— Ah!
— Stia bene a sentire. — È quello che mi stava raccontando poco fa. Dopo essere rimasto molto tempo in acqua fu raccolto e salvato da un'altro piroscafo precisamente in rotta per Malta. Due giorni di navigazione abbastanza tranquilli. Poi a sessanta miglia da qui...
— Che cosa?
— Silurato di nuovo, ieri, alle cinque di sera. Una nostra torpediniera accorsa alla chiamata radiotelegrafica di soccorso del piroscafo che affondava, incontrava l'imbarcazione sulla quale egli aveva potuto trovar posto e lo portava qui stamane... Di centotrentasette passeggieri partiti col primo piroscafo da Alessandria per qui, mi diceva che sono giunti a destinazione appena ventidue.
Ha sessantanove anni: gli abbiamo dati abiti nostri... — conclude la narratrice elevando la voce.
— Già — dice il vecchietto che ha scoperto dell'altra cenere sotto il risvolto dell'abito e se la spazza torcendo il collo — le notizie della guerra sono piuttosto buone, mi si dice....
La nominata Edith è presente e giuocherella con un grosso smeraldo che le pende sul petto. Il suo sguardo profondo si fissa a mezz'aria con un'intensità di pensiero che la rende muta, e le dà finalmente nella parola una voce lenta e incisiva di chi veda altre cose di là dalle presenti.
— Ecco un racconto di cui questo signore avrebbe ora fatto a meno. — E con un piccolo gesto laterale della mano, indica me.
— E perchè? — chiede Lady «M....» sorpresa.
— Perchè la sua nave parte tra tre ore.
— Davvero? — mi chiede la signora.
Annuisco: e le domando anzi scusa se devo tornare subito a bordo per i preparativi della partenza.
— Sono mortificata. Se lo avessi saputo! Ecco una delle poche volte in cui Edith ha ragione!
Dio mio! L'ansia del proprio simile è una forma, si sa; parole: movimenti di labbra. Oggi è questo tutto quanto può venire offerto. Quando tutto ciò che compatisce, rimpiange, lenisce è stato detto, quando perfino la preghiera, troppo a lungo inascoltata, non ha più forza d'arrivare all'«Amen» e gli occhi si sono inariditi come per una gran febbre e tutta l'umanità per la voce di milioni di morti si domanda chi furono quei pazzi che ci parlarono di giustizia, di bontà, di beatitudini terrena o celeste, bisogna bene accasciarsi: troppo spremuti, non possiamo dar più nulla: siamo inerti, come conviene a giuocattoli, spezzati da una volontà che è meglio non esista, tanto sarebbe mostruosa. No: oggi l'ansia non c'è più: c'è l'ansia di guerra, che è ben altra cosa...
Così con questi gentili ospiti che la guerra m'ha fatto conoscere e che forse non vedrò mai più, devo ora limitarmi a ringraziare a fior di labbro, far qualche inchino, abbozzare qualche sorriso, pronunziare quelle poche sillabe che significano congedo e lasciare alle spalle il bivio dei nostri rispettivi destini, sicuro che la ricaduta delle cortine di quella porta verso cui mi incammino, mi porrà subito ad un'incommensurabile distanza nel loro ricordo. È la legge.
Ora nel salone attiguo, due fila di armature vuote da secoli, mi fanno lucida ala. Dietro il corruscamento dell'acciaio, la penombra verde dei pesanti cortinaggi ricalati sui finestroni, crea come due lunghe navate senza cupola. Il tappeto attutisce il mio passo: il silenzio, il battito acre del mio pensiero. Ma chi è uscito con me, chi mi segue? Cavaliere de l'Isle Adam, Gran Maestro dell'Ordine, che hai il ventre d'acciaio stranamente accuminato all'infuori, spiegami il leggero fruscìo che s'avanza rapido e mi raggiunge.
— Ah!
—Stop, please. Si fermi. Vorrei dirle qualche cosa.
Riavere una visione di bellezza ritenuta già rimasta indietro nella scia della vita e quindi quasi sommersa, è come un di più strappato alla propria porzione di cose belle della terra.
— Ai suoi ordini, miss Edith. Una commissione per l'Italia?
— È precisamente quello che io ho detto di là, per giustificare la mia rincorsa...
— Allora?
