Allora, per svagarsi, cominciò a numerare sbadatamente i biglietti di banca: erano tutti nuovi fiammanti.—Come mai?—Questa combinazione lo meravigliò; alzò colla mano il piccolo orologio che Andreina portava appeso alla cintura e vide che non erano ancora le nove e mezzo. Guardò Andreina fissamente: era pallida, spettinata, col volto affaticato, cogli occhi lividi le labbra arse…
—A che ora hai ricevuto la lettera?…
—Colla prima dispensa, rispose Andreina tornando ad arrossire ed a turbarsi.
—Con unassegno, non è vero? Perchè una somma così forte non si manda mai in una lettera assicurata.
—Sì… unassegno… sulla Banca Nazionale.
—Sulla Banca Nazionale? E ti venne scontato a quest'ora… Sono le nove e mezzo appena e la cassa non si apre prima delle dieci!
Andreina abbassò il capo, confondendosi sempre di più; quelle domande la imbarazzavano assai; non le aveva prevedute!… Giacomo indovinò, comprese tutto in un attimo, e stringendo Andreina per le braccia, la scosse violentemente. Di', rispondi, rispondi,—balbettò con voce rauca,—rispondi senza mentire. Voglio saper tutto!… Da chi hai avuto questo danaro?… Da chi?
Andreina, non rispose; ma scoppiò in un singhiozzo quando l'altro le sussurrò un nome all'orecchio. Non era più possibile mentire. Giacomo si fe' bianco in faccia; Avrebbe voluto percuotere quella donna, stracciare tutto quel danaro infame! Ma dopo l'impeto della prima commozione, calmandosi un poco, pensò che quella donna si era sacrificata per lui, che quel danaro, per quanto fosse infame, rappresentava pure la suaonorabilitàe che lo salvava dall'essere accusato di truffa…—Non c'era altra via di scampo. Se voleva salvare il suo onore, o almeno salvarsi dalla prigione, bisognava accettare il prezzo di quel lurido mercato!… Giacomo lottò a lungo col cuore, coll'orgoglio, che gli si rivoltavano… poi, infine, sospirò profondamente, strinse Andreina sul petto e le sfiorò appena i capelli; ma con grande sforzo: senza guardarla.
—Che?… Mi baci?—esclamò la poveretta allontanandosi e fissandolo con uno sguardo in cui, oltre alla meraviglia, c'era dell'amarezza, e quasi della paura.—Mi baci?
—Povera donna!… hai voluto salvarmi!
Ella continuava a fissarlo con un'espressione indicibile di stupore e d'angoscia.
—Ma perchè mi guardi così?… Che hai?…
—Ho… non ho nulla; ma, adesso che sai tutto… se mi amassi davvero avresti dovuto uccidermi colle tue mani… con un colpo solo… strozzarmi.
Giacomo tacque, confuso. Non sapeva che cosa rispondere: quella donna aveva ragione e valeva assai più di lui.
Pagate le cambiali, venduto in blocco tutto ciò che gli era rimasto, il Vharè, già quasi abituato alla nuova condizione, se ne andava per sempre da Borghignano. dopo aver chiuso l'ultima volta il suo quartierino, che non era più suo. Ma in fondo alla scala, vide il vecchio servitore che lo aspettava muto, con una gran tristezza impressa sul viso; aveva le scarpe rotte e il berretto, che teneva in mano, perdeva la fodera. Il pover'uomo, fissava il marchese coll'occhio di un cane che sia stato maltrattato ingiustamente dal padrone.
Giacomo si fermò di botto, battendogli sulla spalla.—Hai fame, non è vero?—gli chiese frugandosi coll'altra mano nei taschini del panciotto.
—Nossignore…
Giacomo contò il danaro di cui poteva disporre: era pochino assai. Ma, in quel momento, mentre pensava di ricorrere all'Andreina, perchè il vecchio avesse tanto da poter campare un paio di mesi, gli cadde sott'occhio l'anello che gli aveva regalato Lalla; la turchina colle rose d'Olanda. Egli non lo aveva mai venduto quell'anello, nemmeno nei momenti più difficili, per una di quelle ripugnanze che erano fra le anomalie del suo carattere di gentiluomo pervertito. Rimase un istante sopra pensiero, guardandolo, lisciandolo e poi borbottò:—Infine, posso ben dire che mi ha portato sfortuna!—Se lo levò dal dito risolutamente, lo unì al danaro e diede tutto al servitore.—Prendi, con queste poche lire e con questo anello avrai da vivere, non allegramente, ma insomma tanto da poterla tirare innanzi per un po' di tempo. Appena saremo… sullapiazza,—e il Vharè sorrise, come aveva fatto prima con Andreina, in un modo che pareva una smorfia;—appena saremo arrivati sulla piazza, ti manderemo il resto. Mia madre, forse, ebbe torto di mettermi al mondo, ma tu, che l'hai servita fedelmente, non devi crepar di fame. Piangi?… Non credi alla mia parola?
—No, no, signor marchese; non è per ciò; ma… sono tanto vecchio…Chi sa se potrò vederlo ancora?…
A queste parole, cessò d'un tratto il riso forzato, schernitore del marchese Giacomo: egli battè un'altra volta sulla spalla del buon vecchio:—Sì, sì. Ci rivedremo ancora, ci rivedremo!—gli disse. E se ne andò in fretta, perchè si sentiva commosso.
Con tutti gli amici e con tutte le donne che lo avevano amato, con tutti i sorrisi, gli amori e le fortune della sua vita, l'unico che lo avrebbe ricordato e rimpianto sarebbe stato quel povero vecchio… il suo servitore.
