VIII.

Quantunque Maria rimanesse vincente dopo quella lotta, comprese tuttavia che il nemico, se si era ritirato, era per altro troppo forte, e non si poteva fare a fidanza con lui. Una risoluzione occorreva prenderla, e la risoluzione fu presa: quella di allontanarsi da Giorgio.

Riordinò le idee, ponderò bene i suoi disegni, e quando il duca d'Eleda ritornò dalla Camera, fu avvertito che la duchessa lo aspettava e che voleva parlargli.

A tale annuncio. Prospero Anatolio si fermò sui due piedi. La novità della cosa, sua moglie che lo faceva chiamare nelle sue stanze e la coscienza che gli rimordeva, non predicevano nulla di buono. Sentì invece che lo aspettava un quarto d'ora assai difficile. Dubitò della lealtà di Giorgio, delle maligne confidenze di una troppo tenera amica, della stessa perspicacia di sua moglie, e a buon conto preparò la sua difesa.

—Maria minaccerà una tragedia—pensava egli fra sè e sè.—Avrò una scena di lacrime, di gelosie… e, se devo dire la verità, me lo merito proprio. Sono adorato da una moglie che tutti m'invidiano; ed io invece… Già, sicuro, sono molto colpevole. Del resto, Maria non sa fin dove son arrivato; è troppo ingenua per sospettarlo, e così posso ancora difendermi, accusando la solita maldicenza… Povera donna tanto innamorata!—e Prospero Anatolio, mentre, preceduto da Lorenzo, entrava nella stanza della duchessa, si compiaceva ad ammirare la sua figura di Don Giovanni attempatuccio, riflessa dagli specchi delle portiere.

—Mi hai fatto chiamare?—chiese a Maria appena furono soli; e per anticipare le tenerezze, si chinò (ella era seduta) e un bacio le sfiorò i capelli.

Maria si alzò vivamente.

—Che c'è di nuovo?—esclamò il duca stizzito.

—Devo parlarti di cose serie.

—Serie proprio?

—Molto serie.

—Allora sentiamo.

—Io conto di partir subito per Santo Fiore. Vi resterò molto tempo.Almeno fino a che Lalla abbia compiuta la sua educazione.

—Scherzi?

—No: ti prego di dare gli ordini necessari.

—Ci siamo, sa tutto!—pensò Prospero Anatolio; e poi riprese subito, fingendo una gran maraviglia:

—Come? Vuoi andare a Santo Fiore?… ma io non posso lasciar laCamera!

—So bene. Partirò sola, con Lalla e con miss Dill.

—Mi vuoi separare da te, dalla figliuola?…

—È necessario…

—Non credo… ascoltami, cara—e Prospero Anatolio prese e strinse con tenerezza la mano di Maria,—ti supplico, interroga il tuo cuore, e dimmi se…

—No, no!—interruppe la duchessa—il cuore… non c'entra. Raccomandiamoci invece allo spirito di tutti e due, per non essere costretti a spiegazioni che è meglio lasciare sottintese.

—No, sei in errore, Maria; il tuo cuore e il tuo amor proprio avranno da guadagnare da una mia confessione intera e sincera.

—Non ti comprendo.

—Non vuoi comprendermi, piuttosto. Mi hanno accusato, mi hanno calunniato, lo capisco benissimo: mi hanno accusato, e tu mi condanni subito, alla cieca, senza volermi ascoltare, senza concedermi nessuna difesa!

—Non ci furono nè accuse, ne calunnie… Io non ti condanno, e non so davvero che cosa tu mi debba confessare.

Prospero Anatolio capì di essere andato troppo oltre; ma il ritirarsi era ormai impossibile.

—Perchè dunque vuoi partire così subito e cosìimprovvisamente?

—Ciò riguarda me sola.

—No, riguarda me pure. È un puntiglio, un capriccio, e voglio sapere il perchè!

Maria alzò il capo e guardò fissamente il marito. La bonacciona timida e paurosa di Borghignano era sparita; col viso pallido, con un sorriso freddo, un po' anche sarcastico, pareva un'altra donna. Il duca sentì un così gran cambiamento, senza poterlo spiegare; lo subì, senza volerlo riconoscere.

—Dunque? Aspetto una risposta;—e Prospero Anatolio si sforzò per rimanere impassibile.

—Amo Giorgio Della Valle—rispose lentamente Maria, senza tremiti nella voce, senza muover ciglio, senza arrossire. Dinanzi alla colpa, infame e ipocrita, del duca, ella si sentiva forte, si sentiva fiera del suo amore così alto, così puro.—Amo Giorgio Della Valle; e non voglio che questo affetto, il quale ha saputo vincere il mio cuore, vinca un giorno anche la mia coscienza, e voglio fuggire.

Prospero Anatolio impallidì, ma si contenne; poi, cessato il primo sbalordimento, si persuase non esser altro che una finzione colla quale Maria voleva ottenere la propria rivincita e vendicarsi. Tuttavia, era una commedia che gli spiaceva molto.

—Volendo risparmiarti l'incomodo di cambiar domicilio—rispose a Maria dopo un momento,—ci sarebbe un altro modo per difenderti, e… per salvarti, come dici.

—Quale?

—Mettere alla porta il Conte Della Valle.

—Faresti capire a Giorgio ciò che è e dev'essere sempre un mistero per lui e per tutti.

—Chi sa? Più fortunato degli altri, nostro cugino avrebbe potuto indovinare l'arcano.

—No, non credo almeno—rispose con calma. Maria, senza voler notare l'insinuazione contenuta nelle parole del marito.

Questi, arrabbiatissimo, cominciò a gridare per difendersi; ma, poichè non sapeva bene che cosa dire, se n'andò brontolando e sbattendo l'uscio con gran dispetto.

Ritornato nel suo studio, e dopo essersi sfogato un poco, egli si mise a passeggiare su e giù, pensando al modo di levarsi d'impaccio col minor danno. Temeva poi anche,—le chiacchiere già, correvano sul fatto suo—che la partenza di Maria facesse troppo rumore e ne seguisse uno scandalo.

—Bisogna impedire questa partenza: bisogna impedirla assolutamente.

Ma come fare?

Il duca aveva fatto il giro dello studio, in lungo e in largo un centinaio di volte, senza aver trovato un buon ripiego. Di tanto in tanto, a ogni nuovo pensiero che gli si affacciava alla mente, si fermava su due piedi, fissando il soffitto, e meditando; poi scrollava il capo e ricominciava a passeggiare, sempre più annuvolandosi. Così passò un'ora, un'ora e mezzo, due, quando a un tratto il suo volto si rischiarò:

—Ah! ah!—borbottò fra sè, sorridendo:—mia moglie vuol confondermi? Per lo meno le insegnerò che sono sempre un uomo di spirito!…—Vano e leggero, il duca d'Eleda teneva di più a parere un uomo di spirito, che non ad essere un uomo onesto.

In fretta, senza chiamare il servo, indossò il soprabito e uscì di casa.

—Via de' Fiesolani! palazzo Castiglione!—gridò al cocchiere montando nella prima carrozza vuota che incontrò per la strada.

Il d'Eleda pensava di adoperare Giorgio Della Valle come intermediario ufficioso presso Maria. Giorgio sapeva già ogni cosa; dunque, confidandosi con lui, fosse amico o nemico, non arrischiava molto. Di più Maria per vendicarsi aveva finto con lui di essere innamorata ed egli con quella mossa da scaltro diplomatico rompeva la trama dell'innocente commediola.

—Ma… e se Maria non avesse mentito?—Era questa un'ipotesi sulla quale egli non avrebbe voluto fermarsi nemmeno: un'ipotesi stupida, assurda… che per altro intorbidiva, di tanto in tanto, tutto il sereno del suo ragionare.

—Che! che!… non è possibile; Maria non avrebbe confessato, se fosse proprio stato vero!…—Ad ogni modo, pensò che egli avrebbe capito la verità dal contegno di Giorgio, ed anche per questo lato il passo che stava per fare era molto abile. Intimamente sicuro, tuttavia un certo dubbio istintivo lo inquietava sempre; e quando poi si trovò alla presenza di Giorgio, cominciò a temere di poter scoprire un qualche indizio compromettente.

Oh, allora guai! la sua vendetta sarebbe stata terribile!

Al primo incontro, tanto il duca quanto il Della Valle si sentivano un po' impacciati: Giorgio non riusciva a capire che cosa ci fosse sotto a quella visita, e Prospero Anatolio, come succede sempre a chi si trova impegnato in una risoluzione stata presa senza punto riflettere, dubitava di essersi spinto troppo oltre e, potendolo fare, sarebbe tornato indietro volentieri.

—Sono qui—disse infine al conte Della Valle—sono qui a trovarti, perchè ho… ho gran bisogno di te.

—Di me?—E Giorgio, notando l'aria stravolta, gli domandò se, per caso, era corsa una sfida.

—Appunto—rispose il duca, sorridendo—ho un duello!… Accetti di essere il mio primo?

