Chapter 13

Altri ritratti certi di Lucrezia Borgia non vi sono, tranne quelli nella medaglia, impressa nel periodo della sua vita in Ferrara. Uno è in fronte di questo libro: è il più perfetto di tutti, e può dirsi anche ch'è una delle più notevoli impronte della Rinascenza. Pare ne sia stato autore Filippino Lippi nell'anno 1502, dopo il matrimonio di Lucrezia con Alfonso. Il rovescio porta un'immagine caratteristica non solo pel tempo, ma per Lucrezia stessa: Amore con le ali mezzo strappate, legato ad un lauro; accanto un violino, e più sotto carte di musica; la faretra dell'amoroso Iddio infranta pende a un ramo dell'albero; e l'arco per terra con la corda spezzata. Intorno l'iscrizione:Virtuti Ac Formae Pudicitia Praeciosissimum. Con tali simboli l'artista volle forse significare che il tempo de' liberi ludi amorosi eran passati, e con l'albero d'alloro alluse forse alla gloriosa casa degli Este. Se codestaallegoria, alquanto ardita, poteva nulladimeno convenire per una sposa qualunque, per Lucrezia Borgia poi fu davvero la più appropriata che potesse immaginarsi.[286]

Guardando quella testa attraente, da' lunghi capelli disciolti, un senso di maraviglia t'assale. Niun contrasto maggiore di quello che passa tra l'immagine reale e l'immagine che ciascuno si sarà fatta di Lucrezia Borgia, secondo la rappresentazione tradizionale del carattere di lei. Quell'effigie presenta un aspetto d'infantile candore, di una espressione singolare, senza linee classiche nel profilo. Bello non si direbbe nemmanco. Diceva il vero la marchesana di Cotrone, scrivendo a Francesco Gonzaga, che Lucrezia non aveva nulla di particolarmente bello, ma ciò che si chiamadolce ciera. La testa di lei ha punta o poca somiglianza con quella del padre, quale le migliori medaglie lo raffigurano; meno forse nel naso fortemente profilato. La linea frontale di Lucrezia è prominente, mentre in Alessandro VI è depressa; e il mento scende in quella alquanto indietro, in questo invece sta con la bocca sulla stessa linea.

Un'altra medaglia non rappresenta Lucrezia co' capelli disciolti, ma col capo avvolto da una rete e dalla lenza, un nastro ornato di pietre preziose o di perle. La chioma copre l'orecchio; e quindi dalle spalle in giù una lunga treccia, proprio nella forma allora in uso, come può,ad esempio, vedersi in una bella medaglia di Elisabetta Gonzaga d'Urbino.[287]

I documenti, che hanno fornito i materiali a questo libro, pongono ogni lettore in grado di formarsi un giudizio su Lucrezia Borgia. Questo sarà forse approssimativamente giusto o per lo meno più giusto di quello omai trasmesso e per tradizione accettato. Gli uomini del passato sono problemi pe' giudici loro. Se giudicando di contemporanei a noi conosciuti, diamo ne' più madornali errori, quanto più non siamo esposti ad errare appena che vogliamo comprendere la natura di uomini, che ci stanno dinanzi solo come ombre. Tutte le condizioni personali alla loro vita e tutto l'intreccio delle circostanze di luogo, di tempo, di persone, nel cui mezzo s'andaron formando, e i più intimi secreti dell'esser loro giacciono lì, qual serie di fatti tutti scissi e divisi; e da questi frammenti uopo è per noi ricostruire un carattere. Per chi guardi alla legge di causalità, la storia è la giustizia del mondo. Ma non di rado la storia scritta è per sè il più ignorante de' tribunali. Molti caratteri storici vedrebbero ne' ritratti loro fatti ne' libri come tante caricature, e di cuore riderebbero del giudizio sul conto loro portato.

