PARTE SECONDA.PER IL SOCIALISMO.
Primo maggio 1904.
Oggi tace ogni dissenso e ogni rancore: è giorno di festa e di pace. Oggi noi storniamo il pensiero dal presente e cerchiamo conforto nel passato: passato recentissimo, ma che par già molto lontano, come pare ogni ricordo dell’età più bella anche a chi non n’è uscito che da pochi anni.
Il partito socialista, fra di noi, era nel bel periodo dell’adolescenza; nel quale, ad ogni manifestazione pubblica in cui misurasse le proprie forze, appariva cresciuto oltre ogni speranza dei più impazienti. Non c’erano ancora scissure nella sua compagine, nè disordine nelle sue file, nè incertezze nel suo cammino. Non si designavano ancora con un aggiunto ironicamente onorevole quelli che portavano all’opera sua il concorso della cultura intellettuale, per distinguerli, e quasi per separarli da quelli che vi portavano soltanto la forza del numero e della fede: la loro voce era ascoltata da tutti; ma il loro capo non s’alzava al di sopra della moltitudine, e non c’era fronte che ne fosse adombrata. La concordia, la disciplina, l’ardore che spiegava il socialismo nelle lotte elettorali destavano l’ammirazione anche di chi ne temeva gli effetti come una sventura della patria. Molti, anche fra i suoi più fieri avversari, eran vinti da un sentimento di simpatia per quel partito appena sorto, che col suo poderoso giovanile soffio scoteva la sonnolenzadella vita pubblica e costringeva ogni altro partito a stringere le file e a difendersi; molti che l’avrebbero voluto disperdere con la violenza, non potevano dissimulare un senso di rispetto per quella «grande illusione» che suscitava tanti entusiasmi in un tempo, in cui ogni altro entusiasmo era morto o moriva, che con vincoli così intimi e saldi legava fra di loro cittadini di classi diverse, divisi fino allora da passioni, interessi, pregiudizi, costumi; e mentre sorridevano palesemente di quei nuovi «compagni» affratellati nel culto dell’utopia, riconoscevano con rammarico, nel segreto dell’animo, che mancava ad ogni altro partito il sentimento e il legame che quella parola esprimeva, sentivano che era espressa in quella parola una idea grande e bella, benchè destinata a rimanere per sempre un’idea; della quale penetrava un vago riflesso anche nella loro coscienza. E il partito dell’illusione cresceva, come un torrente, senza disperdersi, coprendo col suo scroscio sonoro le mille voci paurose e nemiche che s’alzavano lungo il suo corso.
E ricordiamo i grandi comizi di quel tempo, dove, più che a discutere e a conciliare opinioni discordi, s’andava a ritemprare nel consenso universale la propria fede. Dopo il periodo dei fervori patriottici non s’erano più veduti esempi d’una così ardente e solenne comunione di pensiero e d’affetto fra cittadini di tutti i ceti. Che importava la valentìa degli oratori? Al deputato succedeva l’operaio, allo scrittore il commesso, al vecchio il giovinetto, al discorso italiano il ragionamento in vernacolo; erano stranamente diverse le forme del linguaggio;ma la voce di ciascuno pareva l’eco della voce di tutti; ad ogni più informe e ingenua manifestazione del pensiero e del sentimento collettivo applaudivano insieme, con lo stesso calore, i colti e gl’incolti; pareva alle volte che le migliaia d’ascoltatori avessero un solo respiro; la moltitudine dava l’immagine d’una società nuova, in cui l’antica divisione delle classi non fosse più che un’apparenza, ultimo resto del passato, sotto la quale già palpitasse la santa fraternità dell’avvenire sognato. E da quelle assemblee uscivano i nuovi convertiti della borghesia, sciolti anche dagli ultimi dubbi, in uno stato di coscienza nuovo, di una serenità sconosciuta prima d’allora; i giovani, occupati da pensieri insoliti alla loro età spensierata; i maturi, ringiovaniti nel cuore e nello spirito; tutti compresi d’un senso di compiacenza profonda, come se nell’adunanza donde uscivano non si fosse soltanto parlato, ma fatto del bene, lavorato a benefizio del mondo, gettato all’avvenire una semenza benedetta di verità, di benevolenza e di giustizia.
Poi venne la bufera della persecuzione; ma non fece vacillare, nè divise gli animi: li rafforzò, li strinse, li rinfiammò d’uno zelo più operoso e d’un amor fraterno più intrepido. Tutto l’ardore, che era prima spiegato nella propaganda della fede, si voltò in soccorso e conforto delle sue vittime. Si videro fra queste, e fra le più ingiustamente colpite, esempi di coraggio e di fermezza non meno ammirabili di quelli che la storia del risorgimento nazionale ha tramandati all’ammirazione dei posteri; si videro fra i benefattori più poveri dei compagni prigionieri oesuli, e delle loro famiglie derelitte, esempi di generosità e di sacrificio da ridestare anche negli animi più scettici la stima della natura umana. I perseguitati uscirono dalle prove rinvigoriti di fibra, più ardentemente devoti all’idea per la quale avevano sofferto, più affettuosamente legati ai compagni che anche di lontano eran rimasti congiunti a loro col pensiero e con l’opera. L’aver sofferto per la causa comune era nel concetto di tutti un onore che metteva a paro i più umili coi più alti, e la comunanza dei patimenti risuggellava fra gli uni e gli altri il patto solidale col suggello di un’amicizia fraterna. Era in tutti come un secondo soffio di gioventù, un rinnovellamento della prima fede, purificata. Il partito, piegato per poco da una dittatura brutale, le scattava sotto come una molla potente, lacerando la mano che l’aveva compresso. L’esercito rifatto, ingrossato, fortificato dall’esperienza dell’avversità e del dolore, riforbiva le armi, rialzava la bandiera e riprendeva il cammino.
Giorni venturosi, ricordati con rimpianto non da noi solamente; ma anche da molti di coloro che, pur professando altra fede, riconoscono nel movimento socialista una grande virtù vivificatrice del mondo; scaduta la quale, rialzerebbe la fronte il passato.
Ma quei giorni ritorneranno.
È nella ragion delle cose che quando un partito esce dal campo della semplice propaganda e dell’azione necessaria a costituirsi, a rassodarsi e a difendersi, ed entra in quello più vasto e difficile dell’esercizio politico delle sue forze per conseguir riforme determinate e immediate, nascanonel suo seno dissensi d’opinioni e contrasti di tendenze, che ne sconcertano l’organismo. Nascono i dissensi in quelli che lo ispirano e lo guidano da differenze d’indole, che prima non apparivano, nè potevano apparire nell’azione comune diretta ad un fine unico, a cui non si poteva giungere che per una sola via; derivano i contrasti da diversità di facoltà morali e intellettuali, per cui ciascuno dà la preferenza a quelle forme d’azione, nelle quali ha coscienza di operare con maggior vantaggio altrui ed onore proprio; provengono dal diverso grado d’esperienza politica, onde sono diversamente misurate la grandezza degli ostacoli e la potenza delle forze occorrenti a superarli; e nascon pure da passioni individuali, che, quando svigorisce la passione comune onde erano prima travolte, prendon più forza; perchè non c’è grande causa che affranchi i suoi propugnatori da ogni miseria della natura umana. Ma gli stessi dissensi, e ben più gravi, gli stessi contrasti, assai più violenti, si produssero fra grandi partiti e grandi uomini nell’opera dell’unificazione nazionale, e parvero più volte ai contemporanei indizi d’imminente rovina; e pare oggi a noi, giudici lontani e spassionati dei fatti, che dall’una e dall’altra parte si giovasse egualmente, in opposti modi, alla causa di tutti. E così parrà ai futuri, qual’è in realtà, la crisi presente del partito socialista: elaborazione feconda di idee; lotta di forze intellettuali e morali in cui gl’ingegni e i caratteri si scoprono e si provano; non infermità senile, ma febbre di giovinezza; preparazione, non decadenza. Le divisioni momentanee non rallentano che in apparenza il cammino dell’idea;gli uni vanno per una via, gli altri divergono; ma tutti procedono. Noi abbiamo ferma fede che al sorgere d’un pericolo comune non rimarrebbe in campo che una bandiera, quella intorno a cui si raccolsero le prime schiere; che se anche l’unità si scindesse profondamente per ora, si ricomporrebbe più salda dopo un primo rovescio cagionato dalla scissura. Sono ugualmente legge della vita d’un grande partito, sorto da una idea che non può morire, la tendenza a dividersi e la necessità di ramificarsi. Così un grande fiume, nel suo lungo corso, qualche volta si biforca, e s’allontanano l’un dall’altro i due rami, che lunghe isole boscose separano; ma si ricongiungono più oltre le acque per andar confuse in una corrente all’oceano.
