L'Elia sentì sbollirsi ogni coraggio a un tale pensiero.
—E questo, disse, questo è ciò che mi riesce insopportabile; e non so cosa farei perchè altri se ne incaricasse.
—Ti comprendo, Elia, ma conviene che ti faccia forza.
—E s'ella non sopportasse il dolore?
—Speriamo che lo sopporti. Ma intanto che tu vai a Cremia, io provvederò a ciò che rimane a farsi coi mercenarj di Manfredo; credo che per quindici giorni ancora vi siano i denari per le paghe, passati i quali, se non giunge un soccorso dal Morone o da altri, bisognerà licenziarli. Intanto io crederei bene di condurli, per la Valle d'Intelvi, sul territorio svizzero, il quale è a poche miglia di qui, che in tal modo, finchè si aspetta, si è in luogo più sicuro, e i Francesi del presidio, vivendo in continuo sospetto, non potranno recarsi a Milano per portar soccorso quando ci fosse il bisogno.
—Ciò è ben pensato, mi pare, e converrà dar gli ordini perchè si ritiri anche la gente che il Palavicino lasciò per ajuto sul lago.
—A questo ci ha già provveduto lui, e tutto è fatto.
La notte, quantunque il lago fosse procelloso e minacciasse fortuna, l'Elia si recò a Cremia.
La nuova di tali avvenimenti aveva messo intanto uno strano sobbollimento negli animi dei Milanesi. Già da molto tempo prima erano stati in aspettazione di qualche gran cosa, e la continua resistenza dei fuorusciti raccolti in Reggio contro le scorrerie francesi, non è a dire che fiducia e quante speranze avesse in loro suscitato. Avean saputo inoltre che stavasi concertando una lega tra Leone e Carlo, la quale, siccome tutto induceva a credere, avrebbe risolutivamente cacciato dalla Lombardia quelli che, da tanti anni, con tirannia sì atroce la governavano.
Coloro, ed erano i più, che durante tale dominazione mai non poterono uscire dalla città, da principio, percossi dall'insolita miseria, non avevan saputo che tremare e lamentarsi e piegare il collo—e in così deplorabile condizione continuarono per gran tempo. Ma nell'anno in cui il Lautrec stette in Francia, e il Lescuns meno atroce, lo rappresentò, alla prima notizia del complotto di Reggio cominciarono alquanto a risentirsi dal pauroso torpore, e più d'una volta avvenne che la folla prorompesse in qualche sfogo improvviso di furore contro le soldatesche; sfoghi, che sebbene in breve venissero repressi dalle forze soverchianti, pure erano indizio che, se continuavasi di tal guisa, la moltitudine, dalla disperazione medesima fatta accorta della propria forza, avrebbe potuto, a lungo andare, riuscire formidabile a quelli stessi che tanto l'avevano oppressa.
Ben è vero che, al ritorno del Lautrec, ella sentì ancora un resto di paura per le terribili misure da lui prese, ma anche quella, spinta all'eccesso, avrebbe potuto diventar poi la causa di una conflagrazione improvvisa e risolutiva.
Il dì 11 di giugno cominciò finalmente a correre sordamente per Milano una strana voce: che il marchese Palavicino, alla testa di molta gente era comparso sul lago di Como in attitudine minacciosa. Dapprincipio si cominciò a negar fede a quelli che, pieni di esaltamento, raccontavano un tal fatto, poi crescendo il cumulo delle prove, subentrò la maraviglia, l'aspettazione, l'ansia. V'era tuttavia chi non sapeva ancora indursi a credere quanto si raccontava, quando il corriere spedito in tutta fretta dal comandante del presidio di Como a Milano, e l'improvviso ordinarsi delle soldatesche che stavano in castello, e il battere dei tamburi che risuonò turbinoso nel rione di Porta Comasina, persuase e colpì tutti quanti. Il nome del marchese Palavicino corse allora in Milano sulle bocche di tutti. Chi raccontava la sua vita passata chi le sue sventure, chi le ultime vicende in cui si trovò avvolto. Sapevasi che egli aveva sposato la signora di Rimini, e si parlò di costei e della misteriosa sua morte; ma s'ignorava al tutto che egli si fosse unito in matrimonio colla Ginevra Bentivoglio, della quale si ricordò la fuga, onde tutta Milano s'era tanto scandolezzata. Quante cose avvennero in sì lungo corso di tempo, si riandarono tutte in quei cinque o sei giorni, e i personaggi che l'uno dopo l'altro comparvero in questo libro, dal più al meno furon tutti oggetto dei discorsi generali. Corse finalmente anche la voce che il marchese Palavicino aveva sposata la Ginevra Bentivoglio, la vedova del terribile Baglione, e che anzi ella trovavasi a Como con lui. Una tal nuova colmò le maraviglie, accrescendo l'interesse per ambedue, il quale era tanto maggiore in quanto si connetteva all'interesse comune. Non è poi a dire con quale impazienza e con che ardore si cercavano le notizie dell'impresa di Como. Fu un tripudio generale, sebbene compresso, quando vennero propizie; fu un'inquietudine quasi tumultuosa quando si vociferò che la gente del Palavicino aveva dovuto ritirarsi fra i monti, e che la condizion sua facevasi più difficile di giorno in giorno.
In questo mezzo, cominciando a imperversar la stagione fuori dell'ordine naturale, con venti procellosi e gragnuole violenti e lampi continui; il popolo, a quel tempo, superstizioso oltre ogni credere, credette vedervi qualche indizio di una terribile catastrofe. Uscendo dalle disertate officine, gli artieri si radunavano a crocchi, e chi faceva un pronostico, chi l'altro; e siccome in quegli ultimi dì, sulla Piazza Castello, eransi dati atrocissimi supplizj a sei patrizi lombardi caduti nelle mani del Lautrec, si pensò che il cielo, col procelloso aspetto, volesse dar segno della sua collera, e taluni si confortavano considerando che se pure un'inaudita sciagura avrebbe avuto a colpire qualche mortale, questo sarebbe stato un francese; e tutti i pensieri correvano allora al governatore di fresco tornato a Milano, e che avendo trovato il figliuolo in assai mal termine di salute, e quasi coi segni della morte in sul volto, era uscito in disperate imprecazioni e in minaccie contro a' medici, che non avevan saputo fermare i guasti del morbo.
Ma qual fu la maraviglia quando mentre, l'attenzione era rivolta al figliuolo del Lautrec, il marchese Palavicino, circondato da venti gendarmi a cavallo, entrò in Milano e fu condotto al castello di Porta Giovia!
La nuova di una così tremenda sventura percorse come un fulmine la città, e ciascuno rimase colpito da quello stupore e da quell'angoscia che toglie perfino la facoltà di esprimerla in qualche modo.
Fu un lutto generale sentito nel profondo dell'animo, e non comandato; se non che in quello scambio della sorte la moltitudine credette che il cielo, anzichè i Francesi, avesse voluto punire la città di antiche e gravi colpe, cogliendola nell'oggetto del suo amore, e là appunto dove aveva riposta ogni speranza.
Però, nel ricordare, questo fatto doloroso, non si può a meno di provare qualcosa che somiglia al conforto, pensando a quella corrispondenza di amore e di gratitudine sincera che fu tra un individuo ed un'intera moltitudine, d'amore disinteressato per una parte e che non si manifestò a parole, ma con fatti; e per l'altra di un'effusione spontanea di pietà che se non fu efficace, fu però generosa, e, quando non foss'altro, compensò anticipatamente il Palavicino della freddezza e noncuranza dei molti i quali, abbagliati dal grande, non ebbero riguardo al buono.
Erano così corsi tre giorni dalla cattura del Palavicino; alla torre della Piazza de' Mercanti batteva la campana del mezzogiorno, e in quell'ora destinata dagli artigiani al riposo, molti di questi, dalla contrada Marsia, da quella di Pescheria, da quella dei Fustagnari, degli Orefici, e dalle altre che ricevono il nome delle arti diverse, venivano ad unirsi sotto al Coperto dei Figini per raccogliere altre novità e per discorrere intorno a quelle di cui pur troppo erano istrutti. Si raccoglievano sotto il portico, perchè nel cielo era un annottar tempestoso che minacciava rovesci di pioggia, come dalla metà di giugno soleva succedere ogni dì.
