Quelle parole lo diedero a conoscere anche a frà Buonvicino, il quale stava a fianco della Margherita: sporse la mano a questa che, vacillando in atto di cadere, gliela ghermì collo spaventato vigore, onde, nei momenti che ci strazia un nemico, sentiamo imperioso bisogno di stringerci ad un fedele. E l'Umiliato, ponendole innanzi alla vista il crocifisso, le gridava:
—Egli morì perdonando ai suoi uccisori».
Ritenne Margherita le pupille nella devota effigie, le alzò al cielo, parve riconfortata, e raggiante del presentimento dell'immortalità, giunse sul funereo palco. Un istante appresso, il carnefice, afferratala per le nere chiome, presentò al popolo la testa recisa e boccheggiante.
Un fremito universale ruppe la taciturnità: chi diede in pianti, chi esclamò, chi intonò le preghiere di suffragio; i più vicini gridarono ai remoti e a quelli che non avevano veduto:—È morta». Allora, colla furibonda ansietà onde i cani assetati si precipitano alla fontana, furono visti alcuni correre sul patibolo, raccogliere in una scodella il sangue che sgorgava dal busto e pioveva dal capo, e fumante tracannarselo. Erano infelici, tormentati dall'epilessia, i quali credevano con tale rimedio orrendo guarire dalla più orrenda delle infermità.
Allorchè la Margherita porse il collo al fendente, frà Buonvicino, messosi con lei in ginocchio, alle orecchie, che fra poco più non udrebbero, le mormorò gli ultimi conforti; poi, con un atto risoluto, come chi finalmente esce da lunga situazione penosa, impugnato il crocifisso, levò con esso le giunte mani al cielo, le abbassò fin sul tavolato, e si lasciò cadere colla fronte sopra di esse. Il sangue di quella vittima lo spruzzò. Tutto era consumato, ed egli non si rimoveva da quell'attitudine. Fu scosso… Era morto.
Così l'angelo destinato a custodia di ciascuno, appena cessa di vivere quello al cui fianco era stato collocato dalla Provvidenza, compiuta la divina sua missione, ritorna con esso in Paradiso.
Sulla compassionevole scena tenevano fisso l'occhio due altre persone, con sentimenti, deh come diversi: Alpinolo e Ramengo, giacchè era lui appunto il confratello insultatore. Il primo, sotto all'aspetto di scellerato, copriva un generoso pentimento, un'immensa compassione, che nella fine lagrimata di quegli esseri virtuosi, gli faceva dimenticare affatto come, tra pochi momenti, avrebbe anch'egli a seguitarli di là dei confini della vita.
Ramengo, sotto alla maschera della pietà, celava uno di quei cuori nefandi, che l'ira di Dio slancia talvolta sulla terra per una prova, e per un saggio dell'inferno. Guatava egli la Margherita, siccome pago della spasimata vendetta; e quando mirò spiccato il bel capo, si sporse avanti, struggendosi di potere, come quegli altri sciagurati, smorzare la lunga sete col sangue che ne sprizzava, e del quale alcune goccie gli chiazzarono il bianco vestito; contemplò, numerò, analizzò le spasmodiche contrazioni della faccia moribonda, il pallore che la occupava man mano che abbandonavala il sangue, il rotare degli occhi, che, più sempre affondandosi nelle orbite, parevano ingordi della luce violentemente rapita; s'immaginò perfino che uno sguardo ultimo lanciassero sopra di lui, ed esclamò:—Ora sono soddisfatto».
Mentre il carnefice, rimovendo la raschiatura inzuppata di sangue, e collocando nella bara il tronco esanime, che sotto al suo piede aveva cessato il doloroso vibrare, esclamava «E uno». Ramengo, girando la vista, si trovò dinanzi il soldato sconosciuto, che con coraggio cupo e taciturno montava sul patibolo. Pallido e sbattuto per le ferite del corpo e dei patimenti dell'animo, la morte istante non lo agitava però, nè deprimeva la fierezza della sua fronte, somigliante, a quella di un angelo decaduto, che si orgoglia del suo peccato, e non vuole perdono.
Appena gli vennero sciolte le mani incatenate alle reni, di schianto, siccome allo sbandarsi di una molla, se le recò alle labbra baciando l'anello. Quel diamante, fiammeggiando sugli occhi di Ramengo, gliene dovette richiamare alla memoria uno somigliante, che aveva altre volte posto in dito alla sua Rosalia, e poi trovato nella capanna di quei mulinaj sul Po. Questo vago senso e momentaneo si tramutò ben tosto in un fiero sbigottimento allorchè vide il condannato trarsi l'anello dal dito, affisarlo teneramente, baciarlo, premerselo al cuore, baciarlo di nuovo; indi, coll'espressione di chi si divide dalla cosa che più di tutte ha cara, che anzi unica ormai ha cara sopra la terra, porgerlo al garzone del manigoldo, e dirgli:—Tieni; dopo morto, va e seppelliscimi presso a quella santa».
Tra quel fatto, Ramengo avea osservata la mano di Alpinolo, con un dito meno: il dito appunto che esso aveva reciso al suo figliuolo, allorchè gli trasse nel suo geloso furore; quel dito, quell'anello, il suono delle parole misero il colmo alla sua agitazione. Si fece un passo avanti, spinse il braccio, e rapito l'anello di pugno al manigoldo, esclamò:—Lascia vedere! lascia vedere!»
Rimase questi attonito all'atto. Alpinolo gli fissò sul viso mascherato gli occhi tra curioso e indispettito; l'altro, mirando il condannato, fra i lineamenti scomposti e alterati non esitò a raffigurarlo. Raffigurò Alpinolo, il figliuol suo,—quello che tanto aveva desiderato, tanto cercato,—quello che solo poteva restituirlo alle consolazioni dell'amore, alle speranze della vanità, all'invidia del mondo; lo trovava, ma col piede sul patibolo, e portatovi da lui medesimo.
Non si ritenne: e come fuor di sè gridando,—Alpinolo, Alpinolo, ti ravviso», si scagliò tra il carnefice e lui, che già era salito sul pianerotte. Alpinolo ristette maravigliato nell'udire una voce che a nome pareva richiamarlo alla vita. Il carnefice, non sapendo spiegare questa scena, rimase un tratto sospeso, poi gridandogli,—Via, sgombrate, toglietevi fuor dei piedi», tornava per afferrare la vittima a sè destinata.
Ma quel rimbaccucato, opponendosegli a viva forza,—No, no, (gridava), egli non deve morire, no… Egli non è quello che è creduto… Non è un soldato mercenario… S'è infinto. È il bravo scudiere Alpinolo: quel desso che salvò il signor Luchino a Parabiago.—No, signori, no… non deve essere ammazzato così come un assassino.
