CAPITOLO XXVII.
La ruota della fortuna girava: la mattina dopo la visita di Ruth, egli ricevette uno chèque di quindici lire da un giornale settimanale di New York, per tre dei suoi scherzi in versi. Due giorni dopo, un giornale di Chicago accettò i suoiCacciatori di Tesori, con promessa di pagarglieli cinquanta lire dopo la pubblicazione. Era poco, ma quell’articolo era il primo scritto da lui. Il secondo saggio, il seguito delle avventure per ragazzi, fu accettato alla fine della settimana da una rivista mensile intitolataGioventù e Maturità. Vero è che questo seguito comprendeva ventiduemila parole e che gli venivano offerte ottanta lire dopo la pubblicazione; ma era anche vero che si trattava del suo secondo lavoro, del quale egli conosceva benissimo i difetti. Eppure, persino nei suoi primi lavori non c’era nulla d’inabile; solo c’era da osservare la pesantezza d’un temperamento troppo potente, l’inesperienza del novizio che vuole afferrare le farfalle a colpi di mazza e schizzare quadretti con un attizzatoio. Martin fu dunque felice di sbarazzarsi dei suoi saggi giovanili ch’egli aveva giudicati secondo il loro valore. Egli aveva riposte tutte le sue speranze nelle opere recenti, nelle quali aveva tentato di esser da più e meglio di uno scrittore dei soliti da riviste illustrate. D’altra parte,non aveva soffocato il suo temperamento, ma l’aveva semplicemente disciplinato, senza sacrificar nemmeno l’amore per la verità. Le sue opere erano realistiche; più che fantastiche, talvolta mistiche. Egli tendeva a un realismo appassionato, ma profondamente umano e credente; voleva mostrar la vita qual era, con tutte le aspirazioni dello spirito e tutta la sete d’ideale. Durante le sue letture, egli aveva potuto scorgere due scuole; l’una che faceva dell’uomo un dio ignaro della sua origine terrestre; l’altra che ne faceva un mucchio di fango, ignaro della sua essenza celeste e delle sue possibilità divine.
Secondo Martin, Dio e mucchio di fango erano ugualmente falsi, e le due scuole s’ingannavano. La verità stava nel mezzo. Nella sua novella «L’avventura», ch’egli aveva sottoposta al giudizio di Ruth, Martin credeva d’essersi accostato alla verità, e nel suo saggio «Dio e il fango» aveva espresso le sue idee generali sull’argomento.
Ma «L’avventura» e i suoi migliori lavori proseguivano il loro viaggio presso gli editori. Le sue prime opere non valevano, ai suoi occhi, se non pel danaro ch’esse portavano, ed egli non stimava maggiormente i suoi racconti drammatici, di cui due erano venduti.
Erano per lui semplici capricci d’immaginazione, sebbene pieni di tutta l’emozione della realtà; e in questo consisteva il loro fascino. Egli considerava quella mescolanza di grottesco e d’impossibile con la realtà come un trucco abile, e nient’altro; non erano opere letterarie d’un valore superiore. Certo, c’era dell’arte, ma dell’arte senza valore, che non derivava da una fonte umana. L’abilità consisteva nel dissimulare la finzione sotto la maschera della realtà, e questo egli aveva fatto in una mezza dozzina di storie tragiche ch’egli aveva scritte prima di slanciarsi verso le cime,con «L’avventura», «La Gioia», «La Marmitta», «Il Vino della Vita». Le quindici lire ricevute per gli scherzi in versi gli servivano per cavarsela sino all’arrivo dellochèquedelSorcio Bianco. Egli cambiò il primo presso il diffidente droghiere portoghese, dandogli cinque lire in conto, e divise le altre dieci lire tra il fornaio e il fruttivendolo. Non fu in grado ancora di comperare della carne, e i suoi cibi erano ridotti ai minimi termini, quando giunse lochèquedelSorcio Bianco. Egli esitò circa il modo d’incassarlo. Egli non solo non era mai entrato in una banca, ma non aveva mai trattato d’affari; così che fu preso dal puerile e ingenuo desiderio d’entrare in una grande banca d’Oakland per cambiare lo chèque di duecento lire. Però il buon senso più elementare