CAPITOLO XXIII.

CAPITOLO XXIII.

Il fatto che Ruth non aveva alcuna fede nell’avvenire di Martin come scrittore non la diminuì agli occhi di lui. Durante il riposo delle vacanze, egli aveva trascorso lunghe ore ad esaminare e studiare se stesso. Scoprì che prediligeva, più che la gloria, la bellezza, e che s’augurava la celebrità per Ruth, soprattutto. Voleva essere «grande» agli occhi del mondo, affinchè la donna ch’egli amava fosse orgogliosa di lui e lo considerasse degno di lei. Ma, quanto a lui, amava appassionatamente la bellezza e gli bastava la gioia di esprimerla; e, più che la bellezza, amava Ruth. Egli considerava l’amore come la cosa più meravigliosa, al mondo. Era l’amore che aveva prodotto in lui quella straordinaria trasformazione, facendo d’un marinaio grossolano uno studente e un artista: l’amore dunque superava la scienza e l’arte. Egli aveva già scoperto che intellettualmente superava Ruth, come superava i fratelli e il padre di lei. A dispetto dei vantaggi della cultura universitaria, dei suoi diplomi di laureata in lettere, lei rimaneva molto inferiore alla potenza intellettuale di lui, al quale un anno di studî da solo, donavano una conoscenza della vita, dell’arte, che lei non avrebbe acquistata mai.

Egli si rendeva conto di tutto ciò, ma senza amarlameno e senza che lei lo amasse meno. C’era forse il minimo rapporto tra il loro amore e la diversità delle loro idee sull’arte, sulla morale, sulla rivoluzione francese, e sul suffragio universale? Queste idee erano ragionevoli, e l’amore, invece era di là dalla ragione. L’amore abita le alte cime, molto al disopra delle valli della ragione, e colui che coglie questo fiore raro non può discendere tra gli uomini sinchè il fiore non sia appassito. Per mezzo dei filosofi positivisti ch’egli prediligeva, aveva conosciuto il significato biologico dell’amore, ma procedendo secondo lo stesso ragionamento scientifico, egli giunse a questa conclusione, che l’organismo conquista il massimo dello sviluppo per mezzo dell’amore e che questo non dev’essere discusso, ma accettato come la suprema ricompensa della vita. Egli giudicava dunque che l’amore nobilitasse ogni creatura, e gli piaceva pensare a «L’Amante eterno» che s’innalza al disopra di tutte le cose terrestri, al disopra delle ricchezze e del giudizio degli uomini, dell’opinione pubblica e della gloria, al disopra della vita stessa e «muore per un bacio».

Pur riflettendo a queste cose, Martin lavorava senza tregua tranne quando andava a trovare Ruth, e viveva da spartano; pagava dodici lire al mese la cameretta ch’egli abitava presso una vedova portoghese, Maria Silva, dura nel lavoro e dura di carattere, la quale allevava come poteva la sua numerosa prole e annegava talvolta le sue preoccupazioni e la sua stanchezza in un acre vinaccio da dieci soldi il litro, comprato dalla drogheria dell’angolo. Martin cominciò coll’odiare lei e la sua terribile lingua; poi l’ammirò per la sua intrepidezza. La casetta comprendeva quattro camere in tutto: una di esse, — il salotto adorno d’un vivace tappeto a fiorami e del ritratto funebre d’uno dei numerosi figliuoli, — era rigorosamente riservataalle visite. Le imposte ne erano sempre chiuse, e l’ingresso ne era severamente proibito alla marmaglia scalza, tranne nelle occasioni solenni. Si mangiava nella cucina dove lei lavava, insaldava e stirava tutti i giorni. — tranne la domenica, — per i vicini, e questo lavoro costituiva la più chiara delle sue rendite. Rimaneva un’unica camera da letto, piccola come quella di Martin, nella quale si agitavano e dormivano i sette marmocchi e la loro madre. Martin si domandava sempre per mezzo di quale miracolo potessero riuscirvi quando la sera, attraverso il sottile tramezzo, gli pervenivano tutti i particolari della loro andata a letto, i cicalecci e i pigolii, simili a quelli degli uccelli quando s’addormentano. Una delle fonti dei proventi di Maria, erano le due vacche che lei mungeva mattina e sera, e che si nutrivano, bene o male, dell’erba dei terreni incolti, guardate da uno dei suoi due marmocchi cenciosi il cui compito principale consisteva nell’eludere la vigilanza dei guardiani delle tenute.