Innanzi alla bottega del merciajo Burigozzo, il quale aveva perduto alquanto della sua parlatina e se mai sentiva bisogno di sfogo, non si attentava di parlare che tra visi ben noti e dopo avere esplorato d'ogn'intorno con gran precauzione stava un crocchio piuttosto denso d'uomini che all'apparenza indicavano robustezza fisica e gran risolutezza; fra costoro trovavasi l'Omobono, fratello del Corvino, e quel fallito beneficato da Manfredo. Ed era cosa curiosa come, in quel vasto susurro di voci che facevasi sotto al portico, fra tanta gente intese a discorrere col massimo interesse, questo crocchio soltanto osservasse il più grave silenzio, e quelli che lo costituivano guardassero d'ogn'intorno con attenzione, con sospetto, con aspettazione, e di tanto in tanto qualcheduno, spiccandosi dalla folla e attraversando la piazza, si allontanasse per qualche istante, e ritornando poi sempre in silenzio, si facesse ancora coi compagni.
Ma venne il momento in cui uno di essi portò finalmente la notizia che gli pareva stessero attendendo.
Il fratello dell'Elia si gettò allora fra la gente di cui era gremito il portico, ciò che fecero tutti i suoi colleghi.
—Amici, una notizia!
—Fra pochi momenti il governatore riceverà una strana visita, se pure vorrà accordarla.
—Che? Cosa dite? Di che si tratta?
—Grandi cose ne avranno ad uscire.
—Sì, è la moglie del marchese Palavicino.
—La sventurata sua moglie, che fu veduta entrare in Milano or ora.
—E in gran pianti, come dicono chi l'ha veduta.
—E assicurano ch'egli è uno spettacolo innanzi a cui non si può trattenere le lagrime.
—E a momenti sarà qui?
—A far che?
—Per impetrare un'udienza dal governatore.
Il Burigozzo, uscito allora dalla sua bottega, e non potendo più trattenersi:
—Ahimè, disse, ella è giunta in malissimo punto! Mi rincresce per lei, ma il governatore la ributterà.
—Perchè la ributterà? Vorremo vederla!
—Cominciamo dal dire, che non entrò mai donna in quel palazzo dal momento che il governatore ci venne a star lui.
—E v'entrerà oggi. Ed è questo un caso straordinario.
—È da due giorni e due notti ch'egli non abbandona mai il letto del figliuolo…. Pensate se vorrà farlo per costei, per la moglie del marchese!
—Ma ella morrà d'angoscia, se ciò le verrà negato!
—Com'è vero Iddio, disperata morirà!
—E questo io credo, ma non posso che sentirne pietà e non altro.
—Sentite tutti: muoviamole incontro. Ella riceva i nostri conforti almeno.
—Sì, muoviamole incontro. Io voglio vederla.
—Anch'io vo' confortarla in qualche modo.
—Tanto popolo commosso pel suo dolore, sarà per riuscirle d'un gran sollievo.
—Andiamo dunque.
—Andiamo.
—Vengo anch'io.
—Ed io pure.
E in breve la piazza del duomo rimase deserta affatto, spalancate le botteghe e vuote senza custodia. Soltanto vedevansi le sentinelle francesi a passeggiare innanzi al palazzo ducale, soltanto udivasi come da lontano il brontolar cupo e irresoluto del tuono, e il cielo oscurarsi sempre più talchè pareva imminente lo schianto della gragnuola.
La folla intanto, prendendo per Pescheria, e via di furia attraversando la Piazza de' Mercanti, di contrada in contrada fu al Cordusio, fu al Broletto, E ad ogni passo, quasi mucchio di neve che s'aumenti rotolando, si faceva sempre più densa, più compatta, più romoreggiante. Si udì un trotto serrato di cavalli, e fu un grido generale:—Ella viene! Ella viene!
E in tal punto l'Omobono s'incontrò nel fratello tutto chiuso nella cappa e coperto dal cappello a falde.
—Il principio fu buono, Elia, e la moltitudine ha viscere.
—Lo vedo e son contento; ma lo sospettavo.
—E il cielo par che ci ajuti colle sue tenebre.
—Pare.
—Ma il conte?
—È qui.
—Ed i soldati?
—Sono in Milano travestiti da contadini.
—Dunque s'ella è respinta e il governatore sta ostinato?…
—Come t'ho detto; il resto lo sai. Va dunque.
E si divisero.
Omobono seguì la sua via e raggiunse la moltitudine, la quale s'era affollata ristagnando intorno alla carrozza della moglie del Palavicino.
La Ginevra non sapeva che quel fermento popolare era mosso dal conte Mandello e dall'Elia Corvino, perchè questo, sebbene a malincuore, non aveva voluto per nessun conto scemarle il dolore, dandole argomenti di speranza. Come sappiamo, voleva che il popolo venisse infiammato dallo spettacolo di un dolore e di una disperazione senza limiti. E pur troppo il dolore della Ginevra fu tale e lo sarebbe stato, quando pure avesse avuta qualche promessa d'ajuto. Messasi dunque in viaggio, nell'ora stabilita dal Mandello e dal Corvino, percorse tutto lo stradale senza mai cessare dal pianto per un momento, e spesso dando in tali espansioni di angoscia, e in tal gemiti, che la donna che gli sedeva presso nella carrozza non trovava più modo nessuno per confortarla.
Lungo lo stradale non ebbe neppure la facoltà d'accorgersi della sparsa gente accorsa dalle ville per vederla e commiserarla, ma entrata in Milano, rimase a tutta prima attonita della moltitudine che le moveva incontro, e maravigliata domandò al'ancella, che fosse?! Ma le parole e le grida del popolo l'avvisarono d'ogni cosa. Se non che questa pubblica attestazione di pietà, queste voci di conforto che in tuon lugubre le giungevano da mille punti della folla stipata, questo lutto universale, essendo prova del quanto a tutti fosse cara la vita del suo Manfredo, con una fitta più profonda le vennero a colpir l'animo, e il pianto rattenuto dal primo stupore tornò a sgorgare con tanta passione, e sul suo volto, in cui tutti gli sguardi eran fissi, si mostrarono i segni di uno strazio morale così opprimente, che dalla folla si levò un sol grido che tutti esprimeva i varj affetti, onde ciascuno era agitato.
Le donne medesime prendevan parte a questo pubblico dolore, e qualche voce femminile, frammezzo al generale frastuono, giunse con un suono più gradito all'orecchio della misera Ginevra. E dalle finestre, e dai balconi e dai ballatoj si vedevan teste affacciarsi e cercare con pietosa curiosità lei, che la sventura aveva tanto colpito.
Ma tra le espressioni generali e vaghe della pubblica pietà s'udirono anche precise e calde proteste che per poco fermarono l'attenzione e le lagrime della Ginevra. E taluno, che rompendo l'onda del popolo, s'erale recato presso per vederla meglio, e più degli altri ne aveva sentito compassione, lasciò sfuggirsi qualche parola che spiegava il pubblico intento.
—Illustrissima signora, non piangete così.
—Signora, sperate; v'è chi pensa per voi.
—Per carità, marchesa, non vi lasciate perder d'animo in questo modo.
—Confortatevi! Sperate!
—Il governatore non vi respingerà.
—No, come è vero Iddio, non vi respingerà!
—O sconterà oggi tutte le sue scelleratezze passate!
—Sì, guai per lui se nega d'ascoltarvi!
—Guai per lui, marchesa.
—Guai! ripeterono più voci. Guai!
