Capo XVIII.NOVELLE SCIAGURE

Capo XVIII.NOVELLE SCIAGURE

Noi non siamo qui per narrare tutti gli accidenti della vita ulteriore di Lodovico il Moro; noi lasceremo alla storia ed alla musa sua severa il registrare gli avvenimenti complicati che segnalarono la fine del secolo XV; e solo qui accenneremo, come, laddove Lodovico sperava che la spedizione di Carlo VIII dovesse essere infelice; sicchè, chiamato egli come mediatore, assestando le cose altruiavrebbe le proprie potuto assicurare; invece una non sperata fortuna secondò il Re di Francia; il quale senza quasi trar colpo giunse a Napoli, e vi fu incoronato. — Allora i principi dell’Italia si riscossero; e temendo de’ Francesi, formarono una Lega per opporsi ad essi; ed in questa entrò pure Lodovico Sforza, di tal modo divenendo nemico di quel monarca cui egli prima esortato aveva a passare nell’Italia. Tuttavia, vittorioso nella battaglia di Fornovo, il Re di Francia, cui contendevasi il ritorno, potè ricondursi coperto di gloria militare nel suo Regno; non senza aver segnata la pace col Moro; al quale prima il Duca d’Orleans avea tolta Novara.

Allora il Duca di Milano mirando a chiudere l’Italia agli stranieri che egli stesso avea dianzi chiamati, segretamente soccorreva contro i Francesi il Re di Napoli Ferdinando. Carlo VIII quindi di nuovo minacciava di rompere col Duca di Milano infedele; ma l’oro di questo, sparso fra i confidenti del Re, sembrò dissipare la procella. Se non che, per sua sventura, Carlo morì; e gli succedette il Duca d’Orleans, che avea pretese, pei diritti di Valentina Visconti sul Ducato di Milano,e che privati rancori nutriva contro Lodovico da cui era stato insultato. Il nuovo Re Luigi XII adunque non molto tardò a mover le sue armi contro il Moro; e Trivulzio che le capitanava, col terrore che sparse, e colle mendaci promesse che sotto i Francesi più state non vi sarebbero gabelle, vinse i ducali, e fece vacillare la fedeltà de’ popoli: il Duca, che perduta la moglie Beatrice d’Este morta nel 1497 non avea più in lei chi ne’ casi difficili sostenesse la sua vacillante fermezza, non seppe resistere alla procella, e dovette, non senza sentir per via esecrare il suo nome, per la strada di Como ritirarsi; seco recando i suoi tesori in Germania, ove sperava che finalmente mosso si sarebbe Massimiliano Re de’ Romani in suo ajuto. Luigi XII, venuto a Milano, vi ordinò un nuovo governo, istituendo un Senato con ampi poteri: tutto ciò nell’anno 1499: tornando in Francia, egli poi ottenne dalla duchessa Isabella il di lei figlio Francesco; cui fece rinchiudere nel monastero benedettino di Marmoustier, assegnandogli le ricche rendite di quell’abbazia, ove poi morì giovinetto ancora per una caduta di cavallo durante una caccia. — Ma i popoli non tardarono a rinvenire dal lorogrossolano errore, per cui credevano l’età dell’oro sotto i francesi dovesse rinovellarsi. Non solo continuarono, infatti, ancora quasi tutti i dazj vecchi, di cui solo qualch’uno fu soppresso; ma altri motivi di malcontento, e maggiori, davano la rapacità, libidine, dei francesi, non che l’altero contegno del Trivulzio, che soprattutto i Ghibellini come fautori di Lodovico il Moro diedesi a deprimere: e varj grandi erano indisposti eziandio dall’aver il Re di Francia dichiarate nulle varie donazioni state fatte loro dal loro Duca partendo. Perciò non si tardò a formare un partito potente, di Ghibellini specialmente, disposto a favorire il ritorno del Moro.

