Capo XII.GRAVISSIMI ACCIDENTI
Ora dobbiamo un po’ da lungi riassumere le cose del duca Gian-Galeazzo, e di Isabella d’Aragona sua moglie. Dopo che la Duchessa ebbe avuta certa notizia che la sua lettera scritta al padre era stata fedelmente a lui inviata, ella piena di ridenti speranze si lusingò, che in breve la sua sorte fosse per mutarsi: ella non tacque allora più oltre al giovine suo consorte ciò che fatto avea; questi, comeche dolente perchè al Moro forse recherebbesi un disgusto non meritato, pure non ardì rimproverare la diletta sua sposa; mentre alla fine essa non desiderava se non se quello che a tutto buon diritto le si competeva.
Ma allorchè al Duca di Bari giunsero le notizie di ciò che era accaduto; ed egli se ne conturbò ma nel tempo stesso, dalla moglie e dal suocero confortato, risolvette di non cedere, e far anzi ogni sforzo per consolidare in sè il potere col far credere il nipote ancora men atto agli affari che egli non era; allora, dico, Lodovico, preso in disparte il nipote, con lui tenne questo discorso.
— Nipote mio, l’ambizione della vostra sposa minaccia di prezipitare questo stato. Voi sapete che per non essere ancora voi stato riconosciuto dall’Imperatore come legittimo duca ne’ vostri dominj, potrebbe quando che sia l’Impero turbare le cose nostre: e i Milanesi sarebbero ben contenti de tornare sotto la dominazione di Cesare; poichè, dove nei tempi degli imperatori non se pagava che mezzo ducato per fuoco, ora la chiesa, i nobili, e il popolo, per la malvagità dei tempi e il decoro della vostra ducal corte, sono assai aggravati, e pagansi seicentocinquantamila e fino settecentomila ducati: onde i popoli secretamente non cercano altro che mutazione di stato; e il vostro trono è ben lontano dall’essere ancora così consolidato, come, col tempo, ricevendosi l’investitura dall’Imperatore, spero di rendervelo.
— Oh quanto siete saggio, mio Zio! sclamò allora Gian-Galeazzo; ed abbracciò Lodovico, che gli rese in modo grave quell’abbraccio.
Lodovico quindi, vedendo ben avviata la cosa, prese un aspetto ancora più grave e pensieroso, e proseguì: — Ma, nipote caro, la vostra moglie, per un desiderio vano di comando che non se addice al suo sesso ed alla sua età, nella quale poca esperienza può avere di cose tanto gravi come sono quelle dello stato; la Illus.aduchessa Isabella l’ha fatto la ragazzata de scrivere al Duca di Calabria suo padre una lettera piena di amarezze e lamentanze contro di me; per istigare suo padre e l’avo, che trovino maniera de tormi ogni ingerenza negli affari, per darla a voi, sperando ella di maneggiar poi lei ogni cosa come sarà il suo capriccio! — Allora, nipote mio, come le cose andranno io non so!.. Voi siete omai giunto a età maggiore; io continuava a governare per torvi l’imbarazzo ditanta mole de affari, e pensava di farlo finchè l’Imperatore vi riconoscesse. A quest’oggetto io medito offrire con bona dote la mano di Bianca vostra sorella al serenissimo Massimiliano Re de’ Romani, per averlo favorevole, ed ottenere, una volta che el sia imperatore, questa benedetta investitura: ma se le cose così non vi piaciono, io sono disposto a renunziare fino da questo giorno el governo; e voi farete di me quello che crederete più opportuno; oppure mi ritirerò in qualche castello, a darme agli studi, che dio sa quanto desidero di finire a questo modo la mia vita.
— Ah, ottimo mio Zio, no, voi non dovete lasciarmi: fate tutto quello che credete per il mio bene, e continuate; finchè l’orizzonte non sia tranquillo, a reggere in mia vece!
— Quand’è così, farò, per vostra considerazione, quello che voi volete: ma allora l’Illustrissima signora Duchessa dovrà....
— Mio Zio, compatite la sua feminile ambizione; a lei non badate: è poi del resto così buona!... lasciatele soddisfar qualche sua fantasia; lasciamole onori, danari; non disgustiamola con altri patti!...
