Amor di patria.

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Lasciate ancora ch’io ricordi, a incoraggiamento di tutte quelle ammirabili «Unioni dei mestieri» d’Inghilterra, forti di milioni di lavoratori, passate per tante lotte e tante avversità che le fecero potenti, precedute dall’avanguardia socialista delle «nuove unioni», socialiste oramai — in sostanza — esse medesime, come si chiamarono nell’ultimo Congresso di Belfast e nelle recenti elezioni municipali, e continuamente rinvigorite e, spinte innanzi dalle generazioni nuove, fresche di forze e, di speranze. — Trent’anni fa — come disse pochi dì sono un deputato autorevole alla Camera dei Comuni — il loro nome suonava biasimo e quasi ingiuria; sorgeva di rado in Parlamento un uomo che avesse il coraggio di assumerne le difese; erano assalite con violenza dalla tribuna, dal pulpito, dalla stampa; nel 1867 se n’era decretata la soppressione. Ora, non solo esse hanno riportate meravigliose vittorie nella legislazione del lavoro, non solo si sono liberate a poco a poco di quasi tutte le vecchie leggi che le inceppavano; ma esercitano un’influenza grande nei Consigli edilizi e d’istruzione, e in tutte le Corporazioni locali. Ora sono lodate dagli uomini di Stato e dalla stampa d’ogni colore, i governi cedono alle loro domande e seguono i loro consigli, le Corporazioni d’ogni specie accettano le loro deliberazioni intorno ai contratti di lavoro o ai salari, i loro principii s’insinuano in ogni classe sociale, la loro azione conquista il mondo industriale e si dilata nel Parlamento. — E han serbato inalterato, notatelo,il loro carattere operaio, son costituite da operai, fatte per loro, da loro dirette. Nè le gelosie e le discordie individuali, che son là come altrove, nè i tribuni che mirano a soppiantarsi a vicenda, nè gli ambiziosi che tendono a formarsi un partito, sfibrano menomamente l’enorme forza delle loro file serrate e concordi; quell’enorme forza di organizzazione e di fede, che fece dire a Luigi Kossuth negli ultimi giorni della sua vita, a un pubblicista qui presente: — Il socialismo, credete a me, rovescierà tutto.

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Ed ora, c’è bisogno che io vi dimostri con altri argomenti ciò che mi proposi di dimostrarvi? Certamente, la conquista del potere politico deve star sopra a quella dei municipi: ve lo dice per bocca mia uno dei nostri più bravi pubblicisti, del quale vi ripeto le parole. Importa che vadano al Parlamento dei rappresentanti dei lavoratori, non foss’altro che per indicar la forza e la coesione del Partito, per esercitare un sindacato continuo, almeno d’efficacia astratta, per alzar la voce risoluta in favore di tutte le libertà a cui ha diritto, di cui ha bisogno l’Idea per espandersi. Ma fin che quei rappresentanti non saranno che un’esigua minoranza, ossia per molto tempo, pur troppo non c’è gran che da aspettare da loro; nemmeno che ottengano importanti modificazioni a quelle piccole riforme sociali che spuntano di tanto in tanto anche alla Camera nostra. Ora la lotta nei Comuni, oltre ad altri vantaggi immediati, presenta anche quelli di dare al Partito dei lavoratori movimento e vigore, di disciplinarlo,di addestrarlo a un’azione ordinata e proficua nelle elezioni politiche. In Francia, prima della rivoluzione, furono le assemblee provinciali, furono i Consigli di circondari e parrocchie quelli in cui la borghesia s’ordinò e preparò meglio all’azione che la condusse al trionfo. La stessa rivoluzione italiana che ci condusse all’unità, si è grandemente giovata, s’è innestata su di esse e di esse s’è alimentata. — Ed è evidente che dovrà seguire il medesimo per l’Idea che unisce ora i lavoratori. Già nei Comuni minori si riportarono segnalate vittorie, di cui non cito che l’ultima, quella di Gualtieri, conseguita dopo più d’un anno di commissario regio. Tocca ora alle città grandi di seguir l’esempio. Tocca a voi in ispecial modo, di far sì che Torino non abbia questa poco onorevole singolarità, di esser l’ultima delle grandi città italiane a mandar nel Consiglio comunale un operaio.

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Ma — mi sento opporre — quanto tempo si dovranno aspettare i vantaggi che ci son promessi, se questi non verranno prima che il nostro Partito sia maggioranza! Anche questo è un errore. Molti e grandi vantaggi precederanno di gran lunga la vittoria finale. Fate che i lavoratori dian prova di concordia, di unità d’intenti e di risoluzione, e che comincino a riportare delle vittorie elettorali notevoli, e vedrete quante cose cambieranno sull’atto. Dove sono divisi, ciascuno di essi non ha che l’importanza minima che può avere un operaio per sè stesso; ma dove formano un’associazione vasta ed unanime,che dia certezza di continuo e vigoroso incremento, la considerazione che ispira il complesso delle forze si riflette su ciascun di loro.