Una lugubre notizia commosse ad un tratto tutta la città di Borghignano. Al gran Caffè arrivò, una mattina, come una saetta, in mezzo ad un crocchio di persone che non volevano saperne di malinconie; ma la violenza fu così viva, così inaspettata, che si guardarono in faccia l'un l'altro sbalorditi. Poi ci fu chi pianse, chi si tuffò in un cupo silenzio e chi, stringendosi la fronte, voleva come svegliarsi da un brutto sogno A poco a poco, il triste annunzio corse per ogni via, penetrò in ogni casa, commosse tutti i cuori.
Che colpo! Che disgrazia!… Che tragedia per quella povera famiglia!
Non tutti volevano credere a quanto si narrava: forse era uno sbaglio, una confusione, un equivoco di nomi di casati!… No.—C'era pur troppo chi assicurava con profonda amarezza, che la catastrofe non lasciava dubbio, speranze.
La Della Valle, la contessa Della Valle, Lalla, era morta!
Correvano in folla alla casa sventurata in cerca di notizie. Il portiere, prima di sera, era rimasto senza voce. Aveva cominciato col narrare ai primi arrivati tutti i particolari della gran disgrazia, inventando anche del suo; ma poi, visto che i curiosi si moltiplicavano all'infinito, tagliò corto, limitandosi a scrollare il capo, a sospirare ed a piagnucolare, davanti ad ogni nuovo arrivato.
Le commozioni del funebre annunzio sollevarono un entusiasmo postumo intorno alle virtù e alle doti del cuore e della mente della povera morta.
A Borghignano le debolezze della duchessina per il marchese di Vharè erano state dimenticate, ed ora si ricordava soltanto e si portava ad esempio il suo amore per Giorgio, per la mamma e per il babbo ch'essa idolatrava. Non era più una donnina simpatica, piacente: diventava addirittura una bellezza straordinaria.—Così intelligente! Così buona! Così giovane!—Non aveva ancora vent'anni, la poverina!
Il giorno dei funerali era atteso con molta ansietà: dovevano essere splendidi, e uno della Giunta assicurava che i pompieri, in quella circostanza, avrebbero sfoggiato l'uniforme nuova, che erano tutti curiosissimi di vedere.
La salma della contessa Della Valle sarebbe arrivata a Borghignano due giorni dopo che vi era giunta la notizia della sua morte: Lalla sarebbe stata un'ultima volta, e per poche ore, in casa Della Valle, e di là sarebbe stata condotta al cimitero.
L'Omnibus, aveva pubblicati i telegrammi di condoglianza spediti dal Re al senatore d'Eleda e al deputato Della Valle, e dalla Regina alla duchessa Maria; e questo fatto raddoppiò l'entusiastico dolore della Bertù, della Calandrà e della Prefettessa, che piangevano Lalla come fosse stata la loro amica più cara, e levavano al cielo le sue opere di beneficenza, la sua divozione, il suo spirito, la sua bellezza. Gli occhi rossi, i sospiri, i lamenti erano diventati di prescrizione, e si fecero vedere in teatro, tutte tre, vestite di nero,tenutache la sera dopo fu imitata da molte signore dellabuona societàdi Borghignano. Era diventato di moda l'essere parente di quella morta che aveva fatto tanto colpo. O bene o male, trovavano tutti la maniera d'essere cugini, magari in terzo grado, dell'una o dell'altra famiglia e andavano, venivano, si cacciavano in ogni luogo, in chiesa o in teatro, sul corso o al caffè, per il gusto, per l'ambizione di farsi vedere in lutto. I due Lastafarda approfittarono subito di quella scusa per poter mettere il nastro nero sulla tuba cenere (in gran voga a Milano), e si vedeva sul corso il graveAdamastor, anch'esso con nappe di seta nera. PoveroAdamastor! In quel rimpianto ufficiale di circostanza, era il solo che ci avesse sotto il bruno degli ornamenti, anche l'aria melanconica e afflitta.
L'Omnibus, in quella circostanza, assecondò la generale commozione.
Al primo annunzio della triste novella il Frascolini era rimasto come fulminato; ma poi, a poco a poco rinvenne, si acquetò e ne sentì come un senso di sollievo, come un gran peso che gli fosse levato dal cuore. La duchessina non avrebbe più fatto all'amore col Vharè, egli non l'avrebbe più veduta al braccio di suo marito non sarebbe più stato tormentato da quello spasimo che lo spingeva a correrle dietro e a fuggirla, non avrebbe più sofferto quella gelosia e quella brama acuta, pungente, che lo straziava, che lo faceva delirare, che gli metteva il diavolo addosso. Le perdonò dunque il male che gli avea fatto, si lasciò commuovere per la sua fine immatura e cominciò a scrivere un articolo necrologico, forbito, conciso e commovente.
Buttò giù due, tre, quattro colonne di roba, le stracciò, ne scrisse molte altre; capovolse l'articolo, della coda ne fece il cappello e del cappello la coda; ma l'insieme non tornava; la sua testa aveva le vertigini e il suo cuore era in sussulto. Allora pensò che la necrologia gliela avrebbe portata uno dei soliti redattori onorari dell'Omnibus, e intanto pubblicò i telegrammi del Re e della Regina, promettendo, per l'indomani, di parlare più diffusamente delle virtù e dei pregi della Nobile Estinta,—perchè in quel giorno era costretto a deporre la penna per il troppo vivo cordoglio.
Povera Lalla!… in quei mesi aveva tutto dimenticato; era felice, non sognava che il paradiso per deporlo ai piedi del suo Giorgio, se ne sentiva ricompensata con altrettanto amore… e proprio allora che benediva la vita come il sorriso, la felicità e l'amore, era morta!
