Il Morone osservando quelle dimostrazioni d'affetto, tanto per parte della duchessa che di Manfredo, non ebbe più nessun timore e pensò di sollecitare il loro matrimonio. Ho detto non ebbe più nessun timore, perchè dal momento in cui Giampaolo Baglione venne a Roma e fu chiuso in castel Sant'Angelo per passare, come sapevasi da tutti, dalla prigione ai patibolo, tosto gli era venuto il sospetto che Manfredo, smarrito il primo entusiasmo d'amore per la duchessa, fosse per scansarsi di congiungersi in matrimonio con lei, appena sapesse che la Ginevra Bentivoglio era per rimaner libera di sè. La sera stessa del suo arrivo gli parlò dunque della necessità di far subito le nozze. Ma allora il Palavicino gli uscì a dire, che essendo troppo recente la morte della propria madre, gli pareva conveniente d'averle a protrarre per qualche tempo.
Queste parole fecero grandemente maravigliare il Morone, il quale tornò tosto ai primi sospetti; però, ad assicurarsi di tutto, entrò a parlare col Palavicino di Giampaolo Baglione. Intrattenutosi a lungo, e saputo dalla sua stessa bocca quali voci correvano, ne' vari paesi per dove era esso passato, sul conto del signore di Perugia, senza farne le viste pesando ogni parola di Manfredo e notando ogni moto del suo viso, potè accorgersi con quale ansietà egli attendesse la morte del vecchio tiranno. All'acutezza del Morone non poteva isfuggire nessun movimento dell'animo altrui; però come vide che i timori non erano stati indarno, e troppo presto si erano avverati, pensò al pericolo di qualche vicino intrigo e d'altri guai terribili. E tanto più si confermava in questo pensiero in quanto la mattina del giorno innanzi, essendosi recato al Vaticano, aveva saputo che la Commissione nominata a giudicare il Baglione, compiuto il processo, in conseguenza delle atroci confessioni del vecchio tiranno, aveva pronunciata la sentenza di morte, la quale tra poco sarebbesi eseguita. Aveva saputo inoltre, che Leone era venuto nella determinazione di fissare alla vedova del Baglione un'annua pensione, e d'invitarla a fermare la sua dimora in Roma, appena il dominio della città di Perugia fosse entrato a far parte del patrimonio di S. Pietro.
Era questa una combinazione e un intreccio di cose che il Morone non aveva potuto prevedere. Egli medesimo aveva tentato ogni mezzo presso la Corte, affinchè il Baglione fosse spodestato e la Ginevra Bentivoglio rimanesse libera; ma l'aveva tentato in tempo in cui pensava a trarre alcun partito della di lei libertà; e quando i nuovi amori del Palavicino colla duchessa Elena gli fecero fare un altro disegno che gli parve assai migliore, non era stato più in tempo a far desistere l'Elia Corvino dal primo. A Leone era questo troppo piaciuto perchè si potesse provargli ch'era pessimo quanto una volta gli era stato proposto per ottimo. D'altra parte la caduta del Baglione era un fatto di troppo grave, di troppo utile importanza perchè il Morone volesse poi impedirla per nessuna cosa del mondo! Tutti i guai erano dunque scaturiti dalla morte della madre di Manfredo, per la quale si dovettero interrompere le nozze di lui colla duchessa. Che rimaneva or dunque a fare? Quando a notte avanzata tutte le persone eransi partite dal palazzo Aurelio, ed egli si trovò solo colla duchessa e col Palavicino:
—Ora dunque, prese a dire, come se da Manfredo non avesse inteso parola, è venuto il tempo di far questo matrimonio; tutta Roma se ne sta in grande aspettazione, onde potrebbe esser causa di qualche diceria l'averlo a tirar troppo per le lunghe. In quanto poi alla morte recente della madre del nostro Manfredo, per la quale parrebbe si dovesse portarle ad altro tempo, considero che nelle attuali circostanze non conviene tenerne conto, e che infine un matrimonio, e un tal matrimonio, è cosa troppo solenne perchè possa offendere menomamente la gravita del lutto. Che ne pensate, duchessa?
—Quel che ne pensate voi.
—Non ci bisogna dunque altro, rispose allora il Morone, e sono sicuro essere Manfredo del medesimo nostro avviso.
Il Palavicino tacque… la duchessa non ci badò. Il Morone lo guardò di sott'occhio. Del resto egli aveva parlato ed erasi comportato in quel modo per non dare più campo al Palavicino di potersi ritrarre, obbligandolo in faccia alla duchessa medesima.
—Dunque, se credete, continuava il Morone, domani stesso vado a darne avviso ai camerari apostolici, perchè dai pergami di San Pietro tornino a promulgare i vostri sponsali, giacchè quanto si è fatto due mesi or fanno, non ha più nessun valore adesso.
Rimasti in questa, il Palavicino e il Morone si partirono insieme dal palazzo Aurelio. Ne' discorsi ch'essi tennero facendo la via, il Morone si comportò sempre di maniera, come se fosse intimamente persuaso non desiderasse Manfredo altra cosa fuorchè di maritarsi alla duchessa.
—Sposata che tu l'abbia, diceva, tu senza perder tempo vai a Rimini con lei. Colà bisognerà bene che provveda con tutto il tuo senno a mettere in ordine le cose di quella città, e sovratutto ad ordinare gli uomini d'arme e ad accrescerne il numero. Della qual cosa è grandissimo il bisogno. Ora le mie speranze, caro Manfredo, sono presso a mutarsi in sicurezza, che per la pura verità tutto quanto è avvenuto, e ciò stesso che ne pareva inciampo, pericolo e sventura, fu ordinato in modo che par proprio ci abbian voluto i cieli mettere la loro mano! Persino quella tua imprudente andata a Milano ti ha condotto ad ottimi risultati, e non ti saprò mai lodare abbastanza del modo onde hai saputo inviare a Reggio quel centinaio di Milanesi. Fu un colpo assai maestro, caro Manfredo, ch'io t'invidio, e pel quale ora mi convinco che tu sei atto a qualunque difficile impresa; ma il tuo matrimonio colla duchessa è quello che le deve coronar tutte. Senza di queste saremmo ancora in principio, perchè a dirti la verità, e il Guicciardini e il Bembo e l'ambasciatore di Carlo e Leone stesso erano fermi di affidare l'impresa ch'io voglio mettere nelle tue mani, ad uno, come ti dicevo già, il quale avesse Stato in Italia! Così invece tutti i desideri sono appagati. Del resto tu devi ringraziare i tuoi destini che ti han voluto giovare in un modo veramente straordinario. E se altri desiderasse ciò che tu hai ottenuto, gli si potrebbe dar taccia di pazzia. Ringraziane dunque Iddio e attendi a cavarne tutto il profitto possibile.
Dicendo quest'ultime parole, aveva accompagnato il suo giovane concittadino fino alla porta del di lui alloggio, dove, datagli la buona notte, lo lasciò.
Quando il Palavicino si fu raccolto nelle proprie stanze, riandando le parole del Morone ed ogni suo atto, e parendogli fosse nato in lui qualche sospetto, si pentì d'aver espresso il proprio desiderio, e tanto più in quanto temeva che il Morone, a lungo andare, avesse a togliergli ogni sua stima, vedendolo sempre a tentennare nei momenti più risolutivi della vita. Considerando inoltre che il voler rompere in quel punto le promesse fatte alla duchessa sarebbe stato uno scandalo da far parlare tutta Italia e i suoi compatriotti tanto più, a' quali doveva esser chiara l'importanza di quel matrimonio, venne nella risoluzione di non mettere innanzi più nessun pretesto, e di fare in tutto e per tutto la volontà del suo saggio concittadino. In quella sera poi la bellezza sempre abbagliante della signora di Rimini, e i suoi modi pieni di fascino avevano tanto quanto ravvivato il suo amore per lei, amore che, con uno sforzo dell'animo egli procurò d'accrescere, tentando dall'altra parte di escludere il pensiero della Ginevra, la cui immagine, dopo tanto tempo, aveva ricominciato a comparirgli innanzi con molta insistenza; ma nel punto stesso in cui si affannava ad escluderla, con maggiore apparenza di realtà, quella gli si fermava innanzi. Allora col pensiero correva al giorno in cui fosse giunto alla Bentivoglio la notizia della morte del vecchio marito; si figurava la viva gioja di lei all'udire che le si ridonava la libertà perduta, e il rinascere in lei dei primi pensieri i quali, dal punto ch'ella non aveva più marito, avrebbero a cessare d'essere colpevoli, e dopo que' pensieri, l'assidua sua aspettazione di vedersi comparire innanzi chi le dovea mantenere quelle promesse che da tanto tempo, e in circostanze tanto gravi erano state fatte. Ma a romperle quell'aspettazione ed a gettarla in una disperazione nuova, ecco giungerle la notizia del matrimonio della duchessa Elena, signora di Rimini, con chi?… A questa idea il Palavicino si alzava agitatissimo, e per quella donna infelice sentiva commozioni tali, che lo sforzavano alle lagrime…. Se non che a poco a poco, per mantenersi saldo, cercò di convincersi che la Ginevra oramai doveva essersi dimenticata di lui, e richiamandosi in mente il modo onde la Bentivoglio, nel castello d'Acquanera, s'era da lui disgiunta per ritornare con suo padre o col suo decrepito sposo, stimò esser pazzia il credere d'avere ancora tanta parte nelle affezioni di lei, e così con una soddisfazione particolarissima che non era contento, si staccò dalla Ginevra, e sperò se ne sarebbe, col tempo, dimenticato affatto. Non sapendo poi nulla delle intenzioni del pontefice riguardo alla vedova del Baglione, pensò che dopo la morte di lui, ella se ne sarebbe allontanata dalla Romagna, e forse dall'Italia, dove tante ingrate memorie le dovevano necessariamente rendere odioso il dimorarvi più a lungo. Nella persuasione adunque che non sarebbesi mai più incontrato con lei, e avrebbe il tempo generate le dimenticanze, si venne a poco a poco tranquillando.