gl’imponeva di cambiarlo dal droghiere, in modo da fargli un’impressione tale, che gli avrebbe concesso maggior credito in avvenire. A malincuore Martin cedette davanti alle proteste di questo fornitore, gli pagò tutto il conto e ricevette in cambio una manata di monete sonanti e tremolanti. Pagò anche gli altri debiti, disimpegnò abiti e bicicletta, diede un mese d’anticipo per la macchina da scrivere, e a Maria ciò che le doveva, più un mensile anticipato. Gli rimanevano in tasca circa 15 lire per le spese minute. Questa piccola somma rappresentava, per se stessa, un patrimonio. Appena egli ebbe il vestito, andò a visitare Ruth, e, camminando, non potè far di meno di scuotere la tasca, per far risuonare il tintinnìo del suo tesoro. Era tanto tempo che egli non vedeva danaro, e, come un uomo che ha corso rischio di morir di fame e cova con lo sguardo i cibi che non può più consumare, egli sentiva il bisogno di maneggiare quei pochi suoi quattrinelli. Però non era nè avaro nè meschino: quel danaro rappresentava per lui ben altro che lire e soldi; rappresentava il successo, e quelle aquile incise sulle monete, erano altrettantevittorie alate. Egli giunse a pensare che il mondo fosse davvero meraviglioso. Durante settimane, gli era parso molto triste, tetro; ma, ora, con quasi tutti i debiti pagati, con 15 lire che gli tintinnavano in tasca e la certezza del successo in cuore, il sole gli pareva splendido, e persino il temporale che lo bagnò in un batter d’occhio, gli parve affascinante. Mentre moriva di fame, pensava continuamente ai milioni di esseri sparsi pel mondo, che morivano di fame come lui: oggi, ch’era soddisfatto, li dimenticava, ma poichè era innamorato, pensò agl’innumerevoli innamorati, e motivi di poemi d’amore gli occuparono la mente. Assorto nell’ispirazione, egli scese dal tranvai elettrico due stazioni dopo, senza guastarsi però il buon umore. Nella casa dei Morse, c’era della gente. Le due cugine di San Raffaele erano venute a trovar Ruth, e la signora Morse, col pretesto di distrarle, aveva invitato parecchi uomini. Il suo programma di accerchiamento aveva avuto inizio durante l’assenza involontaria di Martin, ed era in pieno sviluppo. Essa faceva il possibile per avere in casa gente di valore; cosicchè, oltre le cugine Dorotea e Fiorenza, Martin fece conoscenza di due professori d’Università, l’uno di latino, l’altro, di letteratura inglese —; d’un giovane ufficiale di ritorno dalle Filippine, compagno di collegio di Ruth; d’un giovanotto chiamato Melville, segretario privato di Giuseppe Perkins, direttore della Società deiTrustsdi San Francisco, e infine di un banchiere di trentacinque anni, Carlo Hapgood, laureato dell’Università di Stanford, membro dei Clubs del Nilo e dell’Unità, oratore nelle pubbliche riunioni del partito repubblicano durante le elezioni, insomma, un giovane dall’avvenire luminoso. Tra le donne c’erano: una pittrice di ritratti, una musicista di professione e una dottoressa di sociologia, celebrità locale, a causa delle sue case dilavoro nei quartieri poveri di San Francisco. Ma le donne non contavano gran che nel programma della signora Morse, e non erano altro che accessori indispensabili per attirare gli uomini in modo qualsiasi.
— Non vi riscaldate nel parlare! — raccomandò Ruth, prima d’iniziare le presentazioni.
Impacciato dal timore di sembrar goffo, rattenuto dalla vecchia preoccupazione di rompere i ninnoli, Martin fu dapprima come paralizzato. Non era stato mai a contatto di persone così ragguardevoli, nè con tanta gente insieme, e n’era intimidito. Melville, il segretario, l’ipnotizzava, ed egli decise d’interrogarlo, alla prima occasione favorevole; giacchè, nonostante il suo rispetto pieno d’ammirazione, egli aveva troppa coscienza del proprio valore, per non desiderare di tener testa a quegli uomini e a quelle donne, e scoprire ciò che sapessero più di lui, circa i libri e la vita.
