Giubilate pure — uomini, donne, fanciulli — che contribuiste alla liberazione della patria! Palermo libera, e cacciando i tiranni, vale ben la pena d'esser fieri — di giubilare!
La superba capitale dei Vespri — come i suoi volcani manda ben lungi le sue scosse — e crollano al gagliardosuo ruggito, i troni mal fermi della menzogna e della tirannide!
Perdemmo in Palermo il valoroso Tuckery — Ungherese — e ricorderò quando informato le altre preziose perdite —
Tra i prodi nostri feriti — contavano: Bixio, i due Cairoli Benedetto ed Enrico, Cucchi, Canzio, Carini, Bezzi —
3º periodo.
La partenza dei borbonici da Palermo, fu una vera festa nazionale — tanto più che secondo condizioni stipulate, essi lasciavano in libertà tutti i prigionieri politici, delle principali famiglie che si trovavano detenuti in Castellamare —
La vista dei cari condannati dal Borbone — che tanto avevan sofferto in orride carceri — riempì di giubilo la popolazione intiera — e l'accoglienza da essa fatta a quei generosi, era commovente —
Io avevo stabilito il mio quartier generale ad un padiglione del palazzo reale, da dove si scopre tutta la via Toledo, e dall'altra parte il prolongamento della stessa sino a Monreale — Di là potei bearmi nello spettacolo, che presenta un grande e fervidissimo popolo nelle sue emozioni — I liberati eran portati in trionfo verso la mia abitazione, da una folla immensa — frenetica per la libertà acquistata dei suoi carissimi — Io m'ebbi un tesoro di gratitudine da loro — ed una lagrima inumidì la mia guancia —
Allora cominciò un periodo di riposo — e ne avean bisogno — massime i Mille — Poveri giovani! la parte eletta di tutte le popolazioni Italiane — non avezzi ai disagi, alle privazioni — gran parte studenti, e molti laureati — E tutti con poche eccezioni — consacrati all'eroïsmo ed al martirio — per la liberazione di questa nostra terra — avversata dallo straniero — e forse meritamente schiava — perchè un dì padrona del mondo — E fu gran colpala conquista del Mondo conosciuto — che dovea necessariamente aver per conseguenza: depredare e fare dei servi — e quindi raccogliere l'odio universale —
I Mille per la maggior parte non marini — avean lasciato le nausee del mare, per ingolfarsi nelle stragi delle battaglie — e per sentieri quasi impraticabili — eran pervenuti in Palermo — ove cacciando davanti a loro un'esercito di venti milla soldati delle migliori truppe borboniche — coll'ajuto della popolazione liberavano la Sicilia intiera in venti giorni —
Il nemico si allontanava da noi per prepararsi a nuove battaglie — e noi dovevimo pure metterci in istato d'incontrarlo ancora — Si aprirono dunque degli arruolamenti, in Palermo — ed in ogni parte dell'isola, sgombra dai Borbonici — Si contrattarono delle armi al di fuori — Si stabilì una fonderia nella capitale — e si lavorò indefessamente a far polvere ed a costruire cartuccie —
Palermo, piazza d'armi del despotismo divenne in pochi giorni un semenzajo di militi della libertà — Che bel vedere: nelle ore fresche della giornata — quei vispi giovani figli della Trinacria — all'esercitazioni militari — con uno slancio — una volontà — da consolar l'anima del veterano, per cui l'Italia redenta fu sogno di tutta la vita —
E l'Italia avrebbe potuto redimersi intieramente, se l'inerzia degli uni, e la malizia degli altri, non avessero conculcato l'eroïsmo nazionale in quell'epoca gloriosa —