Lasciamo adesso Manfredo nelle sue stanze, e rechiamoci a Perugia. La voce diffusasi per tutta Romagna sulla sorte di Giampaolo Baglione, prima che altrove, come naturalmente dovea succedere, era corsa nella città di quel terribile signore, dove i suoi figli medesimi avevan sollecitate le notizie. È impossibile dare un'idea della maraviglia onde furon tutti compresi quando si conobbe la gravissima avventura. In quanto ai cittadini di Perugia la maraviglia fu susseguita da una tumultuosa gioja, la quale non rimase senza i suoi effetti, ma i figli del Baglione ne furono spaventati. Conoscevano troppo bene qual uomo era il loro padre, la voce pubblica aveva loro più volte portato all'orecchio gli atroci delitti di lui, ed essi medesimi più volte ne erano stati spettatori; però quando seppero che unaCommissioneapposita era stata delegata per giudicarlo, compresero che non v'era più speranza, e che le prime notizie sarebbero state susseguite da un'altra più grave, quella della morte del vecchio padre! In un frangente così terribile misero in campo migliaja di partiti per tentare, se mai fosse stato possibile, di placare l'ira del pontefice. Ma chi di loro avrebbe avuto il coraggio di recarsi a Roma?… eppoi, che ascendente essi potevano mai avere sul pontefice, essi, figliuoli di un così tristo padre, e tutt'altro che netti di colpa?… Nella loro disperazione pensarono dunque non vi poter essere che un mezzo, debolissimo a dir vero, ma tuttavia tentabile. La Ginevra Bentivoglio, la giovine loro matrigna, parve ad essi fosse l'unica persona la quale impunemente potesse presentarsi al papa per ottenere la grazia del marito. La giovinezza, la bellezza di lei, le sue virtù di cui sapevano benissimo come altamente parlava la fama per ogni dove, parve ad essi fossero pregi sufficienti perchè potesse meritarsi i riguardi di Leone. Ma l'ostacolo era s'ella avesse voluto assumersi un tale incarico, perchè nessuno di loro era così cieco da non comprendere di qual occhio ella avesse sempre guardato il marito, da non comprendere che la morte del vecchio doveva toglierla da un lungo affanno, e che però doveva essere da lei assai desiderata. Tuttavia, pensando che l'altezza d'animo e la bontà in quella giovane donna eran fuori dell'ordine comune, dopo molto aspettare, si risolsero a fargliene parola.
Ma in quel tempo qual'era lo stato della Ginevra? Per quanto la nobiltà dell'animo suo fosse grande, per quanto la sua bontà fosse eccessiva, pure la verità ci costringe a dire che quella notizia, la quale aveva messo lo spavento nei figli del Baglione, a tutta prima aveva gettato nell'animo di lei una sensazione di gioja che le fu impossibile di vincere. I desiderj e le speranze che l'avean tenuta in vita in tutto quel tempo in cui avea dovuto star presso al truce vecchio, quali erano state? Che l'età facesse il debito suo, ed ella finalmente venisse a trovarsi sciolta da così insopportabili legami. Il fondo di tutte le sue speranze era sempre stato questo, e non potea essere diversamente. La sua virtù e la nobiltà dell'indole sua le avevano bensì imposto di rimaner fedele al marito, per quanto le fosse odioso, ma non poteva andare più oltre, o almeno ella non lo seppe. Era stato troppo vivo, troppo forte, troppo santo il primissimo affetto ch'ella avea sentito pel suo Manfredo Palavicino, perchè se ne potesse dimenticare pur un istante…. troppo solenni erano state le promesse ch'ella aveva fatto a quel suo giovane amico! Egli è certo che finchè fosse vissuto il Baglione, dato ch'ella avesse potuto trovarsi col Palavicino, non gli avrebbe mai data speranza di sorta, e sarebbesi con lui comportata di maniera, da escludere ogni pensiero di corrispondenza superstite. Fin qui la di lei virtù arrivava, perchè gli atti esterni dipendevano della sua volontà…. ma i moti dell'animo come dominarli, come dirigerli, come vincerli? Però, quando le giunse la nuova che la vita del Baglione versava nel massimo pericolo, non potè in sulle prime averne rammarico, e fu soltanto dopo alcun tempo che la sventura di lui venne a destare in lei qualche pietà; pietà, a dir vero, troppo debole per escludere i suoi desideri, e le sue speranze.
Quand'ella si avventurò a parlare all'Elia Corvino, questi dandogli notizia del Palavicino, le aveva fatto intendere sarebbesi tentata qualcosa a suo vantaggio. Ed ora si accorgeva che il Corvino non s'era fermato alle parole ed era stato lui che aveva tratto il Baglione a Roma. Comprendeva dunque, che molti avevano pensato e pensavano a lei continuamente, e vedendo poi come la volontà di Leone era entrata a giustificare quelle opere, la sua coscienza rimaneva tranquilla e le sue speranze prendevan forza sempre più.
La moglie di Giampaolo stava appunto pensando a tali cose, e facendo congetture, quando da una delle sue donne le fu annunziato che i figli del signore, Malatesta ed Orazio, desideravano parlarle. Ella quantunque non avesse mai ricevuto ingiuria da que' due figliuoli, e più d'una volta si fosse anzi accorta che le avevano grande rispetto, pure n'ebbe qualche sgomento, perchè sapeva del resto, come troppo somigliassero al padre; ad onta di ciò dovette acconciarsi a riceverli, e quando le entrarono in camera.
—C'è qualch'altra trista nuova? ella fu la prima a domandare, alzandosi e movendo loro incontro.
—Di più tristi non ne possiamo recare perchè le ultime furono confermate, e le speranze son tutte perdute.
La Ginevra non seppe trovar parole convenienti da pronunciare in quel punto, e tacque.
—Una speranza però ne rimarrebbe ancora, ma per questa farebbe bisogno del vostro intervento.
—Del mio intervento?
—Sì, è in voi sola che adesso noi riponiamo l'ultima nostra speranza.
Alla Ginevra non parea vero di udire quei truci figliuoli del Baglione a parlare di quella guisa.
—Ma in qual modo, disse poi, io posso giovare codesta speranza vostra?
—Noi sappiamo che Leone sa benissimo chi siete…. e che più d'una volta ebbe a pensare a voi.
Queste parole alla Ginevra fecero uno strano senso, e stette ascoltando con più attenzione.
—Come il papa abbia avuto notizia di voi, non lo sappiamo, ma la cosa non cessa per ciò d'esser verissima. Dunque sarebbe necessario che approfittando di questa benigna disposizione di Leone a vostro riguardo, vogliate presentarvi ad una sua udienza….
—Presentarmi a lui…. ma a far che?
—A impetrare la sua clemenza.
—La sua clemenza?
—Che Leone desideri la rovina del padre nostro, ciò è vero pur troppo; pure le vostre parole, le vostre preghiere potrebbero cambiare la volontà di Leone. Risolvetevi dunque, e senza por tempo in mezzo, vogliate oggi stesso mettervi in viaggio per Roma. Questo è ciò per cui siam venuti a supplicarvi.
La Ginevra maravigliava le fosse fatta una simile preghiera, e guardando ora l'uno ora l'altro dei due fratelli, senza rispondere, parea volesse leggere nei loro volti se veramente avean parlato da senno.
Ma i due figli del Baglione indispettiti del silenzio di lei, e riassumendo la nativa asprezza….
—Nessun'altra donna, uscirono a dire, che si avesse a trovare ne' panni vostri, mai non vorrebbe rifiutarsi a far questo; però ci è di grandissima maraviglia codesto vostro tacere.
Ma la Ginevra pensava intanto a ciò che le convenisse fare in quella circostanza. Da cinque anni se ne viveva, quasi prigioniera, in Perugia, o al castello del Trasimeno, senza vedere altre facce che quelle truci ond'era composta la famiglia del Baglione. Mille volte ella s'era augurato di potere uscire almeno a respirare altr'aria, a vivere in mezzo ad altri costumi, perchè troppa era l'oppressione che le derivava da quei soliti obbietti. Ed ora per una combinazione che mai ella avrebbe saputo immaginare, se ne vedeva aperta la via. Ed era la città di Roma dov'ella dovea andare.
Noi non sapremmo assicurare se la circostanza che il Palavicino dimorava in quella città abbia principalmente influito a farle prendere una determinazione; è probabile però v'abbia avuto la sua parte; fatto sta che dopo un lungo silenzio:
—Io ci andrò, disse alzando gli occhi in faccia ai due figli del Baglione. Io andrò a Roma; mi presenterò al papa; farò quanto volete voi.
