Il 25 luglio 1492 accadde ciò che i Borgia da tempo e con tanto ardore avevano sospirato e atteso, la morte di Innocenzo VIII. Quattro cardinali erano allora, a preferenza di tutti, candidati al Papato, Raffaele Riario e Giuliano Della Rovere, i due potenti nepoti di Sisto IV; quindi Ascanio Sforza e Rodrigo Borgia.
Per la famiglia di quest'ultimo, sino a che la nuova elezione non fu decisa, trascorsero giorni di ansietà febbrile. Dei figliuoli di lui erano in Roma soltanto Lucrezia e Jofrè, ambedue in casa Madonna Adriana. Vannozza viveva nella propria col marito Canale, che da un pezzo copriva la carica di Scrittore della Penitenzeria. Essa aveva allora 50 anni, e null'altro le restava a desiderarein vita che di veder effettuato il supremo e più fervido voto dell'animo suo, di veder salire il padre dei suoi figliuoli sul trono papale. Santi del Cielo! Con quante preci e con quali promesse solenni non saranno stati assaliti, perchè esaudissero quel voto! E con quante e quali non gli avranno pur tempestati Madonna Adriana, Lucrezia e Giulia Farnese!
L'11 agosto, di buon mattino, anelanti messi potettero a quelle donne recare dal Vaticano la nuova, che Rodrigo Borgia era uscito vincitore dal difficile agone. A lui, maggiore offerente, il Papato era stato venduto. Nella elezione il cardinale Ascanio aveva dato il tratto alla bilancia; e in guiderdone ebbe la città di Nepi, il posto di Vicecancelliere e il palazzo Borgia. Ancora oggi questo porta il nome di Sforza Cesarini.
Quando, la mattina dopo l'avventuroso giorno, Alessandro VI dalla sala del Conclave fu portato giù in San Pietro per ricevervi i primi omaggi, lo sguardo suo, raggiante di gioia, dovette fra la stipata moltitudine cercar le persone a lui care. Dovettero invero queste esser forse le prime a venire per festeggiare sì gran trionfo. Da lungo tempo Roma non aveva più visto un nuovo Papa dalla figura così piena di maestà e bellezza. Il suo modo di vita era generalmente noto a tutti. Pure niuno in quel momento lo conosceva tanto intimamente quanto quella donna, Vannozza Catanei. Essa se ne stava certamente ginocchioni in San Pietro, mentre fra i sacri cantici della Messa le immagini di un peccaminoso passato le agitavan l'animo.
Non tutte le Potenze accolsero sospettose l'elezione del Borgia. In Milano Ludovico il Moro dispose pubbliche feste; credeva, mercè l'influenza del fratello Ascanio, diventare egli stesso unmezzo Papa. Molto s'aspettavano da Alessandro i Medici; meno gli Aragonesi di Napoli. Incolleritasi mostrò Venezia. L'ambasciatore della Repubblica, già nell'agosto, dichiarava apertamente che la Santa Sede era stata venduta con simonìa e molte ribalderie, e che la Signoria di Venezia era convinta che Francia e Spagna negherebbero obbedienza al Papa, non prima fossero venute in sentore di tali empietà.[30]
Frattanto con omaggi infiniti Alessandro VI riceveva il riconoscimento di tutti gli Stati italiani. La festa della sua esaltazione, il 26 agosto, fu solennizzata con pompa straordinaria. L'arme dei Borgia, un bove che pascola, fu vista in sì varii emblemi e figure e con tanti epigrammi salutata, che un satirico avrebbe potuto dire, festeggiarsi in Roma il ritrovamento del divino Api. Più tardi il bove dei Borgia è stato bene spesso bersaglio alla più avvelenata satira; ma sugl'inizii del reggimento di Alessandro era molto ingenuamente il portatore simbolico della magnificenza papale. Simbolismo di tal fatta oggi muoverebbe al riso e al sarcasmo; ma il senso plastico degl'Italiani d'allora lo trovava naturale.
Allorchè Alessandro, nella processione solenne al Laterano, passò innanzi al palazzo dei suoi fanatici partigiani, i Porcari, un fanciullo della casa con molta espressione e passione declamò alcuni distici, la cui chiusa suonava così:
Vive diu bos, vive diu celebrande per annos.Inter Pontificum gloria prima choros.[31]
Vive diu bos, vive diu celebrande per annos.Inter Pontificum gloria prima choros.[31]
Vive diu bos, vive diu celebrande per annos.
Inter Pontificum gloria prima choros.[31]
Bisogna leggere le relazioni di Michele Ferno e di Jeronimo Porcio sulla festa dell'incoronazione e su' discorsi di obbedienza degli ambasciatori italiani per formarsi una idea sin dove giungesse allora l'adulazione. Certamente oggi noi possiamo con difficoltà immaginare quell'imponente spettacolo, in cui un Papa dalla natura largamente favorito si presentava sul teatro di Roma, in un tempo che il Papato vi toccava appunto la più superba altezza. È vero che a siffatto culmine lo aveva sospinto, non il bene della Chiesa, non la religione da lungo profanata, ma il lusso del tempo e la politica moderna. Nulladimeno dal Medio Evo in poi un certo fondo interiore tradizionale s'era pur sempre mantenuto, che costringeva i credenti alla venerazione.
Il Ferno in un luogo osservò, che tutta la storia della terra non offriva nulla da esser comparato con l'elevatezza del Papato e con questo culto reso ad una persona. E l'autore non era già un papista bigotto, ma sì un zelante discepolo di Pomponio Leto. Egli era però, come tutti quei romantici del classicismo, di una impressionabilità estrema per ogni effetto teatrale. E così non trova abbastanza parole per descrivere una processione di Alessandro a Santa Maria del Popolo: quella moltitudine di uomini riccamente adorni, che festosa si muove ed agita; e i 700 preti e cardinali coi loro famigliari; e quegli splendidi corteggi di cavalieri e grandi di Roma, e gli arcieri e cavalieri turchi; e quella guardia palatina dalle lunghe alabarde e dagli scudi rilucenti; e i dodici cavalli bianchi dagli aurei freni, condotti a mano, e le innumerevoli altre decorazioni della sfarzosa comparsa. Processione simile, pari a corteo trionfale, che oggi non potrebbe avere luogo che dopo lunga e molta preparazione, il Papa può improvvisarla ad ogniistante, perchè attori e guardaroba son sempre lì, bell'e pronti. Pel Papa è occasione di mostrarsi una volta ai Romani; sicchè Sua Santità si porge al popolo oggetto di divertimento e di festa.
Il Ferno poi dipinge il Borgia stesso come un vero semidio, sceso dal cielo. «Egli cavalca sopra cavallo bianco come neve con serena fronte, con dignità istantaneamente maestosa; così si presenta al popolo; così benedice tutti; così è la mira di tutti gli sguardi; così pure lo sguardo suo penetra per tutto; così tutto rallegra; così l'apparizione sua è per tutti segno di buon augurio. Quanto maraviglioso quel dolce abbandono della sua fisionomia; la schietta nobiltà del suo volto, e la liberalità del suo sguardo. Questo rigoglio e contegno di disinvolta bellezza e la fresca e piena sanità del corpo come non accrescono la venerazione ch'egli ispira!» Così e non altrimenti deve, a parere del Ferno, essersi mostrato un tempo Alessandro il Grande. Era un'idolatria, insomma, della quale si continuava a circondare il Papato, senza che mai alcuno prendesse la pena di domandarsi qual fosse l'intima e personale essenza dell'idolo fastoso.
Il giorno della incoronazione Alessandro nominò il figlio Cesare, giovanetto di 16 anni, vescovo di Valenza. Lo nominò, senza esser sicuro dell'assentimento di Ferdinando il Cattolico. E in realtà questo monarca resistette a lungo pria di concederlo, avvegnachè per tal guisa i Borgia facessero del primo Vescovado di Spagna un loro possedimento ereditario. Cesare intanto non era a Roma alla festa d'incoronazione del padre. Il 22 agosto, undici giorni dopo l'elezione di Alessandro, l'ambasciatore ferrarese Manfredi in Firenze informava la duchessa Eleonora d'Este «il figlio del Papa, vescovo di Pampelona, che era all'Università di Pisa, essersi il mattino avanti di colà partito per comando del padre e andato nella cittadella di Spoleto.»
Quivi trovavasi ancora Cesare il 5 ottobre, avendo in quel giorno da Spoleto mandato lettera a Piero de' Medici. Questo scritto al figlio di Lorenzo, fratello del cardinale Giovanni, è concepito in termini, che implicano confidenza molta tra lui e Cesare. Questi vi dice, che per la improvvisa partenza da Pisa non aveva più potuto abboccarsi con lui, ma che il precettore suo, Giovanni Vera, n'avrebbe fatto le parti. Raccomanda anche il suo fido famigliare Francesco Romolini pel posto di professore di Diritto canonico in Pisa, preferendo questo dotto uomo la carriera dell'insegnamento alla ecclesiastica. La lettera è firmata: «Come fratello Vostro Cesare de Borja, eletto di Valenza.»[32]
Se Alessandro non fece immediatamente venire il figliuolo a Roma, fu, senza dubbio, per confermare ciò che solennemente aveva dichiarato, di tenersi puro dal nepotismo. Probabilmente vi fu un momento, in cui la ricordanza dello spettacolo dato da Callisto, da Sisto e da Innocenzo lo indusse a riflettere e far proponimento di temperare l'amore suo pei congiunti. Nondimeno la nomina di suo figlio a vescovo il giorno stesso della incoronazione già mostrava che il proposito non era serio. Nell'ottobre Cesare era già in Vaticano, ove ora i Borgia si posero al posto dei miserabili Cibo.
