CAPITOLO XLII.

CAPITOLO XLII.

«La Vergogna del Sole» fu pubblicata in ottobre. Nel tagliare la cordicella che legava una mezza dozzina di copie mandate in omaggio dall’editore, Martin fu colto da pesante tristezza. Egli immaginò quale sarebbe stata la sua gioia delirante, mesi prima, e la paragonò all’indifferenza attuale. Il suo libro! il primo libro! E il polso non gli s’era accelerato, ed egli non provava altro che cupa tristezza!

Che gl’importava, ormai?... C’era da aspettarsi del danaro, evidentemente, ed egli non sentiva la passione del danaro.

Portò una copia in cucina e la porse a Maria, confusa e agitata.

— È mio, — le disse. — Ho scritto questo libro nella mia camera, e, certo, le vostre buone minestre hanno molto contribuito. È vostro: un semplice ricordo.

Egli era mosso dal pensiero di farle piacere, di renderla orgogliosa di lui, di giustificare la fiducia che lei non aveva cessato di manifestargli. Essa collocò il libro in salotto, accanto alla bibbia famigliare, come una cosa sacra, feticcio dell’amicizia. Ecco una cosa che attenuava la delusione di sapere il suo inquilino lavandaio; e sebbene essa non capisse neppure un rigodel libro, sentiva oscuramente che ogni frase ne era nobile e bella. Era una popolana, lei, semplice e terra terra, ma aveva un cuore bennato. Egli lesse con la stessa indifferenza le recensioni su «La Vergogna del Sole», che l’Argo della stampagli mandava tutte le settimane. Il suo libro faceva chiasso, era evidente; il portafogli si arrotondava. Egli avrebbe potuto collocare Lizzie, liberarsi dei suoi impegni e avere ancora tanto da costruirsi il castello di verzura; Singletree, Darnley e C., prudentemente, s’erano limitati a fare un’edizione di 1500 copie, ma, dopo le critiche favorevoli, ne fecero una seconda di 3000, poi una terza di 5000 copie. Una casa di Londra chiese il permesso, telegraficamente, per un’edizione inglese; e si seppe, nello stesso tempo, che in Francia, in Germania, in Isvezia, stavano preparando delle traduzioni.

L’attacco alla scuola di Maeterlinck non poteva essere lanciato in un momento migliore. Sorsero delle polemiche vivacissime: Salceby e Haeckel erano per caso d’accordo nell’approvare e difendere «La Vergogna del Sole». Crookes e Wallace si schierarono contro, mentre Sir Oliver Lodge tentava una conciliazione in conformità delle sue teorie cosmiche. I discepoli di Maeterlinck si strinsero attorno allo stendardo del misticismo. Chesterton provocò un riso universale pubblicando una serie di saggi scritti da avversarî pazzi furiosi. Ma tutti, partigiani e nemici, furono schiacciati da una nota fulminante di Giorgio Bernardo Shaw. Inutile dire che l’arena era zeppa di combattenti meno illustri, che però non sollevarono meno polvere e facevano un chiasso e una confusione spaventose.

«È un prodigio assolutamente sbalorditivo, — scrisse a Martin la Casa Singletree, Darnley e C. — il fatto d’un saggio filosofico e critico che si vendecome un romanzo. Quest’opera è destinata a vincere tutti irecords.

«È qui incluso il duplicato d’un contratto per la vostra prossima opera. Vi preghiamo di osservare che abbiamo portato la vostra percentuale al 20%, che è quasi il massimo che una casa editrice possa offrire. Se l’offerta vi conviene, vi preghiamo di scrivere il titolo del vostro libro nello spazio riservato su questo foglio. Quanto all’argomento, vi lasciamo piena libertà: c’importa poco. Se avete un lavoro già pronto, tanto meglio. Bisogna battere il ferro sinchè è caldo.

