Chapter 7

Contro a le sedi dei Celesti intantoLucifero irrompea. De l'abusatePorte del ciel stava a custodia il divoPietro di Galilea, l'inclito alunnoDel Nazzaren, pastor d'anime e chiaveDel paradiso. Udita avea la voceDel nemico imminente, e, ben che moltoFosse d'uomini esperto e di fortune,Pur sentì scioglier le ginocchia, e a guisaDi fragil canna, che tentenni al vento,Ondeggiava diviso in due consigli:O sguainar l'arrugginita spada,Che pendeagli dal fianco, e alla difesaRimaner, benchè solo; o, abbandonataLa difficil custodia ad altri o al caso,Svignarsela di furto.—Audace impresa,Dicea tra sè, nè a le mie forze uguale,Tener fronte da solo a un tal nemico:Certo ei val più di Malco. E poi, degg'ioPerigliarmi per tutti? Alcun non osaImpugnar l'armi, ed io restar qui devo?No, no; vadasi, e tosto: al proprio scampoVolga ognuno il pensier. Se Dio non valeA difender sè stesso, io lo rinnego,In fede mia, canti o non canti il gallo!—Così pensando, si sottrasse. ComeAl furïar di subito uraganoCade svelta dai cardini la portaD'un povero abituro: urla dal fondoLa famigliòla spaventata, in quellaChe ogni serbata masserizia in giroSparge, ammucchia, avviluppa il turbo avverso;Spalancossi in tal guisa al primo toccoDi chi porta la luce il vecchio albergoDel paradiso, ovvio lasciando e vastoAl guardo e al passo del Ribelle il varco.Grande e securo e tutto lampi il voltoSu la soglia Ei piantossi, e parea soleDi cotanto splendor, che incerte faciBen dir potevi a petto a lui le stelle.Siccome spada folgorante, in pugnoUn raggio acuto gli splendea; tremendaArma, che squarcia il sen de l'ombre, e quantiFerrei fantasmi e fiere larve han vitaCon sovrana virtù spezza e dilegua.Così l'Eroe proruppe; impazïentiDel solenne giudizio a lui da pressoSi versano le schiere, e tutte in giroPrendon l'aurea magione, a simiglianzaDi sonanti fiumane, a cui più frenoNon dànno argini e dighe, e l'una e l'altraS'accavallando, fragorose e torbideDivorano la valle e i campi affogano.Come allor, che dai cupi antri improvvisoIl vecchio Mongibel mugghia e si scuote,Trema intorno la valle; impäuritiFuggon greggi e pastori, a cui di sottoBalzan globi di fumo atro, e sul capoPiove di ardente e negra sabbia un nembo;Così a la vista de l'Eroe si scosseLa gran reggia dei cieli, e quinci e quindiFuggîr senza consiglio i sacri armentiVociferando, e qual siede, o s'arresta,Non già vanto ha d'ardire o di piè fermo,Ma invalidi i ginocchi e l'alma infranta.Questo fu il punto, che, disciolta i criniBiondissimi e con piè trepido, in vistaDi verginella, al gran Ribelle incontroMosse la bella Maddalena. Il colmoPetto le ondeggia sovra il cor, sicuroD'un superbo trïonfo; entro ai non foltiDocili veli le tondeggian tutteLe rosee membra riluttanti: un nimboDi reconditi incensi errale intornoA la vaga persona, e di pungentiStimoli avvampa ai men lascivi il sangue.Tal s'avviene a l'Eroe, mentre raccoltiNei lor taciti agguati ansan parecchi,Qual fidato a l'astuzia e quale al braccio,Congiurati al Loiola. Intento e assôrtoNel suo pensier quei trascorrea, nè puntoAbbadava costei, che del sedurreTutti ben sa gli accorgimenti e l'arte.Ond'ella il passo gli precise, e:—O santoArcangelo, esclamò, ben