CAPITOLO XLV.

CAPITOLO XLV.

— Senti un po’, Joe! — così l’accolse il vecchio compagno dei giorni tristi, la mattina dopo. — Io conosco un francese che abita nella 28.ª strada: egli ha guadagnato un bel po’, ritorna in Francia e vende la sua lavanderia, una bella piccola lavanderia a vapore, magnifica. Se ti vuoi sistemare, ecco un affare che va bene per te. To’, prendi questo; comprati della roba decente e va alle dieci nell’ufficio di questo tale.

Egli mi ha fatto vedere la lavanderia; e la mostrerà anche a te. Se ti piace e se credi che valga il prezzo — 60.000 — dimmelo, e sarà tua. Ora lasciami: ho da fare; ti vedrò dopo.

— Senti, Mart, — fece l’altro, con voce lenta, nella quale si veniva accumulando la collera. — Io sono venuto questa mattina per vederti, capisci? Non sono venuto per vedere una lavanderia. Vengo per chiacchierare, da vecchio buon compagno, e tu mi pianti una lavanderia sulla testa. Be’, ti dirò: te la puoi tenere la tua lavanderia, e andartene al diavolo!...

E già s’avviava, furioso, quando Martin l’afferrò per la spalla e gli fece fare una giravolta.

— Ascolta, Joe! — diss’egli, — se fai l’imbecille, ti rompo la faccia. E in ricordo della nostra vecchia amicizia,te la rompo per bene. Su, vuoi o non vuoi?

Joe l’aveva abbracciato, ma siccome Martin aveva il vantaggio della presa, tentò invano di svincolarsi: vacillando per la camera, andarono a finire, con gran fracasso, su una poltroncina di vimini, che si ruppe in parecchi pezzi. Joe giaceva sotto, con le braccia in croce, solidamente mantenuto, e un ginocchio di Martin sullo stomaco: ansava, soffiava, sbuffava come una foca, quando Martin lo lasciò.

— Ora, parliamo un po’, — disse Martin. — Non giova fare il cattivo con me, vecchio mio. Voglio prima di tutto terminare questa faccenda della lavanderia; poi potrai ritornare e parleremo del buon vecchio tempo. T’ho detto ch’ero occupato. Guarda! — Un cameriere era entrato con un voluminoso fascio di lettere e riviste.

— Come vuoi che faccia a guardare tutta questa roba e a chiacchierare nello stesso tempo? Va’ a vedere la lavanderia, e poi ritornerai.

— Be’, — finì per ammettere Joe con malagrazia. — Credevo che tu volessi sbarazzarti di me; mi sono ingannato. Ma sai, Mart, non mi vinci allaboxe: ho le braccia più lunghe delle tue.

— Ci metteremo i guanti, un giorno di questi, e vedremo! — disse Martin sorridendo.

— Sicuro! appena la lavanderia sarà avviata. — Joe allungò il braccio;

— Vedi questo? Be’, lo sentirai.

Martin emise un respiro di sollievo quando la porta si rinchiuse dietro il lavandaio. Diventava misantropo; di giorno in giorno, gli riusciva sempre più difficile mostrarsi cortese col prossimo. La presenza della gente l’annoiava, la loro conversazione l’irritava; egli diventava nervoso, e subito dopo il primo contatto, cercava un pretesto per sbarazzarsene.

Anzichè fare lo spoglio dello corrispondenza, eglirimase a poltrire sdraiato, per una mezz’ora, senza far nulla, quasi senza pensare. Poi si scosse, e incominciò lo spoglio. C’erano una dozzina di richieste d’autografi, che con uno sguardo solo egli riconobbe; delle richieste di danaro da mendicanti di professione; delle lettere di pazzi, dall’inventore d’una macchina a motore perpetuo e dallo scienziato che ha scoperto che la terra è l’interno d’una sfera vuota sino all’illuso, che chiede dei mezzi per comperare la penisola della California meridionale e fondarci una colonia comunista.

Poi delle lettere di donne che volevano conoscerlo; tra le quali una sola lo fece sorridere, perchè conteneva la ricevuta del noleggio della sedia in chiesa, quale prova di pietà e rispettabilità.