I due fratelli, che non si aspettavano una simile risposta, e già quasi erano volti al male, rimasero altamente edificati a quelle parole risolutive della giovine lor madre; onde cambiando improvvisamente aspetto e modi:
—Noi eravam sicuri che mai non vi sareste rifiutata a ciò; ora, giacchè vi siete risoluta, converrà bene vi partiate oggi stesso, perchè se si arriva tardi, ogni opera se ne andrebbe perduta.
—Ed io partirò in questo giorno medesimo, anche in quest'ora, se lo volete, purchè provvediate a metter tosto in ordine ogni cosa per la mia partenza.
I due Baglioni soddisfatti, più che non avrebbero sperato, della loro giovane madre, attesero in quel giorno a disporre ogni cosa perch'ella potesse mettersi tosto in viaggio. Mandarono innanzi più corrieri a cercar cavalli onde non s'avesse a perder tempo lungo il viaggio, le allestirono un numeroso traino acciò che, entrando in Roma, potesse subitamente destar romore per tutta la città, la qual cosa ad essi parve dovesse avere il suo vantaggio. E come tutto fu in punto, entrarono dalla giovane signora ad avvisarla che non si attendeva che lei.
La Ginevra non avea mai provato tanta agitazione come in quel momento. Movevasi di là per far cosa di cui non poteva presagir l'esito; mettevasi in cammino alla volta di una città dov'era colui che da cinque anni non vedeva, e col quale però ella non era sicura d'avere ad incontrarsi, non sapendo come si sarebbero ordinate le cose. In una città dove trovavasi il Morone, che sempre l'avea protetta, e l'Elia Corvino a cui doveva tanto. Era dunque quello un momento assai risolutivo della sua vita, trattandosi che fra pochi giorni poteva cangiarsi la sua condizione al tutto; tuttavia quanto le si parava dinanzi era pieno di dubbj, di viluppi, d'incertezze, di pericoli. Ella sperava così e temeva ad un tempo; ora lasciavasi andare agli estremi della fiducia, ora si fermava atterrita e perplessa. Nella sua virtù pensando poi esser debito suo presentarsi a Leone e supplicarlo per ciò stesso da cui il suo cuore irresistibilmente abborriva, ne provava un tormentoso contrasto che la rendeva insofferente e inquietissima; pure un pensiero assiduo e sereno veniva sempre a galla degli altri, e li escludeva spesso. In questa condizione d'animo, uscì dalle sue stanze, uscì da palazzo dove avea passato tanti anni infelici, salì in lettiga, e ricevute le ultime preghiere dei due figli del Baglione, si pose finalmente in viaggio accompagnata da un numeroso equipaggio.
I corrieri stati spediti innanzi a cercar cavalli perchè non si perdesse tempo nel viaggio, avevano in un momento divulgata la notizia di quell'andata della moglie del vecchio signore di Perugia a Roma per impetrare la grazia del pontefice, per cui essendo ella nota alla maggior parte, e come figlia dello scaduto signore di Bologna, e per la fama che, nella circostanza del suo matrimonio col Baglione, aveva dovunque recate le lodi della bellezza, della sua giovinezza insieme al compianto delle sue molte sventure e del duro modo con cui era stata sagrificata dal padre, gli abitanti de' luoghi per dove ella passava traevano in folla a vederla. Il fatto medesimo della cattura del signore di Perugia, fatto che aveva sbalordita mezza Italia, ajutava ad accrescere nella folla il desiderio di considerare da vicino la moglie di lui, e tanto più in quanto, correndo la voce che per tanti anni ella stessa era stata la vittima di quell'atroce uomo, non sapevasi abbastanza ammirare la di lei generosità, per la quale s'affrettava presso il pontefice al fine di implorare la salvezza di colui appunto che era stato la cagione de' suoi continui patimenti.
Ma i corrieri precedendola di molte miglia entrarono in Roma un giorno prima di lei, al fine di prepararle un conveniente alloggio. Affluendo colà, di que' tempi, altissimi personaggi d'ogni paese, alcuni ricchi cittadini avean destinato espressamente de' sontuosi palazzi, all'uso di alberghi. Agostino Chigi era il proprietario d'uno di questi, il quale essendo il più magnifico e il più riccamente addobbato degli altri, i personaggi più distinti vi si recavano di preferenza, e questo appunto fu prescelto per dare alloggio alla signora di Perugia.
Fin dal dì prima, da taluni mercadanti che viaggiavan per Romagna, era stata recata la notizia che la moglie del Baglione era in viaggio per Roma, alla quale chi aveva prestato fede, chi no. Ma appena giunsero i corrieri, e furon visti fermarsi all'albergo in Piazza Farnese, e si sparse la nuova che il dì dopo sarebbe venuta la signora di Perugia, fu un mormorio di tutta la città. Già tutta l'attenzione de' Romani era vôlta allora al fine che avrebbe avuto il processo del Baglione. Nelle case, per le strade, ai passeggi, nelle botteghe, ai giuochi, non si parlava che di quell'avvenimento straordinario. Ora si può argomentare quale effetto facesse anche in Roma come altrove la notizia dell'arrivo della sua moglie.
Il giorno dopo, come suole avvenire in simili circostanze, verso l'ora in cui credevasi da tutti ch'ella dovesse arrivare, si cominciò a vedere la Piazza Farnese affollarsi di sfaccendati, i quali volevano esser i primi a veder discendere dalla lettiga la giovane signora, della quale avevano sentito a dir tante cose.
—Vorrei sapere, diceva uno, a che fine ella se ne venga in questa città.
—Io sospetto l'abbia fatta chiamare papa Leone per sentire anche lei. Delle molte atrocità ond'è colpevole il Baglione, credo che costei non sia stata l'ultima vittima, onde sarà venuta qui espressamente per far testimonianza a danno di lui.
—Io credo vi prendiate abbaglio, ed ho sentito dire invece ch'ella si affretti per genuflettersi al santo padre, e per impetrare la sua clemenza a pro del marito.
—Chi ve l'ha raccontata non dee di certo aver la testa sulle spalle. Da quando in qua s'è egli mai sentito dire che il paziente abbia supplicato pel boja?
—Da questo istante.
—Io non ci credo nulla però, e la vedremo.
—Ma se egli è vero ch'ella se ne viene per salvare il marito, credi tu che il santo padre si lascerà poi smuovere dalle preghiere di lei?
—Io starei pel no: tuttavia chi può mai coglier giusto in tali cose?
—Costui dice benissimo: in queste cose non si può mai essere indovini; del resto, quando avrò parlato a un certo tale, vi saprò dir io cosa ne sarà per succedere.
—Ma in che ora precisamente sarà per arrivare?
—Il fante dell'albergo dice che si sta appunto aspettandola da un momento all'altro.
—Sentite, rechiamoci un tratto fuor di porta Belisario, così movendole incontro non avremo a durare la noia dell'aspettare.
—Se ti par meglio, tu puoi andare; ma io non mi scosto di qui, chè vo' vederla dappresso quand'uscirà di lettiga.
Dietro il parere di questi due, chi stette fermo presso la porta dell'albergo, chi si mosse verso porta Belisario. Ma questi ultimi non ebbero a veder nulla, perchè i cavalcatori sospettando che a quella porta vi sarebbe stata una gran moltitudine, entrarono in città per un'altra, e attraversandola di corsa, furon presto in Piazza Farnese. Alle prime voci che annunziavano l'arrivo del numeroso traino della signora di Perugia, nella folla successe un gran commovimento. Molti s'addensarono allo sbocco della contrada che metteva sulla piazza, e per dove la signora aveva a passare; molti l'aspettarono di piè fermo innanzi alla porta del palazzo Chigi.
—È qui, ci giunge adesso, due, tre, quattro, sei lettighe.
—È un seguito numeroso.
—Or sta a vedere dove sarà la signora?
—Attenti, guarda, non è lei; queste son donne di servizio.
—Ma di ragione ella si troverà con taluna di costoro.
—Eccola… l'hai veduta?
—È poi dessa veramente?
—È seduta a dritta; è quella che parla, osserva.
—L'ho veduta adesso.
—È bella; or vo' vederla a discendere.
—Non l'avrei creduta così giovane.
—Presto, andiamo.
E in coda al seguito la folla che s'era divisa, tornando a congiungersi, si sforzò di ridursi presso alla porta del palazzo. Quando poi le lettighe si fermarono, il pigiamento della moltitudine fu straordinario, chi sforzavasi a soverchiar l'altro, chi si alzava sulla punta dei piedi, chi cercava di sporger la testa fra quelle che si addensavano innanzi.
Fu un momento di aspettazione; infine la svelta figura della Ginevra, avvolta in una stretta tunica di velluto nero, fu veduta discender lesta dalla lettiga e scomparir subito sotto il portone del palazzo. La curiosità generale fu delusa nel punto stesso di essere appagata, e la moltitudine cominciò a diradarsi; chi diceva una cosa, chi un'altra.
—Per quel ch'io vidi, avrei anche potuto starmene a bottega.
—Tuo danno, se ti sei ostinato a non voler starmi presso, lo invece mi trovai a due passi da lei quando discese… ed ebbi agio così di guardarla come adesso guardo te.