si convieneA la luce del tuo sguardo immortaleQuesto splendido regno! E chi dir puoteChe nemico tu sei? che una superbaSmania di regno ti conduce al cieloA sovvertir l'adamantina sede,Di Dio? No, che per certo iniqua e indegnaTi precorre la fama, e mal dirittoVeggion queste beate anime, a cuiTanto incute il tuo nome alto spavento.Luce ed amor sei tu: simile a novoRaggio d'innamorato astro sorrideLa tua fronte serena, e a dolci affetti,Pari al mio Nazzaren, l'anime inviti.Oh! ben torni fra noi; qui non mortaliSemina rose amor, qui sempre vivaFonte di voluttà schiude il mio seno!—Udì l'Eroe la subdola proposta,E amaramente le gittò sul voltoQueste parole:—O penitente eterna,Nè pentita giammai, qual ti germogliaNe l'instabile cor postuma bramaDi novelle avventure? Un mi son'io,Che al lascivo ozïare, a cui mi tenti,L'aspre battaglie del pensier prepongo!—Disse, e sdegnando procedea, già scioltoDa l'inciampo di lei; quand'essa, a un puntoTramutando tenor d'arti e d'accenti,Ruppe in alto cachinno:—E ci volevaProprio questa, esclamò; state a vedere,Ch'oggi che in terra dàn la caccia ai frati,A questa vecchia golpe senza codaVien pizzicor di farsi anacoreta!Ma fa' il piacer, Lucifero! Son donna,Son figlia d'Eva, e non son senza macchiaCome la madre di Gesù: codestaMascheraccia d'apostolo su'l musoNon ti sta, credi a me: cangiati in serpePiuttosto; ed io farò, come Dio vuole,Il sagrificio di mangiare il pomo!—Così dicea, ma seminate al ventoSi disperdean le lubriche parole.Visto il colpo fallir, nè di salutePiù sperando altra via, fuori ad un trattoDagli agguati sbucò la tortuösaAnima del Loiola, e si gittandoDi traverso a l'Eroe:—Salvami, grida,O glorïoso Arcangelo! Per te,Non già per Dio, sovra la terra io tesiLa rete mia!—Volea più dir, ma comeNon crudel passeggero, a cui di sottoVenga un turpe scorpion, che velenosiLascia i morsi ove tocchi, immantinenteAlza il piede e lo schiaccia; in simil guisa,Sporgendo il labbro, e torto altrove il viso,Piantò il piede l'Eroe sovr'esso al tergoDel supplice maligno, il qual diè un forteTonfo, e scoppiò, tutto ammorbando intornoDi putida mefite il ciel sereno.Questo fu il segno de la strage. AppenaDel suo duce la fin videro i Santi,Tutti uscîr dagli agguati a la rinfusa,Tal che frotta parean di saltellantiLocuste ingorde, cui la fiamma incalzaPiù vorace di lor. Più volte indarnoUna mano d'audaci angeli e santiFar impeto tentâr contro a le schiereDel luminoso Eroe; ma qual frementeCavallon che si franga a la ronchiosaRupe, spezzate contro a lor cadeanoL'avverse armi e l'ardire. E come avvieneNel nebbioso novembre, allor che in denseFalde piovon dal ciel l'umide brume,E nereggian le vie, quasi colpiteD'occulta lue cadon le mosche esose,Ch'or ti ronzan morenti in su la faccia,Or sui fumidi cibi, onde a l'intornoSparse e brutte ne van le mense e i letti;Così, al proceder de l'Eroe, da l'altoFioccan morti i Beati, e tu soltantoLi ferivi co'l tuo sguardo immortale,O trïonfante Verità. Fra tanto,Con ogni forza ed ogni astuzia in salvoRicondursi volean Sisto e Ghislieri,Torquemada e Gusman. Li precedea,Stranamente strillando e mulinandoSovr'esso il capo la ghierata gruccia,Il feroce Arbuënse, e una mal