Prima assai di ottener dei vantaggi materiali s’accorgerebbe ciascun di voi, perfin nelle sue relazioni individuali con persone di altri ceti, di trovarsi in una condizione mutata; la coscienza stessa della forza collettiva della propria classe, darebbe a ognuno una dignità nuova e una sicurezza di sè, che non ha mai avuta.

Ma neanche i vantaggi materiali si farebbero attendere, poichè a chi mostra che avrà la forza di ottenere delle concessioni fra poco, molte di queste si anticipano, e per mostrar di farle di buon grado e per sfuggire al disdoro di vedersele strappare. Accade il medesimo che nelle battaglie, dove il solo avanzarsi d’una truppa ordinata e risoluta fa assai sovente indietreggiare il nemico, mentre lo stesso numero degli assalitori non fa che eccitarne il coraggio, se s’avanzano ondeggianti e scomposti. E come scemerebbe a un tratto questo sfacciato abuso delle persecuzioni e delle minaccie, che son tanto facili e hanno tanto effetto sugli individui isolati? Si sorride ora delle vostre bandiere, perchè? Perchè son mille. Provate a serrarvi tutti intorno a una sola, e si scopriranno al suo passaggio anche le fronti più superbe.

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È un altro errore — fortunatamente — quello in cui cadono molti di voi, misurando il tempo che impiegheranno le nuove idee a compiere il loro cammino vittorioso, da quello che impiegaronofinora a percorrere il primo tratto di strada, e traendo da questo computo una ragione di sconforto. No, il computo è errato.

Tutte le idee sociali che hanno in sè una ragione potente di vita, vanno col moto accelerato dei gravi cadenti; stentano a prender forma, muovono i primi passi lentissimi, par che ogni tratto s’arrestino; poi prendono un regolare andamento, e dopo s’affrettano, e quindi corrono, e infine volano, calano con una rapidità che fa rabbrividire anche i più arditi.

Basta confrontare, per accertarsene, il cammino fatto dall’idea socialista; anche nel nostro paese, negli ultimi cinque anni, con quello che fece nei primi, appena vi sorse. I proseliti venivano allora a uno a uno, o a manipoli, e si potevano contare; per lunghi intervalli di tempo nessuno aveva indizio dell’esistenza della nuovasetta: la stampa non ne parlava che di rado, e vagamente, come di cosa di un mondo lontano, e per la dottrina non c’era che derisione, disprezzo e stupore. Ora i nuovi credenti si affollano intorno a centinaia, ogni giorno che passa ne leva su un’ondata; non aprite più un giornale in cui non troviate scritto dieci volte, quasi per forza il loro barbaro nome di guerra; si posson combattere quelle idee tutti i giorni, ma non si può più tacerne per ventiquattr’ore; esse hanno un’eco continua nel Parlamento, nelle chiese e nelle scuole; nel Parlamento stesso, voci autorevoli e sdegnose d’altri partiti, alle quali è costretto a consentire perfino il ministro di quella che si chiama ancora Giustizia, si alzano con fiere parole contro i magistrati che giudicano i ribelli senza conoscenza di causa, ignariperfin degli elementi della loro dottrina; non c’è più autorità che non si trovi costretta a studiar la questione, per poter distinguere, disputare, governarsi; non si fa più pubblicazione che abbia la più lontana attinenza all’interesse pubblico, in cui quelle idee non siano discusse o accennate; non c’è più esposizione d’arte in cui esse non trovino la loro espressione; non c’è più frivola conversazione di spensierati in cui per un istante almeno, sia pure come un’ombra fuggevole, non passi quell’argomento malaugurato.

Si confondono ancora con quella, in buona e in mala fede, dottrine diverse ed opposte, si calunniano gli uomini che le professano, si tacciono o si sminuiscono le vittorie che essa riporta, e si preannunzia che essa morrà di tisi o di piombo; ma non se ne ride più, o se ne ride con quel riso che mostra i denti e corruga la pelle, ma non ha negli occhi l’ilarità che vien dal cuore. E questo gran mutamento, fra noi, è avvenuto in cinque anni, dal 1890, dopo il primo maggio. Argomentate quale sarà il moto fra gli altri cinque anni, quando la massa dei lavoratori avrà dato segno di concordia e di vita. Perchè siatene certi, una delle più forti ragioni per cui non si mette apertamente al servizio delle nuove idee tanta gente che v’è favorevole in cuore — benchè vi ripugnino i suoi interessi di classe — è lo spettacolo dell’apatia di quella classe medesima per la quale sarebbero disposti a combattere. A che pro — essi dicono — turbarsi la vita e affrettare il danno proprio per una moltitudine che non ha coscienza dei tempi nè fede in sè stessa, e che par rassegnata ai mali di cui si lagna, e determinata a nulla chiedere e a nulla fare,nemmeno coi mezzi che la legge pone in sua mano? Chiudiamoci in un tranquillo egoismo e vada il mondo per la sua china.

