CAPITOLO XXXIX.

CAPITOLO XXXIX.

«Troppo tardi» giaceva ancora, dimenticato, sulla tavola. Sotto, i manoscritti, dei quali neppur uno era stato accettato, avevano ripreso il loro posto, tranne, però, quello di Brissenden, «Effimero» che, solo, proseguiva il suo giro, di editore in editore. Bicicletta e vestito nero erano stati nuovamente impegnati, e il commerciante di macchine da scrivere richiedeva con insistenza il nolo.

Ma questo genere di preoccupazioni non l’affliggeva più; egli cercava un nuovo orientamento, e perciò la sua vita ne risentiva una specie di stasi. Dopo parecchie settimane, accadde ciò ch’egli non aveva cessato di sperare: l’incontro con Ruth, nella strada. Era accompagnata dal fratello Norman, e tutt’e due finsero di non vederlo; poi, Norman cercò persino di sbarrargli il passo dicendogli con voce di minaccia:

— Se persistete a mettervi di mezzo, vi faccio arrestare. Lei non desidera parlare con voi, e la vostra insistenza è insultante.

— Se persistete a mettervi di mezzo, sarete costretto infatti a chiamare una guardia, e il vostro nome comparirà sui giornali. — rispose Martin, con lo stesso tono. — E ora, lasciatemi passare e chiamate la guardia, se credete. Io voglio parlare con Ruth.

— Voglio avere una risposta dalla vostra bocca, — le disse lui.

Lei era pallida e tremante, ma si dominò e lo guardò con aria interrogativa.

— La risposta alla domanda che vi ho rivolto nella lettera.

Lei scosse il capo negativamente.

— Agite per vostra decisa volontà? — insistè Martin.

— Di volontà mia, — fece lei, con voce bassa e ferma, senza esitazione. — Voi mi avete umiliata a tal punto che ho vergogna di rivedere i miei amici. Tutti parlano di me, lo so. Non posso dirvi altro, se non che m’avete resa molto infelice, e spero di non rivedervi mai più.

— I vostri amici! Pettegolezzi! Falsi resoconti di giornali!... Ma l’amore è più forte di tutte queste cose futili, io credo! Oppure, non mi avete mai amato.

Un vivo rossore le colorì il viso pallido.

— Dopo tutto quanto è successo? — diss’ella con voce fioca. — Martin, non sapete ciò che dite; io non ho un animo volgare.

— Vedete dunque che lei non vuol saperne di voi, — lanciò Norman, trascinando via sua sorella.

Martin si scostò per lasciarli passare, e con gesto inconscio si frugò in tasca per cercarvi tabacco e carta da sigarette, che non c’erano. Ritornò a casa come un sonnambulo, sedette sulla sponda del letto e girò attorno uno sguardo vago. Poi, scorto ch’ebbe «Troppo tardi» sparso sulla tavola, sedette e prese la penna. Per istinto, egli non poteva tollerare una cosa incompiuta, e quel lavoro era incompiuto. Finito oramai l’essenziale della sua vita, egli si rimetteva al lavoro, per portarlo a termine. Dopo, si sarebbe visto il da fare. Egli non sapeva; sapeva soltanto di esserea un punto critico, a una svolta della sua vita, ch’egli stava per prendere al laccio, incerto della direzione.

L’avvenire ormai non l’interessava più; avrebbe visto in breve ciò che gli era riservato; ma la cosa non aveva alcuna importanza: nulla aveva più importanza, ormai.

Durante cinque giorni egli s’affaticò intorno a «Troppo tardi», non andando in nessun luogo, non vedendo nessuno, mangiando appena. Il sesto giorno, la mattina, il portalettere gli consegnò una lettera dell’editore del «Partenone». «Effimero» era accettato. «Abbiamo sottoposto il poema all’esame del signor Cartwright Bruce, — diceva l’editore, — che l’ha giudicato favorevolmente, con tanto calore, che non possiamo non accettarlo. Lo pubblicheremo dunque nel nostro numero di Agosto, essendo già composto quello di Luglio. Trasmettete i nostri ringraziamenti e l’espressione della nostra gratitudine al signor Brissenden, e mandateci, in cambio, la sua fotografia e biografia. Se il nostro compenso non gli dovesse sembrare sufficiente, telegrafateci subito la somma che vi sembra accettabile.»

Il compenso offerto era di milleottocento lire, cosicchè Martin giudicò che era inutile telegrafare; bisognava però ottenere il consenso di Brissenden. Ebbene! aveva avuto ragione, in fondo! C’era almeno un’editore di rivista illustrata che s’intendeva di vera poesia. Ora, anche se «Effimero» era il poema del secolo, il prezzo offerto era magnifico. Quanto a Cartwright Bruce, Martin ricordò il solo critico pel quale Brissenden avesse un certo rispetto.