vivaFolta di Santi lor tenea bordone.Li riconobber da l'opposta parteCo'l profondo veggente occhio i campioniDel libero Pensiero, e un minacciosoMormorio si levò, come di ventoPrecursor di procella. Ardean di cupoSdegno le generose anime, in quellaChe con flagel di sanguinosi mottiMordea Voltèro ai fuggitivi il dorso.Non però immoti ne le lor falangiStetter Bruno e Vanini; anzi a quel modoChe una coppia di fulve aquile, altereDominatrici di profonde altezze,Con pari volo e con funesto stridoPiomban sovra a la preda, essi al feroceFuggitivo drappel di tutta puntaS'avventarono incontro, e:—O manigoldiDe l'umano pensier, gridò con fieraVoce l'ardito precursor di Nola,Or sì che il fin di vostre colpe è giunto!—Disse, e ghermendo con la ferrea destraTorquemada a la strozza, in turbinosoModo il rotò, che spatola pareaIn man d'esperto battitor. LanciolloPoi qual sasso di fionda; e non sì tostoDa l'alto ei ripiombò, che in mostrüosaFoggia si franse e si divise, a modoDi crinato utensil d'impura argillaLanciato a l'aria da fanciul bramosoD'udirne il tonfo e di contarne i cocci.Cadde, e si franse ei sì, ma in braccio a morteNon s'acquetò; chè in quante parti e braniS'eran divise le sue membra, in tantiSi spezzò la sua vita, onde ciascuno,Che guizzando e serpendo invan tendeaA congiungersi a l'altro, era dannatoA soffrir sempre, e a non morir giammai.Fra mani allora al pensator d'OtrantoFieramente stridean Sisto e Ghislieri.Ambi agguantati egli li avea, qual suoleAssiduo scardatore, il qual prendendoDue manciate di canape, fra loroPria le sbatte più volte, indi le affidaAl nemico di lische ispido cardo.Si mordevan per rabbia i duo percossi,E sgraffiavan rignando, e parean dueGatti rivali, a cui bollir fa il sangueNel rigido gennaio un caldo amore:Sul colmo dei muschiosi embrici, in tracciaDe l'amica ritrosa, a notte pienaScontransi, e i peli rabbuffando a un tratto,Soffian, sbatton la coda, alzano in arcoL'ispido dorso, e duri, intirizzitiMuovonsi con guardingo atto d'intorno,L'arida lingua saettando: a badaSi tengono così, fin che il più lestoLa granfia avventa e vibrasi a l'assalto.Odi allora echeggiar di strilli acutiLa sacra notte, rotolar sul tettoSmosse tegole e sassi, e chi del dolceSonno si svolge in quell'istante, umaniGemiti e grida ascoltar crede al vento.Così le due sinistre anime, a un puntoFatte da l'ira e dal dolor nemiche,Si sbranavan fra loro, insin che stancoDi quel fiero piacer l'eroe nemicoLe scagliò da sè lungi. Urlâro i tristiDa l'alto ciel precipitando, e ancoraPrecipitan pe'l chiaro aere: li aspettaFremebonda la terra, ove un'eternaVita servile e in gran terror vivranno.Scórsi muti e di furto eran fra tantoL'Arbuënse e il Gusmano; e si tenendoFuor d'ogni attesa e d'ogni sguardo ostile,Speculavan la fuga, o un nuovo inganno.Si sferrò allor da la sua schiera il forteRiformator di Vittemberga, in guisaDi mortifero strale, e una tremendaVoce vibrò. Stetter tremanti e bianchiI fuggitivi, e balenâr perplessiFra la lotta e la fuga, in simiglianzaD'inseguito assassin, che fischiar sentaPresso a l'orecchio il mortal piombo. VinseIl primiero consiglio, e, vòlto il fronteSubitamente, s'avventâro ai fianchiDe l'iracondo novator. Qual