«Appena riceveremo il contratto firmato, avremo il piacere di mandarvi un anticipo di 25.000 lire, per darvi prova della nostra fiducia. Vorremmo anche discutere le clausole di un contratto per parecchi anni, — supponiamo dieci, — durante i quali il diritto esclusivo alla pubblicazione di ogni vostra opera in volume sarebbe riservato a noi. Ma di questo, un’altra volta.»

Martin mise la lettera da parte e, abbandonatosi a un calcolo mentale, concluse con questa scoperta, che 75 centesimi moltiplicati per sessantamila facevano 45.000 lire. Egli firmò il contratto, ne riempì lo spazio bianco col titolo «Il falò di gioia», e lo mandò agli editori, con le venti novelle scritte un tempo. E, per volta di posta, giunse lochèquedi 25.000 lire di Singletree, Darnley e C.

— Volete venire con me in città, Maria, questo pomeriggio, verso le due? — propose Martin la mattina. — O, meglio, trovatevi all’angolo di Broadway con la 14ª strada, alle due. Mi troverete là.

Essa fu puntuale. La sola spiegazione che lei avesse trovata per quel mistero fu la parola «scarpe», e la sua delusione fu grande, quando Martin, sorpassando una grande calzoleria, la trascinò in un’agenziadi compra-vendita d’immobili. Quel che avvenne poi fu come un sogno, e tale le rimase nella mente, sino alla morte. Dei bei signori le sorrisero con simpatia, mentre parlavano tra loro e con Martin, poi una macchina da scrivere fece udire il suo ticchettio, delle firme furono apposte appiè d’un documento imponente; il suo padrone di casa, chiamato, firmò anche lui. E quando tutto fu finito ed essi furono usciti, il suo padrone di casa le disse: — Ebbene, Maria, questo mese non dovrete pagarmi le 35 lire! — Maria, sbalordita, non sapeva che dire.

— Neppure il mese prossimo, nè il seguente, nè l’altro, — continuò il proprietario.

Essa ringraziò, con incoerenza, come d’un favore. E solo quando ritornarono a Nord Oakland, dopo aver conferito con amici e col droghiere portoghese, essa capì ch’era diventata proprietaria della casetta che abitava da tanto tempo.

— Perchè non comperate più nulla da me? — domandò il droghiere portoghese a Martin, quel giorno, avvicinandolo, alla discesa dal tranvai. Martin spiegò che non cucinava più, e dovette entrare a bere un bicchiere. Egli osservò che quel vino era il migliore della cantina.

— Maria, — dichiarò Martin quella stessa sera, — vi lascio. E anche voi tra breve andrete via di qui. Voi affitterete la casa ad altri e ne riscuoterete la pigione. Mi avete detto che vostro fratello abita a San Leandro, Haywards o altrove, non ricordo: gli direte di venirmi a trovare. Sarò all’Hôtel Metropolea Oakland. Egli s’ìntende di belle fattorie e glie ne farò vedere una.

Così Maria divenne proprietaria d’una casa in città e d’una fattoria in campagna, con due bifolchi per i lavori e un deposito in banca, che aumentava di giorno in giorno; e tutta la sua prole era provvistadi scarpe e andava a scuola. Poche persone incontrano i buoni genî che hanno sognato, ma Maria, che aveva lavorato sodo e aveva la testa dura e non aveva mai sognato fate, trovò il suo spirito benigno in forma d’un ex-lavandaio.

Intanto la gente incominciava a domandarsi: — Ma chi è, dunque, questo Martin Eden? — Egli aveva rifiutata la sua biografia agli editori, ma i giornali non si scoraggiavano per questo. Nella stessa Oakland, ireportersscovarono una quantità di persone capaci di fornire delle notizie preziose, su chi era, e chi non era, tutto ciò che aveva fatto e specialmente ciò che non aveva fatto; tutto ciò fu dimostrato un giorno, pel più vivo godimento del pubblico, e accompagnato da istantanee e da fotografie.

