PARTE PRIMA.RACCONTI E DIALOGHI.
Il primo passo.(FRAMMENTO DI UN ROMANZO INEDITO.)
Alberto Bianchini aveva scelto la carriera dell’insegnamento letterario, non solo per la tendenza naturale del proprio ingegno, ma anche per un sentimento capriccioso di vanità mondana: perchè gli pareva che in lui, giovane agiato, elegante, addestrato a tutti gli esercizi cavallereschi, e destinato a brillare nella società signorile, avrebbe acquistato una grazia insolita, sarebbe parso una qualità singolare ed amabile quel titolo di professore di lettere, che suol dare l’immagine d’uno studioso un po’ pedante e un po’ sciatto, rifuggente dal bel mondo per necessità o per natura. Ma questa vanità egli aveva perduta in parte nel corso dei suoi forti studi universitari, e non gliene restava più traccia quando, terminati gli studi, entrava a un tempo stesso nell’insegnamento e nell’arte.
Nell’arte era entrato di sbalzo con un’opera d’immaginazione e d’analisi: le confessioni d’un uomo che, rifatto fisicamente fanciullo, ricomincia la vita scolastica, e giudica dai banchi della scuola, con l’intelligenza e l’esperienza dell’età virile, gli studi, i compagni, gl’insegnanti, i piccoli avvenimenti d’ogni giorno; lavoro, per le sue forze, prematuro, e in molti punti manchevole;ma vivo e ardito, lampeggiante d’idee originali, e condotto, da un capo all’altro, a ondate d’eloquenza colorita e sonora, che avevano avuto una fortuna. Ma dopo questo, cui eran seguiti altri libri, il suo ingegno s’era urtato a un intoppo misterioso e insuperabile. Aveva ottenuto ancora qualche favore la «Storia d’una casa di montagna», nuova nel concetto, ma errata nel disegno, nella quale eran descritti e narrati, giorno per giorno, il lavoro di costruzione, le fatiche, le dispute, gli amori, le piccole vicende degli operai e delle operaie, dalla scavazione per le fondamenta fino alla festa tradizionale per il compimento del tetto, con una sovrabbondanza pesante di particolari tecnici, fornitigli dal muratore Peroni, abitante nella casa: poi egli non aveva fatto più altro che ricercar sè stesso senza ritrovarsi. E uscito deluso anche dalla prova degli studi d’erudizione e di critica, a cui si ribellava la sua indole impaziente e la sua calda fantasia, era vissuto lungo tempo in uno stato doloroso d’impotenza artistica, durante il quale aveva assistito alla morte lenta della sua prima gloria, cercando invano una grande idea onde far scaturire una grande passione, sentendo spegnersi, l’un dopo l’altro, tutti i suoi entusiasmi, e le sue migliori facoltà arrugginirsi nell’inerzia, e intristire nell’ombra anche la bontà del suo cuore. A ventitre anni era quasi celebre, a trentacinque era come morto.
Un piccolo avvenimento fortuito lo mise quasi a un tratto in un nuovo corso di idee. Era entrato quell’anno, a lezioni incominciate, nel primo corso del liceo Brofferio, dov’egli insegnava lettere italiane, un giovanetto di sedici anni, pallido,serio, che il Preside gli aveva annunziato un giorno avanti con cert’aria d’inquietudine, dicendogli che era fratello di un avvocato Rateri, non conosciuto da tutti e due che di nome, direttore d’un giornale socialista, la «Questione sociale», fondato di fresco. Non essendosi occupato mai di tale argomento, che gli appariva come un problema di meccanica celeste, egli non aveva mai letto il giornale, che a Torino leggevano pochissimi, e che gli altri giornali cittadini non rammentavano mai. La presenza di quel giovinetto nella scuola gli destò una vaga curiosità, che lo indusse a cercare il foglio, con la certezza di non trovarvi che dei saggi, non nuovi, di quella vacua rettorica rivoluzionaria, di cui finanche l’eco lontana l’aveva sempre seccato. Ma, leggendone un primo numero, e altri dopo, stupì.
Il giornale era scritto quasi per intero dal direttore, che si celava sotto vari pseudonimi. Il supposto rétore arruffapopoli era una mente ordinata e ragionatrice, dotata d’una forza d’argomentazione mirabile, che allacciava e serrava il lettore per modo, da dargli quasi un senso d’oppressione doloroso all’orgoglio, e aveva una potenza d’espressione tutta propria, attinta, in parte, a forti studi letterari, la quale s’aiutava in mille forme ardite e felici col latino, col francese, col tedesco, col vernacoli, e col linguaggio di tutte le scienze, condensando le idee, con uno sforzo quasi violento in uno stile pieno di asprezze e di scosse subitanee, e come rumoreggiante giù nel profondo, dove pareva di sentir martellare delle incudini, soffiare dei mantici, fremere delle folle.
Egli che ignorava ancora l’arte facile con la quale si fa il vuoto e il silenzio intorno ai propagatori delle idee odiate, si maravigliò che un pensatore e uno scrittore di quella fibra non avesse più autorità e più rinomanza. Digiuno affatto com’era delle dottrine che quegli propugnava con tanto vigore, non poteva seguitare il filo scientifico dei suoi ragionamenti, che richiedevano nel lettore studi e consuetudini intellettuali molto diverse dalle sue; onde si arrestava ad ogni tratto nella lettura come chi ha smarrito la strada in un paese straniero; ma la gagliardia delle critiche, simile a percosse di fruste metalliche, con cui flagellava i vizi e le idee della sua classe; la profonda limpidità dello sguardo col quale, attraversando i tempi, vedeva gli indizi, gli aspetti, le vicende della grande quistione a tutti gli orizzonti della storia; la fede irremovibile nella propria ragione; la superba certezza della vittoria futura, che appariva in ogni suo scritto, piantata sopra un fondamento saldissimo di meditazioni continue e pacate, gli scossero l’animo, gli suscitarono un vivo desiderio di avvicinarsi, studiando la questione, a quel singolarissimo ingegno. Un giorno quegli venne alla scuola a domandare informazioni del fratello e scambiò qualche parola con lui. Il suo aspetto gli rese anche più vivo quel desiderio. Era un uomo sui trentotto anni, alto e diritto, con un viso lungo e regolarissimo, d’una bianchezza e d’una fermezza marmorea, al quale i capelli irti e corti e la barba piena facevano una cornice nera, quasi funerea, e aveva due occhi azzurri velati, che parevan sempre fissi sopra un orizzonte lontano: una testa d’ostinato, una fronte d’uomo imperturbabile,un abito da prete spretato, una cortesia fredda, una voce aspra, e nessun gesto, come se avesse le braccia d’un morto.
Di qui ebbe l’impulso primo che lo volse agli studi sociali....
*
Un caso lo spinse innanzi prima del tempo. Desideroso di conoscere le prime manifestazioni dell’ingegno del Rateri, e un poco anche di vedere in che specie di fucina egli martellava la sua strana prosa di battaglia, andò un giorno a cercar la raccolta del primo semestre all’ufficio del giornale, che era in una strada fuor di mano di Borgo San Secondo, in due stanze a terreno, in fondo a un cortile silenzioso. Visto l’uscio aperto, entrò senza picchiare, credendo di trovar nella prima stanza un segretario o commesso che ricevesse i visitatori; e invece si trovò subito nell’ufficio di redazione, in uno stanzone lungo e nudo come un parlatorio di convento, dove, a capo d’una grande tavola senza tappeto, coperta di giornali, stava seduto il direttore, e ritto accanto a lui una signora e un operaio, che spiccavano sul vano luminoso d’un finestrone. N’ebbe un senso di rispetto, come se il desiderio della raccolta, che l’aveva condotto là, potesse parere al Rateri un pretesto puerile per fargli indovinare l’animo proprio, e quasi per offrirsi alla Causa.
Vedendolo entrare, il Rateri pronunziò il suo nome in accento interrogativo, senza poter reprimere un piccolo moto di stupore, e gli altri duelo guardarono con una curiosità evidente di saper con che scopo fosse venuto. Gli passò sul viso un leggerissimo rossore, che quelli notarono, e, rapidamente, guardando un busto di Carlo Marx che era nel mezzo d’una parete, cercò un altro pretesto alla visita. Ma non ce n’era altri che non dovesse parere anche più finto di quello.
Espresse il suo desiderio.