—Che bubbole mi contate? (ripigliava mastro Impicca.) Sia chi si voglia, il mio mestiere è di ammazzarlo. Credete che io non sappia far la festa anche ad uno scudiero? Le vostre ragioni dovevate dirle al signor vicario.
—Sì (replicava Ramengo con ansietà), il signor vicario le sa; non lo ha condannato: è un puro sbaglio… Per lui mi ha dato l'impunità, per lui… Aspetta… per carità… un momento… sospendi… Signori soldati, badate: questo qua, che si finse un vostro camerata, è lo scudiero Alpinolo, quel che fece prodezze a Parabiago—l'avrete certo sentito a menzionare, eh? Bene, è desso; e s'è fatto vostro compagno. Ma voi certo non soffrirete che un camerata vostro vada alla forca.—Udite, datemi mente.—Non dico di salvarlo ingiustamente: ingiustamente il lasciereste morire…. Di grazia, fate sospendere un momento… una mezz'ora sola. Vi prego, vi scongiuro, per le vostre donne, pei vostri figliuoli… C'è nessuno fra di voi che abbia moglie? che abbia un figliuolo? Fate che aspettino: chiamate il vostro capitano. Ehi, signor Melik, lei che è così bravo, così valoroso…. questo giovane non è quel che credono; lo guardi, non lo conosce? ha combattuto con lei il giorno di santa Agnese: dov'ella s'è fatto tanto onore. E quando il signor vicario saprà chi è, li castigherà se l'avranno lasciato finire a questo modo… perchè egli, il signor Luchino, mi ha rilasciato lettera d'impunità.—No, non deve morire.—Che? a Milano comanda il principe o il boja?—Non ha da morire, no!»
E bruscamente respingeva la branca del manigoldo, stesa impazientemente sopra di Alpinolo. All'ascoltar queste parole recise, affollate, emesse traverso al panno della visiera col gorgoglio di un fiasco, pel cui collo angusto si versi l'acqua della pancia capace, con un tono di angoscia, di affetto, di spavento, i soldati si guardavano l'un l'altro in viso; il capitano, che non sapea rendersene ragione, facevasi più d'accosto per conoscere il vero: se Lucio fosse stato ancora presente, sarebbero ricorsi a lui per nuovi ordini: ma egli, tosto che vide compiuta la sua giustizia, senza curarsi più che tanto di un soldato, che nè tampoco aveva un nome, se n'era ito a desinare. Tutto il vulgo spettatore accalcavasi viepiù da quella parte; e,—Chi è quel mascherone?—che fa colà tra il boja e il condannato?—cosa predica?—perchè questo ritardo?» e i più lontani facevano prova di aprirsi un varco a spintoni; quelli arrampicati sugli sporti o accomodati ai balconi, ai loggiati, alle finestre, sporgevansi in fuori a guisa dei passeri nidiaci, allorchè sentono la madre ritornare coll'imbeccata.
Mastro Impicca, sazio dell'indugio, battendo il piede così, che fece sobbalzare e sonare tutto il palco, esclamò con dispetto:—Ho altro a fare che dar ascolto alle tue fandonie, mascherone maledetto! Fatti da banda. In un batter d'occhio te lo spedisco, e dopo gli farai complimenti quanti vuoi»; e si accingeva a ridurre queste parole in fatti.
Ma Ramengo ripigliava:—No, no. Ti dico che tu non ci hai a far nulla: che fu condannato in iscambio: Ha il breve d'impunità: gliel'ho ottenuto io… O che? non deve valere il decreto fatto, firmato e suggellato dal vicario di un imperatore? Se tu sapessi quel che ho fatto per ottenerglielo! E ora il frutto di tante fatiche farmelo perdere a questo modo?»
E perchè il manigoldo, incapace di ragioni come di pietà, metteva risolutamente le mani alla vita di Alpinolo, Ramengo, inferocito, lo percosse di tale spunzone nei fianchi, che, cogliendolo improvviso, lo gettò ruzzolone dal palco. La plebaglia, vedendo a cascare il carnefice, ruppe in alti schiamazzi, in un batter di mani, in unbravo! bene!come quando vedeva un bel colpo alla pallamaglio. E Ramengo, lanciatosi al collo di Alpinolo, vedendo che i soldati si movevano per mettere un termine colla forza a questa nojosa resistenza,—Signori soldati (esclamava), signor capitano, voi, gente così generosa, volete ora venire a dar mano al boja, voi? a fare da boja voi stessi? Vergogna! Io posso farvi del bene. Dei denari ne ho molti, ne ho troppi—ve li darò—ve ne darò finchè ne volete, ma deh! ajutatemi, soccorretemi a camparlo. Giù le mani, canaglia! cosa credete, che egli sia carne venduta al pari di voi?… Egli è… è mio figliuolo!»
Il condannato fino a quel punto non avea compreso nulla più che gli altri della pietà inattesa e disinteressata d'uno sconosciuto, così lontano dall'idea, che purtroppo egli erasi formata della universale nequizia e vigliaccheria. L'udirlo parlare di impunità, di grazia ottenutagli, il vedere frapposto un ostacolo alla sua morte, che anche pei meglio risoluti è un gran passo; la premura appassionata che traspariva da ogni parola, da ogni gesto di quell'incognito, lo tenevano assorto e in dubbio, come uomo che sta sur un filo tra la vita e la morte. Ma appena udì quella parola di figliuolo, tutto si riscosse, ed esclamò:—Come?… figlio? voi mio padre?»
Sventurato! mai in tutta la vita sua non aveva inteso dirigersi quella parola soave; non aveva gustato mai la dolcezza dei domestici affetti; aveva sempre ambito, ma anche disperato di poter mai dire «O padre mio». Ed ora—Sarebbe possibile? questo sconosciuto sarebbe il padre mio? Eppure deve ben essere così. E chi altri se non un padre si curerebbe di un miserabile già sotto la mano del carnefice?
Quindi con inesprimibile sentimento accoglievasi tutto anch'esso contro Ramengo, lo abbracciava, trasaliva sotto gli amplessi di lui. Ora sì che il timore della morte lo invadeva! ora sì che avrebbe voluto ritrarre i piedi dal patibolo, tornare alla vita, dove gli era preparata una soavità non assaporata mai; dove non si troverebbe più solitario: dove all'esser suo si mescolerebbe un elemento nuovo, da cui ogni cosa restava modificata tutt'altrimenti, e che, togliendogli quel nauseato dispetto degli uomini ond'era invaso da un pezzo, gli abbelliva i molti giorni promessigli dalla sua fresca età. Colla fantasia ne scorreva i casi; sedeva a un convito d'amore ignorato; ritesseva una tela di vicende, a fianco di un padre, sotto una mano amorevole, che lo esortasse, il reprimesse, l'applaudisse. Ma se da questo sogno, che in un atomo abbraccia tanto tempo, ricadeva sul presente, eccogli davanti un ceppo, fumante ancora d'un sangue prezioso, e dove, fra un istante, anch'egli verserebbe il suo, sotto agli occhi di una moltitudine indifferente, tra la quale forse sarà mescolato colui, quell'esecrato autore di tanti mali; e starà a contemplarlo e sorridere.