Redattori di giornali e di riviste e case editrici contribuivano in gran parte a formar la valanga quotidiana delle lettere: i primi gli si inginocchiavano per avere manoscritti; i secondi per avere i suoi libri. Poveri manoscritti disprezzati! E dire che per essi aveva impegnato tutto quanto possedeva, per lunghi penosi mesi! La posta gli portava anche deglichèquesinaspettati dall’Inghilterra, per diritti di pubblicazione su traduzioni straniere.

Il suo agente inglese gli annunciava la vendita dei diritti di traduzione in tedesco per tre libri e l’informava che le edizioni svedesi sulle quali non gli spettava nulla — la Svezia non faceva parte della convenzione di Berna, — erano già in vendita. Gli si domandava anche il permesso di tradurre in russo una delle sue opere, essendo la Russia esclusa anch’essa dalla convenzione di Berna.

Egli esaminò il grosso mucchio di ritagli che l’Argo della Stampagli mandava, lesse ciò che dicevano di lui e della sua voga, ch’era diventata incredibile. Ciò dipendeva senza dubbio dal fatto che tutta la suaproduzione letteraria era stata lanciata al pubblico in un torrente magnifico che lo aveva preso d’assalto. Anche per Kipling era accaduto lo stesso: egli era quasi moribondo quando la folla capricciosa si mise di colpo a leggerlo. E questa stessa folla, — Martin se ne ricordava molto bene. — avendo letto Kipling e avendolo acclamato, senza però capirne neppure la prima parola, aveva poi fatto un brusco voltafaccia, mesi dopo, e l’aveva straziato per bene.

Martin, così pensando, ghignò. Certo, lo stesso trattamento avrebbero usato a lui.

Perchè no? Ebbene, egli avrebbe giocato a quella folla un bel tiro a modo suo: se ne andava laggiù nei mari del sud, dove avrebbe costruito la sua casa di verzura, commerciato in perle e copra, avrebbe saltato i banchi di scogli su fragili piroghe e pescato il pescecane, e cacciato la capra selvatica sui picchi che strapiombano nella vallata di Taiohae.

E, a un tratto, tutta la disperazione del suo stato gli apparve; vide chiaramente che era entrato in una via senza uscita. Tutta la vita che era in lui si avvizziva, svaniva, se ne andava verso la morte. Egli sentì in tutta la sua profondità il desiderio di dormire per sempre. Un tempo odiava il sonno che gli rubava momenti preziosi di vita: sulle ventiquattr’ore le quattro ore di sonno lo privavano di quattro ore di vita. Con quanto rammarico s’addormentava allora! Con quanto rammarico viveva ora! La vita non era buona; mancava di sale, aveva un sapore amaro. Ora, poichè tutta la vita che non aspira a continuare è prossima alla cessazione, Martin si mise per una china pericolosa. Un vago istinto di conservazione gli fece sentire che doveva partire al più presto.

Egli si guardò intorno, e il pensiero di dover fare le valige l’annoiò tanto che decise di farle all’ultimomomento. Intanto si sarebbe occupato del suo equipaggiamento.

Uscì, entrò in un negozio di strumenti da caccia e da pesca, e vi trascorse la mattinata a scegliere carabine automatiche, proiettili e lenze perfezionate. Ma per comperare la mercanzia in previsione di scambi futuri, gli bisognava giungere prima a destinazione, giacchè quel genere di commercio era soggetto, come gli altri, ai mutamenti della moda. D’altra parte, la sua mercanzia poteva comperarla in Australia. Questa soluzione lo sollevò: l’idea di iniziare un’attività qualsiasi gli ripugnava in quel momento.

Ritornò dunque all’albergo, pensando con gran contentezza alla comoda poltrona che l’aspettava, e lanciò un borbottio disperato quando, entrando in camera, trovò Joe che vi stava con gran sussiego. Joe era entusiasta della lavanderia; tutto era concordato: egli poteva prenderne possesso dal giorno dopo. Martin s’era steso sul letto e aveva chiuso gli occhi mentre l’altro chiacchierava. I suoi pensieri lo conducevano lontano, tanto lontano, ch’egli non s’accorgeva neppure di pensare. Doveva fare un vero e proprio sforzo per rispondere, a intervalli, a una domanda di Joe. Eppure, aveva avuto sempre dell’affetto per Joe. Ma ecco! Joe era troppo esuberante, e si espandeva in modo così chiassoso da stancare lo spirito malato di Martin ed esasperarne i nervi ipersensibili.