puraFiamma tendente al Sole e del Sol figlia,Se a la putida pece arda vicina,A lei tosto s'apprende: a poco a pocoStruggesi questa; in negre bolle impureGorgoglia, e più e più spandesi, fra tantoChe giallo e crasso infesta l'aria il fumo;Tal divenne Lutero, allor che intornoGli s'avvinghiâro ai poderosi fianchiI due rabidi santi, a cui bentostoCrepitando ei s'appiglia. Un fiero stridoMandan gli audaci, e di balzar fan prova,E staccarsi, e fuggir; ma appiccicatiRestano a lui così, che in foggia stranaFan di tre forme un mostrüoso aspetto.Corre pe'l ciel l'inesorabil fiamma,Che li attacca, e li fonde, e meravigliaN'han tutti intorno; ed ora i cornei criniGli avvampa, or gli erra su le picee tergaCon feroce pigrizia, or dentro ai viviOcchi gli siede, e nei precordii scende,E i visceri gli mangia, e l'ossa ignudeCon lenta voluttà rode e consuma.Seguían queste giustizie; ed ecco a fronteDe l'egro Nume il gran Ribelle arriva.Solo il trovò nel più recesso locoDel paradiso; e nullo era, di quantiA le mense di lui s'eran nutriti,Che a la difesa or vigilasse: ognunoChe innanzi al passo de l'Eroe non era,Futile inciampo, ancor fugato o vinto,O il vol dava a la fuga, o in un furtivoRipostiglio del ciel, pallido, ansanteScongiurava il destin. Voi soli in questoStremissim'uopo non lasciaste il trinoPadre deserto, o sovra ogni pietosaFida essenza del ciel pietosi e fidiQuadrupedanti: a voi, se grazia alcunaMerta ancora la fede, un chiaro gridoNon fallirà presso i venturi, a cuiL'alto cor vostro e i vostri nomi io canto.V'era di Balaàm l'asino e quelloChe riscaldò di Betelèm la greppiaCol mirifico fiato; eravi anch'essoL'accorto bue, che, abbandonato il duroSolco e l'aratro, ad adorar sen corseIl già nato Messia: meravigliosoDi fede esempio, onde nei cieli assuntoFu per nume di Dio, che la falcataFronte gli ornò di due vividi raggi,Come un tempo a Mosè; v'eran del divoRocco i fidi mastini impazïentiD'avventarsi a l'Eroe; v'era il modestoD'Antonio alunno, che il signor perdutoFra' grugniti piangea: sul nero grifoGli discorrean le lagrime cocenti,Ed ei, la Dio mercè, fatto maestroD'oprar le zampe come fosser mani,Se le tergea con un candido velo,Di ricami stupendo, opera e donoDe la diva Lucia. Ma visto appenaL'avverso Eroe, che procedea sembianteA novo Sol, di subito disdegnoArse, fe' biechi i picciolettì e tondiOcchi verdastri, aggrinzò il grugno, a spiraRavvolse ed agitò la scarsa coda,Ed arrotando le spumose zanneCon irto il dorso e con pendule orecchieS'avventò, che parea critico arguto,Che carico di norme e di sofismiAl tallon d'un poeta avventi il morso.Non fûr tardi a seguir l'eroico esemploL'altre bestie devote; anzi ad un puntoPer ogni verso si scagliaron tutte,E, stupendo a ridir! correano a morteCome a danza, o convito. Alti lamentiMettea dal petto il Nume; e a lui d'intornoPer la reggia del cielo era un tedescoStrano accordo di ragli e di grugniti.Tentennava l'Eroe, commiserando,La testa, e con un rigido sorriso:—Ecco, o Eterno, dicea, qual poco armentoDi cotanti fedeli oggi ti resta!