Ma perchè ciò avvenga è necessario che nella lotta entrino tutti senza diffidenze e senza mal animo; che ciascuno soffochi nel suo cuore ogni germe di odio, come un principio di tradimento; che nelle controversie non sia mai disconosciuta ad alcuno la libertà della coscienza e la onestà dell’intento; che alla mente di tutti siano presenti sempre l’immagine cara della concordia antica e lo spettro minaccioso del nemico comune, e sopra ogni cosa questo pensiero terribile: che dal perpetuarsi della discordia sarebbe miseramente disperso il frutto d’un lavoro enorme e d’infiniti dolori, e scoraggiato l’animo e contristato il cuore a una moltitudine immensa, che aspetta e che spera. Fermiamo tutti questo proposito in questo giorno di tregua e di festa; sia il 1.º Maggio anche quest’anno la festa della fraternità e della speranza; suoni sulle labbra e nel cuore di tutti con la cordialità antica, siricambi fra tutti, con la voce e col pensiero, da vicino e da lontano, fra conoscenti e fra sconosciuti, a traverso ogni distanza, con l’affetto dei giorni migliori, la parola a cui diede il socialismo un significato nuovo, che rimarrà nella storia e nel cuore delle generazioni: — Compagno! — Compagno, discuteremo domani; oggi è il 1.º Maggio; oggi ci rallegriamo insieme contemplando l’orizzonte sereno del passato, e quello luminoso dell’avvenire; oggi abbiamo una sola idea e un’anima sola.
Un saluto a voi in questo giorno di festa e di speranza, a cui voi non pensate ancora.
Non mai così pietosamente come in questo giorno il nostro pensiero vi cerca e vi abbraccia trascorrendo per tutti i paesi «civili» dove la cupidità e la fame concordi curvano la fanciullezza a una fatica che le contrista l’anima e le divora le forze.
Dentro a un’atmosfera tetra, velata dal fumo delle officine, dai nuvoli di zolfo, dalla polvere di carbone, dai vapori delle risaie, passa la processione infinita di piccoli lavoratori, da quelli sepolti nelle miniere del settentrione, che si trascinano nudi e carponi nel fango e nelle tenebre, col sacco attaccato al collo, fino a quelli che sudano nelle cave della Sicilia dai ventri enfiati e dalle ossa scontorte, nutriti d’un pane orribile, intinto nell’olio nauseabondo delle loro lampade; passa l’esercito miserando dei fanciullioppressi, con le faccie smunte ed esangui, con le mani e coi piedi piagati, gli uni cadenti dal sonno, gli altri piangenti in silenzio; file di ragazzi avvizziti ed anemici, curvi come vecchi, che feriscon l’aria di tossi secche e di aneliti dolorosi; passano gli avvelenati dal fosforo, gli acciecati dalle fornaci, i mutilati dalle macchine, gli arsi dal grisù, i seppelliti dalle frane — e mille occhi, passando, si fissano nei nostri — occhi spenti, duri, sdegnosi, supplichevoli, che ci dicono: — Noi avemmo una infanzia senza cure, noi abbiamo una fanciullezza senza gioie, noi avremo una gioventù senza salute, e una vecchiaia senza conforti; e molti di noi aspetta l’ospedale o la carcere, o, prima del tempo, la terra, dove altri figliuoli di lavoratori ci aspettano innumerevoli, o nati morti, o uccisi in culla dai narcotici, o finiti dai maltrattamenti o dall’inazione; è questo il nostro destino; e perchè? — E altre cose ci dicono quegli occhi. Ci dicono la legge protettrice dei fanciulli con mille inganni violata, la complicità dei parenti famelici, la cecità degli ispettori, l’indifferenza delle autorità, e la ipocrisia di una società civile che crede di pagare ogni suo debito porgendo la mano a uno su cento dei miseri che essa medesima atterra, e l’aberrazione di una carità che va a cercar miserie e dolori a migliaia di miglia lontano da quelli che le gemono inutilmente d’intorno, e la ingiustizia d’un mondo che vitupera l’inerzia in coloro in cui fu spento dalle fatiche precoci l’amor del lavoro, e dice causa unica della sua miseria i vizi che semina egli stesso e di cui dà pel primo l’esempio e punisce senza pietà i delitti a cui è indotta tanta gente da unaignoranza e da una corruzione della quale non ha colpa.
E passano ancora e passano senza fine i piccoli schiavi, gli uni rassegnati, gli altri frementi, malaticci, istupiditi, paurosi, stravolti, diretti alle capanne o alle grotte o alle stalle o alle stamberghe infette delle città grandi, dove la promiscuità selvaggia dei sensi finisce di corrompere l’anima e il corpo. E mentre ci stringe il core quel coro di gemiti, di rampogne e di imprecazioni, più amaramente ci addolora una voce grassa e pacata che risuona al di sopra di quel coro, e vi dice: —Non c’è rimedio.
Ah, non lo credete, ragazzi! Per quanto v’è di più sacro al mondo, non è vero. Se fosse vero, noi dovremmo sputare sulla parolaciviltàogni volta che la troviamo stampata in un libro. Empia è la voce che dice al misero: — Dispera. — Vana è quella che dice di tutto aspettare dal cielo, di nulla pretendere dagli uomini. Una forza immensa si leva nel mondo in prò dei vostri padri e di voi, e questo è il giorno in cui essa palpita in milioni di cuori e parla da milioni di labbra, da per tutto dove piange un fanciullo spossato, dove si stende invano a cercar lavoro un braccio virile, dove sospira un vecchio senza pane dopo aver lavorato finchè gli bastaron le forze. E non soltanto fra i vostri compagni di fatiche e di stenti quella forza si leva. Ma nelle belle case che invidiate, in mezzo agli agi ed ai piaceri che voi non godrete mai, una generazione vien su, che voi credete ignara e sprezzante dei vostri dolori, una moltitudine di fanciulli e di giovinetti dalle mani bianche e dal viso florido nella cui mente entra ogni giornouna idea che offusca la serenità, che tormenta la loro coscienza, che affanna e dilata e innalza il loro cuore, e li sospinge verso di voi, e li prepara ai sacrifici generosi, e li arma e li ammaestra a combattere con amoroso coraggio per la causa vostra e dei vostri figli.
No, i vostri figli non avranno più, pensando alla fanciullezza dei lavoratori, la visione sciagurata che riempie noi di tristezza e di vergogna. La fanciullezza sarà risparmiata perchè tutti gli uomini lavoreranno e la produzione avrà per fine la soddisfazione dei bisogni comuni, non il lucro di pochi, e la macchina sarà serva, non tiranna dell’uomo; i vostri fanciulli andranno alla scuola essi pure, perchè tutti avranno il diritto a coltivare lo spirito fino al segno richiesto dal riconoscimento delle attitudini e della dignità dell’uomo civile; essi cresceranno lieti e benevoli, perchè non cresceranno più nella miseria tetra e nella fatica bestiale che confonde la coscienza e perverte il cuore; essi ameranno il lavoro e la vita, perchè il lavoro sarà umanamente misurato e compensato, e la vita non sarà più una guerra fratricida per cui gli uni nascono armati e gli altri inermi, e in cui per un forte o un astuto che trionfa, mille deboli mordon la terra; ma la lotta ordinata e onesta di tutti per ciascuno e di ciascuno per tutti, della quale apparirà la necessità e la giustizia con la stessa luminosa evidenza con cui ci appaiono quelle verità elementari che sono i fondamenti stessi della ragione e della coscienza umana.
Sì, questo è l’avvenire, com’è vero che ci regge la terra e ci rischiara il sole. E voi, fanciulli, fissate nell’animo la data del 1.º Maggio, chenulla forse vi dice ancora. Un giorno essa vorrà dire anche per voi: concordia, speranza, vittoria, pacificazione. Cristo sarà ritornato dopo venti secoli per dire un’altra volta: — «Lasciate i fanciulli venire a me» — ossia: Lasciate che siano fanciulli, che crescano col sorriso sul volto e con la fronte rivolta al cielo, perchè Dio non vuole che si faccia la ricchezza col sangue delle loro vene e col midollo delle loro ossa, e a prezzo dell’innocenza e della bontà dell’anima loro.
E Cristo ritornerà, fanciulli. Oggi che si festeggia il suo futuro ritorno, invocatelo e fidate in lui; sentirete anche voi che Egli si avvicina.
Giorni or sono, udendo un socialista parlare in pubblico intorno a un argomento estraneo alla propria fede, e approvando, commossa, le parole di lui, che rispondevano in tutto ai sentimenti affettuosi e gentili dell’animo suo, ella esclamò con meraviglia: — Chi direbbe mai che è un socialista!
Ella non ha pensato che con quella esclamazione, accusava le sue amiche e i suoi amici, e quasi tutta la classe a cui appartiene, d’una nera calunnia. Ecco, dunque, come le siamo dipinti; come gente cui sia a meravigliarsi che possa esprimere qualche volta di quei pensieri e di quei sentimenti, nei quali tutte le anime oneste concordano.
Ma veda che abisso ci separa! Io mi meraviglio ogni giorno di più della cosa opposta: chesi possano avere quei sentimenti e non essere socialisti.
Ella scatta, ed io ripeto e mantengo.
Rifletta un momento, signora.
