SUPREMO GRIDO.(LA CASA).
He sinks into thy depths with bubbling groan,Without a grave, unknell'd, uncoffin'd......(Byron — CLXXIX).
He sinks into thy depths with bubbling groan,Without a grave, unknell'd, uncoffin'd......(Byron — CLXXIX).
He sinks into thy depths with bubbling groan,
Without a grave, unknell'd, uncoffin'd......
(Byron — CLXXIX).
S'erano seduti in terra lungo un muro che proiettava nel cortile del vecchio forte veneziano una larga lama d'ombra violetta. Era quello il posto che nelle ore di riposo essi occupavano d'abitudine da quando s'era iniziata la seconda estate della loro prigionia. Di fronte a loro, nelle massicce mura patinate dal tempo, s'apriva tra due spigoli uno spiraglio bianco di case di Sebenico, addossate in lontananza alla collina di San Giovanni e sormontate dal campanile d'una chiesa di cui ignoravano il nome, ma che essi guardavano spesso.
Stormi di corvi vi volteggiavano al sole esercitando i piccoli al volo tra i due edifici contigui. Le loro grida rauche, piene d'incitamento e di gioia, vi risuonavano forte, con risonanze da caverna, come di notte vi si ripeteva il lamento tragico delle civette. E ciuffi d'erba scura, erba da rovine e da sepolcri, dall'aspetto riarso, ma sempre viva d'una vita acre succhiata alle pietre, vi pendevano inerti.
In quelle ore l'antica fortezza si vuotava tutta delle centinaia di soldati croati e bosniaci che la presidiavano, raccolti in piazza d'armi, di là dagli spalti, da un vecchio maggiore azzoppato sul Carso da granata italianae che poteva così chiamarli bestie per due ore al giorno.
Nulla s'intravedeva della duplice serie di baionette, nè delle complicate chiusure con cui l'uomo ama circondare l'uomo che gli cade in mano al buon tempo della guerra. E un silenzio pigro di convento gravava tra quelle rudi mura di violenza che sonnecchiavano al sole col sonno bieco delle fiere che è riempito da visioni di ferocia.
S'erano seduti tutti e quattro quasi in posizione identica, eretti sulle reni per un'abitudine di fierezza acquistata in presenza dei loro carcerieri. Il loro occhio, spento da una rassegnazione non più scossa ormai da alcuna rivolta, si fissava a mezz'aria su quei punti immaginari che la tristezza dissemina nello spazio avanti a chi soffre, concentrando come in un fuoco di lente ogni suo pensiero.
Forse da questi punti i raggi visivi della loro memoria si aprivano in là, traversando mura, terre e mare fino a riprodurre, come su uno schermo lontanissimo, la scena tragica che aveva nettamente separato il corso della loro esistenza e che rivedevano sempre. Il «Turbine», il loro cacciatorpediniere, era lì, come in quel giorno, al centro d'un vasto quadro azzurro, fermo, mezzo sventrato, lasciando sfuggire sangue, vapore e nafta dalle sue lamiere aperte, rantolando come bestia esausta e già inclinata per morire, in una di quelle strane posizioni d'agonia delle navi che precedono la loro lenta discesa verso le braccia protese dalle alghe.
Il mare, cosparso di rottami, brulicava di naufraghi lordi di nafta, e presi tutti dalla tosse convulsa che questo liquido micidiale produce, aizza, esaspera cercando i bronchi ed avvelenandoli.
Essi pure erano in mare, come gli altri, tossendocome gli altri. Quattro grandi cacciatorpediniere nemici si aggiravano intorno, fieri della facile vittoria e gridando al povero scafo, già quasi sommerso, d'arrendersi. Ah! arrendersi! Essi rivedevano il gesto disperato che accompagnava le parole frementi del loro comandante: «Non ho più nemmeno un colpo di cannone per rispondervi!...» mentre l'acqua gli saliva attorno e un getto enorme di vapore sibilante lo avvolgeva. Poi seguiva come in un sogno la scomparsa d'ogni cosa, tra muggiti, rantoli e ingurgiti: la sparizione della bandiera come in un cofano infrangibile, suggellato dall'azzurro in eterno... E si ritrovarono acciecati, storditi, ansanti, sul ponte d'una nave nemica, senza sapere come, guardati con occhio di possesso da gruppi di uomini d'un'odiata nazione che li scrutavano come bestie e bestialmente si rallegravano della loro vista.
Prigionieri! La strana parola! Ventiquattro ore prima, quando il loro Paese era ancora in pace, essa sarebbe sembrata loro una di quelle parole disusate e antiche alle quali non corrisponde più nessun significato: ora essi se la ripetevano senza fine, colpiti dal doloroso stupore d'esser proprio loro a darle corpo e realtà in così breve tempo. E per la prima volta nelle loro anime semplici, passò quella sensazione nata dal fermento dei cervelli resi ottusi dalle più acute angoscie: la cosa che non corrisponde più alle sillabe da cui è definita: lo stacco tra la voce, cosa effimera e volontaria, variabile da nazione a nazione, dalla sofferenza, che è retaggio imposto ed eterno, uguale per tutti.
Prigionieri! Chiusa minaccia d'armi intorno a sè, interrogatori da Inquisizione nei quali ogni domanda è tenaglia pronta ad abbrancare la voluta risposta anchedalla viva carne, e un pane straniero gettato col gesto di chi getti alla fogna del cibo guasto: e poi quella strana e persistente sensazione fatta di stupore, rimorso e vergogna da cui nasce come un timido silenzio... come l'attesa continua d'una condanna...