—Toccò in tal dir co'l penetrante raggio,Che nel pugno tenea, la nebbia densaIn cui tutto era chiuso il Dio morente,E l'aprì tosto, e dissipolla in guisaChe il ciel limpido apparve e la sparutaFaccia del Nume agonizzante. Ai piediMorto giaceagli il divo augel, che il gremboVisitò de l'Ebrea Vergine; e, scioltoDal trino amplesso, a cui lo strinse il mito,Stette innanzi a l'Eroe tranquillamenteGesù. Splendea nel mansuëto aspettoTutta umana bellezza, e una fragranteLucid'aura di pace e di doloreGli alïava d'intorno a la personaCandidissima. Il vide, e il riconobbeLucifero, e parlò:—Ben la catenaDi tua divinità spezzi in quest'ora,Santo eroe de l'amore e del perdono;Ben ritorni qual fosti al luminosoRaggio del Ver, le cui vendette io segno!Vedi le schiere mie? Là, fra quei pochiSpirti di saggi, a cui Socrate è duce,Loco a te caro, a niun secondo, io serbo!—Disse, e insegnava con la destra. InnanziFecesi, a questo dir, l'intemerataLuce d'Atene, e fra le venerandeBraccia il pietoso Nazzareno accolse.Or l'estrema ora tua dirà il superboGenio che m'arde, o mal temuto Iddio.Quando l'Eroe ruppe la nebbia, involtoDi nero oblio, fuor d'ogni senso e motoTu giacevi; ma allor che con lo sguardoTi penetrò, ratto balzasti, a guisaDi già morto batràce, a cui dà straniMoti il valor del ricorrente elettro.E, come già solea nel greco mitoLe sembianze mutar Proteo marino,Quando immerso nel sonno, in mezzo al greggeDe le putide foche il sorprendeaCon ferree braccia alcun mortale o nume,Tal sotto al ciglio de l'Eroe nemicoCento apparenze e simulacri e larveL'egro tuo corpo in ratta vece assunse.E or di Brama, o di Teuta, or di SaturnoUsurpava gli aspetti; or Cristo, or Giove,Ora Osiri appariva ed ora Anubi;Or terribile e scuro e tutto cintoDi tempeste e di morte, or fiammeggianteSole parea che l'universo avvivi;Or fantasima inerte, or procellosoEversor di pianeti; e ferrea e ciecaLegge d'affanno, ed inesausta fonteDi bontà, di clemenza e di perdono.Fremean per lo profondo etra le schiereLuminose dei Saggi; da l'opacaTerra sorgean, che parean fiamme vive,Le vittime dei Numi, e tutti a un gridoLa giustizia chiedean. Pende dal labbroDi Lucifero il Fato; a lui dintornoStanno i secoli. Al Dio, che si trasformaTranquillamente egli favella:—È anticaL'arte, per cui forme tu cangi e nomi:Rinnovarla or non giova! Assai sembianzeSostenemmo di Numi, a cui la ciecaFede de l'uom diè lunga vita e impero.A l'un error l'altro successe; a un vôtoFantasma altro fantasma; or tocca il fineQuesta vicenda rea: l'ultimo IddioTu sei; con te, non pur la forma e il nome,Ma il pensiero di Dio ne l'uom s'estingue!—Così dicendo (ed additava il sole,Che sotto ai passi gli sorgea), toccolloDe l'acuto suo raggio, e parte a parteLo trapassò. Stridea, come roventeFerro immerso ne l'onda, il simulacroFuggitivo del Nume; e, a quella formaChe crepitando si scompone e scioglieFumigante la calce a l'improvvisoTasto de l'acqua o del mordente aceto,Tale al raggio del Ver struggeasi il vanoFantasima; e in vapore indi converso,Tremolando si sciolse, e all'aria sparve.Così moría l'Eterno. Ai consuëtiBalli movean gli antichi astri; dal cieloLuminose partían come in trionfoLe Magne Ombre dei Sofi, e a tutti innanziLucifero. Arrivò co'l Sol novelloSul Caucaso nevato, ove al soffrenteD'adamantino cor figlio di Temi:—Lèvati, disse, il gran tiranno è spento!—