Soffrire delle miserie e dei dolori sociali come d’un male proprio, in modo da non averne più quiete, e non sapersi rassegnare allo spettacolo delle disuguaglianze ingiuste che offendono e avviliscono gli uomini; credere che non vi sarà mai pace, nè prosperità, nè moralità, nè civiltà vera, fin che un piccolo numero d’uomini avrà nelle mani i mezzi con cui, direttamente o no, tutto si corrompe, tutto si fa piegare, tutto servire al fine di accrescere continuamente la potenza di comprare, di corrompere e di dominare; aver fede che la pace e la prosperità vera si otterranno affrancando il lavoro dalla schiavitù economica che lo opprime, e non lo assicura, e riducendolo più umano con una distribuzione più equa, e più fecondo con l’associazione di tutte le forze; e con questa fede adoperarsi a educare, a istruire, a ordinare le moltitudini affinchè, diventate maggioranza cosciente e concorde, possano costituire legalmente uno stato sociale (già maturato, quando esse prevarranno, dall’evoluzione) nel quale tutti si trovino nelle stesse condizioni iniziali per la lotta della vita, e il diritto alla vita sia assicurato a quanti voglion lavorare e non possono e non si possa lasciar in eredità l’ozio e la dominazione, e l’uomo non veda più nei suoi simili dei concorrenti nemici, ma dei cooperatori fraterni; tutti questi sentimenti e concetti, che sono, insomma, la sostanza del socialismo, può ella dimostrare, mi può ella dire soltanto, che non siano tali dadoversi maravigliare che non li accolga ogni anima nobile?
Una cosa sola mi può rispondere: che non sono accolti perchè si fondano sopra un’utopia. — Ma con questa risposta non mi contradice, perchè in qual modo mi può negare che per essere utopisti così fatti conviene avere una fede nella bontà della nostra natura, un desiderio del bene e un amore per l’umanità, non possibili che in animi onesti e in cuori generosi?
E come di questo ella si accerterebbe facilmente, e riconoscerebbe d’essere stata finora ingannata, e dai giornali che legge e dagli amici a cui crede e da tutte le vecchie idee non discusse in cui vive imprigionata, se potesse conoscer da vicino quella gente disseminata e malefica piena di passioni e di propositi iniqui e della quale sente parlar con orrore!
Ella, per esempio, ha inteso parlare di studenti socialisti, e avrà lamentato, con parole amare, che si sia attaccata anche alla gioventù studiosa quella lebbra. Ebbene, io ne conosco, e anche se prescindo dalle idee che a loro mi legano, mi paion di tanto superiori agli altri! Mai che apparisca nei loro discorsi sull’avvenire quel duro proposito di farsi strada nel mondo a qualunque prezzo, quella smaniosa avidità di ricchezza e di piaceri, che è già confitta nel cuore di tanti giovani della loro condizione. L’avere uno scopo alla vita posto fuori di sè stessi, così alto e bello, dà loro una sicurezza e una serenità di coscienza, e una tendenza a meditare sui fatti e sugli uomini, e a cercare in tutte le opere la manifestazione dell’animo e del pensiero, sotto le apparenze ingannevoli quello chec’è di vero, di umano e di benefico, che non si trova negli altri se non come rara eccezione. Ed hanno un modo di famigliarità così giusto e così amabile con la gente delle classi inferiori a cui si mescolano, spiegano con essa un sentimento di fraternità tanto più schietto e profondo, perchè dedotto da più intime e salde ragioni, di quello che io ricordo dell’ultimo periodo degli entusiasmi patriottici, sopportan con una così degna rassegnazione le diffidenze, le ingratitudini, qualche volta le aspre parole, che in quell’affratellamento cercato s’attirano, e annunziano e difendono la propria idea fra gli amici ostili e nella famiglia sdegnata, tra le rampogne e gli scherni, con un così coraggioso ardore, con una così tenace ed ingenua fede nella vittoria del bene, che lei, se li udisse e li vedesse all’opera, lei che è buona e gentile, sarebbe costretta ad ammirarli e ad amarli, e desidererebbe che il suo figliuolo li rassomigliasse, e potesse — senza compromettersi, s’intende, e serbandosi immune dalla lebbra delle loro dottrine — godere della loro sana e vivificante amicizia.
Ella udrà parlar sovente di operai socialisti, e che concetto n’abbia me lo immagino: li crede la feccia della loro classe. Eppure, signora, se è una cosa bella in un operaio rinunziare al giuoco e alla taverna per udire discorsi e ragionare egli stesso, come può, su questioni economiche e morali, che lo costringono a uno sforzo di mente e gli destano il bisogno di una vita intellettuale e il rispetto della scienza e dell’ingegno; se è prova di animo ingentilito il riconoscere e il predicare che la donna non è una bestia da soma per picchiarsi per sfogo, quando s’è arrabbiatio briachi, ma un essere che ha diritto a una migliore condizione economica e civile e a una nuova e più alta forma di rispetto pubblico, se è degno di dignità il non imitare, lo sdegnare i compagni di lavoro delatori, i pronti a curvarsi davanti a tutti i venditori di voti, i bruti che hanno la coscienza nel ventre e postergano ogni interesse collettivo della loro classe ad ogni immediato ed anche passeggero vantaggio proprio, se è bontà e carità l’esser sempre disposti a levarsi il pane di bocca e a dare il soldo del sigaro e del bicchiere per soccorrere i compagni ridotti indegnamente sul lastrico, se anche sono sconosciuti o stranieri; se, infine, l’avere una viva coscienza della fraternità degli uomini e dei popoli, e fede in una grande missione economica e politica del proprio stato, se il convertire l’odio cieco contro i privilegiati della fortuna in un’avversione ragionata contro l’ordinamento sociale, se il comprendere e far comprendere altrui che non dalla violenza disordinata e selvaggia egli ha da sperare un grande mutamento della sua sorte, ma dalla pacifica conquista dei poteri pubblici, non possibile se non per una successiva trasformazione delle idee e una lenta vittoria sulle coscienze; se tutti questi son segni di superiorità d’animo e d’intelligenza — e i segni sono palesi, ad ogni uomo di buona fede, lo creda — come può ella negare che gli operai socialisti non solo siano, ma debbano essere di necessità moralmente migliori degli altri e degni del suo rispetto e della sua simpatia?
Più sovente ella udrà parlare di pubblicisti di dottrina e d’ingegno, che fanno ardente propaganda di socialismo e gliene parleranno in modo,suppongo, che ella convocherebbe un consiglio di famiglia prima di riceverne uno in casa sua. Ebbene, ci pensi un poco. Questo è certo, frattanto: che tutti, dal primo fino all’ultimo, sono necessariamente disinteressati, perchè nessuno dei giornali di cui si valgono può rimunerar l’opera loro, che anzi ricevon da loro prosa ed obolo insieme. Pensi che se sono letterati ed artisti pure sono obbligati, non foss’altro che per sostenere le proprie idee, a studi ingrati e difficili, alieni dalla loro natura, e a rifar quasi, con grande fatica, la propria educazione intellettuale, e che tutti condannano sè stessi ad aver nella parte del pubblico, a cui si rivolgono, tanto meno lettori e ammiratori quanto più il loro pensiero è profondo e l’arte loro squisita. E se sono scienziati e uomini politici non possono aver di mira nè onorificenze, nè cariche, da cui è escluso il partito che li accoglie; nè sperare un vantaggio proprio da un mutamento radicale di cose, perchè son ben certi che non vivranno tanto da vederlo, e che se pure avvenisse quale essi lo invocano, sarebbe tale di sua natura, da non consentire ad alcuno nè ricchezze, nè potenza, nè onori. Non resta dunque che una sola ambizione, da cui ella può pensare che sian mossi: quella d’esser mandati alla Camera. Ma ci rifletta un minuto, veda se — concessa pure quell’ambizione — essi sceglierebbero per soddisfarla una via così rischiosa e se si può chiamar davvero ambizione quella d’andare in Parlamento, in mezzo a un gruppo minuscolo, a farsi soffocar la voce da tutti partiti concordi e dare addosso come a un pugno di banditi. Pensi pure, cerchi, si faccia anche cercare dai suoi amici una sola ragione,la quale le dia diritto di credere che quei signori non sono gente di buona fede, generosa se non altro, di sentimenti e di intenti, e piena di cuore e di coraggio.
Le pare ancora che sia ragionevole il meravigliarsi che tutti costoro — studenti, operai, pubblicisti, — siano capaci di sentimenti nobili? O non le pare invece che ci sarebbe da meravigliar del contrario?