A tali immagini, il garzone, pur dianzi così sicuro, sgomentavasi come il fanciullo all'idea del fantasma, e altrettanto abborrendo dalla distruzione quanto prima l'avea desiderata, ascondeva la faccia contro il seno dello sconosciuto, e ripeteva angosciosamente:—Padre, salvatemi. Sì, sono Alpinolo; sono il figliuol vostro; salvatemi».
Queste parole inferocivano il vigore di quell'altro, il quale con una smania rabbiosa lo cingeva delle braccia convulse, strideva, chiamava il cielo, chiamava gli uomini, implorava pietà, giustizia…
Pietà, giustizia implorava egli!
Ma il conestabile Sfolcada Melik, nojato ormai di questo indugio,—Suvvia, (disse ai soldati) non sia mai detto che lasciaste ritardare la giustizia da un mascalzone. Animo: traetelo di là, e avanti».
Si mossero eglino di fatto, e tolsero in mezzo Alpinolo, il quale allora, dato nelle furie, cominciò a menar calci e pugni, mordere, graffiare, sinchè, sferratosi, riuscì a strappar di mano ad uno la mazza ferrata, e disposto a far le forze estreme, cominciò con essa a lavorare di qualità, che mal per chi l'accostava. I soldati, che, da quella notte in poi, sapevano come pesassero le costui braccia, impacciati anche dall'angustia e dal barcollamento del palco, davano indietro, intanto che Ramengo, collocatosi in mezzo della scaletta, come per abbarrarla del suo corpo, gridava in risposta al conestabile:—A chi mascalzone? Mascalzone sei tu, tedesco venduto! Io, sai chi sono io?» E stracciandosi d'in sul viso il cappuccio, si scopriva esclamando:—Sono Ramengo da Casale; impara a rispettarmi!»
L'alterazione prodotta della maschera e da una situazione così strana, non aveva lasciato che Alpinolo riconoscesse alla voce chi fosse il suo protettore. Ma come lo intese nominarsi, come, sospendendo un terribile colpo su cui abbandonavasi a due mani, si volse, e raffigurò quella faccia, la faccia che gli era fitta nella memoria siccome quella di un demonio, si tramutò a guisa di un uomo, il quale mentre accarezza e palpa il suo fido cane, tornato dopo lunga assenza, ascoltasse taluno gridargli:—Bada che è rabbioso».
Slanciò la mazza sul palco, e cogli occhi stralunati, colle braccia e gli indici protesi rigidamente verso di lui, profferì:—Ramengo! voi mio padre!» Mandò un urlo disperato, levò la faccia al cielo, colle mani fra gli irti capelli, indi, invano rattenuto da quell'altro, che a guisa di energumeno smaniando, divincolandosi, pregava, bestemmiava, chiedeva perdono, corse egli stesso a furia, a sottoporre il capo al fendente.
Un minuto dopo, il disciplino tenevasi boccone, abbracciato ai piedi di un cadavere, seguitando a prorompere in urli, in pianti, in imprecazioni—ma chi l'avrebbe compassionato? era una spia.
I confratelli della Consolazione intonarono la preghiera dei defunti, e levando il feretro, più carico del preveduto, si avviarono a Santa Marta per darvi sepoltura. Il popolo, rispondendo a quelle preci, sfollava dalla piazza e si diramava anch'esso, per le varie stradelle, cedendo il passo a nuovi curiosi, che a fiotti si avvicinavano al patibolo per vedere, se non altro, gli apparati e gli avanzi, ed informarsi di quell'ultima scena. Poi ritornarono ciascuno alle occupazioni della giornata, fra le quali più di uno usciva tratto tratto esclamando con un sospiro:—Povera signora!»
—Un bel colpo!» diceva un altro.—La non deve aver patito nulla. Non si può dire che i nostri signori non ci mantengono uno dei carnefici meglio esercitati.
—Hai visto (aggiungeva un terzo) con che divozione, prima di sottoporre la testa, ella baciò il Crocifisso?
—E non volle (replicava un altro) che il boja le levasse il fazzoletto dal collo».
Qualche femminetta soggiungeva:
—Ma! a quest'ora la sarà in purgatorio a mondarsi dei suoi peccati. IlSignore è misericordioso.
—E quel frate (riflettevano altri) se era sì dolce di cuore non dovea far quel mestiero di assistere i giustiziati. Manca gente avvezza a queste funzioni? Si sa: non tutti son buoni per tutto».
Un altro intanto aggiungeva:—Che cosa poi saltasse in mente a quel disciplino di non voler lasciare, come dice il mio padrone, libero corso alla giustizia, vattela accatta.
—Avrà creduto di far un'opera di misericordia», rispondeva lo scaccino della Passerella.
—Oh, sta a vedere! (tornava su il primo) Che ci ha a fare la misericordia coll'impedire che si ammazzi? Opera di misericordia è seppellire i morti, dico io.
—Per me (udivasi qualche giovane) è la prima che ne vedo di queste, ma sarà anche l'ultima. Gesummaria! alla notte mi tornerà sempre sugli occhi quella figura, quel tronco, quel sangue…» e rabbrividendo si copriva il viso.
—Tutto sta ad assuefarsi» rispondeva un uomo maturo.
Ma questa era la ciurma, ignorante e brutale a segno da trarre curiosa a tali miserie. Che se la storica verità ci costrinse a rivelare, pur troppo al vero, quel vulgo, ci è di soddisfazione l'assicurare come la razza dei generosi non fosse scarsa, frammezzo agli insultanti dominatori e ai vili depressi; sconosciuta da questi, sospetta a quelli, ma destinata a far fede della virtù, allorchè i casi umani trarrebbero qualcuno a rinnegarla indispettito. Con fremito virile, e con dignitoso compatimento, riguardarono essi quel caso come un pubblico lutto, una lezione, un avviso; parte abbandonarono la città, perchè non sembrassero tampoco colla loro presenza autorizzare l'assassinio legale; alcuni vestirono a lutto; altri manifestarono anche in aperte voci l'indignazione, ed erano gli stessi che avevano disapprovato il Pusterla finchè lo credettero cospiratore.