Quando Joe gli ricordò che dovevano fare una partita di pugilato, un giorno, loro due, egli avrebbe voluto urlare, dall’irritazione.

— Ricordati, Joe, che dovrai far funzionare la lavanderia secondo le regole che ti stavano a cuore, alle Acque Termali, — gli disse. — Un lavoro non eccessivo; niente lavoro notturno, e neppure ragazzi al cilindro; niente impiego di ragazzi; e salarî convenienti.

Joe fece un segno d’assenso, e mostrò il taccuino.

— Guarda, vecchio! Ho segnato qui le regole, prima di colazione, questa mattina. Che te ne pare?

E le lesse ad alta voce, e Martin approvò, mentre s’augurava che Joe lo liberasse al più presto della sua presenza.

Quando si svegliò, il pomeriggio era inoltrato. Lentamente egli riacquistò coscienza della vita e si guardò intorno: Joe se l’era svignata vedendolo addormentato, evidentemente. È stata una delicatezza, da parte sua, — fece egli tra sè; — poi chiuse nuovamente gli occhi e si riaddormentò.

Nei giorni che seguirono, Joe fu troppo assorto nell’ordinamento della lavanderia, per annoiarlo troppo; e solo alla vigilia dell’imbarco, i giornali annunciavano che Martin Eden partiva sulla «Mariposa». Durante uno di quei rari momenti nei quali l’istinto della conservazione era ancora desto, egli andò da un medico per farsi visitare accuratamente. Il medico non gli trovò nulla: il cuore, i polmoni furono dichiarati perfetti; tutti i suoi organi, stando al giudizio del dottore, erano sani e funzionavano normalmente.

— Voi non avete nulla, signor Eden, — disse. — Voi siete in condizioni perfette. Sinceramente, ammiro la vostra salute; è meravigliosa. Guardate che torace! Qui, e nello stomaco, sta il segreto della vostra eccezionale costituzione fisica. Fisicamente, non c’è un uomo su mille che sia così ben fatto; neppure uno su mille. Se non vi capita qualche disgrazia, potete campare sino a cent’anni.

E Martin capì che la diagnosi di Lizzie era giusta: fisicamente egli stava benone: era la sua «macchina per pensare» che s’era sviata, e nulla poteva guarirla, tranne i mari del sud.

Deplorevole, però, era il fatto che, ora, proprio al momento di partire, non aveva più voglia d’andarvia; i mari del sud non l’attraevano più che non l’attraesse la civiltà borghese; il pensiero della partenza non lo stimolava in alcun modo, e l’atto stesso richiedeva una quantità di sforzi faticosi. Avrebbe voluto trovarsi a bordo e in alto mare.

L’ultimo giorno fu duro: avendo saputo della partenza dai giornali del mattino, Bernardo Higgingbotham, Geltrude e tutta la famiglia si recarono da lui, con Herman von Schmidt e Marianna, per salutarlo. Poi bisognò regolare degli affari, pagare dei conti, sopportare gli eternireporters. Egli disse addio a Lizzie Connolly bruscamente, all’entrata della scuola e s’affrettò ad andarsene. All’albergo trovò Joe, che non era andato prima perchè occupato tutto il giorno a ordinare la lavanderia. Era l’ultima fatica? Martin, aggrappato al braccio della poltrona, parlò ed ascoltò durante una mezz’ora.

— Tu sai, Joe, — diss’egli, — che non hai sposato la lavanderia. Non sei obbligato a rimanervi per forza, ma potrai, quando vorrai, venderla e spendere il danaro come meglio crederai. Quando ti sarai stancato e avrai voglia di riprendere il vagabondaggio, fa pure, ragazzo mio! Fa ciò che ti piace.