— Come s’ha da far così, converrà però,che almeno voi me informiate di tutti i suoi passi pericolosi, perchè non precipiti le cose nostre: diversamente come si fa a dover vivere in sospetti continui!
— Orbene, io così farò: se ella prenderà qualche risoluzione ardita, me la confiderà, sono certo; ed io non mancherò di avvertirvene.
— Ebbene siamo intesi, caro nipote: e non dubitate, che mi troverete sempre premuroso nel corrispondere a quella bontà che sempre me avete dimostrata. Ora devo andare in Consiglio, per gli affari di stato. Addio.
— Addio, mio Zio, possa il cielo a lungo preservare i vostri preziosi giorni!
Lodovico partì: egli in sè giubilò dell’ottenuto trionfo: il nipote infatti, in lui ciecamente fidando, all’uopo gli rivelava tutto ciò che Isabella faceva o far voleva: così tutti i di lei piani furono sempre sventati: allora fu che Carolina venne tolta dal fianco di Isabella; e Lodovico tranquillamente, e senza trovar ombra di ostacolo, battè la strada dell’usurpazione che al trono dovea condurlo. Egli trattava con ossequio la Duchessa, che lo abborriva; facea sentire ai magistrati da lui creati, che la caduta di sè stata sarebbe il preludio ancora della loro rovina; i parenti del ducablandiva col danaro e coll’onorificenze; cercava per sè l’investitura del ducato, dando la nipote al Re de’ Romani; e finalmente traeva in Italia il Re francese. Il nipote, cieco, e poi per sopraggiunta caduto infermo, mai non si oppose a nulla; i secreti maneggi dello zio sempre ignorò, non avendo amici i consiglieri di Stato nè i segretarj ducali; e la debolezza sua fu anche esagerata, e presa per compiuta imbecillità, tanto che di lui qualche storico parlò con assai disprezzo. Così, per esempio, il Comines nelle sue memorie lasciò scritto di Isabella e di lui queste parole: «Sforzavasi questa donna valorosa e di gran cuore di riporre il marito in credito e dignità; ma di vero egli era troppo imprudente e di poco cervello, e per giunta rivelava tutto ciò che ella diceva.» Ed altrove: «Lodovico allora non aveva altro competitore che la moglie del nipote, benchè essa potesse poco; sapendosi il Re pronto a venire o a mandare un esercito in Italia; ed essendo il Duca di lei marito non solo imprudente, ma quasi di cervello scemo, come quello che riferiva tutto ciò che ella conferiva seco allo zio.»
Della condotta imprudente del Duca non si tardarono a vedere i tristi effetti. Il Ducadi Bari, più sicuro, potè ricusare ciò che il Re di Napoli con ambasciata solenne gli fece chiedere, che cioè rimettesse il governo al nipote; e mentre in apparenza non lasciava di onorare la duchessa Isabella, in realtà, cinta ovunque da persone scelte da lui, essa era vera prigioniera nel suo stupendo Castello. — L’animo di lei altero, di rado le permetteva sfogo al dolore: col marito poco si lagnava, vedendo di dargli dispiacere; nel padre, di animo bollente e al Moro avverso, confidava.... ma come fargli sicuramente pervenir nuove lettere.... In tale angosciosa situazione, abborrendo mostrar le proprie pene a tante persone o indifferenti o a lei avverse che la circondavano, solo qualche volta fra i boschetti solitarj del giardino e parco che al Castello erano uniti sfogavasi in pianto abbondante, e in esecrazioni contro lo zio simulatore, che le ammaliava lo sposo, le toglieva gli amici, ed usurpava quello stato che ella sperava trasmettere al proprio figlio; bambinello che era il suo unico conforto in mezzo ad una vita dolorosa benchè condotta in una reggia.