Le madri poi, le buone madri lombarde, narrando quel caso ai raccolti figliuoli, e commovendoli a pietà, facevano loro suffragare i poveri condannati, e ripetevano:—Preferite di esser la Margherita sul patibolo, che non Luchino sul trono».
Così quel giorno tutti parlarono della meschina, del frate, del disciplino; molti ne discorsero anche il domani, più pochi il terzo dì; poi nuovi mali, nuovi casi, nuovi supplizj vennero ben tosto a far dimenticare quei primi, a destare nuove curiosità, nuova compassione, nuove ciancie.
La scena si fu alla Corte, allorquando, ritornato Luchino a Milano, Grillincervello si pose dinanzi a lui ad atteggiare quel supplizio, ora contraffacendo con attucci e moine la rassegnata devozione della Margherita e la profonda pietà di fra Buonvicino,—tanto è facile volgere in riso le cose più serie e le più sante!—ora smaniando e armeggiando come aveva fatto Ramengo, eccitando al riso la brigata, e riscotendo gli applausi di quelli che ne erano stati testimonj oculari, e che esclamavano:—E' fa tal quale».
Luchino ne rise più degli altri, ma uno storico soggiunge che quella notte non dormi.
Chi può averlo detto a quello storico?
Poi anche alla Corte, come in città, a breve andare tutto fu messo in dimenticanza. Di fatto, al raccor dei conti, che cosa era succeduto? Alcuni innocenti in aspetto di rei eran stati percossi dall'iniquità in aspetto di giustizia: accidente tanto solito nella società—d'allora—, che non poteva destare nè mantenere a lungo l'interesse, non che l'orrore.
Ed io medesimo, ben lo sento, io ho troppo presunto col darmi a creder che, con patimenti così usuali, potessi tanto tempo occupare il lettore senza annojarlo.
Ma l'ho detto, e lo ripeto, non ho scritto per tutti, anzi, non ho scritto pei più, sibbene per quelli che davvero soffrono o hanno sofferto. Oh, se tra le pene ingiuste, con cui la calunnia, o la vendetta, o la satanica voluttà del far male, o anche l'interesse del potere e la pretesa necessità delle circostanze opprimono qualche volta l'innocente, se alcuno verrà un giorno a ricordarsi della mia Margherita; e nel pensare quanto quella pover'anima ha patito anch'essa dai cattivi, se ne sentirà un solo momento confortato; se mai nell'ora della prova qualche virtù vi trovasse un sostegno, una vergogna, qualche vizio, non crederò perduta la fatica di questo lavoro, dovesse pur rimanere trascurato e venire deriso dai miei compatriotti: n'avrò anzi conseguito quel compenso che unico desidero,—unico, dopo che il meditare e descrivere le sventure di quella meschina, disacerbò in lunghi e terribili giorni le mie.
Prima di finire, volendo toccare un motto anche delle altre persone che s'incontrarono colla Margherita in questo racconto, dirò come, tre anni dopo, un caso intervenne a Grillincervello, il più spiacevole caso che gli fosse mai tocco nella sua vita beffarda e beffata, ridente e paziente. Il signor Luchino, nella deliziosa sua villeggiatura di Belgiojoso manteneva un intrigo con una fanciulla paesana; ma, o non gli convenisse il farne mostra, o volesse solleticare il logoro senso del piacere col savore del pericolo e del mistero, egli conduceva di piatto questo suo amorazzo, e non traeva a sè quella facile bellezza se non di sera al bujo, facendola, per una porticina d'in fondo al parco, entrare in quel casino, dove Alpinolo l'aveva visto una volta a dormire, posto fra gli ombrosi andirivieni di un artificioso boschetto. Non isfuggi la tresca alla maligna curiosità del buffone, e si propose di giocare un mal tiro al signor suo, per farne poi scene.
Non so se mi sia venuta occasione di accennarvi che Luchino, in mezzo a tanta fierezza, era pauroso del diavolo, del fantasma, degli esseri impalpabili, contro di cui non valevano nè la spada sua, nè il ringhio dei mastini, nè le labarde degli scherani. Una sera, non aveva egli fatto che entrare colla druda nel conscio nascondiglio, quando, tra il fosco, gli appajono sulle pareti, in livida luce, i contorni di certe strane forme, metà uomini e metà bestie, con immense code e corna, e occhiacci stralunati, e tanto di lingue sporgenti; e nel tempo stesso comincia un fracassio, un sibilo fremente, un agitar di catene: le figure, il sobbisso che attribuiscono al diavolo coloro che pretendono di averlo veduto e udito.
La ragazza, tra piena di ubbie, come sono o erano queste campagnuole, tra rimorsa del suo peccato, voglio lasciar pensare a voi di che paura restasse presa. Ma neppure il signor Luchino seppe contenersi; e sgomentato non meno di un fanciullo male avvezzo, sbucò gridando accorr'uomo.
Gli sghignazzi di Grillincervello gli diedero ben tosto a capire come fossero orditure di costui, il quale, con non so che sue misture, aveva rappresentato quegli spaventosi apparimenti. Accorsero servi, accorsero soldati con fiaccole, con armi, accorsero i figliuoli e la eccellentissima moglie e monsignor arcivescovo; talchè quella che dovea restar mistero, divenne una pubblicità, con iscapito dell'onoredella docile contadina.
A Luchino, occorre ch'io vel dica? quel tiro spiacque che niente più; non tanto per veder rivelato quel suo tafferuglio (alla fin fine erano peccati abituali, e sapeva egli stesso riderne e farne ridere) ma per aver mostrato a quella donna, al giullare, agli accorsi, la sua paura: cosa che con tanto maggior sollecitudine si nasconde, quanta più se n'ha. Cacciò mano allamisericordia, e Grillincervello non mangiava più pane se, lesto come uno scojattolo, non si fosse arrampicato sino in vetta di un olmo, dove, appollajato, serenò quella notte alla fresca.
Il dormirvi sopra attutì la bizza di Luchino, non però così, che non volesse farla scontare al buffone con altrettanta e maggior paura. Il domani, dietro mangiare, quando solevano introdursi i buffoni a cantare e spassare, e colle arguzie loro agevolare la digestione signorile, Luchino, voltosi ai tre suoi bastardi, alla moglie, al fratello arcivescovo e agli altri commensali, disse:—Voglio che ci divertiamo».
E ordina che venga Grillincervello.
Questo, al non vedersene più fatto cenno nè motto, argomentava che quella sua bizzarria fosse, come tante altre, messa sotto un piede. Pure, volendo meglio dileguarne la ricordanza col far ridere di più, si mise addosso una veste di raso perlato, che la signora Isabella aveva, pochi dì prima, regalato ad una delle mogli o femmine di lui. Piccinacolo com'era, se la strascicava dietro, e con quel ceffo da beffana, e due gran mustacchi cho s'era acconci, e con istrani reggimenti del corpo, avrebbe mossa a riso la malinconia in persona.