Il parto era stato difficile, l'avevano operata. Però tutti i consulenti di quel letto di puerpera, assicuravano che la contessa si sarebbe salvata; e infatti fu presto tranquilla e parve riaversi. Il bambino era un bambinone tondo e roseo, grasso e rabbioso, con un gran ciuffo di capelli biondi sulla fronte. Prospero Anatolio lo aveva preso subito fra le braccia, guardandolo ben bene, cercando in quel mostriciattolo iltipodei d'Eleda, e ve lo trovò certamente, perchè si sentì preso all'improvviso dall'affetto di nonno, e per la prima volta, dopo le contrarietà che aveva subite a proposito del viaggio in Sicilia, cessò d'essere di malumore.
Ma in mezzo a tante speranze e a tanti sorrisi, quando più nessuno tremava per lei, Lalla moriva, colta quasi a tradimento da una febbre spietata. Tutto ciò che mente e cuore umano potevano ideare per trattenere una creatura sulla terra, tutto ciò fu fatto, fu tentato, ma inutilmente; e pochi giorni dopo che la duchessa Maria con Prospero erano arrivati a Nervi non c'era più da poter sperare che in un caso o nella provvidenza divina.—I medici parlarono chiaro, senza ambagi, senza pietà malintesa, e a Lalla, coi singhiozzi serrati in gola e con una disperazione tenuta nascosta a forza di schianti, si era dovuto consigliare un confessore.
Lalla, esterrefatta, fissò negli occhi suo padre che, per debito di coscienza, era stato il solo che aveva potuto trovar le parole in quel momento; poi, senza muover la testa guardò attorno per la stanza: vide Giorgio, ma lo fuggi collo sguardo; ella cercava sua madre e la riconobbe dall'altra parte del letto, ritta, immobile, come una santa di marmo. L'ammalata la guardò, la fissò lungamente, ostinatamente, cogli occhi colmi di parole, di sgomento e di disperazione. Maria comprese quello sguardo, sentì quella preghiera che le veniva rivolta, vide in quegli occhi lo spavento di morire dannata, e la consolò coprendola di baci, di lacrime, confortandola a sperare nel perdono di Dio, con singulti che assicuravano alla morente il perdono di chi ella avea tanto offeso sulla terra.
Lalla si confessò, ricevette l'Eucaristia… ma rimase inquieta, affannosa, e domandò che il prete non uscisse dalla camera. Lo voleva lì, sempre vicino, per poterlo chiamare ancora prima di morire. E ci fu un istante in cui forse ancora si poteva sperare. In quell'ultimo giorno di una giovane vita, il male si prese un'ora di tregua; il medico sorpreso, ma non illuso, si lasciò sfuggire che poteva esservi ancora un miracolo, e subito tutta la casa esultò di gioia… ma fu l'ironia crudele della morte.
Lalla ritornò a peggiorare, e verso sera aveva ancora poche ore, forse pochi minuti da vivere.
Per altro era in sè; le durava l'inquietudine, l'affanno la disperazione nel viso acceso e scarno, e pareva invocare ancora un filo di speranza, ancora un filo di vita; poi tornò cogli occhi impauriti a fissare il prete, e con un cenno del capo lo chiamò vicino e gli parlò a stento, a tratti, con ansia, come se le parole, uscendole dalla gola, le sollevassero il cuore. Ma ad un certo momento, il prete non la intese più; allora egli affrettò le sue preghiere, le fece il segno in fronte coll'olio santo e tornò a ritirarsi nel cantuccio in fondo alla camera. Poco dopo, Lalla riapriva gli occhi, e tornava a fissare lo sguardo in quella figura nera, che si moveva adagio, nell'ombra, barbottando preghiere. Maria, buttata, distesa attraverso il letto, sui piedi della figliuola, aveva spasimi convulsi… e il duca Prospero—povero duca—si era allontanato gemendo. Il suo cuore paterno non poteva resistere a tanto strazio, non poteva vedere la sua Lalla a morire.
Giorgio, invece, da molte ore, non aveva più una lacrima. Era disfatto. Con tremiti, con respiri strozzati a mezzo, inginocchiato accanto al letto, stringeva le mani della morente, fredde e umide, fra le sue che bruciavano, e ne baciava le dita coprendole, difendendole dalla morte, col tepore delle carezze. Lalla moveva appena il capo sui guanciali, ma non si lamentava più, quando verso le dieci ore di notte, ad un tratto, sembrò rinvenire: era l'ultimo urto della lotta disperata contro la morte. Spalancò gli occhi… e le parve che la figura nera del prete, staccandosi dal fondo buio, lentamente si avvicinasse al suo letto: non era vero, ma lo vide quel prete, lo sentì piegarsi su di lei e mormorare parole di minaccia, di maledizione, di comando… Allora, cadendo col capo verso Giorgio, con faticosa respiro e con voce fioca, mormorò piano le ultime parole… irrigidì, la bocca aperta… sembrò che il misero corpo assecchito si allungasse per l'ultimo spasimo…. Lalla era spirata!
Giorgio si alzò di colpo: egli pure aveva l'aspetto di un cadavere. Ma la vita sinistramente balda, gli si riversò tutta in un grido che ebbe un eco spaventoso in quella stanza, in tutta quella casa, e fissò la morta con uno sguardo terribile, in cui non c'era più nè dolore, nè pietà, nè rimpianto!
