CAPITOLO XXXIII.
E Martin lentamente, — ma sicuramente, — perdeva la battaglia. Sebbene facesse economia, il giornalismo non gli dava da vivere abbastanza. Quando fu la festa nazionale, poichè il suo vestito nero si trovava nuovamente al Monte di Pietà , egli non potè accettare l’invito a pranzo fattogli dai Morse. Ruth ne fu desolata e Martin disperato. Egli allora dichiarò che sarebbe andato lo stesso, che sarebbe andato a San Francisco a richiedere le venticinque lire che gli erano dovute, in modo da poter disimpegnare il vestito.
Nel mattino, prese in prestito da Maria cinquanta centesimi. Avrebbe preferito chiederli a Brissenden, ma quel bel tipo era scomparso; Martin non lo vedeva da quindici giorni, e si scavava il cervello per sapere se lo aveva urtato in qualche modo; ma invano. Con i cinquanta centesimi di Maria, Martin potè prendere il vaporetto per San Francisco; e durante tutta la lunghezza di Market-Street non fece altro che domandarsi che avrebbe fatto nel caso in cui non gli avessero dato il danaro. Non avrebbe potuto ritornare in alcun modo a Oakland, giacchè non conosceva a San Francisco nessuno che gli potesse prestare cinquanta centesimi.
La porta della redazione dellaTranscontinentalera socchiusa, e Martin, che s’accingeva a spingerla, si fermò udendo una voce proveniente dall’interno, che gridava:
— Qui non si discute, signor Ford, (Martin sapeva, per uno scambio di lettere, che Ford era il nome dell’editore). Si tratta di sapere se lei è pronto a pagare in danaro contante! L’avvenire dellaTranscontinentalnon m’interessa per nulla, e ciò che lei si propone di fare l’anno venturo, mi lascia freddo. Io voglio essere pagato, e le giuro che il numero di Natale non sarà stampato se non avrò avuto tutta la somma. Buon giorno! Quando sarà pronto venga a trovarmi.
La porta s’aprì con violenza, e un uomo furibondo ne balzò fuori e scomparve lungo il corridoio, bestemmiando e stringendo i pugni.
Martin, pensando che era preferibile non entrare immediatamente, attese un quarto d’ora nell’atrio, poi spinse la porta ed entrò. Era la prima volta che penetrava in uno studio editoriale; ed era evidentemente inutile presentare un biglietto di visita, giacchè un fattorino, schiudendo un’altra porta, annunziò colla massima semplicità che «c’era uno che voleva parlare col signor Ford». A un cenno del fattorino, Martin s’avanzò, e fu introdotto nel santuario sacrosanto. Egli rimase molto colpito dal massimo disordine della camera; poi vide un giovane fornito di basette, seduto davanti a uno scrittoio cilindrico, che lo sbirciava con curiosità . Martin si stupì della serenità di quella faccia: era evidente che il litigio col tipografo non lo aveva turbato gran che.
— Io sono... io sono Martin Eden, — disse Martin, che ebbe voglia di aggiungere: — e pretendo le mie venticinque lire! — ma date le circostanze, non volle spaventare l’editore. Con grande sorpresadi Martin, il signor Ford saltò in piedi con un «Impossibile!» entusiasta, e strinse tutt’e due le mani di Martin, con molta cordialità .
— Non so dirle come sia felice di conoscerla, signor Eden! Spesso mi sono domandato che aspetto avesse, lei.
E qui, indietreggiò, per osservare meglio Martin, e con uno sguardo intenerito percorse il misero vestito, i cui calzoni, però, serbavano la piega, per merito dei ferri di Martin.
— Però le confesso che me lo immaginavo molto più vecchio. Il suo articolo rivelava tanto vigore, tanta profondità , tale maturità , un tale respiro!... Un capolavoro, quel racconto! Già al sesto rigo m’ero fissato. Le racconterò come l’ho detto. Ma no, venga qui, che le presento prima di tutto la redazione.
Così parlando, il signor Ford lo condusse in un altro studio dove lo presentò al suo socio, signor White, piccolo uomo mingherlino dalle basette setolose e brizzolate che pareva tremare come per un freddo continuo.
— È il signor Ends, signor Eden. Il signor Ends è nostro gerente.
Martin strinse la mano d’un uomo calvo, dall’occhio vivace, dal viso apparentemente giovanile, almeno quel tanto che si vedeva, giacchè era quasi tutto nascosto da una barba come neve, pettinata con cura, dalla mano della signora Ends, tutte le domeniche.
I tre uomini circondarono Martin, parlando tutti insieme e nel modo più ammirativo, così ch’egli si domandò se tutto ciò non fosse il risultato d’una scommessa.