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E questi sono assai più di quanti credete. Come più di quanti credete sono coloro, a cui ho accennato da principio, i quali, pure non essendo socialisti, sono profondamente persuasi che l’organizzazione delle classi lavoratrici e la loro partecipazione al potere siano una condizione indispensabile del progresso civile. Di uno di questi, d’un valente economista, riferisco il ragionamento per quelli tra voi che possono dire: — Io non voto per operai perchè non sono socialista. — La nostra condanna — egli dice presso a poco — è che la classe borghese è tutta scettica e pessimista. — Ora il pessimismo, per lui, è un fenomeno di classe. E ne adduce giustamente per prova che al principio del secolo in Francia, tutta la borghesia liberale, che sentiva giunto il suo regno, non diede che scrittori ottimisti; la nota pessimista usciva dagli scrittori aristocratici, i quali sentivano che la loro classe moriva, o meglio era assorbita. Ora — soggiunge — noi non diamo che scrittori scettici e pessimisti nelle cui pagine non è un solo principio di riforma morale, non una parola che esprima fede nell’avvenire. Le classi lavoratrici, invece, sono ottimiste al presente quali non furono mai: la riforma economica, come la riforma morale, ci verranno dunque da coloro che sono in basso, da quella moltitudine oscura, in cui alita un sentimento umano, che manca in noi, uomini aridie freddi. Quando essa s’unirà per muovere alla conquista del potere pubblico, e l’associazione l’avrà migliorata e la lotta resa più forte, essa produrrà un cambiamento anche nelle nostre idee morali. Fate che il potere politico non sia più un monopolio, ossia che non appartenga più a una classe sola che ha gli stessi istinti e gli stessi bisogni e vedrete che «la funzione di controllo lo moralizzerà». Quelle riforme che ora non si vogliono per cieco spirito di classe, si faranno allora per necessità, tutta la nostra vita sociale ne risentirà l’influenza e una ben altra concezione della vita finirà per prevalere. La feudalità è finita non per la rivoluzione, non perchè gli uomini fossero diventati migliori, ma perchè, aumentata la produzione, cresciuti gli scambi, rinsaldatesi le relazioni sociali, addensatasi la popolazione, di utile come era quando nacque, s’era fatta dannosa e insopportabile. E ciò che fu dell’aristocrazia sarà senza dubbio della classe che la vinse, che è la borghesia. Quando la tecnica industriale sarà progredita anche di più, quando la concorrenza sarà soppressa, o dalla vittoria duratura del più forte o dall’associazione, quando la produzione sarà diventata interamente meccanica, la borghesia sussisterà nuova perchè ha in sè delle qualità di iniziativa, di ordine e di economia, che mancheranno ancora per lungo tempo alle altre classi; ma la sua funzione s’indebolirà, e l’organo, indebolendosi la funzione, finirà anch’esso coll’indebolirsi. Questo grande movimento operaio è dunque logico, necessario, benefico. E notate che a chi esprime questo pensiero l’attuazione compiuta del socialismo non par altro che un sogno.

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Ma la sua previsione va molto vicino a quel sogno.

E ha proprio da essere un sogno quello di uno stato sociale fondato sull’accordo invece che sulla lotta per la vita; quello d’un organismo sociale, in cui la produzione e la ripartizione delle ricchezze si compiono come si compiono le funzioni d’assimilazione e di circolazione in ogni organismo vivente, quello d’una società non più divisa in un piccolo numero di vincitori, a cui sembrano riserbati tutti i beni della civiltà, tutti i godimenti che danno la bellezza, l’arte, la scienza, l’indipendenza, tutto ciò che fa amare la vita, e una immensa massa inorganica e oscura di vinti, senza sicurezza, senz’agi, senza cultura, quasi relegata fuori della luce e della speranza, come una razza inferiore?

Che abbia ad essere un sogno, una società in cui a ogni uomo sia assicurato il lavoro, a ogni lavoratore un’esistenza umana, a nessuno l’agiatezza oziosa, a tutti la coltura dello spirito, e in cui il lavoro sia onorato di fatto, non a false parole, e la giustizia sia una realtà, non una larva, e la libertà sia un bene di tutti, non un vantaggio d’alcuni, e l’uguaglianza — quanto lo consente la cecità della fortuna — sia una verità, e non una irrisione?

Che sia davvero un sogno una società nella quale, davanti a ogni moltitudine di persone d’ogni condizione si possa dire: — In questa folla non c’è uno che viva del frutto delle fatiche altrui, non c’è un ordine di cittadini che disprezzil’altro o lo minacci o lo tema o ne viva separato come da un abisso; questa è un’accolta di persone tutte civili, strette da un patto comune, che ne fa una sola grande famiglia, non un branco di belve in veste d’uomini, che tirano a divorarsi fra loro; non un’accozzaglia di selvaggi inverniciati di civiltà, in cui infuriano tante cupidigie, tanti odî, tante invidie, tante scellerate passioni da disgradarne un inferno?

Che debba essere un sogno una società in cui ogni onesto lavoratore possa dire, guardandosi intorno: — Questi sono i miei alleati e i miei fratelli; io non tolgo nulla a nessuno, nessuno usurpa nulla a me, questa terra dove son nato è retaggio comune; tutta questa civiltà, tutta questa ricchezza non è privilegio d’alcuno, ma è nostra, appartiene a loro, a me, ai loro figli, ai miei figli, a quanti la crearono e la fecondarono col pensiero, con le braccia e col sangue? Che una cosa così semplice, così giusta, così bella, debba essere un sogno?