Il primo settembre il Papa fece cardinale Giovanni Borgia, seniore, vescovo di Monreale. Era questi figliuolo di sua sorella Giovanna. Il Vaticano s'andava popolando di Spagnuoli, parenti o amici della casa ora onnipotente. Vi accorrevano avidi di fortuna e di onori. «Nemmeno dieci papati basterebbero a sbramare tutto questo parentado;» così, già nel novembre 1492, Giannandrea Boccaccio al duca di Ferrara. Fra i più prossimi amici di Alessandro,Giovanni Lopez fu suo Datario, Pietro Garanza e Giovanni Marades furono suoi camerieri secreti. Rodrigo Borgia, un pronipote del Papa, divenne capitano della guardia palatina, comandata prima di lui da un Doria.
Ben presto Alessandro pensò a provvedere in modo più splendido a sua figlia. Volle che non si parlasse più degli sponsali con un gentiluomo spagnuolo. Solo un principe poteva ottenerne la mano. Ludovico ed Ascanio gli proposero il loro parente, Giovanni Sforza; ed egli lo accettò per genero. Comunque colui non fosse che Conte di Cotognola e Vicario della Chiesa per Pesaro, pure nel suo dominio era indipendente e apparteneva alla illustre casa Sforza. E nei primi tempi Alessandro s'era legato con gli Sforza tanto strettamente, che il cardinale Ascanio era in Roma onnipotente. Giovanni Sforza, un bastardo di Costanzo di Pesaro, e successore di lui in quel dominio solo per grazia di Sisto IV e d'Innocenzo VIII, era uomo di 26 anni, di bello aspetto e largamente colto, come, a un dipresso, tutti i piccoli tiranni italiani. Nel 1489 erasi sposato con Maddalena, la bella sorella di Elisabetta Gonzaga, il giorno stesso in che quest'ultima si unì in matrimonio col duca Guidobaldo di Urbino. Ma dagli 8 d'agosto 1490, morta la moglie di cattivo parto, era rimasto vedovo.
Lo Sforza fu prontissimo ad accettare la mano della giovane Lucrezia, prima che altro dei molti pretendenti gliela togliesse via. Da Pesaro si condusse primieramente a Nepi, città data da Alessandro VI al cardinale Ascanio. Vi si trattenne pochi giorni, e quindi il 31 ottobre 1492 mosse secretamente per Roma. Quivi prese stanza nel palazzo del cardinale di San Clemente, che Domenico Della Rovere aveva edificato in Borgo, e che esiste ancora ben conservato rimpetto all'altro Giraud-Torlonia. L'ambasciatore ferrarese informò il suo signore dell'arrivo dello Sforza, osservandoche colui sarebbe uomo grande sino a che regnerebbe quel Papa. E dava poi ragione del mistero, in cui lo Sforza tenevasi, notando come in quel tempo si trovasse in Roma anche secretamente quegli, che era già legalmente promesso sposo di Lucrezia.[33]
Il giovane conte Gasparo era di fatto venuto col padre a Roma, per dare effetto a' diritti suoi su Lucrezia, che ora appunto promettevano vantaggi così smisurati. Vi trovò invece un rivale nascoso, ma pubblicamente riconosciuto per tale; e andò sulle furie, quando il Papa si fece a richiederlo di una formale rinunzia. Per tal modo Lucrezia, fanciulla appena di 12 anni e mezzo, era involontario soggetto di litigi tra due pretendenti, ed insieme la prima volta motivo di pubblico scandalo. Il 5 novembre l'ambasciatore di Ferrara scriveva al suo signore: «Qui si fa un gran parlare di questo matrimonio di Pesaro; il primo sposo è ancora qui, e da vero Catalano fa molte bravate, protestando che leverà rimostranze presso tutti i principi e potentati della Cristianità; pure, il voglia o no, bisognerà pigliarsela con pazienza.» E lo stesso scriveva il 9 novembre: «Faccia il Cielo che il matrimonio di Pesaro non porti sciagura. Sembra il Re (di Napoli) aver espresso al proposito il suo dispiacere, stando almeno a ciò che Giacomo, il nipote del Pontano, ha detto l'altr'ieri al Papa. L'affare pende ancora sospeso; ad ambo le parti si dànno buone parole, voglio dire, al primo come al secondo sposo. Entrambi son qui. Pure si crede che a Pesaro sia serbata la vittoria, soprattutto perchè la causa sua è difesa dal cardinale Ascanio, che a parole come a fatti è potente davvero.»
Frattanto agli 8 novembre il contratto di matrimoniotra Don Gasparo e Lucrezia fu giuridicamente risoluto. Lo sposo e il padre di lui espressero soltanto la speranza, che l'unione potesse non per tanto avverarsi a circostanze più propizie. E all'uopo Gasparo prese impegno di non maritarsi con altra, prima che un anno fosse decorso.[34]Eppure non fu per questo Giovanni Sforza sicuro del trionfo. Ancora il 9 dicembre l'agente mantovano Fioravante Brognolo scriveva al marchese Gonzaga: «L'affare dell'illustre signore Giovanni di Pesaro è tuttora indeciso; sembrami che quel gentiluomo spagnuolo, cui la nipote di Sua Santità era promessa, non voglia rinunziarvi; egli ha anche molto séguito in Spagna; cosicchè è intenzione del Papa di lasciar maturare questa faccenda prima di risolverla.»[35]
E insino nel febbraio 1493 si parlò pure di un matrimonio di Lucrezia con lo spagnuolo Conte de Prada, nè si sposò con Giovanni Sforza che quando quel disegno fu sfumato.[36]
Quest'ultimo era frattanto tornato a Pesaro, donde mandò a Roma Niccolò de Savano suo procuratore per concludere i capitoli matrimoniali. Il conte d'Aversa cedette alla forza, e si tirò indietro, facendosi pagare il silenzio con 3000 ducati. Allora, il 2 febbraio 1493, le nozze dello Sforza con Lucrezia furono con formale istrumento stipulate in Vaticano; e, oltre l'ambasciatore di Milano, vi presero di nuovo parte come testimoni i più intimi amici e familiari di Alessandro, Giovanni Lopez, Giovanni Casanova, Pietro Caranza e Giovanni Marades. La figliuola del Papa ebbe 31,000 ducati in dote: entro l'anno doveva esser condotta dallo sposo nel paese di lui.[37]
Quando la nuova della cosa giunse a Pesaro, il fortunato Sforza diede una festa nel suo palazzo. Si ballò nella grande sala, e, condotte da monsignor Scaltes, ambasciatore del Papa, le coppie uscirono dal castello danzando. Per modo che si continuò così per le strade della città fra gli applausi del popolo.[38]
Alessandro aveva fatto disporre per Lucrezia un'abitazione vicinissima al Vaticano. Era una casa fatta edificare dal cardinale Battista Zeno nel 1483. Da lui o dal titolo della sua Chiesa ebbe nome di palazzo di Santa Maria in Portico. Era posto sulla sinistra della scala di San Pietro, quasi dirimpetto al palazzo dell'Inquisizione. La costruzione del Colonnato del Bernini ha reso quei luoghi quasi irriconoscibili del tutto.
Nel suo palazzo la giovane Lucrezia teneva già propria corte, cui presiedeva come dama d'onore, che quasi teneva il luogo di madre, Adriana Ursina, la sua educatrice. Alessandro aveva forse indotto questa sua parente a lasciare, in compagnia di Lucrezia, il palazzo Orsini e ad abitare l'altro di Santa Maria in Portico. E ivi la vedremo presto apparire, e con essa anche un'altra donna che stava pur troppo a cuore al Papa.
Vannozza restò nella propria casa alla Regola. Il marito fu fatto Soldano o Capitano di Torre di Nona, per la quale di lì a poco occorreva ad Alessandro VI un prevosto a lui devoto. Ed anche il Canale per parte sua accettava con compiacimento grande il ragguardevole e lucroso ufficio. Da questo tempo in poi tra Vannozza e i figliuoli si fece unpiù grande distacco, che non divenne però mai totale separazione. Le relazioni fra loro non furono spezzate. Pure quella non poteva che solo indirettamente partecipare alla felicità e grandezza di questi. Vannozza non si permise mai, ovvero Alessandro giammai non le consentì influenza di sorta in Vaticano. Molto di rado soltanto apparisce il nome di lei nelle notizie del tempo.
Oramai nel suo palazzo Lucrezia faceva le pratiche da principessa esordiente. Ivi riceveva le visite de' numerosi parenti di casa sua, come degli amici e adulatori de' Borgia, ora dominanti. È notevole che nello stesso tempo, in che si trattava del matrimonio con lo Sforza, in opposizione ancora con le pretensioni di Don Gasparo, apparve in casa di lei anche colui che, dopo tempeste spaventevoli, doveva alla fine menarla a salvamento in tranquillo porto.
Tra i principi italiani, che allora mandarono ambasciatori o vennero di persona ad offrire omaggio al nuovo Papa, vi fu anche il principe ereditario di Ferrara. Nessuna casa d'Italia splendeva così chiara come quella di Ercole d'Este e di sua moglie Eleonora d'Aragona, figliuola di re Ferdinando di Napoli, morta poco dopo, l'11 ottobre 1493. Dei loro figliuoli Beatrice, nel dicembre 1490, erasi sposata con Ludovico il Moro, l'avveduto quanto spietato reggente dello Stato di Milano in luogo del nipote Giangaleazzo. L'altra figlia Isabella, una delle più avvenenti e più ragguardevoli donne del tempo suo, era nel febbraio 1490, di 16 anni, divenuta moglie del marchese Francesco Gonzaga di Mantova. Alfonso era principe erede: a 15 anni, il 12 febbraio 1491, erasi sposato con Anna Sforza, sorella del nominato Giangaleazzo.