E si raffiguravano il cacciatorpediniere che li aveva raccolti, fuggire verso la sua tana insieme ai suoi compagni, mentre essi, stringendo un pezzo di pane austriaco tra le mani convulse e sudicie di nafta, si domandavano come mai non fossero morti. Poi riavevano la visione della costa nemica, che s'avanzò verso di loro, tetra, alta, montuosa, fatta per prendere e chiudere uomini e maledizioni; e che se li prese e li chiuse, infatti, preda e ludibrio, vivi.
Ed essi certo si rivedevano giungere proprio in quel cortile, quando da ogni porta, da ogni finestra, folle di visi ossuti e biondastri apparivano, fissati da un ghigno di gioia selvaggia risalita al sommo della razza dalle sue antiche origini bestiali, come un subitaneo flusso di schiuma velenosa, sempre pronto a ribollire nel suo sangue.
— Turbine! Turbine!... — e il nome della loro nave morta, letto sui loro berretti, riecheggiava come un grido di antiche orde barbariche, all'inizio d'un lungamente atteso sterminio nella carne latina, finalmente vinta... — Turbine! Turbine!
Da quel momento s'infiltrò nella loro volontà un torpore che non avevano provato mai e che distrusse subito ogni loro energia.
— «Taljani!»... «Katzelmacher!»... «Welsche»... — questi erano i loro nomi: e così venivano interpellati quando si voleva comandare loro qualche cosa. E siccome nessun popolo sa chiudersi più del nostro, quando voglia, in un più cupo silenzio, essi daquel momento non parlarono quasi più, e nemmeno tra loro, perchè pareva loro che, avendo assistito al peggior momento della vita di ciascuno, essi non avessero più nulla da dirsi... Così; un silenzio estatico come quello d'ora.
Ah! come il grido dei corvi esprimeva bene la disperazione che giorno e notte, senza sosta, li mordeva... — il corvo, il lugubre uccello che la guerra imbaldanzisce e satolla: la forma nera librata a mezz'aria sui caduti e che l'immaginazione colloca sul cammino dei fantasmi...
E se ora la lontana campana della chiesa di Sebenico interponeva di tratto in tratto qualche squillo argentino, no, non era per loro il suo linguaggio di pace. Era troppo lontana: troppo soverchiata dalle grida di morte... Ad essi non diceva nulla.
... Ed il loro occhio non si distoglieva da quei punti a mezz'aria, dove tumultuavano le visioni del loro dolore...
Così, come tutti i giorni, alla stessa ora...
Erano ancora vestiti coi loro abiti di bordo che indossavano in «quel» giorno. I camiciotti dal largo colletto azzurro, benchè logori e ricuciti qua e là con grossi punti inesperti, erano tuttavia puliti per lavature periodiche che tutti e quattro ripetevano come a bordo e durante le quali essi restavano quasi nudi. Ma la tela, nonostante tutte le lavature, conservava ancora le giallastre roseole della nafta, il sangue delle navi, la cui tenacia, simile a quella del sangue degli uomini, non si vince: traccie sicure di catastrofi e di delitti. Iloro galloncini di lana rossa, s'erano poco alla volta sbiaditi, come se ormai, avendo perduto significato e prestigio, fosse del tutto inutile mantener più qualsiasi risalto. Così anche i loro «distintivi di categoria» erano quasi spariti dalle maniche; ma resti di cannoni, eliche e torpedini, trapunti e riaccomodati con le estreme risorse dell'ago e del filo, persistevano ancora e valevano a dare un ricordo di ciò che fossero i quattro prigionieri italiani quando i loro galloni erano rossi e vivi.
Due cannonieri scelti: un fuochista: un torpediniere palombaro. Liguri i due primi; siciliano e romano gli altri; e in quattro formavano appena novanta anni.
Tra loro ogni differenza di carattere regionale era da lungo tempo sparita e volta per volta acquistava una maggiore importanza, della durata di qualche ora, chi tra loro avesse ricevuto una lettera dall'Italia. Le poche righe sopravvissute alle lunghe cancellature e ritagli della censura austriaca erano allora rilette a tutti come proprietà comune, così com'erano a poco a poco divenute comuni le parentele e reciprocamente famigliari i nomi di chi loro scriveva. Era l'Italia che inviava la sua parola attraverso l'Adriatico: e siccome la corrispondenza degli umili ha una sua costante uniformità di espressioni e di frasi, questa parola era per tutti identica e bene appropriata alla natura di tutti.
E come per un tacito accordo di cui non potevano precisar l'origine, ma che rispondeva a un'oscura necessità di sentirsi ora meglio uniti e più alti nella scala dell'italianità, essi, che durante la loro vita di oscuri popolani e di marinai appena distinti da numeri, avevano sempre parlato il loro dialetto, lo avevano a poco a poco abolito, correggendosi a vicenda nei passitorbidi e accettando senza sorrisi i più irsuti strafalcioni derivati da sforzi mentali, non sostenuti che da vaghi ricordi delle scuole di bordo.
Così chiamavano «brotaglio» l'ibrida zuppa nerastra che veniva loro data in pasto a mezzogiorno, e «strocoto» — ostrogoto — lo sciancato maggiore comandante della fortezza.
Ed un giorno che uno dei loro carcerieri aveva gettato loro del pane legnoso, sghignazzando: — Brot... ansgezeichnetes brot, meine katzelmacher!, — Pane! di pane, mascalzone — gli aveva risposto uno di loro, il torpediniere palombaro romano, fissandolo in maniera tale che l'altro aveva levato il calcio del fucile a mezz'aria, pronto a colpire. Ma lo sguardo italiano non s'annebbiò, non s'abbassò: e il calcio lentamente ricadde.