Dapprima il suo disgusto per le riviste illustrate e per la società borghese fu tale e tanto, ch’egli tentò di lottare contro la pubblicità; poi, per indolenza, finì col cedere. Pensò che non poteva respingere i corrispondenti che venivano da lontano a trovarlo. Poi, siccome i giorni erano lunghi, ora che non li impiegava per lavorare e scrivere, bisognava pure ammazzare il tempo in un modo qualunque. Cedette a ciò che egli considerava un soffocamento, concesse delle interviste, espresse delle idee sulla letteratura e sulla filosofia, e accettò persino degl’inviti nelle famiglie borghesi. Egli si adagiava in un nuovo stato d’animo strano e comodo; tutto gli era indifferente. Perdonò a tutti, persino al giovanereportersculacciato che aveva fatto di lui un anarchico militante, e al quale concesse una pagina intera, con fotografia speciale.

Vedeva di tanto in tanto Lizzie, alla quale dispiacevano le nuove grandezze di Martin, giacchè quegli onori aumentavano la distanza che li separava. Con la speranza di accorciarla, forse, essa si lasciò persuaderea seguire i corsi serali e a farsi fare i vestiti da una grande sarta che si faceva pagare in modo favoloso.

Essa faceva progressi di giorno in giorno, al punto che Martin finì col domandarsi se egli faceva bene a comportarsi così, sapendo che tutto ciò che lei faceva, lo faceva con la speranza di piacergli. Essa cercava di acquistar valore agli occhi di lui, d’un genere di valore ch’egli sembrava apprezzare. Eppure, egli non le dava alcuna speranza, la trattava in modo veramente fraterno, e la vedeva di rado.

«Troppo tardi» fu lanciato dalla Società Ed. Meredith-Lowell, con la massima popolarità; essendo esso un romanzo, il prezzo di vendita fu molto maggiore di quello de «La Vergogna del Sole». Passavano le settimane, ed egli manteneva ilrecord, senza precedenti, d’avere due libri di gran successo in vetrina, nello stesso tempo, giacchè gli ammiratori de «La Vergogna del Sole», erano ugualmente attratti dall’enciclopedica padronanza con la quale aveva trattato il suo romanzo d’avventure marinaresche. Nell’uno aveva combattuto la letteratura mistica, con rara efficacia; nell’altro aveva svolto con rara facilità i principî ch’egli bandiva, provando così la versatilità del suo genio e rivelandosi, insieme, critico e creatore.

Il danaro, la celebrità, affluivano verso di lui; come una cometa egli splendeva nel cielo letterario, e il successo ch’egli creava lo divertiva, più che non lo interessasse. Una cosa sola lo stupiva, — una cosa da nulla. Parecchia gente sarebbe rimasta perplessa, se avesse potuto dubitare del suo stupore: il giudice Blount lo invitò a pranzo! Questo piccolo incidente gli doveva poi diventare una grande cosa nella mente. Egli aveva insultato il giudice, l’aveva maltrattato in modo odioso, e, il giudice, incontratoloper la strada, l’aveva invitato a pranzo!... Martin enumerò le numerose occasioni capitate al giudice Blount in casa dei Morse, per invitarlo a pranzo; allora non l’aveva fatto. Perchè non l’aveva invitato allora? Eppure egli, Martin, non era mutato in nulla; era lo stesso Martin Eden. Quale differenza c’era dunque d’allora a ora? Il fatto che le sue opere erano state stampate? Ma le aveva già scritte proprio quando il giudice, seguendo il parere di tutti, rideva delle idee di lui e di Spencer. Dunque, non a causa del suo valore reale, ma a causa d’un valore puramente fittizio, il giudice Blount lo invitava a pranzo! Martin ghignò e accettò l’invito, pur meravigliandosi della sua magnanimità. E a quel pranzo, di cui Martin fu il beniamino, e al quale partecipavano una mezza dozzina di persone altolocate, con le loro mogli, il giudice Blount, caldamente sostenuto dal giudice Hanwell, supplicò Martin di far parte dello «Stige»,clubultra-aristocratico, di cui facevano parte non solo i ricchi ma i grandi ingegni.

