DOCUMENTI UMANI

—Andiamo a vedere—disse il commesso viaggiatore, incamminandosi, zoppicante.

Era successo questo: Il figliuolo del giardiniere, un bel ragazzetto biondo, era stato morso dal cane del guardiano. Il cane era idrofobo, palesava tutti i segni del male e lì per lì fu ammazzato. Ma il ragazzetto? Era perduto. Tutto questo lo sapemmo e lovedemmoin un momento; un brivido ci corse per l'ossa e il coraggio di avvicinarci all'infelice ci mancò. Ma la gente si stringeva più intorno a suor Carmelina che da presso il ragazzetto. L'internodi guardia, un rosso dai piccoli occhi neri scintillanti, ci venne incontro, stropicciandosi le mani, gridandoci:

—Avete visto? Avete visto?—e soggiunse, entusiasmato—Bellissimo!Stupendo! Suor Carmelina ha succiato il veleno!…

La piccola suora era diventata grande. Era accorsa al grido del piccino, lo aveva trovato piangente, gli aveva chiesto che fosse successo. Il piccino le rispose:

—Mi ha morso il cane….

Subito dopo si sentì gridare:

—Badate! Badate! Il cane è idrofobo!

Il giardiniere gli aveva spaccato il cranio con un colpo di bastone. Ma il povero ragazzo mostrava il braccio nudo, sanguinante, e nessuno sapeva trovar modo di soccorrerlo. Allora suor Carmelina, s'avanzò, pallidissima, ma senza il più piccolo tremito. Accostò alla ferita le labbra e succhiò, rigettando il sangue e il veleno, forbendosi le labbra bianche col gran moccichino scuro a quadroni. E allora tutta la sala numero quattro proruppe in un applauso. Il colono di Melito agitava il berrettino…

* * *

Dove sei ora, piccola monaca bianca, Carmela, mistica anemica, figlia della laguna, ove sei? Allo spedale degl'Incurabili una volta, un mio amico chirurgo operò sopra una contadinella. Nel candido seno entrò la lama tagliente del bisturi. La contadinella dormiva, cloroformizzata. Per parecchio tempo ho chiesto al chirurgo mio amico notizie di lei. Era stata una terribile operazione. Ma la contadinella guarì. Dopo un mese uscì dallo spedale e il dottore venne a trovarmi al caffè, per annunziarmelo. Un vero miracolo.

Ma di suor Carmelina io non ho mai osato dimandare. Non so perchè. Se ella…

Settembre 1886

Tre giorni fa, in una scura e fetida vanella d'un palazzo in via Tribunali, d'un subito, qualcosa cadde con un tonfo sordo, e spaventò i sorci che frugavano tra i cocci sparsi e le immondizie e i rifiuti di quelle ruine borghesi ond'escono, continuamente, a turbare i pranzi delle immonde bestie, le improperie delle serve e i pianti dei piccini impertinenti.

Cadde dunque qualcosa. I sorci fuggirono con gran terrore e si rintanarono. Era caduto il corpo d'una giovinetta: una bionda.

Esso rimase lì, prono, la faccia nel fango, un braccio steso, le gambe stese. Una fine caviglia spuntava di sotto alla gonnella, un piccolo piede arcuato, la calza bianca…

Quella ragazza s'era buttata da un terrazzo al quarto piano, ove era salita per sciorinare i panni.

Si chiamava Antonietta Canserano, aveva diciotto anni, era molto bellina. Quel corpo inerte rimase lì tre ore. A poco a poco le bestie immonde riapparivano. De' piccoli musetti, dei piccoli occhietti spaurati spuntarono pei buchi. La ragazza rimaneva immobile.

Finalmente si seppe il fatto. La vanella si empì di gridi femminili. L'orrore era grande, e il sangue!… Quanto sangue laggiù, tra i cocci e i rifiuti, nel fango, su per la nera poltiglia luccicante!…

Arrivò un medico, arrivarono le guardie, il pretore, un delegato, curiosi d'ogni parte. Il corpo dell'Antonietta fu tolto di lì, adagiato in una vettura, e trasportato allo spedale degl'Incurabili. Perchè la poverina era ancor viva. Respirava, lentamente, a fatica, gli occhi socchiusi, pieni di lacrime…

* * *

La storia di questa fanciulla è breve ed è la solita storia.

