CAPITOLO XX.
Nuovamente, Martin fu ripreso dal desiderio di scrivere; trame di romanzi, di poemi, sorgevano spontaneamente nel suo cervello, ed egli le annotava per ritrovarle in seguito e dare loro una forma. Ma non scriveva: s’era permesso un congedo, e voleva impiegare quel tempo riposando, e vi riusciva molto bene. Ma in breve la sua vitalità prepotente ebbe il sopravvento e, come altre volte, Ruth risentì di quella strana sensazione di forza e di salute che le davano una specie di urto fisico.
— Sii prudente! — le ripetè un giorno sua madre. — Temo che tu veda troppo spesso Martin Eden.
Ma Ruth, dall’alto della sua torre d’avorio, rideva: si sentiva sicura di se stessa. Fra pochi giorni egli si sarebbe imbarcato e, al ritorno, lei sarebbe andata via. Però, quella esuberanza vitale di Martin era quasi magnetica. Saputa l’idea del viaggio nell’est, egli sentiva che doveva affrettarsi, e, d’altra parte, non sapeva come far la corte a una signorina come Ruth, giacchè la sua esperienza passata non poteva servirgli a nulla. Le donne che aveva frequentate differivano troppo da Ruth; esse erano esperte in fatto diflirte di civetteria, mentre Ruthnon ne aveva neppure conoscenza. Il prodigioso candore di lei lo seduceva, gli gelava sulle labbra ogni parola appassionata, lo convinceva, a dispetto di lui, della sua indegnità. Inoltre, c’era un’altra causa di debolezza: egli non aveva mai amato. Le donne gli erano piaciute, al tempo della sua vita avventurosa, e alcune erano riuscite a irretirlo per un po’ di tempo, ma non aveva mai sentito amore per esse. Per possederle, era bastato ch’egli le chiamasse senza grande premura, ed erano accorse. Ma erano stati incidenti, distrazioni, e non altro. E ora, il supplichevole, il timido, il tenero e dubitoso di sè, era lui. Egli non conosceva alcuna delle astuzie dell’amore, e il linguaggio e il luminoso candore della sua prediletta lo spaventavano. Vivendo in ambienti varî, tra forme diverse di vita, aveva imparato la regola di condotta che consiste, quando si gioca a un gioco ignoto, nel costringere l’avversario a iniziar la partita. Parecchie volte questo gli era riuscito, ed egli ne aveva tratto utili insegnamenti. Sapeva cogliere i sintomi, attendere una debolezza dell’avversario per trarne profitto, scegliere il momento propizio. Era, insomma, come un gioco di finte e di parole, a boxe; e quando la finta richiamava il colpo ch’egli riceveva, sapeva poi come profittarne e colpiva giusto.
Attese dunque, con Ruth, desiderando confessarle il suo amore, e non osando. Temeva di urtarla e diffidava di sè. Eppure, senza averne coscienza, usava con lei il modo migliore. L’amore nacque sulla terra prima della parola; il suo sviluppo, i suoi colpi e le sue manifestazioni, sono sempre le stesse. Ora, fu nel modo più primitivo, che Martin conquistò Ruth, senz’accorgersene neppure, dapprima. Il contatto della sua mano su quella di lei era più efficace di tutte le parole; l’effetto della sua forza sulla immaginazione di lei l’affascinava più di qualsiasi poemae dei discorsi appassionati di tutti gli amanti celebri. I sentimenti ch’egli avrebbe potuto esprimere le avrebbero in certo qual modo colpito il cuore, ma il tocco della sua mano, col semplice contatto, colpiva l’istinto. La ragione di Ruth era giovanile come lei, ma l’istinto che l’animava era vecchio come il mondo; nato con l’amore, era maturato con esso, e la sua potenza prevaleva sulle convenzioni e sui pregiudizî di casta o d’idee. La sua ragione dunque non entrò per nulla nel conto di questi sentimenti, e lei ebbe coscienza degli sforzi costanti di Martin sul suo cuore. Ch’egli la amasse, d’altra parte, era chiaro come la luce del giorno, e lei prendeva diletto alle manifestazioni di quell’amore — al lume di tenerezza dei suoi occhi appassionati, al tremore delle mani, ai rossori cupi che imporporavano il viso abbronzato di Martin. Lei andò anche più lontano: timidamente, con un tocco così delicato, che egli non se ne accorgeva neppure, lo provocava. La prova del suo potere che la proclamava donna, la estasiava, e lei godeva deliziosamente nel tormentarlo, e scherzava col pericolo.