Partendo da Milano Lodovico, mirando a rendersi benigne tutte quelle persone che potesse aver offeso, non solo rese i loro beni a molte famiglie cui ne avea confiscati; ma offrì anche alla duchessa vedova Isabella di condur seco in Germania il di lei figlio Francesco; se non che ella negò di acconsentirvi. Il Moro però allora, volendola guadagnare colla generosità, a lei fece dono del suo ducato di Bari e del principato di Rossano. L’infelice donna, che di Lodovico avea diffidato, confidò poi soverchiamente nel Re diFrancia allorchè le chiese, come dicemmo, il figlio: ma poichè di questo essa si fu privata, divenendole odiosi que’ luoghi ove tante ingrate memorie la assediavano di perdite antiche e recenti, risolvette lasciar la Lombardia e recarsi nel suo ducato di Bari.

Però, prima di ciò fare, ella volle veder assicurata la sorte della giovane Carolina; la quale, piena de’ sentimenti più generosi, avea sempre negato di scostarsi dal di lei fianco. Gaspare Visconti, che più non l’avea veduta dopo che essa ebbe lasciato Milano, ne avea perduta la memoria; erasi dato alquanto alla melanconia, come attesta qualche suo sonetto; ed infine nel marzo di quell’anno stesso 1499 era morto: un giovane figlio di un ricco feudatario di una terra vicina, di cui la relazione che io seguo non m’accenna il nome, visitando spesso la vedova Duchessa si era fortemente innamorato della soave sua compagna. Quel giovane chiamavasi Antonio***: Isabella volle, che quelle due anime, nate per amarsi e farsi felici a vicenda, si unissero in nodo indissolubile prima della sua partenza.

Il tripudio più romoroso sorse nel castello del padre di Antonio allorchè quella fanciulla,già famosa per la sua virtù, entrò in quel soggiorno, e ne salutò il signore, che afflitto dalla gotta a mal in cuore non avea potuto andare a incontrarla; lo salutò, dico, come suocero. Un gran banchetto, fuochi d’artifizio, suoni di campane, spari di mortaletti, una fontana da cui zampillò vino tutto il giorno ed alla quale i villici lieti attinsero, giuochi pubblici della cuccagna, del tirar il collo all’oca, rallegrarono quella giornata solenne. Gli uomini d’arme del barone mostraronsi con ornamenti pomposi. Le principali persone della terra vennero ad ossequiare la sposa, che tutti trovarono avvenente e gentile; il pretore, ossia giudice del barone, fra questi; e per contrassegno di esultanza, il vecchio feudatario volle che si desse la libertà ad alcuni malviventi che stavano nelle sue prigioni; secondo l’uso di que’ tempi, in cui un barone signore di feudi facea in suo nome, fino ad un certo punto, amministrare la giustizia. Questo giorno festoso fu il 10 di gennaio del 1500.

Ma la disgrazia più fiera dovea succedere a tanta esultanza: un distinto personaggio che occupava un grado eminente nella milizia francese, avendo addocchiata la sposa, famosaper aver resistito al Re di Francia, si sentì di lei acceso per modo, che deliberò di far qualsiasi tentativo per averla in suo potere. Infatti, informatosi che alcuni dì dopo Antonio per ordine del padre erasi recato colle sue genti d’arme a Milano, ove i grandi Ghibellini tramavano segretamente di rendere lo stato a Lodovico il Moro; egli assistito da alcuni suoi fidi, mediante scale di corda, seppe introdursi nel castello, e pervenne fino alle stanze di Carolina: questa allora, sbigottita, s’alzò e si pose in fuga, gridando e serrando gli usci dietro di sè; ma la meschina, non ancora consapevole di tutti i secreti di quell’antico palazzo, pose fatalmente piè in una stanza riposta, di cui sforzò la porta chiusa bensì a chiave ma cadente per vetustà: essa mise piè, dico, su quel pavimento; ma il pavimento mal fermo cedette, ed essa precipitò in un pozzo, ove altre ossa da secoli biancheggiavano attestando la crudeltà degli antichi possessori di quel castello! Il di lei persecutore, spaventato dal romore, si era frettolosamente ritirato.