CANTO PRIMO Pag. 3

Silenzio di Dio.—I suoi ministri imprecano.—Gli uomini ridono. Lucifero s'incarna.—Proposizione del poema, ed apostrofe ai critici.—Avvenimento dell'Eroe sul Caucaso, da dove eccita gli uomini alle finali battaglie del pensiero.—S'incontra in Prometeo, che cerca da prima dissuaderlo dall'impresa ch'egli crede inutile e disperata; commosso indi dalle ardite parole di lui, lo prega a volergli narrare la sua storia.—L'Eroe si dispone al racconto.

CANTO SECONDO Pag. 21

Incomincia la narrazione.—La Natura e il Pensiero.—Stato primitivo degli uomini; primi e diffIcili avanzamenti, a cui si oppongono i Numi, creati dall'anima inferma degli uomini.—La gran Lite.—La guerra dei Titani: il pensiero e non la forza trionfa dei Numi.—Lucifero non si contenta del cielo; Dio lo fulmina; l'inferno lo accoglie.—Un istinto di amore lo chiama sulla terra.—L'albero della scienza.—La tentazione.—Percosso nuovamente da Dio, ripiomba nell'inferno.—Non mai contento dell'esser suo ritorna sulla terra.—Cristo predica l'amore.—Gli uomini desiderosi del cielo dimenticano la terra.—Lucifero ve li richiama, ed è malamente calunniato.

CANTO TERZO Pag. 41

Lucifero, continuando il racconto, accenna alla venuta dei barbari; ad Ario, che si ribella, fra' primi, all'autorità ecclesiastica, da cui viene scomunicato nel concilio di Nicea; a Telesio, che scote il giogo scolastico; alla stampa che propaga il pensiero nuovo.—La rivoluzione, filosofica in Italia, diventa religiosa in Germania.—Leone X e Lutero.—Il pensiero e la coscienza armano il braccio dei popoli, e la rivoluzione prende l'aspetto politico.—Tirannide monarchica e republicana: la libertà sta nel centro.—Rivoluzioni d'Inghilterra, d'America, di Francia.—Il canto della guigliottina.—Fecondità delle rovine.—Rassegna delle principali invenzioni del pensiero umano; dalle quali confortato l'Eroe, predice il suo vicino trionfo.—Finita così la narrazione, si parte, mentre una voce misteriosa annunzia agli uomini la sua venuta.

CANTO QUARTO Pag. 67

Lasciato il Caucaso, l'Eroe si dirige verso la Grecia; trascura molti luoghi favolosi, ma ricordasi di Ero, ed apostrofa all'amore e alla morte.—Descrizione di Tempe.—Le bagnanti sorprese.—Il palazzo incantato e la fanciulla misteriosa.—Lucifero arriva; ascolta il canto di Ebe, e le domanda ospitalità.—Accenna in brevi tratti all'esser suo e a quello di Dio, e la commuove di paura e di affetto.

CANTO QUINTO Pag. 87

Il fantasma di amore, che ha eternamente agitato l'Eroe, veste forme sensibili.—Ebe e Lucifero si amano: l'amore accerta l'Eroe del trionfo.—Si allontanano da Tempe, e giungono nell'Attica.—L'Acropoli di Atene.—Voluttà d'amore fra le rovine.—L'Ombre di Socrate, di Focione, di Codro.—Un bruttissimo e strano mostro appare in sogno all'Eroe, e lo beffeggia.—Onde questi, abbandonando la fanciulla nel sonno, si caccia impaziente ove il destino lo chiama.