Lucrezia Borgia forse consentirebbe con chi attenendosi a' documenti del tempo osasse affermare, ch'ella fu donna leggiera, amabile e infelice insieme. L'infelicità sua in vita furono gli avversi casi da lei in parte immeritati; e, dopo morte, l'opinione che s'andò formando intorno il suo carattere. Il marchio d'infamia sulla sua fronte impresso seppe ella stessa, come duchessa di Ferrara, cancellare; ma apparve di nuovo, poichè fu morta. E come presto riapparisse, lo mostra il giudizio che davano di lei i Della Rovere in Urbino. Nel 1552 Guidobaldo II, figlio diFrancesco Maria e di Eleonora Gonzaga, doveva sposarsi con Giulia Varano; ma domandò invece la mano di una Orsini. Il padre gli oppose i matrimonii di principi con donne indegne di loro; fra gli altri, quello di Alfonso di Ferrara. Costui — diceva egli — s'è disposato con Lucrezia Borgia, con una donnadi quella sorta che pubblicamente si sa, e ha dato anche a suo figlioun mostro(Renata). Guidobaldo confermò cosiffatto giudizio: rispose che egli sapeva d'avere un padre, che giammai non lo vorrebbe costringere a prendere una sposa come Lucrezia Borgia,di quella mala sorta che fu quella, e con tante disoneste parti.[288]Così l'opinione continuò a propagarsi, e Lucrezia Borgia divenne il tipo di ogni abiezione femminea, sino a che Vittor Hugo nel suo dramma e il Donizetti nella sua opera non la portarono sulle scene appunto sotto quei colori.

Ancora, per concludere, qualche parola intorno ad Alfonso e alla discendenza sua e di Lucrezia. Il duca di Ferrara sopravvisse alla moglie altri 15 anni, che furono difficili e procellosi. Seppe non pertanto con prudenza resistere e mantenersi contro l'odio papale de' Medici. Si vendicò di Clemente VII col sacco di Roma, cui resero possibile i soccorsi suoi all'esercito imperiale. Ebbe da Carlo V Modena e Reggio; e di tal guisa fu in grado di trasmettere agli eredi suoi gli antichi Stati di casa d'Este nella integrità loro. Non passò ad altre nozze. Ma Laura Eustochia Dianti, bella e giovane ferrarese, gli fu compagna. Questa gli partorì due figliuoli, Alfonso e Alfonsino. Egli morì il 31 ottobre 1534 di 58 anni, quando i fratelli lo avevano già preceduto nel sepolcro, il cardinale Ippolito nel 1520 e Don Sigismondo nel 1524.

Da Lucrezia Borgia ebbe cinque figliuoli. Ercole fu suo erede al trono. Ippolito fu cardinale; morì il 2 dicembre1572 in Tivoli, ove suo monumento è la Villa d'Este. Eleonora fu monaca nel monastero delCorpus Domini, e vi morì il 15 luglio 1575. Francesco fu marchese di Massalombarda, e morì il 22 febbraio 1578. In fine Alessandro, morto, come s'è detto, varcata appena l'età di due anni, il 10 luglio 1516.

Il figlio di Lucrezia Ercole II regnò sino all'ottobre 1559. Suo padre nel 1528 avevalo sposato con Renata, la brutta, ma molto intelligente figliuola di Luigi XII. Lucrezia non aveva visto mai la sua nuora, e non mai sospettato neppure che Renata potesse divenir tale. La vita di questa celebre duchessa costituisce un importante episodio nella storia di Ferrara. Essa fu seguace entusiastica di quella Riforma, che finalmente penetrò nel mondo, intesa ad emancipare lo spirito da una Chiesa, a capo della quale erano stati i Borgia, i Della Rovere e i Medici. E per questo i Della Rovere la chiamavano unmostro. Per un certo tempo Renata tenne nascosti alla corte sua Calvino e Clemente Marot.

Un caso strano occorse: appunto alla corte del figliuolo di Lucrezia nel 1550 apparve un uomo, che valse a rinnovar la memoria della storia della famiglia Borgia, già quasi diventata un mito per la generazione allora vivente. Era Don Francesco Borgia, duca di Gandia, e ora, nell'anno 1550, gesuita. La sua inattesa comparsa in Ferrara ci porge occasione di fare un cenno delle vicende di casa Gandia.