Suo padre nel novembre 1492 lo mandò a Roma per raccomandare gli Stati suoi al Papa. Questi accolse con grande onoranza il giovane parente di casa Sforza, nella quale la propria figlia doveva entrare. Don Alfonso fu ospitatoin Vaticano. Durante la sua dimora di parecchie settimane ebbe non solo occasione, ma si fece un dovere di visitare donna Lucrezia. Così, tutto pieno di curiosità, potè la prima volta vedere la bella fanciulla dagli aurei capelli, da' grandi occhi espressivi. E nulla fu più estraneo alla mente sua quanto il presentimento, che la promessa sposa dello Sforza sarebbe dopo nove anni entrata nel castello degli Este a Ferrara come sua propria moglie.
Con quanta speciale premura Alessandro trattasse il principe erede si ricava dalla lettera di ringraziamento speditagli dal padre di costui. Il duca scrivevagli:
«Santissimo Padre e Signore, Signor mio venerabilissimo. Bacio prima di tutto i piedi della Santità Vostra e umilmente me le raccomando. Quanto Vostra Santità fosse da esaltare con le lodi più sublimi, già da tempo sapevo; ma ora me lo dicono anche le lettere del vescovo di Modena, mio ambasciatore presso Vostra Santità, e del mio amato primogenito Alfonso non solo, ma di tutti coloro che lo accompagnarono. Essi m'informano della singolare benignità, liberalità, grazia, umanità ed ineffabile carità della Santità Vostra per tutti, ma soprattutto per me e pe' miei, all'arrivo del mio figliuolo e durante tutto il soggiorno di lui in Roma. Per questo, come già da lungo tempo lo era di tutto quanto potessi, mi dichiaro ora debitore della Beatitudine Vostra anche di più di quello che sia in poter mio. Mando pure a Vostra Santità grazie imperiture, e quanto la terra tutta può concepirne, qual servo devotissimo e prontissimo a qualunque cosa possa esserle utile ed accetta. E voglio e desidero con ogni possibile umiltà esserle raccomandato io e tutti i miei. Ferrara, 3 gennaio 1493. — Della Santità Vostra figlio e servitore Ercole, duca di Ferrara.»[39]
La lettera fa vedere con quanto studio il duca cercasse tenersi bene col Papa. Egli era feudatario della Chiesa di Roma per Ferrara; e la Chiesa tendeva a trasformarsi in monarchia. Principi e repubbliche italiani, prossimi alla sfera di dominio della Santa Sede o legati ad essa con vincoli feudali, guardavan naturalmente sospettosi e timorosi ogni nuovo papa, e l'attitudine che sotto l'influenza di lui il nepotismo andava assumendo. Quanto facile non era che Alessandro VI tornasse daccapo ai disegni di casa Borgia, ripigliandoli al punto, in cui la morte dello zio Callisto gli aveva interrotti, e seguisse le tracce di Sisto IV?
Erano scorsi 10 anni appena da che quest'ultimo Papa, collegato con Venezia, aveva fatto guerra contro Ferrara.
Ercole aveva mantenuto amichevoli relazioni con Alessandro VI, durante il cardinalato. Insino al battesimo di suo figlio Alfonso, Rodrigo Borgia era stato padrino. Per l'altro figlio Ippolito il duca ambiva la porpora cardinalizia. A tale scopo l'ambasciatore suo a Roma, Giannandrea Boccaccio, si dava gran moto. Questi si rivolse ai confidenti di Alessandro più ricchi d'influenza, ad Ascanio Sforza, al cameriere segreto Marades e a madonna Adriana. Il Papa inoltre voleva far cardinale suo figlio Cesare; e il Boccaccio sperava che il giovane Ippolito gli sarebbe stato compagno di fortuna. L'ambasciatore dava a intendere al Marades che i due giovani, de' quali l'uno arcivescovo di Valenza, l'altro di Gran, stavan tra loro in perfetta convenienza. «L'età di ambedue differisce di poco; io credo che Valenza non abbia oltrepassato i 16 anni, mentre il nostro Strigonia (Gran) vi s'accosta.» Il Marades rispose questo conto non tornar giusto del tutto, perchè Ippolito non aveva ancora 14 anni compiuti, mentre l'arcivescovo di Valenza trovavasi nel diciottesimo.[40]
Le tendenze del giovane Cesare erano altre che alle dignità ecclesiastiche. Solo per comando del padre portava l'abito sacerdotale a lui esoso. Ma tuttochè arcivescovo, non aveva ancora che la prima tonsura. E viveva del resto in modo affatto mondano. Si diceva pure che il re di Napoli volesse dargli in moglie una sua figliuola naturale, e che per questo sarebbe tornato allo stato di laico. L'ambasciatore di Ferrara fu a fargli visita il 17 marzo 1493 nella casa di lui in Trastevere, volendo forse significare il Borgo. La dipintura, che in tale occasione il Boccaccio fece al duca Ercole della natura di questo giovane di 17 anni, è veramente importante e notevole, ed è forse il primo ritratto di Cesare Borgia:
«L'altr'ieri trovai Cesare a casa in Trastevere; andava appunto a caccia in abito affatto mondano, cioè dire, vestito di seta e armato, solo con piccola cherca da semplice tonsurato. Insieme cavalcando c'intrattenemmo un pezzo. Io sono tra suoi conoscenti molto familiare con lui. Egli è persona d'ingegno grande ed eccellente e d'indole squisita; i modi son di figlio di un gran principe; particolarmente l'umore ha sereno e gaio, e tutto festa. Fornito di modestia grande, il suo contegno è di molto maggiore e preferibile effetto, che non quello del fratello, il duca di Gandia. Anche questi non manca di buone doti. L'arcivescovo non ebbe mai inclinazione alcuna pel sacerdozio. Ma il benefizio gli rende più di 16,000 ducati. Se il disegno di matrimonio si avvera, le sue prebende andranno a un altro de' fratelli, che ha 13 anni appena.»[41]
L'altro fratello era Jofrè, la cui età è esattamente indicata dal Boccaccio. Si osserverà che l'ambasciatore mette specialmente in rilievo la serenità della natura di Cesare. Questo era pure il tratto fondamentale di quella di Alessandro; e da lui Cesare e Lucrezia l'avevano ereditata. Anche, di fatto, in quest'ultima viene più tardi lodata l'apparenza serena e gaia sempre, come la qualità più spiccata. Quanto alla modestia, la virtù medesima esaltava in Cesare, sei anni dopo, niente meno che Giuliano Della Rovere, il futuro Giulio II.
Il duca di Gandia trovavasi in quel tempo in Roma, ma doveva tornarsene dalla moglie in Spagna, solennizzato il matrimonio dello Sforza con Lucrezia. Era stato questo fissato pel giorno di San Giorgio, ma fu poi differito, non avendo potuto lo sposo arrivare a tempo. Alessandro con gioia da non si dire provvedeva al corredo della figlia. La felicità o, ciò che per lui era lo stesso, l'elevata condizione di quella gli stava moltissimo a cuore. Egli l'amava passionatamente,in superlativo grado, come l'ambasciatore ferrarese scriveva al suo signore.[42]E per esortazione dello stesso, il duca di Ferrara mandò un presente di nozze, due grandi bacini con coppe analoghe, d'argento del più squisito lavoro. Per l'abitazione della giovane coppia si pensò a uno de' due palazzi, quello di Santa Maria in Portico o l'altro del cardinale Domenico Porta d'Aleria, morto il 4 febbraio 1493, presso Castel Sant'Angelo. Ma fu scelto il primo, nel quale Lucrezia già abitava.
Arrivò finalmente lo Sforza. Fece il suo ingresso il 9 giugno per Porta del Popolo, accolto da tutta la Curia,da' suoi cognati e dagli ambasciatori delle potenze. Lucrezia con molte dame d'onore aveva preso posto su un terrazzino del suo palazzo per vedere il corteo dello sposo diretto al Vaticano. Lo Sforza a cavallo, passando, le fece un saluto con molta galanteria, e la sposa corrispose. Il suocero lo ricevette molto graziosamente.
Lo Sforza era uomo di piacevole aspetto. Di che veramente non possiamo giudicare che da una medaglia fatta imprimere 10 anni più tardi. V'è rappresentato con lunghi ondeggianti capelli e con barba intera; la bocca ha sottile, il labbro inferiore un po' compresso, alquanto ricurvo il naso, e libera e prominente la fronte. I tratti del volto son nobili, ma non certo significanti.
Tre giorni dopo il suo arrivo, il 12 giugno, fu festeggiato il matrimonio in Vaticano con clamorosa solennità.
Alessandro vi aveva invitato la nobiltà, i magistrati di Roma e gli ambasciatori stranieri. Vi fu banchetto, e furono pure rappresentate commedie di carattere affatto mondano e lascivo, come l'Infessura ha descritto.[43]
Per apprezzare l'esattezza della breve relazione di questo Romano e compierla insieme, mettiamole qui allato le parti più essenziali di un dispaccio dell'ambasciatore ferrarese. Il 13 giugno il Boccaccio scriveva al suo signore:
«Ieri, 12 del corrente, fu festeggiato lo sposalizio nel Palazzo, pubblicamente, con grandissima pompa ed apparato. V'erano invitate tutte le matrone romane. V'assistettero anche i cittadini più ragguardevoli e molti cardinali, dodici in numero; ed il Papa sedeva nel bel mezzo, sul trono della maestà. Palazzo e camere eran per tutto zeppi di gente, maravigliata di tanta magnificenza. Il signordi Pesaro si sposò con le debite solennità con sua moglie, e subito dopo il vescovo di Concordia tenne una degnissima orazione. Degli ambasciatori, per altro, non eran presenti che quel di Venezia, di Milano e io, e in fine uno di quelli del re di Francia.