Non so perchè tutti questi glaciali spettri di antica guerra messi in fila sembrano riempirsi dei loro corpi e animarsi d'una curiosità pettegola, che certo creerà lunghi loro commenti questa notte, quando la luna restituirà loro la vita e il vento trasporterà le loro chete parole di spettri da piedistallo a piedistallo. Macchinalmente ci togliamo dalle due sinistre file, avviandocia passo lento verso uno dei finestroni, piccola cappella della navata verde, dalla quale, come dal foro simbolico praticato nel petto d'uno Spirito Santo immaginario, filtra tra gli orli delle cortine un po' di luce.
— Allora?
Una bizzarra trepidazione alterna ondate di sorriso e di serietà sul volto di questa fanciulla, nei contrasti bellissimo. Secondo i sussulti di quella piccola cosa candida, ora sicura, ora spaurita che è la sua anima, scherza e teme, s'avvicina e s'allontana, comanda e prega.
— Come va per le spiccie, lei! — esclama, fermandomisi di fronte. — Allora! Oh che cosa buffa! Vorrei veder lei come farebbe a dire quello che vorrei dire io!...
— Bisognerebbe che mi accennasse almeno che cosa vorrebbe dirmi e poi...
— Già: il male è che non lo so. Senta, lei ha conservato davvero quel lembo di stoffa... lei sa?
— Sicuro. Non è troppo ingombrante. Eccolo qua.
— Nientemeno! Nella tasca del petto? E perchè mai lo ha conservato?
— Oh! E non me lo disse lei? Mi disse: Lo tenga indosso, in una tasca... come portafortuna contro le terribili cose del mare. Vedrà che le andrà tutto bene... L'ho fatto.
— Chiacchiere da veglione: da carnevale del siluro...
— Andiamo! — le dico sorridendo. — Speriamo di no.
— E se lei lo porta via davvero, io dovrò per forza seguire stanotte col pensiero, quando lei sarà in mare, traversando il terribile canale di Malta, questo cencioche era mio e che ora fa parte del destino d'un uomo... Se capitasse una sventura...
— Al cencio?
— Non sia cattivo. A lei...
— Peuh! Un estraneo... Non ha udito ora a colazione quanti altri sconosciuti, oggi stesso... Mi spiego? Faccia così: stanotte non pensi al cencio: qua è ancora carnevale... stasera vedrà molte altre maschere; ritorni all'Opera, si diverta più che può e non pensi a tristezze; e poi dorma tranquilla nel suo letto che suppongo soffice...
Le ondate di sorriso sono scomparse. È un viso di vergine preraffaelita che fonde la sua casta severità in un'espressione umile e s'affina e impallidisce avanti a me. La sua bocca rimane chiusa per qualche istante come per una concentrazione di pensiero a cui è bene non aprir subito l'argine delle labbra.
— Penso — risponde come parlando ad un invisibile personaggio che fosse inginocchiato ai suoi piedi — che nel carattere italiano devono essere delle spietatezze terribili ed espresse con un'arte speciale. Sì: perchè ride?
— Perchè lei mi dà buon giuoco per risponderle che nella nostra natura può anche essere un'infinita dolcezza espressa anche meglio... E poi...
— ... Avanti...
— ... perchè lei ha già pronunciato una frase da romanzo. E questo è pericoloso per me, che devo aver l'anima nuda pronta al volo supremo, come mi diceva lei poco fa, a colazione. La sua commissione per l'Italia, miss Edith?
La risposta è uno sguardo che s'alza lento da terra e viene a figgersi immobilmente nelle mie pupille. Per qualche istante una corrente azzurra, carica di scintilled'anima che accendono la mia e sembrano spingerla come una gran fiamma verso altissimi spazî infiniti, affluisce in me quasi attraverso un ostacolo rotto. Per qualche istante una figura terrena scompare insieme al suo palpito e sembra che uno spirito che contenga in sè le sorgenti d'una fresca forza deliziosa si mescoli senza forma al mio, solo soffuso d'una grande aureola. Ah! Bisogna troncare tutto questo: e presto. Bisogna rientrare e subito nell'usato corpo in cui io devo abitare, solo e rattrappito per ben altre verità di vita.
— La sua commissione per l'Italia?
L'incanto è rotto. La corrente devia in basso e sento di nuovo il peso della mia materia gravar sulla terra.