Di tutti i discendenti di Alessandro VI i più fortunati furono appunto quei che tolsero l'origine dall'ucciso Don Juan. La vedova donna Maria visse un pezzo in grande reputazione alla Corte della regina Isabella di Castiglia. Poscia, presa da malinconia e da bigottismo, andò a chiudersi in un monastero. Morì l'anno 1557. Il suo unico figlio Don Juan, ancora bambino, era successoallo sciagurato padre nel Ducato di Gandia, ed aveva anche serbati i possedimenti nel Napoletano. Questi comprendevano un territorio esteso in Terra di Lavoro con le città di Sessa, Teano, Carinola, Montefuscolo, Fiume, e altre. Il giovane Gandia nel 1506 le cedette al re di Spagna, e ne fu compensato pecuniariamente: il gran capitano Consalvo ebbe il Principato di Sessa.

Don Juan restò in Spagna, ove fu uno de' Grandi, e di grado elevato assai. Sposò Giovanna d'Aragona, principessa della caduta Casa reale di Napoli; e in seconde nozze, nell'anno 1520, donna Francesca de Castro y Pinos, figlia del visconte d'Eval. I matrimonii de' Borgia furono la maggior parte assai fecondi. Venuto a morte codesto nipote di Alessandro VI nel 1543, non lasciò meno di quindici figliuoli. Le figlie si maritarono con Grandi di Spagna, e i figli appartennero alla più cospicua nobiltà del paese, ove conseguirono altresì le più alte cariche. Il maggiore, Don Francesco Borgia, nato il 1540, fu duca di Gandia, un gran signore, molto stimato alla Corte di Carlo V, che lo fece vicerè di Catalogna e commendatore di Santo Jago. Accompagnò anche l'imperatore nelle spedizioni in Francia e sino in Affrica. Il 1529 erasi ammogliato con Eleonora de Castro, dama di corte dell'imperatrice. E n'ebbe cinque figliuoli e tre figliuole. Morta la moglie nel 1546, nulla più lo trattenne dal seguire la passione, che da lungo tempo covava in seno, per la Compagnia di Gesù, quella cioè di rinunziare per sempre alla sua splendida condizione e di farsi gesuita. Pareva quasi una misteriosa tendenza ve lo spingesse, per scontar così i peccati della casa sua. Eppure non deve far maraviglia di trovare un pronipote di Alessandro VI sotto l'abito de' Gesuiti. La stessa demoniaca energia di volontà, per la quale i Borgia eransi segnalati, animava pure il loro compatriotta Loyola, benchè sotto altra forma e rivolta a diverso scopo. Ed anche le massimedelPrincipedel Machiavelli divennero la parte politica delle costituzioni gesuitiche.

Il duca di Gandia andò nel 1550 a Roma per gettarsi a' piedi del Papa e divenire membro dell'Ordine. Appunto allora Paolo III, fratello di Giulia Farnese, era morto, e Giulio III Del Monte asceso alla Santa Sede. Ma in Ferrara era ancora sul trono Ercole II, zio cugino di Don Francesco. Egli si ricordò della parentela e lo invitò, andando a Roma, di passar per Ferrara. Francesco si fermò alla corte del figlio di Lucrezia tre giorni, e vi fu ricevuto anche da Renata. Non si sa se l'entusiastico discepolo di Loyola fosse a notizia de' sentimenti religiosi dell'amica di Calvino. Il loro incontro però, nella patria del Savonarola e nell'appartamento di Lucrezia, offriva un contrasto acutissimo e de' più strani. Francesco continuò quindi per Roma; donde poscia tornò presto di nuovo in Spagna. Morto il Lainez, fu nel 1565 terzo Generale della Compagnia di Gesù. Morì in tal qualità a Roma l'anno 1572. La Chiesa lo santificò; così un pronipote di Alessandro VI divenne un santo.[289]

La discendenza di questo Borgia si ramificò, innestandosi con le più nobili famiglie di Spagna. Il suo primogenito Don Carlos, duca di Gandia, sposò donna Maddalena, figlia del conte Oliva della casa Centelles. Così quella famiglia, cui apparteneva il primo promesso sposo di Lucrezia, s'imparentò un mezzo secolo più tardi con i Borgia. La stirpe de' Gandia durò sin nel secolo XVIII, nel quale ebbe anche due cardinali Borgia.

