CAPITOLO XVI.
Suonò la sveglia, strappando Martin dal sonno, con una brutalità capace di far venire un’emicrania a un altro uomo robusto. Sebbene profondamente addormentato, egli si svegliò di botto, come i gatti, tutto contento del fatto che le sue cinque ore d’incoscienza erano trascorse. Già prima che la pendola avesse terminato il suo trillo, eccolo che col capo immerso nel catino, si sciacquava, sotto il morso dell’acqua gelida.
Ma quel giorno egli non seguì il solito programma. Nessuna storia incompiuta l’attendeva; nessun poema nuovo richiedeva un definitivo ritocco: i suoi studi gli avevano fatto far tardi, e l’ora della colazione era prossima. Egli tentò di leggere un capitolo di Fiske, ma sentendosi il cervello snervato, chiuse il libro. Quel giorno cominciava una nuova lotta, e per un periodo di tempo bisognava metter da parte la letteratura. La tristezza ch’egli ne provò fu simile a quella di chi abbandoni la famiglia e il focolare. Ecco! Egli abbandonava quei suoi miseri disonorati figliuoli che nessuno voleva. S’accostò ad essi e incominciò a sfogliarli, rileggendo qua e là brani prediletti; rilesse anche «La Marmitta», ad alta voce, come «L’Avventura», «Gioia», il suo ultimo nato del giorno prima, ch’egliaveva gettato in un cantuccio, per la stizza di non aver francobolli, gli piacque più che mai.
— Non capisco, — mormorò, — o meglio: sono gli editori che non capiscono... C’è qualche cosa di bizzarro qua dentro. E intanto gli scritti ch’essi pubblicano diventano peggiori, di mese in mese! Quasi tutto è cattivo...
Dopo la colazione, mise la macchina da scrivere nella custodia e la portò ad Oakland.
— Io vi sono debitore di un mese, — diss’egli all’impiegato. — Ma direte al padrone che vado a lavorare; che di qui a un mese circa sarò tornato e rifornito.
Egli prese il battello per San Francisco e corse all’agenzia di collocamento.
— Un lavoro qualsiasi, purchè non si tratti di commercio, — disse egli all’agente. Fu subito interrotto da un nuovo venuto, vestito con la ricercatezza vistosa di certi operai portati, d’istinto, all’eleganza. L’agente scosse negativamente il capo.
— Niente che possa andar bene, eh? — fece l’altro. — Non c’è che dire, bisogna che trovi qualcuno, oggi.
Voltatosi, egli vide Martin, e Martin a sua volta, lo guardò. L’individuo, delicato e bello, aveva un volto pallido, gonfio; si sentiva che aveva digerito una sbornia di quelle solenni!
— Lei cerca impiego? — interruppe egli. — Che cosa sa fare?
— I lavori più faticosi; posso anche navigare, scrivere a macchina, andare a cavallo; posso fare qualunque cosa e applicarmi a tutto. — fu la risposta.
L’altro scosse il capo.
— Potrebbe andare! Io mi chiamo Dawson, Joe Dawson, e cerco un lavandaio.
— È troppo difficile per me. — Martin, divertito,s’immaginava in atto di ripassare la biancheria da donna. Ma siccome l’altro gli piaceva, aggiunse:
— Veramente, saprei fare il bucato di grosso. Ho imparato sul mare. — Joe Dawson riflettè un momento:
— Aspetti un po’! Vediamo se c’è modo di combinare. Lei mi ascolta? — Martin fece segno di sì.
— È una piccola lavanderia, in campagna, alle Acque Termali di Shelley — l’Hôtel, lo conosce? Due uomini pel lavoro, uno capo e l’altro dipendente. Il capo sono io. Lei non lavora per me, ma ai miei ordini. Le va?
Martin tacque; quel miraggio lo tentava; qualche mese di quell’occupazione, e del tempo per studiare... Avrebbe potuto lavorare molto, studiar molto.
— Vitto buono e una camera separata per lei.
Una camera a sua disposizione, dove avrebbe potuto tenere il lume acceso fino a mezzanotte! L’affare fu deciso.
— Ma un lavoro d’inferno! — aggiunse l’altro.
Martin accarezzò i suoi bicipiti rigonfi, con gesto significativo.
— Allora, senta. — Joe si portò la mano al capo. — Ho la testa che mi schiaccia. Ci vedo a malapena. Ieri sera «ne ho presa una», una di quelle...