»Il cardinale Ascanio era d'opinione che io rimettessi il donativo durante la cerimonia. Ma ne feci interrogare il Papa, osservando, a me non parer conveniente, e reputar meglio la minor dimostrazione possibile. Non dispiacque a Sua Santità e ad Ascanio stesso. Pure fra loro con alcuni cardinali vollero di poi consultar meglio la cosa. Tutti convennero meco; tanto che il Papa, chiamatomi, mi disse: «Sembrami quel che tu hai detto esser bene.» E così fu disposto, che la sera sul tardi mi troverei in Palazzo col donativo. Sua Santità diede una cena di famiglia in onore dello sposo e della sposa. Vi presero parte i cardinali Ascanio, Sant'Anastasia e Colonna; poi la sposa e quindi lo sposo; dopo il conte di Pitigliano, capitano della Chiesa, il signor Giulio Orsini; e poscia madonna Giulia Farnese, della quale si fa sì gran parlare —de qua est tantus sermo, — madonna Teodorina con la figlia, la marchesana di Gerazo; una figlia del nominato capitano, moglie del signor Angelo Farnese, fratello della detta madonna Giulia. Seguivano un giovane fratello del cardinale Colonna e madonna Adriana Ursina. Questa è la suocera della indicata madonna Giulia. È quella che, essendo nipote del Papa, ha sempre tenuto in sua casa la sposa in educazione. Era di fatto figlia del cugino carnale di colui, del fu signor Pietro de Milla, noto a Vostra Eccellenza.
»Finita la tavola, che fu tra le tre e le quattro di notte, fu rimesso alla sposa il regalo del nobile duca di Milano: 5 pezzi staccati di broccato in oro e due anella, un diamante e un rubino. Il tutto fu stimato su 1000 ducati.Dopo presentai io il regalo di Vostra Eccellenza con acconce parole, esprimenti voti di felicità e letizia per l'avvenuto matrimonio e la profferta di servizii. Il regalo piacque molto al Papa. Insieme con la sposa e lo sposo, egli manifestò la sua infinita gratitudine. Quindi Ascanio offrì il regalo suo, consistente in un compiuto apparecchio di credenza in argento dorato, quasi del valore di 1000 ducati. Il cardinale Monreale offri due anelli, un zaffiro e un diamante, belli assai e del valore di circa 3000 ducati; il protonotario Cesarini un bacile con boccale del prezzo di 800 ducati; il duca di Gandia una coppa, ammontante a un 70 ducati; il protonotario Lunate un'altra, in forma di diaspro, di argento dorato, che poteva valere da' 70 agli 80 ducati. Non vi furono altri regali. Alle feste per le nozze si supplirà dagli altri, cioè cardinali, ambasciatori e via di seguito: e anch'io mi sforzerò fare il simile. Credesi avran luogo domenica prossima; ma non si sa di certo.
»Di poi le donne ballarono, e per intermezzo fu rappresentata una buona commedia con molti canti e suoni. Il Papa e tutti noi altri eravamo presenti. Che cosa mi resta a dire ancora? sarebbe un lungo scrivere. Così spendemmo tutta la notte; se bene o male lascio giudicarlo all'Eccellenza Vostra.»[44]
Il matrimonio di Lucrezia con Giovanni Sforza valse a suggellare l'alleanza politica stretta tra Alessandro VI e Ludovico il Moro. Il reggente di Milano voleva chiamare Carlo VIII dalla Francia in Italia, perchè andasse a portarguerra al re Ferdinando di Napoli, ed egli stesso, Ludovico, potesse impadronirsi del Ducato di Milano. Egli di fatto era tutto divorato dall'ambizione e dall'impazienza di deporre dal trono il suo malaticcio nipote Giangaleazzo. Ma questi era marito d'Isabella d'Aragona, figlia di Alfonso di Calabria e nipote del re Ferdinando.
Il 25 aprile la lega fra Venezia, Ludovico, il Papa e alcuni altri signori italiani era già stata pubblicamente annunziata in Roma. Niun dubbio che la era rivolta contro Napoli; epperò è naturale che quella Corte ne fosse terribilmente agitata.
Malgrado di ciò, re Ferdinando mandò i suoi augurii felici al signore di Pesaro per l'avvenuto matrimonio. Egli lo risguardava come suo congiunto, e Giovanni Sforza era anche stato ammesso nella famiglia degli Aragonesi. Il re gli scrisse da Capua il 15 giugno 1493:
«Illustrissimo Cugino e Amico nostro amatissimo. — Abbiamo ricevuto la vostra lettera del 22 del passato, per la quale ne avete significato il matrimonio contratto con la illustre donna Lucrezia, nipote di Sua Santità Signor Nostro. Di che abbiamo preso singolarissimo piacere e contentezza, sì per l'amore che sempre abbiamo portato e portiamo a voi e a tutta la casa vostra, e sì perchè crediamo che tale matrimonio non potrebbe essere più al proposito vostro di quel ch'è. Epperò ce ne congratuliamo sommamente, pregando con voi Nostro Signore Dio che esso sia con felicità della persona e dello Stato, e con aumento di autorità e reputazione.»[45]
Otto giorni innanzi, lo stesso re aveva mandato lettera al suo ambasciatore in Spagna, invocando la protezione di Ferdinando e d'Isabella contro gl'intrighi del Papa, la cui vita egli chiamava detestabile affatto. E nonintendeva già della condotta diplomatica, ma della personalità stessa di Alessandro. Giulia Farnese, che fra gl'invitati allo sposalizio in Vaticano è dall'Infessura designata addirittura comeconcubinadel Papa, faceva allora parlare tutto il mondo di sè e di costui. Questa donna giovane si dava ad un vecchio di 62 anni, nel quale ad un tempo doveva venerare il sacerdote supremo della Chiesa. Dell'adulterio suo durato per anni non è a dubitare. Ma i motivi della sua passione sono un mistero. Perchè, per potente che fosse stata la natura demoniaca di Alessandro, pure aveva dovuto già perder molto della sua forza magnetica. Forse, poichè ebbe ceduto alla seduzione e fatto tacere ogni senso di vergogna, quella giovane e vana creatura dovette sentirsi forte attrarre dall'idea di veder languire a' piedi suoi, a' piedi d'una debole fanciulla, il dominatore spirituale del mondo, colui innanzi al quale tutto si prosternava nella polvere.
Certamente, il sospetto che gl'ingordi Farnesi si facessero lenoni di tanta ignominia, è molto naturale. In vero la prima ricompensa del peccato di Giulia non fu meno della porpora cardinalizia, guadagnata dal fratello suo Alessandro. Il Papa lo aveva già preconizzato con altri; ma la nomina incontrava ancora l'opposizione del Sacro Collegio, a capo della quale stava Giuliano Della Rovere. Anche il re Ferdinando appoggiava l'opposizione. Egli pose agli ordini de' cardinali, che la componevano, l'esercito suo in quei giorni appunto, in cui Lucrezia festeggiava il suo matrimonio con Pesaro.
Per un momento il marito Sforza fu un uomo d'importanza in Roma e intimo con tutti i Borgia. Il 16 giugno fu visto a cavallo col duca di Gandia andare all'incontro dell'ambasciatore spagnuolo, vestiti entrambi di abiti costosi, splendenti di pietre preziose,come se fossero due re. Gandia ritardò la sua partenza per la Spagna. Eglis'era colà sposato con donna Maria Enriquez, nobile valenzana, poco tempo innanzi l'ascensione al trono di suo padre. Di fatto un Breve di Alessandro, fin dal 6 ottobre 1492, permetteva a questo figlio e alla moglie di prendere l'assoluzione da qualunque confessore a scelta loro. L'alta origine di donna Maria mostra in quali splendide relazioni il bastardo Juan Borgia entrasse come Grande di Spagna. La moglie di fatto era figlia di Don Enrigo Enriquez, visconte di Leon e di donna Maria de Luna, prossima parente con la Casa reale d'Aragona. Don Juan lasciò Roma il 4 agosto 1493 per imbarcarsi sulle galee spagnuole in Civitavecchia. Stando alla relazione dell'agente ferrarese, tolse seco gran copia di oggetti preziosi, alla lavorazione de' quali gli orafi di Roma erano stati da mesi occupati.
De' figli quindi di Alessandro rimanevano in Roma Cesare, che doveva divenire cardinale, e Jofrè, che doveva andare a vivere principescamente in Napoli. Perchè, grazie agli sforzi di Spagna, la rottura tra il Papa e il re Ferdinando era cessata. La Spagna riuscì a far ritrarre il Papa dalla Francia e dalla lega con Ludovico il Moro. Questa repentina mutazione fu suggellata con lo sposalizio di Don Jofrè, bambino di 13 anni appena, con donna Sancia, figliuola naturale del duca Alfonso di Calabria. Lo sposalizio fu concluso il 16 agosto 1493 in Vaticano mercè procura, ed il matrimonio doveva essere solennizzato più tardi in Napoli.