—E ti parve?
—Le voci stavolta non han propalato il falso; è molto giovane, è molto bella, ma bella davvero. Conosci tu la figlia del Savelli? Bene, questa le somiglia assai, se non che è più donna.
—Ma come va ch'ell'abbia sposato un uomo così vecchio e così laido?
—Non fu lei, caro mio; suo padre era in male acque assai quando l'offerse al Baglione, e sperava grandissime cose. Ora vedi che bel guadagno ha fatto.
Con questi ed altri tali parlari ciascheduno si ritraeva, di modo che la piazza in poco di tempo rimase vuota. A sera però e a notte si videro fermarsi molti gruppi di persone per gettar qualche occhiata alle finestre illuminate dell'appartamento dove la Ginevra alloggiava.
Appena arrivata, ella avea tosto mandato un suo uomo alla Corte pontificia per sapere quando avrebbe potuto avere un'udienza dal santo padre, e in pari tempo perchè cercasse di sapere in qual condizione si trovasse allora Giampaolo.
L'uomo s'era fatto presentare al cardinal Bembo, il quale, dopo aver fatte molte interrogazioni, gli disse tornasse la sera stessa che avrebbe lasciata una risposta. Ma nello stesso tempo non mancò di fargli intendere, che l'illustrissima Bentivoglio avrebbe supplicato indarno, perchè il processo era finito e il Baglione era stato condannato.
—Tuttavia dite all'illustrissima signora vostra, soggiunse per ultimo il Bembo, che se non ha a sperar nulla per suo marito, speri per sè medesima e nella bontà del santissimo padre.
L'uomo riferì queste parole alla Ginevra, la quale non seppe come aveva ad intenderle; tornò la notte a palazzo, e ne riportò che l'illustrissima Bentivoglio si recasse il dì dopo ad ora di terza alla Corte del santo padre, chè questo le accordava la desiderata udienza.
Il processo del Baglione era dunque finito, ed esso era stato condannato a morte…. La Ginevra pensò tutta la notte a questo avvenimento, ed era tanta la bontà sua, che provava quasi un rimorso nel non sentire un sincero dolore per tale notizia. Ed ogniqualvolta un altro pensiero, un pensiero di tutta speranza irresistibilmente le si affacciava, ogniqualvolta guardando per la finestra, e vedendo il chiaro di luna battere sui palazzi sontuosi che decoravano quella piazza, pensava ch'essa era in Roma…. in Roma dove tante volte nel massimo trasporto della passione, era corsa colla mente in cerca di colui che il Corvino gli aveva nominato… tentava ogni sforzo per respingere quelle idee e per comporsi alla pietà di cui, nell'estrema sventura, le parea fatto degno il Baglione. Ma ciò le riusciva affatto impossibile, ed insensibilmente era trascinata dai moti del cuore… e quando in sulle prime ore della notte, salivano fino alla sua camera i rumori dei passi, delle voci di quanti attraversavano la piazza, considerando che tra coloro vi poteva essere l'amico della sua giovinezza… l'esaltazione di spiriti che ne provava era di tal natura, ch'ella più non bastava a dominarsi, e recavasi alla finestra a gettare uno sguardo sulla piazza…. e il cuore gli voleva scoppiare di sotto al drappo di velluto.
Tali pensieri stava facendo la Ginevra nel punto stesso che altri pensavano a lei ed alla circostanza straordinaria ed inaspettata per la quale si tosto ella era venuta in Roma.
Cominciamo da Gerolamo Morone. Quando le prime voci annunziarono l'arrivo della moglie del signore di Perugia, egli non ci prestò nessuna fede sapendo che Leone non l'aveva ancor mandata a chiamare, e non potendo congetturare nessuna causa per la quale spontaneamente ella poteva esser partita di Perugia; perciò non è a dire quale stupore fosse il suo quando la sera prima, recandosi nelle solite sale di Agostino Chigi, seppe da lui come la signora di Perugia il dì dopo sarebbe venuta ad alloggiare nell'albergo in Piazza Farnese.
Quel concorso strano di più avvenimenti, che a vicenda venivano ad urtarsi nel medesimo tempo, gli diede molto a pensare. Per quanto fosse uomo superiore, pure la morte della madre del Palavicino avvenuta quand'esso stava per maritarsi alla duchessa Elena, poi la cattura di Giampaolo Baglione successa nell'intervallo della di lui assenza da Roma, la quale avrebbe in poco di tempo fatta libera la Ginevra, ed ora l'arrivo di costei in Roma pochi giorni dopo la venuta di Manfredo stesso, salvo per miracolo, arrivo che pareva affrettato espressamente per mandare a vuoto il matrimonio di lui colla duchessa, gli parvero cose disposte troppo fatalmente perch'egli ci si volesse opporre. E a tutta prima sotto l'influenza di quel dubbio passaggiero venne quasi nella determinazione di lasciar correre le cose come voleva la fortuna, la quale sino a quel punto era stata molto più forte di lui, e della quale, per dir vero, in ciò che toccava il Palavicino, non era a lamentarsi punto. Venne quasi nella determinazione di togliersi affatto da quell'intreccio di cose, di lasciar Roma per qualche tempo, e di recarsi a Reggio a trovare i suoi concittadini. Furono però dubbi, pensieri e determinazioni di breve durata; e infine pensò che se più d'una volta la fortuna avea inestricato i fatti in modo da far credere non li potesse rompere più nessuno; più d'una volta, colla prudenza e coll'astuzia, era stata vinta essa pure. Il matrimonio poi del Palavicino colla signora di Rimini era per lui di una importanza troppo forte, troppo immediata per le cose d'Italia, perchè potesse persuadersi a lasciare anche quello in balia della sorte. Si studiò allora di credere che nel concorso dei fatti maturatisi in quegli ultimi giorni non ci fosse nulla di straordinario. Pensò finalmente che della Ginevra, alla quale il pontefice era venuto nella determinazione di fissare una ricchissima pensione, poteasi pure cavare un gran partito… Così a poco a poco tranquillatosi del tutto, cominciò a meditare le cose che gli rimanevano a fare, e quali prima e quali dopo. E fra le prime, stabilì di recarsi a fare un lungo discorso al Bembo ed a Leone appena la Bentivoglio fosse venuta a Roma e, contro la prima intenzione del pontefice medesimo, condurre le cose in modo che quella avesse tostamente ad uscire di Roma, per ridursi a vivere a Trento, dove da cinque anni aveva fermato la sua stanza il duca Francesco Sforza. In questo ravvicinamento il Morone riponeva molte delle sue speranze. Fatte così le prime linee di tal disegno con quella prontezza di concepimento che gli era tanto propria, stette aspettando che alla solita conversazione del Chigi venissero la duchessa e il Palavicino; ma per quella sera, con sua grande maraviglia non disgiunta da taluni timori, non vennero nè l'uno nè l'altra, onde il giorno successivo, che fu quello appunto dell'arrivo della Ginevra, si recò al palazzo di Elena per vedere se mai vi fosse qualche novità, ma non v'era propriamente nulla. Soltanto la duchessa mentre aspettava il Palavicino, essendo presso l'ora di pranzo, uscì in queste parole col Morone:
—Io non so cosa pensare, amico mio, ma da che Manfredo è ritornato a Roma non mi par più quel di prima. A miei dì mai non lo vidi in tanto pensiero e così triste, nemmen quando, in gran travaglio di corpo e di fortuna, alloggiò per la prima volta nel mio castello a Rimini.
—È una cosa presto pensata e della quale non è a fare nessuna maraviglia, che anzi ve ne sarebbe a fare se fosse diversamente. La morte di sua madre non gli può uscire dal pensiero un momento ed era da aspettarsi, perchè non credo che nessun figlio abbia mai sentito per sua madre così profonda tenerezza, come il nostro Manfredo.
—Anche a me venne un tal pensiero per la mente, pure mi sembra ci sia qualche cosa che non sia affatto affatto la dolorosa memoria di sua madre,
—Ed io sono certissimo che non c'è altro, duchessa, come son certo che dopo qualche mese di tempo anche il suo dolore darà luogo ed egli ritornerà quel di prima.
—Faccia Iddio che ciò sia per essere, e non ne parliamo più.
Qualche momento dopo codesto breve discorso, quando già i commensali s'erano raccolti nella sala delle mense, venne il Palavicino.
Alle prime domande rivoltegli dalla duchessa egli rispose con molta alacrità, e durante il pranzo, e in tutta la sera parve ad Elena e a tutti di lietissimo umore, non al Morone però il quale s'accorse benissimo quanto v'era di ostentato e di artificiale in quella allegria sotto a cui, di tratto in tratto, trapelava una cupa preoccupazione. Che al Palavicino fosse noto l'arrivo della Ginevra in Roma, non era a farne il minimo dubbio. Ora cosa voleva significare quello sforzo insistente e faticoso onde procurava coprirsi in faccia agli altri? Voleva significar tanto che il Morone ne fu assai sconcertato. Del resto, quando in sullo sparecchiarsi delle mense ad uno dei commensali venne la tentazione di entrare a discorrere del Baglione, il Palavicino con un impeto ed un'asprezza che contrastavano troppo alla gentilezza de' suoi modi, gli tagliò la parola in bocca, mettendo in mezzo che non era conveniente il parlare di un così tristo fatto in mezzo alla comune giocondità; e quando, a notte già innoltrata, la duchessa accennò di muoversi per recarsi al palazzo Chigi, secondo il consueto, egli, dicendo che sarebbe rimasto, costrinse anch'essa a rimanere.
