XIX.

L'8 di luglio faceva già dichiarare a Luigi XII di esser pronto ad acconciarsi al voler suo, purchè gli riuscisse d'accordarsi col Papa sulle condizioni.[122]Egli intendeva essersi inchinato solo a' comandamenti del re; ma il re a sua volta non aveva consigliato il matrimonio per altro, se non perchè aveva bisogno del Papa. Nell'atto stesso che faceva premura presso Ercole perchè acconsentisse, lo consigliava di non affrettarsi a mandare il figliuolo Don Ferrante a Roma per condurre a fine la cosa; ma di protrarla in lungo quanto più potesse, sinchè egli stesso, il re, non fosse nel settembre venuto in Lombardia. Fece bensì assicurare Ercole ch'egli stava fermo alla fitta promessa della mano di madonna d'Angouleme per Don Alfonso; e apertamente esternava il suo dispiacere per quel matrimonio.[123]Diceva all'inviato ferrarese che reputerebbe il duca uomo inetto, se volesse sposare il proprio figlio con la figlia del Papa; perchè, il giorno che il Papa fosse morto, egli non più saprebbe con chi aveva stretto questo parentado; e in modo ancora più cieco opererebbe Alfonso, accettando.[124]

E infatti anche il duca non si diede fretta punto. È vero che mandò a Roma il suo segretario Ettore Bellingeri, ma solo per dichiarare al Papa ch'egli voleva ottemperare a' desiderii di Francia, posto però che anche le domande sue fossero soddisfatte. Il Papa invece e Cesareesigevano la pronta conclusione de' patti matrimoniali, e incalzavano presso il cardinale Della Rovere, ch'era allora a Milano, per ottenere da Ercole che mandasse a lui il figlio Alfonso, affinchè, sotto gli occhi del cardinale stesso, l'affare fosse terminato. Ciò il duca negò. Innanzi a ogni altra cosa egli voleva che il Papa accettasse le condizioni poste al suo consentimento.[125]

Mentre queste pratiche umilianti per Lucrezia procedevano lentamente, Cesare era in Napoli strumento e spettatore della rapida caduta di quella casa d'Aragona, da lui tanto odiata, e sul cui trono non gli fu concesso elevarsi. Ma Alessandro approfittò dell'occasione per impadronirsi de' beni de' baroni del Lazio, specialmente di quelli de' Colonna, de' Savelli e degli Estouteville, i quali tutti la guerra di Napoli aveva privati d'ogni difesa. La confiscazione di quei beni, come presto vedremo, si collegava col disegno di matrimonio. Egli aveva fatto occupare parecchie città di quei signori già nel giugno 1501, valendosi della pressione dell'esercito francese accampato presso Roma. Il 27 luglio andò egli stesso a Sermoneta con cavalieri e fantaccini.

Fu allora, che, prima di mettersi in viaggio, pose la figlia luogotenente suo in Vaticano. Ecco le parole del Burkard: «Prima che Sua Santità, Signor Nostro, lasciasse la città, affidò tutto il palazzo e gli affari in corso a donna Lucrezia Borgia, sua figlia, e le diede facoltà di aprire le lettere indirizzate a Sua Santità; nei casi di maggior rilievo essa doveva prender consiglio dal signor cardinale di Lisbona.

»Ora occorse non so qual caso; e dicesi Lucrezia essersi rivolta al detto cardinale, esponendogli l'incarico del Papa e l'affare. E quegli le disse: ogni volta che ilPapa fa delle proposte in Concistoro, il Vicecancelliere o un altro cardinale per esso suole sottoscriverle, e prendere nota delle opinioni dei votanti; così anche ora fa d'uopo che alcuno sottoscriva ciò che è stato detto. Al che Lucrezia replicò di saper benissimo scrivere. — Ov'è la vostra penna? — domandò il cardinale; Lucrezia capì lo scherzo, e sorrise; e così terminarono in modo conveniente la conferenza.»

I negozii dal Papa alla figlia affidati si riferivano realmente solo alle cose temporali, non alle ecclesiastiche. Pure procedimento così impudente non s'era visto mai. Codesta distinzione, la maggior prova di favore che il padre potesse darle, muoveva senza dubbio anche da altre ragioni. Proprio in quei giorni Alessandro era stato assicurato dell'assenso di Alfonso d'Este al matrimonio, e pel contento provatone fece Lucrezia reggente in Vaticano. Questo volle quasi significare da parte sua il riconoscimento di una persona politica nella futura duchessa di Ferrara. E imitava così l'esempio di Ercole e di molti altri principi, che, dovendo assentarsi dagli Stati loro, solevano affidarne i negozii alle mogli.

Non era stato facile al duca di vincere l'avversione del figliuolo. Perchè niente poteva tanto profondamente offendere il giovane principe, quanto il domandargli che facesse di Lucrezia Borgia la moglie sua. Non lo sgomentava già l'origine illegittima. Questa macchia non aveva gran peso in quel tempo in cui i bastardi fiorivano, ed erano per tutto in auge ne' paesi latini. Molte dinastie italiane n'erano intinte, gli Sforza, i Malatesta, i Bentivoglio, anche gli Aragonesi di Napoli. Anzi lo stesso magnifico Borso, primo duca di Ferrara, era stato fratello illegittimo di Ercole, suo successore. Se non che Lucrezia era la figlia di un Papa; era nata da un sacerdote. E in ciò, pel sentimento degli Este, stava il lato ignominoso della suaorigine, forse anco uno scrupolo religioso. Nè la vita licenziosa del padre, nè i delitti di Cesare potevano far calare la bilancia della morale della corte di Ferrara. Nondimeno niuna casa principesca fu giammai così corrotta da non curarsi punto della fama di una donna, che fosse destinata a divenire uno de' suoi membri più importanti.

Alfonso doveva essere il marito di una giovane, che, ancora in età di 21 anno, aveva già corso tante vicende. Due volte promessa legalmente sposa, due volte maritata, due volte per vie criminose rimasta vedova. La riputazione di Lucrezia ispirava veramente ripugnanza. E non era possibile che Alfonso, tuttochè uomo galante e mondano, credesse alla virtù sua, anche negando fede a' più turpi rumori che sul conto di lei correvano. La cronaca scandalosa di ciò che accadeva in una corte si diffondeva allora rapida, come oggidì, di corte in corte. Mercè gli agenti suoi il duca, e con lui il figlio, erano appuntino informati di quanto realmente succedeva nella famiglia Borgia, e anche di ciò che s'inventava sul conto della stessa. Gli abominevoli motivi, che l'oltraggiato Sforza aveva attribuiti al padre di Lucrezia per lo scioglimento del suo matrimonio, erano stati immediatamente riferiti al duca a Ferrara. Un anno dopo l'agente di costui in Venezia gli aveva partecipato, accertarsi da Roma che la figlia del Papa aveva partorito un bambino illegittimo.[126]Oltracciò tutte quelle satire, con le quali i nemici de' Borgia non risparmiavano nemmeno Lucrezia, erano ben note alla corte di Ferrara, e sicuramente v'erano state gustate con maligno riso. Converrà egli ora credere che gli Este reputassero quei rumori e quelle satire come appieno fondate, e che, malgrado di ciò, passando sopra all'onor loro, si fossero contentati d'introdursi in casa una Taide, invece di seguire, con pericolidi gran lunga minori, l'esempio di Federigo di Napoli, che costantemente ricusò la mano di sua figlia a Cesare Borgia?

Qui è il caso di sottoporre le imputazioni di Lucrezia ad un esame, il quale per avventura sarà breve, dopo quel che con tanto successo n'è stato già detto dal Roscoe e da altri. La serie de' suoi accusatori tra i contemporanei non è piccola. Per non citare che i più notevoli, d'incesto l'hanno accusata in modo esplicito o per allusione i poeti Sannazzaro e Pontano; gli storici e politici Matarazzo, Marco Attilio Alessio, Pietro Martire, Priuli, Machiavelli e Guicciardini. Da costoro presero in prestito il giudizio loro i posteri, a venire giù giù sino al tempo nostro. Dall'altro canto stanno i lodatori di Lucrezia, contemporanei e loro successori sino al presente.

Fissiamo bene primieramente questo punto. Gli accusatori e le accuse contro Lucrezia non possono riferirsi che al periodo di sua vita in Roma; e gli ammiratori non si mostrano che nel secondo periodo, quando essa era duchessa di Ferrara. Tra questi ultimi non sono uomini meno celebri che tra gli accusatori: Tito ed Ercole Strozzi, il Bembo, Aldo Manuzio, il Tebaldeo, l'Ariosto, tutti i cronisti di Ferrara e il biografo francese del Bayard. Essi fan tutti testimonianza dell'onoratezza di quella durante il periodo di Ferrara, ma non del suo passato in Roma. Epperò il difensore di Lucrezia non può attingere da loro che prove negative. A lui convien dire che personaggi nobili, come l'Aldo, il Bembo, l'Ariosto, malgrado della loro tendenza all'adulazione cortigiana, non potevano esser mai tanto impudenti da magnificare una donna come l'ideale delle donne del tempo loro, dove l'avessero stimata colpevole o anche capace soltanto di quelle turpitudini, nelle quali poco innanzi era incorsa. In tal caso l'Ariosto stesso diventerebbe per noi un uomo abominevole.