È un sogno punibile con la reclusione tra i dodici anni e i diciotto! E questo in un paese libero, dopo cinquant’anni di lotta contro la tirannìa! E mentre la più sfrenata manomissione del danaro pubblico, spremuto dalle vene e dalle ossa di chi lavora, o è colpita di pene irrisorie, o va impunita e trionfante! E quando pure fosse un sogno, meglio mille volte creder nel sogno dei generosi che rassegnarsi all’abbominevole realtà contro cui combattono e da cui sono soffocati.

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Ma non credo che sia un sogno. Per crederlo dovrei rinunziare alla fede nel progresso umano. O si tornerà indietro o si procederà per quella via. E per quella via si procede.

Un’altra volta ho accennato qui come questa tendenza appare evidente in tutti i paesi civili, nell’avviamento di tutte le legislazioni, anche nelle più piccole trasformazioni di tutte le istituzioni antiche, nel sorgere e nello svolgersi di innumerevoli istituzioni nuove, in mille tentativi, proposte, esperienze, quasi da per tutto respinte e mandate a male per ora, ma che da per tutto si presentano con la vitalità prepotente del germe in primavera, che tenta e rompe l’involucro che lo imprigiona.

Ma oltre che per ragioni dicibili, si è persuasi di una Idea per virtù di una infinità di impressioni, di sentimenti, di riflessi di idee, che sfuggono alla parola; per una successione di visioni istantanee della mente, che fanno gridare alla coscienza: — Ecco la verità — e lasciano in fondo all’anima un’incancellabile traccia. E quando è così l’idea è una fede contro cui tutti gli argomenti si spezzano, che tutti gli avvenimenti confermano, che le stesse contraddizioni rinsaldano; una fede che ha in sè una forza impulsiva proporzionata alle resistenze che incontrerà nel mondo la verità che essa racchiude; una fede per cui possiamo dire schiettamente che le derisioni non giungono all’altezza del nostro disprezzo.

Sì, io credo che la società porti nel suo senodelle soluzioni inaspettate per tutte le difficoltà che ora fanno credere impossibile l’attuazione dell’idea socialista. Credo che il grande miracolo, senza il quale essa non può attuarsi, la compenetrazione del sentimento individuale col sentimento della collettività nell’animo e nella vita dell’uomo, si compirà davanti alla irresistibile evidenza dell’immenso bene che ne dovrà conseguire! Fede! idealismo! ci si dirà commiserando. E noi rispondiamo con le parole d’un buon dotto tedesco (non socialista, notate), il quale ha scritto poco fa: — Ebbene sì: la storia ci insegna che la fede e l’idealismo sono le due grandi forze, e che hanno sempre trionfato nel mondo. — Ed in fondo, ne son forse persuasi anche gli avversari. Soltanto, più saggi di noi, essi combatteranno per l’Idea in un tempo più favorevole ossia quando avrà vinto.

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Ma per giungere a questo.... No, non parliamo di questo, poichè lo scopo della nostra adunanza e delle mie parole è determinato e ristretto.

Per ottenere, dico invece, un principio di miglioramento nelle vostre condizioni, dovete fare dei sacrifizi! Dei sacrifizi! Ma è questa una parola di cui l’uso e l’abuso snaturano affatto il significato. È forse un sacrifizio lo scrivere dei nomi di vostri compagni sopra una scheda, senza perdersi in vane discussioni e soffocando i sentimenti personali che la coscienza riprova, a rinunziare a un’ora di ricreazione per andare a compiere un dovere? Fate dunque questo, e fate anche di più, esortate i vostri compagni a imitarvi:dica ciascuno di voi a uno di loro: — Vieni con me. L’atto di deporre questo foglio nell’urna, che ti par così inutile, ha un così grande valore che per avere il diritto di compierlo si sparsero torrenti di sangue. Compiamolo, se non per noi, per i nostri figli, perchè se noi non lo faremo essi non lo faranno e troveranno la società quale noi l’abbiamo trovata. Votiamo pei nostri compagni, se non altro per far vedere che non è vero che noi andiamo a votare come un branco di servitori, che abbiamo coscienza dei nostri interessi, senso d’alterezza, volontà, fiducia nell’avvenire. — Credete che facendovi questa esortazione, non vi parlo soltanto come socialista, nell’interesse di un partito, ma come cittadino, che vuole la dignità, la prosperità, la forza del paese, dov’egli è nato e ch’egli ama: dignità, prosperità, forza, che sono vuote parole dove le classi lavoratrici non lottano per salire. Credete a uno che vi vuol bene, e che ve ne volle sempre, anche quando non ve lo diceva, e che ve lo dice ora senza secondi fini, poichè non solo non vi chiederà mai il voto per andare al Parlamento, ma non ve lo chiederà nemmeno mai più per tornare al Consiglio; credete ad uno, di cui tutte le ambizioni si riducono ormai ad un solo desiderio: quello di poter dire, prima che si compia la sua giornata, l’ultima volta che parlerà ai fanciulli delle scuole pubbliche: — Rallegratevi! Voi vedrete certamente una società più giusta e più felice di quella in cui vi lascio: — quello di vedere il proletariato italiano, ossia il popolo vero, fondamento e scopo di ogni cosa, corpo ed anima della patria, procedere trionfalmente sulla via benedetta della sua redenzione.