Ercole II non scoprì le eretiche relazioni di sua moglie che nel 1554. La cacciò in un chiostro. Ma la nobile principessa restò fedele alla Riforma. Quando l'Inquisizione soffocò a Ferrara il moto riformatore, essendo duca il figliosuo, ella rientrò in Francia. Ivi visse fra Ugonotti nel suo Castello di Montargis, e vi morì nel 1575. Per strana combinazione il duca di Guisa fu proprio genero di lei.

Renata diede al marito parecchi figliuoli: Alfonso, principe erede; Luigi, più tardi cardinale; donn'Anna, sposatasi appunto col duca di Guisa; donna Lucrezia, poscia duchessa d'Urbino; e donna Leonora, rimasta nubile.

Il figlio Alfonso II successe nel Governo di Ferrara l'anno 1559. È quel duca reso immortale dal Tasso. Come l'Ariosto, al tempo del primo Alfonso e di Lucrezia, aveva glorificata la casa d'Este con un poema monumentale, così ora Torquato Tasso continuava codesta specie di esaltazione tra i nipoti, quando sul trono di Ferrara sedeva il secondo Alfonso. Il caso metteva così ai servizii della stessa corte i due più grandi poeti epici d'Italia. La sorte del Tasso è uno dei più sinistri ricordi della casa d'Este; eppure, che il cigno canoro abbia fatto risuonare proprio in mezzo alla corte di Ferrara la sua canzone, è, al tempo stesso, l'ultimo dei ricordi che abbia importanza nella storia di quella. Perchè con Alfonso II, nipote di Lucrezia Borgia, morto senza figliuoli, s'estinse il 27 ottobre 1597 la linea legittima della famiglia d'Este. Don Cesare, un nipote di Alfonso I, figlio di quell'Alfonso, che Laura Dianti aveva a colui partorito e di donna Giulia Della Rovere di Urbino, salì, è vero, al trono di Ferrara alla morte di Alfonso II, come suo erede per legge; ma il Papa nol volle riconoscere. Indarno cercò mostrare come l'avo suo, poco prima di morire, avesse regolarmente sposato Laura Eustochia, e che fosse per questo divenuto egli legittimo erede della casa. A nulla giovò che i giureconsulti perorassero la validità delle pretensioni di Don Cesare innanzi ai tribunali di papi ed imperatori. E approdò ancor meno, che, sull'esempio del Muratori, quei diritti, a tutt'oggi, fossero dai Ferraresi sostenuti. A Don Cesare fu giuocoforza sottomettersialla decisione di Clemente VIII. Il 13 gennaio 1598 il nipote di Alfonso I dovette firmare la rinunzia al Ducato di Ferrara. Con la moglie Virginia dei Medici e coi figliuoli abbandonò quella, che per secoli era stata la residenza degli antenati suoi, e si ridusse a vivere a Modena col titolo di Duca di questa città, alla quale s'aggiunsero anche Reggio e Carpi.

Don Cesare continuò quivi la linea collaterale degli Este. Sullo scorcio del secolo XVIII, mercè l'arciduca Ferdinando, essa trapassò nella casa Austro-Estense. Ed anche questa oggi è venuta meno. E caduta pure è la dominazione dei Papi in Ferrara. Là ove un tempo, quando nel 1502 Lucrezia Borgia fece il suo ingresso, sorgeva Castel Tedaldo; là, ove Clemente VIII fece erigere la grande fortezza, oggi non è che un campo: la fortezza fu smantellata nel 1859. In quel campo sta dimenticata e quasi sperduta la statua di Paolo V, e intorno intorno tutto è solitudine. Così anche oggi, innanzi alla rôcca di Giovanni Sforza in Pesaro sorge una colonna, dalla quale la statua fu abbattuta: sulla base si legge: «Colonna di Urbano VIII; ecco tutto quel che ne rimane.»


Back to IndexNext