Lalla era spirata a tempo per non conoscere l'odio di Giorgio: nel delirio dell'agonia, essa gli aveva tutto confessato; tutto. In quelle ultime parole c'era la sua colpa e il sacrificio di sua madre…
Al grido, all'urlo di Giorgio, Maria comprese che Lalla era morta, e all'uomo che aveva perduta la moglie volle recare, unico conforto, tutto ciò che gli rimaneva di lei: suo figlio. Ma Giorgio vedendo quella creaturina innocente, sentì sollevarsi nel cuore un impeto di odio e di ferocia. Lo prese, lo strappò, lo strinse e, per Dio, lo avrebbe strozzato!… Ma in quel punto i suoi occhi s'incontrarono negli occhi di Maria. Fu un lampo… barcollò… volle parlare… La voce gli uscì rotta… inarticolata…. Senza guardarlo più, si lasciò togliere il bambino dalle mani, e lui che da tante ore non poteva più piangere, scoppiò in un pianto dirotto e fuggì da quella camera.
Giorgio, arrivato come un fuggitivo a Borghignano, poche ore prima che incominciassero i funerali di Lalla, si era chiuso solo in camera sua. Non voleva nessuno: nè amici, nè parenti.
Quella camera, in fondo della casa, dava sul giardino; Giorgio spalancò i vetri e le persiane, perchè si sentiva soffocare e gli pareva che una grossa pietra gli si aggravasse sul cervello.
Egli credeva, sperava di essere vittima di un sogno terribile; il contrasto de' suoi sentimenti era così forte, da farlo diventar matto! Andava, veniva, tirava calci alle seggiole, le alzava afferrandole con violenza e poi le lasciava cadere di tutto peso sul pavimento, e richiamato alla realtà della vita, pensava, raccapricciando, ch'egli non aveva diritto di piangere, di lamentarsi; egli non doveva altro che imprecare e maledire. Il dolore, il suo dolore, era vile! Ma per maggior derisione chi lo aveva offeso era fuggito lontano, non si sapeva dove, e Lalla, che lo aveva tradito, era morta.
Dove, su chi poteva egli sfogare quell'impeto d'ira, tutto quell'odio che si sentiva nell'anima?… Egli non poteva lamentarsi, non poteva soffrire e nemmeno poteva vendicarsi!… Per Dio! che inferno!… che inferno!…
Così stordito dall'angoscia, ci fu un momento in cui pensò di correre fuori, di correre in mezzo alla gente e di confessare a tutti la sua vergogna, per sollevare la giustizia umana e divina contro quei due colpevoli!… Ma l'idea non era ancora balenata intera alla sua mente che già si stringeva la fronte per trattenerla, pauroso che l'aria sola l'avesse potuto indovinare. Affranto da quello spasimo e da quelle angoscie, restava lì per ore ed ore come trasognato; gli pareva impossibile di non rivedere in quella camera, riflessa da uno specchio o sorridente fra le cortine dell'alcova, la gentile figuretta di Lalla, e non poteva comprendere come mai quella morta che lo aveva tradito e che lo faceva misero, infelice, potesse essere la stessa donna ch'egli aveva amata con tanta passione e che gli era sempre apparsa nella vita come un sorriso!—No, no, non era la stessa! La sua Lalla era bella, era buona, era pia; invece l'altra la morta (la ricordava bene), aveva gli occhi torvi e sbarrati, le occhiaie livide; era deforme, era cattiva, era dannata!… No, no!… Non era quella sua moglie; Lalla non era quella! Ma dov'era andata dunque la buona, la soave; la sua Lalla dov'era andata?… E mentre si guardava attorno ritrovava quella camera piena di lei… Pareva che Lalla ne fosse uscita allor allora, e vi dovesse ritornare all'istante!
C'era il suo specchio che aveva avuto il suo ultimo sguardo: c'erano libri, che non aveva finito di leggere!… Appesa, al capezzale, c'era l'immagine della Madonna, ch'ella baciava sempre tutte le sere; e Giorgio sentì ancora quel sussulto, quel fremito di bambina freddolosa col quale ella si cacciava sotto le coperte. Allora, lusingato da tante memorie, alzò il capo… ed ebbe un sorriso che pareva quello che irradia, alle volte, la faccia d'un pazzo, che sia ammattito per una sventura d'amore.
Si avvicinò alla toeletta: c'erano le spazzole, le forbici ed anche i pettini d'avorio e di tartaruga. In uno, il pettine lungo, quello che Lalla aveva adoperato, ravviandosi i riccioli della fronte prima di uscire l'ultima volta per andare alla stazione, vide attortigliato alla dentatura un filo biondo, che pareva di seta. Giorgio lo staccò dal pettine tremando… poi se lo cacciò in fretta nel portabiglietti che aveva addosso, guardandosi attorno, come pauroso di commettere quella strana viltà.
Sullo scrittoio, in un elegante vasetto di porcellana, che rappresentava un amorino stanco sotto il grave peso d'una rosa, c'erano alcuni fiori disseccati. Guardandoli, fissandoli, l'occhio di Giorgio tornò a sfavillare. Ma per Dio!… non gli cadrebbe nelle mani quell'uomo maledetto?…—Voleva cercarlo in capo al mondo. Gli avrebbe piantata la spada nel cuore; voleva vederlo spasimare prima di vederlo morire, e quando fosse agonizzante, allora gli avrebbe detto che Lalla era viva, era sua che si amavano pazzamente… così l'infame sarebbe morto disperato!… Ma poi, ritornato più calmo, pensò che quei fiori non potevano essere di colui: Lalla non li avrebbe dimenticati!… Li prese, li cacciò in tasca, finchè pentito della sua debolezza, distrusse i fiori e strappò, stracciò anche il portabiglietti con tutto ciò che vi era dentro!… Ma fu un impeto d'ira… molti agguati lo attendevano ancora. Tutto all'intorno, sulla poltrona, vicino al letto, sul divano, c'erano i lavori di Lalla, i trapunti, i ricami… Erano i suoi regali; e ognuno ricordava un giorno di festa, una sorpresa cara, uno scambio dolcissimo di carezze e di baci. Come erano mutati quei giorni!… Non poteva nemmeno rimpiangerli; non gli doveva restare nemmeno il dolore di averli perduti!