— Pane! Buono pane! — disse l'austriaco, pallido nel volto e nell'anima.
* * *
La lama d'ombra s'era ristretta. Nello spiraglio delle mura, aperto sulle lontane case di Sebenico, i corvi erano a poco a poco spariti, rintanati dal sole troppo cocente.
Ed ecco che ad un tratto i quattro prigionieri ebbero come un simultaneo sussulto e distolsero insieme lo sguardo dalla ridda delle loro visioni per guardarsi stupiti l'un l'altro, mentre i corvi risgorgavano fuori dalle vecchie mura per riempire di strida il cielo.
— Avete sentito? — disse uno a bassa voce, e continuando a tendere l'orecchio come facevano gli altri.
— Altro che! Un rombo...
— Cannone?...
Cannone? L'ultima voce della loro vita libera:la voce della speranza. Qualche nave della patria era dunque vicina? Libera dunque di solcare l'Adriatico e sfidare il nemico nei suoi stessi recessi? Nella rapida successione delle idee, l'ansia dei loro volti si tramutava in uno stupore gioioso che inarcava loro le sopracciglia e schiudeva loro le bocche così come i bimbi accolgono una lieta, inaspettata notizia.
— No — disse ad un tratto il torpediniere palombaro rispegnendo la sua espressione nel primitivo concentramento. — Troppo cupo! Troppo lungo... Mina o siluro...
— E come mai, mina o siluro? — gli domandarono i due cannonieri come rinunciassero malvolentieri ad una ipotesi che si riferiva a un loro antico dominio.
— Non so: ma le conosco queste esplosioni, io: mina o siluro, vi dico... del resto...
Ma alle strida dei corvi s'aggiungevano ormai voci umane altrettanto rauche e repentine. Da uno degli androni bastionati che attraverso un'arcata davano accesso alla fortezza, ritornava dalle esercitazioni di piazza d'armi un folto drappello di soldati a righe rotte, gesticolanti e vocianti. Certo qualche cosa era avvenuto laggiù, verso il mare: qualche cosa a cui essi avevano potuto da lontano assistere e che ora cercavano descrivere l'uno all'altro.
Selvaggi di razza, essi ripetevano i gesti ingenui dei primitivi della terra e cercavano, come loro, tradurre con grida monosillabiche i punti culminanti delle loro impressioni. E si vedevano braccia sollevarsi in alto a figurare altezze, o rigirarsi a descrivere ricadute d'acqua e vortici: gomiti spinti con uno scatto all'infuori, forse dinotavano squarci; e nel vocìo confuso della loro massa in fermento s'interponevano le imitazioni della detonazione, protratte in muggito o sincopateda quella mossa sporgente della bocca che serve all'uomo come complemento di descrizione terrifica.
Sorti in piedi, i quattro prigionieri videro questa folla agitata dilagare nel cortile e suddividersi in rivoli grigi verso le varie scale che conducevano alle camerate superiori, mentre tra le chiuse mura si diffondeva l'acre odore della perspirazione umana misto a quello più lieve dei prati riarsi dal sole.
E un gruppo passò vicino a loro, alla cui testa era un sergente, uno di quei tipi che alla nostra natura latina più specialmente ripugnano, perchè nelle mascelle squadrate, nel piccolo occhio grigio, nel pelame biondastro, nel cranio appiattito e nella rozza ossatura sembrano portar scolpita l'idiota ruvidezza e la tracotanza bestiale di una razza a noi eternamente ostile.
Sghignazzava l'uomo, rivolgendosi ai suoi che lo seguivano e che assentivano col sorriso untuoso del subordinato, uguale in tutte le gerarchie.
— Ach! Ach! — esclamò costui, soffermandosi avanti a loro — Ein Italianisches Unterseeboot... Buuum! Buuum!...
La frase non venne compresa interamente. Ma la parola che conteneva le sillabe care del nome della loro patria si fece largo nel loro stupore, divenuto immediatamente angoscia per le risa della soldatesca accalcatasi intorno.
— Ein Italianisches Unterseeboot!... — ripetè il sergente scandendo le sillabe della seconda parola nella ottusa idea che ciò la rendesse comprensibile. E per aiutarsi meglio accennò con le dita ad una lunga forma affusolata che portava nel centro come un'asta, rappresentata da un indice volto in alto: il periscopio.
Il pallore è una cosa che si sente. Lo spasimo delcervello per un'idea troppo dolorosa ed improvvisa sembra fugare il sangue dal capo e costringerlo a correre in giù per comprimere il cuore. Allora si sente che il volto non è più che una maschera inerte, prima rappresentazione della morte: e quando le labbra sbianchite tentano ritrovar la parola, tremano, si contorcono e non vi riescono più.
Così i quattro prigionieri impalliditi, rimasero muti, ansando forte e contraendo le dita.
— Buum! Buum!... — Attorno a loro le braccia dei bruti, accennavano gioiosamente a squarci, a mostruose rotture, ad inabissamenti...
Così i quattro prigionieri, continuarono a rimanere muti, mordendosi le labbra, come per provare se ne potesse ancora uscire sangue, in una prova lunga, ostinata...
— Ach!... Ach!... Ach!...
Così, visto che il loro dolore appariva come un troppo crudele martirio, le risa attorno si elevarono di tono, divennero spasmodiche. Gli «Ach! Ach!» di gioia tedesca s'incrociarono con quei suoni gutturali che esprimono il tripudio croato. Le braccia levate in alto a rappresentare colonne d'acqua si stesero orizzontalmente per appuntire indici schernitori su di loro, come grinfie di demoni in una scena diabolica.