Ora anche Cesare divenne cardinale, il 20 settembre 1493. I cardinali Pallavicini e Orsini, incaricati di esaminarne lo stato di legittimità, avevan fatto felicemente sparire la macchia della sua origine. A proposito di tale legittimazione Giannandrea Boccaccio in tono ironico scriveva a Ferrara, il 25 febbraio 1493: «Il vizio suo di figliuolo naturale sarà tolto via, e con ragione; e si giudicherà esser legittimo, essendo stato generato in casa,quando il marito della madre viveva; su ciò non cade dubbio: colui era allora in vita e presente, talvolta in città, tal'altra per ragion d'ufficio nelle terre della Chiesa, qua e là viaggiando.» Pure il nome di quest'uomo, che il solo Infessura chiama Domenico d'Arignano, non è nominato dall'ambasciatore.
In quel giorno medesimo furono anche elevati alla dignità di cardinali Ippolito d'Este e Alessandro Farnese. Questo giovane libertino doveva il suo alto stato nella Chiesa all'adulterio della sorella. Ciò era tanto saputo, che l'arguzia popolare de' Romani avevagli dato nome diCardinale della Gonnella. I congiunti gaudenti non vedevano nella Giulia che l'istrumento della loro fortuna. Girolama Farnese, il 21 ottobre 1493, scriveva da Casignano al marito Puccio: «Voi avrete ricevuto lettere da Firenze anche prima di questa mia, e sentito quali beneficii Lorenzo abbia ottenuti, e tutti per opera della Giulia; e ciò vi farà molto piacere.»[46]
Anche il Governo di Firenze cercava sfruttare la relazione della Giulia con Alessandro, nominando Puccio, cognato di lei, ambasciatore a Roma. I Fiorentini avevano, appena dopo l'assunzione al trono di Alessandro, mandato colà questo insigne giurista per fare atto di obbedienza. Fu poscia per un anno lor commissario a Faenza, ove resse il Governo pel minorenne Astorre Manfredi. Andò poi sul cominciar dell'anno 1494 ambasciatore a Roma; e vi morì non più tardi dell'agosto.[47]
Suo fratello Lorenzo Pucci fu molto favorito nella sua carriera ecclesiastica. Più tardi, sotto Leon X, fu cardinale potente.
I Farnesi e la loro numerosa parentela erano ora nellamigliore grazia del Papa come di tutti i Borgia. Nell'ottobre 1493 invitarono Alessandro e Cesare ad una riunione di famiglia nel castello Capodimonte, ove madonna Giovannella, madre della Giulia, preparò una festa. Non si sa se questa abbia in effetto avuto luogo; pure è da crederlo, poichè gli ultimi di quel mese Alessandro trovavasi a Viterbo.
La Giulia nel 1492 aveva partorito una figliuola, che ebbe nome Laura. Officialmente la bambina passava per figlia del marito Orsini; ma di fatto padre suo era il Papa. I Farnesi e i Pucci conoscevano benissimo il secreto, e senza il minimo sentimento di pudore cercavano trarne ogni possibile profitto. La Giulia si curava sì poco del giudizio del mondo, che se ne stava nel palazzo di Santa Maria in Portico, quasi fosse parente carnale di Lucrezia. Alessandro stesso ve l'aveva messa a dimorare, come dama di compagnia di sua figlia. Il marito Orsini aveva preferito, o forse dovuto preferire, di vivere, invece che a Roma, testimone importuno della vergogna sua, nel suo castello di Bassanello o di scegliersi a soggiorno una delle tenute che il Papa aveva regalate a lui, marito di madonna Giulia, dellaSposa di Cristo, come la satira la chiamava.
Una lettera singolare di Lorenzo Pucci al fratello Giannozzo, del 23 al 24 dicembre 1493 da Roma, chiarisce questi ed altri secreti di famiglia. Egli ci fa assistere a scene intime nel palazzo di Lucrezia. Lorenzo era stato richiesto dal cardinal Farnese d'accompagnarlo a Roma pel Natale. E con costui era ito da Viterbo a Rignano, ove con gran festa furono ricevuti da' baroni di casa Savelli, parenti del cardinale. Quindi a cavallo continuarono il viaggio per Roma. Ora Lorenzo comunicava innanzi tutto al fratello i discorsi confidenziali, avuti, via facendo, col cardinale. Trattavasi di fidanzare la piccola figliuola diGiulia con qualcuno, che potesse poscia diventarle marito. Su ciò il cardinale apriva a Lorenzo l'animo suo. Al giovane Astorre Manfredi di Faenza Piero de' Medici voleva dare una sua figliuola: invece desiderio del Farnese era che Astorre impegnasse la sua mano con la nipote, la figlia della Giulia. Egli sperava persuadere Pietro de' Medici che tal matrimonio sarebbe utile a lui e alla Repubblica di Firenze, e che varrebbe a raffermare le relazioni di lui con la Santa Sede. Simile disegno occorreva svolgere in guisa che apparisse affatto come risultato dell'accordo del Papa e di Piero. Il cardinale contava sul consenso di Alessandro e di Giuliano e sull'influenza di madonna Adriana. A siffatte espansioni confidenziali Lorenzo Pucci rispose: «Monsignore, io credo sicuramente che il Signor Nostro (il Papa) darà una figliuola a questo signore (Astorre), perchè, intendiamoci bene, tengo che quella bambina sia figlia del Papa, come madonna Lucrezia, e nipote di Vostra Eminenza.»[48]Lorenzo nella lettera non dice che il cardinale abbia replicato motto a questa osservazione spinta sino all'impudenza, e che avrebbe fatto arrossire ogni uomo d'onore. In quella vece a noi sembra scorgere sulle labbra di Alessandro Farnese un sorriso di approvazione. Il temerario Pucci insisteva, del resto, ripetendo subito il pensier suo: «Essa (dic'egli nella lettera stessa) è figlia del Papa, nipote del cardinale, e figlia putativa del signor Orsini, al quale il Signor Nostro darà ancora altri tre o quattro castelli presso Bassanello. Oltracciò il cardinale pretende, che caso mai il signor Angelo (suo fratello) avesse a rimanere senza figli, i loro beni proprii non andranno ad altri che a quella bambina, avendola egli molto cara; e già pensare a ciò. Per tanto l'illustre Piero potrà disporre del suffragio del cardinale e averselo obbligatoper sempre.» Fra tutti questi disegni Lorenzo non dimenticava se stesso. Esprimeva apertamente la speranza, che il fratello suo Puccio venisse a Roma, come in effetto venne, quale ambasciatore della Repubblica, e che anche per sè, grazie alla cooperazione di madonna Adriana e della Giulia, vi fosse da guadagnare qualche pingue beneficio.
Il 24 dicembre Lorenzo Pucci continuava la sua lettera, descrivendo una scena domestica nel palazzo di Lucrezia. Col suo racconto ci presenta quelle donne, specie la Giulia, in tutta la loro viva realtà.
«Giannozzo mio, vi scrissi iersera quel che più su; oggi poi, vigilia della Pasqua, sono andato a cavallo con monsignor Farnese in Palazzo al vespro papale. Prima però che il Signor Nostro entrasse nella cappella, sono stato nella casa di Santa Maria in Portico per vedere madonna Giulia. La incontrai giusto al punto, in cui s'era lavato il capo e, con madonna Lucrezia, la figliuola del Signor Nostro, e madonna Adriana ne stava accanto al fuoco. E l'una e le altre mi videro tanto volentieri quanto è possibile dire. Madonna Giulia volle che le sedessi vicino, ringraziandomi d'aver io condotto a casa Jeronima, e dicendomi che, a volerla contentare, era necessario che la conducessi ancora qua. Madonna Adriana aggiunse: «È egli vero che essa non abbia licenza di venir qua più che di andare a Capodimonte e Marta?» Risposi non m'esser noto, e quanto a me bastare di aver contentato madonna Giulia, conducendo colei a casa, della qual cosa avevami per lettere richiesto; che ora lasciavo a madonna Giulia, che nelle cose sue non mancava d'ingegno, la cura dei mezzi per trovarsi con quella; e che anche Jeronima non desiderava meno vedere Sua Signoria che questa desiderasse veder lei. Di che madonna Giulia mi ringraziò assai, dicendomi tenersi soddisfatta di me. Poscia le ricordai gli obblighiche con Sua Signoria aveva per tutto ciò che aveva operato per me; e che per questo non aveva saputo mostrarle meglio l'animo mio grato che accompagnando madonna Jeronima a casa. Ella mi rispose non valer la pena di ringraziarla per sì poca cosa; sperare potermi ancora compiacere in cose di maggior momento, ed all'occorrenza n'avrei fatta esperienza. Madonna Adriana replicò ch'io fossi certo di questo, che non pel cancelliere messer Antonio o per ambasciate sue, ma solo per favore di madonna Giulia avevo io ottenuto quei benefizii.