La sosta in Palermo, dopo l'evacuazione dei nemici fu pure impiegata ad opere giovevoli — Il gran numero di ragazzi vagando per le strade — ove, per lo più essi trovano una scuola di corruzione — furono raccolti, riuniti in stabilimenti idonei — ed educati per la vita dell'onesto cittadino e milite —
Si migliorò la condizione dei stabilimenti di beneficenza — e si supplì di viveri tutta la parte indigente della popolazione — e quella danneggiata dal bombardamento e dalla guerra in generale — l'organizzazione del governo dittattoriale fu pure attuata — e vi contribuirono vari egregi patriotti della Sicilia — tra cui primeggiava l'illustre avvocato Francesco Crispi — uno dei Mille —
Distribuite le forze nazionali in tre Divisioni, esse presero il nome d'esercito meridionale, che mosse poi verso l'oriente al compimento dell'assunta missione emancipatrice —
Durante i giorni di combattimento in Palermo, era giunto l'Utile, piccolo piroscafo Italiano — con un centinajo dei nostri dal continente — che da Marsala ove sbarcarono felicemente — arrivarono nella capitale — ancora in tempo a prendere parte alle ultime pugne —
La spedizione Medici con tre vapori, e circa due milla uomini, arrivò a Castellamare — poche miglia a Ponente di Palermo — che non tutte le truppe borboniche s'erano imbarcate ancora — Altri contingenti di tutte le provincie Italiane seguivano — ed in poco tempo ci trovammo in bellissima condizione — e capaci di staccare delle collonne spedizionarie su differenti punti dell'isola per far riconoscere il nuovo governo — cosa ben facile perchè già acclamato dovunque — o per cercare il nemico ove si trovava ancora —
Una divisione comandata dal generale Türr — s'incamminò per il centro dell'isola — La divisione di destra comandata dal generale Bixio — per il littorale a mezzogiorno della Sicilia — e quella di sinistra comandata dal generale Medici — per il littorale del settentrione — con ordine di riunire quanti volontari si sarebbero presentati — e finalmente di concentrarsi tutti nello stretto di Messina —
Giunse pure in Palermo il generale Cosenz — con due milla uomini — che furono seguiti da altri mandati dai vari comitati diprovvedimento per soccorsi alla Sicilia, che s'eran formati nelle diverse provincie — e che facevan centro a Genova sotto la direzione del D.reBertani —
La collonna Cosenz, seguì pure per Messina, in sostegno di Medici, minacciato da un forte corpo di borbonici comandati da Bosco — che da quella città per Spadafora s'avviavano in cerca dei nostri — Bosco alla testa di circa 4 milla uomini di buona truppa, con artiglieria — era uscito da Messina — coll'oggetto di mantenere le comunicazioni tra Melazzo e quella città — e di tentare un colpo di mano sul corpo di Medici, che occupava Barcellona, Santa Lucia, ed alcuni villagi circonvicini —
Egli lo attaccò realmente — ed essendo respinto — si ripiegò su Melazzo — occupandone le pianure meridionali — ed infestando quelle contrade —
Conveniva sbarazzarsi di quella forza nemica, che unica teneva ancora la campagna —
Avvisato dal generale Medici, sui movimenti e forze delnemico — io profitai dell'arrivo a Palermo del Colonnello Corte con circa due milla uomini — e senza permettere che sbarcassero — ne feci trasbordare una parte sul piroscafoCity of Aberdeen, ove m'imbarcai io stesso — e giungemmo il giorno seguente a Patti —
Riunitomi ai generali Medici, e Cosenz — a cui non era giunta ancora la brigata, che marciava per il littorale — decidemmo di attaccare i borbonici all'alba del giorno dopo il mio arrivo —
3º periodo.