Allora quei tre lo fissarono con uno sguardo anche più intenso, col quale egli incrociò il suo, curiosamente, indovinando il pensiero di tutti e tre. Uno sguardo gli bastò per capire chi fossero l’uomo e la donna che vedeva per la prima volta. La donna era certo quella Maria Zara, della quale si parlava da un anno a Torino, dilaniandola, a causa della propaganda che faceva tra le operaie, per raccoglierle in associazioni, con articoli e conferenze, che si mettevano in ridicolo: una specie di Luisa Michel, come la definivano. Il suo aspetto non corrispondeva punto all’immagine che il Bianchini se n’era fatta, udendone dire gli orrori che ne dicevano. Dimostrava un trentasei o trentasett’anni: era alta di statura e pallida, e aveva gli occhi scuri e profondi, con due grandi sopracciglia nere, da cui le risaliva fino a mezza fronte una ruga sottile e diretta, che le dava un’aria di energia virile, e sviava l’attenzione della grazia originale, benchè un po’ appassita e quasi stanca, del suo viso pensieroso. Era vestita di nero, col collo nudo, semplice, e pettinata semplicemente: pareva una monaca che avesse buttato il velo, e il contrasto del suo viso spirituale e triste con le belle forme del suo corpo robusto e fermo nell’atteggiamento risoluto d’una donna abituata a parlarein pubblico, aveva non so che di strano e seducente, da cui il Bianchini fu scosso. L’operaio, meno alto di lei, un tipo di giovane russo, di viso fino ed aperto, contornato d’una barba rossiccia, e vestito di panni logori, ma pulitissimi, che lo guardava con gli occhi socchiusi d’un miope, gli parve che dovess’essere — e non s’ingannava — un tal Mario Barra, del quale la «Questione sociale» pubblicava certi articoli intorno all’«organizzazione della classe operaia», veri torrenti di parole e di pensieri monchi e disordinati, in cui si sentiva il balbettìo impaziente d’una intelligenza affollata d’idee, che per la difficoltà d’uscire s’ingorgavano come il liquido nel collo troppo stretto d’una bottiglia capovolta.
Il Bianchini notò una diversa espressione nei tre sguardi che lo fissarono: in quello del Rateri una fredda curiosità, come davanti al semplice enunciato d’un problema aritmetico; in quello dell’operaio una idea di simpatia, che s’avvicinava al sorriso; in quello della donna il senso d’una interrogazione severa e quasi diffidente, ma in cui gli parve pure di scorgere qualche cos’altro, come l’ombra d’una rimembranza. E capì che tutti e tre gli avevano letto nell’anima.
Il direttore gli rispose lentamente, come distratto, che non essendo pronta una raccolta intera, avrebbe cercato di farla mettere insieme, e che, se anche fossero mancati dei numeri, siccome era stabilito che i mancanti si ristampassero, egli sarebbe stato soddisfatto presto o tardi: frattanto, gli avrebbe mandato a casa i fogli che c’erano.
Parlando, s’era alzato egli pure, e stava in mezzo agli altri due, immobile, formando con essicome un gruppo statuario in fondo alla stanza nuda; davanti al quale il Bianchini ebbe un pensiero che gli scosse l’animo, e gli rimase impresso dentro indelebilmente insieme con l’immagine di quelle tre persone raggruppate. Erano le tre grandi forze del socialismo: un borghese; una donna, la grande ausiliatrice invocata ed attesa, senza la quale nulla si sarebbe compiuto, quella che doveva infonder la costanza ai valorosi, e suscitare gli inerti, e svergognare i codardi, e sollevare, soffiando nell’oceano umano, l’onda che avrebbe sepolto il vecchio mondo. Erano il simbolo vivente della rivoluzione futura. E con questo pensiero gli s’affacciò alla mente, quasi visibile come una realtà, l’abusata immagine dell’«alba d’un’età nuova» e gli parve un momento che quelle tre figure immobili e ardite si disegnassero sulla bianchezza di quell’orizzonte ideale.
Fu tentato di dire una parola; ma lo trattenne un senso di dignità, di cui avrebbe saputo dar piena ragione. Si ristrinse a ringraziare, ed uscì, facendo un saluto senza sorriso, a cui non risposero che i due uomini, con un cenno del capo. Uscì socialista....
........ Spronato da quel desiderio, egli si gettò alle nuove letture con la curiosità vivace di un viaggiatore che si affaccia a una terra sconosciuta, sorvolando a tutto il socialismo sentimentale e filosofico del primo periodo, per afferrarsi ai fondatori scientifici della dottrina. Era, per sua natura, singolarmente preparato a ricevere da quelle prime letture una impressione straordinaria, poichè il più vivo e il più profondo dei suoi sentimenti era quello che chiamò «fondamento d’ogni moralità» lo Scopenhauer: la pietà; raffinato in lui da una calda immaginazione. In ogni periodo della sua vita, anche quando egli aveva l’animo più offuscato dall’orgoglio, dalla sensualità, dai rancori, quel sentimento aveva trovato aperta sempre e subito la via del cuore, dal quale scacciava sull’atto, per più o meno tempo, tutti gli altri. Egli non poteva veder soffrire senza soffrire egli stesso con intensità quasi uguale a quella di chi l’impietosiva. La vista di un vecchio povero, d’un fanciullo consumato dagli stenti, d’una donna lacera e piangente, gli dava all’anima una stretta violenta, una angoscia, un impulso di pietà appassionata, che gli faceva vuotar la borsa, che gli avrebbe fatto dare anche i panni che portava addosso, se non gli fosse rimasto altro da dare.
Anche la sola idea astratta d’una creatura umana, che, in mezzo a una grande città, con o senzasua colpa, non ha un tozzo o un pugno del più vile alimento da cacciarsi in corpo per non morire, che manca di quello che non manca al cane, alla belva, all’insetto più schifoso e malefico, gli era insopportabile come un dolore fisico acuto; e per poter vivere e lavorare doveva cacciar di continuo dalla mente, con uno sforzo faticoso, il pensiero che siffatte miserie esistevano intorno a lui, che gli passavano accanto non viste per la via, che si nascondevan forse nella sua medesima casa, sopra il suo capo. Fino allora, per altro, egli non aveva sentito che la pietà della indulgenza e dei dolori individuali. Ma quando, nelle nuove letture, vide per la prima volta la miseria delle classi inferiori, studiata in tutti i paesi, esposta in tutti i suoi svariatissimi aspetti, esaminata in tutte le sue conseguenze funeste, provata con cifre spaventevoli: quando conobbe tutte insieme le forme più miserande e inumane della fatica, gli orrori delle cave, delle risaie, degli opifici avvelenati, delle terre miasmatiche, le moltitudini condannate all’ozio e alla fame, le generazioni infantili falciate dalla morte, che sta in agguato dietro al lavoro, i milioni di tane immonde dove milioni di uomini si ammontano, si ammorbano e s’imbestiano, e ritto davanti a sè, come una montagna di sozzure, il cumulo immenso di alimenti ripugnanti e mortiferi di cui si pasce quotidianamente una moltitudine innumerevole di gente che lavora per un consorzio civile da cui par segregata e reietta; allora tutta l’anima sua ne fu sconvolta, come dalla rivelazione d’un nuovo mondo. Per la prima volta egli vide scorrere davanti a sè l’enorme fiume nero della miseria, e ondedi sangue, di sudore e di pianto, ciascuna delle quali travolge una vittima e manda una maledizione e un singhiozzo, e come il «Faust» del Goethe sentì tutte le angoscie dell’umanità pesare sulla sua fronte e schiacciare il suo cuore.