— Non più strada per me, grazie tanto! Essere vagabondo, va bene, benissimo, tranne per una cosa: le donne. Io non posso farne senza; sono un uomo al quale piacciono le donne. Non posso farne senza, no; e bisogna rinunziare, quando si fa il vagabondo. Tutte le volte che passavo davanti le case dove si ballava o si divertivano, e sentivo risate di donne e vedevo attraverso i vetri le loro vesti bianche e i loro sorrisi, vedi, soffrivo troppo! Mi piace il ballo, mi piacciono le scampagnate, le passeggiate al lume di luna, e il resto; mi piace troppo tutto questo! A me la lavanderia, una buona reputazione e dei buoni dollari sonanti in tasca! Ho visto una ragazza, to’, proprio ieri: ebbene,figurati! ho una certa idea che sposerò lei. Tutto il giorno ho cantato e pensato a lei. È una bellezza: ha gli occhi più carini e la voce più bella del mondo. Sì, andremo bene noi due... Di’ un po’ perchè non sposi anche tu, con tanto danaro che hai? Potresti scegliere la più bella ragazza del paese.

Martin scosse il capo sorridendo; nel profondo del cuore si domandava perchè gli uomini tengano tanto ad ammogliarsi; la cosa gli pareva stupefacente, incomprensibile.

Dal ponte della «Mariposa», al momento di levar l’ancora, egli vide sul viale Lizzie Connolly che si nascondeva fra la folla.

— Prendila con te, dunque! — gli soffiò una voce interiore. — È facile essere buoni; tu la farai tanto felice!

Divenne quasi una tentazione, quel pensiero; poi, un momento dopo, una specie di terrore l’invase, ed egli si voltò gemendo: — Povero vecchio mio, tu sei troppo malato!

Si rifugiò nella sua cabina di lusso, dove rimase nascosto sino al momento in cui il piroscafo fu uscito dal porto. Nella sala da pranzo, a colazione, ebbe il posto d’onore, a destra del capitano; e non tardò molto a scoprire ch’egli era il personaggio più cospicuo, a bordo. Ma giammai un gran personaggio diede meno piacere ai passeggieri d’un piroscafo. Egli passava il pomeriggio su un divano, sul ponte, con gli occhi chiusi, sonnecchiando quasi di continuo e, la sera, andando a letto presto.

Dopo due giorni, guariti dal mal di mare, i passeggieri apparvero tutti; e non incontrarono nessuna simpatia in lui; eppure, erano brava gente, simpatica, — fu costretto a riconoscerlo; — erano simpatici e cordiali, da buoni borghesi quali erano, con tutta la meschinità e frivolezza intellettuale del loro ambiente.La loro conversazione l’annoiava a morte. Quanto ai giovanotti, la loro esuberanza rumorosa e il loro incessante bisogno di prodigarsi, lo snervavano. Non stavano mai quieti; e dalla mattina alla sera, erano giochi, passeggiate, urla e corse folli da un capo all’altro per veder saltare le tartarughe marine o balzare i primi squadroni di pesci volanti.

Egli dormiva enormemente. Dopo colazione, si abbandonava sul divano, con una rivista illustrata che non leggeva mai. La stampa lo stancava; egli si domandava come mai le gente potesse avere ancora cose da raccontare, e riflettendo s’addormentava. Quando il gong lo svegliava per la merenda, si sentiva esasperato; era tutt’altro che allegro essere svegliato.

Egli tentò una volta di scuotere il suo letargo e si rifugiò nel castello di prua, a vedere i marinai; ma la loro mentalità sembrava mutata, dal tempo in cui viveva fra loro; e non gli riuscì di trovare nessun vincolo di cameratismo fra lui e quei bruti dalle facce stupide, dai cervelli di ruminanti. Egli era ridotto alla disperazione.