Che se ora interroghiamo gli accusatori di Lucrezia, solo i testimoni di Roma possono avere un valore reale. Il più accanito de' nemici di quella, il Guicciardini, non appartiene al novero di costoro. Ciò ch'egli riferisce sul conto di lei non ha altrimenti determinato il giudizio dei posteri, se non perchè egli era uomo di Stato e storico famoso. Egli stesso attinse la sua opinione o alle voci che correvano o alle satire del Pontano e del Sannazzaro. E ambo questi poeti vivevano a Napoli, non a Roma. I loro epigrammi non provano che l'odio ben fondato contro Alessandro e Cesare, istrumenti della caduta degli Aragonesi, e mostrano di quanta atrocità uomini perversi come quelli potessero esser tenuti capaci.

Di molto maggior peso dovrebb'essere la parola del Burkard, osservatore quotidiano degli avvenimenti in Vaticano. Contro di lui s'è particolarmente rivolto il furore dei papisti, pe' quali egli è ancora oggi la fonte velenosa, cui i nemici del Papato, soprattutto i protestanti, avrebbero attinto le loro calunnie sul conto di Alessandro VI. Il furore si spiega. IlDiariodel Burkard, oltre il giornale dell'Infessura, che già sino dagl'inizii del 1494 rimane interrotto, è l'unico scritto composto in Roma intorno alla Corte di Alessandro, ed ha al tempo stesso un carattere officiale. Ma quei, che sono usi a palliare ogni azione papale, avrebbero frenato il loro odio contro il Burkard, dove avessero conosciuto le relazioni degli ambasciatori veneti e i dispacci di tanti altri inviati, di cui qui s'è fatto tesoro.

Il Burkard è così poco malevolo da tacere tutte le relazioni intime di Alessandro. Egli nota soltanto fatti, non voci vaghe; ed anche quelli attenua o diplomaticamente vi stende sopra un velo. Non egli, ma l'ambasciatore veneto, Polo Capello, informa come Cesare Borgia pugnalasse il cameriere Perotto, che s'era rifugiato sotto il manto delPontefice. Che Cesare avesse ammazzato il fratello Gandia, lo dice apertamente lo stesso ambasciatore, e lo dice pure un agente ferrarese: il Burkard non ne fa motto.[127]Egli non parla neppure del fatto di aver Cesare spedito all'altro mondo il cognato Alfonso. Le relazioni de' membri della famiglia Borgia tra loro o con persone estranee, come i Farnesi, i Pucci e gli Orsini; tutta quella immensa rete d'intrighi nella Corte del Papa; la lunga serie di delitti commessi; le estorsioni di danaro; il mercato di cappelli cardinalizii; e tante altre cose, delle quali i dispacci degl'inviati son pieni; tutto ciò non lo apprendiamo dal Burkard. Vannozza stessa egli non nomina che una volta sola, e nemmeno sotto il suo nome esatto. Nulla di meno due luoghi soltanto di quelDiariohanno principalmente suscitata la massima irritazione: la notizia dell'orgia delle 50 cortigiane in Vaticano, e l'accusa contro i Borgia nella lettera anonima a Silvio Savelli. Questi due luoghi si trovano riprodotti in tutte le copie conosciute, e, senza dubbio, derivano dall'originale delDiario. Che la lettera a Silvio non sia invenzione del Burkard nè di protestanti male intenzionati, lo mostra il fatto, che anche Marin Sanuto l'ha inserita nel suoDiario. Che similmente nè il Burkard nè altri venuti più tardi abbiano escogitata la favola del baccanale in Vaticano, lo mostra appunto quella lettera, il cui autore vi si riferisce come a fatto conosciuto. E lo prova anche il Matarazzo da Perugia. Perchè anch'egli lo racconta, non dietro le parole del Burkard, il cui manoscritto difficilmente potè mai vedere; ma dietro notizie da lui direttamente attinte. Egli osserva di più, che a queste dava piena fede, perchè l'accaduto — dic'egli — è stato conosciutoper ogni dove, e io n'ho scritto, perchè le persone che me lo hanno assicurato non sono soltanto il popolo romano, ma l'italiano.

Questa osservazione fa chiaramente scoprire la fonte dello scandaloso racconto: la tradizione popolare. Forse dovette formarsi in occasione di qualche festa data realmente da Cesare nell'abitazione sua in Vaticano. Colà un'orgia di quella natura o qualcosa di simile può bene aver avuto luogo. Pure chi oserà credere che Lucrezia stessa, già legalmente moglie di Alfonso d'Este, e in procinto di partirsi per Ferrara, abbia potuto assistervi come spettatrice col sorriso sulle labbra?

Del rimanente, quello è l'unico luogo nelDiariodel Burkard, ove Lucrezia apparisca sotto luce sì brutta. In niun altro ha detto di lei nulla di disonorevole. Non si può dunque in quello cercar la conferma delle accuse dei Napoletani e del Guicciardini. E come non nelDiario, così la non si trova neppure altrove; quando non si attribuisca al Matarazzo un'autorità, cui non può pretendere. Egli racconta che Giovanni Sforza scoprisse le criminose relazioni di sua moglie con Cesare e con Don Juan; e a questa scoperta si aggiungesse un sospetto anche più orrendo; ond'egli, lo Sforza, avrebbe perciò ammazzato il Gandia e sarebbe quindi fuggito da Roma; ed in conseguenza Alessandro avrebbe fatto sciogliere il matrimonio di lui. Anche a prescindere da sì mostruosa opinione, stando alla quale la stessa donna nel tempo medesimo si sarebbe resa colpevole di un triplice incesto, il racconto del Matarazzo contiene un'inesattezza storica, perchè lo Sforza aveva abbandonato Roma già due mesi innanzi la morte del Gandia.

Il dispaccio autentico dell'inviato ferrarese in Milano, del 23 giugno 1497, ha chiarito in modo incontrastabile che l'autore vero di quelle voci su Lucrezia fu il marito ignominiosamente ripudiato. Di certo, niuno meglio di coluipoteva allora conoscere il carattere e la maniera di vivere di Lucrezia. Nondimeno avanti a qualunque tribunale, in ogni tempo, lo Sforza sarebbe l'ultimo de' testimoni, il deposto del quale meritasse fede. Acceso d'odio e di vendetta, attribuì all'indegno Papa quei turpissimi motivi allo scioglimento del matrimonio. E il sospetto da lui manifestato si diffuse e prese le proporzioni di una voce; e di voce in voce divenne opinione. Ma è pur singolare che Guido Postumo, il fedele partigiano dello Sforza, che vendicava l'oltraggio del suo signore con epigrammi contro Alessandro, nè abbia espresso quel sospetto, nè in generale fatto mai menzione di Lucrezia.[128]

Sospetto simile non trasparisce da alcuno de' molti dispacci contemporanei. Solo in una lettera privata presso il Malipiero da Roma del 17 giugno 1497 e nella Relazione di Polo Capello si accenna alle voci dell'oscena relazione della sorella col fratello Don Juan.[129]Sarebbero forse stati solo codesti rumori cagione, che niuno abbia giammai riferito di relazioni amorose di Lucrezia con altra persona conosciuta non fosse che di nome; tuttochè in Roma tanti cortigiani, tanti giovani baroni e cardinali licenziosi fossero quotidianamente in contatto con lei? Difatto sul conto di questa bella e giovane donna non è dato scoprire una traccia sola di un vero intrigo amoroso. Anche la voce di quell'ambasciatore, che non da Roma, ma da Venezia mandava a Ferrara la nuova, aver Lucrezia partorito un bambino, non è che una voce solitaria, che non trova riscontro di sorta. Lucrezia era allora separata già da un anno dal marito Giovanni Sforza.Si ammetta pure che la voce fosse fondata, e che Lucrezia si fosse stretta in relazione d'amore con qualcuno in Roma, la cui persona ci è rimasta sconosciuta. Ma, e che forse relazioni e passi falsi di tal natura non sono frequenti abbastanza nella società di ogni tempo? Anche oggi siam facili a perdonarli soprattutto nelle classi elevate.

Niuno può indursi a credere che Lucrezia Borgia, in mezzo alla corruzione romana e in quella cerchia di persone cui apparteneva, potesse mantenersi immacolata. Ma dall'altra parte niun uomo spregiudicato avrà animo di affermare che siasi resa colpevole di quelle turpitudini senza nome. Se si suppone possibile nella natura di una giovane l'inconcepibile forza, di cui l'uomo più dissoluto e più rotto al vizio appena è capace, di saper, cioè, nascondere l'intimo disfacimento morale, che in tutto l'essere spirituale il più infame dei delitti non può non generare, di nasconderlo, dico, sotto la maschera di una grazia sorridente; bisognerebbe allora dire che Lucrezia Borgia nel magistero della ipocrisia abbia posseduto potenza trascendente ogni limite dell'umano. Ma nulla entusiasmava tanto i Ferraresi quanto la grazia sempre serena e gioviale della sposa di Alfonso. Ogni donna sensibile può giudicare se fosse Lucrezia in grado di manifestarsi in tal guisa, posto che covasse nell'animo tanta colpa; e se il viso della moglie di Alfonso d'Este, nell'effigie del 1502, potesse esser quello della inumana furia nell'epigramma del Sannazzaro.