Martin scese in città col tranvai, e mentre guardava distrattamente le case e le vie che sfilavano oltre i vetri, si rammaricava di non sentire tutta la contentezza che avrebbe dovuto pel trionfo del suo amicoe di quanto aveva previsto personalmente. Ma la fonte del suo entusiasmo sembrava inaridita, e l’impazienza di vedere Brissenden era più forte del piacere di portargli buone notizie. Durante i cinque giorni di lavoro dedicati a «Troppo tardi», non aveva udito parlare di Brissenden e non aveva neppure pensato a lui. Per la prima volta Martin s’accorse come si fosse assorto, e si vergognò d’aver dimenticato il suo amico. Ma persino la sua vergogna mancava di fervore; egli viveva in una specie d’aura ipnotica, insensibile a tutto ciò che non fosse «Troppo tardi». In quello stesso tranvai, tutto ciò che lo circondava sembrava irreale, lontano: al punto che se la grande cupola della chiesa che il tranvai oltrepassava gli fosse caduta a pezzi sulla testa, egli ne avrebbe risentito una lieve emozione.

Giunto all’albergo, egli corse alla camera di Brissenden, ma ne ridiscese di corsa; la camera era vuota, senza traccia di bauli.

— Il signor Brissenden, non ha lasciato l’indirizzo? — domandò all’impiegato che lo guardava con curiosità.

— Come? non sa?

Martin fece segno di no.

— Ma i giornali non hanno parlato d’altro!... Lo hanno trovato morto nel letto; s’è sparato un colpo di rivoltella nella testa.

— Lo hanno seppellito già? — domandò Martin, con una voce strana, che non gli parve la sua.

— No, dopo le indagini, il corpo è stato mandato nell’est. Se ne sono occupati gli uomini d’affari della famiglia.

— Hanno fatto alla svelta, mi sembra.

— Le pare? È successo cinque giorni fa.

— Cinque giorni fa?

— Sì, cinque giorni.

— Ah! — disse Martin, e, fatto mezzo giro, uscì. Si fermò nel prossimo ufficio telegrafico, per mandare un telegramma alPartenone, pregandolo di pubblicare il poema. Poichè aveva in tasca solo sei soldi, mandò il telegramma con porto assegnato. Ritornato a casa, si rimise al lavoro. Passavano i giorni, passavano le notti senza ch’egli abbandonasse il tavolino. Usciva solo per andare al Monte di Pietà, mangiava quando aveva fame, e roba da mangiare, e quando non aveva nulla, rinunziava. L’opera era composta, capitolo per capitolo, ma egli vi aggiunse una prefazione di duemila parole, che la rese più potente. Non era spinto dalla voglia di fare cosa perfetta, ma costretto in certo qual modo dal suo senso artistico. Lavorava come in sogno, stranamente distaccato da tutto ciò che lo circondava, come un fantasma trattenuto da una specie d’incanto sui luoghi della sua vita anteriore. Un fantasma è l’anima d’un morto che non sa d’essere morto, — gli avevano detto un giorno, ed egli si domandava se non fosse morto, per caso, senz’accorgersene.

Finalmente «Troppo tardi» fu compiuto. Il commerciante di macchine da scrivere ero venuto a riprendersi la macchina, e sedeva sul letto, mentre Martin, sull’unica sedia, copiava le ultime pagine del manoscritto.

—Fine— scrisse in lettere maiuscole, e davvero quella parola aveva un significato profondo per lui. Egli vide sparire l’impiegato che portava con sè la macchina, con un senso di liberazione; poi si stese sul letto. La testa gli girava, dalla fame. Da trentasei ore, infatti, non mangiava, ma egli non pensava neppure a questo: disteso sul dorso, con gli occhi chiusi, non pensava a nulla, invaso da un torpore che cresceva, tra incubo e delirio. Si mise a recitare ad alta voce i versi d’un poeta anonimo, che Brissendenrecitava con piacere. Maria, che l’ascoltava in ansia, dietro la porta, fu colpita dal tono monotono di quella specie di litania, di cui non comprese il senso.

«È finita» era il titolo del poema.

È finita,ora taci, o lïuto.Canzoni e canti del tempo perduto,canzoni e cantison passati come ombre vagantifra trifogli di vivo incarnato.È finita,ora taci, o lïuto.Cantavo un tempo come a primaveral’allodola tra cespi di rugiada,ed oggi sono muto,simile ad un fringuello affaticato.La gola ogni canto ha perduto.È finita,ora taci, o lïuto.

È finita,ora taci, o lïuto.Canzoni e canti del tempo perduto,canzoni e cantison passati come ombre vagantifra trifogli di vivo incarnato.È finita,ora taci, o lïuto.Cantavo un tempo come a primaveral’allodola tra cespi di rugiada,ed oggi sono muto,simile ad un fringuello affaticato.La gola ogni canto ha perduto.È finita,ora taci, o lïuto.

È finita,

ora taci, o lïuto.

Canzoni e canti del tempo perduto,

canzoni e canti

son passati come ombre vaganti

fra trifogli di vivo incarnato.

È finita,

ora taci, o lïuto.

Cantavo un tempo come a primavera

l’allodola tra cespi di rugiada,

ed oggi sono muto,

simile ad un fringuello affaticato.