Il vecchio barone, poichè seppe l’accaduto, urlò di dolore, e corse malgrado le gotte per salvare l’infelice; ma essa già più non respiravanell’oscura cisterna ove era precipitata. Il giovane Antonio, come seppe la sua sventura, più non visse che per vendicarla!

Era ben certo che un francese era stato l’autore de’ suoi mali; i servi suoi ne aveano uditi gli accenti mentre fuggiva: egli pieno di furore e disperazione tornò a Milano; e, sapendo che Lodovico il Moro assoldate genti svizzere e borgognone tornava in Lombardia, fu uno de’ principali istigatori di quel tumulto che, crescendo sempre più giunte le genti dello Sforza a Como, obbligò il Trivulzio ad abbandonare la capitale.

Un tal tumulto era stato l’opera de’ Ghibellini, assai più forti de’ Guelfi fautori del Trivulzio: allora tutta la città si era divisa in que’ due infausti antichi partiti, che nei momenti di anarchia risvegliavano le loro antipatie, per lo più contrassegnandosi con un distintivo: i Guelfi in questi tempi portavano delle piume da una parte nel berretto, i ghibellini dall’altra. Primi ad assumere l’infausto segno eran ibravi, o sia i facinorosi servi de’ grandi: in breve tutti i cittadini li imitavano.

Il giorno 3 di febbrajo poi, entrava in Milano il Cardinale Ascanio fratello di Lodovico ilMoro, ecclesiastico savio e benefico, con quattromila Svizzeri; e il giorno appresso giungeva lo stesso Lodovico. I popoli tripudiarono al suo comparire; poichè, in mezzo ai delitti privati che gli consigliò la sua ambizione, sempre retto avea con bastante saviezza. D’altra parte, quand’è che il volgo non applaude al vincitore! Ma un giorno solo si trattenne Lodovico in Milano; ove il Castello presidiato dai Francesi gli resisteva. Egli lasciò il Cardinale suo fratello ad espugnare questo forte; e passato a Pavia, arrolando nuove genti, recossi contro Vigevano, che fu presa; e poi pose l’assedio a Novara, che gli si arrese, tranne il castello.

Ma così lieto principio non ebbe fine corrispondente: i Veneziani, che aveano lusingato Lodovico di alleanza, si impadronivano invece di Lodi e Piacenza; ed il nemico riceveva grosso rinforzo, venuto insieme col Signore della Tremoille e il Cardinale d’Amboise primo ministro del Re, col titolo di luogotenenti generali. Per giunta poi, a total rovina del Duca di Milano, accadde che un ordine veniva agli Svizzeri che in gran numero militavano ne’ due campi, di far ritorno ne’ loro paesi; ma, per corruzione del corriere,quest’ordine tardò a giungere nel campo francese, sicchè il Moro si vide pel primo abbandonato.

I comandanti francesi, istruiti del fatto, il dì 4 di aprile condussero il loro esercito sotto Novara, per provocare il Duca al combattimento. Lodovico allora, a tutto fare, ottenne che gli Svizzeri suoi, non per combattere ma solo per apparenza, uscissero dalla città schierati in ordine di battaglia: egli sperava colla propria cavalleria composta di tedeschi ed italiani, mentre cominciavasi un fatto d’arme, far impeto, e passando fra le schiere nemiche giungere in salvo a Milano, ove il fratello gli avea messo in piedi diecimila uomini. Ma gli Svizzeri male lo secondarono; il disegno del Duca andò vuoto d’effetto, ed egli dovette col suo esercito rientrare nella città.

Allora Lodovico, vile di animo, si tenne per perduto: diessi a trattare col Conte di Ligny; ma la convenzione non fu confermata dagli altri capitani del campo francese, benchè il duca si obbligasse a ritirarsi alla corte di qualche principe suo amico. I capitani sforzeschi gli suggerirono di montar a cavallo colla sua cavalleria, far impeto nel nemico,aprirsi il passo, e congiungendosi colle genti del fratello, difendere la sua capitale; ma Lodovico non si sentì tanto coraggio di tentare l’ardita impresa. Egli quindi, alternando i consigli e le risoluzioni, incerto, piangendo e singhiozzando, non sapea a quale partito appigliarsi. Alcuni capitani svizzeri gli proposero di trasvestirsi, e confuso fra le loro schiere in abito di semplice fantaccino sottrarsi al nemico. Lodovico a questo consiglio si appigliò; e, per non dar sospetto ai Francesi, continuò a spedire messi al Conte di Ligny.