Le dirò di più, francamente: ch’io non vedo più bontà, generosità vera che in chi professa quella fede. Conosco, sì, molti uomini dotati di quelle virtù fra coloro che avversano anche fieramente l’idea socialista, e ho sempre fra di essi dei cari amici. Ma dopo che giudico l’anima loro da quell’idea, sono un po’ scaduti nel mio concetto, debbo dirlo, anche i migliori. Io non li trovo più logici neppur nell’esplicazione dei loro sentimenti più degni. Vedo i loro pensieri di fraternità e di carità sociale intoppare ogni sentimento in un ostacolo, arrestarsi quasi impauriti, a dei confini, davanti ai quali l’animo dei socialisti piglia maggior forza per lanciarsi oltre. M’accorgo che l’idea d’un lontano danno della loro classe getta un’ombra sul loro già sacro amore di libertà e di eguaglianza, e li rende avversi, in segreto, a quella diffusione dell’istruzione popolare, che fu già il più caldo dei loro voti. Sono condotti a ogni tratto, per combattere le nostre idee, a negare o a palliare miserie evidenti e colpe imperdonabili; a fare, per non essere tirati a certe concessioni, una scelta guardinga, non generosa nè schietta, fra le ingiustizie sociali contro cui debbono levare la voce. E trovo che nel cercare e proporre dei rimedi, s’ingegnanoin ogni modo di lasciar da parte, di finger di non vedere quelle cause, alle quali non posson toccare senza riconoscere le ingiustizie che a loro convien tacere. E nei credenti più sinceri scopro un sentimento religioso pieno di pregiudizi mondani e di accortezze, che si sforza di conciliare le cose più inconciliabili e si rassegna troppo facilmente al concetto della necessità di troppi mali; e nei non credenti, in onta alle loro idee liberali, sorprendo una troppo frequente tentazione di rifugiarsi, per terrore di un avvenire infausto ai loro interessi, tra quelle del passato, che essi combatterono per tutta la vita, e di cercare in una religione in cui non credono, un’alleanza, della quale non potrebbero, e lo sanno, mantenere i patti lealmente. E gli uni e gli altri, finalmente, li vedo sforzarsi di continuo a far tacere il cuore e la ragione, che, confusamente, ma senza tregua, susurrano loro la verità, e a nascondere a noi questo stato d’animo, ciò che stende su tutti un leggiero velo d’ipocrisia, sotto al quale m’appare alquanto alterata la loro antica faccia di galantuomini.
Di queste cose ella non s’avvede, naturalmente, perchè non può raffrontare le persone che la circondano con la gente che ella giudica dal giudizio loro. Ma se ne avvedrebbe, non ne dubito, se quel raffronto potesse fare. E quante idee sue si muterebbero se ella leggesse quei libri e quei giornali di ogni paese, che vede qualche volta ammontati sul mio tavolino e guarda con un senso di ripugnanza!
Scoprirebbe una legione di pensatori potenti e sereni, di cui stupirebbe d’aver ignorato il nome finora, e che ognuno l’ignori intorno a lei,nei quali s’accoppia alla forza d’una fede fiammeggiante l’autorità d’una vasta e nuova coltura; nature intellettuali, tempre d’animo nuove, gagliarde ed ingenue, appassionate ad un tempo e pazienti; donne d’ingegno virile e di cuore angelico; poeti incolti nelle cui strofe informi balenano immagini immense; autodidattici solitari venuti su dalla gleba, dei quali s’indovinano gli studi faticosi, contrastati, violenti come una lotta fisica, proseguiti per venti anni in soffitte senza fuoco, a prezzo di sacrifici eroici; una falange di scrittori strani, aspri, tormentati, oscuri, di cui si vede attraverso a ogni pagina sudar la fronte nera di polvere e sanguinar gli occhi bruciati dal riverbero delle fornaci, ma dotati d’una eloquenza misteriosa, che la farebbe pensare per giorni e per notti.
E udrebbe da rozze bocche di lavoratori verità e ragioni che nessun libro le ha mai dette, narrazioni di miserie e grida dell’anima che la farebbero fremere come il suono del pianto d’un mondo, parole di pietà e di tenerezza, che sarebbe forzata a ripetere ai suoi figliuoli, e che non le uscirebbero mai più dalla mente.
E finirebbe ad amare tutti quegli uomini di ogni classe e d’ogni paese, portanti tutti sulla fronte, come una stella vermiglia, la stessa Idea, che si scambiano attraverso a mari e a frontiere parole di fraternità e di speranza, e a poco a poco, abbracciando col pensiero l’orizzonte vastissimo, vedendo l’Idea sfolgorare su mille campi di battaglia, e le legioni stellate avanzarsi e salire da ogni parte, ingrossando lungo il cammino come torrente in piena e sommergendo a ogni onda una rovina del passato, sarebbe forsescossa ella pure da un fremito d’entusiasmo ed esclamerebbe: — È giusto, è benefico, è necessario che questo sia.
Ma no; nulla seguirebbe in lei di quanto io dico, e non gliene faccio rimprovero, poichè troppo saldo è ancora nella sua mente quel ferreo cerchio di idee ereditate, senza spezzare il quale le nuove non entrano. E quando pure incominciasse in lei un mutamento, se passasse allora sotto le sue finestre una dimostrazione d’operai socialisti, chiedenti, lei consapevole, la più giusta delle concessioni, lei, al veder quelle facce e all’udir quelle voci, spaventata e sdegnata, scorderebbe in un punto tutte le sue letture e disdirebbe tutti i suoi consensi, per maravigliarsi da capo che si possa esser socialisti e aver dei sentimenti onesti e gentili.
D’altra parte, io ho scelto a proposito, per parlare a lei, questo quarto d’ora della vita nazionale.
E anche qui, veda, ci separa un abisso, perchè tutto ciò che in questi giorni fa respingere più sdegnosamente da lei e dai suoi amici le nuove idee, produce in noi l’effetto opposto.
Noi vediamo una moltitudine, che par la maggioranza del paese, urlare e imprecare col pugno teso contro una frotta di gente cacciata a furia nelle carceri, non colpevoli, in massima parte, che d’un’illusione, d’un grido o d’un impeto d’ira provocata, e volere e approvare che ai credenti nel nuovo verbo sieno violate le case, manomesse le robe, e impedito di adunarsi, di parlare, di lagnarsi e di vivere, e accusarli d’ogni follìa e d’ogni infamia. Ebbene, tutto questo non fa vacillare un istante, ma rinsalda profondamentela nostra fede; la nostra compassione non è per quelli contro cui s’impreca, ma per quelli che imprecano; tutto ciò che accade non ci pare che un accidente sfuggevole del grande cammino vittorioso della nostra causa; e con più serena e imperturbabile sicurezza crediamo che la ragione, la verità, la giustizia, l’avvenire sono dalla parte dei maledetti e che il fascio enorme d’interessi e di forze che s’aggrava sul loro capo non è che un mostruoso avanzo del passato, di cui gli anni sono numerati.
Ella non lo crede; ma lo crederanno i suoi figliuoli, e i suoi nipoti lo vedranno, e ai figli di questi non parrà possibile che gli avi loro non l’abbiano creduto.
Ed ora, la saluto con affettuoso rispetto. Ella risalga fra la gente per bene; io ridiscendo.... fra gli altri.
Ecco una famiglia quale ve n’ha mille oramai e ve ne avrà migliaia fra pochi anni.
I legami dell’affetto non si sono allentati; ma la bella armonia delle conversazioni intime e liete non v’è più. Vi entrò la nuova Idea e v’accese la discordia tra il padre e il figliuolo, tra la figliuola e la madre, e turbò i sonni di tutti. Le conversazioni si son mutate in discussioni, in cui risuonano parole insolite e proposizioni temerarie, che le persone di servizio ascoltano dilatando gli occhi e commentano vivamente tra di loro, parteggiando pei ribelli. Ogni giorno, sotto mille forme, la questione eterna risorge. Lostudente adduce argomenti economici e cifre; la fanciulla ragiona, in nome d’una pietà vasta e nuova, che abbraccia milioni d’uomini sconosciuti, e che la vecchia madre non comprende. In parte, la comprende il padre, o qualche cosa approva e concede, ma alle ultime conclusioni resiste con fermezza ostinata, e, incalzato, si sdegna e disdice ciò che ha concesso, e tronca la disputa con minaccie e rimproveri amari; mentre la sua compagna fissa in silenzio i figliuoli, dondolando il capo con tristezza, turbata al presentimento d’un avvenire sinistro. Nelle controversie sempre rinascenti cozzano l’egoismo paterno e la generosità umana, la verità di ieri che si va cangiando in menzogna, l’utopia d’oggi che sarà verità domani, le forze tenaci dell’interesse, le forze impetuose dell’amore, le paure della vecchiezza per cui l’avvenire non è che minaccia, le virili baldanze della gioventù per cui l’avvenire è tutta speranza. Chi ci ha mutato i figliuoli? — dicono i vecchi fra due sospiri, — e passano in rassegna sospettosa gli amici e i conoscenti, non pensando che l’idea non entra nelle case per la porta, ma per le finestre, con le ondate d’aria e i raggi del sole. Qua e là, pei tavolini e sugli scaffali, appaiono libri nuovi, dai titoli strani, in cui ricorre sempre la parola malaugurata, e la madre li guarda senza toccarli, e il padre n’apre uno ogni tanto, ma lo richiude, corrugando la fronte. Ahimè! i libri: un altro argomento di discordia che salta su, tra la minestra e le frutta, ogni giorno. Scrittori che erano come i santi domestici, ai quali si rendeva un culto concorde, son tirati giù l’un dopo l’altro dall’altare; i figliuoli li accusano di indifferenzee di silenzi colpevoli, di idee monche e di sentimenti angusti. Essi vanno scoprendo che la vecchia biblioteca è piena di menzogne, di pregiudizi barbarici, di sentenze ingiuste e stolide, accettate senza esame e ripetute macchinalmente come ritornelli di canzoni imparate dai bimbi. Ma neppur sull’amore di patria il vecchio patriota e i figliuoli non s’intendono più; quel grande amore, in questi, non ha più per oggetto simbolico l’antica bella donna superba, con la corona in capo e la spada in pugno, fiorente di una salute alla più parte dei suoi figli negata: ma si espande sopra una moltitudine immensa di creature umane, povere e stanche, che pregano, si lamentano e fremono; dalle quali il pensiero del vecchio, infiacchito dagli anni, rifugge diffidente e sgomento. E cent’altre parole usuali, in casa sua, par che abbiano acquistato un secondo senso, che non significhino più per i figli la medesima idea che per lui. S’è alterata la loro ragione? S’è pervertito il loro animo? Padre e madre, su questo punto, vivono in una incertezza dolorosa. Sì, dell’una e dell’altra cosa son certi, se badano al fondo dei loro discorsi: le idee sono insensate e funeste; chi ne può dubitare?... Ma ciò che li fa dubitare è il fremito vivo e sincero delle loro indignazioni, è l’accento amoroso e profondo della loro pietà, è la forza virile della loro persuasione, è la pertinacia infaticabile con cui ripetono senza fine le stesse ragioni, rincalzate ogni giorno da nuovi consensi inaspettati d’autorità rispettabili, è la bella luce intellettuale che lampeggia sulla loro fronte, è un non so che di sicuro, di indomato, di grande, che si sente confusamente nella concitazionedisordinata, della loro eloquenza provocatrice. Così è. In quei momenti il giovinetto sembra un uomo e la signorina è più bella, e i loro visi accesi son come coloriti dal riflesso di un’aurora, che vedono essi soli. Con quelle idee, però, l’uno non farà carriera, l’altra resterà ragazza. E questo è il pensiero che affligge più forte le due canizie. — A questa vecchiaia eravamo riserbati! — si dicono, e non vi si sanno rassegnare....