Tutti in fatto cominciarono le risa più grasse; ma Luchino no; anzi, con un piglio arcigno se altra volta mai, lo rimbrotta delle insoffribili sue petulanze, e comanda a mastro Impicca (personaggio il quale seguitava la Corte), che lo conduca davanti a quel casino istesso, e senza più, lo appicchi per la gola. Indi invita i commensali a vuotar colà alcuni fiaschi di San Colombano, e vedere il castigo del mal burlone.
Benchè il tono di Luchino gli paresse fiero e risoluto oltre l'ordinario, ed egli si sentisse in colpa, nonostante quello sciagurato, persuaso o volendo persuadersi non fosse altro che una celia, fece ogni prova per voltar la cosa in burla, con una affettata paura ed uno svenevole accoramento. E Luchino, sodo. Come dunque egli vide il padrone ripetere l'ordine con un fare davvero spaventevole, e nessuno dei circostanti mostrar segno di favore nè di compatimento, e il carnefice ghermirlo senza cerimonie, fu preso da tanto sbigottimento, quanta era dapprima la sua baldanza. Bianco siccome un panno lavato, tremebondo come un paralitico, non reggendosi sulle ginocchia, mentre il boja ora lo tirava, ora lo spingeva, strillava al pari di un'aquila, chiamava misericordia, e volgendo la faccia contrita, raccomandavasi ora al padrone, ora al prelato, ora ai figliuoli, e massimamente alla signora Isabella e alle dame di lei, rammentando ad esse che aveva tre mogli e una nidiata di puttini. Poi, vedendosi non ascoltato dagli uomini, non lasciò santo che non invocasse; implorava almeno di confessarsi, di salvar l'anima; ma nessuno facea viso, non che di esaudirlo, neppure di commiserarlo; e il maggior loro da fare era il tenersi serj e composti, a malgrado dell'enorme antitesi fra quel vestire, quel ceffo, e quelle supplicazioni. Ed oltrechè per abitudine non pendevan troppo alla pietà, volevano così tener mano con Luchino, sapendo non esser altro che una baja, da risolversi comicamente, e riderne poi per mezz'anno.
Intanto mastro Impicca arriva al luogo designatogli, getta la soga a cavalcione di un ramo di quercia da un capo, e dall'altro, formato un nodo corsojo, lo circonda al collo del buffone, e fattolo salire, o piuttosto portatolo su per quattro o cinque piuoli di una scala a mano, ivi appoggiata, gli da una spinta, e giù.
Un ghigno universale scoppiò allora fra gli astanti, nascosti nel bosco: giacchè, secondo l'intesa, non essendo il capestro assicurato al ramo, il buffone, invece di restarvi appeso e strangolato, cascò stramazzone sull'erba. Fattisi dunque tutti vicini ad esso, chi lo chiamava, chi lo urtava coi piedi, chi lo punzecchiava colla mazza o colla spada, e rinforzando le risa, gli ripetevano:—Ohe! sta su!—Che? ti sei addormentato?—Lazzaro, vien fuori» gli gridava l'arcivescovo; e Forestino soggiungeva:—Gua' come imita bene il morto».
Il fatto però stava che egli era morto davvero: lo spavento lo aveva accoppato. Questo principesco divertimento non dispiacque a tutti, molti anzi si tennero di buono al veder tolto di mezzo questo implacabile morditore.
—Visse come i cani di legnate e di buoni bocconi: come un cane sarà sepolto», disse Forestino prendendo al braccio e conducendo via la signora Isabella.
—Salute a noi finchè non torna lui», soggiunse Bruzio seguitandolo. Anche Luchino, volgendo un'ultima occhiata nel partire, esclamò:—Me ne sa male: mi faceva tanto ridere».
Al che monsignore:—Basta fargli dire del bene».
E Borso:—Puh! di buffoni non è scarsità»; e girava un'occhiata fra sprezzante e atroce sopra i cortigiani che stavano attorno.
Chi mi domandasse come la signora Isabella sentisse e sopportasse questi disordini del marito, e gli scorni che le recava, sarei costretto a rispondere: «Al modo di molte: facendone altrettanto». Quando essa partorì due figliuoli, Grillincervello diceva che Luchino poteva mangiare in venerdì la parte che vi aveva avuto; nel che pare che egli non desse lontano dal vero, attesochè, dopo morto Luchino, essa dichiarò che non venivanle da lui.
Una volta poi, essa, volendo trovarsi comodamente con un certo, anzi, con certi suoi innamorati, finse aver fatto voto di visitare San Marco in Venezia. Grossa comitiva di signori e dame principali delle varie città obbedienti ai Visconti, l'accompagnarono nel devoto e voluttuoso pellegrinaggio, e sull'esempio della principessa sfoggiarono in lusso e lautezze non mai più vedute, e ruppero in scandaloso libertinaggio. Tutto il mondo ne facea cronache: solo il marito, come suole avvenire, ne rimaneva all'oscuro, finchè l'astrologo suo Andalon del Nero, fingendo leggere nelle stelle quel che contavasi per tutte le barbierie di Milano e di fuori, ne diede notizia al Visconti. Questi consentiva ad essere tradito; ma ingannato, no: e, furibondo della beffa più che dell'oltraggio, mancò all'abituale sua dissimulazione, e lasciossi intendere che, con un bel fuoco, stava per fare la più grande giustizia che mai si fosse eseguita.
Non l'avesse mai detto. Isabella intese che bisognava prevenirlo. Come fu, come non fu, Luchino, di ritorno da una corsa, beve una coppa di vino, ed è preso da dolori atroci; chiamano quel dottissimo Matteo Salvatico, il quale nel visitarlo impallidisce, guarda in viso alla signora che piangeva e strillava, si pone un dito alla bocca, e chiesto che mal fosse, risponde in aria di oracolo:—Un bel tacer non fu mai scritto».
E Luchino morì, sette anni dopo il supplizio della nostra buona Margherita, e fu sepolto, dissero le gazzette d'allora,cum grande honore de cavalli et de bandiere, cum infinito dolore de l'arcivescovo et de la inconsolabile moglie, et incredibili lacrime de tutti li fedeli sudditi de Milano et contorni.
Quell'incredibilinon si legge che in pochi esemplari genuini.