E nel tempo stesso egli udiva dire per la prima volta che questi mali non erano effetto di una legge misteriosa di natura, ma avevano le loro cause nelle istituzioni umane, e queste cause vedeva per la prima volta esposte e dimostrate. E si diede a studiarle avidamente. Era la parte critica della dottrina, la più forte e la più persuasiva, quella in cui regnava un quasi compiuto accordo fra le scuole più discordi, e alla quale erano opposte meno valide ragioni dagli avversari. Qui, nondimeno, errò per qualche tempo in una nebbia d’idee, cercando di afferrarne una, che gl’illuminasse tutte le altre. E ne afferrò una, che era già nella sua mente da un pezzo, ma confusa e fuggevole: cagione prima d’ogni male, il possedimento concesso a un piccolo numero d’uomini di quello che è l’origine di tutti i prodotti e di tutte le ricchezze, e il grande serbatoio di quanto è necessario alla vita comune: la proprietà privata della terra, su cui tutti nascono e muoiono, e l’uso della quale è supremo interesse di tutti; la proprietà che toglie all’uomo il diritto di partecipare al dominio della natura, e fa che milioni d’uomini, trovando già tutto posseduto al loro apparire nel mondo, nascono servi e mendichi. L’ingiustizia e il danno di una tal legge apparvero con la stessa evidenza luminosa che avrebbe avuto per lui l’assurdità di un monopolio dell’aria che respiriamo. E per lo squarcio fatto da questa nellacerchia delle sue vecchie idee, un’altra gli entrò nella mente subito dopo, legata stretta alla prima: la lucida comprensione d’un’altra causa di mali infiniti: il disordine immenso nella produzione di tutto ciò che alla società è necessario, l’anarchia della industria ridotta un giuoco d’azzardo, di cui scontano le perdite le moltitudini che non hanno parte dei profitti, una libera concorrenza che mette in perpetuo contrasto l’interesse personale con l’interesse collettivo, che fa della vita civile una guerra combattuta con le armi dell’astuzia e della frode, che mette il lavoro, funzione sociale senza protezione e senza diritti, in balìa della cupidigia e dell’egoismo, che sperpera un tesoro enorme di tempo, di forze e di ricchezza, trascurando ogni cosa utile ad altri che non frutti a chi la produce, arricchendo gli uni colle spoglie degli altri, mantenendo la società in uno stato perpetuo di affanno e di violenza, in cui si logorano le più nobili facoltà e si scatenano le più tristi passioni umane.
E infine egli comprese, per la prima volta, nelle sue origini e nei suoi effetti, il grande fatto, che non aveva mai meditato della ricchezza: intuì l’ingiustizia che presiede alla sua formazione nell’apparente, non reale libertà di contratto tra chi compra il lavoro e chi lo vende, la figliazione mostruosa del denaro che mantiene delle dinastie di parassiti, vittoriosi fin dalla nascita nella lotta per l’esistenza e conquistatori senza lotta fino alla morte; l’esenzione iniqua della ricchezza individuale dal debito che ella avrebbe verso la società per la grande parte in cui questa concorre a produrla; e riconobbe nei suoi istituti e nell’opera sua la grande feudalità finanziaria,che non contenuta da alcun freno nè di legge nè di morale, posta quasi al disopra del diritto e dello Stato, fornita di tutti i privilegi delle antiche classi spodestate, allaccia nella sua rete il commercio, l’industria, l’agricoltura, incetta e gioca le ricchezze nazionali, accaparra a suo profitto tutte le invenzioni a tutti i progressi, impone ad ogni cosa un balzello enorme che fa duplicare a tutti il lavoro, perturba coi suoi monopoli giganteschi le condizioni dell’esistenza dei popoli, e raccogliendo a poco a poco nelle proprie mani tutti i mezzi di produzione, con cui costringe una sempre maggior moltitudine d’uomini a chiederle pane e a subire le sue leggi, tende a dividere la società in una piccola schiera di dominatori che avranno tutto e in una folla immensa che non avrà nulla, separate l’una dall’altra da una disuguaglianza più odiosa, da un’avversione più feroce, da una contrarietà d’interessi più inconciliabile e più funesta di quella che separava la servitù e la signoria dell’età media.
Quetato il primo tumulto di queste idee, che lo misero in uno stato di rivolta segreta contro la società, si presentò a lui pure quell’eterna domanda: — che fare? — e allora prese ad esame i grandi rimedi, la trasformazione fondamentale di ogni ordinamento, che il socialismo proponeva. Era la parte più debole della dottrina, quella in cui è a tutti più arduo e più lungo acquistare una salda persuasione favorevole.
Egli fu lietamente meravigliato, sulle prime, trovando la teoria della ricostruzione condotta già molto più innanzi di quello che si fosse vagamente immaginato, una enorme quantità dimateriali del nuovo edifizio già lavorati e quasi ordinati dal pensiero scientifico di mille intelletti poderosi e pazienti, la nuova vita sociale descritta e dimostrata possibile e quasi perfetta fin nelle sue minime funzioni e in ogni più difficile prova. Poi, voltandosi ad ascoltare le ragioni degli avversari, s’arrestò, sgomentato. Al primo urto della loro critica che affermava assurda la nuova teoria del valore, soffocata dal collettivismo la libertà individuale, distrutto dall’abolizione della proprietà privata lo stimolo al lavoro, impossibile proporzionare legalmente il compenso alla varia natura dell’opera, inconcepibile l’azione d’uno Stato proprietario d’ogni cosa e incaricato di tutte le direzioni e di tutte le iniziative, gli parve che l’edificio crollasse, ed egli indietreggiò, soverchiato per un istante dall’amarezza d’una gran delusione. Ma se non riusciva a persuadersi della possibilità dei rimedi, a che giovava l’indignazione contro le ingiustizie, a che la pietà delle miserie e dei dolori? E questi sentimenti erano già in lui così forti, che non poteva più rassegnarsi a crederli vani.
Una forza prepotente lo cacciava innanzi. Egli aveva bisogno di una fede, oramai, e la voleva ad ogni costo. E allora si mise a cercarla con la passione che vuol trovare quello che cerca e abbatte tutti gli ostacoli sulla sua via. Si lanciò a capo basso contro alla critica nemica del suo sogno, raccolse nuove ragioni contro i suoi argomenti, si dissimulò fra questi i più forti, ingrandendo nella propria immaginazione l’importanza di quelli che riusciva ad abbattere, si afferrò all’idea che la trasformazione si sarebbecompiuta per effetto di eventi imprevedibili e di forze non ancor conosciute, che i vizi dell’ordinamento proposto sarebbero stati corretti con le modificazioni suggerite ed imposte dall’esperienza, che la società nuova avrebbe creato essa medesima, come la natura negli organismi animali, gli organi necessari alle sue nuove funzioni, che dalla concordia dei milioni d’oppressi già vicini alla mèta sarebbe derivato nella società un tal mutamento morale da rendere agevole quasi miracolosamente l’attuazione d’ogni più vasta ed ardita idea; che in fine, quello che innanzi a ogni cosa premeva e s’aveva a fare era di consacrarsi alla santa causa, di proclamare e diffondere il sentimento di giustizia e della intollerabilità dello stato sociale presente, di ordinare per ora le moltitudini intorno a questa sola bandiera, poichè esse non si raccolgono che sotto alla bandiera della negazione, e di suscitare nella gioventù colta e generosa, con l’esempio e con la parola, la fiamma della fede che compie i prodigi e solleva il mondo. Così un po’ per virtù d’entusiasmo, un poco per effetto di persuasione, egli s’era formato una illusione di certezza, che la gioia d’aver dato alla sua vita un nuovo ideale gli fece creder così piena e ferma ed illuminata, da non aver più bisogno di porla alla prova ritornando a pesar le ragioni dei negatori. Datosi alla nuova idea con l’impeto della sua natura, non comunicando più che con le menti che gliela avevano infusa, trovava ogni giorno una nuova ragione in suo sostegno, esultava della sua rapida diffusione, che su di lui aveva forza di argomento, e l’accarezzava in segreto come un tesoro e n’era altero come di una conquistaaspettando d’essere abbastanza forte di meditazione di studi per poter professarla arditamente e difenderla da valoroso.
Tutti i suoi ideali passati, intanto, tutte le sue ambizioni di insegnante e d’artista impallidivano davanti a quella nuova ospite dell’anima sua, come al sorgere dell’alba la fiammella del lume con cui aveva vegliato a meditarla....
La mattina alle dieci, quando fu tornato dalla passeggiata solita, mentre sua moglie e la ragazza erano a messa, gli capitarono in casa Alberto e la nuora.
Egli si slanciò incontro al figliuolo come se non l’avesse visto da un mese. Entrarono tutti e due nella stanza di studio, inondata di luce, tutti e due così freschi, belli, vestiti bene, splendidi di gioventù e di allegrezza, che il Bianchini non potè trattenere un’esclamazione di piacere e rimase un momento immobile ad ammirarli. Ah! quell’Alberto, quel caro figliuolo! Ogni volta che lo vedeva era tentato di cacciargli le mani in quei folti capelli biondi arricciolati, come gliele metteva quand’ora bambino, che ci si perdevano come dentro un mucchio di matassine di seta. Non era molto alto della persona, ma di membra ben proporzionate e solide, e aveva il viso di suo padre, ma raffinato di forme e nobilitato dalla luce dell’ingegno, e quella medesima aria di bontà,ma ingentilita e mista a una franca espressione d’alterezza virile. Egli risentiva sempre davanti al figliuolo la gioia d’un artista mediocre che ha imbroccato per caso un capolavoro. E godeva a metter giù davanti a lui ogni apparenza d’autorità paterna, e a dimostrargli che sentiva la sua superiorità, per fargli meglio comprendere il proprio affetto e la propria gratitudine.