Eh! buoni vecchi, non sapevate che eterna è la lotta fra la vecchiaia e la giovinezza, che la casa è il piccolo campo su cui principiano in scaramucce tutte le grandi battaglie sociali, che altri padri, altre madri hanno sofferto, tremato, lottato prima di voi, che ogni nuova Idea costò alla famiglia affanni e terrori, perchè la famiglia pure è un organismo che non concepisce senza turbamenti e non partorisce senza spasimo? Fatti coraggio, buon vecchio: per la tua figliuola e per quelle che la somigliano sorge una nuova generazione di giovani magnanimi, che disprezzano le donne da cui non sono compresi, e adorano quelle che a te paion fuorviate: la tua figliuola sarà adorata da un uomo degno dell’anima sua, e dal pieno e possente amor loro nasceranno dei figli superbi. E tu, povera donna, che vegli fino a mezzanotte, col cuore trepidante, aspettando il figliuolo che andò alla Sede dei Lavoratori, datti pace; non gli far rimproveri quando apparirà sull’uscio; accoglilo dolcemente: egli ritorna a te più buono, più onesto, più nobile di quand’è partito; egli porta nella mente un’idea che gli illumina la vita e nel cuore una speranza che gli fa amare il mondo. Datti pace: egli non sarà fortunato, forse: ma non sarà egoista,non adorerà il danaro, non opprimerà i deboli, non rimpiangerà un passato nefando per paura d’un avvenire che il mondo invoca. E non raccomandarti, come fai ogni sera, a quella piccola immagine di Cristo crocifisso che pende a capo del tuo letto, perchè ti converta il ribelle. Se quel crocifisso si staccasse dalla croce e scendesse un momento, grande e vivo, in mezzo a voi due, non sarebbe la tua fronte quella che sentirebbe per la prima la dolce carezza della sua mano trafitta.
A un piccolo borghese liberale.
Tu detesti il partito socialista: ma tu vuoi l’istruzione, vuoi l’incivilimento della moltitudine perchè comprendi che la civiltà ora è composta d’un piccolo numero d’uomini civili e d’un armento infinito di pecore. Ebbene, rifletti un po’. Questo partito che si rivolge alla moltitudine incolta e inerte, intorpidita da secoli di schiavitù, ignorante a un tempo dei suoi diritti e dei suoi doveri, e le dissuggella gli occhi, la scrolla, le soffia nella mente e nel cuore, le grida continuamente: — Svegliati, pensa, impara, dirozzati, migliorati, organizzati, fa il tuo bene da te stessa, affrancati da una tutela che ti terrà perpetuamente nell’oscurità e nell’impotenza, — questo Partito, pure condannandolo per altri rispetti, tu lo dovresti ringraziare, se non altro, in nome della civiltà e della dignità umana.
Tu hai in orrore la dottrina socialista; ma tuvuoi la moralità in alto come in basso, la giustizia per tutti, una classe dirigente illuminata, generosa, fautrice del progresso e della prosperità pubblica. Ebbene, questo Partito, che con l’occhio vigile sulla politica, sull’amministrazione, su tutte le forme del lavoro, su tutte le funzioni dell’organismo sociale, continuamente e infaticabilmente, senza riguardi e senza paure, rivela miserie, denuncia ingiustizie, mette a nudo corruzioni, smaschera imposture, combatte false idee ereditarie e pregiudizi barbari e privilegi iniqui, e incalzando e tormentando con mille stimoli l’egoismo e l’inerzia della classe privilegiata la costringe a discutere, a difendersi, a concedere, a promettere, a fissare lo sguardo, se non altro, sulle miserie e sui dolori umani, onde i migliori n’abbiano almeno pietà e i peggiori almeno paura; questo Partito, credilo, esercita un’azione benefica, della quale — se cessasse domani — avvertiresti la mancanza tu stesso con un senso di rammarico e di sgomento.
Tu hai il socialismo in orrore; ma tu vorresti che la gioventù, che il popolo avesse nell’animo un alto ideale, che i collegi elettorali non fossero mercati in cui spadroneggia chi ha più danaro e meno coscienza, che i rappresentanti della nazione cessassero d’essere servitori e sensali degli elettori che hanno comprati e che disprezzano. Ebbene, questo Partito, a cui accorrono giovani d’ogni classe, senz’altro vantaggio personale prossimo nè remoto, anzi con la certezza di persecuzioni e di danni immediati o futuri; questo Partito che, solo, dà in qualche luogo l’esempio confortante d’un povero lavoratore senza un soldo, più pauroso che desideroso d’essere eletto,il quale vince nella lotta un ambizioso potente che ha dalla parte sua tutte le forze dell’autorità, della clientela e dell’oro; questo Partito che respingendo blandizie, promesse e favori di chi ha tutto e può tutto, manda al Parlamento dei deputati che non hanno nulla, che non gli promettono nulla, che nulla possono fare nemmeno per il più umile dei loro elettori, che non faranno mai altro per tutti che lanciare in loro nome delle proteste soffocate dagli urli della maggioranza e dai presagi d’un avvenire migliore, accolti con risate di scherno da tutti i soddisfatti del presente; questo Partito, credilo, è l’unico che rappresenti ancora la giovinezza, la poesia, l’entusiasmo della nazione; e se queste cose tu ami, come lo affermi, dovresti dire di lui quello che il Voltaire disse di Dio: — che bisognerebbe inventarlo se non esistesse.
Infine, tu vedi nel socialismo una calamità pubblica: ma tu desideri la pace, tu vivi nel timore continuo d’una guerra che darebbe il crollo all’economia nazionale e che porterebbe forse tuo figlio a morire in una guerra lontana per una causa ripugnante alla tua ragione e al tuo cuore. Ebbene, questo Partito che, mentre principi e governi si gridano a vicenda, con simulata mansuetudine, parole d’amore e di pace, ma senza smettere mai d’apparecchiare le armi, senza spogliarsi d’un solo dei pregiudizi, senza rinunciare a una sola delle ambizioni, da cui può erompere da un momento all’altro la guerra, questo Partito che diffonde ed afforza nei popoli il sentimento d’una fratellanza nuova; fondato sui veri ed eterni interessi di ciascuno e di tutti, così che a ogni ombra di pericolo che sorga fra due nazioni milionidi cuori gridano dalle due parti: — No, giù le armi, la causa per cui si vuol combattere non è la nostra; mente chi afferma che ci odiamo, ci tradisce chi ci vuol condurre al macello, noi siamo fratelli nel lavoro e nella fede, e la bianca bandiera dell’avvenire è per tutti una sola; — questo Partito, al quale si deve forse che non sia scoppiata ancora in un quarto di secolo e che non scoppi mai più una guerra fatale che coprirebbe di sangue e di rovine l’Europa, questo Partito, credilo, non è una calamità, ma una benedizione, e invece di mostrare il pugno, dovresti mandare un bacio alla sua bandiera.
E un giorno, forse, tu lo farai.
Intanto, continua pure a mostrarci il pugno: noi continueremo a stenderti la mano. Continua a rallegrarti di tutte le violazioni della libertà che in danno al Partito socialista si compiono: noi continueremo a difendere anche la tua libertà. Continua ad accusarci di non sognar che disordine, violenza e rapina: e il grande movimento evolutivo dell’Idea socialista seguirà il suo corso di fiume enorme che da ogni parte accoglie affluenti e allaga la terra «per deporvi il limo fecondo per la coltura dell’avvenire»; continua a eccitare i tuoi figliuoli a odiarci e a fuggirci: tu potrai strappare dal cuor loro, ma non dal nostro, il sentimento divino della fraternità e la santa speranza d’una società più giusta e d’una età più felice per tutti.