— Signor mio, — ella mi risponde con una voce leggermente agitata e che calca le sillabe delle due parole italiane. — Lei certo conosce quel verso del nostro poeta del Childe Harold: «To fly from, need not be to hate, mankind...» Lo ricorda? Credo di sì, perchè lei lo applica adesso con una certa energia...
— Lo ricordo, ma io non fuggo dal genere umano che non dovrebbe essere necessario odiare — come dice Byron...
— Mi pare di sì.
— Ecco: sarò breve, perchè il tempo fugge. Io cerco di evitare un'altra cosa, che è precisamente l'opposto: che la vita mi richiami: che il freddo vuoto della mia esistenza, da molti mesi in contatto con la morte e pronta al crollo come una casa spogliata e deserta, torni ad esser riempita. Nulla deve ritornare: nulla deve ostacolare l'assoluto sentimento mio di completa, pronta dedizione alla Patria; io non voglio attorno a me che macerie dove è inutile soffermar losguardo della memoria: ho terrore dei rimpianti: pochi istanti di dolcezza si cambierebbero in pena che bisognerebbe cancellare subito per non soffrire di più. Mi comprenda, miss Edith. Io fuggo perchè...
— ... perchè?...
— ... perchè non voglio che in caso di sciagura, questa notte o domani, per atroce ironia della sorte, la mia ultima convulsa visione di vita sia qualchecosa che somigli... a lei,... che sorrida come lei ora, e mi guardi così. Abituati al buio, l'oscurità non spaventa: provi a entrare, Miss Edith, con gli occhi pieni di sole in un ambiente dove la luce non pioverà mai più... E questo non è romanzo sa?...
Il pallido volto avanti a me ha come un sussulto.
— Lei dice delle cose che arrivano nel fondo del mio animo di donna. È un'«ave Caesar, morituri te salutant» diretto alla mia povera persona, che, creda, non è Caesar in niente... No questo non è romanzo: è tragedia.
— Precisamente: ma non tragedia mia, tragedia del mondo; oggi non c'è posto per altro...
— Sicchè di questo carnevale di Malta, che ricordo serberà?
— Ahimè! cara signorina, dovrò ricordare un cencio...
— E di me?
Come risponderle? Eppure due occhi ora sorridenti, ora gravi aspettano la risposta. Approfittiamo d'un momento di sorriso. Picchiar forte. Animo!
— La sua commissione.
Un silenzio: un silenzio complicato e composto da vibrazioni confuse, che potrebbe essere paragonato a quel bianco indeciso che nasce dalla mescolanza di tutti i colori.
— Sta bene: me lo merito... Gliela darò subito, la commissione. Mi scriva appena giunto, ed io le risponderò: va bene? Ed ora bisogna... che io assecondi... i suoi desideri — ella dice con una voce che rallenta ed ha delle strane pause. — Offusco per lei... quella che lei chiama... la probabile sua ultima visione. Guardi!...
E con le due mani riunite si copre il viso. Lo smeraldo oscilla: un raggio che filtra dallo spiraglio delle cortine, si sofferma sulla sua testa chinata e scherza con l'oro dei capelli accendendole vividi riflessi nelle ciocche dense della nuca. La bianca pelle del collo si perde in un'ombra rosata nella stoffa che le si distacca dalle spalle. Sibila il suo respiro tenue nel cavo delle mani e pare a poco a poco affrettare il ritmo, e farsi più concitato per aspirazioni più forti.
— Guardi!...
La parola piena di trepidante dolcezza, acquista le afonie d'una voce da sogno: e nel silenzio che segue, passano come fremiti di esseri invisibili. Ed ecco che un impulso che non so precisare, lento, ma irrefrenabile come una marea dell'anima da lungo tempo compressa, mi costringe adagio adagio a sollevar le braccia, fino a sfiorar con le dita i polsi della fanciulla. Un braccialetto tintinna; sento il battito affrettato delle vene, il tepore della sua vita — le dita salgono, circondano, stringono e delicatamente tentano distaccar dal viso le sue mani che tremano e resistono, mentre lo smeraldo, scosso, sfavilla più forte col fervido verde delle sue stelle.
— No — ella mormora con un soffio di voce. —You don't...Non lo faccia.Sarebbe assai peggio per la sua visione...
E girandosi ad un tratto, bruscamente sfugge alla stretta.
— Good-bye — aggiunge protendendo una mano dietro lo svelto busto e senza voltarsi più.