Lotte durissime ebbe a sostenere il principe erede di Ferrara prima di cedere alle insistenze del padre. E questi insisteva pel matrimonio con tanta fermezza da dichiarargli, che dovrebbe risolversi ad unirsi egli stesso conla Lucrezia ove il figlio s'ostinasse nel diniego. E quando il figlio ebbe consentito, quando l'orgoglio del duca fu ridotto al silenzio, Ercole riguardò il matrimonio puramente come un vantaggioso affare di Stato. Egli vendette l'onore della casa sua al più alto prezzo possibile. Gli agenti papali in Ferrara, spaventati dalle sue esigenze, mandarono Raimondo Romolini per darne a Roma contezza. E Alessandro impetrò la mediazione del re di Francia per ottenere condizioni più miti. Una lettera dell'ambasciatore di Ferrara in Francia è il mezzo migliore per chiarirci su questo punto:

«Illustrissimo Signor mio.

»Ieri l'ambasciatore del Papa mi disse, avergli Sua Santità scritto come Vostra Eccellenza abbia mandato un messo in Roma, domandando 200,000 ducati, l'affrancamento dall'annuo canone, la concessione del giuspatronato pel Vescovado di Ferrara mercè decisione concistoriale, e molte cose altre. Aggiunse aver il Papa offerto 100,000 ducati. Quanto al rimanente, dover Vostra Eccellenza fidare in lui, che col tempo le concederà quel che vuole e solleverà tanto alta la casa degli Este, che ciascuno dovrà riconoscere l'amor suo per la stessa. Mi disse inoltre essere stato incaricato di pregare Sua Maestà Cristianissima, perchè scriva all'Illustrissimo Cardinale, e voglia questi esortare l'Eccellenza Vostra a contentarsi di tali offerte. Qual fedel servitore di Vostra Eccellenza ricordo all'uopo, benchè sia superfluo, che dove tal matrimonio abbia a farsi, ella lo concluda in guisa tale e con tanta sicurezza, che lalunga promessa con l'attender cortonon abbia poscia a farnela pentire. In altra lettera ho partecipato a Vostra Eccellenza, come il Re Cristianissimo m'abbia detto, che in questo affare egli null'altro vuole che il volere di Vostra Eccellenza. Onde, se la cosa deve farsi, ella cerchi cavarne il maggior profitto possibile; ma senon può farsi, Sua Maestà è sempre pronto a dare a Don Alfonso quella dama, la cui mano l'Eccellenza Vostra voglia per lui richiedere in Francia. — Di Vostra Ducale Eccellenza servitore Bartolomeo Cavaleri. Lione, 7 agosto 1501.»

Alessandro non voleva mandar la figlia a Ferrara a mani vuote. Ma la dote, che Ercole esigeva, era troppo; era più grossa ancora di quella che Bianca Sforza aveva portata all'imperatore Massimiliano, e ledeva troppo vivamente le leggi canoniche. Perchè, oltre l'ingente somma di danaro, il duca domandava l'esonerazione dall'annuo tributo verso la Chiesa pel feudo di Ferrara; la cessione di Cento e di Pieve, città appartenenti all'Arcivescovado di Bologna; la cessione pure di Porto Cesenatico; e gran numero di benefizii in favore della famiglia Este. Le negoziazioni fervevano; pure tanto forte era il desiderio del Papa di assicurare alla figliuola il trono del Ducato di Ferrara, che si dichiarò pronto ad annuire in massima alle esigenze di Ercole. Alla qual cosa lo indusse anche l'avviso di Cesare.[130]Lucrezia stessa non faceva meno pressa intorno al padre, perchè cedesse. Da quel tempo in poi essa fu il miglior avvocato del duca in Roma. Ed Ercole riconosceva, che principalmente alla sagacia di lei si doveva se era riuscito nelle pretensioni sue.

Le negoziazioni presero sì prospero avviamento alla fine del luglio o sui primi d'agosto. E di questo tempo sono le prime lettere del duca a Lucrezia e al Papa, conservate nell'Archivio di Stato di casa d'Este.

Il 6 agosto Ercole scrisse alla futura nuora, che le raccomandava Agostino Huet — un segretario di Cesare — comeagente, che nel condurre le negoziazioni aveva mostrato il più premuroso fervore.

Il 10 agosto espose al Papa sin dove fossero procedute le pratiche, e pregavalo di non trovar eccessive le sue domande. Ripetè lo stesso in altra lettera del 21, dove, con un fare da mercatante, le metteva in risalto, mostrandole di piccolo e quasi di niun momento.

Frattanto la notizia del divisato matrimonio s'era sparsa pel mondo e divenuta motivo a riflessioni diplomatiche. Imperocchè nè alle potenze d'Italia nè alle straniere poteva far comodo che il Papato s'aggrandisse tanto. Firenze e Bologna, alla cui conquista Cesare mirava, vivevano in sospetto. La Repubblica di Venezia, in continua tensione con lo Stato di Ferrara ed agognante alle coste della Romagna, non dissimulava il suo malumore, anzi attribuiva tutto il disegno all'ambizione di Cesare.[131]Il re di Francia mostravasi contento della cosa, solo perchè non poteva stornarla; altrettanto faceva la Spagna. Ma Massimiliano ne fu così irritato, che cercò impedire il matrimonio. Ferrara cominciava appunto a toccare quell'importanza politica, che aveva avuta Firenze al tempo di Lorenzo dei Medici. E da qualsiasi parte si schierasse, era quindi cosa di troppo peso; ed all'imperatore germanico non poteva essere indifferente la stretta unione di tale Stato col Papato e con la Francia. Oltracciò moglie di Massimiliano era Bianca Sforza; e altri membri e partigiani della caduta casa, nemici accaniti de' Borgia, vivevano alla Corte tedesca.

L'imperatore mandò nell'agosto lettere a Ferrara, con le quali sconsigliava Ercole dall'imparentarsi col Papa. Questa manifestazione di Massimiliano non poteva che giungere desiderata ad Ercole. Mercè quella, poteva esercitar pressione sul Papa. E difatto ne diede a costui comunicazione,assicurandolo però di essere irremovibile nella presa determinazione. Quindi incaricò il suo consigliere Gianluca Pozzi di rispondere all'imperatore.[132]La lettera di Ercole al suo cancelliere porta la data del 25 agosto; ma, prima ancora che il contenuto di essa fosse noto a Roma, il Papa s'era affrettato ad accettare le condizioni del duca e a concludere il contratto matrimoniale. Il che ebbe luogo con atto legale stipulato in Vaticano il 26 agosto 1501.[133]

Senza ritardo il Papa lo trasmise ad Ercole per mezzo del cardinal Ferrari. Don Ramiro Romolini con altri procuratori andaron subito a Ferrara.[134]Ivi, nel Castello di Belfiore, fu il primo settembre 1501 conclusoad verbail matrimonio.

Il giorno stesso il duca scrisse a Lucrezia, che se insino allora l'aveva amata per le virtù sue e anche per riguardo al Papa e al fratello Cesare, ora invece l'amava più che figlia. In termini altrettanto espansivi scrisse pure ad Alessandro. Gli comunicò la conclusione del matrimonio, e lo ringraziò pel conferimento della dignità di Arciprete di San Pietro al cardinale Ippolito suo figlio.[135]

Meno diplomatico fu il linguaggio di Ercole nella lettera, con la quale dava partecipazione del fatto al marchese Gonzaga. Vi faceva chiaramente trasparire la sua freddezza; e scusavasi insieme di essere stato costretto a quel passo.

«Illustre Signore e fratello nostro amatissimo.

»Significammo a Vostra Eccellenza la risoluzione presa a' dì passati di acconsentire ad attendere alle pratiche pel parentado con Sua Santità, togliendo la illustrissima Donna Lucrezia Borgia, sorella dell'illustrissimo Duca di Romagna e Valenza, per moglie del nostro primogenito Don Alfonso. A ciò ci spinsero principalmente le esortazioni di Sua Maestà Cristianissima; sempre che però fossimo d'accordo con Sua Santità su tutte le particolarità spettanti al matrimonio stesso. Ora, essendosi tale affare trattato, Sua Santità e Noi siamo restati concordi; e il Re Cristianissimo ha continuato a farci istanza che si venga alla conclusione del matrimonio, per mezzo degli ambasciatori francesi e procuratori di Sua Beatitudine. E questa mattina si è fatta la pubblicazione. Di che m'è parso dare incontanente avviso all'Eccellenza Vostra, perchè l'intima unione e l'amore reciproco fa che ella prenda interesse e partecipi a tutto ciò che ci riguarda. E così al beneplacito suo ci offriamo sempre pronti.

»Ferrara, 2 settembre 1501.»[136]

Il 4 settembre un corriere portò la nuova che il contratto di matrimonio era stato sottoscritto a Ferrara. Alessandro fece immediatamente tirare colpi di cannone da Castel Sant'Angelo e illuminare il Vaticano. Tutta Roma risuonò delle grida di gioia de' partigiani di casa Borgia.