Dopo queste dimostrazioni, tutte del pari sincere, la signora lasciossi racconsolare, e il popolo obbedì volentieri al solo arcivescovo Giovanni. Era egli oltremodo magnifico, gran persecutore degli eretici, gran limosiniere, gran fautore dei letterati e del Petrarca, il quale e i quali seppero mostrarne la medaglia da un lato solo: la storia mostrò anche il rovescio a chi possieda lente per leggere di sotto la patina della retorica e dell'adulazione. Il popolo, accortosi di aver poco migliorato, desiderò disfarsene; e la morte ne lo disfece dopo cinque anni.
Non erano ancor finite le splendide esequie fattegli in pubblico, e le imprecazioni lanciategli in privato, che, per paura non mancasse un padrone, noi popolo col suffragio universale ci affrettammo di eleggere principi Bernabò, Galeazzo e Matteo, quei tre fratelli che i nostri congiurati avevano sperato liberatori del paese. Essi coi fatti davano segno di far ogni male, e i Milanesi se ne promettevano ogni bene. Il servire era diventato abitudine, abitudine non si può dire altrimenti che comoda; la lunga dominazione dei primi Visconti aveva associato al nome di questi l'idea di padronanza; onde, sebbene l'elezione si facesse dai novecento, scelti dal principe ad organi del voler popolare, si sarebbe creduto ingiustizia il non conferire il potere a un Visconti, non per altra ragione se non perchè un Visconti lo aveva avuto e abusato.
Quei tre, compromessi da giovani come nemici della tirannia, o, per dirla alla moderna, come liberali, sapete che non riuscirono migliori. Galeazzo e Bernabò per maggiore comodità di divisione, ammazzarono Matteo, e si spartirono lo Stato, facendo a chi peggio. Le lepide enormità di Bernabò, che diceva d'essere nei suoi paesi papa e imperatore, sono vive nella tradizione vulgare; e i Milanesi più non potevano durarle, quando un bel giorno intendono che Giovan Galeazzo, figliuolo e successore del bel Galeazzino, un'acquamorta, un santocchio, tirò in trappola lo zio Bernabò, e lo ha cacciato nel castello di Trezzo, a crepare di rabbia, se non fu di veleno.
Il popolo, tutto allegria di vedersi senza fatica liberato dal tiranno, gridòViva la libertà, o unanimemente acclamò per padrone il nipote traditore. Questo non dirazzò dagli avi, e per esimere i Milanesi dall'incomodo di eleggere ogni volta il figlio o il nipote del morto, chiese dall'imperatore di Germania, e ottenne in proprietà questo bel paese. L'imperatore, contento di buscar soldi, gli concesse questa grossa porzione, senza tanto guardare a diritto, e colla cortesia onde io regalerei quel poderetto che mi hanno assegnato laggiù in Arcadia, quando ne fui acclamato pastore. Il popolo, stracontento di avere un duca, e un duca che fabbricava il Duomo di Milano e la Certosa di Pavia, assistette in affollato tripudio alla inaugurazione di esso e…
Nessuno ignora le vicende che da quel punto corse il ducato, or preda degli ingordi, or rapina dei prepotenti, or trastullo degli scaltriti, or dote di donne come i mobili e le mandre, finchè traverso a lunghi e indecorosi dolori, potè arrivare a quel riposo e a quella felicità che ciascun vede.
Se alcuno mi domandasse a che riuscì quel Lucio capitano di giustizia, che tanto erasi affaccendato a spegnere la razza dei ribelli, non si aspetti una fine cattiva, simile alle altre del mio racconto, le quali sarebbero troppe se non fossero storiche. Era diritto che il compenso venisse generoso a chi generosamente aveva ajutato il principe a liberarsi da' suoi nemici. Il lauto e delizioso podere di Mombello, confiscato come roba di ribelli, fu da Luchino concesso a Lucio, il quale si ritirava colà a riposo ogni qualvolta glielo consentissero le pubbliche occupazioni, e le cariche affidategli dalla gratitudine della patria, cioè del principe, in cui vantaggio continuò ad esercitare la lunga e onorata canizie.
In un oratorio, là tra Bovisio e Mombello, si vede ancora una grande arca di granito, con un epitaffio che loda la vita e piange la morte di uno, del quale sul coperchio si vede l'effigie ad alto rilievo, col berretto dottorale in capo e la toga fino ai piedi, e colle braccia incrociate sul petto, al modo onde muojono i buoni cristiani.
Là dentro fu sepolto Lucio.
Là dentro aspetta il giudizio di Dio.
PETRI AZARIInotarii novariensis synchroni auctoris chronicon de gestis principum Vicecomitum.
Luchinusgessit et æegrum animum contra magnates, qui conversationem habuerant cum præfato domino Azone. Et dicebatur, quod id faciebat propter alterum de duobus; scilicet, aut pro co quod morti domini Marci fratris sui assenserant consulendo, aut quia, tempore domini Azonis, ipse paucum profictum ex titulo et honore habebat. Nam præfatus dominus Azo consiliariis suis multum credidit, et eum eo in infinitum facti sunt opulenti. Et pro eo dictos consiliarios male tractabat, etiamsi essent de optimatibus Mediolani. Et inter alios erat Franciscolus de Pusterla, ditior et felicior quovis Lombardo, si tamen temporalia hominem possunt facere felicem. Et quod sit rerum, audietis. Nam pulchriorem et nobiliorem mulierem Mediolani habebat in uxorem. Nobiliorem quia de Vicecomitibus; pulchriorem, quia etiam vocabatur Margarita. Et certe mirum fuit, quod nemo in luxuria erat dicto Franciscolo coæqualis, in tantum quod a prandio se levabat ut haberet coitum cum ipsa Margarita uxore. Et sic faciebat equitando, si debuisset de equo descendere, et invadere publicas meretrices. Ex ea habuerat tres filios mares, pulchriores forma aliquibus Mediolani. Et si aliter fuissent, degenerassent, quia ipsorum parentes tam vir quam mulier formosi ultra modum erant et valde pulchri. Domum autem in Mediolano habebat pulchriorem; possessiones, mobilia, in tantum quod numerus non extabat, et certe alter Job potuit dici.Sed quia ad plenum enarrare longum nimis esset, concludam, quod præfatus dominus Franciscolus accusatus fuit de quodam tractactu. Et certe potuit esse verum. Nam dicebatur, quod ipsius uxor prædicta conquesta fuerat, quod dominus Luchinus voluerat nobilitatem ipsius turpi coitu fædare. Nam præfatus dominus Luchinus extiti luxuriosus. Et quod gravius erat, propter ægrum animum, quem in eo ridebat, habebat de statu dubitare. Et certe si, prædictus dominus Franciscolus cogitata cito explevisset, de facili fuissent effectum consequuta. Sed quia tanti et potentes cives ipsi tractatui assentiebant, necessarium fuit ab aliquo publicari, et male. Quocirca dominus Luchinus multos cepit, et capti fuerunt statim decapitati, et fame aliisque tormentis necati. Et quia nimis longum esset enarrare opus, de ipsis ad præseus tacetur. Dicam, quod prædictus Franciscolus fugit, ed eum pluribus ex filiis Avenionem se reduxit. Sed quia nec ibi, nec ultra mare, nec citra permisisset cum vivere, necessarium, fuit alio divertere; nam exploratores ipsum sequebantur: et captus fuit in marinis partibus, super Portum Pisanorum, et ducti fuerunt Mediolanum. Multos alios publicatos accusavit, quos morte, peremit. Et demum ipsum et filios duos cum parentibus in Broleto decapitari fecit, et quosque tam mares quam fminas, et ipsam Margaritam consumavit, quæ propterea alia fuit Hecuba, ut legitur in processibus Trojanorum. Purgavit adeo dominus Luchinus corum contumaciam, quod credo nunquam Mediolanenses ausuros tractare (etiam quia timidi sunt a natura) contra Vicecomites.