Gliela stringo. La sensazione acuta e profonda del distacco prolunga la stretta come ultima difesa contro la realtà, padrona del secondo successivo.
— Good bye, Miss Edith.
Il fruscio della sua veste s'è attenuato ed è svanito. E mentre mi guardo il cavo della mano dove un lieve umidore brilla, ho l'impressione che le due file di cavalieri, come monelli sorpresi a spiare, s'irrigidiscano tutti e fingano un'immobilità esagerata, allineando con cura le punte delle loro visiere, da cui — gelido come l'acciaio — sembra sfuggire un soffocato sorriso.
R. Nave «. . . . .» 2 marzo 1917.
Miss Edith,
Potrei limitare la mia lettera alla data e alla firma e avrei così eseguita la sua commissione. Sarebbe questa la vera prosa di guerra e lei mi direbbe forse grazie per averle risparmiato quell'altra. Ma...
Io m'impongo, vede, m'impongo che lei pensi e dica così. Se parla così, lo «charmant épisode» è finito ed io posso continuare tranquillamente a fare ciò che facevo prima d'incontrare lei: portare in giro sui mari un corpo dalle ore contate la cui vista non serve che al periscopio, al fumo della nave nemica, a «guardare appena» sangue e «altri» corpi stroncati: il cui udito raccoglie i palpiti dei radiotelegrammi che è il linguaggio della strage sui mari; e la cui bocca serve a nutrire affrettatamente una perenne smania diuccidere o a dar ordine di uccidere ancora. Nessun organo deve flettersi in questa macchina da guerra tipo 1914-1917. E l'insensibilità assoluta, lei sa, è l'attributo delle macchine.
Stabilisco io, per forza di una volontà di cui soffoco le contrazioni dolorose, che nulla sia cambiato in me: che laggiù, a Malta, ho sognato e che il mio sogno è stato delizioso perchè nato da un riposo di nervi troppo a lungo tesi: e che sulla mia mano, dopo aver stretta la sua, non è vero sia rimasta la minima traccia umida e calda, tanto che averla baciata e ribaciata è stata pazzia. Come tempra bene la guerra, Miss Edith! Quando ricordo le risposte che ho potuto dare a lei, che rappresenta tutto il fascino della vita ed ognuna delle quali veniva su da una dolcezza infinita, pugnalata a mezza strada dal ragionamento e ridotta infine a idiota ironia, penso che anche lo spirito è esangue, oggi. E ora aspetto una risposta dello stesso tenore.Is it not better, then, to be alone?Con ossequio profondo
Suo Dev.mo«. . . . .»
R. Nave «. . . . .» 9 marzo 1917.
Miss Edith,
La sua risposta non è venuta. «Meglio così». Ma bisogna che io le riscriva subito: e questa volta mi risponda, anche telegraficamente. Ho di nuovo dovuto prendere il mare e mi trovo adesso assai più lontano da lei. Senta ora la descrizione d'una strana notte dinavigazione... Vedrà alla fine perchè gliela descrivo, e così minutamente. Abbia pazienza.
Dunque senta: non appena chiuse dietro la mia nave le reti del porto, si stese sui ponti quel solito, gelido silenzio che è come il primo alito della morte che spazia sui mari. Con la prora al largo, si entra in un regno in cui oggi non si parla quasi più: e quel poco, a bassa voce come nei cimiteri. È una delle cose che si ricorderà dopo guerra, questo silenzio repentino delle navi partenti, non appena fuori del loro rifugio. La città si gravava di grigio e di violetto, viva soltanto nei guizzi di rubino strappati al sole morente dai cristalli delle sue case. Qualche stella arrischiava un oro o un argento indeciso tra cumuli di nuvole nere separate da spade di luce smorta. Di fronte a noi, come una immensa prateria coperta di bruma brulicava di greggi bianche di cui mi sembrava udire il cheto fruscìo, come tra erba rimossa: un'erba alta, compatta, scura e piena d'ombre. L'arena della morte era schiusa per noi.
Avanti. Il fremito cupo delle eliche si accelerava a poco a poco come se nella nave crescesse una febbre e le vedette collocate ovunque divennero immobili in una stessa posizione d'ansia che condensava tutta la loro vitalità nello sguardo dilatato: lo sguardo notturno, iperestetico dell'uomo di mare che nessun quadro potrà mai riprodurre.