Questo momento fu il punto culminante nella vita di Lucrezia. Se ambizione e brama di mondana grandezza albergavano nell'anima sua, oramai aveva la certezza di salire su uno de' più antichi troni principeschi d'Italia. Che se invece rimorso e avversione per tutto ciò che in Roma la circondava, ed aspirazione ad uno stato migliore erano in lei più forti di quei vanitosi sentimenti, oramai un tranquillo porto le s'apriva d'innanzi. Essa diventava mogliedi un principe, che non aveva fama di uomo geniale e finamente colto, ma di pratico e amante della pace. Lo aveva visto nella sua prima gioventù, quando quegli venne a Roma ed ella era la promessa dello Sforza. Nessun sacrifizio forse le sarebbe parso troppo duro, pur di cancellare le rimembranze di quei nove anni nell'intervallo trascorsi. La vittoria ch'ella ora, grazie all'assentimento di casa d'Este, aveva riportata, andava congiunta con una profonda umiliazione. A lei non era ignoto che Alfonso, solo dopo lunga resistenza e costretto, s'era lasciato andare ad accettarne la mano. Una donna audace e di spirito intrigante sarebbe passata sopra a siffatta umiliazione, forte nella coscienza del suo genio e delle arti sue. Altra, anche meno forte, ma bella e dotata di grazia, avrebbe potuto provare grande attrattiva all'idea di disarmare un uomo ricalcitrante, mercè il fascino della sua persona. Ma la questione, se fosse dell'onor suo maritarsi con un uomo, che non l'aveva voluta per libera elezione, ovvero, se l'orgoglio di una donna nobile non dovesse respingere un matrimonio in condizioni simili; codesta questione, una donna vana come Lucrezia, forse non se la pose mai; o se lo fece, certo, nè Cesare nè il padre le consentirono di esternare un dubbio così poco diplomatico. Noi non scopriamo in lei alcuna traccia d'orgoglio morale. Vediamo soltanto i segni di una gioia fanciullescamente ingenua per la fortuna che le era toccata.

Il 5 settembre fu vista per Roma con 300 cavalieri e quattro vescovi. Andò a render grazie in Santa Maria del Popolo. E, secondo il curioso costume del tempo, quando, come ne' drammi del Calderon e dello Shakspeare, col serio s'innestava sempre il comico, Lucrezia regalò il prezioso vestito, col quale era stata a pregare, al suo giullàre di corte. Ed il buffone, giubilando per le vie di Roma, gridava: «Viva la illustrissima duchessa di Ferrara! Vivail papa Alessandro!» Il grande avvenimento fu festeggiato da' Borgia e da' partigiani loro con clamorose dimostrazioni.

Alessandro raccolse un Concistoro, quasi questa faccenda di famiglia fosse un importante affare della Chiesa. Lodò con ostentazione infantile il duca Ercole, chiamandolo il più grande e il più savio principe d'Italia; lodò anche Don Alfonso, uomo più bello e più possente di suo figlio Cesare, e che per prima moglie aveva avuto la sorella dell'imperatore. Disse Ferrara essere uno Stato prospero, e la casa d'Este antica. Disse anche verrebbe ben presto a Roma un corteo nuziale di signori a prendere la sposa, e che questa sarebbe accompagnata dalla duchessa di Urbino.[137]

Cesare Borgia il 14 settembre ritornò da Napoli, dove Federigo, ultimo re di quel paese della casa d'Aragona, aveva dovuto arrendersi alla Francia. Con soddisfazione rivide la Lucrezia già qual futura duchessa di Ferrara. Il 15 giunsero gl'inviati di Ercole, Saraceni e Bellingeri. Essi dovevano adoperarsi, perchè gli obblighi dal Papa assunti fossero adempiuti il più presto possibile. Il duca non si fidava di lui: egli era uomo pratico. Non intendeva mandare il corteo per la sposa prima di aver nelle mani le Bolle. Lucrezia appoggiava gl'inviati con tanto calore, che il Saraceni scriveva al suo signore, quella parergli già essere ottima ferrarese.[138]Ella assisteva alle negoziazioni in Vaticano, nelle quali Alessandro, a dimostrare la sua abilità linguistica, a volte si serviva senza intoppo del latino. Un giorno, per riguardo alla figlia, comandò di adoperare l'italiano. Il che prova che Lucrezia nel latino non era forte abbastanza.

Da' dispacci degl'inviati risulta che in Vaticano si era di molto buon umore. Colà canti, suoni e balli ogni sera. Uno de' più grandi diletti per Alessandro era assistere alla danza di belle donne. E quando Lucrezia e le dame di corte ballavano, ei soleva introdurre gl'inviati di Ferrara perchè ammirassero la bellezza di sua figlia. Sorridendo, diceva loro una sera, che voleva avessero visto la duchessa non essere zoppa.[139]

Fu instancabile nel passare così le notti; mentre insino Cesare, giovane e rigoglioso, ne fu stanco. Quando questi si degnò concedere udienza agl'inviati, grazia che, come scrivevano a Ferrara, appena i cardinali potevano ottenere, gli ricevette vestito, ma stando a letto. E al proposito il Saraceni notava nel suo dispaccio: «Temevo ch'ei fosse malato, avendo iersera ballato senza smetter mai; e anche oggi farà altrettanto dal Papa, presso il quale l'illustrissima Duchessa va a cena.»[140]Fu per Lucrezia un sollievo, che il Papa per alcuni giorni andasse a Civitacastellana e Nepi. Il 25 settembre gl'inviati scrivevano a Ferrara: «Questa illustrissima Madonna continua ad essere un po' indisposta e a sentirsi molto debole. Malgrado di ciò, non prende medicine, nè tralascia la trattazione degli affari, e dà udienza come di solito. Noi crediamo che l'indisposizione non avrà altra conseguenza, perchè sua Eccellenza si riguarda. Anche la quiete in questi giorni, in cui Sua Santità sarà assente, le farà bene; perchè sin qui, ogni volta che Sua Eccellenza andò dal Papa, si fece musica e ballo sin verso le 2 o le 3 della notte, e questo le ha fatto molto danno.»[141]

Un affare penoso, di cui il Papa ebbe allora ad occuparsicon gl'inviati, riguardava Giovanni Sforza, l'espulso e divorziato marito di Lucrezia. Che cosa si temesse da lui, lo dice questo dispaccio ad Ercole:

«Illustrissimo Principe ed eccellentissimo Signor nostro. — Poichè Sua Santità il Papa prende in debita considerazione le cose che potrebbero cagionare dispiacere all'animo non solo di Vostra Eccellenza e dell'illustrissimo Don Alfonso, ma altresì della signora Duchessa e anche al suo proprio, così ci ha incaricati di scrivere a Vostra Eccellenza e avvertirla a fare in guisa, che il signor Giovanni di Pesaro, che, come all'Eccellenza Vostra è stato riferito, è in Mantova, non abbia a ritrovarsi in Ferrara al tempo delle nozze. Imperocchè, comunque la separazione di lui dalla nominata signora Duchessa sia assolutamente legittima e compiuta conforme alla pura verità, come pubblicamente consta non solo pel processo fatto in questa causa, ma anche per la libera confessione di esso Don Giovanni; nulladimeno un residuo di mal animo potrebbe pur forse essergli sempre addentro rimasto. Per il che, trovandosi in luogo, ove la detta Signora potesse essere da lui veduta, Sua Eccellenza sarebbe perciò costretta a sequestrarsi in qualche camera, onde le cose passate non abbiano a tornarle in mente. Egli quindi esorta Vostra Eccellenza a voler provvedere a ciò con la solita sua prudenza. Poscia Sua Santità entrò a parlare degli affari del signor marchese di Mantova, rimproverando acremente a Sua Eccellenza che soltanto essa désse asilo e spettacolo di gente fallita e bandita non solo dal Papa, ma anche dal Re Cristianissimo. Per verità, noi ci sforzammo di scusare il signor Marchese, dicendo che, liberalissimo com'egli è, si sarebbe vergognato di negare adito nelle terre sue a quei che vi riparavano, massime a signori. E per corroborare la nostra tèsi ci servimmo di tutte le parole più accomodate al caso. Nulladimeno SuaSantità non parve restar ben soddisfatta delle nostre scuse. Per conseguenza l'Eccellenza Vostra intenda il tutto, e nella prudenza sua impartisca gli ordini che stimerà espedienti e al proposito. E così umilmente ci raccomandiamo alla grazia di Vostra Eccellenza.

»Roma, 23 settembre 1501.»[142]

Dietro le premure di Ercole il 17 settembre fu portata innanzi al Concistoro la quistione circa la diminuzione del canone di Ferrara da 400 ducati a 100 fiorini. Si temeva una vigorosa opposizione. Alessandro espose tutto quello che Ercole aveva fatto per Ferrara: la fondazione di chiese e monasteri, e soprattutto l'aver fortificato la città; cosicchè quella era diventata un baluardo dello Stato della Chiesa. I cardinali erano stati favorevolmente predisposti dal cardinale di Cosenza, creatura di Lucrezia, e da messer Troche, il confidente di Cesare. Consentirono alla diminuzione; e il Papa gli ringraziò, lodando specialmente i più anziani, mentre i più giovani, sue proprie creature, si eran pure mostrati più renitenti.[143]

Il giorno stesso fu presa una decisione intorno a' possedimenti strappati ai baroni da lui proscritti il 20 agosto. Questi beni, che comprendevano una gran parte della Campagna Romana, furono divisi in due territorii. L'uno ebbe per centro Nepi; l'altro Sermoneta: luoghi, a' quali Lucrezia, che n'era signora, quindi innanzi rinunziava. Alessandro investì de' due ducati i due bambini Giovanni Borgia e Rodrigo. Del primo di questi egli aveva innanzi attribuito la paternità al figlio Cesare; ma poi apertamente dichiarò esserne padre egli stesso.