Fra quei ricordi c'erano ricami a fiori sul fondo tenue, color di cielo, ed egli adesso, vedeva uscire tra le foglie, sotto i bottoni delle rose e i calici delle campanelle selvatiche, sottili serpentelli dalla bava velenosa. Trine antiche, preziose, coprivano il letto; ma guardando fisso quel bianco, quei distacchi, quei disegni, ne usciva al suo occhio un ondeggiare di linee che si sbattevano le une contro le altre, così che la tinta pallida del filo intrecciato a poco a poco diventava cupa e nera come il ricamo di uno strato mortuario.
—Maledetta!… Un'ora, un'ora sola fosse stata ancor viva quella donna!….avrebbe voluto insultarla… farla soffrire!… Lo aveva tanto offeso, e soffriva tanto, lui!… Ma pure, doveva essere stata vinta, ingannata, chi sa con quali artifici diabolici… Egli la aveva amata, adorata… non aveva rimorsi!… Il suo cuore, la sua mente, la sua anima, tutto era stato in balìa di quella donna!… Perfida, infame!… Non era bastato tutto il paradiso ch'egli le avrebbe dato!… Era corrotta nell'anima!… Aveva il vizio nel sangue!… Ma… E se quelle parole fossero state il delirio dell'agonia?… No, no, no! Era la verità!… Era la verità!
Intanto, a poco a poco, di lontano, giungeva al suo orecchio un confuso mormorio, un borbottare di preci.—Ah, venivano a prenderla. La portavano via!… Lalla!…—Giorgio si precipitò sull'uscio; poi si arrestò come fulminato.—Ebbene?—Che doveva importarne a lui?—Come era morta, alla vita, non doveva esser morta anche al suo cuore?… Sì, sì; via, fuori, lontana, lontana dalla sua casa! Dovevano seppellirla profondamente sotto terra! Così profondamente, che il suo cuore non dovesse sentirla più!… Piangevano? Pregavano per lei?… Ingannava la gente anche dopo morta!… E avrebbe voluto correre in mezzo a quelle donne genuflesse, avrebbe voluto rovesciare quei ceri, riempiere de' suoi gridi quella desolazione, ridere in faccia a quegli addolorati e impedire che la croce le fosse stesa sulla bara!
Ma là, vicino alla morta, fra la gente che piangeva, avrebbe veduta una donna pallida, muta, senza lacrime, con un bambino fra le braccia… Era l'immagine di quell'angelo di madre, di quella martire sublime, che gli appariva circonfusa di un divino splendore! Se pensava a ciò che di grande, di temerario aveva fatto quella donna per salvare sua figlia, una figlia così perfida, da permettere che la propria colpa ricadesse sulla madre, sentiva, per Maria, più che ammirazione, sentiva una devozione viva, profonda.
Egli la vedeva scendere per un dirupo irto di sterpi e di spine, coi piedi che le sanguinavano, colle vesti lacere e lorde di fango. Pure, procedeva coraggiosa, con un sorriso di speranza e di fede, cogli occhi e col cuore in alto, nel sereno, ne' cieli, come una santa che aspetta la sua palma di martirio. E dinanzi a quella immagine, Giorgio si sentiva più calmo e più tranquillo. Il tumulto si acquetava, e quel sentimento nuovo, indefinito, dolcissimo di pace e di amore ch'egli sentiva per Maria si diffondeva anche là dove imperversava l'odio contro chi lo aveva ingannato.
Fu così, colla tempesta nell'anima, chiuso al buio, come un condannato o come un pazzo, senza dormire, senza prender cibo, senza svestirsi, colla febbre nelle ossa, il pianto in gola e la disperazione nel cuore, ch'egli passò due giorni interi. Non voleva veder nessuno. La gente gli faceva tedio e paura: non voleva essere compianto e temeva di essere deriso!
Il duca Prospero era partito col bambino e con Maria per Santo Fiore: il duca gli aveva già scritto che lo aspettava, ma Giorgio non voleva muoversi.
Quando entrò nello studio, la prima volta, si fermò un'ora, cogli occhi fissi sul suo fermacarte antico. Gli pareva ancora di vederci sotto quella lettera fatale…
—Perchè non aveva creduto a quella lettera? Perchè non aveva sentito subito che gli diceva la verità?… Perchè mai non era corso in quella casa maledetta, perchè non era penetrato in quella camera infame?… Ah, per Dio, li avrebbe uccisi sul colpo!… Come il suo disonore era stato diffuso pubblicamente! Ed egli aveva creduto che non fosse altro che una calunnia del Frascolini!… No:, no; era stato qualche suo amico… qualche suo amico che voleva salvarlo dal ridicolo, forse qualche suo parente… Pier Luigi forse… Pier Luigi?… no!…—Perchè no?… Che cosa era successo fra lui e Pier Luigi?… Che cosa?…—E Giorgio rimaneva fisso, immobile, cogli occhi istupiditi per ore ed ore, ma non era più capace di ricordarsi perchè era andato in collera con Pier Luigi.