Non sorrida di questa parola, professore egregio; è passato il tempo in cui si poteva ridere dei fatti nostri. Se ella, dotto cultore degli studi storici, vivrà altri cinquant’anni, si potrà fare molto onore, un giorno, studiando come sia sorto e come si sia diffuso tra noi l’uso di quella parola.
Ma è il semplice vocabolo, forse, non l’idea, che fa sorridere, ed ella ci vorrebbe domandare, come gli altri già fecero, perchè abbiamo adottato quello e non altro.
Amici, vorrebbe dire?
Amici si può essere anche dissentendo intorno alle più grandi quistioni che agitano il mondo, e, d’altra parte, noi siamo tanto numerosi, anche in una città sola, da non poterci più chiamare propriamente con quel nome.
Fratelli?
Con questa parola non ci possiamo distinguere e riconoscere, perchè per noi tutti gli uomini sono fratelli.
Camerati?
È in uso tra la «forza armata», e nostro supremo desiderio e nostra ferma fede è di non aver mai ad usare altra forza che quella della parola.
Compagno, dunque, è il nostro vero appellativo, che significa chi è avviato con noi, per la medesima strada, alla medesima mèta, acceso della stessa speranza, esposto agli stessi pericoli, pronto a soccorrerci, sicuro d’esser soccorso, commosso dalla stessa gioia che commuove noiad ogni nuova conquista compiuta, nel lungo cammino, dal grande esercito inerme e invincibile a cui apparteniamo, e con cui combattiamo senz’ambizioni, senza rivalità, senza vantaggi, coll’unico compenso che vien dalla coscienza di servir la verità e la giustizia, di preparare al mondo un’età migliore.
Ma già a che serve spiegare, professore egregio? Come il nome d’una persona amata ha per chi l’ama un significato occulto e quasi un suono intimo che altri non può comprendere nè sentire, così la parola «compagno» per noi; e sarebbe inutile ogni sforzo che noi facessimo per spiegarne a lei il valore, come è inutile spiegar la bellezza d’un verso a chi ignori la lingua nella quale è scritto.
Solo l’operaio che s’ode chiamar «compagno» dallo studente, il «signore» che si sente dar quel nome dal povero, il dotto a cui lo dice l’uomo incolto, il giovinetto a cui lo dice il vecchio; solo il propagandista appassionato che se lo sente dire per la prima volta dall’amico per un lungo tempo restio, il quale adotta la parola come segno e prova della sua conversione desiderata; solo il prigioniero che in fondo a un pezzetto di carta, fattogli pervenire con mille stenti, trova scritto: i compagni, sotto la consolante promessa che a sua moglie e ai suoi figli non mancherà il pane: solo l’oratore che lancia quella parola compagni a una folla di cinquemila uditori di ogni classe, che l’accolgono tutti con lo stesso fremito di compiacenza altera; solo colui che giunto in una città sconosciuta, si ode chiamar «compagno» da cento giovani non mai veduti, ai quali, per l’effetto di quell’apostrofe,si sente legato a un tratto da mille vincoli di affetto e di pensiero come ad amici d’infanzia ritrovati; questi soltanto, noi soli, possiamo sentire e comprendere la poesia e la forza, il suono delle voci innumerevoli, il soffio possente di gioventù e di vittoria che questa parola racchiude.
Come nei giorni della fanciullezza, alla scuola, in luogo della parola «amico» che non s’usa ancora, s’usa quella di «compagno» e si rivolge a tutti, signori e poveri, col sentimento stesso non turbato ancora da alcun concetto di diversità di classe sociale; così a noi, con l’uso di quel nome si ridesta nell’anima il senso istintivo di fraternità e d’uguaglianza di quell’età più bella, che era rimasto sepolto per molti anni sotto un cumulo, sovrappostosi a poco a poco, di false idee, d’orgogli miseri e d’interesse di classe diventati egoismo pauroso e incosciente; e in questo ringiovanimento di cuore e di linguaggio sentiamo come un presagio e un avviamento a quel ritorno degli uomini — illuminati dalla scienza e dalla esperienza — a certe condizioni e forme di vita della fanciullezza dell’umanità, che è la definizione poetica e incompiuta del socialismo.
Sì, questa parola «compagno» che ha acquistato un senso nuovo in tutte le lingue europee, che si scambia famigliarmente da Parigi a Berlino, da Milano a Madrid, da Nuova York a Londra, da Bruxelles a Sidney, fra uomini che non si vedranno mai; questa parola al cui suono grave ed amorevole, quando lo diciamo al più umile lavoratore della nostra famiglia, tace in noi, come per virtù d’una parola magica, ogni sentimento d’orgoglio vano, o se un momento persiste,è soffocato dopo quel momento da un senso di vergogna, e di rimorso violento come una rivolta del sangue; questa parola che a vederla scritta in capo a una lettera diretta a noi, ci par tanto più bella e solenne quanto più rozza ed inetta si rivela la mano che l’ha tracciata a fatica; questa parola è per noi un alto e prossimo argomento di conforto e di gioia.
Del non poter più dire, del non sentirsi più dire da molti il caro nome di amico, ci conforta il poter chiamare, il sentirci chiamar da molti col nome di compagno. Ad ogni amico perduto cento compagni sottentrano, uniti a noi, anche se conosciuti appena, da un nodo meno intimo, ma più saldo e più fortemente umano di quello che s’è spezzato. Nella folla che passa e nelle moltitudini immobili, cercando dei visi amici, il nostro sguardo si arresta di preferenza sul viso di coloro che chiamiamo compagni; visi mal noti, quasi sempre, veduti forse una volta sola fra altri mille; ma che ci ricordano riunioni fraterne, ore d’entusiasmo, moltitudini eccitate, sempre serene, cui su tutte le fronti brillava la stessa fiamma. E più ci rallegra quella parola, non detta a noi dalla bocca, ma dall’atteggiamento del viso, in mille incontri fortuiti, espressa con un sorriso indefinibile, significata in un saluto familiare cordiale. Che importa sapere il nome del passante? Il suo sguardo, il suo saluto ci dice: — Sono un tuo compagno. — E in quelle tre sillabe non udite, ma viste quasi, come i tre colori sfuggevoli d’una bandiera, si sono incrociate due correnti luminose di idee, di simpatie e di speranze.
Intanto la parola si diffonde. Ogni anno nuovemiriadi di uomini la comprendono e l’accettano. Essa corre di bocca in bocca in borgate dove ieri era ignorata, è imparata da donne e da fanciulli, penetra nelle scuole, risuona nelle assemblee, entra nelle letterature, s’impone nella storia. E quanto più s’estende sulla faccia della terra e tanto più echeggia profonda nel nostro spirito, tanto più si fa grande al nostro pensiero e diventa dolce al nostro cuore. E per questo, con sempre maggior ardore, noi raccomandiamo ai giovani di rispettarla e d’onorarla, di non profonderla improvvidamente, di meditar bene su tutto ciò che essa significa e impone, di pronunciarla sempre col cuore e con la coscienza, di far comprendere alle loro sorelle, alle loro fidanzate, ai loro vecchi che nulla dice quella parola ch’essi non possono gridare a fronte alta davanti alle immagini della patria che amano e del Dio che pregano; non solo, ma che debbono accettarla essi pure, diffonderla intorno a sè, e benedir la gioventù che l’ha fatta sua e la grida al mondo, perchè essa esprime la comunione di milioni d’anime in un ideale che abbraccia le più grandi aspirazioni e le più sante leggi di Cristo.
Questo diciamo ai giovani. È superfluo dirlo a coloro che hanno accolto la fede socialista in quell’età, nella quale, quando essa nasce, nasce a un punto dal cuore, dalla ragione e dalla esperienza della vita. Chi, per un tempo, ha pronunciato la parola «compagno» con accento paterno e la intese dire a sè con accento filiale, continuerà ad amarla e propagarla, anche se la fede nella dottrina gli verrà meno; perchè nonpotrà più rinunciare alla profonda e austera dolcezza che quella parola gli fe’ conoscere, e rimarrà afferrato, illuso volontario al suo sogno, come a un’illusione necessaria alla sua vita. E non sperino i fidi e vecchi amici che ci combattono, e neppur i più amati parenti, che quella parola possa mai morire sulle nostre labbra e nel nostro cuore. Quando pure la vecchiaia e l’infermità e l’oscurarsi dell’intelligenza o un rovescio di fortuna ci condannasse nei nostri ultimi anni ad essere soldati disarmati e inoperosi dell’idea che ci splende alla mente, quella parola ci rimarrebbe sempre nell’anima come l’espressione del più alto stato a cui la nostra coscienza e la nostra vita d’uomini e di cittadini si siano sollevate. E all’ultima nostra ora, dopo che avremo detto addio alle creature strette a noi più caramente dal legame del sangue, il nostro sguardo cercherà un amico, uno almeno, al quale possiamo dire ancora una volta «compagno» come nei nostri bei giorni di lavoro o di battaglia. E la più ambita, la sola gloria postuma, desiderata da quelli fra noi che avranno degnamente operato per la grande causa, sarà d’essere accompagnato là dove siamo tutti attesi da un drappello di coloro a cui demmo quel nome e che sia il più povero di loro quello che dandoci l’ultimo addio, ci saluti una volta ancora con quella parola che ci fu così dolce e onorevole, e ci dica: compagno, riposa; noi proseguiamo il cammino.