Nella sua cameretta, Martin studiava, scriveva e si governava da sè. Davanti l’unica finestra, che affacciava sul portico minuscolo, era la tavola da cucina che fungeva, di volta in volta, da scrittoio, da biblioteca e da sostegno per la macchina da scrivere. Il letto, appoggiato al muro di fondo, occupava due terzi della camera. La tavola era fiancheggiata, a un lato, da uno scrittoio fastoso che serviva, più che altro, da ornamento, giacchè la sottile impiallacciatura saltava a scaglie, ogni giorno di più. Nell’angolo opposto, erano posati la cucina, il fornello a petrolio, una scatola di biscotti inservibile, che conteneva piatti e diversi arnesi, un’asse fissa al muro, per le provviste, e, a terra, un secchio d’acqua. Martin doveva andare ad attingere acqua al rubinetto, di fuori. Al disopra del letto, appesa a una puleggia, pendeva la biciclettach’egli dapprima aveva tentato di lasciare negli scantinati, ma siccome la tribù dei Silva si divertiva a smontarne il manubrio e a forarne le gomme, aveva dovuto rinunziare a tenerla lì. Aveva cercato poi di ripararla sotto il portico, ma dopo che un violento uragano l’ebbe inondata tutta una notte, l’aveva appesa finalmente in camera, a mo’ di baldacchino.

Un minuscolo stanzino conteneva i vestiti e i libri che s’accumulavano talmente, da non trovar posto nè sulla tavola, nè sotto.

Egli aveva presa l’abitudine di annotare leggendo, e in modo così copioso, che tutta la camera sarebbe diventata inabitabile, senza alcune cordicelle tese da un muro all’altro, sulle quali egli appendeva le note, come biancheria da asciugare. Ciò nonostante, la camera era talmente ingombra, che percorrerla era una impresa difficile, così che egli non poteva aprir la porta d’entrata senza chiudere prima quella dello stanzino, e viceversa. Quanto ad attraversare la camera in linea retta, non era il caso di pensarvi nemmeno; il tragitto non poteva essere fatto in linea retta, e di giorno soltanto. Dopo aver risoluta la questione delle porte, bisognava girare ad angolo retto, per evitare la cucina, poi a sinistra; per non urtare contro il piede del letto, ma delicatamente, altrimenti si correva il rischio di sbattere contro lo spigolo della tavola. Accadeva che quando questa non serviva, era posata sul letto. Gli capitava spesso di sorvegliare la cucina leggendo, oppure di scrivere un paragrafo o due mentre arrostiva la bistecca. D’altra parte, l’angoletto che formava la cucina era così angusto, ch’egli, stando seduto, poteva badare a tutto; in piedi, invece, occupava troppo spazio e dava impaccio a se stesso con la sua persona.

Fornito com’era d’uno stomaco di struzzo, egli sapeva quali erano gli alimenti insieme nutritivi e abuon mercato. La minestra di piselli passati, le patate e i fagioli scuri cotti alla messicana, formavano in gran parte il suo alimento. Il riso, cucinato come le massaie messicane non sapranno mai fare, compariva sulla tavola di Martin almeno una volta al giorno. Siccome la frutta secca era meno cara di quella fresca, egli ne aveva sempre un vasetto di già cotta, giacchè egli ne spalmava il pane, invece di burro. Talvolta si concedeva il lusso di una fetta di manzo e d’un bollito. Due volte al giorno, prendeva il caffè, e la sera, del tè, ch’egli preparava in modo eccellente.