In alto, nessuno s’interessava di Martin Eden, per quello che rappresentava come uomo; in basso, non poteva più sopportare coloro che sarebbero stati suoi amici, un tempo. Come la luce troppo viva ferisce gli occhi stanchi di un malato, così la vita cosciente lo feriva, ed egli era accecato da quella luce abbagliante. Era una sofferenza, una intollerabile sofferenza. Mai, prima d’allora, Martin aveva viaggiato in prima classe; sul mare, era stato sempre sul castello di prua, al timone, o nelle cupe profondità delle stive carbonaie. Allora, quando s’arrampicava per uscir fuori del baratro soffocante, su per la scala di ferro, e scorgeva i passeggieri, biancovestiti, che oziavano o si divertivano, sotto tende che li riparavano dal sole e dal vento, serviti dastewardsimpeccabili che indovinavanoi minimi bisogni, i più lievi desideri, allora gli pareva di scorgere perlomeno un cantuccio di paradiso. Oggi, egli era il gran personaggio di bordo, che il capitano faceva sedere alla destra, era bersaglio di tutti gli sguardi, e dal castello di prua sino alle caldaie, vagava invano in cerca del paradiso perduto.

Tentò di scuotersi, di trovare un soggetto interessante, si mischiò persino tra i sottufficiali; ma la loro banalità lo fece battere in ritirata. Chiaccherò con un quartiermastro, persona intelligente, che lo trascinò subito nella propaganda socialista e gli riempì le tasche di opuscoli e di volumetti di critica. Ascoltando quell’uomo che esponeva la morale degli schiavi, egli paragonò questa, languidamente, alla sua filosofia nietzschiana. Ma che valeva tutto ciò, in fin dei conti? Ricordò una delle più folli affermazioni di Nietzsche, quella della inesistenza della verità. Chissà? forse Nietzsche aveva ragione; forse la verità non era altro che un’illusione. Poi la stanchezza del pensare lo vinse, ed egli fu lieto di ritrovare il suo divano e di dormire.

In breve, nuove preoccupazioni lo assillarono. Che sarebbe avvenuto quando la nave fosse giunta a Tahiti? Bisognava scendere a terra, ordinare la mercanzia, trovare un battello in partenza per le isole Marchesi, compiere mille e mille cose il cui solo pensiero lo atterriva. Ogni volta ch’egli si sforzava di riflettere, il pericolo delle sue condizioni gli appariva. In verità egli avanzava nella Tetra Valle... s’inoltrava a gran passi, senza timore, e qui era il pericolo. La paura lo avrebbe riattaccato alla vita, ma, non avendo paura, affondava sempre più nelle tenebre. Le cose che l’incantavano un tempo, tutte le cose famigliari tanto amate, ora gli erano estranee.

La «Mariposa», intanto, vogava attraverso gli alisei del Nord-est; ma il soffio snervante di questo ventol’esasperò, così che dovette far cambiar posto al divano per isfuggire agli abbracci di quel forte compagno dei giorni di pena d’una volta, durante le notti così miti.

Il giorno in cui la «Mariposa» passò l’Equatore, Martin era più infelice che mai. Non poteva più dormire; saturo com’era di sonno, doveva, ora, rimanere sveglio e sopportare l’accecante luce della vita. Andava e veniva, senza trovare riposo. Gli uragani torrenziali non riuscivano a rinfrescare l’atmosfera umida, opprimente. Egli soffriva di vivere, atrocemente. Passeggiò suldek, sino a quando non ne potè più, poi sedette, poi ricominciò a camminare, coi nervi tesi sino allo spasimo. Finì col costringersi a terminar la lettura della rivista, poi andò alla biblioteca di bordo, a scegliersi parecchi volumi di poesia; ma non riuscì a interessarsi, e ricominciò ad andar su e giù, disperatamente.

Dopo pranzo, rimase a lungo sul ponte, ma invano, giacchè in cabina non potè addormentarsi. Questa protrazione di vita, che sino a poco prima il sonno gli aveva procurato, gli veniva negata. Era troppo, questa volta. Accese la luce elettrica e si sforzò di leggere Swinburne; disteso sul letto, egli sfogliò il libro, e s’accorse ad un tratto che prendeva interesse a quanto leggeva. Finì il poema, tentò di continuare, ritornò al precedente; poi posò il libro aperto, sul petto, e riflettè.

Era quella, sì, era quella! Come mai non lo aveva pensato primo?...

Era quella lo spiegazione suprema: l’aveva cercata per tanto tempo, e ora Swinburne gli mostrava la via, la via del riposo. Egli avevo tanto bisogno di riposo!...