CANTO SESTO Pag. 107

L'Eroe s'imbarca per la Francia.—Rivolge superbe parole alla Natura.—Aurora boreale.—Sermone di frate Iginaldo.—Tempesta e naufragio.—Isolina si raccomanda all'Eroe, che cerca invano salvarla.—Morte di frate Iginaldo.—Lucifero co'l cadavere della fanciulla si avvicina a forza di nuoto alla riva.—Iddio, che vuol perderlo ad ogni costo, inveisce contro gli oziosi abitatori del cielo; armasi in fretta, ed è sul punto di scendere in terra per combattere il nemico, quando l'arcangelo Michele lo calma, e scende in sua vece alla pugna.—Sdegnose parole di Lucifero al nemico, la cui spada non riesce a ferirlo.—L'eroe afferra finalmente la riva, e dà sepolcro alla giovinetta.

CANTO SETTIMO Pag. 131

Storia d'Isolina.—Amore.—Sogno di felicità.—La lettera della madre.—Ultimo commiato.—Lontananza.—La giovinetta abbandona la famiglia e la patria; muove in traccia dell'amor suo, e perisce miseramente tra' flutti.—Sorge dal sepolcro, ed apparisce a Lucifero; il quale, non potendo ridarle la vita, languisce nell'oblìo di sè stesso.—Una voce interiore lo richiama all'attività, e lo avverte della gran lotta preparata fra la Prussia e la Francia.—Egli ascende sulle Ardenne, e mira i formidabili eserciti che si avanzano.—Alla vista delle aquile imperiali alza inutilmente la voce contro l'ingiustizia di quella guerra.

CANTO OTTAVO Pag. 155

La catastrofe di Sédan.—L'ombra di Turenna e la resa.—Lucifero entra in Parigi.—La babilonia delle gazzette.—L'assedio.—Gloria ed obbrobrio a chi spetta.—Un generale francese, trasformato in asino, è condotto al macello.—I Prussiani entrano nella città.—L'allocuzione del proletario.—La colonna Vendôme.—L'ombra di Federigo.—La petroliera.—Allo spettacolo di tanti eccidî Lucifero si parte, non senza dubitare un istante del suo trionfo.

CANTO NONO Pag. 187

Curiosità dei Celesti e pietosa supposizione dei santi inquisitori alla vista dell'incendio di Parigi.—Pettegolezzi divini.—Profonda risposta di Dio; e confidenze che egli fa a santa Teresa; che perde improvvisamente la ragione.—Lucifero, che ha lasciata la Francia, veleggia per l'America.—Apostrofa alla Spagna.—Arriva nel nuovo mondo.—Saluto alla libertà, madre di civili istituzioni.—S'interna in una foresta, di cui si fa la descrizione, e conversa con una scimmia, che pretende esser sorella del genere umano.

CANTO DECIMO Pag. 213

Sorge la notte, e l'Eroe resta smarrito nella foresta, dove prova le sofferenze dell'umana natura.—Lotta con un giaguaro, di cui rimasto vincitore, abbandonasi al sonno.—Rivede Ebe nei sogni, e torna per poco ai dolci vaneggiamenti d'amore.—La giovinetta silenziosa si tramuta a un tratto in un orribile fantasma.—Iddio, vedendo così travagliato il suo avversario, crede agevole impresa il domarlo.—Lascia il letto, cavalca l'asino di Betlem, e scende in terra.—Trova Lucifero, e cerca da prima con superbe parole, poi con astute promesse venire a patti; ma questi tien fermo, e lo caccia da sè acerbamente.—Liberatosi indi a poco dalla foresta è ospitato dalla povera Sara.—La schiava nera e lo schiavo bianco.

CANTO UNDECIMO Pag. 241

Canto all'Italia; le tre civiltà; l'Alighieri; l'ultima guerra d'indipendenza; l'ossario di Solferino; il traforo del Cenisio.—Lucifero arriva; apostrofa al Po; scende in Toscana; è ricevuto nella casa d'Egeria, dove si adunano i più famosi geni dell'Arte moderna.—Le donne emancipate; il filologo Macrino; un poeta demagogo; un commentatore di Dante; Delio gazzettiere; un camaleonte onniscibile.—Il poeta Olimpio e la sua dama.—Lucifero, creduto spiritista, finge evocar l'ombra del divino poeta; il quale fulmina sdegnosamente poeti svenevoli e atrabilari, drammaturghi da scuola e da piazza, musici intronatori ed istrioni bastardi.—Olimpio, che si offende, sfida l'Eroe a un duello; ma questi si rifiuta con parole di superbo disprezzo.