Per inesperienza e per troppo amore, Martin continuava i suoi approcci mediante il semplice influsso fisico, col solo contatto. Egli non sapeva come il tocco della sua mano piacesse molto a Ruth, ma sentiva che non doveva dispiacerle. Non è a dire che essi avessero spesso occasione di stringersi la mano, tranne quando si salutavano, ma le gite in bicicletta, che suscitavano mille piccoli contatti, la lettura dello stesso libro, in campagna, stretti l’una addosso all’altro, fornivano molti pretesti a sfioramenti apparentemente involontarî. Capitava, per caso, per esempio, che una ciocca bionda accarezzasse la guancia bruna, che una spalla sfiorasse l’altra spalla, mentre essi si chinavano insieme sullo stesso libro.
Lei sorrideva fra sè e sè delle voglie improvvise di passargli la mano tra i capelli, a ritroso; lui, da parte sua, s’augurava, a lettura terminata, di posarle la testa sulle ginocchia, chiudere gli occhi e sognare il loro comune avvenire. Un tempo, durante certe scampagnate della domenica a Shellmound Park o a Schuetson Park, egli aveva posato il capo su ginocchia molto diverse; allora egli vi si addormentava profondamente, mentre la prediletta del momento gli riparava la faccia dal sole, lo contemplava e si stupiva della massima indifferenza con la quale egli riceveva gli omaggi. Posare il capo sulle ginocchia di una donna era stato per lui, prima, l’atto più facile del mondo, mentre le ginocchia di Ruth gli parevano una fortezza inaccessibile, imprendibile. Pure, senza averne coscienza, sentiva, che, sin lì, non aveva ancora ragione di osar nulla.
A causa di questa stessa riservatezza, lei non si teneva in guardia, non avendo coscienza del pericolo ch’essa sfiorava durante i colloqui da solo a solo. In modo sottile e impercettibile, lei si accostava a lui, ed egli, sentendo quell’accostamento progredire di giorno in giorno, voleva osare e... non osava.
Un giorno osò; un pomeriggio in cui la trovò nel salotto oscuro, sofferente d’una insopportabile emicrania.
— Non giova nulla, — rispose lei alle sue domande. — D’altra parte, io non prendo medicine; il dottor Hall non me lo permette!
— Io posso guarirla, credo, e senza medicine. — disse Martin. — Non ne sono sicuro, s’intende, ma vorrei tentare. È una forma di massaggio insegnatomi da un giapponese — i giapponesi sono massaggiatori di razza, se si può dir così! Poi ne ho apprese le varianti presso gli hawaiani, che chiamano questo metodo «Lomi-lomi». E il «Lomi-lomi» ottiene,su per giù, lo stesso effetto che producono le medicine, se non di più.
Appena le sue mani le toccarono la fronte, lei emise un profondo sospiro.
Una mezz’ora dopo, lei disse ancora:
— Non è stanco?
La domanda era inutile giacchè lei sapeva la risposta, e si perse subito in una beata ammirazione del fluido calmante ch’egli possedeva. La salute pareva zampillargli dalla punta delle dita, fugando il dolore in modo magico, al punto che, quasi ebbra di benessere, lei s’addormentò, ed egli si ritirò silenziosamente. La sera lei lo chiamò al telefono per ringraziarlo.
— Ho dormito sino all’ora del pranzo, — disse. — Lei mi ha perfettamente guarita, signor Eden, e io non so come ringraziarla.