E così i corvi, aizzati dalle urla delle bestie-uomini, crocidarono più forte dall'alto, per giusta supremazia di bestie.
Sul tavolo del comandante marittimo di Sebenico s'ammucchiavano intanto i telegrammi. Dai semafori, dalle stazioni di vedetta disseminati nelle isole e lungola costa, ogni rivoletto della gerarchia risaliva verso la sorgente unica: Lui, il capo.
E benchè contenuta dall'ufficiale espressione «Melde gehorsamst» — annuncio ubbidientemente, — la gioia dei subordinati appariva evidente.
················
— Melde gehorsamst E. V. Ill.ma che ore 11 h 30 m. notata esplosione subacquea direzione... distanza... probabilmente dovuta urto sommergibile nemico su nostre mine... — Parlava il semaforo di Zmajan Grande.
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— Melde gehorsamst V. E. III. ma che ritiensi sommergibile nemico abbia urtato su nostro banco mine ore 11 h. 33 m. — Era il semaforo di Zlarin che s'aggiungeva.
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— Ore 11 h. 32 m. udita forte esplosione direzione banchi mine stop. Su mare distinguesi larga chiazza oleosa ed osservansi rottami alla deriva...
Così proclamavano le isole di Tiat, Provicchio, Lupac... Melde gehorsamst.
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Le voci delle rocce spiatrici, degli spiragli, dei nascondigli antennati, delle piattaforme annidate sulle creste dei monti si sovrapponevano e si soverchiavano sul tavolo, ciascuna spenta dalla seguente.
E ne venivano sempre, sempre, attraverso porte sbattute da piantoni affannati, accompagnate da squilli di campanello da ufficio ad ufficio, l'onore supremo che la burocrazia rende alle notizie liete, giunte nei suoi regni d'inchiostro.
Pure, lui, il capo, non condivideva affatto la gioia dei suoi subordinati e con l'occhio perplesso ora consultavaun piano di Sebenico che il suo giovane «Flügeladjutant» — l'aiutante di bandiera — aveva con reverenza estratto dall'armadio — «Geheinfach» — riservatissimo, per spiegarglielo sul tavolo, ora pareva interrogare l'imperiale e realeK. u. K.effigie del biancovestito Sovrano il cui volto decrepito, illuminato da un riflesso di sole, pareva sporgersi dalla cornice dorata, come se nulla dovesse andar perduto del suo sinistro sogghigno, sorgente inesauribile di cattolicissimaK. u. K.morte.
È sempre una spina in ogni felicità: altrimenti la gioia sarebbe un sentimento completo, il che è assurdo: il destino non dà di queste cose agli uomini. L'esame del piano di Sebenico insinuava a questo capo che il luogo dell'esplosione non era troppo lontano dal punto dove un grosso sommergibile austriaco rimaneva ordinariamente in agguato, e per suo ordine, dentro il dedalo di isole che costituisce la prima difesa dell'accesso al canale di Sant'Antonio. Ed il sogghigno del Sovrano, ora che il riflesso del sole si era spostato di lato su una regale spalla ossuta, dando sprazzi di rubino alla sua tracolla rossa, da cento rughe abbrunite gli diceva che la probabilità che il sommergibile ucciso non fosse precisamente nemico c'era. Il gran maestro di sciagura aveva per la sciagura un fiuto infallibile.
Allora una folata d'angoscia, nata a poco a poco ed ingigantita ad un tratto, gli fece vedere nel punto dell'esplosione non più cadaveri italiani a pezzi ed uno scafo sventrato, ma un cumulo di quesiti venuti a condensarsi lì dalla Superiore Cattaro e forse la propria promozione inabissata precisamente lì.
— A che ora — chiese al suo ufficiale — deve rientrare l'«U 22»?
— A mezzogiorno, Eccellenza.
A mezzogiorno. Quando quei giovani «Flügeladjutanten» avevano qualche cosa di spiacevole da dire, assumevano sempre un tono particolarmente incisivo — pensò Sua Eccellenza austriaca, sollevando lo sguardo sul grande orologio, che da una parete scandiva ilK. u. K.giorno, sotto la protezione di una aquiletta bicipite dorata. — E tanto più quando mezzogiorno era passato da una ventina di minuti...
— Telefoni subito al capo-flottiglia dei sommergibili e mi sappia dire se questo benedetto «U 22» è rientrato o no, o se almeno è stato avvistato dal semaforo di San Nicolò...
Nella sua voce era già un riflesso di quell'astio che la gente di mare, divenuta burocratica a terra, nutre per le navi che le procurano delle preoccupazioni. Uno strano fenomeno, difficilmente spiegabile ai profani del mare, fa sì che le ansie di coloro che sono a bordo non contano quasi nulla: il dovere di « quelli là» è di sbrigarsela da per loro, in omaggio a quel concetto di autonomia anche morale su cui è basata la vita di ogni nave. A ciascuno la propria volta: e chi si è guadagnata la terra, ha diritto di esser lasciato in pace da «quelli là» del mare.
Sicuro: «Que le bon Dieu protège — proclama un vecchio adagio marittimo — nous autres pauvres marins qui sommes à terre: pour ceux qui sont à la mer, qu'ils se débrouillent...».
Proprio così... «Qu'ils se débrouillent».
Ed il riflesso d'astio divenne addirittura stizza quando, rimasto solo, Sua Eccellenza fissò di nuovo il piano nel punto fatale.
— 52 metri di fondo! Ci mancava anche questo! Come si potrà fare a verificare laggiù, non sapreiproprio... Fossero 30 o 35 metri, meno male! Ma dove trovare un palombaro capace d'arrivare a 52?