Ecco di che si tratta: per due, lo stipendio è di 500 lire, vitto e alloggio. Io ne prendo 300, il mio aiuto 200. Ma lei è novizio; bisognerò che le insegni, e, a principio specialmente, mi toccherà lavorare più di lei. Supponiamo che lei cominci con 150 lire? In parola! appena lei si sarà impratichito, avrà 200 lire.
— Va bene! — rispose Martin porgendogli la mano, che l’altro strinse. — Nessun anticipo pel biglietto ferroviario e le prime spese?
— L’ho bevuto! — disse tristemente Joe, con un gesto espressivo. — Non mi resta altro che il biglietto di ritorno.
— Ed io avrò le tasche pulite quando avrò pagato la pensione.
— Non la paghi!
— Impossibile: la debbo a mia sorella.
Joe, perplesso, emise un lungo sibilo e parve scavarsi il cervello.
— Ho ancora tanto, da bere in due, — disse finalmente. — Venga: forse troveremo un’idea.
Martin rifiutò.
— Bevitore d’acqua fresca?
Martin fece segno di sì, e Joe gemette:
— Vorrei esserlo anch’io! Ma, incredibile: non posso! — fece egli con aria disperata. — Dopo aver lavorato come un dannato tutta la settimana, bisogna che prenda una sbornia. Se non la pigliassi mi taglierei la gola o darei fuoco alla baracca. Ma son contento che lei beva acqua. Continui.
Martin, nonostante l’enorme distanza che lo separava da quell’uomo, abisso che i libri avevano scavato, non provava alcuna difficoltà a mettersi al suo livello. Durante la sua vita era stato in compagnia di operai, e il cameratismo che nasce dal lavoro era in lui una seconda natura. Egli risolse il problema del viaggio, troppo arduo, data la siccità dell’altro, in questo modo: col biglietto di Joe avrebbe spedito il suo baule alle Acque Termali di Shelley, e sarebbe andato in bicicletta. Il luogo era distante 75 chilometri circa; partendo la domenica, sarebbe al lavoro lunedì, di mattina. Intanto sarebbe andato a casa a ordinare la sua roba. Non c’era gente da salutare: Ruth e la sua famiglia passavano l’estate sulla Sierra, sul lago di Tahoe.
La domenica, a sera, arrivò alle Acque Termali di Shelley, stanco e polveroso, e fu accolto a braccia aperte da Joe, che, con un tovagliolo bagnato, attorno alla sua testa malata, usciva dal lavoro.
— La biancheria dell’ultima settimana s’è ammonticchiata, mentre venivo a cercarvi, e ho del lavoro arretrato, — spiegò lui. — Il vostro baule è arrivato senza incidenti; è in camera vostra. Ma è una bella idea quella di chiamarlo un baule! che c’è dentro?... delle sbarre d’oro?...
Egli sedette sul letto, mentre Martin sballava. Il baule non era altro che una vecchia cassa da imballar generi alimentari, che il signor Higgingbotham gli aveva ceduto mediante il corrispettivo di Lire 2,50. Due impugnature di corda, fissate da Martin, l’avevano trasformata in una specie di valigia. Joe con occhi spalancati, ne vide trarre fuori alcune camice, qualche arnese da toeletta, poi libri e libri.
— Ce n’è ancora sino in fondo? — interrogò egli. Martin fece cenno di sì, e seguitò a disporre i libri sulla tavola della cucina, che serviva da lavandino.
— Sst, allora! — esclamò Joe, poi riflettè lungamente, e infine dichiarò:
— Dite un po’, voi non dovete curarvi molto delle donne, no?...
— No, — rispose Martin. — Prima di dedicarmi alla lettura, le coltivavo mica male; ma dopo, mi è mancato il tempo.
— E vi mancherà anche qui. Qui non c’è da far altro che lavorare e dormire.
Martin pensò alle sue cinque ore di sonno per notte e sorrise. La sua camera era sopra la lavanderia, nello stesso fabbricato dov’era la macchina che pompava l’acqua, produceva l’elettricità e faceva andare il lavoro pel bucato.
Il meccanico che abitava nella camera vicina, venne a far la conoscenza del nuovo impiegato, e aiutò Martin a collocare una lampadina elettrica all’estremità d’un filo abbastanza lungo per poterla trasportare dalla tavola al letto.