Lanciò uno sguardo all’hublot: sì, era abbastanza largo. Per la prima volta, durante lunghe settimane, egli fu felice; avevo finalmente trovato il rimedio aisuoi mali. Riprese il libro, rilesse la strofa ad alta voce, lentamente...

Della troppa fede nella vita,di troppa speranza e timore,ringraziamo, con breve preghieraagli dei perchè ne liberino.Grazie a loro perchè niuna vitaè eterna, perchè non v’è morteche rinasca giammai,perchè sino il fiume più stancotrova un giorno riposo nel mare.

Della troppa fede nella vita,di troppa speranza e timore,ringraziamo, con breve preghieraagli dei perchè ne liberino.Grazie a loro perchè niuna vitaè eterna, perchè non v’è morteche rinasca giammai,perchè sino il fiume più stancotrova un giorno riposo nel mare.

Della troppa fede nella vita,

di troppa speranza e timore,

ringraziamo, con breve preghiera

agli dei perchè ne liberino.

Grazie a loro perchè niuna vita

è eterna, perchè non v’è morte

che rinasca giammai,

perchè sino il fiume più stanco

trova un giorno riposo nel mare.

I suoi sguardi seguitavano a posarsi sull’hublotaperto.

Swinburne gli aveva rivelato il segreto: la vita era malvagia, o, meglio, era diventata tale; era diventata intollerabile. «Perchè non v’è morte che rinasca giammai!»

Questo verso lo commosse di profonda riconoscenza. Era quella una delle poche cose benefiche della creazione: quando la vita diventava troppo dolorosa o troppo faticosa, la morte era pronta a cullare tutti i dolori, tutte le stanchezze nell’eterno sonno. Che aspettava dunque? Era tempo di partire.

S’alzò, passò la testa attraverso l’hublot; guardò il mare color di latte. Poichè la «Mariposa» era molto carica, bastava tenersi sospeso per le mani, e i piedi avrebbero toccato l’acqua. Poteva scivolare senza rumore; nessuno avrebbe udito.

Uno spruzzo di spuma saltò, gli bagnò il viso, gl’inumidì le labbra facendogli sentire un sapore squisito. Egli si domandò se doveva scrivere il canto del cigno; poi quell’idea lo fece ridere; non aveva tempo veramente. Spense la luce e discese, attraversandol’apertura dell’hublot, con i piedi avanti; ma le spalle non passavano; allora risalì e ricominciò da capo l’operazione, questa volta ficcando un braccio dopo l’altro. Un movimento della nave l’aiutò, ed egli si trovò fuori, sospeso per le mani.

Quando i piedi ebbero toccato l’acqua, si lasciò andare. Il mare era simile a musco bianco; come un muro cupo punteggiato da lumi lucenti, il fianco della «Mariposa» scivolò lungo il corpo di lui, rapidamente. Certo essa sarebbe arrivata prima... Quasi senz’accorgersene, la nave lo sorpassò, ed egli nuotò mollemente nella schiuma crepitante. Un bonito, attratto dal corpo bianco, s’avvicinò e lo morse. Gli aveva tolto un pezzettino: allora il piccolo dolore che ne risentì gli fece ricordare perchè era là. L’azione glielo aveva fatto dimenticare. I lumi della «Mariposa» svanivano nella lontananza, ed egli era là, che nuotava tranquillamente come se avesse l’intenzione di approdare alla riva più prossima, a un migliaio di leghe circa.

L’istinto di conservazione si faceva ancora sentire; egli cessò di nuotare, ma appena sentì che l’acqua gli copriva le labbra, battè forte le mani per risalire a galla. — Il desiderio di vivere! — riflettè, beffandosi di se stesso. — Ebbene! egli aveva volontà, molta volontà di finirla, e, con un ultimo sforzo, di cessare d’essere.

Mutò posizione, si mise diritto; guardò le stelle, le stelle serene, e scacciò tutta l’aria dal petto; con una vigorosa spinta delle mani e dei piedi, sollevò il busto fuori dell’acqua per prendere lo slancio verso il profondo; poi si abbandonò e discese, immobile, come una statua bianca nei flutti. Aspirò l’acqua, profondamente, con tutte le sue forze, come un anestetico. Poichè soffocava, inconsciamente le braccia e le gambe s’aggrapparono all’acqua con violenza, edegli risalì alla superficie, sotto il chiaro lume delle stelle.