Ciò per altro non dispiacque al Morone, il quale naturalmente aveva a temere che nella numerosa conversazione del Chigi entrandosi a parlare, com'era inevitabile, e del Baglione e della venuta della Ginevra moglie di lui, alla duchessa Elena potesse mai balenare il sospetto di ciò che, con ogni premura, le si doveva tener nascosto. Così, a mettere un freno a tutti i discorsi del Palavicino e a mantener sempre vivo il discorso del matrimonio, per l'adempimento del quale egli aveva sollecitato l'ultima pubblicazione, si trattenne egli pure presso la duchessa fino al punto da partirne insieme al Palavicino. Ma in questa notte, lungo il cammino, tra i due compatriotti non corse alcuna parola, e fu una dissimulazione perfetta tanto per l'una che per l'altra parte. Soltanto il loro silenzio si ruppe quando si salutarono per lasciarsi.
La mattina del giorno dopo, verso le sedici ore, il Morone, uscito dalla sua casa, passo passo e in gran pensiero, se ne andò alla Corte pontificia. Passato il primo cortile di palazzo, gremito come di solito di guardie svizzere, attraversati gli atrj pe' quali era una folla corrente e ricorrente di preti e di prelati, salì la grande scala, mise il piede ne' corritoj dei piano superiore, non mai solitarj in nessuna ora del giorno e nemmeno nel più profondo della notte, ed entrò finalmente nell'anticamera della sala d'udienza del papa. Qui trovavasi il cardinal Bibiena, l'autore della Calandra, diversi altri cardinali o i preti camerari che in quel giorno erano di servizio e che attendevano a diverse faccende, Il Bibiena se ne stava discorrendo di letteratura con un poeta venuto per presentare non so qual manoscritto a Leone. Due cardinali stavano attenti ad esaminare alcuni grandi fogli che uno scolaro del Bramante lor veniva mostrando, ed erano diversi progetti architettonici d'un tempio. Presso ad un grande e ricchissimo vestibolo che si mostrava di faccia a chi entrava nell'anticamera, stava ritto il camarlingo, il cui ufficio era di aprire l'usciale a chi voleva presentarsi al papa. Quando il Morone entrò, chiese al cardinal Bibiena, dal quale gli fu stretta la mano, se si poteva entrare dal santo padre….
—Da qui un momento lo potrete benissimo: per ora no, che è entrata da lui adesso la moglie di Giampaolo, la quale è giunta a Roma da jeri come sapete.
Al Morone rincrebbe d'essere stato preceduto, e stette qualche momento sopra pensiero, poi disse al Bibiena:
—Ma che cosa è venuta a far qui costei?
—È presto pensato: per impetrare la grazia a favore del marito.
—Se è presto pensato, non sarà presto creduto, illustrissimo, giacchè se il santo padre aveva interesse per dieci alla morte del Baglione, costei ne deve aver avuto per cento, a dir poco.
—Credo bene che ciò sia; ma intanto ella è qui per il fine che v'ho detto.
Uno squillo di campanello venuto dal gabinetto del pontefice troncò questo dialogo e gli altri che si facevano da tante persone. I camerari di servigio entrarono allora nel gabinetto in fretta. Quando l'usciale fu aperto, facendosi un gran silenzio nell'anticamera, s'udì il suono della voce della Ginevra Bentivoglio, e alcune parole del santo padre. Per udirle meglio facciamo d'entrarvi anche noi.
Seduto accanto ad una tavola, nell'attitudine precisa in cui lo vediamo ritratto nella tela di Rafaello, papa Leone, appena vide spuntare dal vestibolo i due camerari, lor si volse dicendo:
Trasmetterete tosto quest'ordine al cardinale tesoriere.
Nel pronunciare le quali parole, sporse un foglio ad uno di loro due, che al suo cenno uscirono colla prestezza onde v'entrarono.
Il papa, rimasto così ancor solo colla Ginevra:
—Vedete dunque, figliuola mia, continuò, che in tutto quanto s'è fatto, abbiamo avuto di mira il ben vostro. Non state dunque a volerne supplicare per una cosa che, se mai fossimo venuti nella risoluzione d'esaudirvi, v'avrebbe poi gettata nella massima disperazione. Noi non possiamo che lodare, figliuola mia, codesta straordinaria virtù, onde, per adempire ciò che credevate debito vostro, ci avete supplicato a voler perpetuare le vostre miserie, e vi assicuriamo che Dio ve ne farà un gran merito. Ma non si vuole andare più in là. D'altra parte, figliuola, io mi avvedo benissimo che il cuor vostro non può mettersi d'accordo colla vostra bocca; per questa volta vediam dunque di seguire il consiglio del cuore che tal fiata ragiona meglio assai della mente, la quale s'imbroglia di cavilli e di pregiudizj. I giorni della vostra vita ci stanno innanzi tutti quanti come se fosser scritti in un libro; e per verità, non aveste mai a respirar liberamente, povera figliuola mia. Comincerete dunque oggi stesso una vita nuova, e fate cantare un triduo inara coeli, che vi varrà un'indulgenza plenaria. Intanto i trentamila giulj che vi abbiamo assegnati ad ogni anno, spero vi potranno indennizzare assai bene e della vostra Bologna e di Perugia. In quanto poi al luogo della vostra futura dimora, io vorrei vi fermaste in Roma dove siete sicura da tutte le insidie che vi potessero mai tendere o i vostri fratelli o i figli di Giampaolo. Del resto, figliuola, verrete alla nostra udienza qualch'altra volta, e vi daremo talune altre istruzioni.
La Ginevra, a quest'ultime parole che significavano un commiato, si alzò senza ripetere quella preghiera che appena presentatasi a Leone, avea fatta non senza fervore. Ma era un fervore forzato e non spontaneo, e che necessariamente avea dovuto cessare innanzi alle prime negative. Vedremo in altro momento come il fervore della preghiera crescerà invece col crescere delle ripulse, e quale straziante efficacia di parole porrà sulle labbra di questa infelice una disperazione senza pari.
Si alzò dunque, e fatto qualche ringraziamento, si licenziò ed uscì dal gabinetto.
Coloro che stavano nell'anticamera e avevano udite le parole di commiato, si volsero tutti per guardarla appena l'uscio si spalancò ed ella comparve sulla soglia. Al sommesso bisbiglio che le faceva d'intorno, nel passare ella girò alla sfuggita uno sguardo, un timidissimo sguardo, fra que' personaggi, quando improvvisamente si fermò mandando come un piccol grido, mentre la faccia le si coprì tutta quanta di un vivissimo rossore che degenerò issofatto in un pallore estremo. Il volto del Morone che distinguevasi tra le molte teste ond'era circondato, e che fissando lei con molta attenzione, le si mostrò per il primo, fa causa di quell'estrema sua commozione; ed ella si fermò volgendogl un'occhiata. Il Morone potè accorgersi del tremito che s'era messo nella persona della Ginevra, e allora di volo, allontanatosi dagli altri, si accostò a lei dicendole:
—Oggi venivo da voi, e non avrei mai creduto d'avervi a trovar prima qui.
La Ginevra non potè rispondere in sul subito, poi, quando quell'agitazione le cessò:
—Oh come ho caro a vedervi, disse.
Le parole non furono che queste, ma il modo onde le pronunciò, ma l'accento pieno di fervore, di passione, d'ingenuità e di grazia onde furon rese, ma il rossore che le ritornò sul volto nello stringere la mano del Morone con ambedue le proprie che tremavano, fu di una forza così potente da comunicare quella commozione al Morone medesimo.
Rimasero così ambedue nel mezzo dell'anticamera senza parlare e immobili, mentre tutti gli altri in silenzio li stavano guardando con maraviglia.
—E così, disse finalmente il Morone, tanto per rompere quel silenzio, credo sarete ben contenta dell'accoglimento fattovi da Sua Santità, io sapevo già le sue intenzioni.
—Sì, disse la Ginevra, l'ebbi a trovare di una grande bontà…. e in quanto a me non avrei mai potuto sperare di più.
Il Morone fu per soggiungere:—Continuate dunque a sperare, che la vostra sorte pare siasi voluta mutare a un tratto; parole che intere gli si erano già ordinate nella mente, ma che non gli bastò il coraggio di pronunciare. Così tornò a tacere.
La Ginevra fece essa puro il medesimo, e intanto al modo onde guardava il Morone, pareva stesse in aspettazione di molte altre sue parole e lo invitasse anzi a metterle fuori.
Quante cose in fatto alla doveva aspettarsi d'udire in quel momento dal Morone…. e con un'ansia accresciuta dal contrasto delle più vive speranze stette attendendo di sentir profferire un nome dalla bocca del Morone. Ma questi avea troppe ragioni per non fargliene motto, e la condusse invece ad altri discorsi; finchè, nel punto di dividersi, le promise sarebbesi recato da lei o in quel giorno o presso.