Quasi non si presterebbe fede a tanta impudenza senza esempio. Pure i documenti stan lì: due Bolle indirizzateall'amato figliuolo, ilNobile Giovanni De Borgia e Infante romano: entrambi sotto la data del primo settembre 1501. Nel primo Alessandro dichiarava Giovanni, bambino di tre anni, esser figlio illegittimo di Cesare Borgia, di uomo celibe (e celibe difatti era ancora alla nascita di quello) e di donna celibe del pari. Per potestà apostolica lo legittimava e investiva di tutti i diritti de' suoi parenti. Nel secondo poi, riferendosi alla legittimazione concessa al bambino qual figliuolo di Cesare, diceva esplicitamente: «Poichè tu porti questa mancanza (di origine legittima) non dal detto duca (Cesare), ma da noi e dalla indicata donna celibe, ciò che noi per buone ragioni non abbiamo voluto esprimere nello scritto precedente, così volendo che giammai quello scritto non sia notato di difetto d'intenzione e di vizio di nullità, volendo provvedere che nel corso del tempo tu non abbia ad esser molestato, e volendo anche mostrarti speciale favore; non per istanza che tu n'abbia fatta, ma per nostra spontanea risoluzione e liberalità, e nella coscienza della piena potestà ed autorità nostra, confermiamo e ratifichiamo mercè il presente tutto quanto in quell'altro scritto è contenuto.» Rinnovava quindi la legittimazione, dichiarando che ove il bambino suo, legittimato come figliuolo di Cesare, fosse in avvenire in scritture o atti di qualunque natura nominato anche e designato come tale, e si servisse altresì dell'arme di Cesare, non avrebbe da ciò a venirgli pregiudizio d'alcuna sorta; che invece tutti simili atti dovrebbero avere la stessa forza giuridica come se il bambino fosse designato nella scritta di legittimazione qual proprio figlio suo e non di Cesare.[144]

Sembrerà strano che i due documenti siano stati emanatilo stesso giorno. Ma si spiega. Le leggi canoniche proibivano al Papa di riconoscere un suo proprio figlio. Alessandro quindi cercò cavarsi d'imbarazzo, asserendo una menzogna nella prima Bolla. Per tal mezzo rendevasi possibile la legittimazione del bambino, ovvero l'investirlo di diritti legittimi. Data poi una volta alla bugia la forza di documento, potè il Papa, senza ulteriore riserva, per riguardo al figliuolo, dire la verità e sostituirla in luogo di quella.

Cesare il primo settembre 1501 non era in Roma. Anche forse un uomo par suo avrebbe arrossito di suo padre, che faceva del figlio un rivale nel diritto di proprietà su un bastardo. Il piccolo Giovanni Borgia passò difatto più tardi, dopo la morte di Alessandro, per figliuolo di Cesare; ma anche il Papa lo designò come tale in alcuni Brevi.[145]

È ignoto chi fosse la madre del misterioso bambino. Il Burkard dice solo:una certa romana. Se Alessandro, che la chiamava donna celibe, dicesse la verità, il pensiero di Giulia Farnese sarebbe escluso. Ma potrebbe anch'essere che la seconda asserzione del Papa fosse similmente una menzogna, e che ilromano Infantenon fosse figlio di lui, ma fosse un bambino illegittimo di Lucrezia. Si ricorderà che nel marzo 1498 un inviato ferrarese informava il duca Ercole, assicurarsi in Roma che la figliuola del Papa aveva partorito un bambino. Questa data concorda pienamente con l'età dell'infante Giovanni nel settembre 1501. I due documenti relativi alla legittimazione di lui, serbati oggi nell'Archivio d'Este, provenivano dalla Cancelleria di Lucrezia, o perchè la stessa gli portò seco da Roma a Ferrara, operchè più tardi se ne impossessò. L'Infante infine noi lo incontreremo alla corte di quella in Ferrara, però come suofratello. Tutti questi fatti potrebbero indurre a pensare, che il misterioso Giovanni Borgia sia stato un figlio di Lucrezia. Pure questa opinione non ha che la forza di una mera ipotesi.

Codesto fanciullo adunque ricevette la città di Nepi come ducato, con altri 36 paesi.

L'altro territorio, col Ducato di Sermoneta e con 28 castella, fu assegnato al piccolo Rodrigo, unico figlio di Lucrezia con Alfonso d'Aragona. L'esistenza di questo bambino in mezzo alle nuove condizioni era per lei, la madre, un manifesto imbarazzo, non volendo o non potendo condurre a Ferrara un figliastro. Ad onor suo ci piace credere ch'ella fosse costretta ad affidare in mani estranee il suo legittimo figliuolo. Pare però che l'obbligo non le sia stato imposto da Ferrara. Difatto l'inviato Gerardi, dando notizia il 28 settembre al suo signore di una visita a madonna Lucrezia, scriveva: «Poichè il figliuolo di lei era presente, colsi abilmente l'occasione per domandarle che cosa n'avrebbe fatto; ed ella mi rispose: resterà a Roma, e avrà la sua rendita di 15,000 ducati.»[146]E in realtà si provvide al piccolo Rodrigo largamente. Fu messo sotto la tutela di due cardinali, del patriarca di Alessandria e di Francesco Borgia, arcivescovo di Cosenza. Venivano a lui le entrate di Sermoneta, e anche quelle di Bisceglie, eredità del suo infelice padre. Perchè il 7 gennaio 1502 il re Ferdinando e la regina Isabella di Castiglia diedero facoltà al loro ambasciatore in Roma, Francesco de Roxas, di confermare in persona di Rodrigo il possesso del Ducato di Bisceglie e della città di Quadrata. E, secondo questo atto, i titoli suoi erano: Don Rodrigo Borgia diAragona, duca di Biselli e Sermoneta e signore di Quadrata.[147]

Lucrezia era impaziente di lasciar Roma, che, come diceva agl'inviati di Ferrara, le sembrava una prigione. Il duca a volta sua non era meno di vedere terminato questo negozio. Ma la spedizione della nuova Bolla d'investitura si faceva aspettare. E la cessione di Cento e di Pieve non poteva aver luogo senza il consentimento del cardinale Giuliano Della Rovere, che viveva in Francia ed era arcivescovo di Bologna. Ercole quindi tratteneva l'invio del corteo nuziale, abbenchè la stagione, che si avanzava nell'inverno, divenisse sempre meno prospera per un viaggio così difficoltoso. Tutte le volte che Lucrezia vedeva gl'inviati di Ferrara, gl'interrogava quando verrebbe il corteo per condurla via. Ella faceva ogni sforzo per togliere le difficoltà. È vero che i cardinali tremavano innanzi al Papa e a Cesare; pure temporeggiavano prima di sottoscrivere quella Bolla, mercè la quale la Chiesa perdeva il canone di Ferrara. E per lo meno non volevano estendere l'esenzione a tutta la discendenza di Alfonso e di Lucrezia, ma concederla tutt'al più sino alla terza generazione. Il duca scrisse premurosamente al cardinale di Modena e a Lucrezia, la quale finalmente nell'ottobre venne a capo della cosa, e se n'ebbe altissime lodi dal suocero. Appunto della prima metà di ottobre vi sono molte lettere sue al duca e di questo a lei. Esse mostrano la crescente fiducia che si stabiliva fra i due. Evidentemente Ercole cominciava a riconciliarsi con questo matrimonio,causa una volta per lui di tanto disgusto. Nella nuora egli scopriva più intendimento di quello che aveva supposto. Essa gli scrisse pure una lettera piena di adulazione, soprattutto quando sentì che il duca era indisposto. Ed Ercole la ringraziò di avergli scritto di propria mano, nel che vedeva una particolar prova di affezione.[148]

Ad Ercole stesso gl'inviati riferirono: «Quando abbiamo annunziato alla illustrissima duchessa la malattia di Vostra Eccellenza, Sua Altezza mostrò il più grande dolore; impallidì e restò un pezzo sopra pensiero. Le rincresceva molto di non trovarsi a Ferrara per curare con le proprie mani la Eccellenza Vostra, quando ella lo avesse gradito. Così pure, allorchè cadde la sala nel Vaticano, curò essa per 14 giorni Sua Santità, e non trovò in quel tempo mai pace, non volendo il Papa esser trattato che per mano di lei.»[149]

Era naturale che la malattia del suocero spaventasse Lucrezia. La morte di lui avrebbe, se non fatta svanire, sicuramente differita l'unione sua con Alfonso. E di più essa non aveva alcuna prova che l'avversione del futuro marito fosse cessata. In tutto questo periodo non troviamo alcuna lettera d'Alfonso a lei, nè di lei ad Alfonso. Un silenzio sì intero è per lo meno singolare. In maggiore apprensione ancora doveva cader Lucrezia al pensiero che il padre potrebbe morire. Questa morte sarebbe, senza alcun dubbio, stata la risoluzione del matrimonio con Alfonso. Alessandro ammalò in effetto poco dopo la malattia d'Ercole. Si tirò addosso un'infreddagione, e ne perdette un dente. Per impedire che giungessero a Ferrara voci esagerate, fece chiamare l'inviato del duca e gli ordinò di scrivere al suo signore che l'indisposizione sua era di lieve conto. «Se il duca fosse qui,» disse il Papa, «vorrei,con tutta la mia faccia fasciata, invitarlo a venir meco a cacciare un cignale.» E l'inviato osservava nel dispaccio che il Papa, per riguardo alla salute sua, meglio farebbe di non lasciare il palazzo prima del far del giorno per non rientrarvi poi che verso notte. Perchè appunto codeste erano le sue cattive abitudini; e s'era anche cercato con amorevoli modi di farglielo intendere.[150]