Antonietta Canserano, orfana di madre, ha il padre in America. Era stata affidata a una zia che le voleva un bene del cuore e con la zia se ne stava, al quarto piano del palazzo numero 105 in via Tribunali.

A diciassett'anni aveva conosciuto un piccolo marinaio, bruno e atticciato. Si chiamava Vincenzino. Un cuor d'oro. Il marinaio a momenti avrebbe terminata la sua ferma, sarebbe tornato a Napoli, l'avrebbe sposata. Glielo aveva promesso da un anno; quando giurava si metteva la mano nera sul petto, gli occhi lucevano. Ell'era così felice, così felice di quel piccolo uomo arso dal sole, delle parole sue tanto calde, tanto franche! E aspettava.

Quattro mesi fa Antonietta chiese in grazia alla zia che le facesse pigliare un po' d'aria. L'usignuolo s'annoiava in gabbia. E come la zia non poteva accompagnarla ella uscì sola a passeggiare. Se ne andò in villa. Lì, non si sa come, le si accostò un furiere di linea. Si mise a chiacchierare con lei, la tentò, e seppe abusare della poverina. Questo succede assai spesso. Una rovina in un attimo.Dopo, il furiere, come tutti gli uomini senz'anima e senza onore, abbandonò Antonietta.

Ella tornò, sola, a casa della zia. Per la strada del Chiatamone, un marinaio amico del suo marinaio l'aveva incontrata.

—Come! Sola! Se lo sapesse Vincenzino! Lasciate che v'accompagni.

Ella tremava come una foglia. Non rispose una sola parola.

—Se scrivo a Vincenzino volete che gli dica che v'ho incontrata?

Ella rispose:

—No… per carità!

Il marinaio la guardò, fece spallucce. E continuarono a camminare, in silenzio…

* * *

Napoli 18 Luglio 86

Mio caro Potito

ti scrivo queste poche riche ti fo conosciere che ia sto bene di salute e così spero di sentire di te. Dunque Mio caro Potito, dopo due mesi e tredici giorni mi ho azzardato di scriverti innascosta dei mie parenti; perchè dopo tanti mie pianti mi ho sognato una donna e mi ha detto così—figlia mia Antonietta non piangete più che il mio figlio vi deve venire a sposare pregherò ia a Dio che gli dà buoni pensieri e ti prego fatelo una lettera; ecco mio care queste semplice parole mi à detto e mi sono svegliato ed ia ti sono scritta non aveva inchiostro e ti sono scritto con un lapiso.

Dunque mio caro ricordati di mè che mi sei levato l'onor mio così che io quella sera ero una stupita non capiva che cosa era il mondo e tu ti ni approfittasti di mè così si deve approfittare i Dio di tè se tu sei negato infaccio ai miei parenti non può negarlo innazi al tribunale di Dio perchè io come tu mi sei lasciato così io sto! nessun altro si ni e approfittato di mè—non fa niente deve arrivare una lacrima avanti a Dio che ti deve pagare perchè ia non sone una cattiva giovane; che vi credete che ia mi ho dato a cattive strade nè questo non lo farò mai mio caro non fa niente che mi sei levato l'onor mio o fatto ridere ai miei parenti i Dio mi aiuterà perchè ia sono orfane di madre mio padre sta in america e non ni sà niente di questo misfatto che si lo sapesse quello mi viene ad ucidere—il mese entrante parti da Napoli e vado a trani mi accompagnano i mie parenti e vado in casa della madre della zia e là o la dota di mia madre che mi possa maritare che ho anni diciotto ho ancora se tu tieni coscienza se tu hai cuore vieni dal mia zia a Napoli e venitemi ad onorare se poi non credete fate come ti piace e ti prego di non dir niente ai miei parenti di questa lettera vi saluto e sono tua

Aff.taAntonietta.