BERNARDINO CORIO,L'Istoria di Milano.
Nel medesimo anno (1340), ancora nell'agosto, Francesco da Pusterla, il quale in Milano sopra ogni altro cittadino di ricchezze abbondava, avendo ridotto a sua divozione Galeazzo et Bernabò supradetti, insieme con Pinella et Martino fratelli de' Liprandi; Borollo da Castelletto, et un Bertoldo d'Amico, conspirarono contra di Luchino Prencipe di Milano, da gli antecessori del quale erano fatti grandi, tanto di ricchezza, quanto di riputatione, et nome. Cominciarono adunque a trattare della mortedel Prencipe, onde Giuliano, fratello di Francesco, impetrando aiuto ad Alpinolo Casale, li manifestò il tutto, per esser lui suo caro amico. Costui di subito al fratello Ramengo riuelò il trattato, la qual cosa intendendo Francesco sopradetto, non essendogli Ramengo beniuolo, pensò che la cosa saria palesata al Prencipe, il perchè di subito insieme col fratello, et due figliuoli già di età perfetta, fuggì da Milano, et secretamente andò in Auignone, et Ramengo senza metterli tempo, hauuta la certezza del fratello, fece intendere a Luchino Visconte quanto contra di lui s'era ordinato. Onde Pinalla, Martino, Borollo et Beltramolo gli fece imprigionare, et posti al tormento manifestarono la cosa. Fatto dunque che hebbero il processo di tanto maleficio, gli furono confiscati tutti i suoi beni, et posti nelle carceri furono fatti gli ambi fratelli morir di fame. L'Amico, à più uituperoso fine fu reseruato. Le famiglie sue restarono in somma pouertà. Malgherita, mogliera di Francesco, germana di Luchino per esser lei sorella di Ottorino Visconte, et figliuola di Vberto, quale fu fratello di Matteo Magno, essendo stata la inuentrice di tanta scelleraggine, fu crudelmente incarcerata, et Francesco dall'altro canto per le continue insidie, in Auignone quasi non era sicuro. Et così finalmente un Milanese con simulazione fuggì da Milano et andò in Auignone; il perchè da Luchino fu messo nel bando, et lui dell'altro canto faceva venire a Francesco lettere contrafatte da parte di Mastino della Scala, che volesse andare a Verona, concio fosse che da lui sarebbe honorato con onesto stipendio. Credette Francesco alle false lettere, il perchè partendosi giunse a porto Pisano, dove la potenza di Luchino era oltra modo estimata, per difendere lui i Pisani dai Lucchesi. Quivi mandò adunque Buonincontro di San Miniato Toscano, et suo Condottiero, il quale come Francesco, ed i figliuoli furono giunti, li fece prigioni, et fra pochi giorni essendo condotti a Milano, nella pubblica piazza del Broletto furono decapitati; per impositione del Prencipe, Beltramolo sopradetto, palesamente fu il manegoldo. E dopo per essere molto odiato da Luchino, cantra del quale ancora nei tempi passati altri mancamenti hauea commesso, fu strasinato a coda di due Asini fino alle forche, fuora della città, dove senza dimandar perdono de i suoi peccati, con una catena al collo per insino dai corvi fu devorato, restò impiccato con perpetue esecrazioni d'ogni viandante.
[1] In questo punto ci viene sottocchio una biografia dell'autore,premessa a una bellissima edizione d'una nuova traduzionespagnuola della suaStoria Universale, e vi leggiamo: «Enla prison, con medios que solamente los presos saben procurarse,compuso una novela, en que, ideando un proceso de Estado formado àMargarita Pusterla por los Visconti, revelaba las iniquidades delos procesos politicos modernos. Esta novela ha sido colocada allado de la de Manzoni, y traducida en todas las lenguas: enFrancia conocemos cinco traducciones diferentes. Una novela quesobravive al ano en que ha visto la luz, no deja de ser fenòmenobastante raro en el dia.»
[2] La famiglia Pusterla era d'origine longobarda, e riconoscevasiindipendente, cioè rilevava i suoi feudi direttamentedall'imperatore, portando in segno l'aquila imperiale nellostemma. A queste famiglie, nel governo a comune, di preferenzaconferivansi le dignità, sì perchè non potevano spenderelargamente, sì perchè non erano legate da giuramento o da fedeltàad altro signore. I Pusterla in fatto ebbero altissime cariche ecivili e militari ed ecclesiastiche, e ne conseguirono ingentiricchezze. Fin trentacinque ville possedeano con amplissimetenute, e quasi tutto a loro spettava il territorio di Tradate, inlibero allodio, e non per infeudazione imperiale nè vescovile.
In Milano padroneggiavano quasi tutto il quartiere di porta Ticinese, da Sant'Alessandro fino al Carrobio, e vuolsi introducessero nelle case quelle palanche e cancellate, che costumano fra la porta di via e il cortile interno, e che chiamiamo pusterle. A un dato giorno questa famiglia allestiva un enorme cavallo di legno, il quale tirato dai Facchini della Balla, a suon di strumenti procedeva pel corso di porta Ticinese fino al duomo; quivi schiudevasi come il cavallo di Troia, e ne usciva gente coi regali, di cui i Pusterla facevano omaggio alla metropolitana; terminavasi con lauti trattamenti all'innumerevole clientela.
[3] Poichè spesso ci verrà fatta menzione delle monete d'allora, giovi avvertire che l'intrinseco della lira imperiale era di grani 634 d'argento, cioè circa un'oncia e mezzo: la lira dividevasi in 12 soldi imperiali; e 32 di questi ossia 64 terzuoli formavano il fiorino o zecchino d'oro, che oggi sarebbe 10 franchi.