Sedettero un momento tutti e tre intorno a un tavolino rotondo, di contro la finestra, donde entrava un raggio di sole, che dorava il capo del giovane, e metteva in vista la freschezza bianchissima di sua moglie, e il Bianchini parlò subito degli avvenimenti del 1.º maggio, scherzando, preparato a una scrollata di spalle del figliuolo, che viveva tutto nei suoi studi letterari, incurante d’ogni altra cosa.
— Hai visto — gli disse — hai sentito, ieri sera, quei mascalzoni?...
Il figliuolo rispose con indifferenza. Sì, aveva visto. Era rimasto un’ora sotto i portici della piazza, in fondo, davanti al caffè Rossi. E s’arrestò a quelle parole, come se gli rincrescesse di soggiungere quello che aveva in mente. Ma, domandandogli suo padre che cosa ne pensasse, espresse il pensiero.
— Che cosa vuoi — disse. — Per me.... mi fa pena vedere una società che, quando la gente che la fa vivere domanda un po’ più di benessere e un po’ meno di lavoro, per tutta risposta le mostra le baionette.
Il padre lo guardò con due grandi occhi.
— Capisco — rispose poi — ma lo domandino in un altro modo.
— È un pezzo che lo domandano in un altro modo — osservò il figliuolo sorridendo. — Che cosa hanno ottenuto finora?
Il padre tornò a guardarlo stupito.
— Ma, — disse dopo — bisogna vedere se le loro domande sono ragionevoli. Infine.... la condizione degli operai è migliorata molto, da una volta.
— È un’asserzione discutibile — rispose il giovane. — È migliorata per alcuni, è peggiorata per altri, è diventata più precaria per tutti. Ma, ammesso pure che stessero peggio una volta.... ti parrebbe giusto negare un diritto ad un negro affrancato, per la ragione che suo padre schiavo, non ne aveva nessuno?
Il Bianchini non afferrò l’argomento.
— Sta bene — obbiettò — ma.... lasciamo andare; il migliorare la propria condizione dipende anche in gran parte da loro; se facessero un po’ più d’economia, se non avessero dei vizi, se s’istruissero....
— Ma, caro papà — gli rispose con sorriso amorevole il figliuolo — quando i salari bastano appena alla vita, come vuoi che bastino a far delle economie? I vizi! Dio mio, noi lo sappiamo bene che grandi vizi si possono avere senza danaro. E che tempo è lasciato loro per istruirsi?
— Che tempo è lasciato loro per istruirsi! — ripetè il Bianchini un po’ imbarazzato. — Dunque, tu sei per le otto ore di lavoro?
— Certo.
— E credi che le otterranno?
— No.
— Vedi dunque che lo stato attuale delle cose è inevitabile.
— No, padre mio. Tu vuoi dire che lo stato attuale delle cose era inevitabile che si producesse, come fase d’ogni svolgimento di fatti; e questa è la verità. Ma è un’altra cosa. Come lo stato attuale è derivato da un altro, così un altro col tempo succederà a questo, necessariamente, per forze indipendenti dalla volontà dei privati e dei governi.
Il padre lo guardò un’altra volta con stupore; poi crollò il capo, non persuaso. E domandò recisamente:
— In che maniera?
— Ah! in quanto a questo — rispose il giovane sorridendo.... — io non posso saperlo. Si può prevedere a che arriverà la società: ma non seguire la via o le vie per cui passerà per arrivarvi.
— Vorresti dire una rivoluzione? — domandò il padre fissandolo.
— Può anche darsi. O se non una rivoluzione, una serie di scosse violente, di convulsioni sociali, che a poco a poco muteranno radicalmente lo stato attuale.
— E credi che comincerà presto questa serie di.... rivoluzioni? — domandò il Bianchini col sorriso di chi dubita se il discorso sia serio o faceto.
— Credo che sia già cominciata — rispose il figliuolo.
A queste parole il Bianchini e la signora s’alzarono tutti e due insieme ridendo, come per fargli capire che non dubitavano più d’uno scherzo.
— E da quando in qua hai queste idee? — gli domandò la moglie celiando.
E il padre ripetè la domanda, mettendogli scherzosamente una mano sulla spalla: — Giusto; da quando in qua hai queste idee?
Alberto s’alzò piccato e rispose: — Ho parlato sul serio. Come potete supporre che io scherzi sopra un argomento di questo genere?
Il padre cessò di ridere. — Perchè allora non ci hai mai espresso le tue idee?
— Perchè prevedevo che non ci saremmo intesi. Vedete bene che avevo ragione.
— Ma insomma — disse il Bianchini battendosi sulla fronte le dita riunite della mano destra — dimmi proprio chiaro e preciso quello che pensi.
Il giovane rispose con dolce pacatezza: — Ecco quello che penso. Penso che la parte che è data ai lavoratori nel prodotto generale della ricchezza non è proporzionata alla parte che essi rappresentano nell’opera generale della produzione. Penso che non è giusto che quella parte della società che fa il lavoro più necessario e più faticoso per nutrirla, vestirla e ricoverarla e dare all’altra parte il tempo e i mezzi d’istruirsi, non guadagni abbastanza da nutrirsi, vestirsi e ricoverarsi umanamente, e sia esclusa dalla possibilità di istruirsi. Penso insomma, che il lavoro non raccoglie tutti i benefizi, a cui avrebbe diritto, del progresso della civiltà, perchè questi benefizi gli sono intercettati da un difettoso e ingiusto ordinamento sociale. Ecco il mio pensiero.
La signora, con la voce placida, si intromise nella discussione. — Ma, Alberto, come vuoi che tutti si possan trovare nelle stesse condizioni di fortuna?
Il Bianchini approvò con un cenno del capo.
— Non dico questo — rispose Alberto. — Ma perchè si debbono trovare, regolarmente, nelle condizioni peggiori quelli che faticano di più e che sono più necessari? Perchè ci deve essere tanta gente che lavora troppo e non mangia abbastanza, tanta altra gente che lavorando pochissimo, vive nell’agiatezza, e tant’altra che non lavorando punto, nuota nell’abbondanza?
— Ma perchè il mondo è fatto così, figliuol mio! — esclamò il padre, allargando le braccia, maravigliato dall’ingenuità del figliuolo. — Perchè così è sempre stato e sarà sempre!
— No, papà. Così come ora non è sempre stato. C’erano la schiavitù e il servaggio, e non ci son più; c’era il feudalismo, c’era il dispotismo, e sono scomparsi; c’era l’ineguaglianza civile e politica delle classi, ed è stata, almeno legalmente, soppressa. Vedi che il mondo si è mutato; e se può mutarsi non è ragionevole il dire: — è fatto così — per provare che non c’è rimedio alle sue ingiustizie e ai suoi mali.
Il padre esitò un momento.
— Ma come dovrebbe ancora mutare — domandò poi — se dici tu stesso che abbiamo la libertà e l’eguaglianza, che è quanto dire che tutte le strade sono aperte a tutti per migliorare la propria sorte?
Il figliuolo fece un leggiero atto d’impazienza. Poco tollerante della contraddizione per vivacità di natura, lo impazientiva anche di più la contraddizione di suo padre che pure amava tanto, appunto perchè in tutte le altre questioni egli l’aveva sempre trovato cedevole, persuaso o no, alle sue idee. Gli salì alle guancie un leggiero rossore.
— Ecco l’errore — esclamò. — La libertà e l’eguaglianza furono una conquista di fatto per una parte della società; ma rimasero due parole vuote per l’altra. L’eguaglianza vera non può sussistere fin che l’esistenza del maggior numero dipende dalla volontà o dalla fortuna di pochissimi. La libertà non è che per chi ha mezzi e coltura. Chi non ha nè gli uni nè l’altra è schiavo della miseria, della sua ignoranza e del caso. La via a migliorar la propria sorte non è aperta a tutti, perchè tutti quelli che nascono in condizioni privilegiate di fortuna, si trovano già a mezza strada e l’ingombrano, e non c’è uno su mille degli altri che possa raggiungerli e aprirsi il passo fra loro. Pensaci un poco, papà. È una ingiustizia che rivolta. Se non ce ne accorgiamo è perchè i nostri interessi ci hanno fasciata la coscienza.