— Noi ci siamo domandati perchè lei non venisse, — diceva il signor White.
— Non avevo i soldi pel tranvai, e abito dall’altraparte del golfo, — rispose Martin, deciso a mostrare il suo urgente bisogno di danaro. Certamente, si disse, questi cenci gloriosi sono un’indicazione abbastanza eloquente!
Di tanto in tanto, appena l’occasione si presentava, egli accennava allo scopo della visita; ma i suoi ammiratori facevano l’orecchio sordo. Gli cantavano le lodi, gli raccontavano ciò che avevano pensato del suo racconto, a prima vista, poi ciò che le loro mogli e i loro parenti ne avevano pensato, ma non manifestavano neppure la minima intenzione di esprimere la loro ammirazione in modo più rimunerativo.
— Le ho detto come ho letto la sua novella la prima volta? — disse il signor Ford. — Ma no, naturalmente. Ebbene! tornavo da New-York e, quando il diretto si fermò a Agden, ilgroomcorse a portarmi l’ultimo numero dellaTranscontinental.
— Perdinci! — fece tra sè Martin, — tu ti permetti il lusso di viaggiare in Pulman mentre io crepo di fame a causa delle venticinque lire che non mi dai. — E si sentì come sommerso da un’ondata di collera. Il torto fattogli dallaTranscontinentalgli parve enorme; tutti quei lunghi mesi di vana attesa, di privazioni e di fame gli sorsero davanti agli occhi, e, con lo stomaco morso da una brutta bestia, ricordò di non aver mangiato dal giorno prima, e, quel giorno, così poco, che non era il caso di parlarne neppure. Immediatamente vide rosso. Quelli non erano neppure dei briganti, ma dei vili imbroglioni! Con promesse false e menzogne, lo avevano derubato del racconto. Ebbene, avrebbero visto! E giurò di non metter piede fuori dell’ufficio, senz’avere avuto il danaro. Ricordò che senza quel danaro non poteva ritornare a Oakland. Con uno sforzo egli si dominò, ma era tale la sua espressione di belva affamata, che i tre complici ne parvero inquieti. Essi parlarono con maggiore volubilità ;il signor Ford ricominciò a raccontare come aveva letto la prima volta «L’appello delle Campane», e il signor Ends, nello stesso tempo, si sforzava di ripetere il giudizio della nipote su «L’Appello delle Campane»: sua nipote era istitutrice ad Alameda.
— E ora, — finì col dire Martin, — se vogliono sapere perchè sono venuto, lo dirò: sono venuto per aver pagato il racconto che piace tanto a tutti loro. Se ben ricordo, mi avevano promesso 25 lire, alla pubblicazione.
Il mobile viso del signor Ford espresse subito la più entusiastica accondiscendenza: egli fece l’atto di frugarsi in tasca, poi si voltò verso il signor Ends e gli disse d’aver lasciato il suo portamonete in casa di lui, del signor Ends. Il signor Ends, con aria molto scontenta, fece il gesto di proteggere la tasca dei suoi calzoni dove Martin, — a giudicare della mossa, — capì che doveva essere il denaro.
— Sono proprio desolato, — fece il signor Ends, — ma ho pagato il tipografo, un’ora fa, e non mi è rimasto un soldo. Certo è una leggerezza da parte mia rimanere talmente sprovvisto, ma ho dovuto anticipare, e l’acconto dato al tipografo è stato una spesa proprio imprevista.
I due uomini si voltarono con aria interrogativa verso il signor White, ma questo gentiluomo si mise a ridere e scosse le spalle. Costui almeno aveva la coscienza pulita; era entrato nella redazione dellaTranscontinentalper impratichirsi in fatto di letteratura da riviste, e invece, ne aveva, a sue spese, imparato i principî finanziari. LaTranscontinentalgli doveva quattro mesi di stipendio ed egli sapeva che bisognava tacitare il tipografo prima del socio.
— È davvero ridicolo, signor Eden, essere colti in una posizione così cattiva, — fece il signor Ford con aria disinvolta. — Ma le dirò come faremo: domattina,presto, le mando unochèque. Avete l’indirizzo del signor Eden, non è vero, signor Ends?
Sì, il signor Ends aveva l’indirizzo, e lo chèque sarebbe stato spedito la mattina dopo. Martin, sebbene poco esperto in materia di banche e dichèques, non riusciva però a capire perchè non gli dessero quel danaro lo stesso giorno.
— Allora, d’accordo, signor Eden: le manderemo lochèquedomani, — fece il signor Ford.
— Ho bisogno oggi di questo denaro, — rispose Martin, con voce risoluta.