— È vero che il socialismo combatte l’amor di patria?

— L’amor di patria bugiardo, sì. Ma se per amor di patria s’intende amare il popolo fra cui siam nati, con cui abbiamo comuni la lingua, l’indole, la storia e l’avvenire e amar la terra dove abbiamo passato l’infanzia, dove son nati i nostri figli e son sepolti i nostri morti; l’accusare il socialismo di combattere un tale affetto è cosa stolida e assurda, come sarebbe l’accusare chicchessia di combattere l’amor filiale o materno; il che non è possibile a chi ha viscere umane. Può ella credere che se questo fosse vero si sarebbero volti al socialismo tanti uomini generosi, tanti cittadini che per la patria hanno sofferto e combattuto, e sentono profondamente tutti gli affetti? Può ella pensare che un socialista, perchè tale, possa abbandonar la patria senza sentirsi uno schianto nel cuore, e non ricordarla da lontano con tristezza e con desiderio, e non rivederla dopo molti anni con gioia profonda? Con qual fondamento si possono accusare i socialisti, in cui si suol deridere il predominio del sentimento sulla ragione, di aver l’animo chiuso e di voler chiudere l’animo altrui a uno dei più forti e dei più naturali sentimenti umani?

— Eppure, è una credenza universale.

— Vuol dire una calunnia universale, che è tutt’altra cosa. Amare la propria patria significa amare il proprio popolo. Quando si dice il popolo d’un paese s’intende principalmente quellagrande moltitudine che coltiva la sua terra, che manda innanzi le sue industrie, che forma il nerbo del suo esercito, che dà il maggior contributo al suo erario, e la cui prosperità, moralità, forza è una cosa sola con la forza, la moralità e la prosperità della nazione, poichè senza di essa non vi è nazione nè vita. Ora il desiderare che questa grande moltitudine, i nove decimi della nazione, s’innalzi a una condizione di vita materialmente e moralmente migliore, il preparare, sollecitare un ordinamento sociale (e sia pure un’utopia, che la natura del sentimento non muta) in cui le sia dato un lavoro più umano e un compenso più equo e resa possibile una vita intellettuale e più degna e tolto dall’animo il terrore continuo della miseria e il sentimento amaro di una inferiorità civile non giustificata nemmeno nella coscienza di chi la vuol mantenere, in maniera che non più la forza, ma l’armonia degli animi e degli interessi tenga unita la compagine dello Stato, il portar nel cuore questa speranza di un migliore avvenire del proprio popolo come la più santa delle proprie aspirazioni, e con lo scopo di tradurla in realtà, studiare, combattere, rinunziare alla pace, rischiar la libertà, patire danni e persecuzioni, dica lei, non è questo amare la patria? E se questo non è amor di patria, con qual altro termine, di grazia, le pare di poterlo definire?

— Eppure la parola «patria» voi non la usate mai, o ben raramente, nella manifestazione delle vostre idee.

— Perchè di questa parola s’è falsato il senso, e, usandola, non ci possiamo più intendere con la maggior parte di coloro che ne han pienala bocca. È accaduto di questo come di altri grandi nomi, che non c’è più nella parola l’idea netta della cosa. La parola «patria» significa ora per i più qualche cosa d’astratto e di mal definibile, posto quasi al di fuori di ciò che realmente la costituisce. Per alcuni la patria è un’istituzione politica o una pura tradizione storica o un dato ordinamento economico da conservare e difendere a qualunque prezzo. Per chi gridava in Parlamento che si doveva nascondere la cancrena bancariaper carità di patria, la patria era la Banca. Nella mente di quell’imperatore il quale dice che per conservare due provincie conquistate si dovrebbero far uccidere «dal primo all’ultimo» tutti i sudditi dell’impero, pare che la patria non sia altro che un determinato spazio di terreno segnato sulla carta geografica con una linea di un dato colore. Per un gran numero di patriotti in buona fede l’amor di patria è l’aspirazione a un ideale vago di grandezza, a cui par debito e giusto di sacrificare ogni bene, o anche il solo culto immobile dell’ideale unitario raggiunto, ossia una commemorazione eterna del passato, in cui si scorda il presente e non si pensa all’avvenire, e una febbre permanente dell’immaginazione, che vede o cerca ogni giorno e da ogni parte un pericolo nazionale e vorrebbe che la vita della nazione fosse uno sventolìo continuo di bandiere e un arrotìo perpetuo di durlindane. Gridando «patria» si pretende che tutti i lamenti tacciano, che tutte le ingiustizie sieno tollerate, che tutti i mali si dissimulino, che tutte le grandi questioni rimangano insolute, come se la patria e i suoi figli fossero due cose diverse e separabili,come se il bene dei viventi non fosse che lo sperare un avvenire migliore senza migliorare il presente e fosse possibile fare una patria prospera, felice e gloriosa, con milioni d’uomini poveri, dolenti e avviliti. Per queste ragioni non nominiamo la patria, e anche perchè il suo nome è adulterato e profanato da troppi astuti che si pagano da sè dei servizi che le resero o dicono di averle resi, da troppi impostori che si fanno della parola una maschera, da troppi farabutti che fanno della cosa un mercato. La parola che costoro disonorano noi non vogliamo usarla per esprimere l’idea augusta e santa che è il suo vero significato.