Il padre lo guardò un’altra volta, più profondamente stupito di prima. Poi si ribellò, ripetendo una frase udita. — Oh, infine — disse con energia insolita — il mondo è di quelli che se lo presero, che sono stati i più forti.
— Saranno stati i più forti una volta — rispose Alberto. — Ora non sono altro, in massima parte, che i più fortunati e i più furbi. — Ma ammettiamo i più forti. Vuol dire che quando, mettendosi d’accordo, saranno i più forti i lavoratori, avranno ragione di cacciarci il tallone sul collo, come noi facciamo adesso con loro.
Il Bianchini ebbe una scossa.
— Ma, Alberto! — esclamò la moglie scandalizzata, guardandolo in faccia, come se gli vedesse una faccia nuova
— Ma, figliuol mio! — disse il padre con unaccento di severità triste che non aveva mai usato con lui — chi t’ha ispirato queste idee.... così poco degne di te?
Un’ondata di sangue salì al viso di Alberto
— Poco degne di me?... — rispose, frenando la voce. — Ma scusami, a me pare che fossero indegne di me quelle che avevo prima. E non ho detto la metà di quello che penso. Penso che, così com’è ora, la società è tutta ordinata e diretta a benefizio d’una piccola minoranza, la quale sfrutta tutte le forze dei lavoratori sotto la protezione delle leggi, leggi che ha fatto essa sola e per sè sola; che tutto l’edifizio sociale si regge sull’ignoranza e sull’abbrutimento delle moltitudini; che è la sola violenza che lo tiene insieme, e che questo stato di cose ci corrompe tutti, che è come un’infezione nell’atmosfera morale, la causa prima di tutte le più tristi passioni e delle azioni più nefande e della menzogna d’ogni nostra istituzione e d’ogni nostra parola; e che questo stato di cose non può durare e non durerà e che è sacro dovere di tutti il far tutto il possibile perchè non duri, se anche si dovesse sconvolgere il mondo....
La signora, turbata, con un rapido moto della mano gli chiuse le labbra. Il padre lo fissò lungamente con gli occhi spalancati, e poi, prendendogli le due mani e mettendosele sul petto, gli disse a voce bassa, con accento di affetto profondo e di sincero dolore: — Alberto, figlio mio, sei proprio tu che dici queste cose?
— Son io senza dubbio — rispose il giovane con un sorriso contratto, sciogliendo lentamente le mani. — Mi rincresce di spiacerti. Ma con chi dovrei esser sincero, se non con mio padre? Iovedo ora il mondo sotto altro aspetto che per il passato, ed è il suo aspetto vero. Credevo che il mondo fosse la scienza, l’arte, la politica e tutta la gente fortunata che si occupa di queste cose; e non vedevo altro. Ora vedo che il mondo è la moltitudine, quasi relegata fuor del progresso, che alla società dà tutto e non ne riceve presso che nulla, che suda sopra e dentro la terra e si consuma nelle officine e copre delle sue ossa i campi di battaglia senza cavarne altro frutto che di non morir di fame; che dalla miseria è costretta a vendere la carne, l’anima e l’onestà della donna e il sangue dell’infanzia, e per miseria minaccia, ruba, ammazza, si dispera, impazzisce, s’uccide, fa del mondo un inferno....
Il padre fece l’atto d’interromperlo.
— .... Mentre un piccolo numero — continuò il figlio risoluto — raccolto in disparte, canta degli inni alla patria e alla civiltà e trova che è bella la vita. Ora io mi son persuaso che a tutto questo c’è rimedio, come milioni d’uomini lo sperarono per il passato, come altri milioni lo credono al presente con molto più ragione dei primi. Questa persuasione m’è entrata nell’anima come un raggio di sole. Sarà un errore; il rimedio non sarà quello che si crede e si propone, sarà un altro, saranno altri, complessi, lenti, difficili. Non importa. La prima cosa da farsi per guarire un male è quella di riconoscerlo, il primo dovere di chi vuol togliere un’ingiustizia è quello di confessarla e di proclamare il buon diritto di chi la patisce. Io non posso far altro, faccio questo; faccio eco alla voce degli oppressi e dei miserevoli; rifiuto la complicità del mio silenzio all’oppressione, e protesto. Non posso piùaver pace e dignità di coscienza che nell’adempimento di questo dovere. E lo adempirò a qualunque rischio e, a qualunque costo!
Il padre diventò pallido. Egli domandò con voce alterata:
— E tu dirai queste cose a tutti?
— Le dirò, naturalmente.
— E lo scriverai? — domandò il Bianchini abbassando la voce.
— Le scriverò.
— Ma tu non sei in te, Alberto! — esclamò la moglie afferrandogli la mano.
— Scriverai quello che hai detto a me, — riprese il padre con maggior commozione — che tutto è ingiustizia, menzogna e violenza, che bisogna.... equiparar le fortune, che è necessario mutar le cose anche se si debba sconvolgere il mondo?... E pubblicherai queste idee col tuo nome.... a costo di metter la discordia in famiglia, di inimicarti tutti, di rovinar la tua carriera?
— Senza il menomo dubbio, perchè ho detto che lo credo un dovere.
Il padre stette un momento a guardarlo, con un viso che Alberto non gli aveva mai visto. Poi gridò, tremante di collera: — Ebbene, tu sei un altro da quello che credevo. Tu non hai affetto nè per tuo padre, nè per tua moglie, nè per il tuo bambino. Non hai più nè ragione nè cuore. E sei un ingrato. Non ti riconosco più per mio figlio.
E si slanciò nell’altra stanza.
La signora, sconvolta da quelle parole, gli corse dietro, chiamandolo; ma egli chiuse l’uscio con violenza.
— Alberto, — disse allora, severamente a suomarito, stentando a raccoglier la voce — io avevo diritto di conoscere prima d’ogni altro queste tue idee. Perchè non me le hai mai confidate?
Scosso profondamente da quella scena, la più grave, la sola grave che il padre gli avesse mai fatto in vita sua, il giovane si ricompose a fatica, e rispose con voce commossa, ma risoluta: — Perchè m’avresti fatto come papà; hai veduto.
— No — disse la moglie; — avrei cercato di moderarti, di farti riflettere.... T’avrei impedito di dare a tuo padre questo dolore.
— Sì — rispose il giovane, passandosi una mano sulla fronte — ho ecceduto.... Ma egli pure.
— Tu sai che t’adora — disse la signora. — Io son certa che soffre immensamente. — E soggiunse sottovoce: — vagli a chiedere perdono.
Alberto fece uno sforzo sopra di sè, poi rispose risolutamente, ma con rammarico: — Non posso.
La Madre(afflitta). — Intanto tu sei socialista e non credi in Dio (toccando un piccolo crocifisso che tiene appeso al collo) e non hai più fede in questo, che baciavi da bambino.
Il Figliuolo. — Quando mai l’ho detto? No, cara mamma. Io non affermo; ma non nego. Io spero. Ecco il mio stato di coscienza, che è anche lo stato vero, credilo, della maggior parte di quelli che si dicono credenti. Se non ho la fede ferma non è già perchè io sia socialista, ma perchè sono un uomo del tempo mio. Il dubbio mi è venuto da un’educazione intellettualeche non mi fu data dai socialisti. Guardati intorno; vedi fra i nostri amici e conoscenti quante persone d’ogni età, rispettate anche da te, avversissime al socialismo le quali non hanno fede e lo dicono, o dicono di averla e vivono come se non l’avessero. Il socialismo non comanda punto di non credere: dice: — La coscienza è libera. — E non ti pare abbia ragione? Non è forse vero che soltanto in una coscienza libera può nascere la fede vera?
M. — Ebbene.... se in qualche momento tu credi in Dio, come mai non pensi, povero figliuolo, tu che vuoi mutare il mondo, che se la società è fatta come è, è perchè Dio lo consente?
