CAPITOLO XXX.

CAPITOLO XXX.

In un bel pomeriggio della fine d’estate, simile al giorno in cui egli vide sbocciare il suo amore, un anno prima, Martin lesse il suo «Ciclo d’Amore» a Ruth. Come allora, essi erano adagiati nel cantuccio prediletto sulla collina. Di tanto in tanto lei aveva interrotto la lettura con delle esclamazioni di piacere: quando ebbe sovrapposto l’ultimo foglio sugli altri, egli attese il giudizio di lei. Lei lo fece aspettare, poi parlò, tra pause, esitando nell’esprimere la durezza del suo pensiero.

— Mi sembrano bellissimi, veramente molto belli; ma non riuscite a venderli, non è vero?.. Capite ciò che voglio dire? — fece lei con voce quasi implorante. — La vostra letteratura è invendibile. Vi sono delle cose là dentro che v’impediscono di guadagnarvi da vivere con... Forse la colpa è degli altri... Ma, caro, comprendetemi bene. Io sono orgogliosa, lusingata — quale vera donna non lo sarebbe? — del fatto che voi avete scritto dei poemi su me; ma essi non faranno in modo da rendere possibile il nostro matrimonio. Non lo credete, Martin?... Non crediate che io sia venale; sono tormentata dall’amore, dal pensiero del nostro avvenire. È passato un anno intero dacchè abbiamo dichiarato il nostro reciproco amore,e il nostro matrimonio è ancora lontano. Non mi giudicate male, Martin; si tratta davvero di tutto il mio cuore, di tutta me stessa. Perchè non tentare d’entrare in un giornale, giacchè tenete assolutamente a scrivere? Perchè non diventatereporter... almeno per un po’ di tempo?

— Mi guasterei lo stile, — fece lui a voce bassa, monotona. — Voi non sapete quanto lavoro mi è costato lo stile.

— Ma quelle novelle? — insistè Ruth. — Voi le chiamate «lavoro di grosso» e ne avete scritte molte. Non vi hanno guastato anch’esse lo stile?

— No, il caso è diverso. Le novelle nascevano spontaneamente, dopo una lunga giornata di lavoro di stile; ma il lavoro d’unreporterè compito di tutti i minuti e assorbe completamente. Non è più una vita, ma un turbine, senza passato, senz’avvenire, e certo senz’alcuna preoccupazione di stile o letteraria. Ma fare ilreporterproprio ora che il mio stile si assoda, significherebbe suicidarsi letterariamente. Pensate un po’, a ogni novella, la minima parola d’ogni novella feriva il rispetto di me stesso, il rispetto che ho della bellezza, al punto da farmi ammalare. Mi pareva di commettere un peccato! E quando me le rifiutavano, in fondo ne ero contento, sebbene dovessi riportare gli abiti all’agenzia dei pegni! Ma oh! la gioia di scrivere «Il Ciclo d’Amore»!... la gioia del creatore, nella sua più nobile espressione. Mi ricompensava di tutto, di tutto!...

Martin non seppe sino a qual punto queste parole lasciassero Ruth indifferente. «La gioia di creare» era però una frase che egli aveva udita per la prima volta dalla labbra di lei. Essa l’aveva letta, ne aveva studiato il significato all’Università lavorando per la laurea; ma lei non aveva alcuna originalità; il dono di creare le mancava totalmente, e la sua cultura era un semplice riflesso di quella degli altri.

— Insomma, l’editore non ha ragione di correggere i vostri «Poemi del Mare»? — domandò lei. — Ricordatevi che bisogna che gli editori abbiano dato prova di buone attitudini.

— Questo rientra perfettamente nell’onnipotenza della cosa stabilita, — replicò lui. — Ciò che è, non solo è bene, ma non potrebbe essere meglio. Il fatto che una cosa esiste basta da solo a giustificarla! Notate che solo l’ignoranza della gente fa credere una stupidaggine simile; la loro ignoranza, che non è altro che l’omicida mentale descritto da Weininger. La gente immagina di pensare, e accade che degli esseri senza pensiero si erigano ad arbitri di coloro che pensano davvero.

Egli tacque, essendosi accorto d’aver oltrepassato la comprensione mentale di Ruth.

— Io non conosco questo Weininger, — fece lei. — E voi generalizzate talmente, che non posso seguirvi. Dicevo che gli editori sono gente di qualità...