Ruth, che gli lanciava frequenti sguardi per vedere come se la sarebbe cavata, fu sorpresa e rapita dalla disinvoltura con la quale egli chiacchierava con le cugine. Egli non si eccitava affatto, parlava posatamente, e, appena seduto, non si sentì turbato dalla scompostezza dei suoi gesti. Quanto alle cugine, dopo, quand’esse andarono a letto, non trovavano parole per cantar le lodi di Martin, cosa che stupì Ruth la quale le conosceva come ragazze intelligenti, brillanti, ma superficiali. Egli, d’altra parte, ch’era stato un tempo animatore di tutti i balli e delle scampagnate domenicali, s’era mostrato spiritoso, allegro senza volgarità, come se avesse trascorso tutta la vita nei salotti. Egli sentiva, quella sera, che godeva il successo, e una voce gli mormorava all’orecchio che tutto andava bene, che poteva dunque ridere, far ridere e godersi il momento.
Però, poco dopo, le preoccupazioni di Ruth parvero avverarsi: Martin e il professor Caldwell s’erano appartatiin un cantuccio: e, sebbene Martin avesse perduto la fastidiosa manìa di far grandi gesti, l’occhio critico di Ruth rilevò e biasimò l’ardore eccessivo della parola di lui, la fiamma troppo viva dei suoi occhi, il rossore del viso acceso. Egli mancava di decoro e di sangue freddo e contrastava singolarmente col giovane professore d’inglese, suo compagno.
Ma Martin non si preoccupava punto delle apparenze; e non aveva impiegato molto tempo a rilevare la cultura mentale dell’altro e ad apprezzarne il corredo scientifico. Inoltre, il professore Caldwell era diverso dal solito tipo di professore inglese. Martin voleva indurlo a parlare di cose professionali, e sebbene dapprima trovasse delle difficoltà, vi riuscì. Martin non capiva perchè la gente non volesse parlare di cose della propria professione. — È assurda e ridicola, — aveva dichiarato a Ruth la settimana precedente, — questa ripugnanza a parlare di cose «del mestiere»: perchè uomini e donne si riuniscono, se non per scambiare quanto di meglio hanno in essi? E ciò che hanno di meglio, è tutto quanto li interessa: la loro specialità, la loro ragione di vivere, ciò che li fa riflettere e sognare. Immaginate il signor Butler che annuncia delle idee su Verlaine o sull’arte drammatica tedesca, o sui romanzi di D’Annunzio?... Sarebbe da morirne dalla noia! Da parte mia, se sono assolutamente costretto ad ascoltare Butler, preferisco sentirlo parlar di codici, cioè di cose ch’egli conosce meglio delle altre; e la vita è così breve, che voglio ottenere da ogni creatura il massimo che può darmi.
— Ma, — aveva obbiettato Ruth. — esistono argomenti d’interesse generale.
— E questo è il vostro errore, — aveva aggiunto lui. — In generale, le persone hanno la tendenza a scimmiottar coloro di cui conoscono la superiorità e ch’essi scelgono come modelli. E chi sono questi modelli?Gli oziosi, i ricchi oziosi, i quali non sanno nulla, generalmente, di ciò che sanno coloro che lavorano e s’annoieranno mortalmente udendoli chiacchierare dei fatti loro. Così vien decretata la convenzione secondo la quale tale genere di conversazione è un parlare «professionale» anzi bottegaio, e che parlare di cose professionali o bottegaie è tutt’altro che simpatico. Così gli oziosi decidono anche nello stabilire quali sono le cose di genere non bottegaio, delle quali si può parlare: l’ultima novità teatrale, il libro d’attualità, il gioco, il bigliardo, icocktails, l’automobile, le riunioni ippiche, la pesca della trota, le partite di caccia grossa, loyachting, ecc., giacchè, notate bene, questi sono argomenti che gli oziosi conoscono. Insomma, essi soltanto possono parlare di cose della loro «bottega»; e il buffo è che molte persone intelligenti, e tutti coloro che fanno finta di esserlo, permettono agli oziosi di imporre la legge. Quanto a me, io desidero da un uomo quanto v’è di meglio in lui, ciò che voi chiamate cose professionali, bottegaie, di mestiere, o come vi pare.