Il Morone, nel salutarla, potè accorgersi che di improvviso l'umore di lei era divenuto assai cupo. Ne indovinò la cagione, ma non poteva ripararvi. L'aspettazione delusa, pur troppo avea lasciato nell'animo della Ginevra un vôto, una desolazione indicibile. Quando infatti si fu ridotta alle proprie stanze, e si trovò sola, un tal rammarico la percosse, una tetraggine così profonda le si mise nell'animo, che non potè trattenere le lagrime e pianse per molte ore in segreto.
Alcuni giorni ella dovette passare in questo stato doloroso, d'ansia, d'incertezza, di timori e di speranze, durante i quali non ebbe visita da nessuno, nemmeno dal Morone. Due dì dopo solamente un segretario pontificio le recò la bolla per la quale a lei venivano assegnati trentamila giuli annui, e con quella la notizia della condanna del Baglione, notizia che le mise nell'animo un turbamento nuovo, che la sorte del vecchio Baglione doveva necessariamente far nascere in lei de' gravissimi pensieri.
Vediamo adesso di recarci in castel Sant'Angelo, quantunque sia di notte e l'accesso sia a tutti precluso.
Correvan quasi due mesi che Giampaolo Baglione era chiuso in castello. Fin dal momento in cui fu lasciato solo in uno de' camerotti del castello, e udì chiudersi l'uscio di fuori, un orrendo sospetto avea fatti rizzare sull'adusta fronte di lui i pochi e bianchi capegli, e per la prima volta potè accorgersi che significhi lo spavento e il terrore, e nell'intenso suo raccapriccio potè misurare tutti i dolori onde egli era stato autore altrui in tanti anni di dominio, di violenza, di ferocia. Riavutosi per altro da quella prima percossa, non gli sembrò vero che gli si fosse voluto tendere una simile insidia, e sperò ancora. Ma fu per pochissimo, che in quel giorno stesso della sua cattura gli fu fatto intendere, sarebbe tosto condotto innanzi ad un consesso espressamente raccolto per udir lui, ed al quale avrebbe dovuto dar conto di tutta la sua vita passata. Quando udì simil cosa, rimase muto alcuni momenti, quasi non comprendesse o non potesse comprendere di essere caduto in un abisso tanto profondo…. poi con maraviglia e spavento di coloro che gli avean data così tremenda nuova, como se il furore lo avesse ritornato alla sana e potente robustezza della sua gioventù.
—Chi, gridò con voce tanto forte da far rimbombare la vôlta della camera dove si trovava, chi pretende di obbligarmi a tanta ignominia! Chi ha mai preteso in Italia di far stare Giampaolo?,. Voi forse?…
E ciò dicendo scagliandosi su cinque sacerdoti che gli stavano innanzi, con uno stiletto che si era cavato di sotto alla cappa, uno stese ferito a terra, due ne percosse, e l'atto fu così istantaneo che le guardie pontificie non avevan potuto prevenirlo, e soltanto furon sopra al Baglione quando, vinto dalla decrepitezza e dalle doglie del corpo, le quali non abbandonavanlo mai, e gli si fecero allora sentire con uno spasimo acuto, cadde come massa di piombo sul suolo, rendendo somiglianza di epiletico furibondo, che dopo aver fracassato quanto gli sta dintorno con una forza preternaturale, d'improvviso è reso immobile ed inerte.
Fu allora portato in una delle segrete, e messo in catene. Il vecchio si riebbe ancora, ma nel fondo della bassa carcere, immobile, cogli occhi fissi e vitrei, colle braccia intrecciate ai ginocchi, se ne stette squallido e muto e orribile agli uomini che gli facevan la guardia. Venne poi il giorno nel quale il processo si aprì, e a cominciare gl'interrogatorii, si dovette trascinarlo innanzi al consiglio straordinario. In quel giorno, e in molti altri successivi fu impossibile cavare dal suo labbro una parola sola. Si trovò però tosto il modo di farlo parlare, e quella tortura dal Baglione medesimo applicata altrui tante volte, e con tanta atrocità, fu fatta subire anche a lui. Dopo tanti giorni di silenzio, parlò per la prima volta, confessò cose da mettere il raccapriccio e lo spavento in coloro che l'ascoltavano; da quelle sue labbra livide e convulse uscì il racconto di tali enormezze, che la ragione trova un conforto nel rifiutarsi a crederle. E da quando quel silenzio fu interrotto da lui, il suo labbro non tacque mai più. Ricondotto nella segreta, cominciò ad uscire in grido, in imprecazioni, in bestemmie che assordavano le guardie facendole inorridire… e da quel momento non fu ora nè del giorno nè della notte in cui quella sua voce tacesse. Un feroce delirio, una forsennatezza spaventosa aveva sconvolta la mente di lui; ma venne l'ultima sua notte, ed è questa a cui ci troviamo.
Due guardie pontificie, all'estremo punto di un lunghissimo corritojo, stavano in piede guardandosi in faccia l'una l'altra. Sul fondo di quel corritojo una lanterna appesa all'alta vòlta spargeva qualche poco di lume intorno… ed era così scarso, che la luce lunare proiettata sulla parete e sul pavimento dentro i contorni de' sei finestroni aperti in alto, la vincevano quasi del tutto. Le guardie tendevano le orecchie.
—Egli tace, uscì detto ad una.
—Era tempo!… Io non ne potevo più…
—Abbi però pazienza che ei tornerà presto da capo.
—Ma quando sarà egli finito codesto processo?
—È finito.
—E la sentenza?
—È data e sottoscritta, e non c'è altro a fare.
—Dunque.
Il soldato non aveva finito di pronunciar questa parola, che dall'estremo fondo del corritojo, come se venisse di dietro a molte imposte rabbattute, tornò a farsi sentire una voce profonda e rantolosa, e gemebonda talvolta… In sul principio si udiva un suono senza parole, ma grado grado la voce si venne alzando sempre più, fino al punto che attraversando lo spessore delle imposte rivestite di ferro, ridestò gli echi delle vôlte, ed orribili parole risuonarono in quel luogo.
—Ah… ci sei… ti ho afferrato!… diceva quella voce. Calerai con me al fondo!… Guarda che negri fiotti!… No… non è acqua… è sangue… sangue… sangue! È il lago d'averno questo…. giù, giù… giù con me… traditore infame… giù boja! Vedi?… là… là è fuoco!… Senti?… qui… il sangue ribolle… arde!… Ahi, ahi, ahi!!! La carne abbrustolita mi si stacca dalle ossa!… Ahi!… tormento, tormento, tormento!!… E tu?… che fai tu?… ah, sta qui… non sfuggirmi traditore infame!… Questo è fiotto… è sangue… è fuoco!… Affoga, tristo… cala giù, giù, giù… ardi… ardi con me, boja infame! Ahi!… no… vedi tu?… no?… quello è sangue… è fuoco!… No, è il demonio… il demonio… Ahi, ahi!!… m'ha percosso coll'ali!… Vedi tu?… son l'ali che sommovono i fiotti… Oh guarda… son rosse… son sangue… son fuoco!… Ma e tu? tu traditore infame, tu boia… cala giù con me… giù, giù!… Ah! ora t'ho pel collo… Qui, demonio, stringi qui… percuotilo coll'ala di pipistrello… giù, giù, giù… percuotilo, o demonio, demonio… demonio!!!…
Alle guardie si rizzavano i capelli di sotto alla celata. L'ora tarda, il luogo tetro e remoto, la scarsa luce, e tali orrendi voci li empivano di sgomento e di stranissime ubbie…
Ma le voci continuavano…
—Cala giù con me boja… giù, giù! Qui, demonio, stringilo qui… demonio, demonio!… Ahi… le mie carni… ahi, ahi!…
Questi ululati continuavano da un'ora senz'interruzione… Le guardie non facevan passo, nè l'una osava staccarsi un momento dall'altra… quando, di mezzo ai gridi, odono rumori di voci e di passi che salivan le scale conducenti in quel luogo. Dopo qualche istante infatti vedono affacciarsi dal pianerottolo tre uomini… Il primo aveva il lampione nelle mani, il secondo portava un grosso involto sotto il braccio, il terzo era un frate della Misericordia… Salgono lenti e taciti… percorrono il lungo corritojo… l'uomo che aveva il lampione apre la porta di prospetto… che tosto si chiude… poi un'altra, poi un'altra… Le guardie sentirono confuso alle grida incessanti il rimbombo che le imposte ferrate facevano nel richiudersi,.. Scorse brevissimo tempo… poco di poi le grida s'alzarono più furibonde… ma fu l'istante di un secondo,… e di colpo cessarono. Vi fu un silenzio profondo di pochi minuti… ma subito le tre porte s'udirono riaprirsi e rimbombare rinchiudendosi… i tre uomini ricomparirono all'uscio di prospetto, che fu chiuso… silenziosi attraversarono il corritojo… silenziosi passarono innanzi alle guardie e ridiscesero. Tutto il rimanente della notte fu immerso nella più profonda quiete.
—Che pensi? disse finalmente una delle guardie all'altra, di cui udiva il respiro.
—Quello che pensi tu. Ci scommetto…
—Per costui non c'è altro dunque…
—No.
—Ora mi sovviene di una cosa. Sei notti fa io stavo di guardia a Porta Capena… sai che lì presso ci son le stalle dello Scaraventa beccajo…
—Ebbene.