Il vecchio giardiniere del castello Giovio ed un suo figlio, erano i soli, si può dire,che a caso trovavansi a parte della situazione oltre modo deplorabile della Duchessa. Essi soli la videro talora cogli occhi di pianto rosseggianti, conducendo per mano il proprio figliuolino; che da essa, infantilmente giojoso, si staccava, o per tener dietro ad una farfalletta splendente de’ più leggiadri colori, o per cogliere qualche fiore da presentare alla madre, che ne lo rimunerava sempre con un bacio o una carezza tenera ed un sospiro. Il duca stesso Gian-Galeazzo poco sospettava che sì ferita fosse l’anima della propria consorte; e, pieno di brio giovanile, spesso usciva per darsi al favorito suo sollazzo della caccia: trattenimento che formava il diletto ancora di suo padre, di cui il Corio disse, «Grandemente si dilettava di uccellare e cacce di cani, onde una volta all’anno intorno a questo spendeva sedicimila ducati: un Giovanni Giramo custodiva i cani, volendo imitare l’antico uso de’ suoi; quantunque quel canattiere non fosse sì inumano e crudele: le pertiche degli astori, falconi, sparvieri, erano adornate con pezze di velluto ricamate d’oro ed argento all’insegne ducali... Oltremodo avea bellissima stalla di cavalli...» — Il giovine Duca, più saggio e frenato da Lodovico, non davasiveramente in preda a un lusso sì smoderato; ma non lasciava però di amare gli spassi; e moltissimo tempo consumava fuori cacciando, e passava per tal oggetto da uno nell’altro de’ suoi castelli di Cusago, Abiate, Monza, Desio, Melegnano, Carimate, Pavia, e talora anche ne’ più remoti. Lodovico vedea volentieri che il nipote stesse lontano dalla capitale; poichè il lasciarsi scorger di rado in Milano gli togliea la popolarità. — Egli al contrario spessissimo era a cavalcar per la città, ove godeva che la plebe lo salutasse col grido Moro, Moro; e talora coi benefizi e la liberalità l’affetto de’ cittadini eziandio si cattivava.
Il giovanetto Duca, dedito a’ suoi piaceri, non lasciava anche di fare qualche volta alcun torto alla giovine sua moglie; col darsi ad altri amorucci, che, brillanti come quelle stelle che talora solcano il cielo principalmente nelle notti d’estate, come esse però appena accese declinavano finchè spente di sè più non lasciassero alcuna traccia. La sua complessione, fra tali disordini giovenili, si affievoliva: e il Moro con gioia vedea dei sintomi che sembravano annunciargli, che egli come fiamma troppo viva in breve avrebbe per mancanza di nutrimento cessato di esistere. Forseun tal pensiero in altri sorse, e concorse a persuadere che impunemente e senza pericolo di esserne accagionati poteasi al giovine principe propinare un lento veleno. Questo gli fu dato? non lo so: ma molti lo credettero; ed alcuni stimarono di averne rilevati i segni certi! Qual mano lo propinò? chi la spinse? supponendo il fatto vero, anche questo è un arcano: se ne incolpa il Moro; ma potrebbe anche esserne stata rea Beatrice sua moglie; e forse nessuno lo fu; ma bisogna convenire che, dal complesso de’ fatti, non si può dubitare, che entrambi non ne fossero capaci; a che non spinge una sfrenata ambizione!
Pertanto alla Duchessa crescevano i motivi di dolore. Essa viveva appartata, senza darsi nessun sollazzo. Uno de’ suoi diletti era, nel giardino passeggiando, trattenersi col tenero suo figlio, o col vecchio giardiniere: le sembrava che la persona più lontana dalla corte dovesse essere la più innocente, quella che all’uopo avrebbe sentito un poco di pietà per la sua misera situazione!
— Ambrogio, le disse un giorno, voi siete ben vecchio: ditemi, trovaste voi sempre deliziosa la vita?
— Eh, Illustrissima, rispondeva sorridendo il giardiniere: un poco di male un poco di bene: ma tant’e tanto ci sto volentieri; e spero durarla ancora, per vedere altri accidenti oltre quelli che già ho veduto, che non sono poi tanto pochi.
— Vi credo bene! Quanti anni sono che servite in corte?