L'imperiale e reale ritratto, interrogato di nuovo con lo sguardo, parve accigliarsi di più e rispondere soltanto con una contrazione più cupa delle rughe tragiche.
E quando il Flügeladjutant rientrò nella stanza, trovò il suo capo immobile, fisso coi verdi occhi ad uno sprazzo luminoso dell'argenteo calamaio.
— Niente, Eccellenza — disse. — Nè ritornato, nè avvistato. — Ma — aggiunse come per frenare il gesto di collera del suo superiore — il semaforo di San Nicolò informa che sono stati ricuperati alcuni rottami.
— Italiani... senza dubbio?
— Non si sa... Legnami, scheggie di armadi... E poi...
— E poi?
— Una gamba nuda, una testa con mezzo torace...
Nessuna sosta nella voce e nel dialogo.
— E non basta tutta questa roba?
— No, Eccellenza; non si può riconoscere nulla.
Allora il comandante marittimo di Sebenico ritrasse il busto dal tavolo e appoggiando il gomito destro al bracciuolo dell'ampia poltrona si accarezzò lentamente il mento, sollevando lo sguardo al soffitto. Era questo il gesto delle grandi risoluzioni.
— Quand'è così — disse — mi trovi un palombaro capace di lavorare in cinquantadue metri...
— Vostra Eccellenza — rispose allibito l'ufficiale — mi vorrà perdonare... Non credo che il Deposito ne abbia...
— Cerchi, faccia lei... Dica a mio nome al Capo di stato maggiore che mandi a tutti i comandi un fonogramma circolare...
— Permetta Vostra Eccellenza...
— Permetto che mi trovi un palombaro capace dì lavorare in 52 metri di fondo — interruppe freddamente l'austriaco capo alzandosi dalla poltrona ed indicando con ciò d'aver detto tutto.
E tre lunghi squilli di campanello propagati di ufficio in ufficio, annunziarono bentosto che Sua Eccellenza usciva per la colazione e che soltanto per un paio d'ore laK. u. K.residenza del comando marittimo di Sebenico restava senza cervello...
Nelle prime ore del pomeriggio tutta la rete telefonica e telegrafica della Piazza visse in fremito. Folate di «Urgente», «Urgentissimo», «Precedenza» e «Precedenza assoluta» si incrociavano negli apparecchi, spesso cozzando tra loro sullo stesso filo.
— Avete un palombaro capace di lavorare in 52 metri?
— Non ne abbiamo.
— Dovete averne. Eseguite più accurate indagini.
— Eseguite più accurate indagini di cui fonogramma V. E. odierno, N. ..., si conferma precedente risposta negativa.
················
— Inviate urgenza comando in capo palombaro capace lavorare in 52 metri. Si attende conferma.
— Interrogati palombari presenti riferiscono essere impossibile immersione in fondo superiore 35 metri.
— Fate appello perchè tentino.
— Dolente riferire appello negativo.
················
— Mandi subito comando in capo quel palombaro che secondo rapporto settimanale di codesto comando ha compiuto immersione a 50 metri.
— Dev'esservi errore di scrittura. Nella nostra minuta del rapporto settimanale figurano 30 metri e non 50.
················
Niente, niente, niente. La nervosità telegrafica e telefonica si propagava ai tavoli degli uffici, provocava gesti disperati, chiamate brusche, ripartizioni di lavate di capo giù per i rami gerarchici, finite col tremito rassegnato delle ultime foglie, ma il miracolo non si produceva e la costernazione ufficiale, col progredire delle ore diveniva sempre più fresante, sempre più cupa. E dell'«U 22» nessuna notizia...
— Come si fa? — si domandava angosciosamente il «Flügeladjutant», facendosi cerchio delle mani al capo, mentre con l'occhio smarrito contemplava i telegrammi negativi che continuavano ad accumularsi sul suo tavolo. — Come si fa?
—«Ma varda sti taljan del diavolo che ve deve procurar sempre gratacapi, anca quando se perde in fondo al mar!»— mormorava nel veneto-italico idioma usato da tutta laK. u. K.marina austro-ungarica, come immortale sottostrato d'un tedesco imposto. E siccome sul suo tavolo era anche un telefono tutto scintillante, gli parve che mille occhi di superiori, pieni di minaccie lucide, lo fissassero. E s'inquietò.
—«Sti fioi de can qua!»— esclamò con ira e battendo col pugno chiuso su una copertina gialla, dove la sapiente mano d'un segretario aveva scritto, tra svolazzi d'onore e di chiusura, le parole:
Gefangenenverzeichnis der Italianische Marine(nota dei prigionieri della marina italiana).
E come per colpirli direttamente del suo odio, aprì la copertina, percorrendo con l'occhio la breve colonna, dall'«Anselmi Giovanni, cannoniere», che l'iniziava, al «Zanetti Luigi palombaro», che ne chiudeva l'ordine alfabetico.
Nelle notti d'uragano più oscure, quando un altissimo vento addensa lo strato delle nuvole in corsa, avviene talvolta che da un improvviso squarcio balzi fuori la luna e tutto il panorama del cielo s'allieti e si illumini come la natura ritrovasse pace. Così il nome di Zanetti all'occhio dell'ufficiale s'accese di subitanea aureola, e carte, tavolo, ufficio, tutto gli apparve più lieto. Le minaccie scintillanti del telefono divennero blande carezze di pupille superiori.
