Pubblicammo prima i due romanzi: «Il Richiamo della foresta» e «Zanna Bianca», volutamente, per mostrare la potenza visiva e intuitiva del London, e la vastità della sua esperienza d’osservatore, e cioè, accanto all’artista sempre vigile, la forza volitiva e l’irrefrenabile impeto avventuroso dell’uomo.
Pubblicammo prima i due romanzi: «Il Richiamo della foresta» e «Zanna Bianca», volutamente, per mostrare la potenza visiva e intuitiva del London, e la vastità della sua esperienza d’osservatore, e cioè, accanto all’artista sempre vigile, la forza volitiva e l’irrefrenabile impeto avventuroso dell’uomo.
I due primi volumi sono il poema delle forze vergini e delle creature primitive, della lotta disperata e crudele, eppur grandiosa, delle cose vive contro la insidia della morte. Simbolo di questa tragedia è il lupo che, ucciso il rivale, ulula, col muso verso le stelle, il tormento millenario della carne che dilania e divora, per non essere dilaniata e divorata, ma che sa, tuttavia, come la vittoria finale spetti, non già alla vita, ma alla morte.
La vita contro la morte!
Par di udire l’antico canto caldeo drammatizzato in una rappresentazione favolosa di animali e di uomini, fra le solitudini nevose e le foreste vergini dell’Alaska.
«L’Angelo della morte ha ucciso lo scannatore che scannò il bue, il bue che bevve l’acqua, l’acqua che spense il fuoco, il fuocoche bruciò il bastone, il bastone che battè il cane, il cane che morse il gatto, il gatto che divorò il capretto, l’unico figlio della capra!Chad Gadya! Chad Gadya!«
«L’Angelo della morte ha ucciso lo scannatore che scannò il bue, il bue che bevve l’acqua, l’acqua che spense il fuoco, il fuocoche bruciò il bastone, il bastone che battè il cane, il cane che morse il gatto, il gatto che divorò il capretto, l’unico figlio della capra!
Chad Gadya! Chad Gadya!«
Chad Gadya! Chad Gadya!E chi verrà ad uccidere l’Angelo della Morte?
«E il Santo Uno, sia Egli benedetto, viene e uccide l’Angelo della Morte».conclude l’antico canto caldeo, e il London ripete la profezia. Per lui, il Santo Uno è l’Amore!
* * *
L’Amore.
Forse nessuno l’ha sentito, desiderato, cercato, sofferto, cantato come Jack London.
Per l’amore egli è vissuto, per l’amore è morto: per questa essenza divina che illumina e pacifica il mondo. L’amore che accomuna tutte le creature viventi, gli uomini, gli animali, le piante, i macigni, le stelle; l’amore che riempie l’infinito, supera la morte e scioglie ogni mistero: l’amore, vita, bellezza, luce!
Quest’innamorato dell’amore, finì, così, coll’amare la vita degli altri più della propria; al punto che la terra gli parve angusta e la propria forza impari a un sogno che abbracciava l’universo.
La giovinezza di Jack London fu come un razzo infocato lanciato nelle tenebre del mondo, come uno sprazzo di luce abbagliante che ascende, prodigiosamente, poi precipita, e si spegne. A vent’anni è già un uomo maturo; a trenta, vecchio; a quaranta, scomparso.
Anche per lui l’Angelo della Morte viene primadel Santo Uno e gli strozza in gola il suo Chad Gadya.
Ma quanta intensità di vita, quanta luce d’ideali, quanta grandezza morale e spirituale in quei suoi quarant’anni! e quale miseria, la nostra, al confronto!
Bastano questi quattro possenti volumi — e ne ha scritti più di quaranta — per rivelarci tutta l’angustia del nostro orizzonte e la povertà dell’animo nostro di letterati che cianciamo d’amore e d’arte e di lotte politiche e sociali; scettici, egoistici, meschini.
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Non a caso, ripeto, pubblicammo prima «Il Richiamo della foresta» e «Zanna Bianca», cioè il poema della vita selvaggia. Volevamo, mediante «una folata d’aria gelida, purificatrice», far sentire l’ossigeno agli sparuti e intristiti uomini che fanno da padroni nelle patrie accademie dell’arte; e dare almeno un guizzo al loro lucignolo dell’ideale, fumoso e pestilenziale; alla gentaccia inorpellata, irretita negl’intrighi eppure altosonante, per mostrare la differenza che passa tra il volo di un’aquila e lo starnazzare di un’anitra.
E col terzo volume, «Il Tallone di Ferro», ci proponemmo di mostrare l’uomo nell’artista, e come non vi sia artista grande dove non è grandezza d’uomo e altezza morale e spirituale, altruismo, in una parola, cioè sogno del bene assoluto, universale, e dedizione di tutta una vita a questo sogno.