—Volentieri, ma il tuo avversario chi è?…

—È mia moglie.—Così dicendo il duca fissò di traverso i suoi occhietti grigiastri nel volto del giovanotto.

—La duchessa Maria?

—Pur troppo.—E Prospero Anatolio, vedendo che l'altro era soltanto maravigliato, cominciò a respirare più liberamente.

—Allora accetto—rispose Giorgio, il quale aveva capito adesso che cosa doveva esserci di nuovo.—Accetto; ma confessandoti che mi riuscirebbe più facile una requisitoria contro di te, che una difesa.

—Ti ringrazio della franchezza.

—Che posso fare?

—Maria mi accusa, e non vuoi saperne di ascoltare giustificazioni.

—Ma come ha scoperto?

—Chi sa? non s'è voluta spiegare.

—Che cosa ti ha detto?

—Ha cominciato e ha finito, dichiarandomi soltanto che oggi o domani al più tardi vuol ritirarsi a Santo Fiore.

—Bisognerebbe cercare di persuaderla che si è ingannata o che è stata ingannata. La cosa per altro mi sembra difficile.

—Per ciò appunto sono qui a seccarti. Tu dovresti dire a Maria che io non sono… che lei non è… quantunque alcune apparenze abbiano forse potuto far supporre che fra me e quella signora… insomma, mi capisci?…

—Già, già; ho capito.

—E poi…

—E poi? Che cosa?

—Tu dovresti farle notare che il suo disegno è sconveniente sotto ogni rispetto. Per un dubbio soltanto, ella non ha diritto di allontanarmi dalla mia famiglia.

—È vero. La duchessa non può sapere fin dove arriva la tua… cioè la sua…—Giorgio adesso si trovava impacciato, anche lui, a spiegarsi chiaro.

—In secondo luogo—ripigliò il duca—con un tale procedere ella darebbe aiuto ai pettegolezzi e ne potrebbe venire uno scandalo.

—Tenterò di convincerla, e davvero sarebbe il minor male per tutti; ma non avresti qualche altra persona più influente di me?

—No; perchè lo zio, il conte di Santo Fiore, capirai, non mi conviene di metterlo a parte… di adoperarlo in codesto affare.—

—Certo non sarebbe opportuno; tenterò io.

Il conte Della Valle era buono: Prospero Anatolio aveva bisogno di lui, e ciò bastava perchè questi ottenesse l'indulgenza del giovanotto.

—Quando credi che io vada dalla duchessa?

—Anche subito, non c'è tempo da perdere.

Si concluse che il d'Eleda si sarebbe fermato là ad aspettar le novelle.

Come quell'altro aveva fatto prima, adesso anche Giorgio, durante lacorsa, studiava tranquillamente il suo piano, non immaginandosi certo di quante commozioni doveva essere feconda, per la povera donna che gli voleva bene, quella visita così inaspettata.

Appena Lorenzo annunziò il conte Della Valle a Maria, ella si fe' pallida in volto e tutto il sangue le corse al cuore. Pensò di non riceverlo, ma poi riflettendo che in tal caso egli sarebbe tornato, disse a Lorenzo di farlo entrare.

Uscito il servo, sedette per meglio nascondere il tremito convulso da cui era presa; le bastò un minuto per padroneggiarsi, per ricomporsi, e quando Giorgio fu innanzi a lei, la sua voce era tranquilla, la sua mano era ferma. Il giovanotto trovò Maria mutata,—diversa dal solito—la trovò più sostenuta, e, quando egli disse la causa di quella sua visita, fu costretto a notare in lei un vivo malcontento.

—Se io vi parlo di ciò, lo faccio perchè ne fui pregato da Prospero e perchè sentirei di essere per lo meno sconoscente se mi tenessi estraneo a quanto succede nella vostra famiglia.—Giorgio, a mano a mano, sempre più accalorandosi, fece la sua brava difesa, tentando tutti gli argomenti. Parlava col cuore ed era eloquente, perchè in lui la sicurezza di fare un'opera buona suppliva il difetto di convinzione. Maria non parea persuasa, e neanche commossa; ma dentro di lei c'era un cozzo di affetti, una battaglia angosciosa, indescrivibile. Giorgio le inondava il cuore di una gioia suprema, rivelandosi come lo aveva sognato, onesto, nobile, generoso; ma, nel confronto ch'era costretta a dedurne fra lui e suo marito, confronto che terminava coll'essere troppo favorevole al cugino, la coscienza, giudice severissimo, le faceva scontare quella gioia, rimproverandola, quasi fosse una colpa.

Perchè mai lo aveva fatto Iddio così buono, così diverso da tutti gli altri?… Se invece di difendere con tanto calore suo marito, egli lo avesse accusato tentando di volgere in suo pro la collera della moglie tradita: se invece di confortarla al bene, avesse tentato di sedurla al male, allora… oh, allora, infranto l'ideale, il suo cuore avrebbe riavuta la pace.

Senza menomare i meriti del conte Giorgio, non era Domeneddio che lo faceva sublime; era la donna innamorata, che lo pensava tale in cuor suo. Maria non rifletteva nè punto nè poco, che tutto quel nobile disinteresse nasceva anche dall'indifferenza medesima di Giorgio per lei.

Intanto, mentre la duchessa d'Eleda imparava a sue proprie spese quanto la passione fosse potente, sarebbe stata più proclive di certo all'indulgenza verso il marito s'egli non l'avesse offesa di nuovo andando a scegliere appunto il conte per suo intercessore. Essa gli aveva pur confessato di amarlo e di volerlo fuggire; perchè dunque lo adoperava in quel modo?… Era una derisione o una sfida?

—Scusate, conte—disse interrompendolo a un tratto—scusate, ma non c'intendiamo, mi sembra. Voi, come mio marito poco fa, alludete a cose estranee del tutto, che non influirono punto sulla risoluzione che ho dovuto prendere.

—Nulla di meno…

—Vi prego, dite a Prospero che vi faccia conoscere, s'egli crede di poterlo fare, la cagione, lavera cagioneper cui gli ho detto che volevo ritirarmi a Santo Fiore; altrimenti, credetelo, nemmeno noi due non potremo intenderci.

—Riporterò al duca le vostre parole; ma vi assicuro, credevo di godere più influenza presso il vostro cuore.—E un po' indispettito e mortificato, Giorgio era lì per uscire, quando sulla porta, voltatosi per salutarla, vide gli occhi di Maria pieni di lacrime. Prestamente le ritornò vicino e prendendole tutte e due le mani, con leggera violenza, gliele strinse, baciandole:

—Vi supplico… siate buona… non vi ostinate nel mentire con me; non mi volete forse più bene?…—Lei?… Non volergli più bene?… Poveretta, se lo avesse potuto, si sarebbe attaccata stretta al suo collo, coprendo di baci quegli occhi che sapevano guardarla con tanta soavità.

—Voi, sempre buona—insisteva Giorgio Della Valle—vorreste essere oggi implacabile?

—Vi ho già detto, conte, ciò che dovete ripetere a mio marito.

La duchessa d'Eleda si era fatta di ghiaccio: la commozione, le lacrime erano cessate ad un tratto; ma non mai, come allora, aveva capita la necessità di fuggire.

—Chi spiega le donne?—pensava Giorgio Della Valle, ritornandosene a casa.—Ieri pareva una sorella per me, ed oggi non mi può soffrire. Se veramente fosse stata un'amica, non avrebbe fatti tanti misteri, nè avrebbe mantenuto tutto quel sussiego. Per dire la verità, ella pareva molto offesa, ma poco addolorata. Ci sarebbe dubbio che avesse anche lei più orgoglio che cuore?

—Dunque… fiasco?…—domandò Prospero Anatolio, quando lo vide entrare con una faccia che non lasciava sperare nulla di buono. Prospero, adesso, sapeva fingere con Giorgio abbastanza bene; ma era rimasto là ad aspettarlo con mille sospetti e mille inquietudini nel cuore. Egli vedeva a mano a mano farsi sempre più grave la propria imprudenza e il rischio sempre maggiore. Cominciava a dubitare della lealtà dell'amico, della fedeltà di sua moglie, e si sentiva meno sicuro: ci fu un momento nel quale aveva pensato d'interrompere quel colloquio troppo pericoloso e forse lo avrebbe anche fatto se Giorgio avesse tardato ancor a ritornare.

—Fiasco… irreparabile.

—Come ti ha ricevuto?

—Mi ha ricevuto trattandomi in un certo modo, con una sostenutezza quasi diffidente, che accresceva la scabrosità dell'argomento.

—Almeno le hai potuto parlare?

—Cioè, ho cominciato; ma lei non mi ha lasciato finire, concludendo in poche parole, che non potevamo intenderci se tu prima non mi dicevi ilvero motivoper cui essa vuol partire, e vuol partire subito; e che del resto… non ha nulla da perdonarti!

—Ah! Ah! Va bene; va bene.—E suo malgrado, Prospero Anatolio arrossì fino al bianco degli occhi.

—Dimmi la verità, c'è sotto forse qualche altra cosa che non mi hai raccontato?