D'ogni banda giungevano felicitazioni ad Ercole e al Papa. Cardinali e ambasciatori magnificavano nelle lettere la bellezza e la sagacia di Lucrezia. L'ambasciatore spagnuolo la lodava con espressioni infinite; ed Ercole lo ringraziava per questa testimonianza resa alla nuora delle virtù di lei.[151]Anche il re di Francia esternava il suo estremo contento per un avvenimento, che, come ora riconosceva, avrebbe arrecato il massimo giovamento allo Stato di Ferrara. Nel Concistoro il Papa, tutto raggiante di gioia, diè lettura delle felicitazioni mandategli da quel monarca e dalla moglie. Luigi XII era sceso insino a mandar lettera a madonna Lucrezia, in piedi della quale aveva messo due parole autografe. Alessandro ne fu tanto entusiasmato, che mandò a Ferrara copia dello scritto. Solo dalla Corte di Massimiliano nulla di tutto ciò. L'imperatore, invece, se ne mostrava tanto stizzito, che Ercole ebbe a concepirne inquietudine, come ce lo fa sapere questa lettera a' due suoi ambasciatori in Roma:

«Il Duca di Ferrara, ec. Amatissimi nostri. — Noi non abbiamo più nulla significato a Sua Santità, Signor Nostro, circa l'attitudine dell'eccellentissimo Re de' Romani verso di lui, dappoi che messer Michele Remolines si partì di qua, perchè non sapemmo intorno a ciò nulla di certo. Ma ora da persona degna di fede, con la quale il detto re avrebbe discorso, ci si dice, che Sua Maestà è molto incollerita,e s'esprime contro Sua Santità in tono di vivissimo biasimo; e riprova anche il parentado che noi con la stessa abbiam concluso; il che per altro aveva già fatto con lettere a noi dirette, prima della conclusione del matrimonio, sconsigliandoci da quella unione, siccome vedrete dalle copie di tali lettere. Noi ve le mandiamo qui alligate. Esse furono mostrate e date a leggere agli ambasciatori di Sua Santità che sono qui. Ora, tuttochè noi, per quel che ci riguarda, non diamo gran peso alla opinione di Sua Maestà, poichè siamo stati mossi da ragionevoli motivi, e ogni di più ce ne sentiamo soddisfatti; nulladimeno ci pare conveniente, per rispetto al nostro parentado con Sua Santità, e affinchè la stessa secondo la saggezza sua si formi un giudizio sulla indicata dimostrazione, di esternarle su ciò l'opinione nostra. Noi siamo convinti che Sua Santità nella sua saviezza saprà bene esaminare e discernere fino a qual punto il malumore di Sua Maestà debba essere preso in considerazione.

»Voi quindi comunicherete tutto a quella e le farete anche vedere le copie, se ciò vi sembra conveniente. Ma in nome nostro dovete pregarla di non chiamar noi in colpa di ciò, anche nel caso, in cui per gravi motivi facessimo giungere le dette copie in altre mani. — Ferrara, 23 ottobre 1501.»

Il duca non istette più ad oscillare. Già sui primi di ottobre aveva scelto i componenti del corteo, la cui partenza però da Ferrara fece ancora dipendere dal seguito delle negoziazioni sue col Papa. Fissare all'uopo le persone sì ferraresi come romane fu questione d'altissima importanza, sulla quale ci porge schiarimenti un dispaccio di Gerardo del 6 ottobre:

«Illustrissimo Signore, ec. — Oggi, 6, Ettore ed io fummo soli dal Papa con le lettere di Vostra Signoria, del 26 del passato mese e del primo del corrente, e con la listadella comitiva. Questa è molto piaciuta a Sua Santità; parendole onorevolissima e ricca, massime perchè vi sono esattamente specificate condizione e qualità delle persone. Come ho inteso da ottima via, Vostra Eccellenza ha in ciò superato il credere del Papa. Dopo esserci alquanto fermati a parlare con Sua Santità, questa, come Vostra Signoria intenderà per le cose infrascritte, fece chiamare l'illustrissimo duca di Romagna e il cardinale Orsini. Erano anche presenti monsignor di Elna, monsignor Troche e messer Adriano. Il Papa volle che la lista fosse letta di nuovo, e fu ancor più commendata, particolarmente dal duca, il quale dimostrò aver conoscenza di parecchie delle persone nominate. Egli la ritenne anche; e gli fu gratissimo che io gliela rendessi, volendo egli restituirmela.

»Noi procurammo di avere la lista della comitiva, che dovrà venire con l'illustrissima duchessa; ma non è ancora in ordine. Sua Santità dice che vi saranno poche dame, per essere queste Romane selvatiche e male atte a cavallo. Sinora la duchessa ha presso di sè 5 o 7 donzelle da marito, 4 fanciulle e 3 dame anziane; e queste resteranno con lei. Forse se ne aggiungerà qualche altra. Ma s'è cercato con destrezza di distogliercela, dicendole che troverebbe infinite dame d'onore in Ferrara. È con lei puranche una madonna Geronima, sorella del cardinale Borgia, maritata con un Orsini. Costei le farà compagnia con tre donne. Altre sin qui non vi sono. Credo, come han detto, si sforzeranno ritrovarne persino a Napoli; ma pensano poterne aver poche, e solo per accompagnare la duchessa. La duchessa d'Urbino ha fatto intendere che verrebbe con 50 cavalli. Di uomini anche Sua Santità dice esservene carestia, per non trovarsi in Roma altri signori che gli Orsini, e anche questi per la maggior parte esser fuori. Pure spera raccoglierne buon numero, soprattutto se il duca di Romagna non andrà in campo; mentre al seguitosuo trovansi altri gentiluomini. Sua Santità dice che di preti e gente dotta avrebbe da mandare abbastanza; ma non di persone meglio adatte. Del resto, la comitiva che manderà la Signoria Vostra supplirà per l'uno e per l'altro, tanto più che, a detta di Sua Santità, è consuetudine che la grande comitiva sia mandata dallo sposo, e che la sposa invece non vada che con pochi. Ad ogni modo, a quel che ho presentito, non mancheranno meno di 200 uomini a cavallo. Circa la via, che a Sua Signoria converrà fare, il Papa è ancora dubbioso. Egli vorrebbe che passasse per Bologna; e dice che anche i Fiorentini l'avevano invitata. Comunque Sua Santità non abbia ancora presa una decisione, pure la duchessa affermò si farebbe la via della Marca, e che avendo il tutto comunicato al Papa, questi erasi deliberato appunto in tal senso. Forse egli potrà desiderare ch'essa vada a Bologna attraverso le terre del duca di Romagna.

»Relativamente al desiderio di Vostra Eccellenza, che un cardinale accompagni la duchessa, Sua Santità oppose non sembrarle onesto che un cardinale qualunque si parta da Roma a tale scopo. Ma ha scritto al cardinale di Salerno, legato nella Marca, di pigliare il cammino verso le terre del duca di Romagna e di aspettar lì per far poi compagnia alla duchessa a Ferrara e cantare la Messa sponsalizia. Egli crede che il cardinale non mancherà di farlo, quando il suo stato non sano non glielo impedisca. Ma, ove così fosse, Sua Santità forse provvederebbe con un altro....

»Intendendo in questi ragionamenti Sua Santità, che non avevamo potuto avere udienza dall'illustrissimo duca, se ne mostrò spiacentissimo, e disse che Sua Signoria aveva codesto vizio; e che gli ambasciatori di Rimini erano qui da due mesi, senza aver mai potuto parlare con lui; che era suo solito far del giorno notte e della notte giorno.Questo modo di vivere le rincresceva sino al cuore, e non sa se Sua Signoria riuscirà a conservare il conquistato. In quella vece lodò l'illustrissima duchessa, come donna prudente e facile a prestare udienza, e, ove bisogni, anche a prodigar carezze. Fece altissimi elogii di lei e dell'aver governato il Ducato di Spoleto con la maggior grazia del mondo. Insomma la magnificò moltissimo, e disse che, anche allorchè trattava qualcosa con lui, il Papa, Sua Signoria sapeva molto ben vincere la partita. Credo che Sua Santità parlasse così, più con l'intenzione di dir bene di lei — come mi pare meriti — che per dir male dell'altro; abbenchè il linguaggio suo mostrasse il contrario. E continuamente mi raccomando a Vostra Eccellenza. — Roma, 8 ottobre.»

Il Papa lasciava raramente sfuggire l'occasione di lodar la bellezza e l'accorgimento della figliuola. Stabiliva raffronti tra lei e le donne d'Italia allora più famose, la marchesa di Mantova e la duchessa d'Urbino. Un giorno parlò anche agl'inviati di Ferrara dell'età di lei, e notò che nell'aprile (1502) compiva il suo ventiduesimo anno; mentre Cesare in quel tempo istesso sarebbe giunto al ventiseesimo.[152]

Egli si sentiva molto soddisfatto per la scelta del seguito. Le persone, che dovevano comporlo, eran principi di casa d'Este e i più ragguardevoli uomini di Ferrara. Gli fu pure di gradimento che Annibale Bentivoglio, il figlio del signore di Bologna, vi si unisse; e, ridendo, diceva all'ambasciatore di Ferrara: «Se il suo signore per prender la sposa volesse anche mandare a Roma Turchi, per lui sarebbero benvenuti.»