La Ginevra, a tali proteste, irresistibilmente in sulle prime si lasciò andare a qualche speranza. Lo stesso bisogno ch'ella avea di rilevarsi qualche poco dallo spasimo morale ond'era oppressa, era quello che la persuadeva a prestar fede a quelle voci, ma fu un brevissimo sollievo dal quale ricadde poi in un'angoscia più cupa della prima; che pensando all'indole inesorabile del Lautrec, e in parte sapendo quanto era avvenuto tra colui e il suo Manfredo, s'accorgeva dell'inefficacia di quei voti, onde d'ogn'intorno le venivano i gridi. E questa considerazione la conduceva poi a diffidare più che mai di sè medesima; e quando, dopo essersi anfanata a lungo e con tormento in cerca di un mezzo che potesse aver forza sull'animo del governatore, riusciva alla persuasione desolata, che a lei non soccorrevano che le sue preghiere e il suo pianto, un brivido d'orrore, prendendola istantaneamente, la faceva tremare e fremere quasi per violento assalto di febbre. Poco dopo, la sua carrozza, tra la folla che l'accompagnava, pervenne alla piazza del duomo, e qui il cocchiere, come ne era stato istrutto, spinse i cavalli a tutta carriera, per sormontare i primi ostacoli, ed entrò nel palazzo ducale.
Alcuni istanti prima grossi e radi goccioloni d'acqua, con brontolío continuo di tuoni e lampi che, rilucendo interpolatamente, rendevano ancora più tetro l'aspetto del cielo, aveano annunziato il pieno rovescio del turbine, che scoppiò quando la folla fu sulla piazza. Quanti poterono corsero allora a riparare sotto al Coperchio de' Figini, e fu un addensarsi, un pigiarsi, un tumultuare da non potersi descrivere. Essendo gli sguardi di tutti volti al palazzo, vi fu un momento che la saltante gragnuola cadde sì spessa da togliere del tutto anche quella vista. L'ansia, l'impazienza, l'aspettazion del popolo era indicibile, e il vasto suo fremito veniva solo coperto da quello della natura, la quale pareva avesse voluto espressamente sceglier quest'ora a prorompere così, perchè non sembrasse di soverchio monstruosa la violenza di quelle estreme passioni onde in quel punto avevano ad agitarsi umani petti.
Allorchè la carrozza della Ginevra passò sotto l'androne del palazzo ducale, da tutti quegli ufficiali, e caporali, e soldati che in gran numero si raccoglievano sotto agli atrj e nelle stanze a terreno, da principio si credette, quantunque paresse strano, ch'ella avesse voluto riparare colà per essere stata colta improvvisamente dal mal tempo. Per ciò avvezzi qual'erano i più a prendersi facilmente trastullo di tutto e di tutti, com'è costume di tal gente, si fecero intorno alla carrozza per trovare qualche argomento di risa e di beffe. Se non che al primo affacciarsi della Ginevra allo sportello, in tutti sorse un sentimento uguale che comandò il rispetto, o qualcosa di somigliante. Nell'entrare, ella aveva tentato ogni sforzo per ricomporsi alla meglio, ma non ci era riuscita in modo che altri non potesse accorgersi del disordine in cui trovavasi, e del molto pianto che avea versato; per la qual cosa, fra quella moltitudine d'uomini d'arme nacque gran curiosità di sapere chi fosse e cosa volesse.
Ma quando le si raccolsero intorno per parlarle ed ascoltarla, la confusione, onde la Ginevra venne assalita nel trovarsi in mezzo a tali uomini, di cui sospettava e temeva i liberi costumi, fu così forte, che, per un istante almeno, superò lo stesso suo dolore. Sentiva, i bisbigli, le sommesse domande che l'un l'altro si facevano, vedeva i sorrisi da cui trapelava qualche segno di procacità, e ciò che più l'atterriva, udiva le lodi fatte alla sua bellezza.
La donna che l'accompagnava temeva più che mai onde le andava dicendo:
—Per carità, usciamo di qui; fuggiamo da questa gente!
Ma in quella un francese, accostandosi allo sportello:
—Signora, disse alla Ginevra, possiamo noi sapere se voi siete venuta qui per riparare dal mal tempo, o per qual altra cagione siate venuta?
—Davvero signora, le diceva un altro men riservato del primo, se siete corsa fra noi per ricovrarvi avete scelto benissimo il luogo; e, per s. Dionigi, non sarà mai detto che un gendarme francese siasi rifiutato a prestare i suoi servigi a una bella donna! Voi poi siete bellissima, e avrete a lodarvi assai di me e di quanti siam qui.
La Ginevra, a tali parole, non seppe vincersi così che non trapelasse di fuori l'indignazione onde tutta si accese.
Ma il primo francese, mettendo il guanto sulla bocca del compagno.
—Taci tu gli disse, e prima di far promesse, ascolta. Questa donna ha ben altro a pensare che dar retta a te e alle tue ciance.
Tali parole furono susseguite da varii sghignazzi e da qualche frase in lingua francese, colla quale pareva si volesse mettere in celia la cortesia di chi primo aveva parlato alla Ginevra.
Ma un vecchio caporale, alzando la voce:
—Chi fa ingiuria altrui, disse, la fa a sè stesso; però usiamo a questa donna i dovuti riguardi.
L'insolito esempio di costume gentile esibitoci da questi soldati, non ci faccia però supporre che dall'ultima volta in cui fummo in questo palazzo sia scomparsa, tra le soldatese del Lautrec, quell'atroce durezza di cui siamo stati testimoni. I poveri Milanesi ebbero a patire, in quegli ultimi anni, violenze d'ogni genere; ma ciò non toglie che fra tanti uomini solleciti di secondare il governatore ve ne fosse taluno di natura più rimessa e più generosa, e che colle parole e coi fatti biasimasse fors'anco il duro esempio dato dal Lautrec. In quel modo istesso che la boriosa e feroce rozzezza onde si segnalavano i baroni che stavano con lui non è indizio ch'ella fosse il marchio caratteristico di tutti i Francesi a quei tempi, come parimenti (per toccare di un fatto che già fu descritto in questo libro), e la viltà di quel giovane gendarme vinto in duello e schiaffeggiato dal conte Galeazzo, non può implicar quella dell'intera nazione francese, la quale invece, così allora come prima e dopo, sempre si distinse per la contraria virtù. Molto meno poi che l'autore di questo libro abbia voluto espressamente introdurre quel personaggio quasi tipo di tutta una gente. Per far ciò avrebbe dovuto rinunziare alle proprie convinzioni e a quella stima in cui sempre ha tenuto la gloriosa nazione, alla quale i destini furono tanto propizj; ma parimenti avrebbe dovuto rinunciare alla verità, se della dominazione francese in Lombardia a que' tempi lontani, si fosse sforzato di esibire un ritratto diverso di quello che in parte ne ha dato.
Ciò sia detto nel supposto che possa per avventura tornar necessario e, più che altro, perchè la l'opportunità ce ne fece invito. Seguiamo ora quel che più importa.
La Ginevra, dopo aver taciuto a lungo per la confusione in cui l'avean messa tanti uomini d'armi di cui temeva la procacità, confortata dalle savie parole del vecchio caporale e del gendarme che le stava allo sportello:
—Signori, disse, io non venni già qui perchè il mal tempo mi abbia spinta. Ho ben più crudele, tempesta nell'animo, e percorsi molte miglia a furia, per giungere in tempo e avere un'udienza dal governatore.
—Un'udienza del governatore? disser molti ad una voce maravigliando e guardandosi l'un l'altro a vicenda.
—Me ne rincresce, cara signora, disse allora il vecchio caporale, ma ciò vi sarà impossibile. Il governatore non ha mai concessa udienza a donna del mondo. Oggi poi la negherebbe a chicchessia, quando pure lo avesse in costume.
—Non v'è cosa più grave di quella per cui sono venuta; per ciò scongiuro voi tutti onde facciate che il governatore mi accolga. Io sono la moglie del marchese Palavicino….
Questo nome fece che il cerchio de' soldati che stava intorno alla carrozza si stringesse istantaneamente, e che tutti gli occhi si fissassero nel volto della Ginevra con un'attenzione e con un interesse intenso. Cessò ogni bisbiglio ed ogni rumore tra i soldati, e non s'udiva che l'infuriare della gragnuola e della pioggia la quale cadeva a rovesci.