—Che!… scuse, pretesti, e niente altro!—Ti ringrazio, intanto, dal profondo del cuore—continuò il duca—per la seccatura che ti sei presa; Sei buon testimonio che io volevo usare la persuasione, l'amorevolezza; ma, vedendo, che con ciò non si riesce, cambierò metodo. A conti fatti, il padrone sono io.

—Non dimenticare peraltro che tu, con tua moglie… sarai sempre dalla parte del torto.

—Chi lo dice?

—Tutti.

—Chi mi ha veduto?

—Nessuno.

—Dunque, calunnie.

Ma nonostante tutte le proteste, le minacce, la collera di Prospero Anatolio, la duchessa Maria, rimasta inflessibile, partì il giorno dopo per Santo Fiore, sola con Lalla e con miss Dill; ed egli, benchè contro genio, questa volta dovette pur riprendere la vita di scapolo.

—No, quella donna non mi ha mai amato, come non ama quell'altro, come non amerà mai nessuno, nemmeno un Santo che volesse dannarsi per lei! Non ha sangue nelle vene, non ha che orgoglio—pensava il duca d'Eleda la prima notte che si trovò solo nell'ampio letto matrimoniale, mentre non era capace di pigliar sonno. Inquieto, perduto in quell'imbroglio di trine e coperte, fu preso da un senso di malinconia; in quel silenzio uggioso la cabaletta di un Ernani ubriaco gli riusciva gradita dapprima, come voce amica che lo confortasse nel suo isolamento, e poi finiva, indispettito, col diventare invidioso di quella volgare e spensierata allegrezza. Allora, rannicchiandosi, si tirava le coltri fin sopra la faccia e là, solo solo sentiva di aver freddo. Ma, così raggomitolato nel talamo deserto, mentre il suo corpo a poco a poco si riscaldava, si riscaldava anche la sua fantasia e volgeva a più miti pensieri verso la moglie; egli stesso era pur costretto a riconoscerlo: in quella donna si era rivelato un carattere singolare.—Quanto orgoglio, quanta dignità, quanta fermezza!—Come tutti lo avrebbero invidiato se una tal donna lo avesse potuto amare… una donna così rara e così piacente!… In quegli ultimi giorni, Il dolore, che ella voleva nascondere, l'aveva fatta ancor più pallida e ancora più bella. I suoi occhi profondi erano circondati da una tinta azzurra, cupa, che tradiva veglie angosciose e lacrime invano celate… Rosse le labbra, i bei capelli in disordine e… e il povero marito che la vedeva, in tutto quello scompiglio della vaga persona, disegnarsi viva nel suo pensiero, sentiva i nervi che martellavano, tormentato da tentazioni affannose.

E dire che quella donna era stata sua, là, in quel medesimo letto, accanto a lui; ma allora insensibile a tanta bellezza, sedotto da allettamenti volgari, egli aveva trascurata tutta quella dovizia di voluttà, di passione, ed oggi, oggi che ne capiva il valore, oggi l'aveva perduta per sempre. Per sempre?!… A questa idea credette di soffocare. Gittò con ansia le coperte dal letto e, puntellandosi coi gomiti, si alzò quasi a sedere: guardò intorno, balbettò senza volerlo il nome di lei, e poi con un movimento repentino del capo, fissò trasognato il letto vicino. Ma lì, dove altra volta egli vedeva le coltri fremer di vita, disegnandosi in leggiadre curve, ora quelle, disanimate, tese con una regolarità desolante, annunciavano il vuoto. La nicchia non aveva più la sua statua.

Gli pareva ancora di vederla: com'era cara in quel disordine, del quale egli pure aveva la sua parte di colpa! Egli che si svegliava sempre colla prima luce del mattino, si godeva a spiare la vaga dormente… I capelli biondi, disciolti coprivano quasi tutto il guanciale, disegnandosi in capricciosi errori attorno al collo e sulle spalle seminude. La bocca umida, le guance fatte rosee da una mite traspirazione… Ricordava ancora quel seno turgido e candidissimo che si rialzava ad ogni respiro. Vinto dalla seduzione di quelle memorie, Prospero Anatolio chiuse gli occhi e, piegandosi dove lo trascinava l'immaginazione sua riscaldata, fece l'atto col quale gli piaceva meglio di risvegliare la giovine sposa: Egli con un soffio leggerissimo usava smuovere prima i capelli dalla fronte di lei, poi i riccioli ribelli che le si torcevano sulla nuca moltiplicandosi: accarezzava col fiato quella bocca socchiusa, fresca, ridente, quel seno pulsante di giovinezza; e, in preda sempre alla irritante visione, egli la vide ancora una volta scuotersi con un fremito, aprire gli occhi, guardarlo trasognata; la vide arrossire, sorridere, gettare un grido di bambina, e poi, vergognosa, stringerlo colle bellissime braccia, nascondergli la testa sul petto, coprendogli il volto con una grossa onda di capelli. Ma tutto ciò gli appariva come in un sogno. Maria era sparita… sparita per sempre.

In preda a tanta follia di desideri, Anatolio si rivoltò smaniando nel letto e finì, senza volerlo, col buttarsi là, rannicchiandosi, dove avrebbe voluto la donna; la donna non c'era più, ma le coltri, le lenzuola, tutta insomma quella parte del letto esalava ancora il profumo della sua carne… un profumo caldo, acuto, inebbriante, che lo aveva involto, con fascini occulti, in quella frenesia convulsa e voluttuosa. Ansando, febbricitante, strinse allora, contro il petto villoso, il guanciale di sua moglie; lo baciò, lo morse e:—Mio Dio—balbettò—co… come so… sono infelice!

Quel giorno, nel quale Maria volle partire, Firenze era gaia più del solito: godeva una bella giornata di primavera, quantunque si fosse ancora in febbraio. Ma quando la locomotiva uscì avvolta di fumo dall'alta tettoia, ove l'incessante frastuono di un mondo riboccante di vita dava l'ultimo addio ai viaggiatori; quando quel mostro di ferro, novello Mefistofele, gittate in alto il suo sibilo, e salutate

« . . . . le convalli Popolate di case e d'oliveti»

salì sbuffando e poi scese dall'alto declivio dell'Appennino, allora, si passò con brusca rapidità dal giovane Oriente—tepido e profumato—al freddo e ai ghiacci della vecchia Siberia.

Quanto freddo e quanta neve!…

Quel lenzuolo uniforme e bianchissimo tormentava l'occhio e intirizziva lo spirito. Correndo in quel pelago morto e ghiacciato si soffriva l'ansia del naufrago. Non un cespuglio verde, non un filo d'erba che vi rompesse l'uniformità monotona e desolante. Di lontano le case perdute nei campi, serrate dalla miseria e dal freddo, colle muraglie, per il riflesso della neve fatte ancor più tetre, parevano senz'anima viva. Gli alberi aridi, brulli, senza una foglia, screpolati, quasi scheletri immani imprecanti in quel vasto deserto. Non vi era cielo lontano, nè profilo di montagne, nè allegria di borgate dai vecchi castelli o dai nuovi campanili. Una nebbia umida e fitta chiudeva l'orizzonte, la locomotiva sembrava correre precipitando nel vuoto.

Lalla, poverina, sopportava i disagi con sufficiente coraggio. Dopo aver pianto disperatamente abbandonando il suo babbo, alla prima stazione aveva cominciata a ridere, alla seconda a mangiare e alla terza, stanca, si era addormentata.

Chi brontolava, chi sarebbe ritornata indietro, magari a piedi, chi non sapeva giustificare il capriccio della duchessa, era miss Dill.

Miss Dill, avvolta nella pelliccia, cogli occhiali verdi per ripararsi dal riflesso della neve, secca, gialla, grigia, rincantucciata, sepolta sotto iplaids, succhiavamandarinie inghiottiva bile. Finì anche miss Dill, come Lalla, addormentandosi: e quando, più tardi, all'ora solita del pranzo, la risvegliò lo stomaco vuoto, allora sognava appunto d'essere lei la padrona, Maria l'istitutrice, e di sfogarsi strapazzandola senza pietà.

La bella fuggitiva, invece, non dormì un minuto del lunghissimo viaggio. Immobile, con la testa piegata e con l'occhio fisso alla finestrella del carrozzone, sembrava assorta. Ma l'oggetto ch'ella guardava con tanto amore doveva essere raccolto nella sua mente, perchè da troppo tempo più non curava di levar via col fazzoletto l'umidità densa che appannava i cristalli.

Un'immagine, cara al suo cuore, la seguiva sempre in quella sua fuga: ella correva via a precipizio e traballava per l'urto e le scosse rapide del convoglio, pure non riusciva a fuggire del tutto. Ma quantunque vinta, era calma e sorridente: la battaglia era finita. Dopo lunghi giorni, dopo notti d'insonnia e di lacrime, trovava finalmente un'ora di pace.