— Il desiderio di vivere! — si disse con disprezzo, cercando invano d’impedire ai polmoni che scoppiavano di aspirar l’aria. Bisognava tentare di scendere giù, giù; poi s’immerse a capofitto nuotando con tutte le forze e con tutta la volontà, sempre più profondamente. Aveva gli occhi aperti e vedeva i boniti increspar l’acqua di frecce fosforescenti. Sperò che essi non lo assalissero, giacchè la tensione della sua volontà avrebbe potuto allentarsi; ma essi non s’occuparono di lui, ed egli ringraziò la vita, di quell’ultimo favore.

Seguitò a nuotare, sempre più giù, sempre più giù; le braccia e le gambe, come rotte dallo sforzo, oramai si movevano debolmente. Era giunto a una grande profondità, certamente; la pressione dell’acqua era dolorosa ai timpani, e la testa gli ronzava.

La sua resistenza era agli estremi: ma egli si sforzò di sprofondare più giù, sino al momento in cui la volontà lo abbandonò e l’aria gli sfuggì dal petto, con violenza. Come minuscole palline, piccole bolle, — le sue ultime riserve vitali, — scivolarono rimbalzandogli sulle guance e sugli occhi in un’ascesa che si perse verso la superficie. Poi sopravvennero le sofferenze e il soffocamento. Non era ancora la morte — come diss’egli a se stesso sfiorando il limite fra coscienza e incoscienza. — La morte non fa soffrire; era ancora la vita, quell’atroce sensazione di soffoco; era l’ultimo colpo che gl’infieriva la vita.

Le mani e i piedi, in un ultimo sussulto di volontà, incominciarono a battere, a graffiar l’acqua, debolmente, spasmodicamente. Ma ogni sforzo loro era inutile: per quanto tentassero, non avrebbero potuto mai farlo risalire a galla; era troppo giù, era troppo lontano. Ondeggiava languidamente, cullato da un fiotto di visionidolcissime: colori delicatissimi, una radiosa luce lo avvolgevano, lo penetravano. Che cos’era? Sembrava un faro. Ma no; era nel suo cervello quell’abbagliante luce bianca. Essa luceva sempre più splendida.

Seguì un lungo rombo: gli parve di scivolare lungo una china infinita, e in fondo in fondo, sprofondò nel buio. Ebbe quest’ultima sensazione: seppe di sprofondare nel buio.

E nel momento stesso in cui lo seppe, cessò di saperlo.

FINE.

INDICECapitoloIpag. 11II25III37IV46V52VI60VII70VIII82IX93X104XI112XII121XIII127XIV139XV152XVI162XVII172XVIII181XIX187XX196XXI205XXII213XXIII222XXIV229XXV240XXVI251XXVII264XXVIII280XXIX287XXX300XXXI310XXXII320XXXIII327XXXIV335XXXV343XXXVI349XXXVII359XXXVIII365XXXIX375XL384XLI392XLII404XLIII415XLIV426XLV443

Opere complete diJACK LONDONa cura di GIAN DÀULI1. — IL RICHIAMO DELLA FORESTA (The Call of the Wild) —Romanzo. L. 8. —C’è nei libri di Jack London un largo senso di simpatia per tutti, uomini e animali, e un senso di fraternità direi quasi francescana che gli fa capire tutti gli esseri del creato non rispetto gli uomini, ma rispetto alla natura. E con questo, una rara potenza di narrazione, una fervida fantasia messa al servizio di un’idea alta e buona, la quale rimane nell’anima dei lettori come una gioia conquistata e una tappa raggiunta.«Il Marzocco» — Firenze, 20 luglio 1924.2. — ZANNA BIANCA (White Fang) —Romanzo. L. 8. —...bello, buono, interessante...«Giornale della Libreria» — 18-4-253. — IL TALLONE DI FERRO (The Iron Heel) —Romanzo di previsione sociale. L. 9. —....Hélas! Jack London avait le genie qui voit ce qui est caché à la foule des hommes et possedait une science qui lui permettait d’anticiper sur les temps....Anatole France.4. — MARTIN EDEN —Romanzo. L. 10. —5. — IL FIGLIO DEL SOLE (A Son of the Sun) —Romanzo.6. — RADIOSA AURORA (Burning Daylight) —Romanzo.7. — LA FIGLIA DELLE NEVI (A Daughter of the Snows).Romanzo.«MODERNISSIMA»VIA VIVAIO N. 10MILANO (13)