«Il Tallone di Ferro» è il crogiolo ardente che fonde in un’orribile massa d’odio le miserie, le vergogne, le crudeltà dell’epoca nostra. Non più canto, ma urlo: non l’urlo per i proprî dolori, ma per i dolori degli altri.
I dolori degli altri.
Ecco, in sintesi, una realtà e una fede sofferte con cuore tra cristiano e prometeico: una fede e un programma di redenzione. I dolori degli altri sono il problema della torbida e perigliosa vita contemporanea.
E qui, il cuore di London, uomo, non è inferiore alla mente dell’artista. Egli ci rivela, nelTallone di Ferro,la sua forza e la sua dolcezza, il suo coraggio e la sua saggezza, e ci addita la via che ogni uomo onesto deve seguire; una via che non mena ai facili onori e alle più facili ricchezze, premii plutocratici, ma con gli umili, i denutriti, con le creature dell’abisso, conduce alla verità e al cielo della bontà. Oggi, il mondo è tale, che «vive pericolosamente» colui che difende la propria rettitudine, secondo gli immortali principî di bontà, libertà e giustizia, ch’è più facile sentire che definire.
Il London ci mostra che la lotta è mortale, e che, sebbene nolenti e riluttanti, come ieri dovemmo partecipare ad una guerra non nostra, così domani dovremo partecipare alla rivoluzione degli altri; ma ci mostra anche che nella libertà di scelta del nostro posto di combattimento, sta il giudizio dell’anima nostra, e la sua salvezza.
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Ed ora che dai primi tre volumi ci è dato il modo di conoscere l’artista e l’uomo, ecco in «Martin Eden» la sua vita.
Ogni commento è inutile, ogni chiarificazione superflua: davanti ad una vita vissuta con così semplice e profonda umanità, e rappresentata con tale scultorea, precisa evidenza, ciascuno di noi può vedere il meglio del proprio cuore e riconoscere la propria anima.
Ma benchè in «Martin Eden» il London raccontila propria anima di scrittore e tutto il tormento per realizzare il suo sogno d’arte, temo che molti letterati e critici italiani stenteranno a riconoscersi in Martin Eden, e considereranno forse questo romanzo autobiografico, o come «noioso», o, addirittura, come falso, perchè qui è la vita e non una meschina parodia della vita; perchè qui è l’arte, e non virtuosismo, mestiere, commercio.
No, questi volumi del London non sono fatti per animucce letterate.
Vanno per il mondo a cercare cuori che non abbiano ancora perduto il sentimento romantico e cavalleresco della vita; a cercar cuori in cui canti ancora una canzone, in cui palpiti ancora una fede. Cuori che, per fortuna dell’anima nostra e dell’Umanità, esistono ancora. I fratelli di Martin Eden sono fuori delle accademie, fuori dei partiti politici, fuori delle consorterie e delle camorrette di vanità; fuori della gazzarra che infuria per le piazze e per le vie. Essi vivono in solitudine, ma in solitudine lavorano, meditano e soffrono. Oh potessero conoscersi tutti, ed unirsi per raccogliere e riagitare la fiaccola che cadde bruscamente dalle mani di Jack London, quarantenne!
* * *
Veramente, Martin Eden ci dice che la fiaccola non gli cadde dalle mani, ma che egli la gettò perchè credette che gli fosse venuto meno l’amore. Senza l’amore, la gloria gli apparve vana, e la vita insopportabile. Jack London morì come Martin Eden, sprofondato volontariamente e disperatamente negli abissi dell’Oceano?
Noi non sappiamo come Jack London sia morto.
Però se tale non fu la sua morte, certo egli tale l’immaginò e desiderò. E forse non v’è uomo di genioche nella sua vita non abbia pensato, almeno una volta, a questa suprema sfida, a questo atto sereno di volontà dell’uomo che sfugge al ricatto dell’istinto per varcare, sdegnoso d’ogni legge umana e divina, la soglia del Mistero.
Per due cose soltanto l’uomo può sentirsi proletario dell’Eternità: per l’Amore e per la Gloria. Ma se esse mancano o tradiscono, come adattarsi ad accrescere, sino a vedere decadere in sè ogni bellezza ed ogni forza, il numero dei morti-vivi o dei vivi che non vivono?
Anche se il Santo Uno ritarda, sia benedetto l’Angelo della morte, il liberatore!
Il tristo Angelo strozzò in gola a Jack London quarantenne il canto delChad Gadya,ma non l’uccise. Le sue opere serbano l’impronta eterna del suo cuore e del suo genio, e tramandano, con la bellezza, fede e speranza agli uomini.
Passi, dunque, in altre mani la sua fiaccola e su altre labbra ilChad Gadya:il Santo Uno verrà, l’Angelo della Morte sarà ucciso; e Prometeo, dal cuore incatenato, sarà finalmente libero fra uomini liberi e padroni della propria anima.
Rapallo, aprile del 1925.
Gian Dàuli.