Ero al mio posto, in alto, con l'usata vista della prora sott'occhio e la solita sensazione di masse calde, vive, dominatrici alle spalle: i fumaiuoli. Un vento freddo ed umido arrischiava di quando in quando qualche ululato, come un mostruoso cantante da tregenda che si preparasse dietro un sipario di nuvole a far sfoggio tra poco di tutta la sua voce di sciagura. E l'ombrasi gravava insensibilmente di tenebre divorando gli ultimi chiarori crepuscolari aggrappati all'orlo capriccioso di alcune nuvole e soffusi, come per una ricaduta, in un'ultima, piccola striscia rossa d'orizzonte. E in breve, fu la Notte: la notte di guerra marittima, piena di misteri, popolata di fantasmi, carica d'una paurosa ostilità che spia, sorveglia, con miriadi d'occhi invisibili, appuntiti a raggiera da un cerchio immenso, verso un punto solo: la nave.
Questo, lo scenario, Miss Edith: e quando ad Oriente, da una fitta cortina di nuvole, lacerata da un'improvvisa raffica di scirocco, apparve la luna in disco completo, essa sembrò ricambiare il nostro sguardo con una smorfia cinica come per esprimere il suo disprezzo di satellite, veramente disgustato di dover seguire ancora attraverso gli spazî un così abbietto pianeta.
Nel pensiero, i pochi soggetti soliti e costanti: Primo: il nemico c'è. — Secondo: il siluro destinato a noi è già pronto a qualche metro sott'acqua e non dev'essere molto lontano. — Terzo: Tra tutti noi marinai che in questo stesso momento navighiamo, alcuni son già segnati dal destino: Chi saranno?... — Tre dogmi che escludevano ogni altra forma di ragionamento e abbandonavano la nostra sorte inerte al caso.
Ebbene, malgrado ciò, — aspetti a dare un significato alla frase banale che segue — ho dovuto pensare varie volte a Lei: e sa come? Tutte le volte che estraendo il portasigarette dalla tasca del petto, le mie dita incontravano una piccola cosa setosa che rispondeva al tocco mio come con una lieve carezza. E allora riavevo per un attimo, là a mezz'aria sulla prora deserta, la sua visione con le mani sul volto, come a Malta, immediatamente cancellata dall'alta spumad'un'onda che s'infrangeva in pulviscolo d'argento contro le àncore e contro le piattaforme dei cannoni di prora.
Ho reagito: non ho fumato più e dopo essermi a lungo occupato dei miei doveri professionali, mi son lasciato sbatacchiare dalle convulsioni del mare, sprofondato su una sedia a sdraio, pattinante a zig zag nel buio perfetto del casotto della plancia. E buio nel pensiero.
Fuori, il passo dell'ufficiale di guardia, affrettato o rallentato dal rollio, scandiva il tempo esattamente come cosa meccanica e non più umana. Tremiti, tintinnii, urti, sibili di vento si fondevano in una strana sinfonia in tono minore, a cui davano ritmo costante le pulsazioni cupe delle eliche. Di quando in quando la porta s'apriva e la nera ombra del sott'ufficiale radiotelegrafista si delineava sul chiarore lunare. La solita informazione: — Si stanno ora intercettando comunicazioni radiotelegrafiche nemiche...
— Lontane?
— Sissignore. Ancora sì.
— Sta bene. — E ritornava l'oscurità. La voce nemica stesa sui mari, giungeva a noi come sempre: voce caratteristica, di tonalità quasi musicale, da non confondersi con nessun'altra. Parlava di noi? O erano i resoconti degli assassinii della giornata? Ma! Avanti le eliche, verso il nostro destino. Mai generazione fu più fatalista della nostra, perchè mai nessuna fu più sciagurata. La dimostrazione evidente era questa: che avevo sonno, che nel cervello scosso si producevano lacune di pensiero sempre più lunghe, sempre più torbide: un urto, un sobbalzo, un'ansia, e giù di nuovo con la testa ciondolante sul petto: il riposo di noi marinai, Miss Edith...
Ricordo precisamente. Continuavo ad aver la sensazione di esser sbatacchiato, di qua e di là, ma non sapevo più come. Come o da chi? Perchè una strana luce che pareva sorgere tutt'in giro a me, tenue e multicolore quasi arcobaleno estremamente diffuso e velato, ma che a poco a poco prendeva forma, mi delineava come delle bizzarre figure umane che mi premessero i fianchi. Movimenti ritmici le animavano tutte, dando l'idea che una musica lontanissima e da esse sole udita, le trascinasse in una sola, silenziosa danza.