Compagno ingenuo, che ti perdi d’animo, qualche volta, considerando il grande numero degli avversari che si combattono e degli indifferenti che non ci badano, tu ti lasci scoraggiare da un’illusione. Chi esamina gli uni e gli altri, classe per classe, con occhio attento, non solo non si perde d’animo, ma sente rinvigorita la propria fede, e trova un vero diletto nello spettacolo che gli offre il campo nemico.
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Per esempio, tu vedi una legione di giornalisti che tuonano e lanciano scherni e calunnie contro il socialismo. Non ti sgomentare. Non tutti credono e sentono quello che scrivono. Molti di essi, quando ragionano a quattr’occhi con socialisti loro amici, non sono così feroci e inflessibili come paiono nei loro giornali. Molti, nel giudicare la società presente, non sono molto discordi da noi; non pochi riconoscono nel Partito socialista la grandezza del fine, la logica e la lealtà del procedere, il disinteresse, la generosità, la dottrina dei principali propagatori; altri consentono anche in una parte del programma nostro e giungon fino ad ammettere che il socialismo è un freno salutare alla prepotenza di un individualismo senza pietà che ci condurrebbe alla rivoluzione; alcuni vanno più oltre, e presagiscono che il socialismo trionferà per cadere in breve tempo, è vero; ma dopo aver sgombratoe preparato il terreno a una riforma meno ardita, ma pure grande e durevole. E se di queste idee non lasciano trasparire nemmeno un barlume nei loro articoli, se il più delle volte dicono violentemente il contrario, è perchè non possono fare diversamente, perchè il contrario vuole che dicano la gran maggioranza dei lettori che tengono in vita il giornale di cui essi vivono, e se scrivessero la sola metà di quello che pensano, si vedrebbero grandinar nell’ufficio le disdette d’abbonamento. Ma se domani si fondasse un giornale socialista con un milione di capitale, che offrisse diecimila lire l’anno ai collaboratori, tieni per certo che molti di essi accetterebbero con gratitudine un posto nella redazione e vi adempirebbero «coscienziosamente» il loro dovere. La forza vera e tenace non è che nella profondità delle convinzioni. Quelli non son dunque dei nemici forti e incrollabili, che il socialismo abbia a temere.
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Così, tu vedi combattuto furiosamente il socialismo da tutti i così detti «ben pensanti», i quali temono che il mondo mutando in meglio per molti, muti in peggio per i pochi. Costoro chiamano i socialisti «spostati, sobillatori, ribelli, invidiosi della ricchezza, nemici del consorzio civile». Non te ne inquietare. Se tu li sentissi, la maggior parte, quando parlano in privato dei borghesi più benestanti di loro, di quell’aristocrazia milionaria, che li offusca col suo lusso, li domina con la sua influenza e li offende con la sua alterigia; tu sentiresti sullaloro bocca tutte le formule della critica socialista più ardita, una identità di argomenti e di parole da farti credere che studino a mente i nostri giornali; ma condite di ben altra acrimonia. Bisogna vedere come analizzano le sorgenti torbide delle grandi fortune, come flagellano l’ozio fastoso e superbo, come si rivoltano contro la potenza corruttrice delle grandi ricchezze «accumulate in poche mani». Essi gridano la croce ai socialisti della soffitta; ma sono dei socialisti del terzo piano, furibondi contro gli sfruttatori e i parassiti del piano nobile. Se non mirasse più in alto di questo piano la nuova dottrina, si inscriverebbero forse nel Partito. In ogni modo, sono socialisti dalla cifra del loro patrimonio all’insù, «istigatori all’odio» tra cerchio e cerchio della loro classe, alleati nostri indiretti, fautori parziali, avvocati segreti e inconsapevoli della nostra Idea.
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V’è un’altra classe di avversari nostri che forse ti danno a pensare; sociologi in carica, economisti insegnanti, accademici e conferenzieri, i quali dimostrano scientificamente che il socialismo è una dottrina assurda e funesta. Non bisogna dar loro un’importanza eccessiva. Molti di essi si trovan nella condizione di quei sacerdoti che non han più fede: bisogna pur che fingano di averla. Certo non esiste ancora un programma governativo per le scienze economiche e sociali, come lo chiedeva al ministero non è molto tempo, un senatore israelita; ma, dentro a certi limiti, si può dire che è sottinteso. Lostipendio segna la strada; non si può professar socialismo dalla cattedra scientifica. Può un cittadino qualunque, anche colto, giustificar la sua conversione alle nuove idee, dicendo: — Mi son messo a studiare e mi son persuaso; — ma come può dire un economista: Dopo trent’anni di studio riconosco che ho battuto una strada falsa? — Non si può pretender l’eroismo da alcuno. E quanti di essi, che combattono il socialismo con baldanzosa sicurezza, sono assaliti da mille dubbi, che li fanno tentennare e transigere nelle dispute private, e quanti dissensi dividon la loro famiglia anche in faccia all’avversario comune, anche sui punti capitali delle loro dottrine! Ma già l’edifizio della scienza ufficiale, screpolato e rotto da ogni parte, somiglia a una di quelle vecchie case di via Pietro Micca, di cui non restan più che i muri esteriori, in mezzo ai quali si va innalzando, non veduta, la casa nuova. Vista di lontano, la facciata ha ancora aspetto di solidità e alcun che di maestoso, ma non è più che un simulacro d’edifizio, condannato anch’esso a cader fra poco.
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V’è un’altra famiglia di nostri concittadini, che ti è cagione di sconforto e di amarezza. Sono poveri impiegati, istitutori, borghesi d’apparenza soltanto, formanti la così detta coda della borghesia, non più legati a questa che di nome; i quali, per mille ragioni d’interesse e di sentimento dovrebbero far causa comune con noi e schierarsi primi nel nostro campo. Non pochi, è vero, vi son già schierati. Ma i più rimangonoancora dall’altra parte, resistono all’azione della propaganda, non si fanno veder mai con uno dei nostri giornali tra le mani, sfuggono perfino visibilmente la nostra compagnia. E, tu li credi nemici del socialismo e li chiami ciechi e li hai in ira. Quanto t’inganni, per la maggior parte di loro. Non son ciechi, non timidi; vedono e capiscono quanto noi; con noi sono la loro coscienza e il loro cuore; ma il pane loro e della loro famiglia è nelle mani altrui; se entrano nel socialismo, lo perdono; sono vigilati e minacciati; non hanno libertà nè sicurezza. Ma non dubitare: i nostri giornali e i nostri libri li leggono di nascosto, in seno alla propria famiglia esprimono le nostre idee e le nostre speranze, sulla scheda elettorale scrivono i nomi che noi scriviamo, e dell’incremento maraviglioso del moto socialista che seguono con tutta l’anima, gioiscono e insuperbiscono in segreto. Attendi che il partito diventi così alto e vasto da poterli proteggere, e ve li vedrai accorrere a migliaia, alla luce del sole, e riconoscerai che, in ispirito, v’appartengono per sempre.
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Tu consideri ancora come nemica quella gran moltitudine di gente di tutte le classi che al nome del socialismo scrolla le spalle e risponde che non vuol nemmeno udirne discorrere e volta la schiena ai propagandisti. Ma t’inganni. Tutti costoro ripugnano dal socialismo, non perchè è quello che è ma per l’unica ragione che è una idea nuova, e ripugnano egualmente da tutte le altre idee consimili per quella inerzia dell’intelligenzae dell’animo chiamata ora misoneismo, per cui l’accettazione d’ogni idea è una fatica, anzi un vero dolore, che offende e sconcerta l’organismo come una violenza fatta alla sua natura. Essi non hanno nè convinzioni nè passioni: stanno dalla parte dove si può stare senza muoversi e senza pensare. Sono monarchici sotto la monarchia, repubblicani con la repubblica, clericali dove il clericalismo predomina, democratici dove impera la democrazia. La loro divisa è: — Non vogliamo esser seccati. Non si curano di sapere se i socialisti abbiano torto o ragione, se possano condurre la società al meglio o al peggio: per loro sono dei disturbatori: e per questo solo li hanno a noia e chiudon le orecchie alla loro voce. Non li udrai mai neppure esprimere un giudizio sulla dottrina socialista; o se lo esprimono sarà un giudizio d’altri, ripetuto macchinalmente, che non ha alcuna radice nell’animo loro in cui nessuna idea può mettere radice. La moltitudine è numerosa, certamente; ma non è forza ostile e temibile. Non c’è bisogno di conquistarla, poichè su di essa non le idee, ma i fatti soltanto hanno potere. Essa cederà ai fatti. Essa non sostiene alcuna forma politica o sociale se non fino al momento in cui è più comodo sostenerla che lasciarla cascare. Essa non ha altra forza che quella del suo peso, e appena sentirà inclinato il terreno verso il socialismo, scivolerà in questo tutt’a un tratto e tutta insieme come una massa di neve giù per la china a un leggero soffio di vento.