— Vi dirò, — interruppe Martin, — che il novantanove per cento degli editori è rappresentato da persone fallite, che non sono riuscite come scrittori. Non crediate ch’essi preferiscano lo loro fatica burocratica, il loro asservimento al pubblico e agli accomandatari alla gioia di scrivere; hanno tentato, ma non sono riusciti. Ed ecco appunto il paradosso idiota della cosa: tutte le porte della letteratura sono guardate da questi cerberi, dai falliti della letteratura. Editori, redattori, direttori letterari di riviste e librai, tutti, o quasi, hanno voluto scrivere e si sono mostrati inetti. Ed è questa gente — meno dotata di qualità — che decide di ciò che deve o non deve essere pubblicato! E questa gente, che ha provato la sua mancanza di originalità e d’ingegno, è incaricata proprio di giudicar dell’originalità e dell’ingegno degli altri! Poi vengono i critici di riviste — gente fallita anch’essi. —Anch’essi hanno sognato di scrivere versi o romanzi, e non hanno potuto. Come! ma la media delle riviste è nauseante, a volerla mandar giù, come l’olio di fegato di merluzzo!... Ma vi ho già detto tutto ciò; vi sono dei grandi critici, certo, ma sono rari come le comete. Comunque, se dovessi fallire come scrittore, sarei maturo per la professione d’editore; avrei pane, companatico e persino il dolce assicurato.

Lo spirito pronto di Ruth e la disapprovazione delle idee del suo fidanzato le fecero sorvolare la contraddizione che le pareva implicita in quella diatriba.

— Ma, Martin, se è così, se tutte le porte sono chiuse, come dimostrate, come hanno fatto i grandi scrittori per conquistare il successo?...

— Hanno fatto l’impossibile, — rispose lui: — hanno fatto cose tanto meravigliose, inaudite, che alla loro fiamma le porte di bronzo si sono fuse. Sono «arrivati» per miracolo, nella proporzione di uno su mille; sono arrivati perchè simili ai «giganti sfregiati» di cui parla Carlyle, che nulla può abbattere. Ed ecco: bisogna che io compia l’impossibile.

— Ma se non doveste riuscire, Martin?... Eppoi sembra che dimentichiate che ci sono anch’io!

— Se non dovessi riuscire?... — Egli la guardò un momento, come se l’ipotesi enunciata fosse impossibile, poi, col volto illuminato, disse: — Se dovessi fallire, farò l’editore, e voi sarete la moglie di un editore.

Essa aggrottò le sopracciglia, a questa trovata, con una mossa così civettuola, che egli la strinse fra le braccia e la coprì di baci.

— Basta, basta, — dichiarò lei, svincolandosi con uno sforzo di volontà dalla dolce stretta. — Ho parlato con i miei genitori, e non li ho mai affrontati così, da figliola molto poco ubbidiente. Essi vi sono contrari, Martin; ma io li ho talmente convinti del mio amore per voi, che infine mio padre ha dichiaratoche vi accoglierebbe nello studio, se voleste. Egli ha detto persino, spontaneamente, che vi ricompenserebbe bene, anche all’inizio, in modo da poter sposare e avere una casetta nostra. Non è molto gentile, questo?

Martin, che aveva la disperazione nel cuore, emise alcuni suoni inarticolati, mentre cercava distrattamente in tasca l’occorrente per fare una sigaretta, — invano, però, perchè non aveva indosso nè tabacco nè carta, — e Ruth proseguì:

— Francamente, e spero che non ve ne abbiate a male, ve lo dico perchè sappiate esattamente come regolarvi, non gli piacciono le vostre idee radicali, e pensa che siate pigro. S’intende che io so che non lo siete punto, ma che anzi lavorate molto.

Sino a qual punto, lei, certo, non immaginava; pensò Martin.

— Bene, — rispose lui. — E quanto alle mie idee mi credete veramente radicale?

Egli la fissò, aspettando una risposta.

— Le vostre idee... be’!... mi sembrano molto imbarazzanti, — fece lei.

Egli era edotto; e la vita gli parve a un tratto così cupa, così grigia, ch’egli dimenticò l’offerta d’un impiego presso il padre di lei.

Quanto a Ruth, poichè oramai il dado era tratto, essa decise di attendere e di risuscitar la questione in un momento più favorevole. Ma aspettò a lungo; Martin aveva anch’egli una domanda da rivolgerle. Egli desiderava accertarsi della misura esatta della fiducia di lei in lui; in una settimana le due questioni furono risolute, e la soluzione fu affrettata dalla lettura che le fece Martin de «La Vergogna del Sole.»

— Perchè dunque non fate il giornalista? — domandò lei quand’egli ebbe finito. — Vi piace tanto scrivere, e sono sicura che riuscirete. Vi distinguereste subito e vi fareste un buon nome. C’è un grannumero di corrispondenti speciali che hanno ottimi stipendî e uno sterminato campo d’azione. Li mandano dappertutto, nel cuore dell’Africa, come Stanley — a Roma per intervistare il Papa, o nel Thibet, a esplorare terre sconosciute.

— Dunque, non vi piace il mio saggio? — fece lui con insistenza. — Credete che possa avere un buon successo in giornalismo e nessuna fortuna in letteratura?