La Ginevra stette un momento irresoluta; poi spinto lo sportello della carrozza, discese tenendo per mano l'ancella.
—Ditemi soltanto dov'è la stanza del governatore; io ci andrò senz'essere annunziata, così le sue furie cadranno solo su me che sono parata a tutto.
—È da due giorni e due notti ch'egli non esce dalla stanza dove giace vicinissimo a morte il diletto, l'unico suo figlio; però se taluno osasse recarsegli presso non chiamato, quel che avverrebbe di colui non vorrei che capitasse a me.
—Voi avete ragione di temer tutto. Io non ho a temer nulla, perchè, se non ottengo di parlargli vedete bene, non esservi cosa che più mi possa percuotere!
Le parole non erano che queste, ma l'accento, ma l'espressione, erano tali da costringere la pietà di chicchessia.
Allora vi furono taluni che, rivolti al vecchio caporale tanto quanto commossi:
—Non avete voluto, dissero, essere acerbo in principio, così ci avete messi tutti quanti in un terribile intrigo; perchè vi domandiamo noi come si avrà a rimandare costei….
—Signora, le disse allora facendosele più dappresso il vecchio gendarme, se io ho promesso che vi sarebbero usati i dovuti riguardi, potete star certa che non avrete a lamentarvi di noi, ma torno a ripetervi che quello di cui ci avete pregati, è affatto impossibile. D'altra parte, mi pesa a dirvelo, ma tornerebbe anche inutile. Vostro marito, io lo compiango, perchè chiunque si trovi in una così terribile condizione merita bene che gli si abbia qualche commiserazione, ma salvarlo! credetelo a me, non lo potremo, nè io, nè voi, nè nessuno, nè il governatore medesimo, quando pure il volesse; perchè il marchese sarà condannato dallaCameretta. E sono sessanta i decurioni che han voto, e il governatore non ha altro diritto che di segnarne due invece di uno; voi mi darete taccia d'uomo crudele, perchè vi tolgo d'un colpo tutte le vostre speranze; ma credete invece che ella è pietà, perchè bisogna bene che v'entri una volta l'ultima persuasione; e il passare di continuo dalle inutili speranze ai timori, e da questi a quelle, non fa che prolungare i tormenti.
La Ginevra non rispondeva parola, ma il tremito onde in quel punto fu assalita per tutta la persona fu ben più forte d'ogni risposta. La donna che le stava presso la supplicava di partire, ma ella, sempre tenendola per mano, dava segno di essere ostinata nel suo proposito di voler parlare al governatore.
Il conte Mandello e il Corvino non avean voluto darle a compagno nessun uomo che potesse prestarle qualche soccorso in tali momenti, pensando che la sua disperazione abbandonata a sè stessa avrebbe fatto più che altro. E si apposero in fatti.
Dopo alcuni istanti di silenzio:
—Potete crederlo, o signora, continuò il vecchio, che se ci fosse un filo, un sol filo di speranza, quantunque l'ira del governatore fosse tutta per prorompere su di noi, pure non temeremmo d'affrontarla.
—Signore, proruppe allora la Ginevra, s'egli è vero quello che mi dite, se non temete per voi, fate dunque ch'io mi trovi faccia a faccia col governatore; se questo mi si concede, s'io posso dire qualche parola a quest'uomo, per quanto sia terribile, pure io confido che cederà alle preghiere, perchè io non pretenderò già ch'egli abbia a rimetter tosto in libertà il marchese, mio marito: questo, forse, non sarebbe nella sua facoltà; solo io domando che protragga il giudizio, e che tutto rimetta al re. Allora io mi affretterò a Parigi ai piedi di Francesco; questo re è buono, e non permetterà ch'io abbia a morir disperata. So che laCamerettasi è già radunata, so che domani pronuncierà la sentenza; s'io non parlo oggi al governatore, s'egli non giunge in tempo a sospendere il giudizio prima che la sentenza sia data, vedete che tutto, tutto è perduto. Annunziatemi dunque, parlate a chi sta presso al governatore; quest'uomo avrà pure taluno che gli sarà più accetto degli altri. Raccomandatemi dunque a costui; per carità, fate quanto io vi dico!
Il vecchio caporale ascoltò tutto senza mai parlare, poi disse:
—Voi mi fate pietà…. ma quanto chiedete è troppo!… pure aspettate qui…. vado e torno. Non vi do nessuna speranza, anzi vi esorto a non attender nulla di buono; tuttavia qualche cosa dirò, non già a Sua Eccellenza, che vorrei piuttosto cadere in terra morto, ma a chi talvolta…. basta, aspettate qui.
E ciò dicendo si allontanò lungo i portici, e scomparve.
L'aspettazione che si mise nell'animo della Ginevra alle parole del vecchio caporale, si mise parimenti negli uomini d'armi che le stavano intorno, senza l'ansia però e quell'incertezza orribile che di minuto in minuto sempre più andava fiaccando le forze della sventurata moglie di Manfredo. Chiunque allora, senza sapere di che si trattasse, fosse entrato sotto ai portici del palazzo ducale sarebbe stato colpito dallo strano spettacolo.
Era un centinaio di soldati tra lancieri e archibusieri e spadoni e artiglieri, per la maggior parte de' più bassi gradi dell'esercito, e quasi tutti, per quanto indicava l'aspetto, tolti alle infime classi del popolo e con quella speciale durezza in aggiunta che suol dare il costume militare; e tutti costoro, ad onta di questo, bisbigliando sommessamente quasi per timore di farsi udire, stavan raccolti in largo cerchio intorno alla Ginevra, la quale subitamente colpiva e per la ricca semplicità delle vesti, e per l'aspetto in cui vedeasi la nobiltà trasparire dalla bellezza dignitosa e molle ad una, e pei segni dell'affanno e delle lagrime recenti; e con tutto quest'apparato di nobiltà, di bellezza, di mollezza, la si vedeva star là immobile, sebbene la pioggia, pel vento che imperversava, cadendo di traverso sin sotto ai portici, le avesse fatto ai piedi un lago d'acqua e l'avvolgesse di continua spruzzaglia.
Ma, per quanto fosse stata pregata di entrare in una di quelle stanze a terreno, non ascoltò mai parola, e sempre stringendo nella propria la mano della donna che stava seco, teneva intensamente rivolta la pupilla per dove era scomparso il vecchio caporale.
Questi intanto, recatosi all'ultimo piano del palazzo, bussò all'uscio di una camera; ne uscì un fante collo stemma francese ricamato sul giustacuore, il quale, vedendo il caporale:
—Se domandate di maestro Bonnivet, gli disse, è andato a vedere il figlio di Sua Eccellenza; ma tornerà presto per recarsi poi subito dopo a vederlo di bel nuovo, ciò che suol fare per cento volte in un dì, chè il governatore lo vuol sempre vicino e lo tempesta di continue domande e non gli lascia tempo di attendere a' suoi studj, per cui questi libri che vedete son quasi sempre aperti al medesimo foglio…. Se dunque volete aspettare aspettate, se no tornate presto. Ma s'udi in quella salire qualcheduno per la scaletta a chiocciola, la quale serviva di comunicazione tra la stanza del medico Bonnivet e l'appartamento di Sua Eccellenza.
—Forse è lui, disse allora il fante, e il medico Bonnivet comparve infatti. Un uomo più vicino ai sessanta che ai cinquant'anni, calvo, pallido, di fisonomia aperta, e vestito con tanta semplicità che quasi toccava la pilaccheria.
—Voi qui? disse al caporale con molta scioltezza di modi. Son forse ricomparse ancora le doglie antiche?
—Maestro, non vengo da voi per medicina, chè mercè la virtù vostra, a settant'anni, che tanti ne ho, io mi sento così forte da non aver invidia ad un giovane; ma venivo per tutt'altro: per un caso strano e doloroso, doloroso davvero.