Una cosa sola egli aveva sempre dinanzi alla mente: Lalla. Di notte non poteva dormire; dormiva di giorno, e se voleva avere un po' di calma, un po' di riposo, doveva pensare a Maria e riandare il grande sacrificio compiuto da lei, dal suo cuore. Sì… sì. C'era pure chi lo amava sulla terra.
E il bambino?… suo figlio?—Lo aveva veduto in un momento in cui la sua ragione e il suo cuore erano troppo sconvolti; ma poi, anche quel bambino cominciò a farsi vivo e a tormentarlo come la memoria della madre…—-Della madre?… sì… della madre sola… perchè non era suo quel bambino!
Ogni volta che a Giorgio balenava questo orribile pensiero, gli salivano le fiamme al viso, e gli battevano i denti con uno spasimo strano. In quel momento non faceva più pietà; faceva paura.
Ma un giorno gli si fisse in mente di volerlo vedere. Sì.—Voleva vederlo per cercare su quel visino appena abbozzato un indizio, una verità, una accusa. Titubò molto tempo prima di risolversi:—avrebbero creduto ch'egli s'illudesse, e gli volesse bene; che lo credesse suo!… No… no! Lo odiava; ma lo voleva vedere. Chissà che non avesse rassomigliato a Lalla!…
Capitò a Santo Fiore una mattina, prestissimo. Tutte le finestre del palazzo erano ancora chiuse. Attraversò il giardino, il portico, aprì la porta del tinello, entrò e fece chiamare la Luigia. Si guardarono senza dir motto; ma la Luigia indovinò subito perchè il signor conte capitava lì a quell'ora, e lo condusse nella camera dove dormiva il figliuolino.
La culla, ricchissima, era in un canto, vicina ad una grande finestra che lasciava entrar il sole allegramente.
Il bambino dormiva, rivolto, colla bocca piegata all'ingiù e colla cuffietta riversata all'indietro: egli lo prese e lo alzò colle due mani; il bambino aprì gli occhi e cominciò subito a strillare. Giorgio lo guardò fisso fisso, corrugando la fronte… gli pareva che quella testolina s'ingrandisse a poco a poco…—Aveva i capelli lunghi… biondi… era Lalla!
Lo ricacciò nella culla fuggì via dalla camera.
—Riparte così subito, signor conte?—gli gridò dietro la Luigia.
—Sì.
—Non vuol vedere la signora duchessa?… Sta molto male, signor conte!… Da due giorni non si alza più dal letto.
Giorgio fissò la Luigia, che abbassò il capo e si mise a piangere; ma tuttavia egli non si fermò a Santo Fiore.
Ritornando a Borghignano era affranto, avea il cuore spezzato; eppure si sentiva più calmo. Maria stava male! Questo nuovo dolore, al quale poteva abbandonarsi senza rimorso, senza vergogna e senza collera, penetrava come un'aura di pace nella sua anima sconvolta.
Erano trascorsi due mesi dalla morte di Lalla, quando una sera a Santo Fiore tutte le campane del piccolo villaggio sonavano lentamente e lugubremente. Da vari giorni venivano innalzate al cielo pubbliche preci con un fervore sincero, che vinceva l'uniformità fredda e convenzionale delle pompe solenni, ma tutto inutilmente:—la duchessa Maria peggiorava, peggiorava sempre! Era giunta all'agonia. Dio voleva richiamare quella sua martire, e non ascoltava più altro, oramai, che una preghiera fioca e debole, che gli domandava la pace e che saliva fino a Lui non confusa dal frastuono del tempio, ma solitaria, da un letto di dolore.
Imbruniva appena: dai cancelli spalancati del palazzo entrò un gran carrozzone chiuso e nero, come un carro mortuario, e ne discese il conte Della Valle curvo, scarno, coi capelli quasi bianchi: in due mesi era invecchiato di dieci anni. Nella prima sala a terreno fu incontrato dal duca Prospero, anche lui dimesso e colla faccia sbattuta, che lo abbracciò singhiozzando.
—Tutt'e due!… Tutt'e due, in così poco tempo! È troppo!… È troppo!
Giorgio lo guardò colla faccia istupidita, senza dire una parola.
—Va… Va… se vuoi vederla,—-e il duca con una mano, indicava l'uscio che metteva alla scala.—Non ti riconoscerà nemmeno. Io non posso resistere; sono ammalato; questi colpi ammazzano un pover'uomo.—Così dicendo, sospirando e singhiozzando, si buttò sopra una poltrona, presso il camino.
Giorgio salì la scala lentamente. Il suo volto non esprimeva nessuna emozione; egli non sembrava nè commosso, nè addolorato; era soltanto attonito, sbalordito. Attraversò l'anticamera con un passo grave, pesante, senza nemmeno badare che era piena di donne inginocchiate, che recitavano preghiere. Erano le sorelle dellaScuola Cristiana. Nel mezzo, non inginocchiate per terra come le altre, ma appoggiate a due seggiole, si scorgevano la Veronica e l'Ottavia, tutte e due vestite di nero, tutte e due col manuale di Filotea fra le mani, tutte e due colla medaglietta delPatronatopuntata sul petto. La Veronica si guardava intorno dispettosa, interrompendo le orazioni con deglizitt…. lunghi, rabbiosi che parevano sferzate, quando l'una o l'altra delle donne alzava un po' troppo la voce; ma il rimbrotto veniva poi mitigato dall'Ottavia, che confortava la malcapitata, colpita da tanta collera, con un sorriso beato, da dopo pranzo. Miss Dill, stanca, era seduta in un angolo oscuro; don Vincenzo, in piedi, pregava a bassa voce, leggendo il breviario.
Quando Giorgio attraversò la stanza, tutte le donne gli tennero dietro cogli occhi, e quella sua figura, quel fantasma cupo del dolore, sembrò raddoppiasse il fervore delle loro preci.