Opere complete diJACK LONDON

a cura di GIAN DÀULI

1. — IL RICHIAMO DELLA FORESTA (The Call of the Wild) —Romanzo. L. 8. —

C’è nei libri di Jack London un largo senso di simpatia per tutti, uomini e animali, e un senso di fraternità direi quasi francescana che gli fa capire tutti gli esseri del creato non rispetto gli uomini, ma rispetto alla natura. E con questo, una rara potenza di narrazione, una fervida fantasia messa al servizio di un’idea alta e buona, la quale rimane nell’anima dei lettori come una gioia conquistata e una tappa raggiunta.«Il Marzocco» — Firenze, 20 luglio 1924.

C’è nei libri di Jack London un largo senso di simpatia per tutti, uomini e animali, e un senso di fraternità direi quasi francescana che gli fa capire tutti gli esseri del creato non rispetto gli uomini, ma rispetto alla natura. E con questo, una rara potenza di narrazione, una fervida fantasia messa al servizio di un’idea alta e buona, la quale rimane nell’anima dei lettori come una gioia conquistata e una tappa raggiunta.

«Il Marzocco» — Firenze, 20 luglio 1924.

2. — ZANNA BIANCA (White Fang) —Romanzo. L. 8. —

...bello, buono, interessante...«Giornale della Libreria» — 18-4-25

...bello, buono, interessante...

«Giornale della Libreria» — 18-4-25

3. — IL TALLONE DI FERRO (The Iron Heel) —Romanzo di previsione sociale. L. 9. —

....Hélas! Jack London avait le genie qui voit ce qui est caché à la foule des hommes et possedait une science qui lui permettait d’anticiper sur les temps....Anatole France.

....Hélas! Jack London avait le genie qui voit ce qui est caché à la foule des hommes et possedait une science qui lui permettait d’anticiper sur les temps....

Anatole France.

4. — MARTIN EDEN —Romanzo. L. 10. —

5. — IL FIGLIO DEL SOLE (A Son of the Sun) —Romanzo.

6. — RADIOSA AURORA (Burning Daylight) —Romanzo.

7. — LA FIGLIA DELLE NEVI (A Daughter of the Snows).Romanzo.

«MODERNISSIMA»VIA VIVAIO N. 10MILANO (13)

NOTE:1.Traduzione libera e scherzosa di un intraducibile, alla lettera, bisticcio inglese.«Venne di dentroquand’ero fuori,per portar fuoriquel ch’era dentro.Ma uscì di fuorisenza il di dentroch’ebbi di dentro,perchè ero fuori.»

1.Traduzione libera e scherzosa di un intraducibile, alla lettera, bisticcio inglese.«Venne di dentroquand’ero fuori,per portar fuoriquel ch’era dentro.Ma uscì di fuorisenza il di dentroch’ebbi di dentro,perchè ero fuori.»

1.Traduzione libera e scherzosa di un intraducibile, alla lettera, bisticcio inglese.

«Venne di dentroquand’ero fuori,per portar fuoriquel ch’era dentro.Ma uscì di fuorisenza il di dentroch’ebbi di dentro,perchè ero fuori.»

«Venne di dentroquand’ero fuori,per portar fuoriquel ch’era dentro.Ma uscì di fuorisenza il di dentroch’ebbi di dentro,perchè ero fuori.»

«Venne di dentro

quand’ero fuori,

per portar fuori

quel ch’era dentro.

Ma uscì di fuori

senza il di dentro

ch’ebbi di dentro,

perchè ero fuori.»

Nota del TrascrittoreOrtografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.


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