— Ma sì, ma sì, mi piace. Suona bene; ma temo che non sia compreso dai lettori; comunque, io non lo capisco bene, sebbene mi sembri bello. Il vostro gergo scientifico supera le mie cognizioni. Voi sapete, caro, che siete un estremista, e ciò che vi sembra intelligibile, può sembrare benissimo inintelligibile alla maggioranza dei lettori comuni.

— Credo che sia il gergo filosofico che vi dà fastidio, — fece lui non sapendo che dire.

Egli era ancora infiammato dalla lettura, e risentiva l’impressione del pensiero più maturo che avesse mai espresso; così, il verdetto di Ruth lo colpiva brutalmente.

— Non badate tanto alla forma, che forse risente di qualche imperfezione, — insistè lui. — Ma in fondo, nel pensiero... non vedete nulla?... — Lei scosse il capo.

— No, è diverso da tutto quanto ho letto. Ho capito Maeterlinck...

— Avete capito il suo misticismo? — arrischiò Martin.

— Sì, ma ciò che avete voluto esprimere, — e che credo sia una critica demolitrice di Maeterlinck, — non lo capisco. Naturalmente, se l’originalità ha la sua importanza...

Egli l’interruppe con un gesto impaziente, poi si accorse a un tratto che lei parlava, parlava anche da un bel po’.

— In fin dei conti avete scritto per divertirvi, — diceva lei, — Ora vi siete divertito abbastanza, ed è tempo di prendere la vita sul serio, Martin. Sinora non avete pensato che alla vostra.

— Voi vorreste che m’impiegassi?

— Sì, papà ha offerto...

— Lo so, — interruppe Martin, — ma m’interessa sapere se, sì o no, voi avete perduto la fiducia in me.

Lei gli prese la mano, e delle lacrime le apparvero agli occhi.

— Nel vostro avvenire letterario, sì, caro, — confessò a bassa voce.

— Voi avete lette molte mie elucubrazioni. — proseguì lui bruscamente. — Che ne pensate voi? Non c’è alcuna speranza? Rispetto agli altri, come sono?

— Ma essi vendono le loro opere, e voi... no.

— Non rispondete alla mia domanda. Credete davvero che non abbia alcuna attitudine letteraria?

— Allora vi risponderò. — Essa fece appello a tutto il suo coraggio. — No, io non credo che abbiate attitudini per questo. Scusatemi, caro, voi mi chiedete di dirvi il mio pensiero, e sapete che in fatto di letteratura me ne intendo un po’ più di voi.

— Sì, vi siete laureata in lettere, — diss’egli pensosamente: — dovete sapere.

— Ma voglio dirvi ancora questo, — proseguì egli dopo un penoso silenzio. — Io conosco ciò che ho in me; nessun altro lo sa; io so che riuscirò, e non voglio lasciarmi soffocare. Io non vi chiedo di credete in me nè nel mio avvenire letterario; non vi chiedo altro se non che mi amiate e che abbiate fiducia nell’amore.

Un anno fa vi ho chiesto due anni; mi rimane ancora un anno; e credo davvero — ve ne dò la parola d’onore — che prima d’un anno sarò riuscito. Ricordate ciò che mi avete detto, parecchio tempo fa: che dovevo esercitarmi, prima?... L’ho fatto e benfatto, ve lo giuro, giacchè voi eravate la meta e aspettavate. Sapete che ho dimenticato che significhi dormire in pace?... Un tempo, — mi sembra che siano passati dei secoli, — dormivo della grossa e mi svegliavo dopo aver riposato abbastanza. Ora, è sempre la sveglia a destarmi; m’addormenti presto o tardi, dormo sempre lo stesso numero di ore; il ricaricar la pendola e lo spegnere la lampada sono per me gli ultimi due atti incoscienti. Quando comincio ad aver sonno, cambio libro sostituendo un volume troppo difficile che sto leggendo con un altro più leggero, e quando mi ci addormento su, mi dò dei pugni sul capo per scacciarne il sonno. Ho letto la storia di un uomo che aveva paura di dormire; un racconto di Kipling. Quell’uomo aveva fissato uno sprone in tal modo, che la stelletta d’acciaio gli penetrava nelle carni quand’egli cedeva al sonno. Ebbene! io ho fatto lo stesso; guardo l’ora e decido di non staccare lo sprone prima di mezzanotte o dell’una, o delle due o delle tre del mattino. E sprono la mia carne stanca sino all’ora che ho detto. Quello sperone è stato mio compagno di letto da alcuni mesi; è diventato tale il mio accanimento al lavoro, che non dormo più di cinque ore e mezza. Ne dormo quattro, ora! Sono affamato di sonno. Ci sono momenti in cui avverto delle vertigini, tale è il bisogno di sonno, dei momenti nei quali la morte, donatrice di riposo, mi tenta, dei momenti nei quali sono assillato da questi versi di Longfellow:

Il mare è silente e profondo,vi posa ogni cosa del mondo:basta un passo perchè sia finita,un tuffo, una bolla; e più nulla è la vita.