E Ruth non aveva capito: questo assalto contro la Cosa Stabilita le era parso molto arbitrario.
Dunque, Martin, comunicando al professor Caldwell un po’ della propria intensità, l’aveva costretto a esprimere le sue idee. Passando vicino a loro due, Ruth udì Martin che diceva:
— Certamente lei non professerà delle eresìe simili nell’Università di California.
Il professore Caldwell alzò le spalle.
— È la parola dell’onesto contribuente e del politicante, capite! Sacramento assegna gl’impieghi, e perciò noi facciamo dei salamelecchi a Sacramento, dove il consiglio d’amministrazione dei Reggenti possiede la stampa di tutt’e due i partiti.
— È chiaro; ma lei? — insistè Martin. — Lei dev’essere come un pesce fuor d’acqua.
— Ce n’è pochi come me, nel pantano universitario. Evidentemente, mi capita talvolta di sentirmi spaesato; sento che starei meglio a Parigi, o in Grub Street, o in una grotta d’eremiti, o tra la più scapigliata bohème, in qualche trattoria a buon mercato del Quartiere latino, a predicare idee radicali davanti a un uditorio tumultuoso. Veramente, io sono quasi sicuro d’esser nato radicale, ma ecco!... ci sono troppe questioni di cui non sono certo. Divento timido quando mi trovo di fronte la mia mingherlina personalità che mi impedisce d’afferrare tutti gli elementi d’un problema, dei grandi problemi umani, vitali.
E mentre egli seguitava a parlare, Martin s’accorse che l’altro sussurrava la «Canzone dei Venti Alisei»:
Io sono fortissimo a mezzogiorno,ma sotto la luna tendo il canapo della vela.
Io sono fortissimo a mezzogiorno,ma sotto la luna tendo il canapo della vela.
Io sono fortissimo a mezzogiorno,
ma sotto la luna tendo il canapo della vela.
Ne canticchiò le parole quasi sottovoce e si rese conto che l’altro gli ricordava i venti alisei del nordest, freschi, continui e potenti. Egli era imparziale: si poteva fare affidamento su di lui; inoltre, c’era in lui una specie di riserbo autorevole.
Martin ebbe la sensazione che l’altro non rivelasse quasi mai interamente il suo pensiero, come aveva avuto spesso la sensazione che gli alisei non soffino mai con tutta la loro forza, ma serbino sempre delle riserve di forze non usate. Il potere immaginativo di Martin era più possente che mai. Qualsiasi cosa accadesse, gli si presentavano al cervello delle associazioni di contrarî e di similitudini che s’esprimevano quasi sempre con visioni, in modo automatico. Come il volto di Ruth gelosa gli aveva fatto ricordare una burrasca polare al lume di luna, così il professore Caldwell gli fece rivedere i venti alisei che frustavano la biancaspuma delle onde del mare purpureo. Così, a ogni momento, rievocate da una parola, da una frase, nuove visioni gli apparivano, senza perciò rompere il filo delle sensazioni del momento, classificandole, anzi, o identificandole con le azioni o con i fatti del passato.
Pur ascoltando il parlare elegante del professore, la sua conversazione d’uomo intelligente, letterato, Martin seguitava a vedersi nel passato. Egli si vide giovane dappoco, col cappello sulle ventitrè, il soprabito corto, largo di spalle, ciondoloni, con la coscienza di rappresentare il tipo più perfetto del malandrino. Egli non tentò affatto di nascondere il fatto, o di scusarlo; in un periodo della sua vita non era stato altro che un disutile qualunque, capo d’una banda che dava filo da torcere alla polizia e atterriva le oneste massaie. Dopo, il suo ideale era mutato... Egli comprese in uno sguardo quella riunione elegante, di gente bene educata, respirò profondamente quell’atmosfera raffinata e vide nello stesso tempo lo spettro della sua adolescenza, il cappello sulle ventitrè, attraversare il salotto dondolandosi, e venire a chiacchierare col professore Caldwell. In fin dei conti, egli non aveva trovato sin allora un punto dove fissarsi definitivamente; s’era adattato dovunque, era piaciuto dappertutto e a tutti per la sua facilità nel lavoro e nel gioco, per la volontà di far valere i proprî diritti, che imponeva rispetto. Ma non s’era mai radicato in alcun luogo; s’era adattato abbastanza per soddisfare gli altri, ma non per soddisfare se stesso. Dovunque, era stato perseguitato da un senso d’irrequietudine; dovunque una voce l’aveva chiamato altrove, ed egli aveva vagato attraverso la vita, insistendo, sino al giorno in cui aveva trovato i libri, l’arte, l’amore. Ed ecco che egli era là, in quel salotto, il solo, fra i suoi compagni d’un tempo, che avesse saputo rendersi degno d’essere accolto dai Morse.