—Di che si tratta?
—Mi spaccio in poche parole. Abbasso v'ha una donna che piange e si dispera e scongiura tutti quanti perchè la vogliano introdurre da Sua Eccellenza!
—Caro mio, converrà persuaderla e rimandarla.
—Fu il mio primo pensiero; ma questa donna è la moglie del marchese Palavicino, la figlia del signore di Bologna, la vedova del signore di Perugia…. e fate conto che il suo dolore è a tale estremo, ch'ella non sa più ove si trovi, e senza aver riguardo nè al suo rango, nè ad altro, è venuta quasi a gettarsi ai piedi nostri, che siamo poveri soldati, e rassegnata sopportò la beffa di chi al primo non l'aveva conosciuta.
—E cosa volete dirmi con ciò? Se fosse un dolor fisico io m'affannerei di trovarle un farmaco; ma così vedete bene, caro mio, per un tal genere d'angoscie io non ho che la mia compassione. E poi…. se fosse la moglie di tutt'altro…. ma il marchese Palavicino…. voi sapete….
—So tutto, e chi nol sa!
—Dunque…. chi volete voi che s'attenti di pregare Sua Eccellenza per questo giovane lombardo?
—Anche a ciò ho pensato io pure; ma quella donna infelice non cessava dalle preghiere e dalle lagrime, e non cesserà sì presto; ond'io dissi fra me: se in palazzo v'è un uomo che sia amato da Sua Eccellenza, è il maestro Bonnivet. S'egli trovasse mai il modo d'indurre il governatore ad ascoltare questa donna…. sarebbero tanti guai riparati…. perchè costei non mi par disposta ad uscire così facilmente di palazzo, ed io m'aspetto di vederla a cader morta sul lastrico del cortile, anzichè partirsi senza aver parlato al governatore….
—È un grave intrigo…. ma pur troppo non è modo a ripararvi…. tutt'al più verrò io stesso a veder questa donna, e farò di persuaderla.
—Maestro, non ci riuscirete, credetelo a me.
E senza più discesero e s'affrettarono là dov'era la Ginevra che aspettava.
I colleghi del caporale credevano ch'egli avesse voluto presentarsi al fratello del Lautrec, monsignore di Lescuns, dal quale potevasi forse sperar qualche cosa; perciò quando lo videro comparire col medico Bonnivet non seppero congetturare qual intenzione fosse la sua; ma la Ginevra che non lo conosceva, e in questa comparsa d'un nuovo personaggio trovò subito una speranza, si mosse istantaneamente, e loro correndo incontro:
—Signore, disse rivolta a Bonnivet, se voi siete venuto per esaudire la mia domanda io vi benedico. Fate dunque ch'io possa parlar subito al governatore.
Queste parole, che indicavano una viva speranza rendevano necessariamente difficile qualunque risposta che mirasse a distruggerla. E il medico Bonnivet contemplando la Ginevra, e vedendo sul volto di lei i segni d'una passione struggente, sentì i primi consigli della pietà mentre svanivano quelli della prudenza.
Allora più per profferire qualche parola, che per altro, tentò distoglierla dal suo proposito; ma tornando a prorompere la disperazione della Ginevra:
—Ebbene, disse, io non ho che un consiglio da darvi. Codesta vostra ostinazione ci metterà tutti in un terribile imbarazzo, chè voi non sapete qual furore egli sia, quando scoppia, quello del governatore, e in tali circostanze, ed oggi specialmente. Pure, quando tutti quelli che son qui lo consentano e le guardie che stanno nelle anticamere di Sua Eccellenza non vogliano, per amor vostro, aver riguardo a sè stesse, passate oltre, salite, entrate nella sala d'armi…. e colà fermatevi ad aspettare che per avventura passi il Lautrec; quand'io gli do qualche speranza sulla salute del suo figliuolo, egli, riavendosi qualche poco, suol recarsi ancora là a tentare le sue armi predilette…. Se dunque nel malato fanciullo v'è qualche indizio di miglioramento, se una speranza ci fosse realmente, se l'umore del Lautrec fosse men tetro del solito, se passando dove voi lo starete attendendo, la vostra vista nol conturba e non gli promuove il solito furore…. se tutte le circostanze insomma, per la bontà di Dio, avessero a concorrere in vostro soccorso…. potete sperare; ma v'avverto che sarà difficile….
Allora domandò a tutti gli uomini d'armi che s'erano avvicinati, se non avevano difficoltà nessuna di lasciare passar oltre quella donna infelice.
—Passi! gridò più d'uno. Sua Eccellenza non vorrà già farci impiccar tutti quanti, e le guardie che stan nelle anticamere possono benissimo gettar la broda su di noi. Passi dunque, passi!
La Ginevra, sempre accompagnata dalla sua donna, s'innoltrò allora pei portici e salì lo scalone…. La metà degli uomini d'arme l'accompagnarono curiosi di ciò che ne sarebbe seguito.
In questi momenti stavasi il Lautrec nella stanza del fanciullo Armando. Il medico Bonnivet aveva raccomandato il maggior silenzio possibile affine di conciliare qualche sonno al malato, e perchè il fracasso esterno non gli provocasse un sussulto di convulsione, aveva fatto chiuder tutte le porte.
Il Lautrec, in un canto della camera, in piedi, appoggiato colla sinistra ai bracciuoli di una gran seggiola, colla destra cascante, e la testa china, aveva tutta l'apparenza di un uomo che fosse sprofondato in un pensiero unico; ma realmente, più che la fissazione in un'idea, era la confusione di tante che gli aveva fatto prendere quella posa.
Avendo fìn dalla nascita dato indizio di una complessione debolissima, da più d'un anno malaticcio, il giovanetto Armando, preso alcuni mesi prima da tosse violenta e da febbre continua, non aveva potuto più sorgere dal letto, nè per quanti argomenti siensi adoperati, nè per quante consulte siensi fatte tra i più reputati medici d'allora che furono invitati anche da lontanissimo, non si potè mai giungere ad un risultato che desse qualche speranza di guarigione, e tutti convennero col medico Bonnivet sulla natura del male del giovinetto.
Nè per ciò nessuno stia a credere che questa sia stata una di quelle punizioni, onde il fato dava una volta le sue lezioni morali.
Il fanciullo, fin dalla nascita, portò nel germe il malore che doveva consumarlo, e ciò pur troppo sarebbe avvenuto quando pure il Lautrec con benefica mano avesse migliorata la condizione dei Milanesi e avesse lasciato qualche monumento di straordinaria virtù, e gli eventi si fossero intrecciati in modo che la duchessa Elena fosse stata moglie di lui. Ciò che la natura avea determinato era irrevocabile, e se la vita del Lautrec fosse corsa sempre tranquilla, a questo punto avrebbe provato il primo dolore.
Ma il Lautrec non la pensava così, e sebbene, per la durezza medesima della sua natura, men che la maggior parte de' suoi contemporanei, subisse le influenze della superstizione, pure vi andava soggetto anche lui, e tanto più quando l'anima sua s'inteneriva per qualche affetto straordinario.
Dal giorno che, partito o fuggito da Rimini, dopo quell'ultima e tremenda ora della sciagurata Elena, venne a Milano e trovò il figliuolo più che mai peggiorato, e poco di poi assalito dalla massima violenza del male, gli sembrò vedere in quel fatto qualcosa di fatale che lo spaventò…. e sentiva orrore di sè stesso ogniqualvolta, ritornando all'istante in cui trovossi faccia a faccia colla duchessa, si ricordava d'esser stato perplesso prima di ucciderla, per paura di spegnere due vite ad una; ma d'aver poi dimenticato il suo unico figlio pel desiderio della vendetta.
E un tetro rimorso venne a tormentarlo assiduamente, e le ricordanze dei dì trascorsi si risolvevano tutte in un ultimo e desolato pentimento fatto più straziante dall'impossibilità della riparazione. E non sapeva trovar riposo quando pensava all'inclemenza della sorte, la quale volle guidar gli eventi in modo, che le vittime del suo furore avessero ad essere gli oggetti medesimi della sua tenerezza.