Miss Dill, vedendolo, fece per alzarsi e muovergli incontro; ma poi si fermò, e con un cenno del capo chiamò don Vincenzo.
—Non credereste,—gli disse piano,—di parlarne anche al conteGiorgio?
—State tranquilla, miss Dill: ve l'ho già detto; chi ha fatto fare il testamento alla signora duchessa è stato il duca Prospero; e voi vi siete ricordata.
—Non vorrei si facesse come l'altra volta. Nemmeno una memoria!… E sì che la contessa avea molte obbligazioni con me.
—È inutile, vi ripeto. Ormai, quel ch'è fatto è fatto. E poi, il signor conte, dicono, è diventato mezzo matto.
Intanto il Della Valle aveva attraversato un lungo appartamento tutto buio, attratto dalla luce rossastra, che veniva dal fondo.
Quando fu giunto sulla soglia della camera di Maria, si fermò: allora il suo volto sembrò animarsi e il suo respiro diventò affannoso. La Nena singhiozzava vicina all'uscio; don Gregorio pregava ai piedi del letto.
Appena Giorgio apparve sull'uscio, don Gregorio si alzò, gli andò incontro, gli prese una mano, che strinse colle sue mani tremanti, e con un cenno, scrollando il capo, indicò Maria. Il povero vecchio pensò che era stato il Signore a parlare al conte Giorgio, a farlo arrivare in quel momento, e si ritirò in un angolo, benedicendo alla sapienza e alla bontà infinita.
La camera era mezzo al buio: soltanto una lucernetta, nascosta da un fitto cappuccio, gittava una luce sinistra sul letto e intorno alla morente.
Giorgio dal lugubre silenzio che lo aveva seguito a mano a mano che attraversava tutte quelle stanze fredde e deserte, avvolte nelle tenebre, non aveva ricevuta nessuna sensazione; ma quando si trovò dinanzi al letto di Maria, il suo cuore, da tanto tempo insensibile, tornò a commuoversi e a palpitare.
Maria, prima di vederlo, lo aveva sentito. Da alcuni minuti l'ammalata, col viso intento, battendo le palpebre, pareva cercasse qualche cosa in quella luce rossastra e ristretta, serrata nelle ombre cupe.
Chi cercava, chi aspettava era Giorgio: Maria, colla sensibilità dei morenti, aveva udito la carrozza entrare nel palazzo; aveva seguito i passi di Giorgio che si avvicinava, e il desiderio di vederlo ancora, l'ultima volta, le aveva ridato un nuovo alito, una forza nuova, un vivo desiderio di luce, un rimpianto, il primo e il supremo, alla vita che le fuggiva.
Maria lo fissò ostinatamente, colle pupille arse, ma nelle quali l'amore aveva raccolta tutta l'anima sua. Lo fissò con tanto affetto, che le trasfuse nel sangue un nuovo calore; la vita ritornò per un momento a riaccendersi e un'ondata di rossore imporporò quel povero volto distrutto…
Giorgio, che l'avea veduta tanto bella, non l'avrebbe più riconosciuta; ma parlavano l'occhio di lei e i battiti del suo cuore, e non poteva essere in dubbio. Si avvicinò, come preso da tremori convulsi, e un tanfo umido, greve, lo avvolse mentre il lume rischiarava l'agonizzante con riflessi così strani e foschi, da sentirne a tratti perfino paura.
Ed era lei. Maria, un giorno tanto bella!… Ma un improvviso, un prepotente pensiero superò ogni titubanza: Maria moriva per amor suo!… E a questo pensiero Giorgio sentiva anche dinanzi a quello spettacolo d'orrore delle intime seduzioni, e guardandola ancora, gli sembrò che tinte rosee incarnassero quelle guance scarne, affilate, e che vi risplendesse come un ultimo bagliore della sparita bellezza.
Allora si buttò sopra di lei, piegando le ginocchia e baciandole le mani con fervore disperata… Ma anche allora la povera donna ricordò di essere madre: avea capito, indovinato, letto sul volto di Giorgio ch'egli tutto sapeva; e vincendo e dimenticando l'orribile strazio della sua vita balbettò con voce fioca e rotta:
—Perdonate… a Lalla!
Giorgio fu vinto da quell'atto sublime, divinamente grande, e fissando la morente con uno sguardo d'affetto profondo e appassionato le rispose:
—Sì, Maria, perdonerò… per te!—e avvicinandosi ancora di più e sollevandole la testa colle mani, la baciò sulla bocca.
Maria lottava adesso per trattenere la vita e colla vita la voluttà di un primo bacio, ch'ella, nel suo delirio, confondeva coll'estasi del Paradiso; di un bacio, che viva l'avrebbe forse uccisa e che morente le innalzava l'anima a Dio, staccandola dalla terra con un fremito d'amore. In tal modo ella morì: coi brividi di quel bacio che le correva per ogni fibra mutando la suprema agonia in una gioia suprema; compensando coll'ebbrezza purissima di quell'ultima ora, tutta intera la sua vita di dolori. Morì col sorriso sulle labbra e la felicità nell'anima, la sua fede e il suo amore indivisi nel cuore. Morì, passò dalla vita, senza strazio, tranquilla, come una fanciulla che si addormenta stanca, posando la testa sul petto del suo fidanzato.
Il duca d'Eleda al conte Pier Luigi da Castiglione:
—Senato del Regno—
«Carissimo Pier Luigi,
«Vi scrivo ancora sbalordito, ancora più di là che di qua, affranto, ammalato, per tante sventure che in quest'anno terribile mi spezzarono il cuore.