Sì, che erano esseri umani: ma tutti lividi, tutti uguali nelle loro movenze stranamente stecchite e nel fisso riso macabro, rivelato soltanto dai loro lunghissimi denti, scoperti fino alle radici come nei teschi, perchè il resto del volto era mascherato di nero. E vestivano tutti i possibili vestiti della terra, presi a prestito da tutte le epoche, da tutte le regioni.
Ad un tratto mi parve che un alto moschettiere m'urtasse più forte, con un gomito aguzzo che mi diede dolore.
Gli afferrai il braccio e sentii la larga manica cedere nella stretta, fino a una piccola cosa cilindrica e dura, che non aveva attorno alcuna morbidezza di carne...
— Chi sei? — gli gridai...
Da due fori neri d'una maschera dove non brillavano pupille, l'uomo mi «guardò stupito»; poi levò in alto una mano inguantata e dalle dita floscie, e si pose un indice a croce sulla bocca.
—Sssssssss!— disse —parlez bas, je vous prie, je suis mort...
E la sua voce pareva propagarsi a fatica come risalisse da un abisso.
— Morto? — chiesi ad una dama dell'epoca di Enrico II che mi passava vicino con un passo di danza risuonante a scatti rumorosi e secchi.
—Yes: dead: as I am myself; as is every body here...(Sì, morto: come me: come tutti qui) — ella mi disse con una voce di soffocamento identica a quella del moschettiere; e mi si mise a girare attorno, sempre ballando, scrutandomi in viso con indicibile meraviglia, espressa «senza sguardo».
— Di', Madame de Pompadour, — proseguì chiamando una maschera vicina ed indicando me. — Guarda questo qui che ha ancora gli occhi e le labbra!
—Ah! c'est vrai!— mormorò il moschettiere continuando ad urtarmi di quando in quando.
Un pagliaccio si soffermò un istante. — Sicuro! — esclamò in italiano. — Ma dica, signore, quando è stato silurato, lei?
Diedi un balzo, subito compresso ai due lati, come da due ostacoli rigidi e legnosi. Volli muovermi, fuggire, fendere la macabra folla di maschere che mi attorniava in tumulto, agitando miriadi di braccia dalle maniche floscie, urtandosi con rumore di legnami attutito dalle stoffe. Impossibile. Due piccole maschere vestite da bambini baschi mi si abbrancarono alle ginocchia, alzando verso di me i loro visini mascherati, dai dentini tutti scoperti,
—Ne fuyez pas, monsieur,— pregavano come recitassero litanie. —Vous n'êtes pas comme nous autres ici... Emportez-nous avec vous... Nous avons vécu si peu!...
Cercavo di divincolarmi, di proseguire, preso da quell'orrore dei sogni, che non ha equivalente nella vita...
—Mais emportez-nous avec vous, Monsieur...— imploravano i piccoli —chez notre mère qu'on a sauvée... On est si mal sans elle au fond de cette mer!... si vous saviez!...
... un orrore fatto di tutti i sensi, di tutto il pensiero, nato dal gelo dei nervi, dal raccapriccio di tutta la materia: una pena da inferno mai prevista, mai sognata.
Ah! Sentivo che non poteva esservi scampo a un simile martirio. L'uomo legato alla sua pira che con lucida intelligenza segue i progressi delle fiamme che salgono, salgono ai suoi piedi, non può soffrire più di quello che io soffrissi...
Ebbene, Miss Edith, rida subito, rida insieme a me delle inesplicabili visioni dei tormentati sonni di noi marinai. Venne a liberarmi un domino bianco, dalla cappa leggermente lacerata sull'orlo... Lo riconosce?
— Largo! — disse pacatamente — lasciatelo uscire... E deve uscire, perchè gliel'ho promesso io...
— Edith — gridai — tu qui? E perchè? Quale Dio ti ha mandata a me?
—Sssssssss— mi rispose lei a bassa voce. — Parli piano e venga con me fino alla porta...
La folla macabra s'aprì. Lei mi tese una mano come per guidarmi, ma poi la ritrasse a sè con un gesto di cui non compresi il movente. E s'incamminò seguita da me, mentre la strana luce dell'ambiente s'affievoliva e diventava livida come per il progredire di un'ecclissi, fondendo i contorni delle figure attorno.