* * *

Questa lettera fu sequestrata presso una signora amica dell'Antonietta. Essa doveva spedirla a quel tale. Come non gliela spedi? Era scritta col lapis. Niente di più umano, di piùanima, di piùcuoredi questa lettera scorretta e inelegante. È una cosa splendida.

Ma certo il signor Potito, se l'avesse ricevuta, ne avrebbe riso coi compagni, per gli orrori di grammatica. Un furiere è istruito.

* * *

Ier l'altro la Canserano si precipitò dal terrazzo.

Oggi doveva arrivare il marinaio…

Dalle sette e mezzo della mattina fino alle dieci la carneficina delle vacche, al macello di Poggioreale, si compie tra uno strano affollamento di bevitrici di sangue, dura tra i desideri sanguinosi delle anemiche, delle clorotiche, delle povere fanciulle sbiancate in faccia come la cera. Esse accostano alle pallide labbra il bicchiere colmo di quello spumantevin delle venee bevono d'un fiato, socchiusi gli occhi, la mano che leggermente trema. Intorno seguita la strage, tra un continuo romore di battiture, di tonfi sordi, di catene che si sciolgono, d'argani che rizzano i cadaveri ancor palpitanti delle povere bestie. Dopo bevuto il caldo sangue spicciato dalle carotidi incise, si passa in una stanzaccia nuda e sporca e lì si sciacquano le coraggiose bocche femminili e le mani insanguinate. A parte il bene che può fare questo rimedio novello, lo spettacolo è orribile.

* * *

Appena entrati nel macello, come il visitatore si va accostando allo scannatoio, ode un rapido succedersi di colpi sordi, i quali danno la precisa idea di una gran quantità di tappeti sciorinati e battuti da servitori invisibili a un invisibile terrazzo. I tappeti sono cadaveri ancor palpitanti di vitelli, di vacche, di bovi smisurati. I carnefici, appena caduto l'animale sotto il coltello pugnale di questitoreadoresdel macello, cominciano a menar di gran colpi di mazze sulle reni e sul ventre delle bestie, perchè la pelle se ne stacchi. E mentre uno compie codesta bisogna, un altro si vale d'un mantice per gonfiare l'animale, e un altro d'un lungo ferro tondo per frugar nelle viscere. Il sangue scorre d'ogni parte e inonda il pavimento. I garzoni s'accovacciano, radunano con le mani il sangue a pezzi già quasi coagulato, riempiscono scodelle di ferro e queste rovesciano nelle botti preparate in un angolo. Tutto questo è fatto con grandissima rapidità, l'ammazzamento durando tutta la giornata e dovendo i beccai sbarazzarsi in un giorno fin di ottocento animali.

Le vacche entrano malinconicamente nell'ammazzatoio. Piegano fino a terra la testa. Annusano il sangue e si volgono intorno. Un primo leggero fremito inconsciente increspa loro la pelle, gli occhi grandi e dolci s'inumidiscono. Attaccate per le corna ai pali dei cavalletti enormi, alle forche bruttate di sangue rappreso, continuano a dondolare la testa inquieta, lasciando mescolare al sangue, per terra, i fili argentei della bava, ond'hanno tutto umido il muso. Subitamente un carnefice s'accosta: nascoso il pugnaletto nella destra, guardingo. Leva la mano. Il pugnale s'abbassa, colpisce tra le corna, penetra, rapidissimo, fin nel cervello, e riappare fumante. Il carnefice dà un balzo, e si scosta. La vacca cade, fulminata. Una sola, breve convulsione le agita le gambe, ed è tutto; è morta. La sua compagna si agita, cerca di liberarsi, leva il capo, sbarra gli occhi, spaventata. Ma cade anch'essa sotto l'orribile forca, accanto alla prima. Lì per lì comincia la battitura, cominciano ad agire il soffietto, il ferro tondo, il gran coltello sventratoio. Ma prima, appena l'animale piega le gambe e si rovescia sul dosso, il fornisore di sangue, scalzo, sguazzanti i piedi nel sangue, accosta alla viva fontanella il bicchiere e, correndo, lo porta alla fanciulla anemica. E costei beve d'un subito fino all'ultimo gocciolo, e le labbra e il mento le si dipingono d'un rosso fortissimo, e le dita si sporcano, e gli anellini luccicano tra il sangue gocciante.