»Io mostrai crederlo per non contraddire, e ringraziai ancora una volta Sua Signoria. Quindi madonna Giulia mi domandò con molta premura di messer Puccio, e mi disse: «Noi lo faremo un dì venir qua; e se, quando ci fu, malgrado di tutti gli sforzi nostri non ci fu possibile ottenerlo, oggi invece riusciremo senza difficoltà.» M'accertò anche averle il cardinale iersera parlato di quel che per la via avevamo insieme conferito, e mi pregò di scrivere. Reputava però che, ove le cose si trattassero con l'intermezzo vostro, il magnifico Piero le udrebbe volentieri. Sicchè vedete ove le cose sono già ite. Volle anche che vedessi la fanciulla, la quale è già grandicella, e, a quanto mi sembra, somiglia al Papaadeo ut vero ex eius semine orta dici possit. Madonna Giulia si è ingrassata e fatta una cosa bellissima. In mia presenza si sciolse i capelli e se gli fece acconciare; le andavano sin giù a' piedi; nulla di simile vidi mai. Ha la più bella capigliatura che possa immaginarsi. Portava al capo un cuffione di rensa, con sopra una reticella leggiera come fumo con certi profili di oro: pareva davvero un sole. Gran cosa avrei pagato, perchè foste potuto esser presente per chiarirvi di quello più volte avete desiderato. Aveva un fodero indosso alla napoletana, e così anche madonna Lucrezia, che dopo poco andò via a cavarselo. Tornò di poi in veste foderata, pressochè tuttadi raso pavonazzo. Le lasciai quando il vespro fu finito e i cardinali partivano.»[49]
Le relazioni intime con la Giulia, gl'illeciti legami del padre con colei, de' quali la Lucrezia era ogni giorno testimone, se non le furono proprio scuola del vizio, la fecero stare con questo in continuo contatto. In tale atmosfera poteva mai una fanciulla di soli 14 anni mantenersi pura? Non doveva l'elemento della immoralità, nel cui mezzo era costretta a vivere, avvelenare i sentimenti suoi, attutire o falsare in lei ogni idea di morale e di virtù, e quindi penetrare anche tutta la natura sua?
Sul finire dell'anno 1493 Alessandro VI aveva largamente provvisto all'avvenire de' figli suoi. Cesare era cardinale; Juan duca in Spagna; Jofrè fu presto principe a Napoli. Questo più giovane figliuolo del Papa si sposò con donna Sancia in Napoli il 7 maggio 1494, il giorno stesso in cui suo suocero Alfonso, qual successore di re Ferdinando, salì al trono e fu incoronato dal cardinale legato Giovanni Borgia. Don Jofrè restò a Napoli: egli divenne principe di Squillace. Anche Don Juan ricevette grandi feudi in quel reame, e portava per questo i titoli di duca di Sessa e principe di Teano.
Il marito di Lucrezia dimorò ancora un pezzo a Roma, ove il Papa avevalo preso al suo soldo, conforme al preesistente trattato d'alleanza con Ludovico il Moro. Del resto, lo Sforza era al tempo stesso anche uno de' condottieri di quest'ultimo. Ma già la condizione di lui alla Corte d'Alessandro cominciava a farsi ambigua. Gli zii suoil'avevano sposato con Lucrezia, per fare del Papa un partigiano e complice della loro politica, che mirava ad una rivoluzione in Napoli. Ed ora invece Alessandro si legava strettamente con la dinastia Aragonese; dava al re Alfonso l'investitura del regno; e dichiaravasi contrario alla vagheggiata spedizione di Carlo VIII.
L'imbroglio per lo Sforza non era quindi piccolo. Sui primi d'aprile 1494 informava lo zio Ludovico della sua disperata condizione.
«Vedendo (così scriveagli) queste bandiere contro ogni debito dirizzarsi ad un cammino, che non mi piace, nè mai avrei creduto, tutto perplesso, come colui che non vorrei maculare la fede mia, nè contravvenire alle obbligazioni, che ho per capitoli col Pontefice e con l'Eccellenza Vostra, non avendo altro rifugio, non altro signore nè padrone qui che il Reverendissimo Cardinale Vicecancelliere (Ascanio Sforza), il quale mi fermò a' comuni stipendii, mi rivolsi a lui e lo supplicai che nel caso presente si degnasse consigliarmi e drizzarmi a quel cammino che più salutifero per me gli paresse e pel quale io venissi a conservare la fede mia, che mentre vivrò intendo mi sia una dote di ricchezza. E il cardinale mi rispose che ne parlassi al Pontefice, e facessi che Sua Beatitudine ne parlasse a lei; chè ella vedrebbe di assettare i fatti miei; e così feci. E ieri, dicendomi Sua Santità al cospetto di esso cardinale: «Ben ecco qua messer Gio. Sforza, che vuo' tu mo dire?» Gli risposi: «Padre Santo, per tutta Roma si tiene che la Santità Vostra sia d'accordo col Re (di Napoli), il quale è inimico dello Stato di Milano. Quando così sia, io mi trovo a un mal partito. Perchè, essendo ai comuni stipendii di Vostra Santità e di tale Stato, quando le cose andassero innanzi di questo passo, non vedo poter servire ad uno che non disserva all'altro. E spezzare la compagnia io nol vorrei fare. Supplico Vostra Beatitudinesi degni ordinare la condizione mia in modo che non resti inimico al sangue mio, nè debba contravvenire alle obbligazioni che ho per capitoli.» Mi rispose, ch'io volevo intender troppo de' fatti suoi, e che togliessi la prestanza dall'uno e dall'altro, e non cercassi dai coppi in su. E così commise al detto cardinale ne scrivesse all'Eccellenza Vostra, come più diffusamente ella intenderà dalle lettere dello stesso, alle quali mi rimetto. — Signor mio, se avessi creduto venire a termini tali, avanti di essermi legato per questa via, sarìa stato a mangiarmi la paglia sotto. Io mi getto nelle braccia vostre. Prego l'Eccellenza Vostra non mi voglia abbandonare, ma considerare lo stato in che io mi ritrovo, e non mi mancare dell'affetto suo ed aiutarmi, favorirmi e consigliarmi, perchè io resti buon servitore dell'Eccellenza Vostra; e mi conservi il credito e quel poco di mio, che grazie allo Stato di Milano mi hanno lasciato i miei progenitori; e il quale, insieme con la propria persona e genti d'armi, io manterrò sempre agli ordini dell'Eccellenza Vostra.
»Roma.... aprile 1494.
»Giovanni Sforza.»[50]
La lettera rivela anche altri più profondi e più ascosi timori circa la durata del dominio su Pesaro. Sin d'allora i propositi del Papa di far sparire dallo Stato della Chiesa tutti quei tirannelli e vicarii eran già in qualche modo trapelati.
Poco tempo dopo, il 23 aprile, il cardinal Della Rovere fuggì da Ostia e andò in Francia per spingere Carlo VIII alla spedizione in Italia, non tanto per rovesciare l'ordinedi cose esistenti in Napoli, quanto per trascinare quel Papa simoniaco innanzi a un Concilio e deporlo.
Ne' primi di luglio lasciò similmente la città Ascanio Sforza, oramai compiutamente rotto con Alessandro. Andò dai Colonna, a Genazzano, i quali erano al soldo di Francia. Carlo VIII si disponeva già a muovere per l'Italia. Intanto il 14 luglio il Papa e re Alfonso ebbero un convegno a Vicovaro presso Tivoli.
Erano in questo frattempo occorsi mutamenti importanti nel palazzo di Lucrezia. Il marito s'affrettò ad allontanarsi da Roma, il che dovette fare come condottiero della Chiesa. In tal qualità doveva unirsi all'esercito napoletano, che, sotto gli ordini del duca Ferrante di Calabria, s'andava concentrando in Romagna. Gli articoli del contratto matrimoniale gli davano facoltà di condur seco la moglie in Pesaro. Andarono con essa anche la madre Vannozza, Giulia Farnese e madonna Adriana. Alessandro stesso volle che partissero, temendo della peste, che cominciava a manifestarsi. Di ciò l'ambasciatore di Mantova in Roma informava sin dal 6 maggio il marchese Gonzaga; e il 15 scriveva allo stesso: «L'illustre signor Giovanni partirà immancabilmente lunedì o martedì in compagnia di tutte e tre le dame, che, per ordine del Papa, restano a Pesaro sino all'agosto: poscia faranno insieme ritorno.»[51]
Lo Sforza deve esser partito su' primi del giugno, essendo l'11 di questo mese giunta lettera di Ascanio al fratello a Milano, con la quale informavalo essere il signore di Pesaro con la moglie, con madonna Giulia,l'amante del Papa, e la madre del duca di Gandia e di Jofrè, partito da Roma e andato a Pesaro; e Sua Santità aver pregato madonna Giulia di ritornare al più presto.[52]
Il 18 luglio Alessandro fu di ritorno da Vicovaro a Roma; ed ecco la lettera che il 24 scrisse a sua figlia in Pesaro:
«Alessandro Papa VI,manu propria.
»Donna Lucrezia, figlia carissima. Da parecchi giorni non abbiamo tue lettere. A noi reca grandissima maraviglia che tu trascuri scriverci più spesso e darci nuove della salute tua e di quella del signor Giovanni, nostro carissimo figliuolo. Fa per l'avvenire di essere più accurata e diligente. Madonna Adriana e Giulia sono giunte a Capodimonte, ove trovarono morto il fratello. Della qual perdita han preso tanta alterazione e afflizione il cardinale e la Giulia, che entrambi sono stati colti da febbre. Noi abbiamo mandato Pietro Caranza a visitarli e provveduto a medici e al necessario. Speriamo in Dio e nella Nostra Donna gloriosa, che in breve staranno bene. Veramente in questa faccenda della partenza di madonna Adriana e di Giulia, il signor Giovanni e tu avete avuto poco rispetto e considerazione verso di noi. Le lasciaste partire senza espressa licenza nostra; mentre avreste, com'era debito vostro, dovuto pensare che un repentino allontanamento, senza nostra saputa, non ci poteva che sommamente dispiacere. Che se dici aver loro così voluto, perchè il cardinal Farnese così voleva e comandava; voi altri avreste dovuto considerare, se ciò fosse di gradimento al Papa. Oramai è fatto. Altra volta saremo più accorti, e penseremo molto bene in mano di chi mettiamo le cose nostre. Grazie a Dio e alla gloriosa Nostra Donna, noi stiamo benissimo di salute. Abbiamo avuto un convegno col Serenissimo re Alfonso. Egli s'è portato con noi con tanto amore ed osservanza ed obbedienza, come se fosse nostro propriofiglio. Non ti potremmo dire nè esprimere quanto siam partiti contenti e soddisfatti l'uno dell'altro. E sii certa che Sua Maestà metterà per lo Stato e in servizio nostro la propria persona e quanto al mondo possiede.