Intanto all’alba del giorno 10 di aprile gli Svizzeri del campo sforzesco, ottenuto dai comandanti francesi di poter cogli onori militari, passando nel mezzo del loro esercito, ritirarsi ne’ proprj paesi, a due a due, siccome volle il Cardinale di Amboise, sfilavano fra le schiere nemiche divise in due ale paralelle; il che, come diceva il Cardinale, accadeva per salvarli da ogni insulto. Lodovico avea pregato il Conte di Ligny, che adunati tutti i capitani in consiglio di guerra deliberassero intorno al conchiuso trattato: egli stimò così sviare la loro attenzione sul suo passaggio. Ma alcuni de’ capitani svizzeri mislealilo tradirono: questi furono, al dir del Giovio, Gaspare Silen di Uri e Rodolfo di Salis grigione. Il Duca fu di tal modo riconosciuto, e fatto prigioniero coi fratelli Sanseverini che erano travestiti con lui. — Le genti d’arme italiane, commosse a quell’accidente, non si perdettero di animo; e, fatto impeto per mezzo al campo nemico, con lieve perdita si posero in salvamento: il Cardinale poi lasciò anche andar libera l’infanteria.

Lodovico il Moro, in quell’umile arnese di svizzero fantaccino nel quale si trovava, venne condotto in presenza del maresciallo Gian-Jacopo Trivulzio. Quest’uomo che dal Duca ricevuto avea varie ingiurie, invece di mostrarsi con lui magnanimo in quella terribile circostanza in cui tanto la sorte lo umiliava, gli volse amare parole, rinfacciandogli il bando che un tempo dato gli avea: «Sforza, gli disse, tu vedi che le ingiurie a me recate ti sono ora pagate con giusta misura.» Ma il Duca della Tremoille, in custodia del quale il principe passò, lo trattò con più umanità; provvedendolo di abiti e di quanto alla sua condizione conveniva. Condotto però a Lione, invano Lodovico pregò di essere ammesso alla presenza del Re. Fu chiuso dapprima nellatorre de’ Gigli di S. Giorgio nel Berry; poi, avendo tentata una fuga, venne sotto più stretta custodia trasferito nel Castello di Loches, pure nel Berry; ove fra i patimenti di spirito e di corpo visse ancora fino ai 27 di maggio del 1508, anno in cui morì.

Ascanio Sforza suo fratello, che di già avea spedito al Ticino, in soccorso di Lodovico chiuso in Novara, un grosso corpo di milizie, allorchè ne intese la prigionia, con pochi Ghibellini che compagni esser vollero di sua sorte, lasciò quel giorno stesso Milano; e coll’animo di recarsi a Roma, andò a Rivolta, castello sul piacentino di giurisdizione di Corrado Lando suo parente: ma i Veneziani ciò saputo assaltarono quel castello e fecero il prelato prigioniero; essi lo consegnarono poi al Re di Francia, che lo fece chiudere nella torre di Borges; ma che in capo a un anno gli diede la libertà, per gli uffici del Cardinale di Amboise: visse alla corte di Francia fino al 1503; indi passò a Roma, ove morì di peste nel 1505.

La memoria di quest’ultimo personaggio ci è conservata in Milano dal bel claustro di S. Ambrogio: altri insigni monumenti attestano il favore impartito alle arti da Lodovico:la storia letteraria non si stanca di lodarlo, per aver premiati i begli ingegni: ma la memoria della perfidia di lui lo rese esecrato anche più che famoso presso la posterità; e l’Italia fu poi per molto tempo agitata da guerre ed afflitta da mali, di cui egli posto avea il seme, per assicurarsi un trono, che poi tante amarezze gli costò, tanti rimorsi, ed in ultimo ancora estremi patimenti.