Bisognava assolutamente fare economia. Durante le vacanze aveva consumato quasi tutto il danaro guadagnato nella stiratoria, e, passarono altre settimane senza ch’egli potesse sperare di ottenere il frutto del suo lavoro attuale. Tranne per qualche visita a Ruth o a suo sorella Geltrude, egli non usciva, ma viveva come un recluso, facendo ogni giorno perlomeno tanto lavoro quanto ne può fare un lavoratore comune in tre giorni. Dormiva cinque ore appena, e bisognava avere una costituzione di ferro per sopportare, come faceva lui, diciannove ore continue di lavoro. Non perdeva neppure un minuto secondo; aveva esposto allo specchio delle liste di definizioni, di modi di pronunzia, e radendosi, vestendosi, pettinandosi, egli ripassava quelle liste! Altre liste erano attaccate mediante spilli al muro sopra il fornello, ed egli le consultava mentre cucinava o lavava le stoviglie. Appena le imparava a memoria, le sostituiva con altre. Ogni parola nuova o non compresa trovata nei libri che leggeva, era immediatamente segnata. Egli portava persino con sè quelle liste in tasca e le studiava per la via, aspettando il suo turno, dal macellaio o dal droghiere.

Ma non basta: leggendo le opere di coloro che avevano ottenuto il successo, egli annotava i risultati ottenuti da loro, gli espedienti usati, e poi li studiava. Nonplagiava ma cercava dei principî. Così formò delle liste di procedimenti abili, poi ebbe egli stesso delle trovate che s’ingegnò di applicare in modo originale. Allo stesso modo collezionò frasi parlate, frasi mordenti come acido, o brucianti come fiamma, altre soavi, luminose e fresche come fonti d’acqua viva nel deserto arido del linguaggio convenzionale.

Dovunque cercava la regola e il metodo. L’apparenza soltanto della bellezza non lo soddisfaceva più; egli la sezionava nel suo laboratorio dove gli odori di cucina s’alternavano col chiasso da serraglio della tribù dei Silva; e, conoscendo l’anatomia della bellezza, egli sentiva accresciuto il potere di crearne.

Era incapace di lavorare senza capire, come un cieco che s’affidi semplicemente al caso e alla sua buona stella... Secondo lui, nulla doveva essere fatto a caso; voleva sapere il perchè e il come. Il suo talento era risolutamente creatore, così che, prima di cominciare un racconto o un poema, l’opera era già tutta viva nel suo cervello, con la conclusione e il modo di giungere a tale conclusione nella maniera più interessante. D’altra parte egli si meravigliava di qualche trovata spontanea che si rivelava alla prova della più severa analisi. E sebbene sezionasse la bellezza per scoprirne i principî esoterici, rimaneva sempre convinto che l’essenza stessa di quella bellezza è impenetrabile. Sapeva benissimo, dalla lettura dello Spencer, che nessuno può conquistare l’assoluta conoscenza e che il mistero inerente alla bellezza è imperscrutabile come quello della vita; che, anzi, le fibre della bellezza e della vita sono intimamente congiunte, e che egli stesso era una particella dell’inconoscibile, contrasto di sole, di polvere stellare e d’etere.

Pieno di questi pensieri, egli scrisse il saggio intitolato «Polvere di Stelle», nel quale difendeva, non i principi della critica, ma le critiche più celebri. Eraprofondo, brillante, filosofico e deliziosamente spirituale. Anche questo fu respinto da tutte le riviste, con una unanimità notevole. Ma, sbarazzatasene la mente, egli proseguì il cammino con serenità. Era un’abitudine, ora: appena concepito l’argomento, egli lo concretava immediatamente scrivendolo a macchina. Il fatto che fosse pubblicato o no, aveva un’importanza relativa; l’importante era liberarsi la mente da un fardello che l’ingombrava, per poter chiarire altri problemi e maturare altri pensieri. Rassomigliava un po’ a coloro che, tormentati da una sofferenza, — vera o falsa, — rompono periodicamente un silenzio meritorio, per dare addosso all’oggetto del loro martirio, con tanta maggior violenza, quanto più contenuta.


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