Immerso dunque nel confuso turbine di queste idee il Lautrec, stato per qualche minuto in quell'abbandonato atteggiamento, alzò e volse la testa verso il letto dove giaceva Armando. Per quanto il malore avesse fatto esile ed affilato il viso di lui, pure non eran per nulla scomparse le tracce della prima beltà, ed anzi la lucentezza straordinaria che gli s'era trasfusa negli occhi, come avviene di chi è travagliato dal mal sottile, le comunicava, direi quasi, un carattere di essenza sovranaturale. Il governatore lo guardò a lungo, e un certo movimento tremulo, che continuò per tutto il tempo in cui stette guardandolo, era testimonio dello strazio che gliene derivava. Guardava poi, alternativamente, ora il figliuolo, ora un paggio che, seduto al capezzale d'Armando, teneva nella propria la mano di lui che dolcemente gliela abbandonava. Il medico Bonnivet aveva scongiurato il Lautrec perchè il giovine paggio fosse fatto allontanare da quel luogo, nel timore non gli dovesse, a lungo, riuscire funesta l'assidua dimora in quella corrotta atmosfera. Ma i pianti d'Armando, ma il volontario sagrificio del giovinetto paggio che, come avviene tra' fanciulli, aveva preso immenso amore al figlio del Lautrec, il quale altrettanto gliene portava, ma il torbido adombrarsi del governatore a un tale consiglio, lo aveva mal suo grado fatto desistere da ulteriori preghiere. Però, intanto che il Lautrec osservava quei due fanciulli, fermandosi qualche poco sul paggio provava un senso molesto di una pietà irresistibile considerando che mentre una salute rigogliosa aveva destinato quel fanciullo a vivere una vita lunghissima, sarebbe forse morto immaturamente anche lui, costretto com'era ad un sì funesto servigio.
Ma la caldura insopportabile che s'era tutta concentrata nella camera, per esserne state chiuse le uscite, e che al Laulrec rendevasi ancora più molesta dopo essere stato tanto tempo in quell'atteggiamento, e quasi senza respirare, gli fece sentire il bisogno d'uscire a passeggiare per l'altre camere. Di fatto, entrando allora il medico Bonnivet, per tentare qualche parola atta a produrre dei buoni effetti sull'animo di lui:
—Io esco, gli disse il Lautrec, esco a prendere altr'aria, che qui mi parrebbe di avere a cader senza fiato da un momento all'altro; nè comprendo come ciò non possa nuocere anche ad Armando.
—Lo strepito del vento gli nuocerebbe assai più, Eccellenza. Del resto, mi pare che oggi egli stia molto meglio del solito, ad onta del mal tempo sempre grave agli infermi, per cui se mai continuasse di tal passo….
—Vi sarebbero delle speranze?
—Purchè continui di tal passo, potrebbero anche diventar ragionevoli le speranze.
Il Lautrec, cosa insolita, presa la mano di Bonnivet:
—Io non confido che in voi! gli disse, e gettando un'altr'occhiata sul letto d'Armando, uscì.
Il medico avrebbe voluto continuare il discorso per disporre il Lautrec al nuovo incontro in qualche modo, o per vedere qual effetto sarebbe mai per produrre su lui la presenza della moglie di Manfredo…. ma giacchè se ne usciva spontaneamente, non volle trattenerlo di più, desiderando si risolvesse presto ogni cosa.
Le anticamere dell'appartamento del Lautrec s'erano intanto affollate di ufficiali dell'esercito accorsi alla notizia che la moglie del Palavicino era entrata nella sala d'armi per tentar di parlare al governatore. Nè, vinto il primo ostacolo delle guardie che stavano alla porta del palazzo e nei cortili, a nessuno, per quanto fosse strana la comparsa di una donna in palazzo, venne in mente di respingerla. Bensì taluno dei baroni, i quali, pel loro grado, convivendo sempre col Lautrec, lo conoscevano meglio ancora degli altri, non mancarono di far qualche rimostranza; ma il medico Bonnivet aveva informato d'ogni cosa monsignore di Lescuns, il quale dopo essere stato ostinato un pezzo, permise infine che la moglie del Palavicino tentasse quel mezzo al fine di parlare a Sua Eccellenza. D'indole più paurosa del suo fratello, e avendo avuto alcun sentore d'un sobbollimento popolare, non vide mal volentieri che al governatore si presentasse un'occasione per mostrarsi men duro del consueto, perciò comparso a tempo fra i baroni, acquetò ogni loro timore, dicendo che avrebbe preso sopra di sè tutte le conseguenze dell'ira di suo fratello.
Ma questo, uscito dalla stanza del figliuolo, e passeggiando d'una in altra camera, udì quel ronzio incessante che si faceva nelle anticamere, e s'intorbidò pensando che quel rumore potesse giungere anche all'orecchio del figlio, però, indispettendosi che gli si avesse così poco riguardo, nè sapendo dissimulare il benchè minimo soprassalto di sdegno, attraversò di volo tutte le stanze, e portandosi improvvisamente dov'eran baroni, ufficiali e soldati, proruppe, quando meno era aspettato, in un violento rabbuffo che costrinse tutti quanti al più profondo silenzio.
L'appartamento del Lautrec era diviso dalla gran sala d'armi, da quelle anticamere appunto dove s'eran fermati tutti i soldati. La Ginevra Bentivoglio era già entrata nella sala ad aspettare che la provvidenza gli mandasse il governatore men torbido del solito, ed era stata lasciata colà con tre o quattro guardie soltanto. La condizione di quella infelicissima donna era tale che, non trovando mai requie, ora si sprofondava in un muto abbattimento, ora tentava di sfogare l'immenso affanno parlando colla donna che tenevasi presso, ora prorompeva in lagrime e gemeva dirottamente, disperatamente. Volle dunque il caso che quando il Lautrec fe' tacer tutti coll'improvvisa comparsa e col violento rabbuffo, la povera Ginevra, più non potendo reprimere la passione che la rodeva e l'angore convulso, e quasi non ricordandosi più del luogo ove trovavasi, desse in pianti e in querele.
Per descrivere esattamente come si commosse il volto del Lautrec all'udire quella voce gemebonda, quella voce di donna principalmente; per descrivere le sensazioni che si dipinsero sulle facce di tutti, quando, udendo quel suono, si volsero al governatore, in attenzione di quanto poteva succedere, converrebbe esser stato presente. Le parole iraconde in cui il Lautrec era uscito alcuni momenti prima, erano indizio ch'esso versava allora nella più turbolenta agitazione dell'animo. Perciò, sebbene la pietà non fosse la virtù degli uomini colà raccolti, pure, ad onore del vero, convien dire che, dimenticando sè stessi, tutti si atterrirono pensando alle ingiurie, e forse alle violenze che avrebbe dovuto patir la donna infelice alla quale tutte le speranze venivan distrutte, se il Lautrec non ascoltava le sue preghiere. E quand'esso, dopo aver gettate qui e là delle torve occhiate, per cercar forse una spiegazione a quanto aveva udito, si mosse di slancio ed entrò nella sala d'armi, ciascuno si sentì quasi forzato a seguirlo, ma con quell'ansia paurosa onde si andrebbe a contemplar lo spettacolo d'una belva che bramosa si gettasse su chi non ha difesa.
Il medico Bonnivet, il quale aveva allora lasciato il letto d'Armando, e a vedere come si mettesser le cose era corso dov'eran gli altri, giunse appunto quando la moltitudine dei soldati s'affollava sul limitare della sala d'armi. Giunse e domandò che fosse?!
—Ahimè, gli diss'uno, se noi avessimo respinta quella donna, ingiuriandola, avremmo fatto il suo meglio, maestro; Sua Eccellenza è peggio irato che mai, e Dio sa cosa vorrà succedere.
Il medico si conturbò tutto quanto, e fece per entrare anche lui in quella che sentì un grido della Ginevra, e la voce nasale e prorompente del governatore.