FINE

INDICECapoI.Preliminari storicipag. 1II.Le nozze13III.Altre allegrezze28IV.Il giusto sdegno45V.I rimproveri52VI.La lettera secreta63VII.Il mal consiglio76VIII.Pericoli e raggiro86IX.I Francesi in Asti105X.Glorie ed usi di Milano122XI.Segue lo stesso argomento146XII.Gravissimi accidenti168XIII.Segue lo stesso argomento182XIV.Le feste in Pavia192XV.Il velo rimosso209XVI.Due visite singolari224XVII.Lo scopo raggiunto239XVIII.Novelle sciagure250

NOTE:1.Sarebbe insoffribile ch’io usassi il corrotto italiano che parlava il Moro come il più dei milanesi del suo tempo; ma non credetti del tutto però mutarlo perchè più al vivo appaia quel personaggio.2.Trovasi fra le rime del Visconti; stampate nel 1493: ivi anche è narrata quest’avventura.3.V. Stefano Breventano, Storia delle cose notabili di Pavia: 1570.4.Il presente capitolo può anche saltarsi a piè pari da chi non ama le letture quasi puramente istruttive.5.Il Comines riferisce anche egli questa accusa che davasi al Moro.6.Lodovico, nel suo testamento scritto alcuni anni dopo, e nel quale dettò le norme del come contener si dovesse suo figlio durante la sua minorità, gli proibisce espressamente di ciò fare, dicendo: «Volemo, et comandamo sotto pena della maledictione nostra a nostro fiolo successore non cavalchi la terra per farsi invocare signore, nè facij altro acto per segno de tore el dominio prima che sarano facte le esequie nostre, e lo corpo nostro sarà reposto al loco suo.»

1.Sarebbe insoffribile ch’io usassi il corrotto italiano che parlava il Moro come il più dei milanesi del suo tempo; ma non credetti del tutto però mutarlo perchè più al vivo appaia quel personaggio.

1.Sarebbe insoffribile ch’io usassi il corrotto italiano che parlava il Moro come il più dei milanesi del suo tempo; ma non credetti del tutto però mutarlo perchè più al vivo appaia quel personaggio.

2.Trovasi fra le rime del Visconti; stampate nel 1493: ivi anche è narrata quest’avventura.

2.Trovasi fra le rime del Visconti; stampate nel 1493: ivi anche è narrata quest’avventura.

3.V. Stefano Breventano, Storia delle cose notabili di Pavia: 1570.

3.V. Stefano Breventano, Storia delle cose notabili di Pavia: 1570.

4.Il presente capitolo può anche saltarsi a piè pari da chi non ama le letture quasi puramente istruttive.

4.Il presente capitolo può anche saltarsi a piè pari da chi non ama le letture quasi puramente istruttive.

5.Il Comines riferisce anche egli questa accusa che davasi al Moro.

5.Il Comines riferisce anche egli questa accusa che davasi al Moro.

6.Lodovico, nel suo testamento scritto alcuni anni dopo, e nel quale dettò le norme del come contener si dovesse suo figlio durante la sua minorità, gli proibisce espressamente di ciò fare, dicendo: «Volemo, et comandamo sotto pena della maledictione nostra a nostro fiolo successore non cavalchi la terra per farsi invocare signore, nè facij altro acto per segno de tore el dominio prima che sarano facte le esequie nostre, e lo corpo nostro sarà reposto al loco suo.»

6.Lodovico, nel suo testamento scritto alcuni anni dopo, e nel quale dettò le norme del come contener si dovesse suo figlio durante la sua minorità, gli proibisce espressamente di ciò fare, dicendo: «Volemo, et comandamo sotto pena della maledictione nostra a nostro fiolo successore non cavalchi la terra per farsi invocare signore, nè facij altro acto per segno de tore el dominio prima che sarano facte le esequie nostre, e lo corpo nostro sarà reposto al loco suo.»

Nota del TrascrittoreOrtografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.


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