Piegata la fronte, rassegnata, non aveva fatto ciò che il dovere le aveva imposto? La passione, che serpeggiava irritante nelle sue vene, era riuscita a soffocarla; l'uomo ch'ella amava tanto da sacrificare tutto per lui, l'aveva veduta fredda e indifferente; fuggiva il pericolo, e nulla nascondeva al marito… non era una santa, infine, era una povera donna: che cosa avrebbe potuto fare di più?… Doveva forse squarciarsi il petto colle stesse sue mani, per istrapparne via il cuore? No, Dio ha imposto alla creatura di vivere, oramai la vita per lei era il suo amore. Come, perchè ostinarsi in una lotta ineguale della volontà contro il pensiero? Quell'affetto non le consigliò mai una colpa, non le lasciò il retaggio d'un solo rimorso. Maria usciva intatta dall'incendio come l'amianto, non soffriva l'umiliazione, l'abbattimento di quelli che sono caduti, ma nella sua coscienza grandeggiava l'orgoglio supremo della vittoria; dunque? Dunque perchè combattere ancora, combattere sempre, dilaniarsi, per quello che era impossibile, quando, sola oramai, lontana dal pericolo, sicura di sè, poteva abbandonarsi, riposare serena, nelle care fantasie della mente? Ah! quell'ora di pace troppo a caro prezzo l'aveva guadagnata, e vi si abbandonò in ispirito e corpo. Allora chiuse gli occhi, incrociò le mani sulle ginocchia e, quasi un mistico velo l'avesse separata dal mondo, si raccolse tutta in sè stessa.

I sensi erano vinti e, ritornati all'assalto, sarebbero stati vinti ancora e sempre. L'uomo che si era impadronito di lei, adesso non faceva che prestar le sembianze alla cara immagine del suo sogno; l'amore non era sangue e carne, era pensiero: poetica, virtuosa, casta Maria lo aveaidealizzato.

Sarà triste molto la vita, senza ricambio di affetti, sempre lontana, sempre là, sola; ma vi troverà ancora gioie profonde, vere, insperate. Dimenticare non avrebbe potuto, nè voluto allora, nè mai; però quel nuovo battesimo l'ebbe rassegnata e volonterosa.

Così solamente l'amore non era colpa, era virtù; non era debolezza, ma forza sublime, divinità segreta purissima: non più tormento e pericolo, ma consolazione e conforto.

Santo Fiore è un villaggio delbasso Padovano: una contrada lunga e larga, dalla quale si diramano dieci o dodici viuzze più o meno deserte.

Colline non se ne vedono affatto, e le montagne si perdono lontane, sull'orizzonte.

Santo Fiore era il feudo dei conti di questo nome, e oggi ancora in barba allo statuto del regno, l'autorità dell'antica dinastia in quel villaggio ha salde le radici. Invece di reggere il piccolo popolo col cappellone dei carabinieri, i conti di Santo Fiore adoperavano due altri spedienti: il pane e il lavoro.

Quando il conte Giovanni, padre di Maria, venne a morire, suo fratello Eriprando lasciò Borghignano e fece la sua abituale dimora nel maniero, come egli lo chiamava ridendo, della pupilla, continuandovi da gran signore la filantropia che da secoli facea benedetta la nobile famiglia. Ma troppo presto per quei terrazzani Maria si fe' sposa, il conte ritornò per sempre in città, e allora Santo Fiore rimase sotto la giurisdizione di un segretario, il quale, naturalmente, non poteva largheggiare in opere buone, come avevano usato i padroni.

Da tutto ciò si capisce con quanta contentezza vi fu accolta Maria al suo ritorno. Fu accolta con una vera festa di popolo: una di quelle feste spontanee, sincere, espansive, dove non sono i questurini travestiti che dànno l'intonazione agli evviva, dove il telegrafo non raddoppia le chiamate al balcone e dove, finalmente, l'ispettore di pubblica sicurezza non trema che il consigliere delegato venga a sapere, dai rimproveri del prefetto, che al signor ministro parve quell'entusiasmo inferiore al prescritto.

Maria era stata ricevuta alla stazione dal parroco, dal sindaco, che era suo fittaiolo, dai ricchi e dai poveri del paese; e mentre saliva sul carrozzone del nonno, tutti volevano salutarla, facevano meraviglie e moine a Lalla che sapeva darsi una certa arietta, e cercavano di stringere la mano a miss Dill, che non avevano mai veduta, e che rispondeva con smorfie, trovando, nel suo sentire d'inglese, quel baccano di pessimo gusto.

Il cocchiere dall'antica livrea non era l'impettito auriga superbo, arcigno, pretenzioso, che anticipa dalla cassetta le borie di chi sta in carrozza; ma invece era un vecchietto gaio, lindo, arzillo, il quale aveva servito alle nozze del conte Giovanni e veduta nascere Maria. Anche lui, rimasto sempre a Santo Fiore, contento come una pasqua dell'avvenimento insperato, faceva andare i cavalli con un trotto limitato, ammiccando alla buona i conoscenti, che vedeva alle finestre, come per dir loro:—È qui, è venuta, è tornata finalmente, la padroncina!…—Maria aveva avuto un bel crescere, maritarsi e far figliuoli; il buon uomo la chiamava ancora, come l'aveva chiamata sempre,—la padroncina.—E ciò per la consuetudine di tanti anni, ma più forse, per un delicato riguardo che quel cuore onesto conservava alla defunta contessa, la madre di Maria, che nella rozza devozione del servo, anche morta rimaneva sempre la buona padrona che governava dall'alto su quella casa.

Luigia e Lorenzo venivano dietro in un'altra vettura, tutti e due storpiando un toscanosui generiscol castaldo, che li guardava sbalordito e in soggezione.

Sui muri erano stati affissi in carte rosse, verdi, gialle, come gli avvisi dei teatri, sonetti e madrigali, composti dal figlio del segretario comunale, un ragazzottopieno di genio, che aveva studiato nel ginnasio della vicina città; e alla sera poi la musica dei dilettanti suonò sotto il portico della villa ilMisereredelTrovatore, un coro delNabuccoe laStella confidente.

Ma poi, dopo quel baccano d'un giorno, non ci furono altri divertimenti a Santo Fiore; nè gli abitanti del piccolo villaggio potevano offrire a Maria un elemento ai colloqui piacevoli e alle possibili famigliarità. Il sindaco, il medico, il pretore, lo speziale erano tutte brave persone, le loro donne svelte e chiacchierone, ma non possedevano certo le qualità volute dall'indole fine e dai gusti aristocratici della duchessa d'Eleda.

La muta del filugello, la caccia, la veste o il ganzo di una comare, lenovenee le recite deiDue Sergentiprestavano l'argomento a tutti i loro pettegolezzi, dal primo all'ultimo giorno dell'anno.

Però la distanza che separava il villaggio dalPalazzo dei Signori, era enorme, quantunque la duchessa facesse del suo meglio per accorciarla. Solo don Gregorio, il vecchio parroco, il maestro d'una volta e il confessore di Maria, era tal uomo che alla bontà dell'animo accoppiando una coltura non comune, riusciva l'amico diletto, la compagnia cara e cercata dalla giovane solitaria.

Ma don Gregorio era molto innanzi cogli anni; i mille acciacchi della vecchiaia lo tenevano prigioniero rassegnato tra i quattro muri della sua cameretta, ed era miracolo se qualche volta, quando la giornata era tepida, poteva trascinarsi fino alPalazzo. Per questo appunto la curia gli aveva concesso un coadiutore in don Vincenzo, pretucolo grasso, bracato e piaggiatore, il quale menava la vita facendo della mensa un altare, e dell'altare una mensa. Costui divenne lo spavento di Maria, con quel tabacco e con quel sudiciume!… Invece miss Dill, quantunque da buona inglese laproprietyl'avesse sempre in bocca, sentiva per lui una grande predilezione. Ma il prete aveva il merito di darle sempre ragione; poi la inchinava, quanto gli permetteva la pinguedine, con ogni sorta di salamelecchi: e non appena vedeva entrare in chiesa quella figura bizantina, le mandava subito lo scaccino con una sedia imbottita ed uno sgabello per posarvi su i piedi; due piedi al doppio del naturale.

Anche Lalla lo vedeva di buon occhio, chè don Vincenzo era un ammiratore entusiasta della sua devozione, dei suoi talenti, della sua grazia; per altro lo derideva anche sovente, e si divertiva dal giardiniere e dal castaldo, contraffacendone la voce nasale, il collo torto, le cupide occhiate agli intingoli e lo scoppiettar della lingua contro il dotto palato.

Un altro che frequentava ilPalazzoera Sandrino Frascolini, il figlio del segretario comunale, il piccolo Dante di Santo Fiore, e predestinato già, col tempo, a recitar lui la parte di uno deiDue Sergenti; ma anche con Sandrino, dopo le solite parole, se Maria avesse voluto continuare a discorrere, avrebbe dovuto rifarsi da capo.

I forestieri poi che arrivavano non avevano a litigar per il posto: il conte Eriprando, ammalato di gotta, non si poteva muovere; amiche, Maria non ne aveva, amici ce n'era stato uno soltanto, e non c'era più. Dunque era sola, sempre sola.