CANTO DUODECIMO Pag. 281

Lucifero giunge in Roma.—La breccia di Porta Pia.—La festa del Colossèo; durante la quale ascolta l'Eroe alcune voci misteriose.—Voce di Ebrei.—Voce di Numi.—Voce di Sacerdoti.—Voce di Santi.—Voce di Diavoli.—Voce del Tevere.—Voce della Savoia.—Voce della Corsica.—Voce dell'Istria.—Voce di popoli slavi.—Voce della Germania.—Spavento dei beati alla nuova che Lucifero è in Roma.—Santa Caterina da Siena, rimproverandoli acerbamente, si offre di scendere in terra e di piegare con la sua eloquenza il nemico.—Iddio, benchè dubbioso del buon successo, glielo accorda; e, mentre ella si dispone a partire, Santa Teresa dà scandaloso spettacolo della sua pazzia.

CANTO TREDICESIMO Pag. 315

Santa Caterina alla vista di Lucifero si perde di animo, e, invece di convertire lui alla fede, converte sè stessa all'amore, e si abbandona ai voluttuosi abbracciamenti dell'Eroe.—Alcuni Angeli, sedotti dall'esempio, disertano il cielo, e cantano il desiderio della terrena voluttà.—Ultime ore di Pio IX; a cui apparisce l'Ombra di un solitario, che, non valendo a persuaderlo di rinunziare al dominio temporale della terra, lo lascia in preda a spaventose visioni.—Una vittima delle stragi di Perugia.—Due decapitati.—Straziato da queste apparizioni, il vecchio Pontefice muore, domandando inutilmente perdono.

CANTO QUATTORDICESIMO Pag. 341

Saluto di Lucifero al Sole; tra' raggi del quale rivede l'immagine di Ebe.—Attirato da mirabile fascino d'amore l'Eroe si solleva per l'aria; traversa gli spazi; giunge in Venere; si confonde con l'amor suo, e procede infino al Sole, da dove alza la voce dell'ultimo giudizio.—I morti di ogni età e di ogni loco risorgono, e s'innalzano dalla terra per assistere al giudizio di Dio.—Rassegna di filosofi; d'istitutori di popoli; di riformatori.—Le vittime domandano vendetta.

CANTO QUINDICESIMO Pag. 367

La voce di Lucifero spaventa i beati, che si danno scompostamente alla fuga.—San Luigi Gonzaga si sviene fra le braccia di Santa Teresa.—Gabriele, non potendo persuadere l'Arcangelo Michele alla pugna, ordinate alla meglio alcune schiere, disponesi alla battaglia.—Santa Cecilia ne lo dissuade; ond'egli, lasciato il fiero proposito, s'abbandona voluttuosamente nelle braccia di lei.—Loiola, Domenico di Guzman, Torquemada, Pietro d'Arbues, Sisto e Pio V, ordiscono una frode a Lucifero.—San Pietro abbandona le porte del paradiso.—L'Eroe sventa la congiura, e prorompe luminosamente nel cielo.—I congiurati santi tentano la fuga, e periscono miseramente.—Lucifero arriva alla presenza di Dio, cui trova, già fuori di sè, abbandonato da tutti, fuorchè da alcune bestie fedeli.—Tornata vana ogni loro difesa, tramutatosi indarno in diversi aspetti, Iddio muore, mentre l'Eroe ridiscende sul Caucaso, ed annunzia a Prometeo la fine dell'impresa.


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