F. — No, cara mamma, non lo posso pensare. Il mondo di ora è tutt’altro da quello che era secoli fa. Questo lo ammetti? Ebbene, se si è mutato è perchè Dio lo ha consentito. Se ha consentito che si mutasse per il passato, perchè non dovrebbe consentire che si muti nell’avvenire? Quale credente oserebbe di affermare che la forma attuale della società sia l’ultima ch’egli consente, quella che egli ha designato a non più mutare? Che tutti i disordini e i mali che le sono inerenti egli li voglia mantenuti per sempre? Se c’è una cosa manifesta, è che Dio cilascia fare, perchè se ciò non fosse non avremmo la libertà; senza la quale non ci sarebbero nè meriti nè colpe. Siamo dunque liberi di fare tutto quello che ci par bene, di distruggere tutto quello che ci par male, di mutare la società nel modo che ci par meglio per essa, e potendolo fare, abbiamo, davanti a Dio, il dovere di farlo.
M. — Sarà così.... non lo nego.... Ma il vostroerrore è questo, che la vostra idea, come dicon tutti, è un’utopia, fondata sopra una idea falsa della natura degli uomini....
F. — Ma allora, cara mamma, e l’idea di Cristo, che tutti gli uomini si amino come fratelli, che i ricchi diano tutto ai poveri riducendosi poveri anch’essi, che si perdonino tutte le offese, che non si curi alcun interesse della terra, non ti pare forse un’utopia, fondata sopra un concetto falso della natura degli uomini? Vedi che in mille e novecento anni non è diventata realtà; credi che lo sarà mai?
M. — Oh, la cosa è ben diversa! Tutto quello che prescrive il Vangelo, ognuno che lo voglia, lo può fare; supponi che tutti lo facciano, e il mondo sarà mutato in meglio, e sarà trasformata la società, come tu desideri. Vedi che basta la religione a far questo.
F. — No, cara mamma. Se bastasse la religione a mantenere e a mandare innanzi gli uomini sulla buona via, perchè sarebbero necessarie, anche tra i popoli più religiosi, tante leggi e tanta forza per proteggere vita e proprietà, per frenare e punire, per conservar l’ordine e la pace? Vuol dire che la religione non basta. Se non basta a mantenere quel po’ di bene che esiste, non basta a conseguire il meglio a cui aspiriamo.
M. — Io non so.... Ma tutti lo dicono; voi volete un cambiamento impossibile, una società che avete immaginata voi, che non è mai stata e non sarà mai.
F. — Ma neanche la società quale è ora non è mai stata. È quella che ora non sta, ma cammina. Vedi un po’ intorno a noi, cara mamma, quante istituzioni, leggi, idee, costumi, tendenze,di cui, quando eri giovine, non c’era indizio, o se ne parlava, se te ne ricordi, come di idee stravaganti di pochi, che non si sarebbero attuate mai. Considera un po’ tutte queste cose: organizzazioni operaie, società cooperative, leghe di resistenza, leggi protettrici del lavoro, giurì popolari, idee di solidarietà e d’eguaglianza, rivendicazioni di diritti e di riforme, lotte formidabili fra lavoratori e padroni; precorri col pensiero lo svolgimento di tutte queste cose nuove nell’avvenire, come faresti con l’occhio di tante linee convergenti, poichè tutte quelle forze tendono a un fine solo, che è uno stato migliore delle moltitudini, e interroga la tua ragione, e vedi se non ti dice che nel punto in cui s’incontreranno ci sarà il socialismo, o qualche cosa di molto simile, donde si verrà a quello naturalmente. Tu vedi che il mondo muta. Tu sei certa che fra cento anni sarà molto diverso da quello che è adesso. Ebbene, credi tu che allora sarà molto più vicino, o molto più lontano che adesso, dall’ordinamento sociale che noi invochiamo?
M. (turbata). — Di queste cose io non sono in grado di discutere, caro figliuolo.... Ma per quanto tu dica, io sento per le vostre idee una ripugnanza.... un terrore, che vuol dir qualche cosa.
F. — Ma codesta ripugnanza, codesto terrore, pensaci bene, non sono proprio le nostre idee che lo destano: te l’hanno destato le persone che le travisano e ci calunniano. Pensa che milioni di uomini, per lunghissimo tempo, hanno creduto in buona fede che i primi cristiani, che pure vivevano in mezzo a loro, fossero gente malvagia e corrotta, capace di ogni sozzura e di ogni delitto....
M. — Ah! non far di questi confronti, figliuol mio! Può darsi che il mondo s’abbia a mutare, come tu dici; ma non muterà in meglio se non sarà con Dio. Da lui solo vengono i buoni sentimenti e le buone idee. E il cuore mi dice, che voi non siete con lui. Che cosa sarà mai il progresso, la civiltà, tutto quello che tu vuoi, senza la religione?
F. — E che cos’è mai la religione senza le opere, cara mamma? Esamina un poco, uno per uno, i nostri propositi. Il socialismo vuole una società in cui non si possa arricchire sul lavoro altrui nè vivere senza lavorare, in cui chi lavora abbia diritto a vivere, in cui, lavorando tutti, il lavoro non sia per alcuno eccessivo, e quindi non abbrutisca e non torturi alcuno, e dia al lavoratore il tempo e il modo di ristorar le forze, di curar la famiglia e di coltivar lo spirito; vuole che cessi questa necessità fatale che, per alimentare la officina, strappa le madri ai figliuoli o i figliuoli alla casa e alla scuola, estenuando e corrompendo donne e fanciulli, perpetuando l’ignoranza nella moltitudine e seminando la morte fra i deboli: vuole che cessi questa concorrenza sfrenata che è causa di tante basse passioni, angoscie e rovine, questa furia d’acquistare, questo terrore di perdere, questa mischia feroce degli uomini che si disputano a morsi il palmo di terra e il boccoli di pane; vuole che cessi tutto questo per dar luogo ad una società non più divisa da orgogli e da odii di classe, non più irritata da uno spettacolo d’ineguaglianze, d’ingiustizie e di miserie immeritate, che contrista e scoraggia ogni coscienza onesta; vuole, insomma, che gli uomini si accordino e si compongano,per quanto è possibile, in una grande famiglia operosa, in cui, se non sono soppressi l’egoismo, i dolori, le ineguaglianze della natura, l’egoismo è contenuto, i dolori sono consolati, le ineguaglianze sono attenuate dall’affetto reciproco e dal sentimento dell’interesse comune e non sieno possibili la fame e la disperazione accanto all’abbondanza e alla festa. Ebbene, di tutti questi desideri e propositi, cara mamma, c’è uno solo che contrasti la religione? Uno solo che il tuo cuor buono e generoso possa rifiutare? E dimmi ancora: si può credere in Dio buono e giusto, senza credere ch’egli desideri che quell’ideale s’avveri? E si può creder questo e non sentire il dovere imperioso di lavorare con tutte le forze al conseguimento di quell’ideale? Tu dici che i buoni sentimenti vengon da Dio. E allora, madre mia, donde mi vien mai questo sentimento che provo per la moltitudine che fatica e che soffre, questa pietà che mi fa pianger l’anima, questo desiderio del bene, quest’odio del male e dell’ingiustizia che ha distrutto la pace della mia vita e che pure mi dà le più nobili gioie che si godano sulla terra?
M. (commossa). — Certo.... se ti sento parlare.... Ebbene, se sei sincero (con risoluzione improvvisa, prendendo il piccolo crocifisso che tiene al collo e sporgendolo, con un dolce sorriso verso il figliuolo) bacia un po’ questo....
F. (semplicemente). — Ha amato i poveri, ha consolato gl’infelici, ha predicata la giustizia, è morto per i suoi fratelli. Con tutta l’anima mia. (Bacia il crocifisso tre volte).
M. (con vivo slancio di commozione). — Figliuolomio! (ma si rattiene subito, ripresa da un turbamento, e passandosi una mano sulla fronte, dice con accento di tristezza): Eppure.... non so.... non capisco....
F. (tra sè, con un sospiro). — Ecco la gran disgrazia.... Non capisco. (Poi con profonda tenerezza e con vigore): O madre mia, io non posso amarti di più; ma se invece di dubitare, di farmi dei rimproveri e di frenarmi, tu mi dicessi un giorno: — Ebbene, figliuolo, sì hai ragione, sono con te, va, combatti per il tuo santo ideale, la benedizione di tua madre ti segue.... — io cadrei in ginocchio davanti a te e alla tua croce, e sarei buono come un angelo e forte come un eroe!