»Noi speriamo che ogni suspicione e tutte le differenze con questi Colonnesi in tre o quattro dì saran tolte. Per ora non resta che esortarti ad attendere a star sana e ad esser devota della gloriosa Nostra Donna. — Data a Roma da San Pietro, il 24 luglio 1494.»[53]
Questa lettera, la prima delle poche che ancora restano di Alessandro alla figlia, fa vedere che Giulia Farnese era, è vero, andata con madonna Lucrezia a Pesaro; ma che presto erane, all'insaputa e senza permesso di Alessandro, ripartita per rendersi alle terre della casa sua in Etruria. Stando ai dispacci di quell'ambasciatore mantovano, ella vi sarebbe accorsa per la malattia del fratello Angelo, che in effetto, poco dopo, nell'agosto, morì. Invece secondo una lettera veneziana in Marin Sanuto, la Giulia avrebbe abbandonato Roma per assistere ad un matrimonio presso i suoi congiunti, e in questa occasione lo scrittore la chiama: «la favorita del Papa, giovane sposa di grande bellezza, intelligente, savia e di dolce carattere.»
La lettera del Papa ci fa conoscere che le relazioni di lui con l'amante, tuttochè allontanatasi da Roma, rimanevan le stesse.
Le tempeste, che vennero allora a scatenarsi sul capo di Alessandro, non toccarono Lucrezia, che col marito entravain Pesaro l'8 giugno 1494. Sotto una pioggia torrenziale, che turbò la festa del ricevimento, essa prese possesso del palazzo degli Sforza, che ora doveva essere la sua residenza.
Ecco in brevissimi cenni la storia di Pesaro sino a quel tempo:
L'anticaPisaurumsi dice edificata dai Siculi, e aver preso nome dal fiume, che non lungi dalla città va a sboccare nel mare, chiamato oggi Foglia. Nell'anno 570 di Roma la città divenne colonia Romana. Cominciando da Augusto fece parte della quarta Regione dell'Italia: da Costantino poi della provincia Flaminia. Caduto l'Impero Romano, Pesaro corse la sorte di tutte le altre città italiane, specialmente nella grande guerra de' Goti con l'imperatore greco: Vitige la distrusse; Belisario la riedificò.
Caduti i Goti, Pesaro fu incorporata all'Esarcato, componendo con le altre quattro città sull'Adriatico, Ancona, Fano, Sinigaglia e Rimini, la Pentapoli. Allorchè Ravenna venne in potere di Astolfo, re de' Longobardi, anche Pesaro diventò longobarda. Ma poscia per effetto della donazione di Pipino e di Carlo passò in possesso del Papa.
La storia ulteriore della città s'intreccia con quella dell'Impero, della Chiesa e del Marchesato d'Ancona. Per lunga pezza residettero colà Conti imperiali. Innocenzo III ne investì Azzo d'Este, signore di quella Marca. Più tardi, durante la lotta degli Hohenstaufen col Papato, fu talvolta dell'Impero, tal'altra della Chiesa, sino a che al finire del XIII secolo i Malatesta, dapprima suoi Podestà, se ne fecero poscia signori. Questa famosa stirpe Guelfa, proveniente da Castel Verrucchio, posto fra Rimini e San Marino, acquistò nel territorio di Pesaro prima la cittadella Gradara e via via estese il suo dominio sino ad Ancona. Nel 1285 Gianciotto Malatesta divenne signore diPesaro. Alla morte sua nel 1504 ereditò il potere il fratello Pandolfo.
Poscia i Malatesta, signori nella prossima Rimini, dominarono non solo su Pesaro, ma su una gran parte della Marca, della quale s'impadronirono, mentre i papi sedevano in Avignone. Si assicurarono il possesso di Rimini, Pesaro, Fano e Fossombrone mercè un trattato al tempo del celebre Gil d'Albornoz, che gli confirmò colà quali Vicarii della Chiesa. Un ramo secondario della casa ebbe sede in Pesaro sino a Galeazzo Malatesta. Minacciato questi dal parente suo Gismondo, il tiranno di Rimini, e inetto a proteggere Pesaro contro gli assalti di lui, nel 1445 vendette la città per 20,000 fiorini d'oro al conte Francesco Sforza; il quale ne investì per contratto suo fratello Alessandro, marito di una nipote di Galeazzo. Lo Sforza fu quel gran condottiero, che, estinti i Visconti, salì sul trono di Milano, come primo Duca della casa sua. Mentre egli fondava colà la linea de' duchi Sforza, il fratello suo Alessandro si faceva fondatore della casa de' signori di Pesaro.
Questo valoroso capitano prese possesso di Pesaro nel marzo 1445; due anni dopo ricevette l'investitura papale. Egli era maritato con Costanza Varano, una di quelle donne più esimie per bellezza e per spirito, che fiorirono in Italia nei primi tempi della Rinascenza.
Costei gli partorì Costanzo e una figliuola, Battista, la quale benanche, come moglie di Federico d'Urbino, sfolgorò più tardi per le virtù sue e pel suo genio. Le vicine corti di Pesaro e d'Urbino s'imparentarono e gareggiarono a vicenda nel culto delle arti belle e delle scienze. Un'altra figliuola non legittima di Alessandro fu Ginevra Sforza, donna a tempo suo non meno ammirata, famosa come moglie di Sante prima, poi di Giovanni Bentivoglio, signori di Bologna.
Dopo la morte della moglie, Alessandro Sforza passò a seconde nozze con Sveva Montefeltro, figlia di Guidantonio d'Urbino. Il 3 d'aprile 1473, dopo un regno felice, lasciò il suo bel paese al figlio.
Costanzo Sforza l'anno appresso si sposò con Camilla Marzana d'Aragona, principessa bella e di larga mente della Casa reale di Napoli. Egli pure era uomo illustre e liberale. Morì nel 1483 a 36 anni appena, senza eredi legittimi, Giovanni e Galeazzo essendo suoi figliuoli naturali. Il governo di Pesaro fu quindi retto dalla vedova Camilla per sè e pel figliastro Giovanni, sino a che questi nel novembre 1489 non la costrinse a lasciargli intero il reggimento.
Tale la storia della famiglia Sforza di Pesaro, nella quale ora Lucrezia Borgia era entrata come moglie appunto di Giovanni.
Il dominio comprendeva allora la città di Pesaro ed un novero di piccole comunità, chiamate castelli o ville: cioè Sant'Angelo in Lizzola, Candelara, Montebaroccio, Tomba di Pesaro, Montelabbate, Gradara, Monte Santa Maria, Novilara, Fiorenzuola, Castel di Mezzo, Ginestreto, Gabicce, Monteciccardo e Monte Gaudio. Di più anche Fossombrone da' Malatesta era passato agli Sforza.
Il Principato, come s'è detto, apparteneva da tempo antichissimo alla Chiesa, dalla quale prima i Malatesta e poi gli Sforza ne erano stati come Vicarii investiti, a titolo feudale, contro l'annuo canone di 750 fiorini d'oro. La figlia quindi di un papa per un tiranno di Pesaro doveva essere la più conveniente delle mogli, che potesse augurarsi nelle condizioni d'allora, quando i papi sforzavansi a far scomparire dallo Stato della Chiesa quelle illegittime dominazioni. Se Lucrezia guardava l'estensione e l'importanza del suo piccolo regno, certo doveva a se stessa confessare, che rimaneva indietro rispetto alle altredonne residenti a Urbino, Ferrara e Mantova, o in Milano e Bologna. Pure, sotto il supremo dominio del Papa, del proprio padre, ella era sempre diventata principessa indipendente. E comecchè i possedimenti suoi non abbracciassero che poche miglia quadrate, eran pur sempre uno de' più preziosi giardini d'Italia.
Pesaro giace libera e piana in spaziosa valle. Una catena di verdeggianti colline le fa corona d'intorno, quasi a forma d'anfiteatro, che va a terminarsi nel mare. E su questo, all'estremità del semicerchio, due erti promontorii si spiccano, l'Accio e l'Ardizio. Il Foglia serpeggia attraverso la valle. La graziosa città siede sulla destra sponda, e con le sue torri, e le mura e il castello si stende sulla piaggia biancastra. A settentrione, verso Rimini, i monti si serrano al mare; a mezzogiorno invece la riva è più larga. E di quivi attraverso i tenui vapori marini veggonsi spuntare le torri di Fano. E più in là si mostra il Capo d'Ancona.
Quelle deliziose colline e quella valle ridente, e quel cilestre cielo che le copre, e il mare raggiante formano insieme un quadro, ove spira un soffio di amenità che rapisce. Gli è il più soave idillio sulla spiaggia adriatica. Le aure dalla terra e dal mare sembrano colà comporre una lirica melodia, che slarga il cuore e fa vibrare nell'anima immagini belle e felici. Pesaro è la culla del Rossini e di Terenzio Mamiani, dell'esimio poeta ed uomo di Stato, che oggi ancora sa consacrare le più nobili facoltà sue al risorgimento d'Italia.