Il percorso verso la porta era lungo e ci dirigeva una lama di luce azzurrastra che di là s'apriva a ventaglio, dando l'idea d'un proiettore irrompente nella notte. Nel camminare, il mio passo era leggero, leggero, tanto da non toccar terreno e avevo la sensazione d'essere sospinto dal basso in alto attraverso un elemento più denso dell'aria, ma sempre diafano e percorso da penombre verdastre. Quella che prima era folla oraondeggiava liberamente ai miei lati senza produrre il minimo rumore.
— Ecco: — mi disse Lei, soffermandosi sul limitare della porta. — Quella è la vita: vada...
Lei rimaneva immobile, Miss Edith, dritta e raccolta nella bianca persona, mantenendo un braccio levato ad indicare in là; e la luce la investiva tutta, come la protagonista d'un dramma nel fascio elettrico d'un teatro oscuro.
— Venga! — io le dicevo. Ma non ottenevo risposta. E ad un tratto Ella piegò lentamente il capo, riunì le braccia e si coperse con le mani il viso: come a Malta.
E io la vedevo ritrarsi a poco a poco, come da un limite invarcabile, senza muovere alcun membro, illuminata sempre meno, sempre meno... attirata da una mano inesorabile tesa nell'oscurità alle sue spalle.
— Qua — io le gridai stendendo le braccia e dando un balzo. Ma fui arrestato da un corpo nero e solido, inquadrato nel vano d'una porta da una luminosità scialba: un uomo dritto avanti a me.
— Chi sei tu? — gli chiesi concitatamente.
— Come, chi sono? Sono il Capo radiotelegrafista. Sa, lei dormiva ed ora che è passata non volevo svegliarla.
— Passata? Che cosa?
— Abbiamo raccolte or ora le trasmissioni d'un sommergibile nemico vicinissimo... e che si sono allontanate quasi subito... Adesso si sentono ancora, ma più lontane... È passata.
— Già — mi disse sulla plancia l'ufficiale di guardia dominando una leggiera commozione rimastagli nella voce. — Dobbiamo esser passati a breve distanza con rotte opposte. In quanto a vedere, impossibile: c'è troppa foschia.
Era vero: tutt'intorno lo scirocco aveva accumulato nuvole e nuvole addensandole sul mare e la notte era tutta un immenso caos nero percorso dall'ululato del vento.
Un piccolo brivido... Freddo?
················
Io immagino, Miss Edith, il suo sorriso mentre leggerà queste pagine. Ora che un bel porto del mio paese chiude la mia nave, e che un mite sole irradia serenità sugli enigmi eterni della vita e li placa, io pure rido con lei delle vuote fantasticherie che le ho scritte, nate da un sonno di tormento. Ma vorrei che sotto la spinta della sua fresca vitalità, della sua giovane energia, del suo fervido spirito, Ella, Miss Edith, mi rispondesse press'a poco così:
Egregio signore, la sua lettera è insulsa per non dir peggio. In avvenire sarà bene mi risparmi le lungaggini delle sue descrizioni tra macabre e grottesche... Grazie del delicato pensiero di avermi ficcata in quella tale folla di maschere ed aver dedicato un proiettore speciale alla mia persona. Ma io, a Dio piacendo, sto benissimo e lei no, perchè ha bisogno di una lunga cura. — Good bye.
Siamo intesi, miss Edith? Io vorrei che mi rispondesse subito così. E aspetto la sua risposta con una certa ansia...
Suo Dev.mo«. . . . .»
Malta, ... aprile 1917.
Signore,
Ho letto io le sue lettere dirette ad Edith R..., mia cugina. Sono donna e col sicuro istinto del mio sesso ho acquistata, leggendo, la certezza di darle un immensodolore. Edith, chiamata a Roma dalla mamma per ritornare subito a Londra con lei, è sparita nel siluramento del «Leicester» avvenuto a poche miglia da Capo Passaro.
Si unisca a noi nel nostro disperato cordoglio e se ha una fede le domandi forza. Lei vede, signore, che nell'orribile flagello che ha colpito la nostra povera generazione, nulla, nulla deve sussistere di quanto faceva bella la vita, nemmeno...
Yours TruelyFrederika D....