— Che caso sfortunato! se lei fosse venuto un altro giorno... — fece soavemente il signor Ford; ma fu interrotto dal signor Ends, il cui occhio era segno d’un carattere irascibile.
— Il signor Ford ha già spiegato come stanno le cose, — fece egli con accento aggressivo, — e anch’io; lo chèque sarà spedito domani e...
— E io, — tagliò corto Martin, — ho già spiegato che ho bisogno di questo danaro oggi. — Il suo polso si era leggermente accelerato, al tono brusco del gerente, ch’egli vigilava attentamente con un occhio, sicuro che i fondi di cassa dellaTranscontinentalgiacevano nella tasca dei calzoni di quel degno gentiluomo.
— È veramente un caso disgraziato, — cominciò il signor Ford.
Ma proprio in quel momento, il signor Ends, spazientito, fece un mezzo giro per lasciar la camera: nello stesso momento, Martin balzò su di lui, e, con una mano gli afferrò la gola in modo tale, che la barba nevosa del signor Ends, sempre impeccabilmente pettinata, puntò verso il soffitto con un angolo di 45°. Atterriti, il signor White e il signor Ford videro il loro gerente scosso come il più volgare tappeto.
— Frugatevi in tasca, venerabile oppressore di talentigiovanili! — consigliò Martin, — frugatevi! o vi scuoto sinchè l’ultimo soldo non vi rotoli dalla tasca. — Poi, rivolto ai due spettatori spaventati. — E voialtri non vi accostate: vi potreste far male.
Il signor Ends, che soffocava, potè manifestare la sua acquiescenza soltanto quando la mano di Martin ebbe allentata la stretta. Dopo ch’egli ebbe frugato nelle sue diverse tasche, quella dei calzoni riversò lire 20.75.
— Rovesciate le tasche! — ordinò Martin.
Caddero altri cinquanta centesimi. Martin fece il conto del risultato del suoraid, per esserne sicuro.
— A voi! — gridò al signor Ford. — Mancano ancora 3.75.
Senza aspettare, il signor Ford si frugò nelle tasche ma ne trasse fuori soltanto tre lire.
— Non c’è altro? — interrogò Martin con accento minaccioso, impadronendosi del danaro. — E nelle tasche della giacca?
Per provare la sua buona fede, il signor Ford rovesciò le sue tasche. Ne cadde un pezzo di cartone che egli si accingeva a rimettersi in tasca, quando Martin esclamò:
— Che cosa è? Un biglietto diferry-boat. Datemelo: vale cinquanta centesimi. Ho avuto dunque 24.75, contando il biglietto: mancano ancora venticinque centesimi.
Egli guardò fisso il signor White, e l’ometto debole, tutto tremante, glieli porse subito.
— Grazie, — disse Martin rivolto a tutti e tre i giornalisti. — Vi auguro il buon giorno.
— Brigante! — sibilò il signor Ends, quando vide Martin sull’uscio.
— Vilissimi ladri! — fece Martin di rimando, sbattendosi la porta alle spalle.
Martin era in un umore così gaio, che ricordandocheLa Vespagli doveva 75 lire per «La Peri e la Perla», decise subito di andar là , e di farsele dare, nello stesso modo, se occorreva. Ma la redazione deLa Vespaera composta d’una banda di solidi giovanotti, filibustieri autentici, che rubavano tutto, e a tutti, e si derubavano a vicenda. Dopo aver messo sottosopra il mobilio dell’ufficio, l’editore, un ex-boxeur di professione, aiutato dal gerente, da un agente di pubblicità e dal portiere, riuscì ad espellere Martin e a fargli scendere tutt’un piano, a rotoli.
— Ritornate, signor Eden! saremo sempre felicissimi di vedervi! — gli gridarono dal pianerottolo ridendo.
Martin ghignò rialzandosi:
— Bah! — fece, di rimando, con calma. — NellaTranscontinentalc’erano soltanto dei ladri, ma qui, almeno, voi siete tutti campioni diboxe.
— Bisogna dire, signor Eden, — gli gridò dall’alto l’editore deLa Vespa, — che, per poeta, siete abbastanza campione anche voi! Dove dunque, avete imparato quelcrosscol destro, se è lecito?
— Là dove voi avete imparato quella mezza-nelson, — rispose Martin. — Comunque, avete un occhio pesto.
— Spero che a voi non venga il torcicollo, — disse l’editore, con premura. — E dite un po’: se andassimo a bere un bicchiere tutti insieme?
E così, ladri e derubato bevvero insieme, d’accordo su questo: che aveva vinto il più forte, e che le 75 lire de «La Peri e la Perla» appartenevano di diritto al personale deLa Vespa.