Il mattino dopo, Martin fu strappato dal letto alle sei meno un quarto, e fece stupire Joe, prendendo una doccia fredda.
— Sei un uomo straordinario! — dichiarò egli, quando furono seduti per la colazione in un cantuccio della tavola di cucina dell’hôtel. C’erano anche il meccanico, il giardiniere, l’aiutante e due o tre palafrenieri. Essi mangiarono alla svelta, con aria arcigna, in silenzio, e Martin ascoltandoli, potè vedere quanto egli fosse lontano da loro. La loro bassa mentalità lo depresse, cosicchè, quand’ebbe terminata la poco appetitosa colazione, s’alzò, sospirò con un senso di liberazione, chiudendosi alle spalle la porta della cucina.
La piccola lavanderia era perfettamente organizzata; le macchine più moderne vi facevano tutto ciò che è possibile, per delle macchine. Martin dopo alcune indicazioni, fece la cernita dei grossi mucchi di biancheria sporca, mentre Joe avviava la macchina e preparava nuove provviste di sapone molle, la cui mordente composizione l’obbligava a salvaguardarsi il naso, la bocca e gli occhi, con un tovagliolo, così che rassomigliava a una mummia. Finita la cernita, Martin lo aiutò a torcere la biancheria, immergendola in una rotativa che, con qualche migliaio di giri al minuto, ne spremeva l’acqua. Poi Martin alternò la sua opera tra lo stenditoio e la torcitrice, scuotendo di tanto in tanto, sottane e calzette. Alla fine del pomeriggio, Joe stendendole e Martin sovrapponendole, assestarono sottane e calze sotto il cilindro, mentre i ferri si riscaldavano. Poi venne la stiratura dei capi più grossi, sino alle sei. Allora Joe scosse il capo, con aria di dubbio.
— In ritardo, — disse. — Bisognerà lavorare dopo pranzo.
E così, dopo pranzo, lavorarono fino alle dieci, sotto l’accecante luce elettrica, e stirarono tutte le camìce,sino all’ultima; poi piegarono il tutto in un’altra camera. Era una calda notte californiana, e, sebbene le finestre fossero aperte, la camera, col suo fornello da stiro riscaldato al calor bianco, sembrava una vera fornace.
— Rassomiglia allo stivaggio d’un carico, sotto il sole tropicale, — fece Martin, quando risalirono in camera.
— Farai un affare, — rispose Joe. — Tu ti applichi con bravura. Se continui, avrai 200 lire, dal prossimo mese. Ma non venirmi a raccontare che non hai stirato mai: non sono un idiota.
— Parola! non ho mai stirato neppure un fazzoletto, — assicurò Martin. Fu sorpreso di sentirsi tanto stanco entrando in camera sua, avendo dimenticato che era in piedi da 14 ore, lavorando senza sosta. Egli mise la sveglia sulle sei, e calcolò che, tolte cinque ore di sonno, avrebbe potuto leggere sino all’una. Si tolse le scarpe per lasciar liberi i piedi gonfi, sedette a tavolino davanti ai libri, aprì Fiske, che aveva cominciato due giorni prima, e incominciò la lettura. Ma dalle prime parole, stentò a concentrar l’attenzione e si accinse a rileggerle. Poi... si svegliò, rattrappito dal vento della montagna che penetrava dalla finestra. Guardò la pendola: segnava le due di notte. Aveva dormito quattro ore! Si svestì in fretta, si ficcò nel letto e si addormentò.
Anche il martedì, lavorarono senza tregua. La sveltezza con la quale Martin compiva il lavoro destava l’ammirazione di Joe. Questi era un vero demonio nel lavoro; non avendo altro che quello pel capo, non perdeva neppure un minuto, cercando senza posa il modo di guadagnar tempo; mostrava a Martin come si poteva eseguire in tre movimenti ciò che l’altro faceva in cinque, e in due ciò che l’altro faceva in tre. Processo d’eliminazione, diceva Martin imitandolo.Egli stesso, era però un buon lavoratore, accorto, rapido, che considerava come un punto d’onore il fatto di non permettere a nessuno di aiutarlo o sorpassarlo. Egli assimilò dunque rapidamente i consigli del compagno, e inamidò colletti e manichini in modo da non lasciar adito alla minima bolla d’aria, per la stiratura; con una sveltezza e accortezza tale da meritare i complimenti di Joe.