«Se mi vedeste, non mi riconoscereste più: certo, farei pietà anche a voi: non posso mangiare, non posso vedermi in mezzo alla gente, e solo, non faccio altro che piangere. Basta; il Signore ha voluto così; sia benedetta la sua santa volontà.
«Però, credetelo, caro Pier Luigi; noi abituati alle gioie pure e serene della famiglia, noi, che consideravamo come giorni d'esilio tutti i giorni che eravamo obbligati a starcene lontani, quando ci troviamo a dover sopravvivere ai nostri cari, proviamo uno sgomento, una desolazione che ci mette addosso le vertigini. Ed io sono solo, spaventosamente solo!… Giorgio si è lasciato vincere, dominare interamente dall'egoismo del suo proprio dolore, ed ha dimenticato questo povero padre, questo povero marito, che piange disperato, in una casa deserta e senza echi. Egli presentò le sue dimissioni da deputato, e chiuso in una villa, su quel di Bergamo, conduce una vita monastica e lo dicono preso dalla monomania religiosa.
«A rinunciare alla politica ha fatto bene; in lui non c'era la stoffa di un uomo di Stato. Era timido, debole, irresoluto; tanto debole da cadere sfinito, affranto, sotto il peso della sventura, senza sentirsi capace di rialzarsi mai più, nemmeno pensando di essere padre.
«Che cosa succederebbe,—ditelo voi, caro Pier Luigi,—che cosa succederebbe di quel povero bambino, se io facessi altrettanto? Se anch'io mi abbandonassi ad una disperazione inconsulta?… No!—no!—Finchè Dio mi vorrà quaggiù, relegato in mezzo ai triboli, quella povera creaturina, tutto ciò che mi resta della mia Lalla e della mia povera Maria, troverà in me la tenerezza di un padre.
«Nulla di meno, per quanto un padre possa essere sollecito e affettuoso, quella creaturina non sentirà il bisogno di un affetto più gentile, di un bacio più dolce, di una mano più delicata che la accarezzi? Non avrà bisogno, insomma, di tutte quelle cure, che soltanto il cuore amoroso della donna prevede e comprende? Questo mi domando, giorno e notte, perchè giorno e notte non ho altro pensiero.
«Miss Dill?… Miss Dill non è una donna: è una strega! E fatta apposta per spaventarli, per farli piangere i bambini, e non per consolarli. È stata la mia povera moglie ad ostinarsi, a volerla prender per Lalla: fin d'allora, io non la potevo soffrire; ma la mia Maria la voleva e… Come si fa?…—Sentite, caro conte, nella sventura ho un solo conforto; ma è un grande conforto; quello di essermi sempre sacrificato alla volontà, fin anco ai capricci, parlando come se da viva ne avesse avuti, di quella poveretta. E poi, adesso, miss Dill (ingrata come tutto il mondo) sicura della pensione che la mia povera moglie le ha lasciato, per intercessione mia, si è fatta stizzosa, bisbetica, prepotente.
«Per ora, si sa bene, il mio Prosperino non ha bisogno di nessuno; la nutrice pensa a tutto e basta a tutto; ma fra qualche anno, anzi, fra qualche mese?… Devo condurlo con me, al Senato?… E a casa, a chi potrei affidarlo con animo tranquillo? A nessuno.
«Tutto ciò ben calcolato, e rinunziando per mio figlio ad altri e più gelosi sentimenti del mio cuore, e ripensando a quanto voi mi avete già scritto, cioè ch'Ella sarebbe disposta a sacrificare la sua gioventù con un povero vecchio, nel quale troverebbe però un padre e un servitore umile, rispettoso e devoto, vi domando la mano della contessina Giulia di Rocca Vianarda. Ma… siamo intesi: per un anno, almeno, non se ne deve discorrere: il mio cuore, prima di esserle offerto, bisogna che si ritempri nello stesso dolore che lo ha colpito, poi… Poi darò al mio piccino una sorella maggiore.
«Fra qualche giorno verrò a Firenze per baciare la mano alla contessina Giulia e per sentire da lei stessa s'ella acconsente di unirsi a me nel consolare e nel proteggere quell'angioletto che non ha più la mamma, e che il babbo ha dimenticato.
«La contessina era molto cara a quelle poverette, ed è perciò la sola donna che può entrare nella mia casa senza offendere la loro memoria.
«Vi saluto e vi stringo la mano.
«Tutto vostro»«PROSPERO D'ELEDA».
«P. S.—Non per voi, ma per la contessina Giulia, vi mando l'ultimo numero dell'Omnibus, nel quale troverete un articolo biografico che parla diffusamente della mia vita politica. Sono piccolezze alle quali non ho mai tenuto, essendo sempre stato un nemico acerrimo dellaréclame; la quale, del resto, non è mai stata tanto sfacciata e impudente come lo è al giorno d'oggi. L'articolo qui unito, è per altro un'eccezione: è sincero. Lo ha scritto il cavalier Frascolini, il direttore dell'Omnibus; un bravo ragazzo intelligente e abbastanza galantuomo.
«Qui si lavora attorno alla famosalegge elettorale. Molto probabilmente il mio voto sarà favorevole al progetto. Caro mio, che cosa volete fare?… Se vogliamo essere ostinati a tirar indietro per la coda il così dettoprogresso, la democrazia, più forte di noi, ci trascinerà per forza, e faremo la figura dei vinti: è meglio risolversi a tempo e saltare lesti alla testa… per tentare, se è ancora possibile, di mettervi un freno, o almeno per guidarne i movimenti.
«Roma, 15 dicembre, 1881.»