L'orologio segnava un'ora di festa: le due e mezzo: l'ammiraglio doveva già essere ritornato al suo posto e non bisognava tardare un minuto di più a dargli la buona notizia, mettendo in valore ai suoi occhi la magnifica iniziativa. Ali diedero forza al suo scatto dal tavolo, alla sua corsa per i corridoi. E mentre i piantoni si chiedevano sorpresi se la colazione del giovane ufficiale non fosse stata troppo copiosamente innaffiata per qualche nuovo, immenso trionfo dellaMittel Europa, egli li sorpassava veloce ad uno ad uno lanciando all'aria un rinnovatoeureka:
—Gò trovà, gò trovà!
* * *
Il prigioniero entrò a passo lento e con la testa alta girando attorno uno sguardo tranquillo. L'antica aristocrazia della razza si rivelava naturalmente in questo popolano latino, i cui lineamenti non erano alteratida alcuna apprensione nè per l'improvvisa chiamata, nè per quanto gli potesse venir tra breve chiesto. Un latente ed intimo sentimento di superiorità, impreciso nelle lontanissime origini, ma fermo e forte come un'altra compagine ossea del suo organismo, non dava battiti ai suoi occhi, nè tentennamenti alle sue movenze.
E si fermò avanti al tavolo, attorno al quale tre ufficiali di marina erano seduti, aspettando in silenzio che gli venisse spiegato che cosa si desiderasse da lui.
Nell'ambiente militare austriaco non è ammessa alcuna cortesia di forma tra capi e gregari. Questi sono la massa incolore nella quale la distinzione dell'individuo è inutile. Il capo non parla, come da noi, ma ordina: e per questo la sua voce assume lo speciale tono imparato dai sotto ufficiali istruttori delle scuole, perchè per dare impulso alle masse umane filotedesche sembra necessario l'imitare per quanto è possibile il grido delle bestie.
Questa volta, invece, il tenente di vascello che primo diresse la parola al prigioniero, le diede un breve preambolo di sorriso:
— Xelo palombar lu?
E al cenno d'assentimento che gli rispose, fece seguire un «Ben» pieno di graziosa benevolenza.
— E — proseguì —fino a che fondo l'e capace lu de andar?
— Quando ero in esercizio potevo rimanere per circa mezz'ora in 30 metri... Ora non saprei...
I tre si guardarono l'un l'altro con uno sguardo allibito.
—Lu vol scherzar— riprese l'ufficiale stiracchiandosi i lunghi baffi biondastri dopo una corta pausa. —De questi palombar qui, ghe n'avemo anca noialtri abizzeffe. Mi son sicuro che lu pole andar benissimo in quaranta e anca cinquanta metri. No xe vero, eh?— disse rivolgendosi per consenso ai due suoi colleghi.
Gli risposero due brevi risa approvatrici della sua furberia.
—Perchè noi savemo che nela reale marina italiana i palombari xe reclutà tra i pescator de spugne e de corai... che xe l'ultima espression dei palombari...
— Prima dell'arruolamento io ero meccanico e non ho mai lavorato a più di trenta metri...
—Ben, ben, benissimo... Ma ghe xe st'affar qua... che bisogna andar in cinquanta... Xe una miseria in più, salo?
— Ma scusi: a far che? — disse il prigioniero mentre un poco di sangue gli saliva alle gote.
—Peuh... peuh! Xe una roba de niente. Se trata de calarse a veder lo scafo d'un sommergibile taljan che xe andà in malora sule mine stamatina, salo?
— Italiano?... — La parola venne ripetuta arrochita dalle sue labbra, come pervasa da veleno sprizzato su dall'anima per improvviso squarcio. Con un gesto meccanico delle dita egli strinse i lembi del suo camiciotto bianco, ripetendo ancora a voce più bassa, intercalata da pause, «italiano... italiano...», mentre chinava a poco a poco la testa come meditando.
Ma improvvisamente la rialzò e rallentò la stretta delle dita. I suoi occhi cupi si spalancarono, divennero tersi, fissarono dritti nelle iridi colui che gli aveva parlato e che lo stava ora contemplando con uno sguardo obliquo da volpe, sostenuto da un ghigno delle labbra: e, illuminati tutti da una indescrivibile espressione latina fatta di sodo buon senso e di logica ironia, divennero quasi sorridenti. Un punto: una cosa impercettibilenelle pupille, ma di una formidabile eloquenza.
— Se lei è così sicuro che il sommergibile sia italiano, che bisogno ha della verifica del palombaro?
I tre ersero il busto dalle rispettive sedie come per respingere sdegnosamente un'inaudita impertinenza.
—Gavemo qua— riprese il tenente di vascello, con un sorriso contorto —un certo carcer duro che xe fato aposta per insegnar un pocheto de rispeto ai lazzaroni italiani...
Qualche secondo di silenzio e di pallore: poi col semplice sporgere del labbro inferiore:
— Vigliacco! — gli rispose evidentissimamente il marinaio senza emettere alcun suono.
E immediatamente usò un'altra arma che in questo momento gli apparve ancora più acuta dell'insulto: la gioia.
— Ho capito — esclamò, mostrando la fila candida dei denti sotto i baffi neri. Vado subito dove lei mi comanda. Cinquanta metri? Vedremo... Farò quello che potrò. Non garantisco, naturalmente, il successo perchè da quelle profondità lì si può anche non tornare vivi...
—Certo!— l'interruppe l'ufficiale con un'indifferenza fatta di intenzioni. —Ma l'importante xe de rivar zò e de comunicar subito subito col telefono subacqueo quello che se potrà veder. Del resto sarem là anche noialtri, salo?
Un indice a mezz'aria: il congedo.
Fuori della porta, la ripresa di possesso della sentinella in attesa del suo uomo. Poi la risonanza decrescente di due passi lungo il corridoio.