Tutte queste riflessioni però non gl’impedivano punto di seguire attentamente la parola del professore Caldwell e di notare come questi avesse un vasto campo culturale. Di tanto in tanto egli scopriva, durante la conversazione, enormi lacune nella sua istruzione, materie che gli erano totalmente ignote. Pure vide, — e lo doveva a Spencer. — i limiti delle sue nozioni generali per riempire i quali era questione soltanto di tempo. — Dunque attenzione! — si disse. — Tutti sul ponte! — Egli ebbe la sensazione d’essere seduto in atto di attenta adorazione ai piedi del professore; poi, ad un tratto, credette di scorgere un punto debole nei giudizi enunciati ma fugaci, a mala pena percettibili, e concluse subito ch’erano intellettualmente eguali.
Ruth ripassò davanti a loro, proprio nel momento in cui Martin incominciava a parlare.
— Le dirò dov’è il suo torto, o, meglio, il punto debole del suo giudizio, — fece lui. — Lei non ha studiato la biologia, che non entra punto nel suo modo di veder le cose. Oh! io parlo della vera biologia esplicativa, fondamentale, dal laboratorio e dai provini, sino alle generalizzazioni sociologiche ed estetiche più scapigliate. — Ruth era confusa; essa aveva frequentato il corso del professore Caldwell ch’ella considerava come il vivente ricettacolo della scienza tramandata.
— Io non la seguo bene, — disse questi con aria indecisa.
Martin si domandò se lo aveva mai seguito.
— Cercherò di farmi capire, — diss’egli. — Ricordo d’aver letto nella storia egiziana, come sia impossibile capire l’arte egizia senza aver prima studiato il paese.
— Proprio così, — disse il professore.
— E mi sembra. — proseguì Martin, — che, d’altraparte, la conoscenza d’un paese, non possa acquistarsi senza quella dell’ordinamento stesso della vita in questo paese. Come possiamo noi comprendere le leggi e le istituzioni, la religione e i costumi, senza aver capito prima di tutto, non solo la natura di coloro che le hanno fatte, ma la composizione di tale natura? La letteratura è forse meno umana dell’architettura o della scultura egizia? C’è una cosa sola, in tutto l’universo, che non sia soggetta alla legge dell’evoluzione? Oh! io so che esiste una teoria complessa sull’evoluzione nell’arte, ma mi sembra troppo meccanica. Dell’evoluzione umana non si parla punto. Lo sviluppo dello strumento, della musica, della danza e del canto, è mirabilmente compreso e descritto, ma che ne sa lei dello sviluppo dell’uomo, dello sviluppo dell’essere intrinseco ch’egli fu, prima di avere costrutto il primo utensile e balbettato il primo canto?
Questo le importa poco, ed è ciò che io chiamo biologìa nel senso più elevato.
Io so che mi esprimo in modo incongruo, ma cerco di manifestar le mie idee come posso; mi sono venute mentre lei parlava. Ha detto lei stesso che la fragilità umana impedisce di considerare tutti gli elementi; eppoi, ecco che lei lascia da parte il fattore più importante, quello biologico, che è il tessuto primo di ogni arte, la trama, la catena d’ogni azione umana e delle meraviglie ch’essa produce!
Ruth vide con stupore che Martin non era immediatamente schiacciato; la risposta del professore le parve che fosse stata data per indulgere alla giovinezza di Martin. Per un bel po’, il professore Caldwell rimase silenzioso, gingillandosi con la catena dell’orologio.