In quanto a miss Dill… la rigida signora, invece di uno svago era un incubo. Nata da ricca famiglia di commercianti, alcuni rovesci finanziari l'avevano ridotta a dover cercarsi un posto per vivere; a dover servire: ma orgogliosa e bigotta, alla sventura non si era piegata con rassegnazione. Esigente, dura con gli inferiori, era cavillosa nel difendere le proprie prerogative e piena di sospetti, di diffidenze verso i padroni. Confondeva la dignità colla superbia, e segretamente invidiava la signora fino a volerle male. Riceveva da lei un regalo?… la duchessa non riusciva mai a darglielo in modo da non aggravare il peso della sua condizione. Un giorno, forse sopra pensiero, Maria non trattava l'istitutrice con tutti i riguardi? Miss Dill allora preparava uno scoppio, e lo preannunciava con musi lunghi che duravano per settimane di seguito, e un dolor di capo tanto fastidioso e tanto incomodo per tutta la casa, da spaventare colla sola minaccia. Se Maria in quei giorni avesse aperto il pianoforte, bisognava non aver cuore per tormentarla così; se Lalla faceva i gradini della scala a due a due, era come sua madre anche lei, senza cuore. Maria, per distrarla, le ordinava di uscire in carrozza? Voleva ucciderla. Non la faceva uscire? Le negava di prendere una boccata d'aria. La passera mattugiola pigolava sulle finestre? Lorenzo, Ambrogio, dovevano correre con lo schioppo a spaventarla; ma se il colpo partiva, miss Dill cadeva in convulsioni.

La duchessa, certe volte, si trovava a due dita di perdere la pazienza; ma poi, stimando che quella ferrea natura e inflessibile fosse necessaria coll'indole vivace della figliuola, ne sopportava i difetti e le bizzarrie.

Lalla, malgrado le cure assidue della mamma, cresceva con un certo temperamentino da mettere un po' in apprensione. Maria era costretta a conservare sempre con lei una severità inalterabile, che impediva la tenerezza e la confidenza, mentre fra la signorina e la miss covava una guerra sorda, nascosta, ma altrettanto accanita. Uno dei maggiori difetti di Lalla era la simulazione; quella testolina capricciosa non era mai capace di dire la verità. Nei suoi trasporti infantili c'era sempre finzione od esagerazione. Esagerava il fervore delle pratiche religiose, la paura del castigo, le carezze che faceva alla mamma perchè le perdonasse i capriccetti e le scappatelle. E però, tutto ciò sommato, faceva sì che Maria fosse condannata alla più penosa solitudine: la solitudine nella famiglia.

A distrarla, o a consolarla, non contribuivano certo le visite, frequenti da principio, poi fatte più rare, di Prospero. In quelle occasioni tutti i preti del vicinato erano a pranzo alPalazzo. Miss Dill allora faceva la garbata con don Vincenzo, e Lalla, che ricominciava a sentir la smania di attirarsi l'attenzione del pubblico, aveva sempre pronto qualche digiuno, qualchefiorettoalla Madonna, che la faceva ammirare, e quasi santificare in anticipazione, da tutti quei reverendi con la bocca unta.

Fosse per le forti attrattive del frutto proibito, o fosse anche perchè avesse finalmente aperto gli occhi su quel che era Haute-Cour, il fatto sta che il prurito della coniugale riconciliazione durava acuto, insopportabile, fra carne e pelle, al duca d'Eleda. Ma sua moglie, che lo accoglieva sempre colla più schietta cordialità, gli teneva chiusa tuttavia, e inesorabilmente, la sua cameretta; una camerettina elegante, profumata come il nido della capinera, dove, tra le spesse cortine, spuntava fuori un lettino breve, piccolo, tutto a pizzi e a ricami, un lettino candidissimo, da educanda; e il duca d'Eleda, che per quella cameretta avrebbe rinunziato con tutta l'anima a ben più vasti dominii, arrivato a Santo Fiore gaio e cerimonioso, ripartiva poi con un palmo di muso, borbottando il solito ritornello:—La maledetta non ha sangue; è una donna di ghi-ghi-ghiaccio!…

Allora, per vendicarsi o per distrarsi, ritornava più accalorato presso la Haute-Cour, lusingandosi che sua moglie notasse come a lui, spento il focolare domestico, riuscisse facile di riscaldarsi ugualmente.

Un'altra visita che Maria sopportava con rassegnazione era quella del marchese di Vharè. Costui, d'un marchesato un po' dubbio, aveva i suoi possedimenti nelle vicinanze di Santo Fiore, e a Borghignano teneva casa: dissipatore vizioso, l'inverno, anzi quasi tutto l'anno, egli viveva a Monte Carlo, e solamente quando laroulettegli faceva le corna, rimpatriava per cercare un'ipoteca o per vendere, affettando un disprezzo olimpico per laprovinciae i suoi abitanti.

Non toccava ancora i trent'anni, eppure contava già molti debiti e parecchie di quelle avventure che in provincia appunto si chiamano scandali, e alla capitaledes bonnes fortunes. Quantunque per altro egli fosse ilbabaudei mariti e dei padri, i buoni e pacifici borghesi provavano un senso di meraviglia e sgranavano gli occhi dinanzi al bel marchese apocrifo, elegante, freddo, epigrammatico, che in una notte, sullarossao sullanera, sapeva perdere, senza tirare un accidente, qualche decina di mille lire, fossero magari dei creditori. Si sarebbero ben guardati dallo scontargli una cambiale: ma si compiacevano di essere con lui in buoni legami d'amicizia, e i pochi fortunati cui era concesso dalla sorte di dargli del tu, quasi se ne gloriavano, e incontrandolo per istrada lo salutavano con unciao, gridato da un marciapiede all'altro,ciao, che suscitava invidie.

Contuttociò la gente per bene, che non mancava nemmeno a Borghignano, lo stimava secondo il merito; e primo tra quelli il conte Della Valle; tanto che ormai tra di loro un po' di ruggine c'era, e davvero fu un contrattempo che Giorgio lo incontrasse a Santo Fiore.

Ormai otto o nove mesi erano scorsi dall'improvvisa partenza di Maria, e Giorgio non l'aveva più riveduta e anche le notizie gli mancavano affatto; egli le aveva scritto, ma senza averne risposta. Sua zia, la Castiglione, aveva sempre l'incarico di salutarlo e di ringraziarloda partedella duchessa d'Eleda.

Questo silenzio gli pareva troppo nuovo per non recare anche un po' di meraviglia oltre al dispiacere. Maria alla fine era stata per lui come una sorella e gli era cara come una sorella.—Che cosa mai le ho fatto—pensava Giorgio—per essere trattato in tal modo? Sarò stato forse troppo vivace nel difendere Prospero; ma doveva capire che parlavo sempre a fine di bene. Basta, andrò a Santo Fiore, e Maria dovrà spiegarsi.—E allora, dovendo egli recarsi a Venezia, per un congresso delComitato operaio, pensò di fermarsi a Santo Fiore.

Maria era nel salotto col marchese di Vharè, quando, prima ancora che Giorgio le fosse annunziato, udì la sua voce: balzò in piedi, corse quasi fino all'uscio; ma intanto che Lorenzo, precedendo il conte, ne diceva forte il nome con quella intonazione particolare di voce colla quale i servi affezionati annunziano una visita che sanno gradita o inaspettata per i loro padroni, ella ritrovò la forza di ricomporsi. Si mostrò gentile col nuovo arrivato; ma lo fu molto più del solito col marchese di Vharè, che non aveva notata la commozione della sua ospite, costringendolo a fermarsi pel pranzo; cosa che spiacque a Giorgio moltissimo.

Egli se ne stava ancora mezzo imbronciato, quando il rumore di due o tre usci sbatacchiati con violenza, gli fece indovinare la venuta di Lalla. Lalla, infatti, entrò poco dopo nel salotto, correndo, saltando com'era avvezza; ma appena vide il marchese di Vharè si fermò come interdetta, arrossì vergognandosi, ed ai rimproveri della mamma per quel precipizio, balbettò qualche scusa, mentre gli occhi lucidissimi e il mento tremante mostravano che le lacrime erano lì lì per spuntare. Il Vharè, per difenderla e per confortarla, la prese, chiudendola fra le ginocchia, e le chiese un bacio. Lalla abbassò allora la testolina forte sul petto, e fece un po' di resistenza prima di cedere al marchese, che con due dita le rialzava lo scaltro visetto, per baciarla sulla bocca; ma, nonostante la resistenza fatta, quando le labbra del giovane toccarono le labbra della bambina, la piccola bocca non restò ferma sotto quel bacio, e lo ricambiò con un sussulto di tutto il corpicino. La crisalide era in via di trasformarsi in farfalla, e le alette, sebbene allora piccolissime, fremevano impazienti di sciogliere il volo.

—Guarda, Lalla—disse Maria dolente per il Della Valle che non si vedeva notato dalla bambina;—guarda chi è venuto a trovarci, il tuo buon amico Giorgio. Da brava, sii gentile, dagli un bacino…

Lalla rispose appena con un'alzata di spalle.