Il mare è silente e profondo,vi posa ogni cosa del mondo:basta un passo perchè sia finita,un tuffo, una bolla; e più nulla è la vita.

Il mare è silente e profondo,

vi posa ogni cosa del mondo:

basta un passo perchè sia finita,

un tuffo, una bolla; e più nulla è la vita.

S’intende che questo non può durare; è nervosismo dovuto a una eccessiva tensione cerebrale... Ma ecco la conclusione alla quale voglio giungere: Perchè hofatto tutto questo? Per voi; per affrettare la mia preparazione, per affrettare il successo. Ora la preparazione è finita; io conosco il mio corredo. Vi giuro che imparo più io in un mese, che non la media degli universitarî in un anno. Lo so, vi dico! D’altra parte, se il mio bisogno d’essere compreso da voi non fosse disperato, non vi avrei detto nulla. Voi sapete che non mi vanto; giudico i risultati dai libri. Ora, i vostri fratelli sono dei barbari ignoranti, in confronto a me e alla somma di cognizioni che io ho strappato dai libri mentre essi dormivano! Una volta mi proponevo d’esser celebre, ora non voglio altro che voi; sono più assetato di voi, che non della gloria o del successo. Non sogno altro che questo: posare la testa sul vostro cuore, per sempre. E questo sogno, fra un anno, diventerà realtà.

Un fluido irresistibile emanava da lui, in onde potenti; e a mano a mano che la sua volontà s’ergeva contro quella di Ruth, questa s’abbandonava, irresistibilmente attratta. La sua voce appassionata, i suoi occhi ardenti, erano fiammeggianti di vita intensa e d’intelligenza. In quel minuto — solo in quel minuto — il velo si lacerò, e lei vide il vero Martin Eden splendido e trionfante; e come il domatore che dubita ad un tratto del suo potere sulle belve, lei dubitò del suo sullo spirito indipendente di quell’uomo.

— Un’altra cosa, — proseguì egli con foga: — voi mi amate, ma perchè mi amate? a causa appunto di ciò che sentite in me, di questa forza irresistibile che mi costringe a scrivere: mi amate perchè sono diverso dagli uomini che avete conosciuti e che forse avreste amati. Io non sono nato per vivere la vita dell’impiegato sedentario e per i conti correnti, per i piccoli cavilli degli affari e le maliziette dei legulei. Fatemi diventare come loro, fatemi fare lo stesso lavoro, respirare la stessa aria, vedere la vita dallo stesso punto di vista, e avrete distrutto Martin Eden, avrete distruttoil vostro amore. Per me, il bisogno di scrivere è un bisogno vitale. Se non fossi stato altro che un fantoccio non mi sarei mai sognato di scrivere e voi non vi sareste mai sognata di sposarmi.

— Ma voi dimenticate una cosa, — interruppe lei, contenta d’aver trovato un argomento. — Voi dimenticate quegl’inventori illusi che consumano tutta la loro vita a correre dietro alle chimere, mentre la loro famiglia muore di fame. Le mogli li amano lo stesso, certamente, ed esse soffrono con loro, per loro, non a causa del loro folle traviamento, ma a dispetto di esso.

— È vero, — rispose Martin, — ma vi sono altri inventori che non sono degl’illusi, che muoiono di fame cercando d’inventare mirabili cose e che talvolta, riescono. Dio sa che io non cerco l’impossibile.

— Eppure, avete detto proprio così.

— Parlavo figuratamente; io cerco di fare ciò che altri, prima di me, hanno fatto; tento di scrivere e vivere col lavoro della mia penna.

Il silenzio di lei lo punse vivamente.

— Allora, secondo voi, io tendo a una chimera folle, come la ricerca del moto perpetuo? — fece lui.

Lei gli rispose tacitamente, stringendogli la mano, con pietà, come una madre calma il figliolo malato. Infatti egli divenne, agli occhi di lei, come un bimbo malato, l’illuso assetato d’impossibile.

Alla fine di questo colloquio, essa gli ricordò ancora l’opposizione dei genitori.

— Ma mi amate? — domandò Martin.

— Sì, sì, vi amo! — rispose Ruth.

— E allora, nulla può separarci, — dichiarò egli trionfalmente. — Giacchè ho fede nel vostro amore, e l’antipatia dei vostri genitori non mi fa paura. Tutto, in questo basso mondo, può andare a male, ma non l’amore, che se non è un povero aborto debole e tremante, deve trionfare.


Back to IndexNext