— Sa lei, — diss’egli finalmente. — che un giorno mi fu già rivolta la stessa critica? Era un gran dotto e un evoluzionista, Giuseppe le Conte; ma è morto, epensavo, che non dovesse essere più anatomizzato; invece, ecco anche lei, col suo occhio inquisitorio! Seriamente! ed ecco, però, — e questa è una confessione — io credo che vi sia qualche cosa di vero nella sua critica: molto di vero persino. Io sono troppo classico circa l’interpretazione dei rami diversi della scienza e non posso che addurre l’insufficienza della mia dottrina e un’indolenza naturale che mi ha impedito d’approfondire l’argomento come avrei dovuto. Crede lei che non ho messo mai piede in un laboratorio di fisica o di chimica? No, mai. Le Conte aveva ragione, e anche lei, signor Eden; però sino a un certo punto.
Con un pretesto qualunque, Ruth trasse Martin da parte, e gli disse sottovoce:
— Non avreste dovuto fermarvi tanto tempo a conversare col professore Caldwell; anche gli altri hanno desiderio di parlare con lui.
— Chiedo scusa! — rispose Martin confuso. — Ma l’ho costretto a manifestarsi un po’, ed era così interessante, che non ho riflettuto. Sapete: è l’uomo più intelligente, più brillante, che abbia mai incontrato. E voglio confessarvi un’altra cosa: credevo una volta che tutti quelli che uscivano dall’Università o avevano alte cariche nella società fossero brillanti o intelligenti come lui!
— È un’eccezione, — disse lei.
— Me ne sono accorto. Con chi volete che parli, ora? Oh! sentite! presentatemi a quel giovane cassiere.
Martin e costui conversarono un quarto d’ora, e Ruth non ebbe a fare alcun appunto circa il modo di comportarsi del suo innamorato, i cui occhi lampeggiarono, il cui viso rimase calmo, il cui linguaggio fu corretto, al punto che lei ne rimase stupita.
Ma dalla stima di Martin cadde tutta la categoriadei cassieri, e durante tutta la sera egli ebbe questa sensazione, che cassieri e dicitori di banalità fossero sinonimi. L’ufficiale gli parve un buon ragazzo, semplice e sano, contento d’occupare nella vita un posto che la nascita e la fortuna gli avevano conferito. Sapendo che l’altro aveva frequentato due anni l’Università, Martin si sforzò invano di sapere dove mai avesse potuto nascondere ciò che aveva imparato. Però lo preferiva al banale e piatto cassiere.
— Veramente, le banalità sono tutte uguali, per me, — diss’egli poi a Ruth. — Ma mi esaspera soprattutto la presunzione boriosa, la convinzione profonda con le quali vengono pronunziate e il tempo che s’impiega per ciò. Come! ma io avrei potuto insegnare a quell’individuo tutta la storia della Riforma, mentre egli mi raccontava come il partito dell’Unione dei Lavoratori si fosse fuso con i democratici. Egli pesa le parole con la cura che mette un giocatore di professione, di poker, nello scegliere le carte che deve battere. Un giorno vi imiterò il suo modo di fare.
— Mi rincresce che non vi piaccia, — rispose Ruth. — Il signor Butler ne ha molta stima. Il signor Butler dice che è onesto, di assoluta fiducia; lo chiama la Roccia o Pietra, e dice che si potrebbe costituire su di lui qualunque istituto bancario.
— Non ne dubito, sebbene l’abbia visto poco e udito anche meno; ma le banche si sono un po’ abbassate nella mia stima. Non ve ne avrete a male, se vi parlo con tanta franchezza, cara?
— No, no... è molto interessante.
— Non è vero? — prosegui allegramente Martin. — Io non sono altro che un barbaro messo per la prima volta a contatto con la civiltà. Sensazioni nuove come queste devono sembrare divertenti alle persone civili.
— Che ne pensate delle mie cugine? — domandò Ruth.
— Le preferisco alle altre donne: sono un po’ buffe, ma hanno poche pretese.
— Ma le altre donne vi piacciono?
Egli scosse il capo negativamente.
— Quella donna delle case di lavoro operaie non è che un pappagallo sociologico; scommetto che a guardarla contro la luce non si trova in lei neppure un’idea originale. Quanto alla donna pittrice, è noiosa in modo odioso: sarebbe una moglie perfetta pel cassiere. E la musicista! A me importa poco che abbia delle dita straordinarie, che la sua tecnica sia perfetta e il suo sentimento meraviglioso; certo si è che non capisce nulla di musica.