Fu ben malizioso, e non veritiero, colui che trattò difacili vittorie, quelle del 60 — vinte dai liberi Italiani sulle truppe borboniche — Io, ho vedute alcune pugne nella mia vita — e devo confessare: che le battaglie di Calatafimi, Palermo, Melazzo e Volturno — fanno onore ai militi, e soldati che vi presero parte —
Quando su cinque o sei milla uomini nostri, che pugnarono a Melazzo, circa mille furon posti fuori di combattimento — ciò prova: che non fu tanto facile la vittoria —
Il generale Medici, come abbiam detto, era marciato per la costa settentrionale della Sicilia, verso lo stretto di Messina — colla sua divisione; ed il generale borbonico Bosco, con uno scelto corpo delle tre armi — superiore al nostro in numero — intercettava la strada principale che mette a Messina — apogiandosi alla fortezza e città di Melazzo — Già alcuni piccoli scontri erano accaduti tra un corpo e l'altro — ed i nostri vi si eran condotti colla solita bravura — avendo da fare coi cacciatori di Bosco, bella truppa, ed armata d'eccellenti carabine —
Giunti i due milla uomini di Corte — ed imminente l'arrivo del corpo di Cosenz — si decise d'attaccare il nemico —
L'alba del 20 Luglio trovò i figli della libertà Italiana, impegnati coi borbonici, ad ostro di Melazzo, ed impegnati in modo, molto favorevole ai mercenari — per le forti loro posizioni —
Praticissimi del terreno, i nemici, aveano con molta sagacia, profitato di qualunque naturale, od artificiale ostacolo di quella campagna —
La loro destra, scaglionata davanti alla formidabile fortezza di Melazzo — n'era protetta dalle sue grosse artiglierie — ed aveva la fronte coperta da varie linee di fichi d'India — trincee non indifferenti — da dietro alle quali i cacciatori di Bosco — colle loro buone carabine potevano fulminare i male armati nostri militi —
Il centro colle sue rispettive riserve, sullo stradale che conduce in Melazzo — seguendo il littorale — avea la fronte coperta da un muro di cinta fortissimo — a cui s'eran praticate molte feritoje — Lo stesso muro poi, era coperto da foltissimo cannetto — che ne rendeva l'assalto di fronte impraticabile — Dimodocchè il nemico ben riparato, con armi buone — osservava, e fucilava i nostri poveri militi, fallacemente coperti dai suaccennati cannetti —
La loro sinistra, in possesso d'una linea di case, a levante di Melazzo, formava martello — e quindi fiancheggiava con fuoco micidiale chi assaltava il centro — l'ignoranza del terreno su cui si pugnava, fu la causa principale di perdite considerevoli per parte nostra — e molte cariche che si fecero sul centro nemico, potevano risparmiarsi —
La mia prima idea d'attacco — era stata di assaltare il nemico, prima di giorno, rompendone il centro con una forte collonna in massa — coll'oggetto di dividerlo, separar la sua sinistra — farla prigioniera se possibile — e menomare così la sua superiorità in artiglieria e cavalleria —
Non fu però possibile l'esecuzione di tal piano, per esser giunti a riunirsi tardi i corpi nostri sparsi in diverse posizioni — ed era gran giorno quando s'iniziò il combattimento generale —
L'oggetto mio principale — essendo stato pure: di chiudere il centro e la destra nemica in Melazzo — ove non avrebbero potuto sostenersi molto tempo — tanta gente e la guarnigione della piazza — feci perciò portare la maggior parte delle nostre forze sul centro e la sinistra del nemico — ove si attaccò vigorosamente —
Essendo il campo di battaglia, una pianura perfetta, coperta d'alberi, vigne, e cannetti — non si potevano scoprire le posizioni del nemico —
Invano io ero salito sul tetto d'una casa per poter discernerequalche cosa — Invano, avevo fatto caricare sullo stradale per lo stesso motivo —
Molti morti, e molti feriti, erano il risultato delle nostre cariche sul centro — ed i nostri poveri giovani erano respinti, senza aver potuto scoprire il nemico, che da dietro il terribile riparo — dalle feritoje li fulminava —
Si durò così, in una pugna ineguale ed accanita sino dopo il meriggio — A quell'ora la nostra sinistra avea ripiegato alcune miglia — e si rimaneva scoperti da quella parte —
La nostra destra e centro — che s'erano riunite al comun pericolo — tenevano — ma con molta difficoltà — e con perdite ben considerevoli —
Bisognava però vincere: e tale era il fatale animatore di quella stupenda campagna — ove nei più serii dei nostri combattimenti — come Melazzo ed il Volturno — fummo perdenti per più di metà della giornata — ed ove a forza di costanza — e di non disperar giammai — si pervenne a sconfiggere un nemico superiore in tutto — Servan gli esempi di cotestefacili vittorieai nostri figli che dopo di noi saranno obligati di sostenere l'onore Italiano sui campi di battaglia —
Bisognava vincere! Le nostre perdite eran maggiori, di quante lo furono nelle varie pugne dell'Italia meridionale — La gente era stanca — Il nemico aveva comparativamente perduto nulla — I suoi soldati freschi, intatti — e le sue posizioni formidabili — Eppure bisognava vincere!