Non c’era mai sosta. Joe non attendeva nulla nè alcuno, e balzava da un compito all’altro. Inamidarono duecento camìce bianche: afferrando, con la destra con un solo movimento circolare, la camicia, in modo da far cadere polsini, colletti e petto, con la mano sinistra alzava il corpo per preservarlo dall’amido. Poi, la mano sinistra s’immergeva nell’amido caldo, talmente caldo che bisognava continuamente bagnar le mani in un catino d’acqua fredda per distaccarne la pasta. E quella sera inamidarono, sino alle dieci e mezza, civettuole e leggere cianciafruscole di donna.
— Benedetti, per me, i tropici e la foglia di fico, — disse Martin ridendo.
— E allora io perderei il posto, — rispose Joe seriamente. — Non so nulla, tranne la stiratura.
— Ma questa la conosci a fondo.
— Sì, ma per mia disgrazia. Ho cominciato alla Contra Costa, a Oakland, che avevo undici anni, a scuotere le calze pel cilindro. Sono diciassette anni di questo mestiere, e non ho mai fatto altro. Ma questa faccenda è la più dura di tutte, per me. Bisognerebbe avere un altro uomo almeno. Lavoreremo anche la notte, domani. Cilindreremo sempre tutti i mercoledì colli e manichini.
Martin ricaricò la sveglia, sedette a tavola e aprì Fiske; ma non potè finire il primo paragrafo: le righe gli s’imbrogliavano davanti agli occhi e la testagli ricadeva ogni momento sul petto. Camminò su e giù, si diede dei gran colpi di pugni sul capo, ma tutto ciò fu inutile. Allora si piantò il libro davanti, sostenne le palpebre colla punta delle dita... e s’addormentò con gli occhi spalancati; così che finì col confessarsi vinto, e si coricò. Un pesante sonno di bruto gli gravò addosso per sette ore; quando ne fu bruscamente tratto dal suono della sveglia, sentì di non aver dormito abbastanza.
— Letto molto? — domandò Joe.
Martin scosse la testa.
— Non importa! stasera si cilindra, ma giovedì avremo terminato alle sei, e tu potrai rifarti.
Quel giorno, Martin lavò della laneria a mano, in una gran tinozza con sapone molle e con l’aiuto d’un congegno ch’era causa di grande orgoglio per Joe.
— Mia invenzione, — disse questi, orgogliosamente. — Sostituisce l’asse, fa risparmiare le ginocchia, e perlomeno quindici minuti di tempo; il che non è da disprezzare in questo inferno!
La cilindratura dei manichini e dei colli era anch’essa invenzione di Joe. Quella notte, durante il lavoro alla luce elettrica, egli glielo spiegò.
— Nessuno lo fa, tranne me. E bisogna farlo, se voglio aver finito pel pomeriggio di sabato alle tre. Ma conosco il modo, e in questo consiste tutta la diversità. Occorre il calore adatto, la pressione adatta, poi passar tre volte. Guardate questo! — E sollevò un manichino in aria. — A mano non si potrebbe far meglio.
Il giovedì, Joe fu preso da una vera e folle rabbia; una balla supplementare «di roba fantasia» da stirare, era stata portata.
— Io me ne vado! — urlò. — Ne ho abbastanza. Io me ne vado tranquillamente. A che serve lavorare come uno schiavo tutta la settimana, senza perdereun minuto, per vedersi poi appioppare un «lavoro di fantasia», per colmo di tutto?... Noi siamo in un paese libero, e voglio dire a quel grosso olandese il fatto mio. E non glielo mando a dire. Gliele darò io le fantasie supplementari!... Lavoriamo, questa sera, — fece un momento dopo, rassegnato alla sua sorte.
E quella sera, Martin non tentò neppure di lottare. Durante tutta la settimana non aveva letto il giornale, che pure (strano) non gli mancava: le notizie non lo interessavano più. Era troppo stanco, troppo abbrutito per interessarsi di qualsiasi cosa, benchè pensasse, se il lavoro fosse terminato per sabato alle tre, di partire per Oakland in bicicletta. Settantacinque chilometri all’andata, altrettanti pel ritorno, nel pomeriggio della domenica, non erano certo una buona preparazione pel lavoro della settimana seguente. Sarebbe stato più pratico prendere il treno, ma il biglietto costava dieci e cinquanta, ed egli voleva fare economia.