—Era da qualche tempo che un bufalo selvaggio preso al laccio di fresco, faceva, di notte specialmente, rimbombare de' suoi muggiti tutti i luoghi dintorno, ed era una noia indicibile. Bisogna che lo Scaraventa se ne tediasse esso pure… e sei notti fa appunto, io che passeggiavo al fresco per non prender sonno, lo vidi attraversare la via, aprire la stalla, ed entrarvi. I muggiti cessarono… quando m'accorsi dei rumore che fece il bufalo stramazzando…
—E così?
—E così non c'è altro. Soltanto ti volevo dire che costui è morto così…. Va poi tu ad augurarti di nascere in alto stato.
Il giorno dopo corse per Roma la voce, essere stato il Baglione decapitato in castello, e la giustizia aver fatto il debito suo.
Lasciamo che questa segua il suo giro. Ora è di Manfredo che dobbiam prenderci pensiero.
Dopo l'arrivo della Ginevra a Roma, l'abbiam veduto una volta nel palazzo della duchessa Elena, ma il suo esteriore era troppo calmo. I suoi modi erano simulati da una allegria troppo artificiosa perchè si potesse vedere quel che passava nell'anima di lui.
È terribile la condizione di chi vive nel contrasto di due passioni violenti, cui la ragione, negli istanti in cui l'anima travagliata si riposa, altamente condanni. Ma è forse più ardua assai quella di chi provi l'urto di due affezioni, che non possono venir condannate dalla ragione assoluta, ma che per una combinazione di cose, e per relazioni specialissime, non possono esistere simultanee, senza disordine e colpa. Tutta la gravezza e il pericolo di tal situazione potè sentire e misurare il Palavicino appena gli venne all'orecchio che la Ginevra era in Roma. Il tumulto messosi nell'animo suo a quella notizia fu de' più violenti; fu una sensazione complessa di più sensazioni; fu sgomento profondo e fu anche gioia susseguita da rimorso; furono speranze e fu disperazione. Esso non avea provveduto a spegnere le prime accensioni d'amore che provò per la duchessa Elena, quando la diuturna lontananza, e un ostacolo che pareva insormontabile, bastavano per iscusarlo d'essersi dimenticato della Ginevra. In conseguenza di ciò, e per un altro fine più alto, egli aveva di poi fatta la promessa di sposare la signora di Rimini…. E l'ora era presso in cui codeste sue promesse dovevano consumarsi; ma circostanze fatali l'avevan protratta sino al punto di diventar tormento; troppo tardi perchè si potesse dar un passo addietro, troppo presto perchè non potessero nascere delle tentazioni. La Ginevra era in Roma, la lontananza era tolta, l'ostacolo distrutto, e distrutto pochi momenti prima che il matrimonio colla duchessa Elena fosse effettuato. Pareva si fosse la sorte espressamente adoperata perchè le antiche promesse ch'egli aveva fatte alla Ginevra dovessero mantenersi; ma rifiutando la duchessa era sconvolgere un ordine di cose da troppo tempo preparate, e rese troppo importanti da circostanze indipendenti dai privati affetti, nel punto stesso che il non tener conto veruno della Ginevra presente, poteva meritare la taccia di una scortesia vituperosa e colpevole.
Era il dì successivo alla morte del signore di Perugia; una tormentosa perplessità non lasciava più dunque un'ora sola di riposo al Palavicino. Fin da quando seppe essere la Ginevra in Roma, e in qual palazzo alloggiava, eragli venuta la tentazione di recarsi tosto a vederla…. Vederla dopo tanti anni, dopo tante sventure, dopo aver creduto impossibile un simile incontro, gli pareva d'avere a toccare il cielo col dito…. L'esaltazione venutagli da così forte desiderio aveagli messo nel sangue un fuoco febbrile.
Il lettore si ricorderà del giorno in cui il Palavicino, dopo aver veduta in Roma la signora di Rimini per la prima volta, aveva messo in un perfetto oblio la Ginevra Bentivoglio…. Nessuno allora avrebbe potuto ragionevolmente predire, fosse per venir giorno in cui l'immagine di lei sarebbe ricomparsa più abbagliante che mai, e l'avrebbe vinto al punto da renderlo smemorato della duchessa Elena.
È una verità di cui bisogna persuadersi, che un primo affetto non si scancella mai al tutto dalla memoria dell'uomo; potrà, per mille circostanze, arrestarsi, intiepidirsi, parer anche del tutto dileguato, ma appena qualunque fatto impreveduto lo sommovi un momento, gli ardori si ridestano colla medesima forza di un tempo, e più ancora…. e il ritornare colla memoria a que' giorni, a quell'ora a quel primo istante in cui l'anima si scosse alla rivelazione di un affetto sconosciuto, riempie il cuore di una mestizia piena di dolcezza, e che ci fa desiderare e rimpiangere quel momento solenne e soavissimo che non si rinnoverà mai più nella vita. Per ciò stesso tutti gli affetti venuti dopo a quel primo, appena questo ricompaja, sono costretti a cedergli il posto…. tutto tace dintorno a lui, e l'oggetto pel quale esso fu dimenticato per qualche periodo di tempo, quasi ci promove il dispetto, quasi ne diventa odioso. E in quanto al nostro Manfredo, altre cause straordinarie dovevano generare affetti ancora più forti. L'irresistibile simpatia ch'egli aveva sentita per la Ginevra, la prima volta in cui l'ebbe veduta, apparteneva ad una sfera puramente morale, quantunque la bellezza fisica di lei fosse stato il primo motivo di quella passione; ella era nata inoltre nel momento in cui l'animo del Palavicino versava nell'esaltamento di tutte le più nobili aspirazioni. Un affetto nato in tali istanti assume una forza troppo tenace perchè possa mai spegnersi…. Ma in qual punto invece aveva avuto nascimento l'amor suo per la duchessa Elena? Noi ce ne dobbiamo ricordare, se quasi egli corse pericolo di perdere allora la nostra stima…. La sensualità, e non altro, aveva infiammata in un subito prima la sua carne, poi l'animo suo per colei…. La sensualità, cagione impura di torbidi e non durevoli affetti! Bensì, a poco a poco, taluni pregi della duchessa aveano aggiunta una tal forza costante all'amore di lui, ma era pur sempre la prima sensualità larvata sotto a più nobili apparenze. Guai se i ritorni delle ingenue ricordanze fosser venuti a gettare il pentimento nel cuor suo…. e pur troppo esse vennero; ma vennero quando non era più in tempo, quando anzi diventava colpa e cagione di scandalo inaudito il distruggere i secondi affetti per riassumere i primi.
In que' giorni dunque il Palavicino, non mostrando mai nulla al di fuori quando trovavasi in faccia alla duchessa Elena e a Girolamo Morone, tosto ch'ei fosse lontano da essi tentava ogni mezzo per dar sfogo all'immenso affanno e alleggerir l'animo del peso insopportabile. Dovendo simulare la calma per tante ore, versava poi su chi non temeva, tutta l'acredine dell'umor suo. I suoi conoscenti maravigliarono del cambiamento repentino avvenuto ne' suoi modi, e delle sue stranezze, e ne parlavano facendo mille commenti. E più di tutti i servi di lui, che l'adoravano pe' suoi modi affabili e dolci, con doloroso stupore non seppero come spiegare l'asprezza insolita onde li trattava. La notte il sentivano passeggiare per la camera, e quando pure dormiva, l'udivano risentirsi nel sonno. Per tre o quattro giorni continui duravano tali stranezze…. poi a un tratto si tranquillò come se avesse, presa una risoluzione. S'egli lo avesse voluto di forza, non gli sarebbe bastata più che una parola per rifiutare la duchessa…. E fu questa una tentazione che lo mise tante volte alle strette, e lo esaltava, lo scuoteva, lo fiaccava al punto da lasciarlo spossato per molte ore di spirito e di corpo…. Nelle stanze della signora, in faccia a lei, più d'una volta gli era venuta una parola sul labbro, la quale avrebbe cambiato tante cose in un punto; ma avea saputo cacciarla indietro. In fine, dopo lunga e dolorosa lotta, ebbe fermo il suo partito; e considerato il matrimonio della duchessa come un atto che più di lui risguardava il paese suo, e ricordandosi di quanto aveva giurato a sè medesimo, chinò la testa e disse:—Sia fatta l'altrui volontà.
Aveva però presa un'altra risoluzione, ed era di recarsi a veder la Ginevra e di confessare a lei con ingenuità lo stato suo e lo stato delle cose che lo costringevano a far ciò ch'era tanto contrario alla propria volontà. Sposare la duchessa mentre la Ginevra era in Roma, non gli parve mai cosa lecita…. Il pensare all'effetto che avrebbe fatto su di lei l'insultante oblio, gli metteva l'animo sossopra…. Stimò dunque miglior cosa il recarsi dalla Ginevra e aprirle l'animo proprio; d'altra parte, traendola all'argomento del paese comune, si confidò di poter così divertire l'affanno di lei e il proprio in più alte considerazioni. Sapeva la mente della Ginevra, e quanto l'Italia stesse sul cuore di lei; per ciò sperava.
La mattina del giorno stabilito per le sue nozze colla duchessa, si alzò fermo in questa risoluzione, e tranquillo.