Estasiato e premuroso, egli balbettò la sua gioia di saperla ristabilita, e durante la conversazione non fece che pensare a Browning e alla malaticcia Elisabetta Barret. Ciò che s’era fatto, poteva essere ripetuto, ed egli, Martin Eden, lo avrebbe fatto nuovamente per Ruth Morse.
Ritornò in camera sua e al volume di Spencer, la Sociologia, ch’era rimasto aperto sul letto; ma non potè leggere. L’amore lo tormentava e gli annientava la volontà, al punto, che, nonostante la sua risoluzione, si ritrovò alla piccola tavola macchiata d’inchiostro. Il sonetto che compose quella notte fu il primo d’un ciclo di cinquanta sonetti d’amore, che fu finito in due mesi. Ispirato vagamente dai «Sonetti d’amore portoghese», egli li scrisse nelle migliori condizioni per fare una bella opera, al colmo della sua vitalità, della sua divina follìa d’amore.
Tutte le ore ch’egli passava lontano da Ruth le impiegava attorno al «Ciclo d’amore», o leggendo,o in biblioteca, giacchè voleva seguire la produzione letteraria. Le ore passate con Ruth erano tutte simili, sovraccariche di promesse e d’incertezze.
Una settimana dopo la guarigione dell’emicrania, Norman, Olney e Arturo concordarono una gita in barca sul lago Merritt, al lume della luna. Poichè Martin era il solo che sapesse condurre la barca, fu naturalmente invitato. Ruth sedette dietro, accanto a lui, e i tre giovani si distesero un po’ discosto, per discutere di donne e d’inezie.
La luna non era ancora sorta, e Ruth che contemplava il cielo stellato, in silenzio, si sentì a un tratto sola sola. Essa guardò Martin. Il battello, spinto da una fresca brezza, s’inchinava a un lato, al punto che l’acqua ne sfiorava l’orlo, ed egli, con una mano al timone e l’altra alla vela, orzava leggermente, pur sorvegliando attentamente la riva prossima davanti a loro. Non s’accorgeva dello sguardo di lei, e lei l’osservava appassionatamente, domandandosi perchè quel bel giovanotto così ben piantato s’accanisse in modo così strano a sciupare il suo tempo scrivendo storielle e versi fatalmente destinati alla mediocrità e all’insuccesso. Il suo sguardo vagò lungo il collo possente, a malapena schiarito dalla luce delle stelle, si soffermò sulla testa altera, e lei fu vinta dal vecchio desiderio di posare tutt’e due le mani sulla sua nuca. Quella forza che odiava, l’attraeva insieme. Poi essa si sentì anche più sola e stanca. La posizione inclinata della barca la stancava; lei ricordò l’emicrania ch’egli aveva guarita mediante il fluido calmante che emanava. Egli era seduto accanto a lei, vicino vicino, e il battello pareva spingerla verso di lui. E poi, a un tratto, senza ch’ella avesse il tempo di resistere, cedette all’impulso. Fu il movimento di una ondata?... Chissà! Lei seppe soltanto che s’appoggiava a lui e godeva. Fosse o no colpa del battello,fatto si è che lei non fece nulla per raddrizzarsi. Si appoggiò alla spalla di lui, leggermente, è vero, ma continuò ad appoggiarsi quand’egli si collocò in modo da farla star comoda.
Era follìa, ma lei non volle considerarla tale; Ruth non era più Ruth, ma una donna, una debole donna che aveva bisogno d’appoggio. Ella stava bene così, non sentiva più alcuna stanchezza. Martin, per fortuna, non diceva nulla, giacchè sarebbe bastata una parola sua per rompere l’incanto. Era trattenuto dalla timidezza, e abbagliato, stordito, incapace di capire ciò che gli succedeva. Talmente meraviglioso gli appariva quel fatto, che non poteva essere che un sogno. Egli resistette a stento al desiderio folle di lasciar andare timone e vela per stringersela appassionatamente fra le braccia; ma l’istinto gli suggerì di non muoversi, ed egli fu contento del fatto che la direzione della barca gli permettesse di respingere la tentazione. Ma orzò meno leggermente, allentando esageratamente per bordeggiare più a lungo davanti la costa nord, giacchè, giunto presso la costa, egli sarebbe stato costretto a virar di bordo e a interrompere il contatto. Navigò accortamente, senza destar l’attenzione dei conversatori, benedicendo nel suo cuore le più pericolose peripezie che gli avevano procurato quella notte meravigliosa, giacchè aveva acquistato, nelle traversìe, la padronanza delle onde e del vento, e perciò la sua prediletta poteva abbandonarsi, fiduciosa, alla sua spalla.