— E sia pure; ma nell’idea della fratellanza, che il socialismo propugna, e della federazione dei popoli, l’amor di patria non va naturalmente perduto?

— E perchè mai? Al padre che dice ai suoi figli: — Amate i vostri concittadini come fratelli — oserebbe ella dire: — Badi che nell’amor patrio va perduto l’amor figliale? — Se quando l’Italia era lacerata dalle guerre civili, e ciascuna città reputava fortuna propria la rovina della città vicina e si gloriava delle bandiere che le aveva strappate e dei figli che le aveva uccisi, se un italiano di Pisa, di Venezia, di Firenze, di Genova avesse detto allora ai suoi concittadini: Questi odî sono insensati; queste guerre debbono aver fine, e l’avranno; la prosperità di tutti gli italiani sarà nell’accordo di tutte le città loro, perchè ci lega un ordine d’interessi più alti di quelli che ora ci fanno combattere — si sarebbe potuto dire a quell’italiano ch’egli non amava la patria? E l’idea internazionale che annunziail socialismo ai popoli non è figlia legittima di quella che avrebbe annunziato quell’italiano ai concittadini? Non è irragionevole giudicar disamore della patria il desiderare e sperare che il bene di essa derivi da una stabile e illuminata fraternità di tutte le nazioni civili, non più dalla vittoria violenta e passeggera degli interessi dell’una su quelli dell’altra? E in che cosa contrasta questo ideale con quello che ciascun popolo serbi la sua unità e il suo carattere, l’amore della sua terra e della sua storia, concorrendo alla grande opera della civiltà generale con la somma di quelle facoltà distinte, che gli danno un essere proprio e una gloria a parte? E perchè pensare che quella forza unificatrice e benefica che oltrepassò le frontiere dei piccoli comuni, delle grandi città e dei forti Stati minori, si arresterà eternamente alle frontiere delle nazioni, già legate da vincoli innumerevoli d’interesse, di lavoro e di pensiero, che s’accrescono e si rafforzano continuamente? È possibile affermare che questo non avverrà? Non è logico sperarlo, non è giusto desiderarlo, non è debito volerlo? E con che fronte si può dire che il voler questo sia non amare la patria?

Anche questo potrei ammettere; ma ciò che noi chiamiamo «ambizione patriottica» e «orgoglio nazionale» voi non sentite.

È come se ella dicesse a un padre: — Riconosco che voi amate i vostri figli; ma che desideriate ch’essi siano rispettati ed onorati non credo. — Veda la differenza delle opinioni! Noi crediamo che quei sentimenti siano veramente sani e forti in noi soli. Soltanto le ambizioni patriottiche hanno un’altra meta e la nostra alterezzanazionale non può derivare dalla stessa sorgente. Noi immaginiamo qualche volta di trovarci in un paese straniero e di udir suonare intorno a noi le seguenti parole: — Ecco degl’Italiani. Salutiamoli con rispetto. Essi danno alle nazioni un esempio splendido. La grande lotta sociale si combatte nel loro paese sotto la protezione di un’ampia libertà, non violata mai dal patto nazionale. La borghesia si difende là pure, per necessità e per istinto; ma lealmente e con sapienti concessioni, non con cieche violenze, combattendo l’idea senza soffocare la parola, senza raccattare per combatterla le armi odiose della tirannìa che essa stessa ha infrante e calpestate. In poco più di trent’anni il loro paese ha innalzato l’edifizio della legislazione sociale ammirabile. Tutte le stolte ambizioni vi son morte. Tutto l’antico entusiasmo patriottico vi si è mutato, in tutte le classi, in forza feconda di studi e di sacrifici diretti al supremo scopo di estirpar la miseria, di diffondere la cultura, di assicurare la concordia, di stabilir la giustizia. Quello è il solo paese d’Europa, nel quale per generosità e per saggezza di tutti, la grande trasformazione sociale che è necessaria, e che nulla può arrestare, si compirà con un processo pacifico e solenne, che desterà l’ammirazione del mondo. — Ebbene, il solo immaginare questo giudizio dato sull’Italia ci fa battere il cuore e alzare la fronte e pronunciare il nome della patria con un sentimento di gioia e di alterezza che non può essere più puro, più dolce e più profondo nell’animo d’alcun patriotta. Ma ambiziosi di ciò che ci pare vanità o stoltezza, e orgogliosi di ciò che reputiamo sciagurae vergogna, non possiamo essere, nè saremo mai.

— Insomma, voi amate la patria a modo vostro.