—Non mi riconosci più?—le domandò Giorgio un po' seccato.

—Lalla, su via, obbedisci!—replicò Maria vivamente. Lalla abbassò la testina un'altra volta, allungò il musino, ma non si mosse.

—Quando vi dovete mostrare così ineducata—esclamò Maria in collera più di quanto avrebbe voluto esserlo—ritornate subito subito da miss Dill.—Lalla corrugò le ciglia con un atto comicamente feroce, e opponendosi con mal garbo a Giorgio, che voleva trattenerla, corse via dal salotto.

—Perchè tormentarla, povera piccina?—disse il Vharè alla duchessa.

—Piccina, non è poi tanto piccina. Va per gli otto anni, presto.

Il marchese sorrise…. il perfido marchese che avea lasciate forti impressioni nel cervellino di Lalla.

In una delle sue gite a Santo Fiore, Prospero Anatolio aveva parlato lungamente colla duchessa, a proposito del Vharè. Lalla che da un'ora era occupata nel ritagliare lebelle signore del figurino, era là interamente dimenticata dal babbo e dalla mamma, nascosta dietro a un tavolino coperto di fiori e di libri ammonticchiati, e, a poco a poco, la sua attenzione si sviò dallebelle signoree fu invece tutta assorta nei discorsi del duca Prospero Anatolio, dopo aver parlato dei debiti del marchese, raccontava le sue avventure amorose, e tra le altre, il tentato suicidio di un'attrice celebre, la Mirette Croix, gelosa della baronessa Poloniski, sua rivale fortunata.

Il racconto piacque tanto alla piccina, che essa da quel giorno scelse il marchese di Vharè per suo sposo, e fu il principeIncantevoledi tutti i suoi castelli fabbricati in aria. Però, quando egli era in villa dalla duchessa, e passeggiava in giardino, Lalla prima lo spiava nascosta: poi, tutto ad un tratto, gli appariva dinanzi rossa e balbettante. Quel giorno, durante il pranzo, se Maria e Giorgio le avessero badato, avrebbero veduto il suo visino pallido, cogli occhi grandi, fissi, incantati nel bel parlatore. Ma invece quel giorno Maria avea ben altro nel cuore, e Giorgio era troppo irritato per poter badare a simili bambinate.

Giorgio non poteva lagnarsi di nulla: ma ciò non impediva ch'egli fosse malcontento di tutto, e che si trovasse a disagio. Accolto con festa, capiva tuttavia di essere diventato straniero in quella famiglia, e quando egli disse di voler partire la mattina dopo, non fu adoperata alcuna insistenza per trattenerlo di più. Anche l'intimità che vedeva concedere ad un uomo per lui disprezzabile, senza reputazione e senza carattere, com'era il marchese di Vharè, lo irritava, mentre cominciava a essere infastidito dalle durezze e dalle impertinenze di Lalla, che non gli avea perdonato d'esser egli la cagione, sebbene involontaria, del castigo ricevuto.

Dopo il pranzo, la serata fu tutta a beneficio del Vharè, che sorretto da un eccellente Bordeaux-Lafitte era riuscito a dimenticare le prossime scadenze e a fare dello spirito: mentre Giorgio annoiato, arrabbiato, aveva perdute tutte le buone intenzioni di spiegarsi con Maria e di riprendere l'intimità di una volta, così che quando, partito il marchese, egli si trovò solo colla duchessa, non iscambiò con lei altro che i soliti complimenti.

—Dunque volete proprio partire domattina?

—Sì, signora duchessa, col treno delle otto.

—Col treno delle otto? Così presto? Non potreste aspettare dopo colazione?

—Ne sono spiacentissimo… è assolutamente impossibile!

Di faccia all'impossibilità non si fecero altri tentativi, e Maria salutò la sera stessa il suo ospite.

—Per Dio, ho fatta una bella gita quest'oggi!—esclamò Giorgio, dando libero sfogo al dispetto, per tanto tempo trattenuto, dopo di essersi rinchiuso, solo, nella sua camera.—Metteva proprio il conto che sacrificassi una giornata di Venezia, per ottenere di questi bei risultati—e, così dicendo, buttò lontano una scarpa che si era levata.—Mah! Le donne?… chi capisce le donne, è bravo davvero! E Lalla?… com'è viziata quella sciocchina!—A questo punto la seconda scarpa raggiunse la prima.—Infine, se Prospero non ha ragione, non ha neanche torto; Maria è senza cuore. In tutto il giorno trattò me, che conosce da vent'anni, come fossi il primo venuto; mentre era tutta smorfie e garbatezze per quel barattiere, per quel marchese da burla, impertinente e sfacciato… Sacripante! ho rotto l'orologio!—Giorgio, dopo essersi spogliato dell'abito, s'era messo a caricare il suoremontoir;ma, accompagnando ogni giro con un movimento nervoso delle dita, terminò a questo punto d'ira crescente, col rompere la molla.

—Sapristi!… Prima che capiti un'altra volta a Santo Fiore, deve passare molto tempo!—borbottò,—No, no, lascio libero il campo al bel marchese!… Ma… ora che ci penso, non ci sarebbe pericolo ch'egli fosse più innanzi con la duchessa di quanto si crederebbe?… L'occasione fa l'uomo ladro; la solitudine, la donna facile!… Che! che! nemmen per idea!… Maria non è altro che un pezzo di ghiaccio!—e così concludendo, il giovinotto, ormai svestito, si cacciò in letto, spense il lume, e ben presto si addormentò.

In tutta quella notte chi, passando dalPalazzodei Santo Fiore, avesse alzato un po' il capo, avrebbe veduto una finestra illuminata. Come mai? Non c'erano nè poeti nè ammalati là dentro, e faceva un tempo così tranquillo, con una brezzolina fresca d'ottobre, da conciliare il sonno anche alle stelle del firmamento.

Chi vegliava, dunque, in quella stanza, e perchè vegliava?…

Quella era la cameretta di Maria… Povera Maria!

La mattina dopo, prima delle otto, il conte Della Valle era già sceso nel cortile del palazzo e, pronto per partire, accendendo il sigaro dinanzi alla carrozza che doveva condurlo alla stazione:

—La signora duchessa dorme ancora, certamente?—domandò al servitore che gli teneva aperto lo sportello.

—No, signor conte. La signora duchessa è uscita a cavallo.

—Sola?—domandò meravigliato.

—Sola, con Lorenzo.

—Esce di frequente la mattina?

—Quasi sempre, ma molto più tardi.

—Uhm!… poteva almeno fermarsi per salutarmi,—pensò Giorgio tra sè; e montò in carrozza, accomiatandosi più annoiato che dolente da Santo Fiore.

Appena chiuso nel suocoupé, dove per fortuna si trovò solo, accese una spagnoletta, e, quando il convoglio partì, abbassò i cristalli, aspirò con voluttà l'aria fresca balsamica del mattino, ammirando le praterie verdissime, che passando dinanzi ai suoi occhi parevano descrivere dei semicerchi.

—Oh, bella! guarda la duchessa!—esclamò a un tratto levandosi e sventolando il fazzoletto fuori dal carrozzone.

—To', to', to', il Vharè è con lei?… solo?… A quest'ora? ma dove diamine hanno lasciato Lorenzo?—e il giovane rimase meravigliato di quell'incidente persuadendosi a dispetto del suo ottimismo che l'intimità di Maria col marchese era, per lo meno, eccessiva.

Infatti, sopra un poggio, dietro un filare di platani. Maria e il Vharè, a cavallo, aspettavano il paesaggio del treno. Pareva che là a cavallo tutti e due, tutti e due soli, in quell'ora mattutina si fossero dati una posta; ma invece il loro incontro non era che l'opera innocente del caso.

Quel poggio che si chiamava appunto ilPoggio dei platani, era adiacente ad una delle fattorie del marchese, dove questi si era recato assai di buon'ora con due periti per fare una stima.

—Ohè! la corsa!—esclamò un di loro, quando udì il rumore sordo, monotono che la precede.

—Sicuro; è l'omnibus di Venezia.—Così dicendo il Vharè puntò lo sguardo per vederlo passare; ma vide invece Maria, che a briglia sciolta saliva l'erta e penetrava, nascondendosi al di là delPoggio dei platani.

—La duchessa? Aspettate un momento, vado e torno,—e l'incorreggibile vagheggino, ch'era pure a cavallo, in due galoppate l'aveva raggiunta.

Maria non avrebbe potuto lasciar partire a quel modo il conte Della Valle senza prima concedere a sè stessa di rivederlo ancora, un'ultima volta.—Lo aspetterò là, alPoggio dei platani,—aveva detto tra sè, e con questo patto trovò un po' di sollievo. Ma adesso, a mano a mano che quel punto nero s'ingrandiva avvicinandosi, un timore, ch'era un'angoscia, le strinse il cuore; e quando quel punto nero diventato un mostro gigantesco, velocemente attraversava la via, il suo timore si mutava in una preghiera appassionata, fervente.—Fate, mio Dio, fate ch'io possa rivederlo, rivederlo ancora per un'ultima volta;—e Iddio, commosso a tanta virtù e a tanto amore, esaudì la poveretta.