Bonnivet si strinse nelle spalle, ma udì quasi subito tacere tanto il governatore che la moglie del Palavicino, e allora avendo potuto entar nella sala, vide il Lautrec nel mezzo che, immobile, teneva abbassato lo sguardo sulla figura della Ginevra, la quale stavale aggruzzata ai piedi come cosa colpita dal fulmine.
—Ditelo voi tutti a costei, gridò poi il Lautrec riscuotendosi improvviso, ditelo voi s'io potrò mai concedere una grazia a suo marito. Guardatela tutti, questa è la moglie del Palavicino, guardatela questa pazza, che viene da me a cercar favore pel suo tristo marito!
E tacque e sorrise, di quei freddi ed amari sorrisi peggiori d'ogni minaccia.
La Ginevra, fatta coraggiosa dalla disperazione, osò di alzare ancora gli occhi e di ripetere la sua preghiera.
—Io non chiedo la sua salvezza, no, tanto non chiedo, concedetemi solo che sia sospeso il giudizio, e che il re, il re solo pronunci la sentenza, e ch'io possa recarmi in Francia e presentarmi al re, al vostro buon re.
—Quando questo fosse debito mio, le rispose allora il Lautrec con una calma tremenda; quand'anche, negandovi quel che chiedete fosse per cadere l'ira del re sulla mia testa, ve lo negherei cionnullameno. Pensate poi com'io debba esaudirvi, quando è il re stesso che mi vuole inesorabile coi ribelli; cessate dunque, andate, lasciatemi!…. Lasciatemi!! replicò poi, e ruggì con un'asprezza spaventosa, sentendo ch'ella continuava a stringerlo alle gambe.
E la Ginevra si staccò infatti e balzò in piedi tutta tremante, e si gittò disperata tra le braccia della sua donna che piangeva dirottamente.
Il Lautrec guardò per un istante quel gruppo; tutti gli animi erano commossi, e qualche lagrima fu veduta cadere anche sulle rudi guance di più d'un soldato.
Ma tra quella folla si mostrò allora il giovinetto paggio, l'assiduo compagno dell'infermo Armando, e fermatosi un momento a vedere, scomparve poi subito, senza che nessuno ci badasse.
A questo punto eran dunque le cose. Il Lautrec aveva tentato di uscire, ma la Ginevra, sentendo che si allontanava, si staccò dalla sua donna e gli si parò ancora d'innanzi, e di nuovo gli si gettò ai piedi ritentando la preghiera. Non rispose questa volta il Lautrec, ma si vedeva ch'egli solo non poteva essere smosso in mezzo alla profonda commozione di tutti, e che forse sarebbesi lasciato andare a qualche atto atroce.
A questo punto il paggio, scomparso poco prima, ricomparì ancora, e aprendosi la via tra i soldati, gli si accostò e gli disse che Armando domandava di lui.
Sentir questo e sciogliersi violentemente dalle braccia della Ginevra, e sospingendola quasi a cadere a terra, uscire precipitosamente di là fu pel Lautrec un punto solo.
La Ginevra diede in un grido disperato e chinò la testa, come chi sentendosi mancare ogni forza, si abbandona all'onda che lo deve affogare. Tutti poi perdettero ogni speranza.
Ma il governatore, quasi già dimentico di quanto era successo, s'affrettava, nella stanza d'Armando, il quale, momenti prima, mentre stava per abbandonarsi al sonno, aveva sentito la voce minacciosa di suo padre, che trasportato dall'ira, com'era il suo solito, non pensò che poteva essere udito dal figlio.
Questi dunque, pel turbamento, perduto il sonno si mise a far qualche parola col suo giovinetto amico, quando, ad onta della distanza, gli giunse all'orecchio anche il grido della Ginevra. Debole com'era, pur tentò di alzarsi in sui gomiti e si mise in ascolto, ma non avendo udito altro, pregò il suo compagno perchè si recasse a vedere cosa fosse. Il paggio obbedì e corso nelle sale, vide e udì e domandò e seppe chi era la donna che pregava, e osservandola a piangere in così disperato modo, ne fu tanto commosso, tanto impietosito, che colle lagrime agli occhi era corso a raccontare ogni cosa al suo diletto Armando.
Grandi cose dipendono spesso da tenuissimi fili, e il fanciullo Armando, udito il fatto e commosso anche lui, pel sentimento che forse gli rendeva più squisito la natura stessa della malattia, ebbe un gentil rammarico nell'udire che il padre si comportava tanto atrocemente con una donna che pregava, rammarico che gli fece nascere il desiderio di parlare al padre, e di scongiurarlo a concedere la grazia ond'era supplicato.
Essendosi accorto d'esercitare un invincibile ascendente sull'animo di suo padre, e per questo sperando di esser esaudito, disse al paggio la propria intenzione, e quegli s'affrettò tosto per dire al Lautrec che suo figlio lo chiamava.
Fu una semplice combinazione, ma egli è appunto per queste che avvengono di strane cose quaggiù.
Quando il Lautrec entrò, e vide il figliuolo che si sosteneva in sui gomiti e aveva sulle guancie affilate un vivo rossore forse per la fatica che faceva, fu pago di quell'apparenza, ed accostatosi al letto gli domandò cosa volesse.
—Voglio, disse allora subito Armando colla cara sua voce argentina, sebbene tanto quanto velata, voglio che tu esaudisca quella povera donna che di là piange con tanta passione e si dispera.
Il Lautrec si rannuvolò e:
—Chi ti ha detto?… e gettò una torva occhiata sul paggio che sgomentato si ritrasse….
Ma la paura si mostrò anche sui lineamenti di Armando, il quale non era uso a veder suo padre torbido così, onde rannicchiò il collo esile nelle scarne spallucce con quell'atto di chi si vuol schermire.
Odetto accortosene, sentì un súbito intenerimento, un rimorso e appianò la fronte e fu sollecito di confortare il fanciullo, il quale accortosi dal canto suo della commozione paterna:—Padre, continuò, se tu vuoi ch'io guarisca, fa che quella donna cessi di piangere. Io soffro, o padre, io soffro assai: fa dunque che quella donna cessi dalle pene…. e finiranno anche le mie. Il Signore mi ha fatto sentire una voce che mi consiglia una tale pietà: il Signore mi ha messo in cuore la persuasione che da un atto di pietà soltanto potrà nascere la mia guarigione e la tua contentezza.
Il Lautrec stupiva nell'udire il suo figliuolo ad esprimersi in modo ch'era fuori affatto dell'ordine di fanciullo. Stupiva e intenerivasi sempre più, e cominciando a sentire nell'animo un violento contrasto e un timore superstizioso, accorgevasi già di non poter negare ad Armando quanto domandava; ma, cosa stranissima a dirsi, mentre sentendo sull'anima il dominio di una forza invincibile, guardava al paggio ancora atterrito, provava per quel fanciullo che sempre gli era stato carissimo, qualcosa di somigliante all'odio, nella convinzione che fosse stato lui a promovere la preghiera d'Armando. E mentre poi cercava persuadersi che la loquacità intempestiva d'un fanciullo aveva promosso un infantile capriccio, non sapeva però svincolarsi dagli arcani auguri, e dai vaghi timori, e dalle superstiziose idee, così che non desse a quel capriccio l'autorità di una voce fatale da cui era costretto a far ciò che non voleva. Fu dunque nell'intimo del suo cuore una furiosa lotta di qualche momento, dalla quale si sciolse colla deliberazione di esaudire in tutto e senza por tempo in mezzo, e quasi con religiosa sollecitudine, la preghiera della moglie del Palavicino.
Trasse dunque al campanello. Il primo che comparve fu il medicoBonnivet che si avvanzò riguardoso e temente.
—Donde venite? gli chiese il Lautrec, con cupa severità.
—Dalla sala d'armi, Eccellenza.
—Quella donna…. è là?… non è ancora partita?