— Certo, e non è colpa. La colpa è di non amarla nel miglior modo. Qui sta la gran questione. Ci sono anche diversi modi di amar la propria famiglia. Credette un tempo di amarla più d’ogni altro il patrizio che sacrificava tutti i figli al primogenito, destinato egli solo a tener alto il nome e lo splendore della casa, a spese dei suoi fratelli; e questo amore parve saggio anche al mondo, che ora lo giudica iniquo, e crede prima legge dell’amor paterno l’equità. Così v’è un amor di patria che vuole la gloria anche a prezzo della miseria, e soffia negli odî tra popolo e popolo e li pasce di orgoglio vuoto e di idee morte; e questa è una passione barbarica, che la nostra ragione condanna e il nostro cuore rifiuta. E v’è amor di patria fatto di carità e di pietà, che vuol la prosperità anzi che il fasto, la moralità prima della gloria, la pace nei cuori, la luce e il calore della civiltà equamente diffusi, la patria non sfruttata da alcuno e benedetta da tutti, e cancellato dalla sua faccia, prima d’ogni cosa e a qualunque costo, il marchio vergognoso dell’ignoranza e della fame.

— E il simbolo della patria, per voi?...

— È una madre, come fu sempre per tutti quelli che l’amarono sinceramente. Ma, dopo che professiamo queste idee, la sua immagine ci appare più bella e più luminosa, perchè le splende sulla fronte un avvenire più grande di quello che hanno sognato i nostri padri, ed è più ardente che per il passato l’offerta che noi le facciamoancora, come nei giorni delle battaglie, del sangue e dell’anima nostra.

— Questo non si crede.

— Si crede; ma si nega, perchè giova.

Hanno torto coloro che si scoraggiano pensando che la fede socialista non si diffonderà mai tanto nella borghesia quanto sarebbe necessario a mettervi il disordine e a sfibrarne la resistenza, perchè una gran parte della classe dominante si getterà a capo basso, spontaneamente, sulla nuova via, assai prima d’esser persuasa che questa conduca davvero alla «terra promessa» del socialismo. «Il movimento attuale somiglia allo sfacelo del secolo passato, quando una società intera si precipitò nell’ignoto per stanchezza o per errore di vivere sotto le rovine di un mondo morto». — E non è il giudizio di un Marxista fanatico: è del visconte ed accademico De Vogué, una delle menti più profonde e più serene della Francia.

Così è, così avverrà. E se da molti se ne dubita ancora, è perchè si scambia con una malattia passeggiera del corpo sociale ciò che è invece il principio della sua decomposizione.

Puerile è il pensare che questa fiacca reazione sorta da ultimo contro l’alta batteria politica e il grande brigantaggio finanziario possa produrre nella società l’effetto d’una vigorosa cura rigeneratrice. Essa produrrà l’effetto opposto, d’incoraggiare alla truffa scellerata altri innumerevoli, dimostrando su quante complicità, suquante difese, su quante vie di scampo possono fare assegnamento, nello stato attuale delle cose, i grandi mercanti della coscienza e frodatori delle nazioni, e quanto impudenti, sfrenati, mostruosi debbano essere il mercimonio e la rapina per iscuotere quello che resta di senso morale nelle alte classi e render necessaria almeno una simulazione di giustizia. Questa corruzione si andrà estendendo, fatalmente, e si dilateranno man mano con essa, per necessità, tutte le altre piaghe del nostro ordinamento economico, generate tutte dal principio immorale della formazione della ricchezza, come da un unico germe mortifero, che la società borghese non si può strappar dalle viscere se non colla vita.

È fatale che per effetto del nuovo avviamento, della complessità sempre maggiore degli affari finanziari, e della sempre più larga separazione della proprietà dal lavoro, si vadano confondendo per modo, a poco a poco, l’affare lecito e l’illecito, l’onestà e la bindoleria, che questa libera quasi da ogni freno esteriore e fin anche dai rimproveri e dai dubbi della coscienza, finisca a regnare nel mondo, sovrana assoluta e intangibile sulle rovine d’ogni moralità e d’ogni giustizia. È fatale che, crescendo ancora la febbre delle speculazioni temerarie, dilagando il contagio dei fallimenti, ingigantendo coi debiti il pericolo delle bancherotte nazionali, non debba più un giorno rimanere ai risparmi di chi lavora e al capitale di chi ozia luogo o modo alcuno di collocamento, che non condanni i possessori a una vita d’ansietà e di terrore quasi altrettanto dura a sopportarsi quanto le angustie medesime della povertà. È fatale che il difendere, il salvarela piccola e la media proprietà terriera dall’imposta, dall’usura, dal furto, dalla forza assimilatrice della proprietà grande e delle pretensioni sempre più ardite e più potenti del lavoro, diventi col tempo un’impresa anche più difficile di quella di preservare gli averi e la vita in mezzo ad un popolo ancora composto a stato civile. È fatale che in un avvenire non lontano la piena della gioventù colta, fluttuante fra le vie già affollate degli impieghi e delle professioni libere e la «degradazione» abborrita del lavoro manuale, malata d’ozio rabbioso e famelico, giunga a tale altezza che la società n’abbia come la soffocazione e i tormenti mortali dell’idropisia. È fatale, infine, che la nuova feudalità finanziaria, che fa col danaro ciò che faceva l’antica colla spada, allarghi e rafforzi sempre più la sua vastissima rete, e allacci e assoggetti a una sempre più infesta tirannia moltitudini, governanti e istituzioni, sfruttando e corrompendo tutti e ogni cosa.