— Che servo in corte! Io sono nato qui; è ben vero che non sempre continuai a starci. Io mi ricordo, Illustrissima, di quando viveva il duca Filippo Maria: avea 25 anni allorchè è morto. Che uomo stravagante, Illustrissima! allora il Castello non era sì bello come adesso, e neppure il giardino! Egli viveva sempre chiuso nelle sue stanze; di rado veniva a passeggiar qua giù! molto tempo passava ad Abiate, dalla signora Agnese del Maino: in città non si vedeva mai! — Qui, si tremava al vederlo; nel tempo stesso che non ci volea male: in ultimo era divenuto cieco; e involto nella guerra, si fece più intrattabile ancora. Un giorno ci fe’ dar la corda a tutti di nostra famiglia, perchè non trovò certi legumi; ed era passata la stagione. Ma, morto lui, le cose si cambiarono; il Castello fu diroccato, il giardino imboschì; noi continuammoa coltivarlo per nostro conto; pagando un canone alla Repubblica. Allora fu un tempo di grandi pazzie! si parlava dagli oratori per le piazze; si era in continue faccende: anch’io più d’una volta dovetti servire nelle file de’Capitani e Difensori della libertà! mi sono ingegnato; ho menate le mani meglio che ho potuto! Basta: la Repubblica finì; perchè il conte Francesco Sforza la tradì, come l’IIlustrissima saprà; e nel blocco ultimo, i prodotti dell’orto erano sequestrati dal vicario di provvisione; io ne fui escluso, e dovetti per la fame mangiarmi perfino le suole delle scarpe. Quando dio volle il conte Francesco entrò in città; le cose tornarono quiete; e il Castello si rifabbricò, e io tornai al mio posto. Il Duca Francesco e la Illustrissima signora Bianca erano brave persone; ma non vennero ad abitare qui. Venne poi il duca Galeazzo Maria: egli amava lo sfarzo, e abbellì non poco il Castello, ove cominciò ad abitare. Egli avea talora delle pazzie per il capo, e amava troppo i suoi piaceri, e vendeva la giustizia per aver danaro; ma spendeva assai; era uomo generoso; e mi fabbricò l’abitazione, e regalò spesso di molti ducati! che il Signore gli dia riposo; è mortoin chiesa e riconciliato con Dio, essendo la seconda festa di Natale. Sotto di lui si cominciò ad ampliare il giardino, unendovi quel parco che ora l’Illustrissima vede, cinto di muraglia per lo spazio di tre buone miglia: egli amava tanto la caccia delle selvaggine, che volea divertirsi anche senza andar lontano, il povero duca! Dopo, venne l’Illustrissimo duchino Gian-Galeazzo, che il cielo ci conservi per molti anni; e l’eccellentissimo Duca di Bari, che il cielo pure benedica; e Lei, che possa avere tutte le prosperità!
— Tieni, Ambrogio, disse Isabella regalandogli una moneta d’oro. Lasciami sola!
— Il cielo le dia grandi contentezze! disse il buon vecchio ringraziando; e ritirossi.
Come Isabella si fu trovata sola, fissò gli occhi a terra; e sclamò «Che il cielo benedica il Duca di Bari!» Ecco come tutti gli sono devoti! Io non troverò dunque un’anima che con me si accordi ad odiarlo; non troverò mai chi faccia eco a’ miei sospiri, non potrò mai rinvenire un compagno che mi aiuti a colorire i miei disegni! Il simulatore colla sua lingua eloquente affascinò il giovine mio consorte, come l’augelletto è ammaliato dalla lingua della serpe insidiosa: iosola resisto alle sue arti; ma egli sempre mi vince, e ogni giorno più trionfa! Oh mio dio, mio dio, non troverò io mai neppure un solo servo fedele!
— Ah, Illustrissima, voi ne avete uno che morrebbe per voi! —
A questa inaspettata interruzione, Isabella trasalì. Ella guardossi intorno; e vide uscire da una vicina macchia Carlo, il figlio unico del vecchio giardiniere.
— Foste voi, Carlo, che pronunciaste ora alcune parole!
— Ah, Illustrissima, mi perdoni: io da lungo tempo mi rammarico delle sue afflizioni: io vorrei alleggerirle, potendo: se un servo fedele vale a giovarle, io sarò quello; e sua Signoria Illustrissima mi troverà sempre pronto a ogni suo cenno, dovessi per lei entrare nel fuoco ancora!
— Giovine generoso, io vi ringrazio de’ vostri sentimenti: forse in breve metterò alla prova la vostra fedeltà! — gli rispose in tuono grazioso ma solenne l’infelice Duchessa; e da lui si allontanò.