I servi lo trovarono mite e affabile come sempre, e furono contentissimi. L'incertezza e il contrasto che gli aveano tenuto in sobbollimento il sangue, essendo cessati, cessarono anche gli effetti. Così l'apparenza di lui fu abbastanza calma…. l'apparenza soltanto, perchè dell'animo interno era tutt' altro. La malattia aveva cangiato aspetto, ma non era vinta; era anzi peggiorata…. I primi sintomi violenti avean dato luogo alla spossatezza e al languore!… Prima un'inquietezza ardente e furibonda gli portava le imprecazioni sulle labbra; ora era l'accoramento, la tenerezza che lo moveva al pianto. Del resto egli avea risoluto, e quando gli parve tempo uscì di fatto per recarsi al palazzo Chigi in Piazza Farnese…. per vedere, dopo tanto tempo, la Bentivoglio e parlarle!
Ma se la mattina gli era ciò sembrato assai facile, quando si trovò in piazza, e vide il portone del palazzo, e guardò le finestre dell'appartamento dove sapeva trovarsi la Ginevra, e fu per entrare, non potè. Il desiderio trovava l'ostacolo nel suo eccesso medesimo. Perciò, incontratosi in un suo conoscente, gli si accompagnò per allora e, allontanatosi dal palazzo Chigi, se ne andò con esso lui vagando per la città sempre martellandosi il cervello e senza mai potersi risolvere. Era una giornata nuvolosa del gennajo di Roma; l'aria riceveva gli umidi vapori dal Mediterraneo. La mancanza del sole, e questa disposizione particolare dell'atmosfera metteva una gravezza insolita nell'esistenza di Manfredo, gravezza che gli avrebbe diminuita anche la gioja quando pare le circostanze della vita fossero state favorevoli a questo sentimento. Giorni più funesti e più procellosi di questo egli ne avea passati assai; ma neppur uno più squallido, più tetro, più melanconico.
Stretto a braccio di quel suo amico, senza sapere quel che si facesse di lui, e in pari tempo senza potersi determinare a staccarsene, fece seco molto cammino. Non avendo mai potuto sfogarsi con nessuno, e oramai mancandogli la forza a dissimulare il suo affanno, mille volte fu per manifestar tutto all'amico. In una simile preoccupazione lasciava cadere in terra tutti i discorsi che colui gli faceva. Per verità che non vi poteva esser cosa più greve, più tediosa della compagnia del povero Manfredo in quel dì. L'amico lo sopportò per un pezzo, poi tentò di staccarsi da lui; se non che il Palavicino lo pregava a non lasciarlo, e per trattenerlo, gli diceva avergli a manifestare cosa di grave importanza; così passò qualche tempo ancora. Ma il Palavicino, già pentito d'essere uscito nell'imprudente parola, trasse l'amico nel centro della città, e come sentì batter l'ore a tutti gli orologi:
—Perdio, è tardi! esclamò. Bisogna che io ti lasci; ci rivedremo stassera dal Chigi,
—Ma e ciò che avevi a dirmi?
—Oh non è nulla, non è nulla!,.. Ci rivedremo stassera….
E lo lasciava senz'altro…. Quegli, in sulle prime, rimase attonito in mezzo alla via, poi disse tra sè:—Costui è ben pazzo, oggi. Ma fui ben più stolido io stesso a non accorgemene prima…. Così se ne andò pe' fatti suoi, intanto che il Manfredo a furia s'incamminava verso il palazzo dove stava la Ginevra.
Percorsa buona parte di Roma senza accorgersene, fu presto in Piazza Farnese, l'attraversò di volo, entrò nel palazzo, domandò della signora di Perugia, pregò di essere incontanente annunciato, e seguì l'uomo di camera supplicandolo di far presto. Temeva d'avere ancora a pentirsi, e sollecitava….
L'uomo salì in fretta lo scalone; quando fu sull'ultimo piano tornò a domandare il nome al Palavicino; questi glielo replicò, e fermatosi ad aspettare nell'anticamera, vide l'uomo aprire un uscio ed entrare nelle stanze.
Il cuore di Manfredo batteva frequentissimo e ineguale; i ginocchi gli tremavano a segno da non poterlo quasi sostenere; una pallidezza insolita gli copriva la fronte e le guancie. Se in quel momento gli si fosse voluto cavar sangue, forse non ne avrebbe data una goccia. La commozione era portata al punto che, accrescendola di qualche poco, poteva esser cagione di un funesto effetto.
Io porto persuasione che simili istanti debban lasciare indelebili impronte nella vita di un uomo.
Del resto, a molti potrà parere esagerata la condizion d'animo del Palavicino; ma se non sappiamo trovare il modo di persuadere costoro, vogliamo almeno congratularci con essi, perchè i loro dubbj ci provano che nessun vento procelloso non perturbò giammai il beatissimo stagno della loro vita.
Il Palavicino sentì il rumore di due o tre usci che si aprivano, poi ebbe ad udire alcune voci, poi i passi dell'uomo di camera. Ad agitare la massa del sangue e a scuotersi, egli erasi dato in quel momento a passeggiare per la stanza come un viaggiatore frettoloso. Non erasi ancora fermato, quando l'uomo dall'uscio gli disse ad alta voce, che poteva entrare. Allora si fermò, si volse, fece uno sforzo estremo onde ricomporsi del tutto, ed entrò. L'uomo di camera, che prima non gli aveva molto badato, ora, mentre gli passava innanzi, lo guardò con un'attenzione curiosissima e indagatrice. Quando fu solo e sentì i passi del Palavicino che s'innoltravano nelle stanze:
—Chi sarà mai quest'uomo, disse tra denti, se la signora quasi fu per cadere in terra all'udire il suo nome?
Manfredo, allorchè fu nella seconda stanza, vide tre donne uscire dalla porta di prospetto. Erano le ancelle che la signora aveva licenziato in fretta, le quali, nell'attraversare la stanza, lo esaminarono anch'esse dal capo a' piedi, con quell'interesse curioso e indagatore dell'uomo di camera. Una tra l'altre poi, accorgendosi ch'egli se ne stava irresoluto in mezzo alla Stanza:
—Entrate, illustrissimo, gli disse con molta cortesia; la signora è là.
Il Palavicino corse all'uscio di prospetto e vi mise la mano per aprirlo, ma quello gli si spalancò d'innanzi. Era la Ginevra stessa che teneva alzato il saliscendi…. Si trovarono così in quel punto faccia faccia a un dito di distanza…. I labbri stetter muti, le persone immobili. In apparenza non ci poteva essere calma più gelida; tutto il tumulto era interno.
In fine, ella si ritrasse e Manfredo la seguì.
—Sedete! fu la prima parola ch'essa, tutta tremante, pronunciò. Manfredo si assise di fatto, ma non parlò ancora. I suoi occhi erano fisi nella contemplazione della Ginevra; non ci poteva essere cosa più attraente della vaga e svelta figura di quella giovane donna, linee più care di quel volto impallidito dai lunghi affanni,… La bellezza della duchessa Elena era senza dubbio più perfetta; ma quella perfezione, essendo la sede stessa della voluttà, cessava di essere efficace quando, chi la contemplava, avea forti preoccupazioni morali. La Ginevra invece non poteva risvegliare che sensazioni di quest'ultimo genere… Erano più durature…. ed erano sempre efficaci!… Se dunque al solo sentire ch'ella era per rimaner vedova, Manfredo fu pentito di essersi legato alla duchessa; ora che, dopo tanti anni, la rivedeva, non gli parve più sopportabile il congiungersi in matrimonio colla duchessa: non sopportabile e non possibile, e nel senso più risoluto e più fatale di queste parole. Il Morone, le sue insistenze, il comune vantaggio, le dicerie, i vituperi, la duchessa, la sua disperazione, lo scandalo, in un fascio dileguarono innanzi a quell'amore immenso.
Gli passò per la mente la risoluzione di non sposare nessuna donna del mondo fuorchè la Ginevra. Questa allora vide cangiarsi di repente il colore del volto di lui; e la sua fronte, di pallidissima ch'ella era, coprirsi di un rosso carico….
E in questo punto egli si alzò, e per uno di quei movimenti rapidissimi ed inesplicabili onde l'anima passa da uno stato all'altro, assunse di tratto un fare disinvolto e disimpacciato.
—Cinque anni sono trascorsi, disse poi, cinque interi interminabili anni, o Ginevra! Fu davvero l'eternità che non si misura e che spaventa; parlo di me… di voi… non so.
Ella non rispose.
—Chi lo avrebbe detto a voi, continuava il Palavicino, chi lo avrebbe persuaso a me… la giustizia prevenne la vecchiaia… e fu più inesorabile del tempo.
—Il silenzio ricopra quel ch'è passato, rispose la Ginevra; troppo sventure s'accumularono sulle nostre teste, troppo insopportabili patimenti minacciarono da vicino le nostre esistenze…. Da quest'ora in poi, ogni mio sforzo sarà di scordare il passato; fate lo stesso anche voi.
Manfredo non aggiunse altro, e tornò a concentrarsi…. Nei modi della Ginevra, in mezzo alla stessa dignità onde gli avea data quella risposta, vide qualche cosa che lo spaventò. S'accorse che colle proprie parole aveva sollevate di troppo le speranze di lei, e ne fu atterrito.