I Fiorentini, per tema di Cesare, spedirono inviati a Lucrezia per pregarla di passare pel loro paese nell'andarea Ferrara. Nondimeno il Papa decise che prenderebbe la via di Romagna. Secondo il barbarico dispotismo di quei tempi, i paesi, pe' quali il corteo passava, eran tenuti a mantenerlo. Ora per non gravar d'avvantaggio i paesi di Romagna fu deciso che il seguito, venendo di Ferrara a Roma, farebbe la strada attraverso la Toscana. Se non che la Repubblica di Firenze rifiutava di mantenerlo a proprie spese in tutto il suo territorio; non voleva che ospitarlo soltanto nella città di Firenze, ovvero onorarlo con un presente.[153]

Facevansi frattanto in Ferrara gli apprestamenti per le feste delle nozze. Il duca mandò inviti a principi amici. Aveva anche pensato al discorso, che all'arrivo di Lucrezia doveva esser tenuto alle feste nuziali. Nella Rinascenza simili declamazioni erano l'ingrediente più essenziale di una festa. E quel discorso dovett'essere davvero qualcosa di splendido. All'uopo Ercole aveva incaricato i suoi ambasciatori in Roma di mandargli notizie sulla casa Borgia, perchè l'oratore ne facesse tesoro.[154]Gli ambasciatori compirono con scrupolo l'incarico, rispondendo al loro signore nel modo che segue:

«Illustrissimo Principe e Signor nostro singolarissimo. — Abbiamo usato ogni diligenza e studio per ritrovare, come ai dì passati l'Eccellenza Vostra ce ne commise, qualche cosa relativa a' fatti di questa illustrissima casa Borgia. A tale oggetto abbiamo investigato da ogni canto, e con noi pure i nostri qui in Roma, e non solo dotti, ma anche tali, che immaginavamo si dilettassero di ricerche simili. Ora, abbenchè avessimo finalmente scoperto la casa esser nel paese spagnuolo nobilissima e antichissima, pure non ritroviamo cose egregie fatte dagli antichi suoi progenitori, perchè in quelle parti si vive vita molto civilee delicata; e Vostra Eccellenza sa bene come così si costumi nella Spagna, e massime in Valenza.

»Sino ad ora solo di Callisto si ritrova qualcosa degna, in ispecial modo le sue proprie geste, delle quali il Platina scrive assai. Del resto, è generalmente saputo ciò che questo Papa ha operato. Onde chi abbia a fare l'orazione avrà dinanzi aperto un largo campo. Noi adunque, Eccellentissimo Signore, non abbiamo trovato intorno alla casa più di ciò; ma solo intorno alle persone de' pontefici alla stessa appartenenti e a' discorsi di obbedienza a coloro indirizzati. E quel che poi i papi han fatto, dinota assai ciò che di loro possa dirsi. Se altro ci sarà dato scoprire, non mancheremo di darne notizia a Vostra Eccellenza, alla quale umilmente ci raccomandiamo. — Roma, 18 ottobre 1501.»

Quando il duca dell'antica casa degli Este lesse questo laconico dispaccio, dovette ridere e trovarne l'ingenuità così poco diplomatica da parer quasi un'ironia. Del rimanente, non sembra che i probi ambasciatori abbian fatto capo alla vera sorgente. Se avessero chiesto consiglio a' più intimi cortigiani de' Borgia, per esempio a' parenti, avrebbero da loro ricevuto un albero genealogico, dal quale appariva i Borgia discendere dagli antichi re d'Aragona, se non forse proprio da Ercole.

Frattanto l'impazienza del Papa e di Lucrezia cresceva ogni dì più, perchè l'invio del seguito era sempre differito, e i nemici de' Borgia cominciavano già a prendersene beffe. Il duca dichiarava che non poteva pensare a far prendere madonna Lucrezia, ove non gli fosse consegnata la Bolla d'investitura. Lamentava la lentezza nell'adempimento in Roma delle promesse. Esigeva il pagamento in contanti della dote, che doveva esser fatto dai Banchi in Venezia, Bologna e altre città al più tardi all'ingresso in Roma del corteo d'onore, minacciando far ritornarquesto in Ferrara, senza la sposa, ove la somma non fosse interamente numerata.[155]Poichè la cessione di Cento e Pieve non poteva essere prontamente condotta a termine, domandava dal Papa un pegno, o il Vescovado di Bologna pel figlio Ippolito o anche una cauzione. Inoltre pose innanzi pretensioni di beneficii pel suo bastardo Don Giulio e pel suo ambasciatore Gianluca Pozzi. Per quest'ultimo Lucrezia seppe ottenere il Vescovado di Reggio; ed agl'inviati di Ferrara fece similmente dal Papa concedere una casa in Roma.

Negozio importante fu anche l'ornamento di cose preziose, di cui Lucrezia doveva esser fornita. La passione per tal genere d'ornamenti ancora oggi è grande in Roma. Le donne di nobili famiglie non vi tralasciano alcuna occasione per risplendere piene di diamanti; e sin qui tale ricchezza costituiva di regola un fedecommesso. Nella Rinascenza la passione aveva toccato il grado di vera e propria manìa. Ercole fece dire alla nuora che dovesse seco portare i gioielli e non alienarli. Che egli intanto per mezzo del seguito le manderebbe un ricco ornamento, perchè — così aggiunge con molta galanterìa — essendo ella il più prezioso de' gioielli, meritava aver pietre preziose in maggior numero e più belle ancora di quelle che da lui stesso e dalla propria moglie fossero state possedute. E che non era, per certo, un così potente uomo come il duca di Savoia; ma nondimeno sempre in grado di mandare a lei gioie non meno belle di quelle che colui aveva.[156]

Le relazioni tra Ercole e la nuora erano le più amichevoli che potesse desiderarsi. Lucrezia, in vero, giammai non si stancava di fare che le esigenze di lui trovassero ascolto presso il Papa. Questi però era da parte sua profondamenteirritato pel procedere del duca. Lo fece premurosamente pregare di mandare a Roma il seguito; e lo assicurò che i due castelli di Romagna sarebbero consegnati prima ancora che Lucrezia giungesse a Ferrara. Una volta che questa fosse colà, otterrebbe da lui tutto che desiderasse; così grande essendo l'amor suo per colei, ch'egli pensava andarle insino a far visita a Ferrara nella primavera.[157]Egli sospettò altresì che il temporeggiamento nell'invio del corteo derivasse da qualche intrigo dell'imperatore. E veramente Massimiliano, anco in novembre, mandò il segretario suo Agostino Semenza al duca, con l'esortazione a non lasciarlo partire per Roma; di che, prometteva, sarebbe ad Ercole riconoscente. Il duca, il 22 novembre, mandò uno scritto all'ambasciatore imperiale, dichiarando aver appunto allora spedito un corriere a' suoi inviati a Roma; l'inverno esser prossimo, e quindi il tempo per prender Lucrezia non favorevole; volerlo, annuendovi il Papa, differire, senza però romperla con lo stesso. Se egli ciò facesse, Sua Maestà poteva pensare se il Papa gli diventerebbe nemico. Egli dovrebbe aspettarsi da lui eterna persecuzione e anche una guerra. Ed appunto per schivare siffatti pericoli aveva accondisceso a legarsi in parentela con Sua Santità. Confidava perciò in Sua Maestà, che non vorrebbe esporlo a tanto pericolo, ma nella sua giustizia darebbe valore all'addotta scusa.[158]

Contemporaneamente Ercole incaricò gl'inviati di render conto al Papa delle minacce dell'imperatore e di dichiarargli, che quanto a sè teneva fermo agli obblighi assunti; ma che tanto più urgentemente doveva desiderare la spedizione delle Bolle, in quanto ogni ulteriore differimento adduceva pericolo.

Alessandro ne fu fuori di sè dalla rabbia. Caricò di rimproveri gl'inviati, e diede delmercatanteal duca stesso. Ercole dichiarò allora al messo dell'imperatore il primo dicembre non poter più oltre differire l'invio del corteo, senza apertamente romperla col Papa. Il giorno medesimo scrisse agli ambasciatori a Roma, dolendosi del titolo di mercatante statogli dal Papa regalato.[159]Tranquillò anche quest'ultimo, assicurandolo aver fissato la partenza del corteo da Ferrara pel 9 o 10 dicembre.[160]

In questo mentre si provvedeva al corredo di Lucrezia con profusione degna davvero di una principessa di sangue reale. Il 13 dicembre 1501 l'agente del marchese Gonzaga a Roma scriveva al suo signore: «La dote sarà in tutto di 300,000 ducati, oltre i donativi che di giorno in giorno Madonna riceverà. Primieramente 100,000 ducati contanti; poi argenteria per più di 30,000 ducati, gioielli, panni di raso, biancheria finissima, ornamenti e finimenti di gran prezzo per muli e cavalli; in tutto per altri 160,000 ducati. Ha, fra l'altre, una balzana del valore di oltre 15,000 ducati, e 200 camice, delle quali molte del valore di 100 ducati ciascuna; e ogni manica costa da se sola 30 ducati, con frange d'oro, e simili lavori.» Un altro informava la marchesa Isabella, che una sola veste di Lucrezia valeva 20,000 ducati, e un solo cappello più di 10,000. «S'è qui — così quell'agente di Mantova continuava — e a Napoli lavorato e venduto più oro tirato in sei mesi che non in due anni passati. In terzo luogo, gli altri 100,000 ducati sono valuta de' castelli (Cento e Pieve)ed esonerazione di Ferrara dal censo. Il numero de' cavalli e delle persone che il Papa dà per compagnia della figliuola, toccherà il migliaio, e 200 carriaggi, oltre forse qualche carretta francese, se il tempo lo permetterà; senza contare poi tutta la compagnia che viene a levarla.»[161]

Finalmente il duca si decise a spedirlo codesto seguito, comunque le Bolle non fossero ancora in pronto. All'unione oramai inevitabile di suo figlio con Lucrezia volendo dare il massimo splendore possibile, mandò per prender colei una cavalcata di oltre 500 persone. Duce era il cardinale Ippolito, accompagnato da altri cinque membri della Casa ducale, i fratelli Don Ferrante e Don Sigismondo, poi Niccolò Maria d'Este vescovo di Adria, Meliaduse d'Este vescovo di Comacchio e Don Ercole, un nipote del duca. Amici e parenti di gran riguardo, ovvero feudatarii di Ferrara componevano il seguito, i signori di Correggio e Mirandola, i conti Rangoni di Modena, uno de' Pii di Carpi, i conti Bevilacqua, Roverella, Sagrato, Strozzi di Ferrara, Annibale Bentivoglio di Bologna, ed altri molti.

