Egli poi moriva improvvisamente, ai 25 di gennaio del 1494; ed Alfonso Duca di Calabriagli succedeva. L’esercito napoletano avanzossi verso la Lombardia, malgrado che Gian-Jacopo Trivulzio presso il Re di Napoli si ingegnasse di ristabilir la concordia fra esso e il Duca di Bari: e Lodovico sospettoso, credendosi tradito dal Trivulzio della cui fedeltà sembra già prima assai dubitasse, levava a lui tutte le pensioni che dal governo di Milano riceveva; e movea a propria difesa l’esercito ducale comandato da Sanseverino suo genero, il quale si accampò nel contado di Imola, e in breve (agosto 1494) si unì colle genti francesi spedite sotto la condotta del signor di Obigny: onde gli Aragonesi dovettero depor l’idea di entrare in Lombardia; e, per l’inazione del Conte di Pittigliano, poi si videro anche costretti ad indietreggiare, sì perchè il papa ritirò le sue genti, e sì per essersi alcune città, come Cesena e Bologna, ribellate a favor de’ Francesi, che già nell’Italia col loro Re si innoltravano. Ritirandosi gli Aragonesi, non si soffermarono che a Roma.
In questo mezzo Lodovico Sforza, che non mai abbastanza sicuro si reputava, sollecitava per legati Massimiliano a mandargli, secondo i patti stretti fra loro, la convenuta investitura.Questa giunse infatti ai 5 dicembre di quell’anno 1494; ma per allora si tenne segreta. Un privilegio posteriore poi accordava a Lodovico che, mancando i suoi figli legittimi, gli succederebbero i naturali; e finalmente Massimiliano facea una dichiarazione, che sebbene l’imperatore suo padre e lui fossero stati più volte da Lodovico pregati di concedere a Gian-Galeazzo Sforza il milanese ducato, essi farlo non avevano voluto, essendo usanza dell’Impero non investire alcuno di uno stato ch’egli abbia usurpato: però, trovando tanto benemerito nel suo governo Lodovico (e poteva soggiungere trovando che tanto bene sapeva pagare), a lui col consenso degli Elettori lo conferiva.
E il povero Duca Gian-Galeazzo? Egli giaceva allora gravemente ammalato, e andava struggendosi ogni dì più. Molti accagionavano i disordini di sua gioventù di tal disgrazia; altri sotto voce si dicevano misteriosamente, «di fermo egli ha ingollata la pillola!» Egli si era traslocato nel castello di Pavia. — Così Isabella vedeva ad un tempo il padre minacciato dalle armi francesi; lo sposo in grave pericolo di morire; e compirsi il trionfo dell’odiato Duca di Bari, e della ancora più abborrita sua rivale Beatrice d’Este.