[4] È scomparso nei nuovi allineamenti
[5] Oggi Via Torino.
[6] Abbiatene qui un saggio:
Sentii de la paxion de Dè,qual el sostene de li Zudè.Che ve vojo dir e contareSe vuu me volì ascoltare,Com'ella fo e en qual mesura,Segondo che dise la Scrittura.Perzò prego, se vel piaze,Ca vuu le debia odir en pazeE odir in gran pietateDel re de sancta majestate,Zoè Cristo fiol de DèChe fo traido dal Zudè,E che durò gran paxionSenza nessuna offension.Ma per nui miseri peccatorSoffri obbrobrio e desonor,E per nuu sol preso e ligaaE tutto nuo despojaa.Color ch'il presen e ligànD'aguti spin l'incoronàn,Suso in alto lo faxian stare,Poi se l'intinzean adorareCon befe e con derexionTutti stavan in ginucion.E si dixean: Quest'è re.Ma no gh'aveano bona fe,Po ghi coprian i ogi e 'l volto,Chel no vise poc ne molto,Una gran cana chigi aveanEntre lor se la sporzean, ecc, ecc.
[7] E in prose e in versi di quei tempi ci è serbato memoria del fatto.
Malerba ch'era nel corno destro, blasfemava sancto Ambroxio in soa lingua.—Maledetto quel camisone bianco che ha menazzato colla scutica! mai la spata mia a potuto far colpo.—Queste parole di Malerba furono hodite da tutti. Et siccome Dio, facto uno funicolo, caccioe quelli compravano nello templo, così el spirito di sancto Ambroxio spartì loro barbari come se fosse tratto ogni generatione di bombarde.
E Gaspare Visconti cantava, in bocca d'Antonio Visconti:
A Parabiago, rotto il nostro campoEra, e già preso il mio fratel Luchino,E la nemica schiera fea tal vampo,E ognuno di noi di morte era vicino,Visibilmente, in aria deste un lampoChe se po' dir celeste, anzi divino,Col camisotto bianco et con la sferza,Che alcun non resse alla percossa terza.
[8] Fu poi demolito nel 1864; come furono cambiati i nomi di molte vie e delle porte; gran segno di rigenerazione, e forse unico.
[9]De remediis utriusque fortunæ, 1, 85.
[10]De remediis, ecc., 1, 95.
[11] Vedi i versi latini e l'epistola familiare XVI, 11, 12.
[12] Epistola del 1335, pubblicata poco fa a Padova.
[13]Non inveni in mundo populum adeo facilem ad conversionem et subversionem, sieut populum mediolanensem.
[14]Mitissimi hominum.
[15] Per questo fatto e per altri antecedenti e susseguenti, giova ricordare che questo libro fu compito nel 1831. I cambiamenti si succedono così a precipizio nell'ordine materiale siccome nel morale! Oggimai tutto v'è scomposto, e sgarbatamente aperta la piazza stessa, ch'era unica in Milano.
[16] È il CLXXII degli Statuti Criminali di Milano.
[17] Vedi ilGentleman's Magazine1795.
[18]Scour the horse.
[19] Nondum natum sensit regemNasciturum juxta legoSine viri semine.
Quem dum sensit in hac luceTamquam nucleum in nuceConditum in virgine….
Lux non erat sed lucerna:Monstrat iter ad supernaQuibus suum pax eternaPollicetur gaudium…
Ab offensis lava, Christe,Præcursoris et BaptisteNatalitia colentes,Et exandi nos gementesIn hac solitudine._
[20] Via Torino
[21] In quel giorno l'arcivescovo, tornando dalla processione a SanLorenzo, lavava un lebbroso in Carrobio.
[22] Sì questa romanza, sì l'ode dell'Esule, furono messediverse volte in musica.
[23]Senitium Lib. V, ep. 3.
[24] Così pronunciano per ceche; certi pesciattolini come anguilline bianche che il vulgo mangia a Pisa. Per beffa, dicesi che i Pisani si segnano in nome di san Ranieri, der gioco der ponte, della luminara e delle cee.
[25] È ad avvertirsi che tutto ciò era stampato dieci anni prima che un identico fatto si avverasse a Parigi col Partesotti: il quale fingendosi esule e liberale, tramò coi fuoriusciti italiani, e i loro disegni comunicava alla Polizia di Milano: ordì di trarre uno dei capi nello mani di questa, imbarcandolo per una spedizione contro il regno dì Napoli. Morendo, fu onorato di generose esequie: poi nelle sue carte si trovarono le copie dell'infame carteggio.
[26] Mi sarei ben guardato dal far dire al Petrarca cosa, nè quasiparola, che non fosse nelle opere sue.
[27] Che non glielo restituì, onde quell'opera andò perduta peiposteri.
[28]Quid libet vide; Indos quoque, modo ne videas Babylonem, neque descendas in infernum vicus, etc. VedasiEpistolarum sine titulo liber, epp.15, 16.
[29] Sono il bracco.
[30] Capo XXIII.
[31] A Timoteo II. IV, 2.
[32] Ai Colossensi, 5.
[33] Salmo X.
[34] Salmo XIII.
[35] Sapienza, VI
[36] Pochi altri precetti sono espressi con maggiore asseveranza ed insistenza. Tobia visitava i suoi fratelli in cattività porgendo loro salutevoli avvisi (TobiaI.15): San Paolo prega la misericordia di Dio sopra Onesiforo, che non prese vergogna delle catene di lui (II.a TimoteoI. 16); ed agli Ebrei scrive, si ricordino degli imprigionati come fossero imprigionati con essi. Cristo nel dì del giudizio dirà ai buoni:—Io era in carcere e mi visitaste: «benedetti dal Padre mio venite alla gloria»; ed ai malvagi:—Via da me, maledetti, perchè io era infermo e in carcere, e non veniste a trovarmi» (MatteoXXV).
L'Editore ai Lettori Pag. 1CAPITOLO I. La parata « 7« II. L'amore « 22« III. La conversione « 38« IV. L'attentato « 54« V. La congiura « 72« VI. Un'imprudenza « 83« VII. L'annegata « 100« VIII. I disastri « 120« IX. Brera « 141« X. Il processo « 154« XI. La prigioniera « 166« XII. Peggioramento « 181« XIII. Riconoscimento « 196« XIV. Pisa « 210« XV. Padre e figlio « 223« XVI. L'esule « 232« XVII. Tradimento « 257« XVIII. Il soldato « 269« XIX. Fuga « 292« XX. Un frate e un principe « 311« XXI. Sentenza « 323« XXII. La catastrofe « 337
Conclusione « 361Fonti storiche « 367Bernardino Corio—L'istoria di Milano « 368