* * *

La gran parte di queste bevitrici si compone di un elemento assai borghese. Sono modistine, sartine, fioriste e simili. Escono dall'ammazzatoio con le punte delle scarpette, coi tomai alti, macchiati. In Napoli l'anemia serpeggia un po' da per tutto: ora pensate a queste povere ragazze che fanno una vita sedentaria, in un laboratorio, coi lumi a gas d'inverno; pensate a queste giovanette elegantemente vestite che a casa loro dormono in un miserabile sottoscala, senza luce; pensate alle privazioni, alla mancanza dell'aria, del sole, alla mancanza del cibo sano, della carne che costa troppo, e vi spiegherete la mancanza dei globuli rossi.

* * *

Ma guardatele, quando, nelle prime ore della mattina, queste fanciulle del popolo attraversano Toledo, in cappellino lucente di conterie, vestite come tante marchesine, le calze nere, di seta, lo stivalino verniciato, la punta ricamata d'un moccichino che scappa fuori dalla saccoccia in petto, la mantiglia sul braccio e l'ombrellino in mano. Son quelle che ieri han bevuto, fortemente, il sangue vivo vivo. Ora guardatele; hanno due soldi in tasca per la merenda, ma le labbra carezzano il gambo d'un fiore, o sorridono deliziosamente a un giovanotto cocchiere padronato, che sorride e minaccia con la frusta elegante…

Un ometto sbucò a un tratto nella crocevia della Dogana. Fumava certo suo mozzicone in punta alle labbra, passando la palma di una mano sul cocuzzolo, e con il pollice e l'indice dell'altra acconciando delicatamente sotto i mustacchi il mozzicone che certo gli diventava una grande voluttà in agonia. Il cappello, dalle tese spianate, gli veniva sugli occhi, e lui lasciava stare, benchè per levare il capo, come faceva, a guardar in su alle finestre, al cielo, ai muri dei palazzetti, si trovasse l'impiccio della tesa larga davanti agli occhi. Pure andava guardando, con boccacce che certo nella smorfia erano meraviglia e ammirazione. Quando lasciava il cocuzzolo, la mano gesticolava, segnando in aria sagome indeterminate e linee verticali, subito cancellate dal fumo di quel mozzicone, che sempre più si raccorciava.

Di certo era qualche pittore mattiniero, che a un momento, cavati di saccoccia un albo e la matita, si mise a sedere sul primo gradino d'uno di quei palazzetti, e cominciò a sgorbiare sulla carta il balconcello di Gennaro Auriemma, armiere, che in quel punto schiacciava un bel sonno, senza mai poter supporre che ventura toccasse ai poponi suoi, dei quali aveva fatta uno festo in giro alla balaustra del balconcello, e che l'ometto ora contemplava attentamente per metterli sulla carta, insieme alla grondaia, ai vasi di maggiorana e ad una gabbia, ove una quaglia sonnecchiava.

Era la via così silenziosa a quell'ora che si sentiva bene un fruscìo di una foglia secca su pei lastroni asciutti, mossa da una folata di venticello. Era l'alba. Ma quei vicoli, le stradicciuole, la piazzetta del Mercato ancora dormivano. Intanto saliva lentamente, dall'estremo lembo del mare, un chiarore infocato di sole, e il riverbero ne colorava dirimpetto le case su per la marina, mentre le vetrate s'accendevano tra quella gran pennellata rosea, che di tutte le case confondeva le linee bizzarre. In cima, altissima, una cupoletta s'arrotondava sul cielo indeciso, tutta infiammata di verde, come uno scarabeo di maiolica. Appena se ne vedeva la croce scura, sovrastante.