E subito dopo la fanfara burocratica dei campanellielettrici e delle chiamate telefoniche intonava un coro squillante, propagato per tutta la piazzaforte come un flusso lieto e rasserenante: il palombaro era trovato... andava... ogni ufficio gioiva...
La zattera era stata rimorchiata da un cacciatorpediniere sul punto dell'esplosione, là dove lenta pullulava la nafta dalla mortale ferita della nave inabissata. Il mare appariva coperto come da un nero lenzuolo ed era qua e là cosparso di tronconi, rottami e cose biancastre irriconoscibili, portati su da una sorgente macabra sprizzata dal fondo e che pareva non esaurirsi mai.
Lo scenario delle isole stringeva intorno il panorama dandogli l'aspetto di lago; e alcuni scogli, netti sul verde dei monti, si ergevano qua e là come vele nere dal profilo bizzarro, prolungate in acqua dal loro riflesso.
E da balze, da creste e declivi vigilanti giorno e notte il mare, come dai gradini di un anfiteatro vastissimo, mille osservatori invisibili puntavano i loro potenti cannocchiali sul centro della scena, dove un piccolo gruppo di attori si disponeva alla rappresentazione del dramma.
Pochi attori: i tre ufficiali di marina che avevano poco prima, a terra, interrogato il palombaro italiano: un medico, pure di marina, nativo di Trieste, scelto per il suo italiano purissimo e perchè era bene che nulla sfuggisse di quanto sarebbe stato detto dal fondo del mare ed ogni domanda risultasse precisa; un sott'ufficiale e qualche marinaio addetti al servizio della pompaed al maneggio del cavo di guida e del conduttore del telefono altisonante, che avrebbe ripetuto forte, con la sua strana voce di ventriloquo, ogni parola del palombaro; e questi stesso, assistito da un suo compagno di prigionìa, che aveva chiesto ed ottenuto di accompagnarlo.
Egli era già vestito da mostro col collare metallico a posto. I suoi piedi elefantiaci, appoggiati col piombo sui gradini di una scaletta sospesa al fianco della zattera, già sparivano in acqua: ed egli, col busto piegato in avanti, aspettava che gli avvitassero l'elmo troncandogli il respiro dell'aria libera, che tutti gli esseri viventi respirano.
La sua testa, coperta nei capelli da un cappuccio di lana rossa, appariva come più profondamente scolpita: e quel sudore continuo dei palombari, tutti rivestiti da pesante lana, gli imperlava la pallidissima fronte, radunandosi in goccie nel cavo degli occhi e del mento.
— Pronto? — gli chiese l'ufficiale medico.
— Pronto — rispose con voce ferma.
— Zanetti, ti senti bene? — interrogò il compagno appoggiandogli quasi le labbra all'orecchio con mossa fraterna. Era l'ultima domanda di rito: quella che si rivolge nella nostra marina ai palombari prima della loro discesa.
— Benissimo. — Ed accennando con una mano il grosso vestito nel quale era chiuso: — Mi pare di essere ancora al «mio» bordo — aggiunse con un sorriso di commiato.
— L'elmo! — ordinò il sottufficiale ai suoi marinai.
Sospesa nell'aria, l'enorme testa metallica venne a collocarsi sul collare e divorò la testa dell'uomo con un colpo secco di mascella.
— Pompa! — Girarono i volanti dell'ordigno respiratorio ed un sibilo isocrono di aria, sprigionato dall'interno della testa del mostro, indicò che le porzioni di respiro assegnategli dagli stantuffi erano giuste.
— Vetro!
Vetro sul davanti dell'elmo. Una rapida avvitatura: la chiusura ermetica della vita. E il mostro subitamente rigonfiato e sibilante non ebbe più altro di umano che uno sguardo reso opaco dalle opalescenze del cristallo, uno sguardo che cercò ancora una volta gli occhi fraterni di colui che restava in alto, visione ultima del suo Paese.
Poi l'acqua nera ribollì intorno a lui e se lo prese a poco a poco, senza trasparenze... Una mano che apparve straordinariamente bianca rimase elevata sull'acqua e disse «addio!».
Sparve anch'essa: ed ecco che un getto di bolle sorse chetamente a frizzare nel punto dov'era sparita, riproducendosi sempre. L'uomo discendeva nell'abisso ed era quello il suo respiro visibile.
* * *
—Quanto xe?
— 15 metri.
—Filè pian, fermeve ogni cinque metri— ordinò il tenente di vascello.
— Come va? — interrogò il dottore al telefono.
— Bene — rispose una voce borborizzante e roca e la cui cupa tonalità acquistava la strana forza di propagazione dei fonografi. — Date cavo, date cavo...
—E allora filè, filè, voialtri. Se non vol altro... lo contentemo subito— disse il tenente di vascello sporgendosi a guardare fuori bordo.
Il cavo di guida, il tubo dell'aria e il cavo telefonico scorrevano giù, giù, lentamente nell'acqua nera, tra il pullulare delle bolle d'aria, cordoni ombelicali d'una vita invisibile.
— 25 metri! — lesse al manometro il sott'ufficiale.
Silenzio: e s'udiva soltanto il fruscìo dei cavi sul bordo della zattera.
— Cavo, cavo, date cavo — impose la voce da fonografo.
E il fruscìo s'accelerò.
— 30 metri... 35 metri...
— Va bene? — chiese di nuovo il dottore, alzando involontariamente la voce, come per metterla alla stessa tonalità di quella artefatta dagli uomini e che sgorgava dalla campana del telefono altisonante.
— Sì, sì, bene. Ho un po' di dolore agli orecchi, ma passerà. Cavo, cavo!