M. (mettendosi il fazzoletto agli occhi). — Non dir più altro, figliuolo.... va.... lasciami pensare.
Si fidanzarono. E tutto andò bene fra i due cugini, stretti dal nuovo vincolo, fin che egli non le palesò la sua nuova fede. Ma dopo che le ebbe fatta una aperta confessione, accolta da lei, per dire il vero, senza meraviglia e senza rammarico, cominciò tra il giovane e la sua nuova fidanzata una lotta tranquilla, ma continua; una di quelle infinite piccole lotte famigliari di cui si compone la grande guerra delle idee fra un’età che muore e un’età che sorge; guerra nella quale il cozzo meno visibile, ma più forte e più doloroso, è quello dell’uomo audace, che corre all’avvenire, con la donna misoneica che s’avvinghia al passato. Egli avrebbe dovuto scansare quei discorsi; ma legandosi la grande questione quasi a ogni idea e a ogni fatto della vita d’ogni giorno, non gli sarebbe riuscito di scansarla se non rinunziando affatto a parlare. D’altra parte, egli sperava di conquistar l’animo di lei lentamente, senza mostrare di volerlo, insinuandole un’idea dopo l’altra, e ciascuna idea a poco a poco, per via della ragione e dell’affetto ad un tempo, e quasi rifacendo la sua educazione intellettuale e morale, come avrebbe fatto con un ragazzo.
Ma riconobbe subito una grande difficoltà: essa non ragionava. Tutte le nuove idee ch’egliesprimeva andavano a urtare contro cinque o sei idee confitte e immobili nell’animo di lei, che opponevano alle sue la resistenza molle, ma tenace, d’un’imbottitura in cui nessun argomento penetrava. Egli comprese per la prima volta che per accogliere certi sentimenti generosi non basta esser buoni e delicati d’animo, come gli pareva la sua fidanzata; ma si richiede una sensività particolare che vien soltanto da un certo ordine di cognizioni e di riflessioni, a cui raramente la donna si eleva. Non gli era possibile di farle deviare la visuale ordinaria del pensiero quanto e come occorreva perchè ella vedesse quelle anomalie sociali che a lui parevano mostruose. Anzi, quanto più queste erano grandi tanto meno essa le vedeva, e tanto più si meravigliava ch’ei le vedesse, e faceva il viso di una persona ragionevole a cui un allucinato indicasse con la voce e col gesto uno spettro.
Quando, cadendo il discorso sulle condizioni della donna, egli diceva che è ingiusto che le sian chiuse tante vie di guadagnarsi il pane, poichè milioni di donne non trovan marito e rimangono senza mezzi di sussistenza; che è immorale che esse sian poste nella necessità di dar una caccia sfrontata al marito come l’uomo dà una caccia impudente alla dote; che è iniquo che, a lavoro eguale, esse siano meno ricompensate degli uomini, perchè, se han meno bisogni, ci rimetton più di forza e di salute; che è illogico che non possan votar le leggi, di cui come figliuole, come madri, come contribuenti lavoratrici subiscon gli effetti; che non è ragionevole che sian private dei diritti civili e politici, come gli interdetti per imbecillità o perdelinquenza, mentre incorrono nelle stesse pene che l’altro sesso quando falliscono, e sono sottoposte alle stesse prove intellettuali per essere ammesse agli stessi uffici: che è assurdo il parlar d’uguaglianza fra gli uomini se è esclusa da questa una metà del genere umano; a tutte queste ragioni essa ne opponeva una sola. — Ma, caro Enrico — rispondeva placidamente — la missione della donna è la famiglia!
Quando, discorrendo della educazione pubblica dei fanciulli, su cui pure non aveva ancora un’idea ferma, egli opponeva alle sue esclamazioni d’orrore che l’errore di lei e degli altri era di posare il quesito sopra la supposizione d’una famiglia ideale, e le domandava quante famiglie rimanessero, a suo giudizio, capaci di educare, se si toglievano quelle in cui i coniugi si odiano, leticano e si tradiscono a vicenda, quelle a cui il padre è tutto il giorno al lavoro, la madre in visita o in chiesa e la prole in balìa dei servitori, e quell’altre in cui i figliuoli hanno l’esempio continuo della vanità, della dissipazione e dell’ipocrisia, e le altre moltissime in cui i genitori tristi o leggieri lascian crescere i figli senza alcun freno, o li intristiscono con una durezza tirannica, o li corrompono con scandali manifesti, o li inimican fra loro con preferenze inique, o istillano in essi i propri odi, il proprio scetticismo, i propri vizi, e tutte le false idee che hanno ereditate essi stessi; a tutte queste domande essa rispondeva invariabilmente: — Ma, Enrico! Strappare i fanciulli al santuario della famiglia! Ma come lo puoi dire seriamente?
Quando, cadendo sul tappeto la questione del lusso, egli diceva che il lusso è pernicioso allasocietà e agli individui, perchè divora i capitali che, accumulati, produrrebbero un rialzo dei salari, perchè storna dalle industrie veramente utili un gran numero di lavoratori, perchè assoggetta il lavoro alla mutabilità continua dei suoi capricci, perchè provoca ambizioni e gare rovinose, eccita la sensualità, corrompe i gusti e le tendenze di tutti a danno della intellettualità e della cultura e trascina alla colpa chi ha mezzi modesti e irrita il sentimento della miseria in chi manca del necessario, a queste osservazioni essa mostrava grande meraviglia, e rispondeva sorridendo: — Ma, Enrico, se non ci fosse il lusso, come vivrebbe tutta la povera gente che il lusso fa lavorare? — E non lo diceva, ma lasciava capir chiaramente che, a suo giudizio, se si fossero soppressi i ricchi, il popolo sarebbe morto di fame.
Se, venendo a parlare della giustizia, egli le diceva che, nella società presente, il principio che «la legge è uguale per tutti» è un’aperta menzogna, perchè il povero non può litigare col ricco, perchè le pene pecuniarie, che schiacciano l’uno, sono derisorie per l’altro, perchè, irresistibilmente, quanti esercitano la giustizia la violentano a difesa degli interessi della propria classe o cedono al potere da cui dipendono, o alle simpatie e agli influssi del ceto sociale in cui son nati e in cui vivono; e le adduceva in prova l’abbominevole sproporzione delle pene fra il grande latrocinio finanziario e il piccolo furto volgare, le scandalose assoluzioni dei ladri e delle ladre in guanti gialli, i processi impediti, le fughe protette, le prigioni addolcite, le mille complicità e indulgenze infami con cui la classe dominantenasconde od attenua i delitti che si commettono nel suo seno, mentre è punito senza pietà persino il grido solitario ed il canto che s’innalza contro i suoi privilegi: a tutto questo rispondeva ingenuamente: — Ma, Enrico, a me par naturale che la giustizia sia più severa con la classe che commette più reati e che, essendo la più pericolosa, ha bisogno di maggior freno, per la sicurezza di tutti! È una necessità, caro Enrico!
Quando infine, negando che il socialismo voglia sradicare dal cuore dell’uomo l’amor di patria, egli le diceva che questa parola si fraintende e si abusa ipocritamente, perchè essa non ha senso alcuno se non significa amore delle creature umane, e questo amore non sente, e quindi non ama la patria, chi non soffre e non s’indigna di vederla formata da due popoli e quasi da due razze diverse, di cui l’una che lavora per essa, vive nella povertà e nell’ignoranza, amareggiata dallo spettacolo della ricchezza e dell’ingiustizia e offesa nell’animo dal disprezzo che si sente pesare sul capo; quando egli le diceva questo, e soggiungeva che come la patria stava al di sopra della famiglia, la umanità sta al di sopra della patria, e che il patriottismo chiuso e orgoglioso non è che l’egoismo larvato d’una classe, essa rispondeva, quasi scandalizzata: — Ma, Enrico! Anche la patria! Ma non è il più sacro dei nostri affetti, dopo Dio?
E se, accalorandosi un poco, egli insisteva, essa metteva fuori quel benedetto: — Non t’alterare! — che gli urtava i nervi: o faceva di peggio: gli dava, tutt’a un tratto ragione, accarezzandolo affettuosamente e sorridendo, come si faper rabbonire un fanciullo caparbio. Ma quello che più lo feriva, quando egli esprimeva le sue idee intorno alla donna, alla famiglia o alla patria, era il sentirsi dire a bassa voce: — Bada che ci ascoltano! — come s’ei tenesse dei discorsi immorali, e il veder gli atti premurosi e i pretesti con cui essa cercava di allontanare i suoi parenti, perchè non sentissero.