Dal mare in calma arrivavano rumori indeterminati, voci a stesa, indefinibili. Poi, daccapo, si rifaceva il silenzio.

L'ometto era tutto affaccendato a copiare, e a poco a poco l'albo s'andava coprendo di poponi e mazzi di pomidoro, mercanzia d'ogni finestrella. Nella luce che sopravveniva, apparivano chiari e scuri nuovi, mettendo lui in certe indecisioni che lo tenevano lungamente a guardare e a mormorare, mentre l'albo rimaneva aperto sopra un ginocchio e la punta della matita gli solleticava la cute, fra i capelli.

—Oh! oh!—fece, a un tratto.

Adocchiava una tettoia, sotto la quale si ammonticchiavano bombole d'acqua solfurea, accosto a una fontanella: un quadrettino. Rifece la punta della matita, cercò una pagina bianca, e lì per lì cominciarono a passare all'albo le bombole.

Le stradicciuole rimanevano deserte e silenziose. L'ometto tutto solo e intento, in quella sua posizione di scimmietta, era strano. Poi gli passò accosto un'altra cosa viva, un ratto, che pareva un micino, tanto era grosso. Era uscito da una feritoia, guardando nella via con gli occhietti lucenti. E come l'ometto si chinava a strofinare sul selciato la matita per agguzzarla, la bestiola ricacciò dentro il corpo nella feritoia. Si vedevano solo i mustacchi e il musetto. Infine si fece coraggio, venne fuori e cercò rapidamente in un monticello di sudiciume. La testina, che aveva movimenti veloci, frugava in furia, levandosi dai rifiuti, dai torsoli, dalle bucce, a guardare, sospettosamente. Infine, quand'ebbe finito, il ratto se ne andò ripassando innanzi all'ometto. Lui non lo vide, e seguitò a schizzar bombole in santa pace.

La penombra si diradava in fondo ai vicolucci; nel lontano appariva chiaramente la tortuosità delle stradicciuole; si dileguavano panche e carrettini abbandonati, e laggiù, ove addirittura il vicolo delle Fate terminava, all'angolo, sulla cantina Maranese, un ramo fronzuto s'affacciava, tutto verde, di sotto all'insegna.

Improvvisamente, nel vicolo, una finestretta si schiuse, senza rumore; poi si schiuse una porta. Una donna sporse la testa, venne fuori, coi piedi nudi nelle pantoffole usate, con una leggera sottana bianca, con aperta la camicia sul petto, libero dal busto. Un giovanotto apparve, tutto cauto, sbucando all'angolo, accosto alla cantina. Senza parlare quei due, avvicinandosi, si guardavano negli occhi, ansiosi. Poi, quando lui fu sotto alla porticella e le afferrò le mani, l'idillio, in quell'alba fresca di agosto, fu provocante. Si parlavano così accosto e sotto voce, che appena il sibilo di una consonante passava nel silenzio. S'erano stretti l'uno all'altra; il berretto del giovanotto cadde. Chinandosi egli a raccattarlo, non abbandonò la mano che teneva stretta, e parve che, stringendosi meglio lui pure alla ragazza, le chiedesse qualcosa.

In questo momento il piccolo pittore aveva finito e si levava. Vide tutto… Mentr'egli rimaneva ancora a guardare, incantato, la bocca aperta, un bacio scoccò sotto la porticella. Subito dopo la campanina della parrocchia a Porta Nova suonò la prima messa….

Al lettore Pag. 5Vulite 'o vasillo? » 7Serafina » 19L'abbandonato » 25Gli amici » 36Fortunata la fiorista » 46L'amico Richter » 54Senza vederlo » 66La Regina di Mezzocannone » 80L'impazzito per l'acqua » 87Notte della Befana » 94Scirocco » 103Suor Carmelina » 116Documenti umani » 126Le bevitrici di sangue » 132Alba » 137

End of Project Gutenberg's Mattinate napoletane, by Salvatore Di Giacomo


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