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V’è poi nelle classi colte una categoria a parte di avversari nostri, specialmente di personaggi in vista, fini d’ingegno ed elastici di coscienza, i quali combattono il socialismo; ma spiando l’orizzonte e fiutando il vento. Sono professionisti, scienziati, scrittori, uomini politici, persuasi, in fondo, della inevitabilità di un grande mutamento di cose; ma persuasi a un tempo che, per ora, è loro più utile combatterlo che secondarlo. Lo combattono però con gli opportuni riguardi per non precludersi la via al gran passaggio che si propongon di fare al momento propizio. Accarezzano con una mano il proletariato, ma lisciando con l’altra la borghesia! Parlano dell’affratellamento delle classi, ma senza dire qual sia la prima che deve tender le braccia; inneggiano all’avvenire migliore, ma senza determinare in che cosa esso debba diversificar dal passato; approvano le leggi eccezionali, ma a condizione che siano «applicate» con delicatezza. Così potranno dire un giorno d’esser fautori antichi delle nuove idee e d’aver cooperato al loro trionfo. V’è nella pelle di ciascuno di questi borghesi un socialista rimpiattato, pronto a saltar fuori; il quale, quando vanno in piazza, fa capolino, e quando entrano in un salotto si aggomitola. Ma salterà tutto fuori fra non lungo tempo, non dubitare, e senza aspettare scioccamente l’ultima ora. Chi sa quanti di costoro volgono già in mente degli eloquenti opuscoli di propaganda diretti a convincere o a vituperaregli ultimi renitenti ostinati! E sarà un bello spettacolo in quel tempo una furia di conversazioni inaspettate, una baldoria di coscienze rifatte, un carnevale di trasvestimenti e di trasformazioni e di giravolte da superare in grandiosità e in lepidezza quanto si è veduto al mondo finora.
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Così è. I nemici del socialismo, gli ostacoli che gli attraversano il cammino, giudicati dai più così formidabili, son tali in apparenza più che in realtà. È un sistema di vecchie fortezze disposto in maniera che, caduta l’una, le altre non reggono; un esercito scrivente e parlante, composto in gran parte di penne mercenarie che non hanno forza alcuna sui cuori e sulle coscienze; una confederazione d’interessati, ai quali non rimane più un solo grande principio, dietro a cui nascondere la difesa dei propri interessi; e serrata intorno a loro, una moltitudine d’infingardi e di abbrutiti incapaci di difenderli, e, mescolati a questa moltitudine, gran numero di astuti che covano già in cuore il tradimento. La prova che, sentendosi deboli, sono sgomenti, è che non han nemmeno l’elementare prudenza di difendersi con delle concessioni ragionevoli e di fare il loro festino con un po’ di modestia: negano più avaramente che per il passato e fanno un carnevale provocatore. A loro conviene veramente quella similitudine di Louis Blanc che paragona la società del suo tempo a Luigi XI nei suoi ultimi giorni, quando si sforzava di sorridere, di dissimulare il suo pallore, di non vacillare camminando,e diceva al suo medico: — Ma guardate! io non sono mai stato così bene. — Così la società d’oggi, dice egli, si sento morire e nega la sua decadenza. Circondandosi di tutte le menzogne della sua ricchezza, di tutte le pompe vane d’una potenza che svanisce, essa afferma puerilmente la sua forza e, nell’eccesso medesimo del suo turbamento, si vanta. I privilegiati della civiltà moderna somigliano a quel fanciullo spartano che sorrideva, tenendo nascosta sotto la veste la serpe che gli rodeva le viscere. Essi pure mostrano un viso ridente, e si sforzano d’esser felici; ma l’inquietudine sta nel cuore e li rode. — Ma già neppure più sorridono: gridano il socialismo barbarie, chiamano i socialisti malfattori, bestemmiano la libertà, si raccomandano a quel Dio in cui non credono. La malattia volge al suo termine quando incomincia il delirio.
Ecco la verità consolante.
Ed ora ti saluto, giovine compagno, e ti esorto a procedere serenamente e nobilmente sulla via.... del domicilio coatto.
Molti avversari dichiarati del socialismo sono fautori di una tassa fortemente progressiva, qual’è nel «programma socialista minimo», e presagiscono che questa tassa, fra cinquant’anni, sarà in vigore in tutti gli Stati civili; oppure propugnano la necessità d’un’imposta proporzionale sulle successioni, diretta a vantaggio esclusivo delle classi lavoratrici, la quale costituisca una specie di diritto successorio per tutti coloroche non hanno alcuna successione da attendere, rendendo obbligatorio per tutti i ricchi quello che ora non è che spontaneo atto di carità di qualcuno.
Altri dicono, come il Richet: — Non crediamo nel socialismo; ma prevediamo che, per effetto della progressiva inevitabile diminuzione del valore del capitale (prodotta da un complesso di cause che dimostriamo), sarà un giorno quasi soppresso il capitalista; poichè per avere una rendita corrispondente al guadagno accresciuto del lavoratore, occorrerà un capitale così ingente, che saranno un’eccezione minima quelli che potranno vivere senza lavorare.
Dicono altri come il Secrétan: — Noi non siamo socialisti; ma pensiamo che le associazioni operaie si svolgeranno fino a un punto in cui coordinandosi tutte in una vasta associazione nazionale, si troveranno in grado di riscattare dai capitalisti tutti quanti i mezzi di produzione e di attuare un sistema che ripartirà più largamente e più equamente fra tutti i suoi lavoratori la somma delle ricchezze sociali.
Dicono molti altri come il Nitti: — Noi non abbiam fede nell’Idea socialista; ma siamo persuasi che, allargandosi e perfezionandosi l’organizzazione e l’educazione delle classi operaie, diventando anche più meccanica l’industria, partecipando direttamente al potere come è giusto e necessario il popolo lavoratore, la funzione della borghesia sarà ridotta col tempo presso che a nulla.
Altri molti, del socialismo nemici inconciliabili, come lo Spencer, ammettono come cosa possibile che il tipo sociale industriale «forse conlo svilupparsi delle cooperative, le quali cancellano, teoricamente, la distinzione fra lavoratore e padrone» abbia a produrre in avvenire un ordinamento politico ed economico, in cui non esistano più interessi opposti di classe.
Molti altri, come il Sonnino nel suo libro sulla Sicilia, dicono: — Noi neghiamo la lotta di classe (e si sottintende); ma riconosciamo che le nostre istituzioni libere sono ordinate in modo da perpetuare e peggiorare uno stato di cose disumano ed iniquo, che esse non son che armi messe nelle mani d’una classe perchè possa seguitare a vivere e a godere a spese delle altre, e che bisogna fare in modo che questo cessi, ossia «che l’aumento della ricchezza vada a benefizio delle condizioni generali del lavoratore, invece di andar tutto quanto, sotto forma di rendita fondiaria, nelle tasche dei proprietari».
Noi non siamo socialisti, dicono altri, come Pietro Ellero; ma vogliamo che il lavoro abbia una legislazione propria che lo sciolga dai ceppi servili, in cui lo lasciò il diritto romano e che i lavoratori abbiano un’assoluta libertà «d’associazione, di concerti e di lotta»; vogliamo delle istituzioni che facilitino loro in tutti i modi «il fido e il procacciamento degli strumenti e della materia e l’avviamento alla consecuzione del capitale».
Dicono altri, come il cardinale Manning: — Noi non accettiamo il socialismo; ma vogliamo l’intervento diuturno dello Stato nelle relazioni fra capitale e lavoro, vogliamo del lavoro l’ordinamento internazionale e la fissazione delle ore e d’un salario minimo; non vogliamo che continui l’accumulamento delle ricchezze a profittounico di certe classi e di certi individui «perchè è cosa ingiusta e immorale, che conduce allo sfacelo del consorzio civile».
Dicono altri, come i conservatori dello stampo del Meyer di Germania: — Crediamo noi pure un’utopia il socialismo; ma vogliamo tassati fortemente tutti i profitti dell’industria e della banca, limitato l’interesse a ogni capitale non messo in valore dal suo proprietario, obbligati dallo Stato gli industriali a costrurre case per gli operai, e migliorare le condizioni di questi in tutte le forme, e per forza di legge.
Altri, difensori del principio di proprietà sotto ogni altra forma, propugnano come molti in Inghilterra, la nazionalizzazione del suolo, e dicono come James Mill: — Noi non siamo pel socialismo; ma vogliamo vôlto a profitto dello Stato, per mezzo dell’imposta, quel plus-valore della terra o almeno una gran parte di esso, che è conseguenza naturale dell’accrescimento della popolazione e della ricchezza senza il concorso di alcuno sforzo o d’alcuna spesa del possessore.
Altri ripudiano il socialismo; ma proclamano l’utilità di convertire in servizi pubblici il maggior numero possibile dei servizi che sono affidati ora alla speculazione privata e ritengono col Chamberlain che il governo municipale sia il migliore strumento di riforme sociali che debba essere suo ufficio l’accumulare le ricchezze della comunità e adoperarle a sopperire ai bisogni dei cittadini men fortunati, ed esercitare come la direzione d’una grande società cooperativa, della quale ogni cittadino sia un azionista.