Quando tutto questo sarà, e quando, oltre a questo, pigliando sempre più campo per le raddoppiate difficoltà della vita e il cresciuto furor del lusso e degli agi, il matrimonio mercantile, prodotto necessario del presente stato sociale, si moltiplicheranno a tal segno gli scandali e le sventure da far tremare per l’avvenire della famiglia anche i più scettici sfruttatori dei suoi ordini e delle sue debolezze; quando sferzata sempre più forte dalla concorrenza e fatta più audace dall’impunità comprata e dal perfezionamento scientifico dei metodi, la produzione privata sarà giunta con la ciarlataneria, col veneficio, coll’adulterazione spudorata d’ogni cosaa tal punto da non esser più che una vasta, continua e spietata insidia alla borsa e alla vita di tutti; quando un’aristocrazia del danaro disonesta e villana, quanto scemata di numero altrettanto cresciuta di potenza, avrà spinto il fasto e l’insolenza fino ad offendere l’orgoglio della media borghesia, intisichita da lei, assai più fieramente di quel che l’agiatezza di questa non offenda ora la «plebe»; quando nessun onesto padre di famiglia non potrà più, nemmen per pura consuetudine pedagogica, consigliare la generosità, la delicatezza, l’amor dei propri simili, la nobile ambizione della stima pubblica ai propri figliuoli, senza che questi gli rispondano con beffarda risata, mostrandogli da ogni parte il trionfo incontrastato e durevole di tutti coloro che quelle virtù calpestano col più freddo cinismo; quando finalmente, con l’ingrandire e l’incalzare delle crisi commerciali e col progressivo organamento delle classi lavoratrici, crescendo di gravità e di frequenza le miserie e i pericoli della disoccupazione, gli scioperi, le lotte, i digiuni e le ire delle moltitudini cittadine e rurali, sarà sempre più spesso necessario, per mantenere almeno l’apparenza dell’ordine, rispondere ai lamenti e alle maledizioni con quelle sciagurate falciature di vite umane, che lascian nella terra insanguinata tanti germi d’odî e di vendette feroci; quando le cose saranno a questi termini — e non ci vorrà un lunghissimo tempo — alla propaganda socialista non rimarrà più molto da fare. Farà per essa, nelle classi superiori, una stanchezza e una nausea infinita, la cura paurosa di scongiurare una rivoluzione di sangue e di fuoco, un bisogno immenso di ringiovanimentoe di ideale, l’orrore — infine — di «vivere sotto le rovine d’un mondo morto». E allora forse alla borghesia non parranno altro che atti di rassegnazione logica e facile quelle «virtù sovrumane» sulle quali essa giudica ora il socialismo ponga il fondamento del suo futuro; troverà forse naturale in sè e in tutti quella prevalenza benefica del sentimento della collettività all’insipiente egoismo della nostra natura, e s’avvedrà che l’impedimento più forte che ella aveva ad accettare l’idea socialista non era nella sua ragione, ma nella sua borsa. Ma comunque sia, anche spinta dalla «ferrata necessità», essa si getterà nell’ignoto.

Ora, se non avessimo fede che in quell’«ignoto», per forza delle cose, la società troverà a poco a poco un ordinamento in cui sarà soppressa la più mostruosa e la più funesta delle ingiustizie presenti — la divisione degli uomini e in un piccolo numero di possessori di ogni bene e in una enorme maggioranza di servi spogliati, abbrutiti, angariati e sprezzati sotto le apparenze d’una eguaglianza bugiarda e d’una libertà anche più bugiarda dell’uguaglianza — noi non avremmo più alcuna speranza nel progresso umano: non ci rimarrebbe che incrociare le braccia e dire: — Abbia libero corso la cancrena che ci divora, e la putrefazione universale si compia. — Ma quella fede noi l’abbiamo, e così profonda, che nel bel giorno di primavera designato a celebrarla, ci prende un senso di pietà e quasi di stupore, vedendo per le vie tristi della città, in mezzo a pochi cittadini sospettosi, passar la minaccia armata dello Stato. Noi ci domandiamo a momenti perchè non scendan tutti dalle case,uomini e donne d’ogni classe, coi bambini per mano e con le rose di maggio sul petto. Oh certo, in un tempo remoto, questo si vedrà! Le case saranno vermiglie di bandiere, per le strade scorrerà una fiumana vivente, le fronti, le grida s’alzeranno libere al cielo, e nel fremito sano ed immenso di popolo, penetrando nelle case silenziose degli ultimi malinconici negatori della nuova fede, vincerà finalmente anche il cuor loro, e li trarrà di forza alla finestra, con le lacrime agli occhi e l’amore nell’anima a benedire la festa del mondo.


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