Tutti codesti signori, vestiti di abiti ricchissimi, con grosse catene d'oro al collo, sopra superbi cavalli, uscirono da Ferrara il 9 dicembre, preceduti da una fanfara di 13 trombetti e 8 pifferi. E così, con alla testa un cardinale, desioso di vita e di spasso, la brigata traversò con gran rumore le terre d'Italia. Chi oggi potesse imbattersi in essa, la crederebbe una truppa di cavalieri artisti in viaggio. Gli allegri viaggiatori non pagaron mai scotto. Nel territorio del Ducato vissero a spese del duca, ch'è dire, de' sudditi suoi. Nel territorio di altri signori trovarono pari accoglienza. E appena messo piede sullo Stato della Chiesa, i luoghi, per dove passarono, dovettero pensare al loro mantenimento.

Malgrado di tutto il lusso della Rinascenza, il viaggiare era allora una grande pena. Per ogni dove si viaggiava in Europa allora come oggi in Oriente. Grandi signori e dame, che oggidì scorrono in fuga terre e paesi sulle strade ferrate entro carrozze comode come sale, e che perciò stesso sono sì frequentemente in moto, nel secolo XVI non avrebbero potuto andar che passo passo e a cavallo o sul mulo o alternativamente in lettiga, esposti a tutte le perfidie de' tempi, de' venti, delle orride strade. Per percorrere la distanza da Ferrara a Roma, al che bastano oggi 14 ore, occorsero alla cavalcata 13 giorni interi.

Finalmente il 22 dicembre arrivò a Monterosi, misero castello a 15 miglia da Roma, in istato deplorevole; tutti bagnati dalle piogge iemali, tutti inzaccherati di mota; uomini e cavalli stracchi e disfatti come dagli strapazzi di una campagna. Di colà il cardinale spedì a Roma un messaggiero con un trombetto a prendere gli ordini del Papa. Fu risposto che facessero l'entrata per Porta del Popolo.

Questo ingresso de' Ferraresi in Roma è il più splendido spettacolo durante il regno di Alessandro VI. La cavalcata era in generale la pompa più spettacolosa e più in pregio nel Medio Evo. Stato, Chiesa, società esprimevano lo splendore e l'importanza loro con siffatto genere di apparati, quasi pubblici trionfi. Il cavallo era ancora simbolo ed istrumento di gran parte della forza come della magnificenza mondana. Il significato suo nella civiltà è venuto meno con la cavalleria. D'allora in poi in tutta Europa la cavalcata non fu più in uso. Dove ancora ne appariscono i residui, come nel seguito principesco nelle riviste militari, ovvero ne' cortei di corporazioni, l'effetto si perde sotto la monotonia o la scipitezza delle divise di gala. Quanto il senso delle forme e delle feste sia mutato negli uomini, specie in Italia, patria della cavalcata, si potèvedere in Roma il 2 luglio 1871, quando Vittorio Emanuele fece ingresso nella sua nuova capitale. Se momento siffatto, uno dei più importanti in tutta la storia d'Italia, fosse caduto nell'epoca della Rinascenza, certo si sarebbe vista una delle più grandiose e trionfali cavalcate. Invece l'ingresso in Roma del primo Re dell'Italia unificata sembrò come l'entrata di carrozze impolverate, che menassero viaggiatori, il Re e la Corte sua, dalla strada ferrata alla loro dimora. In questa semplicità borghese era certamente maggior grandezza morale che nella pompa clamorosa di un trionfo cesareo. Pure noi non parliamo qui dell'intimo valore delle solennità pubbliche; ma solo della diversità de' tempi rispetto alle feste, ai modi e ai bisogni delle stesse. L'estinguersi di quel sentimento grandioso della festa, quale la Rinascenza lo aveva suscitato, sarebbe sicuramente da considerare come un impoverimento. Il bisogno suo ancora oggidì torna spesso a rinverdire. E gli spettacoli più belli, visti ai tempi nostri in Europa, sono stati quelli delle schiere tedesche di ritorno dalla Francia in patria. Erano, è vero, feste militari; se non che e la sontuosità, onde le città s'erano parate, e la gioiosa partecipazione di tutti gli ordini della cittadinanza, tolsero loro quel carattere esclusivo.

Alessandro VI avrebbe proprio scapitato in reputazione, ove in congiuntura così solenne per la sua famiglia non avesse dato segno di magnificenza innanzi al popolo con un sontuoso spettacolo. Per questo Adriano VI più tardi divenne la favola de' Romani. Egli nè comprendeva nè aveva in onore queste necessità proprie alla Rinascenza.

Il 23 dicembre, verso le 10 ore del mattino, i Ferraresi arrivarono a Ponte Molle. In una villa trovarono una colezione apparecchiata. La contrada allora non aveva apparenza essenzialmente diversa da quella d'oggi. Casini ecase coloniche sulle pendici di Monte Mario con in cima la Villa de' Mellini; e così pure sulle colline costellanti la via Flaminia. Il Ponte sul Tevere era stato riedificato da Niccolò V, e munito anche di torre; la quale Callisto III fece terminare. Da Ponte Molle a Porta del Popolo si stendeva, come oggi, lungo la via, uno squallido sobborgo.

Al Ponte sul Tevere la cavalcata ricevette il saluto del Senatore di Roma, del Governatore della città, e del Barigello o capitano di polizia. Questi signori erano iti con 2000 uomini a piedi e a cavallo. A mezzo trar di arco dalla Porta s'incontrò il seguito di Cesare. Innanzi 6 paggi; poi 100 gentiluomini a cavallo; quindi 200 Svizzeri a piedi, vestiti di velluto nero e panno giallo, divisa del Papa, con berretti a pennacchio e armati di alabarde. Dopo, a cavallo, il duca di Romagna, insieme con l'ambasciatore di Francia. Indossava un vestito alla francese con cintola di panno d'oro. Il saluto ebbe luogo al suono delle musiche. Tutti i signori smontarono di cavallo. Cesare abbracciò il cardinale Ippolito, e quindi, cavalcando a lato di lui, volse alla Porta.

Se egli aveva un seguito di 4000 uomini e i magistrati della città uno di 2000, e se si calcola anche la folla degli spettatori, non si comprende davvero come sì enorme moltitudine abbia potuto dispiegarsi davanti Porta del Popolo. Ma non dovevano allora esservi case, e la pianura, occupata oggi dalla Villa Borghese, dev'essere stata pressochè libera.

Alla Porta il corteo fu salutato da 19 cardinali, ciascuno con un seguito di 200 persone. Il ricevimento qui, sotto un diluvio di declamazioni, durò non meno di due ore; sicchè si fece sera. Finalmente tutta questa cavalcata di parecchie migliaia, al suono di trombe, pifferi e corni, mosse lungo il Corso, per Campo di Fiore, verso il Vaticano, salutata da' cannoni di Castel Sant'Angelo.

Alessandro stava ad una finestra del palazzo a vedere quel corteggio, che veniva a porre in atto il più audace desiderio della casa sua. Quando poi i camerieri alla scala del palazzo ricevettero i Ferraresi e gl'introdussero presso di lui, egli andò loro incontro con 12 cardinali. Quelli gli baciavano i piedi, ed ei gli sollevava ed abbracciava. Si restò un pezzo in gioviali discorsi; quindi Cesare condusse dalla sorella i principi di Ferrara.

Lucrezia si fece sino alla scala di casa, al braccio di attempato cavaliere, vestito di velluto nero, con catena d'oro al collo. Secondo il cerimoniale prestabilito, non baciò i cognati: inclinò soltanto il viso a' visi, questa essendo la forma francese. Essa portava abito di drappo bianco tessuto in oro, e bernia foderata di zibellino; le maniche, di candido broccato in oro, strette con tagli trasversali alla foggia spagnuola; per acconciatura al capo una cuffia di velo verde, listata intorno d'oro battuto e orlata di perline; al collo un vezzo di grosse perle con un balaustro non legato. Furono serviti rinfreschi, e Lucrezia dispensò piccoli regali, lavori di gioiellieri romani. I principi col seguito loro se n'andarono molto contenti. «Questo so io di certo — così scriveva El Prete, — che al nostro cardinale Ippolito scintillavano gli occhi: ella è dama seducente e veramente graziosa.»


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