Un giorno, finalmente, essa fece un’uscita che decise del loro destino. — Ma già — gli disse con un sorriso — è impossibile che tu rimanga un pezzo in queste idee.... Cambierai, ne son certa. — E se non cambiassi? — domandò il giovane mutandosi in viso. — Se non cambiassi — rispose essa con vivacità insolita — io ne sarei infelice per tutta la vita.
Egli la guardò lungamente, pensieroso, senza dir parola, e poi si asciugò con la mano una lagrima che essa non vide.
················
Tre mesi dopo, nello stesso giorno in cui Enrico, con la ferita ancora aperta nel cuore, parlava per la prima volta in un Comizio socialista, la bella cugina sposava placidamente un banchiere.
Dopo quella sera che sua sorella gli s’era buttata al collo, durante la sua disputa col suocero, Alberto aveva notato in lei uno stato d’animo insolito, il quale ad ogni nuova discussione, cui ella fosse presente, intorno a questo argomento, si tradiva in lampi degli occhi, in rossori improvvisi, in movimenti nervosi della persona, che pareva ella si sforzasse di reprimere, quasi con un senso di vergogna; ma non ci aveva badato gran fatto, credendo quello effetto di una sensitività malata di ragazza romantica, tocca dai suoi discorsi più nella fantasia che nel cuore. S’era invece operato in lei un mutamento profondo, che non conoscendola intimamente, egli non poteva aspettare. Perchè non era e non pareva bella, essa non era mai stata amata da sua madre la quale disperava che potesse fare un bel matrimonio degno della casa, e si vergognava un poco di lei, come un artista d’un’opera d’arte mal riuscita.
Sin da bambina ella si era accorta di questa malevolenza della madre dagli sguardi scontenti, e qualche volta astiosi, con cui si vedeva spesso osservata da lei, da capo ai piedi, come una persona sconosciuta e importuna. La signora Bianchini l’aveva sempre fatta sgobbare ai lavori di casa per risparmiar fatica alle cameriere, le aveva sempre dato sulla voce in conversazione, come se non dicesse che sciocchezze o fanciullaggini,l’aveva sempre tenuta nell’ombra, quando poteva, come se, mostrandosi o parlando, avesse fatto sfigurare la famiglia. E sotto questa oppressione, ella era venuta su penosamente, diffidente e quasi vergognosa di sè, con un sentimento esagerato della sua imperfezione fisica, che la rendeva timida e impacciata, e le toglieva quasi ogni grazia. E menava una vita triste, poichè anche la consolazione di essere amata dal padre le era diminuita dai continui contrasti che, per cagion sua, nascevano tra sua madre e quel buon uomo; il quale non poteva tollerare ch’ella fosse aspreggiata ed umiliata.
Anche suo padre, d’altra parte, si mostrava più affettuoso col figliuolo e quest’aperta parzialità dei suoi parenti era stata cagione ch’ella non avesse mai amato il fratello, che assorto nei suoi studi prima, e poi felice dei suoi trionfi, gli era parso sempre un poco egoista e troppo ambizioso. Alberto, dal canto suo, invanito alquanto fin dall’infanzia, e soddisfatto dei privilegi di cui godeva nella famiglia, non solo non s’era mai curato gran fatto della sorella; ma vedendola triste e fredda con lui, e credendola per questo invidiosa, s’era fatto un falso concetto di lei, come d’un animo gretto e acrimonioso, col quale, anche negli anni della sua più affettuosa espansione non aveva mai potuto entrare in dimestichezza fraterna. Per qualche tempo, dopo terminate le scuole, essa aveva preso passione per le letture letterarie, e in ispecie per la poesia; ma non potendone ragionar mai, nè con suo fratello che le metteva soggezione, nè con suo padre che non ci aveva il capo, nè con sua madre che le tagliava in bocca quei discorsi,come un’ostentazione ambiziosa disdicevole alla sua persona, aveva rinunziato anche a questo conforto. In seguito, s’era messa in capo di studiare da maestra; ma sua madre vi s’era opposta a spada tratta, come a un proposito che offendesse il decoro del casato. Da ultimo, aveva posto affetto alla cognata e al nipote; ma non potendo star con loro che raramente, e di scappata, per il molto lavoro che le era imposto in casa da sua madre, nemmeno da quell’affetto poteva trar la consolazione che le abbisognava. E s’era tornata a chiudere nella sua malinconia solitaria, qualche volta piangente, spasso inasprita, il più del tempo rassegnata, ma con un gran vuoto nell’anima, e come oppressa dalla sua vita arida e senza scopo. Eppure v’era in lei una intelligenza aperta e viva, un cuor gentile e forte, qualche cosa di dolce e di profondo, che non si manifestava, in parte, nemmeno a lei stessa, per mancanza d’un oggetto su cui si potesse espandere. Ora, tutto questo si scosse e si rischiarò nell’anima sua al primo raggio della nuova Idea che udì annunziare dal suo fratello. V’era dunque fuori della religione e della famiglia, fuori dell’amore dell’arte, un mondo a lei sconosciuto, un grande ordine di sentimenti e di idee, al quale anch’essa poteva sollevare il suo spirito, e in cui, fra tanti altri propositi vasti e generosi, primeggiava il concetto di dare alla donna la libertà, la dignità, l’indipendenza della vita, di far sì che il suo avvenire non dipendesse più soltanto dal suo viso e dalla sua borsa! Ella che era un’oppressa della sua classe, che era umiliata e infelice, s’afferrò subito a quest’idea, sentì prontamente una simpatia profonda per lamoltitudine sconosciuta degli oppressi e degli infelici, su cui non aveva mai fissato il pensiero. Prestò attenzione a ogni parola di suo fratello, entrò a poco a poco nell’animo suo, riconobbe di averlo mal giudicato: nei suoi lunghi silenzi di ragazza trascurata, prese a volgere e a rivolgere nel suo cervello tenace di piemontese le nuove idee; salì più sovente da sua cognata, per sfogliare furtivamente i nuovi libri di Alberto; se ne portò in casa parecchi, l’un dopo l’altro, e li lesse avidamente la notte. Uno di questi, un discorso appassionato e bello d’una signora socialista, diretto alle fanciulle borghesi, che dimostrava loro il bene immenso che potevan fare dedicandosi alla grande causa, e finiva con le parole: — Vieni dunque, o desiderata, nelle nostre file!... — la commosse fino al pianto. Un ribollimento nuovo di immagini, di affetti, di speranze le prese il cuore e la mente, e divenne più violento per lo sforzo ch’ella faceva di comprimerlo, per non provocare lo sdegno o il disprezzo di sua madre. Ma sentiva che a tutti avrebbe potuto celarlo fuorchè a suo fratello, che già la guardava con occhio scrutatore, in cui ella vedeva un principio di simpatia, che le faceva battere il cuore. Sennonchè in lei la timidezza antica, in lui il sospetto di ingannarsi e la dissuetudine d’ogni famigliarità cordiale con essa, li rimovevano entrambi da un’aperta spiegazione. Finalmente, questa avvenne. Salita un giorno in casa di lui, per non lasciar solo il ragazzo con le donne di servizio, essa entrò nello studio e si mise a leggere delle pagine sparse del libro del «Lavoro dei fanciulli», che trovò sul tavolino.
Mentre essa, leggeva, Alberto, di ritorno dalla scuola, entrato un momento da sua madre, era attirato da lei nella quistione solita con un’asprezza e un’imperiosità di linguaggio, che per poco non gli facevan perder la testa. Per non trascendere, la lasciò bruscamente, e salito in casa con un nodo alla gola, stanco alla fine, e sconsolato della dura guerra che sosteneva solo da vari giorni, entra a rapidi passi nello studio, dove sorprese sua sorella. Questa, che stava leggendo del martirio dei ragazzi nelle zolfatare in Sicilia, una di quelle pagine potenti che escon dall’anima e vanno all’anima con un grido d’angoscia, balzò in piedi con un tremito e, voltandosi, presentò al fratello il viso pieno di lacrime, in cui splendeva la santa commozione della pietà, e a cui si aggiunse in quel punto un raggio d’ammirazione e d’amore per chi l’aveva commossa. Alberto la guardò un momento stupito, si chinò a guardare i fogli, capì, — e aperse le braccia, ed essa vi si gettò con un grido: — O fratello mio! — O mia Ernesta! — gli rispose Alberto, e con un ardore che chiedeva perdono d’averla per venti anni disconosciuta, le coperse il capo di carezze e di baci. Nel santo amore dell’umanità si sentirono fratelli per la prima volta.