—Eccolo! è lui! addio, addio, Giorgio, addio!

—Duchessa, i miei complimenti! La sua apparizione mi fa pensare aDiana, e al bel tempo antico!

—Ah!… lei, marchese!… mi ha fatto paura!

Il Vharè lo credette e spiegò colla paura il tremito, il rossore, il seno palpitante di Maria. Lorenzo, i due periti, i contadini, rimanevano intanto nascosti dietro una siepe, nella prateria sottoposta: ecco in qual modo la duchessa d'Eleda e il marchese di Vharè apparvero a Giorgio soli, riuniti come a un ritrovo.

Il fatto però, nemmeno per caso, non si ripetè più, nè poteva ripetersi: il Vharè, terminati gli affari, ripartì subito per Monte Carlo, e per molto tempo non ritornò a Santo Fiore. Il conte Della Valle, invece, non si rivide mai più. E questo avvenne per due perchè: perchè glien'era passata la voglia col primo viaggio, e perchè poco dopo, a cagione delle lotte elettorali, si ruppe fra lui e il d'Eleda la buona amicizia.

Fu Prospero Anatolio che ne scrisse alla moglie, contentissimo in cuor suo che un tale incidente la allontanasse da Giorgio. Il marito era sempre sicuro, ma così si sentiva ancor più tranquillo.

Per altro, anche separato da tanti e insormontabili ostacoli, il cuore di Maria era sempre vicino al giovane amato. Il suo era l'affetto di amante e di madre, un affetto che doveva proteggerla nella vita come la preghiera di un angelo.

Tutte le sere Maria aveva un'ora di felicità quando, chiusa nella sua cameretta, leggeva e rileggeva tutti i giornali che parlavano del conte Della Valle, che ne lodavano l'ingegno e il carattere, e se di tutto ciò insuperbiva il sentimento della donna, vedendolo così assorto nel lavoro e nell'affetto del paese, sperava senza confessarlo a sè stessa, sperava la povera gelosa, che non un'altra donna, ma la patria, la patria sola, avrebbe riempito tutto il suo cuore… e allora, dopo tanti dolori e tanto ritegno, finalmente dava l'aire ai pensieri, che, liberi, volavano al suo ideale dorato.

Il conte Della Valle, d'animo forte e coraggioso, ripudiato l'egoismo istintivo, gretto, pauroso della sua casta, si affermava da uomo, com'era stato da giovane, sinceramente liberale.

Non voleva sapere di pregiudizi, di privilegi e diclericagliapiù o menomoderata, e aveva scritto nel cuoreRoma o morte!… sante parole, ch'egli ricordava più tardi come un conforto, quando faceva molta poesia anche a proposito dell'Italia irredenta.

Insomma Giorgio Della Valle era unrosso; nome col quale si distinguevano allora tutti coloro che più tardi vennero dettiradicali; e Maria, sebbene cresciuta in un ambiente tutt'altro che rivoluzionario (anzi la bella duchessa era stata fin allora un po'codina…), a poco a poco, in quelle sere, diventava unarossaanche lei…

Sédan s'era già resa; a Porta Pia era stata aperta la breccia; era caduto l'impero Napoleonico; era finito il potere temporale… e in tutta questo gran rumore di avvenimenti il duca d'Eleda aveva perduto la testa e l'equilibrio. Soffriva di vertigini e chiudeva gli occhi, come li chiude il fanciullo impaurito dal bagliore di un lampo, quasi aspettando, da un momento all'altro, il fulmine che doveva scoppiare. Così, a occhi chiusi, il deputato di Borghignano in ogni città vedea laComunee, dietro le spalle, sentiva gli ultimi crociati discesi per la restaurazione del trono papale. Ma, come appunto quel fanciullo di prima, trovatosi illeso dopo lo scoppio, riapre gli occhi, si guarda intorno e respira confortato, così anche Prospero Anatolio, veduta passar laComunesenza trascinar l'Italia con sè e Vittorio Emanuele salire il Campidoglio senza che la cristianità valicasse le Alpi, pur sempre maledicendo, in pubblico, alpartito d'azione, si persuase, in cuor suo, come i clericali potessero vivere ancora e meglio in Italia, che in un altro paese, e non solo vivere, ma chi sa, governare… un dì o l'altro.

Passato dunque il periodo più minaccioso, nel suo animo tornarono a galla le personali aspirazioni e ritornò alla Camera col proposito di nuove audacie. Protestò contro ifatti compiuti;ma poi, quando l'arcivescovo di Borghignano volle ch'egli desse un salutare esempio col rassegnare il mandato, il duca d'Eleda, benchè duca, fece orecchie da mercante, ripetendo il ritornello!.—Bisogna restare sulla breccia, bisogna sacrificarsi alla causa.—Rimase, e fu l'Orlando delleguarentigie. Per un momento, allora, egli ritornò in auge, e un'altra volta ebbe le sue giornate, se non di gloria, almeno di notorietà e nelle elezioni generali la candidatura del vecchio deputato di Borghignano, sostenuta daineridel vescovado e dell'aristocrazia, trionfò di tutti gli altri colori.

Il 27 novembre 1871 il re d'Italia inaugurava in Roma il Parlamento, e a Roma Prospero Anatolio, che aveva giurato con restrizioni mentali, trovò buon terreno per i suoi cavoli.

Tra quei principotti rimasti fedeli al Vaticano, egli recitava la parte delCittadino di Gandalla rovescia, acquistandosi una qualche importanza coll'autorità dei milioni, dell'influenza politica e dei titoli. Nè gli amori con Renata, venuta a Roma anche lei colla capitale, amori, che la vanità reciproca aveva resi pubblici in Roma, come già erano a Firenze, valsero, in quell'ambiente di corruzione pretina, a farlo scapitare nell'opinione dei più.

Prospero Anatolio non si vide in tutto l'inverno a Santo Fiore, e per parecchio tempo, contento della nuova vita, non fece alla moglie che rarissime improvvisate e sempre di sfuggita. La bellezza di Maria turbava ancora, in qualche notte di veglia, il sistema nervoso del duca; ma appunto, siccome le sue preghiere non riuscivano a commuoverla ed il suo male, dopo tali incontri, soffriva di recrudescenza, così, anche per rispetto all'igiene, diradò le visite.

Si faceva invece sempre più frequente e più tenera la corrispondenza con Lalla, la quale prodigava al babbo un'affezione morbosa, accompagnata da un grande sfoggio di espansioni. Era nell'indole della signorina di supplire colle apparenze esteriori a ciò che in fondo le mancava: un sentimento sincero; e però, quanto la mamma era fredda e ritenuta, altrettanto alla figliuola piaceva dimostrare calore e gaiezza: il contrapporsi era il suo gusto maggiore, e tanto più se poteva contrapporsi a sua madre.

E forse non le importava neppure di fare più così che così; l'essenziale era che tutto il paese sapesse ciò che faceva.

Il suo pubblico non poteva essere molto ammodo, ma la piccola donnina esordiente nella commedia della vita, faceva ogni sforzo per istrapparne gli applausi. Non era in età da suscitare intorno a sè rumore d'ammirazione o di scandalo; non avrebbe potuto dominare la moda, nè farsi eroina d'un dramma o d'un romanzo sentimentale; peraltro i suoi trionfi se li cercava e se li guadagnava. Una volta ebbe la soddisfazione di essere citata dal pergamo ad esempio delle giovinette per l'affetto figliale, per le sue penitenze e per i suoi digiuni, con un brano di ghiotta e ben digerita eloquenza che guadagnò a don Vincenzo i rimproveri della duchessa, una lavata di capo da don Gregorio, e le smorfie affettuose dell'istitutrice.

Lalla, come non somigliava punto alla duchessa nel viso, così ne differiva nell'animo. Ella era il carattere stesso del duca: lo stesso egoismo, e la stessa leggerezza.

Come Prospero davanti a sua moglie, così anche Lalla provava una certa soggezione davanti a sua madre. L'occhio limpido di Maria penetrava, scrutatore molesto e importuno, nella mente e nel cuore della giovinetta; e costei, che si sapeva sicura contro tutti gli altri, sotto quello sguardo si sentiva dominata e, con un certo dispetto, capiva che a sua madre non avrebbe mai potuto darla ad intendere.

Il marchese di Vharè, ilPrincipe Incantevoledei suoi primi sogni, essa lo aveva messo da parte. Nel paese c'era un altro bel giovanotto, non nobile e meno ricco (era figliuolo del segretario comunale); ma poeta e filodrammatico; il genio di Santo Fiore.

A Sandro Frascolini la gente gli contava le amanti a dozzine. Tutte le più leggiadre ragazze erano sue innamorate; perfino la bellissima Ottavia, la bellezza regina, si comprometteva per lui, cosa che faceva intisichire la moglie del sindaco: e Lalla ebbe per Sandrino un capriccetto.