Le passioni de' tiranni di questa città non furono così spaventevoli come di altri dinasti del loro tempo, forse anche perchè il bel paese era troppo piccolo per feroci ambiziose geste. Dico forse, perchè lo spirito umano non sempre si forma secondo le influenze della natura. Uno de' più empii scellerati fu Gismondo Malatesta nella mitee bella città di Rimini. Gli Sforza però, quando si paragonino co' loro cugini di Milano, sembrano signori buoni e felici. Una serie di nobili dame fu ornamento della loro piccola corte. Ed ora Lucrezia doveva sentirsi chiamata a modellarsi su quelle.
Poichè fu entrata a Pesaro, se in età così giovane l'anima sua non era per anco resa incapace di una felicità modesta, dovette la prima volta provare l'inebbriante sentimento della libertà. Colà Roma severa col sinistro Vaticano, con i suoi delitti e le sue passioni, potette apparirle quasi carcere, dal quale erasi sottratta. Certamente, tutto quello che in Pesaro la circondava, era piccino in confronto della grandezza di ogni cosa a Roma. Pure colà non era più soggetta all'influenza immediata e al volere del padre e del fratello, da' quali oramai la dividevano l'Appennino e una distanza per quel tempo grande.
La città di Pesaro, che oggi conta più di 10,000 abitanti e col suo territorio n'ha quasi 20,000, allora ne conteneva forse la metà. Aveva strade e piazze regolari, con architettura essenzialmente gotica, però già interrotta da edifizii in stile della Rinascenza. Alcuni chiostri e chiese, che ancora oggi serbano le antiche facciate, come San Domenico, San Francesco, Sant'Agostino e San Giovanni, davano alla città aspetto degno e onorevole, tuttochè non straordinariamente bello.
I più grandi edifizii monumentali di Pesaro erano quelli dei tiranni regnanti; il castello sul mare, e il palazzo sulla piazza della città. Quello fu costrutto da Costanzo Sforza nel 1474, e poi interamente rifatto dal figlio Giovanni. Ancora oggi se ne vede il nome su una lapide di marmo alla porta d'ingresso. Con quattro torri rotonde e tozze, e bastioni, in rasa pianura, circondato da una fossa, esso è posto all'angolo delle mura della città verso il mare; e solo la prossimità di questo poteva dargli certa saldezza.Malgrado di ciò, ha apparenza di sì poco rilievo, che v'è da maravigliarsi come, anche in quel tempo, per imperfettissima che fosse ancora l'artiglieria, potesse esser tenuto atto a resistere.
Il palazzo degli Sforza sta ancora sulla leggiadra piazza della città, della quale occupa un lato. Costruzione a due grandi cortili, di bell'aspetto, ma non maestoso. I Rovere, successori degli Sforza, l'abbellirono nel secolo XVI. N'edificarono pure la sontuosa facciata che posa su portico a sei archi rotondi. Le armi degli Sforza nel palazzo sono sparite. Sulle facciate e sotto le vôlte sono invece frequenti le iscrizioniGuidobaldus II Dux, e l'arme de' Rovere. V'era già al tempo di Lucrezia la magnifica sala per le feste, il più bel fregio del palazzo; grande e vasta da farla degna del più potente de' monarchi. Ma la mancanza di decorazione alle pareti, o di porte guernite di marmi finissimi, quali si ammirano nel Castello di Urbino, mostra anch'essa le modeste condizioni della dinastia di Pesaro. La ricca vôlta della sala in legno dorato e dipinto risale al tempo del duca Guidobaldo.
Ogni memoria del tempo, in cui quel palazzo fu abitato da Lucrezia Borgia, è morta. Non vivono che i ricordi di un tempo posteriore; della vita della corte de' Rovere, ove il Bembo, il Castiglione e il Tasso furono più volte ospiti. La corte ufficiale, che Lucrezia aveva seco menata, non bastava a popolare quegli ampii spazii. Anche la madre, madonna Adriana e Giulia Farnese non si trattennero con lei che breve tempo. Essa maritò in Pesaro una giovane spagnuola del suo seguito, donna Lucrezia Lopez, nipote del Datario, e poscia cardinale Giovanni Lopez, con Gianfrancesco Ardizio, il medico e il confidente di Giovanni Sforza.
Nel palazzo non trovò altri parenti del marito che il più giovane fratello Galeazzo. Questa dinastia non fu feconda,e già tendeva all'estinguimento. Anche Camilla d'Aragona, la madrigna di Giovanni, non era della compagnia di lei, avendo sin dal 1489 abbandonato Pesaro per sempre, ed essendosi ritirata in un castello presso Parma.
L'estate, l'attraente paese potette procacciare alla giovane principessa qualche svago. Potè visitare la vicina corte di Urbino, ove vivevano Guidobaldo di Montefeltro e la moglie Elisabetta nel superbo castello, del quale l'intelligente Federico aveva fatto un centro di coltura. Viveva allora in Urbino Raffaello, fanciullo di 11 anni, discepolo assiduo e zelante nello studio del padre suo Sanzio.
Lucrezia andò nella state in una delle belle ville sulle colline de' pressi. Soggiorno preferito dal marito era Gradara, castello in luogo elevato sulla strada di Rimini, che ancora oggi con le sue mura rosse e con le sue torri si mantiene intatto. Ma il più magnifico dei castelli era la Villa Imperiale. Rimane a mezz'ora da Pesaro; sul Monte Accio; e si gode di là una estesa vista sul mare e sul continente. Sontuoso palazzo d'estate per gran signori e per gente felice, nata ai più eletti comodi e ai godimenti più belli. Questa villa deve aver somigliato a un giardino di Armida. Alessandro Sforza l'edificò il 1464; l'imperatore Federico III, tornando dal suo viaggio in Roma per l'incoronazione, ne pose la prima pietra; indi il nome di Villa Imperiale. Più tardi fu compiuta da Eleonora Gonzaga, moglie di Francesco Maria Della Rovere, erede di Urbino e successore di Giovanni Sforza nel dominio di Pesaro. Artisti celebri l'ornarono di pitture allegoriche e storiche; il Bembo e Bernardo Tasso la cantarono in versi; e Torquato vi lesse alla corte dei Rovere la sua favola boschereccia, l'Aminta. Oggi è anch'essa in uno stato di deplorevole rovina.
Pesaro, del resto, non poteva offrire grande divertimentoad una giovane signora abituata alla rumorosa vita di Roma. La piccola città non aveva nobili d'importanza. Le case dei Brizi, degli Ondedei, dei Giontini, Magistri, Lana, Ardizii ed altri con le loro maniere e costumanze patriarcali non potevano per Lucrezia supplire alle relazioni tanto cospicue e importanti con i grandi di Roma. Del movimento umanistico della coltura italiana qualche soffio era pur penetrato in Pesaro. Colà, come nelle città limitrofe sull'Adriatico e sin nell'Umbria, era in fiore quella leggiadra arte industriale, la dipintura delle maioliche, che, portata alla sua perfezione, degnamente successe all'arte vasaria della Magna Grecia e dell'Etruria. Aveva già preso largo incremento al tempo degli Sforza. Una delle più antiche maioliche nel Museo Correr a Venezia, rappresentante Salomone in adorazione innanzi a un idolo, porta la data del 1482. E sin dal secolo XIV era quell'arte coltivata anche in Pesaro, e v'aveva preso poderoso slancio sotto il reggimento di Camilla d'Aragona. Ancora oggi nella Casa Comunale si conservano alcuni avanzi della ricchezza delle antiche fabbriche cittadine.
Anche per altre vie si muoveva colà la vita dello spirito, che v'era stata suscitata dagli Sforza o dalle donne loro, gareggiando con Urbino e Rimini. In quest'ultima città Gismondo Malatesta raccoglieva intorno a sè poeti ed eruditi, ai quali dava stipendii in vita, e, morti, faceva erigere sarcofaghi sul muro esterno del Duomo. Specialmente Camilla ebbe molto a cuore il culto delle scienze. Nel 1489 chiamò a Pesaro un greco, Giorgio Diplovatazio di Corfù, uomo di merito, parente di Laskari e Vatazes, che, fuggito da' Turchi, era venuto in Italia. E in quel tempo stesso già vivevano nella ospitale Pesaro altri esuli Greci delle stirpi degli Angeli, de' Komneni e de' Paleologhi. Il Diplovatazio aveva studiato a Padova; a Pesaro Giovanni Sforza lo fece nel 1492 Avvocato del fisco. Dopo d'allora esino alla morte, nell'anno 1541, sfolgorò colà come giurisperito.[54]
Lucrezia adunque trovò in Pesaro quest'uomo illustre. Con lui e con altri Greci avrebbe potuto continuare i suoi studii, ove la maturità degli anni o la natia inclinazione ve l'avesse spinta. Una biblioteca, raccolta dagli Sforza, gliene offriva i mezzi. Mancava colà un altro uomo allora non meno celebre, Pandolfo Collenuccio, poeta, retore e filologo, divenuto conosciutissimo per la sua storia di Napoli. Aveva servito la casa Sforza come segretario e diplomatico; e alla sua eloquenza il marito della Lucrezia doveva, se a lui, bastardo di Costanzo, fu concessa l'investitura di Pesaro da Sisto IV e da Innocenzo VIII. Ma il Collenuccio cadde poscia in disgrazia; Giovanni Sforza nel 1488 prima lo mise in prigione, e poi lo esiliò. Andò a Ferrara a prestare i suoi servizii a quella corte. Accompagnò il cardinale Ippolito a Roma; e vi si trovava nel 1494, proprio al tempo, in cui Lucrezia andò a prender possesso di Pesaro. Probabilmente in Roma ella ebbe occasione di conoscerlo.[55]