— Suona magnificamente, — protestò Ruth.
— Sì, la sua ginnastica musicale è perfetta; ma le ho domandato ciò che la musica significasse per lei, — voi sapete come questo genere di cose m’incuriosisca, — e mi ha risposto che non sa altro se non che adora la musica che è la più grande delle arti, e che lei vive solo per essa.
— Voi le avete costrette tutte a parlar di cose del mestiere!
— Debbo confessarvelo? E se non sono riuscite a interessarmi, pensate un po’ quale sofferenza mi avrebbero procurato se m’avessero parlato d’altro! Sentite, io credevo un tempo che qui, in questo ambiente dove si godono tutti i benefici della cultura...
Egli si fermò un momento e rivide lo spettro dei suoi anni giovanili, che, col cappello sulle ventitrè, dondolandosi, entrava e attraversava il salotto. — Sì, vi dicevo: credevo che tutti gli uomini raggiassero d’intelligenza; e, invece, sono sorpreso di vedere che coloro che non sono delle nullità addirittura sono opprimenti. Evidentemente, il professore Caldwell è diverso; questo sì che è un uomo, nel quale la minima particella della materia grigia è intelligente.
La faccia di Ruth s’illuminò.
— Parlatemi di lui, — disse lei, — non della sua ampiezza d’idee nè del suo brio, qualità che conosco, ma invece, di ciò che criticate, in lui; sono curiosa di saperlo.
— Sarò vituperato, senza dubbio! — dichiarò Martin allegramente. — Se parlaste voi per la prima? Ma forse voi lo considerate perfetto in tutto, no?
— Io ho frequentato due corsi di lezioni fatte da lui e lo conosco da due anni; vorrei dunque conoscere la vostra prima impressione.
— Una cattiva impressione, volete dire! Ebbene, ecco: tutte le belle cose che pensate di lui sono giuste, credo; comunque, è il più bel campione d’intellettualità, che abbia mai conosciuto. Ma è rôso da un segreto rimorso, — oh! nulla di volgare e di basso! Mi pare che sia un uomo il quale, avendo approfondito le cose, ha avuto tanta paura di ciò che ha visto, che vuol persuadersi di non aver visto. Ecco un’altra spiegazione, giacchè può darsi che questa non sia molto chiara. Un uomo ha scoperto il cammino che conduce al tempio misterioso e non ha seguito questo cammino; forse ha scorto il frontone radioso e cerca di convincersi ch’è stato ingannato da una specie di miraggio. Volete anche un’altra spiegazione? Un uomo avrebbe potuto far delle cose, ma non ha dato loro molta importanza, e poi, nel più profondo del cuore, rimpiange di non averle fatte; egli che rideva delle possibili ricompense, ora le rimpiange amaramente, e piange anche per aver rinunziato alla gioia dell’azione.
— Il mio modo di vedere non è punto questo, — fece lei. — E, d’altra parte, non capisco bene ciò che volete dire.
— È una vaga impressione, — corresse Martin, — che non è fondata su nulla di preciso: non è cheun’impressione, fors’anche falsa. Voi lo conoscete meglio di me.
Martin riportò da quella serata trascorsa presso i Morse un’impressione confusa di sentimenti opposti; l’ambiente, le cime alle quali aveva aspirato, la gente di cui aveva sognato di diventare l’uguale, lo deludevano. D’altra parte, il buon successo ottenuto lo incoraggiava. L’ascesa era stata più facile che non credesse; eppoi, — egli dovette confessarselo senza falsa modestia, — aveva conquistato il suo fine: egli si sentiva superiore a quella gente, tranne, però, il professore Caldwell. Ne sapeva più di loro, circa la vita e i libri, e si domandò ancora a che cosa servisse la loro istruzione. Ciò ch’egli ignorava, era il fatto d’essere dotato d’una potenza cerebrale straordinaria, e che le persone di vero valore non s’incontrano nei salotti del genere di quello dei Morse; e non immaginava neppure che le persone d’eccezionale valore sono simili alle grandi aquile solitarie che volano molto in alto nell’azzurro, al disopra della terra e della sua supina banalità.