Lalla, nei suoi quattordici anni, non era bella, ma aveva quel tutt'insieme che è più pericoloso di molto, perchè è più raro della bellezza.

La piccola duchessina aveva i capelli maravigliosi che a giorni, stranezza, tendevano quasi al biondo, a giorni pareano castagni; e la stessa mobilità negli occhi, che passavano dal cinereo al verde cupo; languidi, appassionati, ingenui, modesti, ora saettavano lampi, ora non esprimevano altro che la più timida verecondia.

Snella, magra, di una magrezza flessuosamente voluttuosa, pareva, per l'eleganza del corpo, meno piccola di quanto era realmente. Solo le braccia aveva grassocce e belle con due fossette ai gomiti. Di quelle sue braccia, di quelle fossette, Lalla pareva innamorata, stava ore e ore a sedere sul letto, in camiciuola; piegandole, stendendole, ripiegandole, per ammirarne i contorni e l'azzurro pallido delle vene; poi si cacciava sotto le coltri baciandole con trasporto e con passione; come baciava la biancaMusette, la sua cagnuola cara, che spesse volte si udiva guaire fra le strette nervose della padroncina.

Dunque Lalla, pur non essendo bella, poteva piacere assai, e il giovane Frascolini co' suoi vent'anni e con la conoscenza della vita che s'era procurato, mercè una lunga serie di associazioni alleLetture amene, ne rimase presto ammaliato.

I due giovani, nei primi incontri, non avevano sentito il sussulto arcano, il turbamento foriero delle grandi passioni. Niente affatto. Sandrino entrava in palazzo quasi ogni sera, per lo più con don Vincenzo, e si fermava neltinellocolle cameriere che lavoravano in bianco, col Castaldo, e col vecchio Ambrogio. La sala dove stavano le padrone era vicina altinello, tanto che sovente ivi giungevano le voci dell'allegra brigata e allora molte volte, quando si udiva anche la voce di Sandrino, Lalla e Maria, colla famigliarità solita di chi sempre vive in campagna, andavano di là per pregare il giovane di qualche commissione od anche soltanto per scambiar due parole. Miss Dill, invece, non si faceva vedere in tinello se non c'era don Vincenzo, e uscivano insieme a passeggiare sotto il porticato, o lungo i viali. Il Frascolini, se ci teneva non poco alla sua professione di spasimante, in tutta il resto era un giovane di criterio. Egli non avrebbe neppure sognato che la duchessina potesse diventare sua conquista, o lui viceversa: tranquillo, economo, regolato, tutta l'ambizione la aveva riposta neiDue Sergenti, tutto lo scopo della sua vita era quello di poter diventare segretario comunale, quando suo padre fosse stato messo a riposo, come suo padre lo era stato dopo suo nonno. In quanto alle sue avventure amorose, la cronaca lo faceva più scapestrato che non fosse in realtà: cominciava solo adesso a filare il perfetto amore colla bellissima Ottavia, lusingato da lei; da lei spronato a fare il salto del Rubicone: cioè ad invadere le Provincie appartenenti al proprietario legittimo. Ma il ragazzo tentennava, misurava il fosso e le gambe, e ancora non si era risoluto al gran passo. Santo Fiore in quei giorni era stato colpito da una sventura; il fuoco aveva distrutto alcune casupole di contadini, lasciando nella più squallida miseria molte famiglie. Le pubbliche calamità sono la fortuna dei filodrammatici, e a Santo Fiore si potevano contare le disgrazie succedute in un certo periodo di anni, dal numero delle repliche deiDue Sergenti. Quell'incendio capitava propizio. Aveva fatto chiasso, la stagione era buona, c'era da aspettarsi unapiena… Si sa che i dilettanti, come usavano gli antichi Romani, misurano l'importanza dei loro spettacoli dal numero delle vittime.

Lalla ancora non sapeva che cosa fossero nè i commedianti nè il teatro, ma la sua curiosità era stata desta dai facili entusiasmi della Pierina e della Nena, le due figliuole del vecchio Ambrogio, una delle quali, la Nena, aveva ottenuto di entrare al servizio particolare della signorina.

Già due o tre volte Lalla aveva pregato inutilmente la mamma che le permettesse di assistere ad una recita, e quel no ripetuto aveva cambiata la sua curiosità in un desiderio acutissimo; poi Maria le permise di prender parte alla serata a beneficio dei poveri incendiati; e la sera della rappresentazione, mentre stava preparandosi per andare al piccolo teatrino, le scappò detto colla Nena:—Come sono curiosa stasera di vedere che cosa sa fare il Frascolini!

—Eh! caspita! ci metterà tutto l'impegno, con una duchessa in platea!… Basta poi che la bella Ottavia gli lasci il tempo di vederla.

—Come?…

—Non sa che Alessandro spasima per la sposona dello speziale?

—Per quella pretensiosa?

—Sicuro; e ha piantato su due piedi la signora Veronica, che dalla rabbia voleva finire come i topi.

—La poetessa?—domandò Lalla, sorridendo.

—Sì, signorina. Con tutta la sua scienza, era così oca da lusingarsi che Alessandro fosse cotto per lei; con quel muso! Il ragazzo si mostrava compito, si sa bene; la Veronica è moglie del sindaco, come sarebbe a dire del suo principale…

—E dunque?

—E dunque quando ha capito che la preferita era la bella Ottavia, una domenica dopo la messa cantata,—pare che durante la funzione avesse scoperto un certo telegrafo fra i due,—si serrò in camera, chiuse le finestre e, detto fatto, ingoiò uno scatolone intiero di fiammiferi!…

—Oh! graziosa!

—Per fortuna il signor Domenico, non so bene per quali faccende, doveva andare in camera sua; sale, la trova chiusa; bussa, nessuno risponde. Aveva veduto entrare sua moglie poco prima; torna a bussare più forte: lo stesso silenzio.—Che si senta male?—dice fra sè quel buon uomo e chiama la signora Veronica per nome, grida, urla, ma tutto indarno. Allora, spaventato, dà un colpo di spalla e,patatrac, fa saltar l'uscio dai gangheri: mamma mia! il signor Domenico si sente bruciare il naso, la gola, da un odore acre, che toglie il respiro; in camera era buio pesto, ma sul letto vede una luce azzurra, bigia, fumante, tremolare, muoversi, dilatarsi.—Che sia il diavolo?!…—Spalanca con un pugno le finestre e… indovini un po', duchessina? La fiamma usciva dalla bocca della Veronica tutta impastata di fosforo. Quel mammalucco…

—Bada, Nena, è il tuo sindaco!

—Scusi del termine; per me dico pane al pane!… Quel mammalucco del signor Domenico si fa portare un secchio di latte, e di sopra e… e di sotto lo fa entrare nel corpo alla moglie!

—Ma Sandrino, quando ha saputo la tragedia, che cosa ha fatto?

—Che vuole?… Ha dovuto subirle tutt'e due; l'una per amore, l'altra per forza. È pieno di cuore, quel povero ragazzo, e bisogna dire che egli è anche un gran bel figliuolo; ha una carnagione bianca, morbida, come un pan di burro!… Senta, padroncina, non faccio per dire, ma prima di trovarne un altro, bisogna girare tutta l'Italia, e mezza Lombardia!

Ma la padroncina s'era fatta seria e non riuscirono a farla sorridere nemmeno gli spropositi della Nena. Il suo cervellino vagava, vagava molto lontano, e per la prima volta considerava Sandrino sotto il nuovo aspetto di conquistatore. Quella cronachetta di avvelenamenti e di gelosie prestava le ali cartilaginose ai nuovi pensieri della giovinetta, e a poco a poco l'oscuro figliuolo del segretario comunale si trasformava in un piccolo eroe da romanzo.

Quando Lalla entrò nel teatrino dei filodrammatici, il suo occhio cercò subito la Veronica e la bella Ottavia, e invece di seguire il dramma che si svolgeva sul palcoscenico, per tutta la sera fu assorta nell'altra commedia, appena abbozzata, ma che già la fantasia compiva dei tre noti interlocutori: Alessandro, Veronica, Ottavia. E Lalla era in buon punto per assistere anche a quella commediola. I direttori dello spettacolo l'avevano fatta sedere sopra il seggiolone del sindaco, portato là in mezzo al teatro, apposta per lei. Da un lato aveva la sedia vuota, dall'altro miss Dill, che di tanto in tanto, piegava la testa verso la porta, dove, mezzo dentro e mezzo fuori, c'era don Vincenzo, più unto e più rosso del solito, colla papalina sulle ventiquattro, che faceva ilmoscardinocol brigadiere dei carabinieri, fumando un sigaro in barba ai decretali. Ma durante le situazioni commoventi del dramma, che assorbivano la attenzione del pubblico, penetrava egli, adagio adagio, in mezzo alla folla, e, giunto alle prime sedie, toccava nel gomito miss Dill, offrendole di nascosto la scatola aperta. Miss Dill lo guardava con gli occhi bramosi, e allungava due dita, gialle, che dopo aver deviato sulla mano del prete, si sprofondavano nella tabacchiera.


Back to IndexNext