La gola ogni canto ha perduto.

È finita,

ora taci, o lïuto.

Maria non resse più, e corse in cucina a riempire una ciotola di minestra, con tutti i pezzi di carne e di legumi che il cucchiaio potè raccogliere dal fondo della pentola. Martin si raddrizzò e cominciò a mangiare, assicurando a Maria, tra un boccone e l’altro, che non aveva delirato e che non aveva febbre.

Quando lei l’ebbe lasciato, egli rimase seduto sulla sponda del letto, con gli occhi tetri e vaghi, sino al momento in cui lo sguardo gli si posò sulla fascetta lacerata d’una rivista giunta la mattina e ch’egli non aveva aperta, e un lampo gli attraversò il cervello assopito.

— ÈIl Partenone, si disse, —Il Partenonedel mese di Agosto, che contiene certamente «Effimero». Se il mio povero Brissenden potesse vedere questo!

Appena ebbe sfogliato la rivista illustrata, ecco apparire «Effimero» adorno d’un magnifico «cappello» che lo precedeva e d’illustrazioni del genere di Beardsley, in margine. A un lato del «cappello» era la fotografia di Brissenden; dall’altro quella di Sir John Value, ambasciatore di Gran Bretagna. Precedeva una nota redazionale, nella quale era citata una frase di Sir John Value che dichiarava come non vi fossero poeti in America; la pubblicazione di «Effimero» era quindi una risposta alla bolla di Sir John Value! Cartwright vi appariva come il più grande critico d’America, e veniva citato il brano dove egli aveva dichiarato che «Effimero» era il più grande poema che fosse stato mai scritto in America. La prefazione della redazione finiva così: «Noi non abbiamo potuto ancora valutare «Effimero» come merita; forse non sarà mai possibile. Ma l’abbiamo riletto più volte, ammirandone le idee e la forma meravigliosa.» Seguiva il poema.

— Briss, vecchio mio, avete fatto bene a morire. — mormorò Martin lasciando cadere la rivista illustrata. La volgarità, la banalità, che ne sprigionavano erano scoraggianti, ma nel suo stato di apatìa, egli osservò come il suo disgusto fosse superficiale. Avrebbe voluto adirarsi, ma non poteva, non se ne sentiva la forza: come un fiume gelato, il suo sangue non riusciva a spezzare il ghiaccio che pesava sulla sua indignazione interiore. In fondo, che cosa importava tutto ciò? era bene intonato alla società borghese che Brissenden odiava tanto.

— Povero Bris! — prosegui Martin: — non me lo avrebbe mai perdonato. — S’alzò con uno sforzo di volontà e aprì una scatola che usava un tempo per riporvi della carta da scrivere a macchina. Ne trasse fuori undici poemi che il suo amico aveva scritti e li lacerò in parecchi pezzi che gettò poi nel paniere. Egli compì questi gesti languidamente, poi, quand’ebbe finito, sedette sulla sponda del letto, e ricominciò a fissare il vuoto.

Non seppe quanto tempo rimanesse così. A un tratto, sullo schermo vago della mente, egli vide formarsi una lunga linea bianca, orizzontale, strana, che si precisò e divenne una catena di banchi di corallo, frustata dalle spumeggianti ondate del Pacifico. Poi, nella linea degli scogli, egli distinse una piroga. Indietro, un giovane dio di bronzo, dal perizoma scarlatto, remava, e la pagaia sgocciolante luceva al sole. Egli lo riconobbe: era Moti, il più giovane figlio di Toti, il gran capo; lì era Tahiti, e di là, da quella bianca linea di scogliere fioriva la dolce laguna; all’imboccatura del fiume era nascosta la capanna di fogliame del gran capo. Cadeva il crepuscolo: Moti rientrava dalla pesca. Egli attese il balzo dell’ondata che l’avrebbe portato al disopra dei banchi.

... Poi vide se stesso, seduto sul davanti della piroga, come aveva fatto tante volte un tempo, con la pagaia in mano, in attesa del grido breve di Moti, per immergerla violentemente nel gran muro d’acqua turchese, nel momento in cui s’innalzasse dietro di loro. L’acqua sibilava sotto la prua, con un getto di vapore, e ricadeva in pioggia attorno a loro. Un urto, un rombo, un sordo ruggito come di tuono, e la piroga ondeggiava sulla calma laguna turchina. Moti rideva,scuoteva le goccioline salate, dalle sue ciglia, e tutt’e due remavano insieme verso la spiaggia corallina. Attraverso le palme dei datteri, i muri di verzura di Toti si doravano al tramonto. La visione si spense, e davanti ai suoi occhi, ridiventati lucidi, apparve in mostra il disordine della sua misera cameretta. Invano, egli tentò d’evocare Tahiti: egli sapeva che c’erano delle canzoni fra i datteri e che le ragazze ballavano al lume della luna, ma non riusciva a vederle. Non vide altro che la tavola in disordine, il posto vuoto della macchina da scrivere e il vetro ingrassato. Con un gemito, chiuse gli occhi e s’addormentò!


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