—Ostrega, che furia!— mormorò il tenente di vascello. —Cossa ghe prende?
— 40!... 43!... 46!...
— E ora adagio... procurate di non dar scosse al cavo... perchè mi si ripercuotono nella testa — disse la voce dell'abisso.
Più adagio ancora...
— 48!
— ... Tocco qualche cosa... Ferro... ferro stroncato... Più adagio ancora per non tagliare il vestito.
— E che cosa si vede? — chiese il tenente di vascello.
················
— Quasi niente... Mi passano accanto una dopo l'altra come delle palle nere e vengono su, su...
— Nafta?
················
— Nafta! Chi sa!
— E poi?
················
— Quasi notte... una notte curiosa, piena di cose scontorte che tagliano le mani... Cercherò di scendere dentro... Tenete teso il cavo... Ecco: ci sono...
— 50!
— Dove?
················
— .... dentro... Tocco una porta stagna scardinata... Filate un po'...
I cavi ebbero un balzo in giù e poi ripresero a strisciare lentamente per fermarsi di nuovo. Nessuno parlava. Il rumore ritmico dei volanti e degli stantuffi pareva la lieve palpitazione della zattera stessa, divenuta attentissima come una cosa animata e ragionevole, come gli uomini che portava sul dorso.
E su questo silenzio sorse dall'abisso una sola parola che diede i brividi:
— Un cadavere!
E poi dopo una lunga pausa, qualche altra parola distaccata, certamente frammezzata da palpeggiamenti e constatazioni orrende.
— ... nudo... schiacciato tra le lamiere... senza testa... qua poi ce n'è altri... Ah!
— Che hai? — chiese il medico raccogliendo il grido.
— ....
— Che c'è dunque?
················
— Non mi fanno camminare... Mi si abbrancano addosso... È orribile...
— Ma che dici? Chi?
················
— Questi morti... Spalancano tutti le braccia...
Il medico si volse agli astanti che avevano tutti il viso rivolto alla campana telefonica e rimanevano immobili a fissarla colle sopracciglie inarcate.
— Vaneggia, per Bacco!... Son già dieci minuti che è sotto e non credo possa resistere... Dobbiamo tirarlo su? — chiese al tenente di vascello.
E siccome questi si strinse nelle spalle e allargò le braccia come per accennare all'impossibilità della cosa, alla necessità assoluta di sapere...,
— Come ti senti? — interrogò alzando la voce.
L'apparecchio riprodusse un ansito fortissimo e affrettato.
— Così, così — fu la risposta.
— E dove sei ora?
L'ansito riprese e poi si tramutò in parola quasi convulsa...
— Sono seduto su una fila di cassette che devono essere accumulatori.... Ho intorno una folla.... di corpi stroncati e sanguinosi.... che vogliono stringermi in circolo e non vi riescono.... perchè mancano loro molte gambe e traballano.... Vorrei prender loro un oggetto.... qualunque.... che li facesse riconoscere.... ma non vogliono darmi niente.... e se provo a toccarli mi minacciano con mani senza dita.... e con braccia senza mani....
— Vuoi venir su? — insistè di nuovo il medico.
— No, per Dio!.... Voglio sapere.... Voglio sapere.... Se potessi arrivare a farmi dare.... il berretto da quello lì.... che ha la mascella fracassata e gli occhi sporgenti.... Dev'essere un ufficiale....
Tra le parole si sentiva a tratti l'ansito rallentare e divenir roco.
— ..... si difende con un fascio di tubi stroncati.... e con un pezzo di lamiera che gli esce dal ventre.... Ma ci arriverò.... Se dentro c'è il cerchio d'acciaio e se ha i galloni grossi....
— Che dice? — chiese il medico al cannoniere italiano.
Questi era immobile e pallidissimo. Con le labbra strette pareva ingoiar saliva mentre dal moto meccanico delle sue mascelle si produceva il rumore della confricazione dei denti.
— Sono i berretti dei nostri ufficiali — disse con un tremito.
— Bisogna che io prenda quel berretto.... che intravedo appena.... Ah! che fatica!.... Anselmi! la mia mamma.... Mi senti, Anselmi? Sì? La mia povera mamma.... Le dirai, Anselmi, che io volli sapere.... sapere se.... Ecco! Oh! Quanta luce! Quanta luce rossa!.... Arrivo.... vedo.... Accorrono da lontano, dal fondo del mare, ombre di marinai vestiti di bianco.... e si ammucchiano intorno.... a questi morti stendendomi le braccia.... Leggo dei nomi sui loro berretti.... Jalea.... Nereide.... Medusa.... I nostri sommergibili perduti.... Mi dicono....
— Non dicono niente — esclamò il dottore. — Càlmati, non ti affaticare... Procura di prendere il berretto e di uscir fuori subito...
················
— Sì che parlano.... mi dicono che son fratelli miei.... mi dicono di andare avanti.... e che poi mi daranno un buon posto tra loro.....
L'ansito divenne quasi rantolo. Poi si udì di nuovo la voce, ma così bassa, così mutata da dar l'idea che una smisurata distanza si fosse ad un tratto interposta dal fondo alla superficie del mare.
— Eccolo il berretto.... Ah! Grazie, grazie, mio Dio! E ora tutte queste ombre bianche acclamano e gridano....
— Che gridano? — chiese concitatamente il tenente di vascello.
— ....
— Dì! Mi senti? Che gridano? — insistè con un urlo l'ufficiale austriaco.
E una voce finalmente rispose, che pareva il mormorìo d'un bimbo che s'addormenta, lontanissima, fioca, stanca, spegnentesi in un ultimo rantolo di morte.
— Gridano.... Viva l'Italia!