—No, Eccellenza, ed a nessuno è riuscito di persuaderla ad uscire.
—Ma chi, per l'inferno, lasciolla entrare? chiese allora prorompendo il Lautrec; ma fu una fiamma che subito si spense, e tornò alla sua cupa severità.
—Sentite, disse poi, e ciò dicendo gettava una occhiata sul letto del figliuolo; sentite…. andate là…. dite a quella donna…. ditelo a quanti son là…. già m'accorgo che eran tutti contro di me e che colei fu ajutata da altri (e diede in un nuovo impeto d'ira che di nuovo si spense), dite dunque a quella donna che le concedo la grazia, che vada in Francia, che parli al re. Questo fanciullo lo vuole. Andate, che ringrazi questo fanciullo.
Bonnivet uscì attonito dalla stanza. Il Lautrec si gettò a sedere accanto al letto del figlio, e guardandolo con una tenerezza ineffabile:
—Sei contento ora? gli disse, e tacque e si sprofondò ne' soliti pensieri.
Alcuni momenti dopo, udendo rumore di passi nelle camere vicine, si alzò per vedere che fosse, ed affacciandosi alla porta s'incontrò nella figura della Ginevra, la quale si precipitò nella stanza.
Il volto di lei aveva subito un trasmutamento indescrivibile, e l'occhio le scintillava di gioja che parea diffondersi in raggi. Confidando appieno nella clemenza del re, teneva salvo ormai il suo Manfredo; per ciò, come udì che tutto era dipenduto dal figlio del governatore, domandò di esser condotta a vedere, a ringraziare, a benedire il fanciullo.
E questo, appena vide la Ginevra, fece uno sforzo, tentò alzarsi e le sorrise. Ella le si gettò al capezzale e lo coprì di baci e di benedizioni, e volgendosi improvvisamente al Lautrec;
—Questo vostro figliuolo vivrà lunghissima vita! gli disse. Parole che furono pronunciate in modo, da far credere uscissero dal labbro di chi avesse il soffio della profezia.
—Io ne sono certa come se lo tenessi dal cielo, continuava poi, dal cielo che intensamente, continuamente pregherò, per la salute, per la felicità di questo caro angelo!
E ciò dicendo si disciogliea in lagrime, onde bagnava la faccia del fanciullo, che l'abbracciava piangendo. A queste tenerissime espansioni di pietà di gratitudine, di simpatia ineffabile, rispondevano intanto i singhiozzi del paggio, il tenero compagno d'Armando; ma, ciò che più colpiva, era il pianto che scorgevasi anche negli occhi gonfiati del Lautrec….
Durante il tempo in cui succedette nel palazzo quanto abbiam raccontato, il turbine continuò al di fuori quasi sempre colla stessa violenza, onde la moltitudine che impaziente stava accalcata sotto al Coperto dei Figini non potè mai spandersi per la piazza, nè accostarsi al palazzo. Non appena però la gragnuola cadde più rada, qualcheduno più degli altri ansioso attraversò la piazza a corsa, credendo, recandosi più presso alla Corte, di scoprir prima e più facilmente quanto succedeva di dentro. Così l'esempio fece imitatori, e in breve tutto lo spazio che sta innanzi al palazzo fu gremito di popolo, il quale pel molto tempo trascorso, messosi in forti sospetti, cominciò a dare in qualche grido minaccioso. Le sentinelle francesi avvezze a far violenze d'ogni maniera, e per nulla timorose, cominciarono dal canto loro a bravare la folla ed a rispondere alle sue minacce con altrettante, quando corse la voce che il governatore aveva esaudite le preghiere della moglie del Palavicino, la quale sarebbosi tosto trasferita a Parigi per parlare al re. Una tal nuova spense istantaneamente ogni ira, nel popolo per un senso di gratitudine che dominò sui lunghi rancori, nelle sentinelle per la naturale maraviglia.
In breve essa giunse anche all'orecchio del Corvino e del Mandello, i quali non seppero prestarle fede a tutta prima; ma nel súbito raffreddamento della moltitudine videro che i loro provvedimenti erano stati indarno. Fu vantaggio? fu danno? più probabilmente fu risparmio d'inutile sangue, chè quanto aveva a succedere era irrevocabile!
A questo punto, sebbene molti fili ancora sparsi parrebbero domandare altro cammino, pure abbiam fermo di prender commiato dal nostro lettore; che i capi di quelli non si potrebbero annodare altrimenti, che uscendo fuori del circolo assegnato dai destini all'opera del nostro protagonista. Così potessimo anche sul conto suo pretermettere le ultime notizie, tanto sono esse contrarie a ciò che poc'anzi ne pareva promesso!
Il conforto generato dallo spettacolo di un'angoscia estrema repentinemente mutata nell'estrema gioia, e d'una crudeltà mostruosa costretta, per la malìa di un amore forte come l'istinto, a conceder ciò che anche la naturale clemenza forse avrebbe dubitato d'accordare; tutte le emozioni, che, staccandoci poc'anzi dalla moglie di Manfredo e dal governatore Lautrec, si suscitarono in noi, al risolversi inatteso di tante ansie, non si vorrebbero più distruggere, e l'anima prova quasi un bisogno di soddisfare finalmente ai tanti desiderj nodriti, ai tanti voti fatti lungo il disastroso viaggio. Per ciò, lo ripetiamo, vorremmo aver finito, anzichè rompere a' lettori la loro aspettazione con un contrapposto estremamente crudo. Ma essendo costretti a non dissimulare il vero, faremo almeno come chi, recando infauste nuove, tenta un giro alle parole, il quale, senz'essere mendace, non riesca straziante, Per qual fine accenneremo a' fatti e nulla più, senza descriverli, senza pesarli, senza narrarli, quasi fuggendo.
Allorchè dunque la Ginevra s'affrettava verso la Francia, e il conte Mandello, uscito da Milano coi soldati che vi aveva condotti, riducevasi di bel nuovo a Reggio e pieno di speranza per la notizia del trattato conchiuso finalmente tra Leone e Carlo; negli ultimi giorni del giugno di quest'anno, morì il figlio del Lautrec. Le parole pronunciate dalla Ginevra nell'impeto della sua gratitudine non ebbero la virtù di arrestare i guasti di un malore invincibile, e il funesto avvenimento un altro ne trasse seco. Il giudizio dellaCamerettastato sospeso si ricominciò, e il marchese Palavicino fu condannato.
Precedendo di molti anni la caparbia volontà di quel governatore spagnuolo che distrusse un decreto del suo sovrano, il Lautrec non tenne conto di quanto il suo re avrebbe per avventura concesso alle preghiere della moglie di Manfredo. Disperato e furente, non volle esser il solo colpito dalla sventura, e della sua disperazione fece sugli altri pesare i tremendi effetti,
L'antivigilia del giorno di s. Pietro, Manfredo Palavicino, al cospetto di pochi spettatori sbalorditi e muti e invano pietosi, dalla torre del castello fu condotto al patibolo, dove finì la vita generosa e infelice senz'aver potuto compire quanto aveva incominciato.
Forse per ciò la storia mostrò poi di non avergli gran riguardo, e mise il suo nome in fondo al numeroso elenco di tanti che men di lui avevano diritto alla gratitudine de' posteri.
Ma appunto per questo ci siam seco accompagnati negli anni più operosi e più calamitosi della sua vita; che delle ingiurie patite dai Milanesi e prima e dopo la giornata di Marignano fu desso che preparò le vendette consumate di poi alla battaglia della Bicocca, per la quale chi aveva per tanti anni conculcata la Lombardia fu costretto a cedere il luogo al suo duca naturale.
Nel far poi, in quanto potevasi, il ritratto de' tempi in cui visse il Palavicino, abbiamo avuto l'animo ad altri fini che non diremo qui; perchè delle cose sparse in tutto uno scritto è inutile anzi è ridicolo affannarsi di mostrar la ragione all'ultima pagina, se il lettore, anche tra il sonno e la veglia, non seppe coglierla da per sè, quando teneva il libro fra le mani.