Martin non accettò, e rimase più che mai stupito. I suoi manoscritti partivano l’uno dopo l’altro, tutti; egli era sopraffatto dalle richieste degli editori. Avevano scoperto ch’egli era uno stilista e un pensatore insieme. LaRivista del Nord, dopo aver pubblicato «La Culla della Bellezza», gli aveva chiesto una mezza dozzina di saggi del genere; ed egli l’avrebbe fatto, se ilBurton’s Magazine, avido di speculazione, non gliene avesse chiesti cinque, a 2500 lire l’uno. Egli rispose che accettava, ma, ricordando che tutti i manoscritti erano stati rifiutati freddamente, bestialmente, sistematicamente, dalle stesse riviste illustrate che ora l’imploravano, chiedeva 5000 lire per saggio. Essi gli avevano fatto sudare sangue e acqua, un tempo; ora toccava a lui marchiarli a fuoco!

E ilBurton’s Magazineaccettò quel prezzo, e iquattro saggi che rimanevano furono presi, con le stesse condizioni, dalMakintosh’s Monthly, essendoLa Rivista del Nordtroppo povera per sostenere le spese. Così furono sparsi pel mondo: «I Grandi Sacerdoti del Mistero», «I Cacciatori di chimere», «La misura dell’Io», «La filosofia dell’illusione», «Dio e fango», «L’Arte e la Biologia», «Critiche e prove», «Polvere di stelle» e «La dignità dell’usura», che scatenarono tempeste difficilmente placate.

Degli editori gli scrissero pregandolo di fissare egli stesso il compenso, ed egli ciò fece, ma sempre per opere già scritte. Rifiutò nettamente di occuparsi di qualsiasi lavoro nuovo; il pensiero di dover mettere del nero sul bianco ancora lo faceva diventar pazzo furioso. Aveva visto Brissenden ridotto a brani dal pubblico, e sebbene non fosse lo stesso per lui, — chè anzi il pubblico lo acclamava, — non s’era ancora rimesso dalla scossa avutane, e non poteva far altro che disprezzare quel pubblico. La sua popolarità gli sembrava un’onta, e un tradimento di fronte a Brissenden. Col disgusto nell’animo, egli decise di seguitare a ingrossare la sua provvista di danaro. Ricevette dagli editori delle lettere così concepite:

«Circa un anno fa dovemmo con rincrescimento rifiutare la vostra serie di poemi d’amore: non perchè non ci avessero colpito, ma per impegni già presi che c’impedivano allora d’accettarli. Se li avete ancora, saremmo felicissimi di pubblicarli interi. Fissatene pure il prezzo. Noi saremmo ugualmente dispostissimi a farvi delle offerte molto vantaggiose per raccoglierli in volume da pubblicare».

Martin ricordò la sua tragedia in versi liberi e la mandò in vece dei «Poemi d’amore», dopo averla riletta. Gli pareva degna, al massimo, d’un dilettante presuntuoso e senz’alcuna traccia di personalità;ma la mandò, ed essa fu pubblicata, a eterno rimpianto dell’editore. Il pubblico ne fu indignato e stupito; dal nobile talento di Martin Eden a quel pasticcio insipido, c’era un bel divario. Si affermò che egli non l’aveva scritta, che la rivista illustrata l’aveva plagiata in modo molto grossolano, oppure che Martin Eden, plagiando Dumas padre, faceva scrivere le sue opere da un altro, ora ch’era all’apogeo del successo. Ma, quand’egli ebbe spiegato che quella tragedia era un’opera giovanile e che la rivista illustrata aveva implorato per averla, fu un formidabile scoppio di risa a spese della rivista, che fu costretta a licenziare il suo redattore capo. La tragedia non ebbe gli onori della pubblicazione in volume, sebbene Martin avesse già ottenuto gli anticipi concessigli.