Sorse la luna indorando la barca d’un chiarore madreperlaceo. Ruth si scostò vivacemente. Egli fece lo stesso. Così tutt’e due mostravano d’essere d’accordo nella tàcita intesa di dissimulare qualche cosa, d’avere un segreto comune. Le guance le s’infiammarono dalla vergogna; lei ebbe coscienza, a un tratto, del suo gesto. S’era resa colpevole d’un’azioneda nascondere ai suoi fratelli, a Olney. Perchè l’aveva commessa?... Mai — eppure aveva fatto tante altre gite in barca al lume di luna con dei giovanotti... — mai nulla le era accaduto, non solo, ma non le era venuta neppure la voglia. La vergogna la oppresse, e anche il mistero della sua nascente femminilità. Essa arrischiò uno sguardo verso Martin occupatissimo a virar di bordo, e fu sul punto di odiarlo perchè era stato la causa di quell’abbandono a un atto sconveniente. Lui, specialmente. Forse sua madre aveva ragione: lo vedeva troppo spesso... In seguito l’avrebbe visto meno di frequente, e mai, mai sarebbe accaduto un fatto simile!
A un punto, le venne in mente l’idea folle di raccontargli ch’era stata colta da debolezza, prima che sorgesse la luna, e costretta ad appoggiarsi a lui. Poi lei ricordò il movimento simultaneo nello scostarsi tutt’e due l’una dall’altro, temendo il chiarore rivelatore, e capì ch’egli si sarebbe accorto della menzogna.
Nei giorni che seguirono, lei non fu la stessa ma una strana creatura, incapace di giudizio o di analisi, restìa assolutamente a guardar nell’avvenire, a riflettere ai pericoli di quella sua tendenza. Tutta fremente d’una febbre misteriosa, ora come incantata, ora spaventata, essa viveva in uno stato continuo di sogno. Una sola idea ragionevole le rimaneva, che doveva essere una garanzia della sua sicurezza: lei non avrebbe permesso a Martin di dichiarare il suo amore. Sinchè avesse coraggio, tutto andrebbe bene; fra pochi giorni egli si sarebbe imbarcato. D’altra parte, anche se egli avesse parlato, non era detto che tutto fosse perduto, s’intende, giacchè lei non l’amava. Sarebbe stata una mezz’ora penosa per lui, imbarazzante per lei, giacchè quella era la prima richiesta di matrimonio. Rabbrividì deliziosamente, aquesto pensiero: lei era diventata donna davvero, giacchè un uomo le proponeva il matrimonio! Il matrimonio, quest’eterna, irresistibile attrattiva del suo sesso! Come una farfalla attratta dalla fiamma, il suo pensiero turbato svolazzava, smarrito, attorno alla trappola divina. Essa immaginò Martin nell’atto di fare la dichiarazione, immaginò ciò ch’egli avrebbe detto; udì se stessa rifiutare con dolcezza, esortarlo a diventare un uomo, un brav’uomo. Lo avrebbe pregato soprattutto di non fumare... Ma no, bisognava prima di tutto impedirgli di far la dichiarazione; e questo lei lo avrebbe fatto: lo aveva promesso a sua madre. Palpitante e piena di ardenti rimorsi, lei rinunziò alla scena pericolosa che le piaceva tanto. La prima offerta di matrimonio doveva venirle da un pretendente più degno di lei e in un momento più opportuno.