Poco tempo dopo, Martin ebbe dalColeman’s Weeklyun lungo telegramma di circa 1500 lire, col quale gli si chiedevano venti articoli a 5000 lire l’uno. Doveva viaggiare attraverso gli Stati Uniti, a spese del giornale, e scegliere gli argomenti che gli sembravano interessanti in un certo ordine d’idee, di cui gli si dava la lista e senz’altra condizione se non di limitarsi agli Stati Uniti. Martin non accettò e telegrafò, con porto assegnato, il suo rincrescimento. «Wiki-Wiki» pubblicato nelWarren’s Monthlyebbe un successo fulmineo. Apparve subito in un magnifico volume, splendidamente edito e illustrato, le cui copie si vendettero come si trattasse di leccornie. La critica fu concorde nel dichiarare che «Wiki-Wiki» non sfigurava accanto ai capolavori di due grandi scrittori classici: «Il diavoletto nella bottiglia» e «La pelle di zigrino».

Il pubblico però accolse la serie dei «Falò di gioia» con alquanta freddezza; l’audacia di queste novelle così assolutamente fuori d’ogni convenzionalismo urtò la morale ed i pregiudizî borghesi; maquando si seppe che la loro traduzione otteneva a Parigi un folle successo, il pubblico inglese e americano seguì la corrente, e le copie furono vendute in tale quantità, che Martin obbligò la solida Casa Editrice Singletree, Darnley e C. a dargli il venticinque per cento per un terzo libro e il trenta per cento pel quarto. Questi due volumi comprendevano tutte le novelle già pubblicate nelle riviste e nei giornali in corso di pubblicazione.

Martin emise un sospiro di sollievo, quand’ebbe fatta la cessione dell’ultimo manoscritto: il castello di verzura e il belyachtbianco s’avvicinavano a vista. Ebbene! aveva avuto ragione, in fondo, contro il parere di Brissenden, che affermava che nessuna opera di valore poteva aver successo presso le riviste illustrate. Il successo che aveva ottenuto dimostrava il contrario. Eppure, gli sembrava confusamente che Brissenden avesse ragione, tuttavia. «La Vergogna del Sole» era stata la causa prima del successo, molto più che il resto del suo bagaglio letterario, di cui nessuna rivista aveva voluto mai sapere. Senza «La Vergogna del Sole», egli sarebbe rimasto ignoto: e c’era voluto un vero miracolo perchè «La Vergogna del Sole» ottenesse tanto. Singletree, Darnley e C.º erano là ad attestarlo: essi ne avevano dapprima fatto un’edizione di 1500 copie, dubitando di poterla smerciare. La loro esperienza era notoria, ed essi erano rimasti confusi dal trionfo che n’era seguìto. Eppure il successo c’era, e indiscutibile, per un colpo di fortuna unico, misterioso. Così ragionando, Martin giunse a dubitare del valore della sua popolarità. Era la borghesia che gli comperava i libri, gli riempiva d’oro le tasche; ora, da quanto egli sapeva di essa, gli sembrava difficile affermare ch’essa potesse apprezzare e comprendere quella specie di letteratura. La bellezza intrinseca, la potenza delle sue operenon esistevano per le centinaia di migliaia di persone che l’acclamavano. Egli non era che il capriccio dell’ora, l’avventuriero che s’era intrufolato nel Parnaso durante il sonno degli Dei. La folla lo leggeva, lo portava alle stelle, con la stupida incomprensione con la quale aveva sbranato «Effimero» di Brissenden. La torma dei lupi lo leccava, anzichè sgozzarlo, ecco; era questione di fortuna. Una cosa sola rimaneva evidente: «Effimero» superava di molto tutto ciò che egli aveva scritto e tutto ciò che avrebbe potuto mai scrivere... Era dunque quello proprio un misero tributo che la canaglia gli pagava, giacchè la stessa canaglia aveva annegato «Effimero» nel fango.

Emise perciò un profondo respiro di viva soddisfazione, felice che il suo ultimo manoscritto fosse venduto, vedendo così avvicinarsi il momento in cui tutto sarebbe finito.


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