E gl'italiani devono vincere — sinchè duri sotto il talone straniero — la benchè minima parte della terra — che dia vita ai Bronzetti[98]ed ai Monti[99]—
Come già dissi: tutte le condizioni della battaglia erano in favore del nemico sino verso il pomeriggio — ed i nostri prodi, non solo, non avevano avanzato un passo — ma avevan perduto terreno — massime sulla nostra sinistra —
«Procura di sostenerti come puoi, dissi io al generale Medici — che comandava nel centro: — io raccolgo alcune frazioni dei nostri, e cercherò di portarmi con esse sul fianco sinistro del nemico»
Tale risoluzione fu la chiave della giornata — Il nemico incalzato di fianco dietro ai suoi ripari, cominciò a piegare — sicaricò francamente — e vi si tolse un cannone che ci aveva danneggiato molto tirando a mitraglia di rimbalzo lungo lo stradale —
Una carica della cavalleria, che si trovava di sostegno al pezzo catturato — fu eseguita dai borbonici d'un modo brillante — e ricacciò i nostri un pezzo indietro — dimodocchè io stesso rimasi oltrepassato dai caricanti cavalieri, ed obligato di gettarmi in un fosso laterale alla strada — ove difendermi colla sciabola alla mano —
Tale circostanza durò poco — Il collonnello Missori colla solita sua bravura — mi apparve alla testa dei vari distaccamenti nostri — che antecedentemente avean conquistato il cannone — e mi disimpegnò — e sbarazzò col suo revolver del mio antagonista di cavaleria nemica —
I distaccamenti suddetti erano: la compagnia Bronzetti — e siciliani di nuova formazione — comandati dal prode collonnello Dunne — Non ricordo gli altri —
Rincalzato il nemico da cotesti valorosi — piegò finalmente, e ritirossi precipitosamente verso Melazzo, spinto dall'intiera assalitrice nostra linea —
La vittoria fu completta — Invano le forti artiglierie della piazza proteggevano la ritirata dei borbonici —
I nostri militi disprezzando il grandinare della metraglia, e dei moschetti — assaltarono Melazzo, e prima di notte, erano padroni della città — avevano circondato il forte da tutti i lati — ed innalzato barricate nelle strade esposte ai tiri della fortezza —
Il trionfo di Melazzo fu comprato a ben caro prezzo il numero de' morti e feriti nostri, fu immensamente superiore a quello dei nemici — E qui, è nuovamente il caso di ricordare le armi pessime con cui hanno dovuto combatter sempre — i nostri poveri volontari[100]—
Quella giornata, se non fu delle più brillanti, fu certo delle più micidiali — I borbonici vi combatterono — e sostennero le loro posizioni bravamente per più ore —
Comunque il destino del Borbone era segnato —
I risultati ne furono stupendi — Il nemico rinchiuso inMelazzo, fu presto obligato di ritirarsi nella cittadella — ove fu cinto di barricate, erette da noi stessi — ed ove trovandosi calcato, per mancanza di spazio a tanta gente, fu obligato di capitolare, il 23 Luglio 1860 — rendendo fortezza, artiglieria, munizioni — ed una quantità di muli per i cannoni —
Padroni di Melazzo, e di tutta l'isola — meno le fortezze di Messina, Agosta, e Siracusa — portammo subito le nostre forze sullo stretto — Il generale Medici, occupò Messina, senza resistenza — fortificammo la punta del Faro; ed i nostri vapori poterono liberamente trafficare da Palermo alle posizioni del littorale da noi occupate —
Dall'occupazione di Palermo — si erano acquistati altri piroscafi mercantili — e coll'acquisto poi delVeloce[101]vapore da guerra borbonico, che ci condusse il bravo comandante Anguissola — ci trovammo con una piccola marina, che ci servì ottimamente in tutti i nostri bisogni —
Occupammo dunque lo stretto di Messina dal Faro, a quella città —
Le collonne Bixio, ed Eber[102]ci ragiungevano per le vie di Girgenti e Caltanisetta — e si formò una quarta divisione Cosenz — Dimodocchè ci trovammo ben presto, con una forza imponente, per noi assuefatti a vederne ben poca —
3º periodo.
Giunti allo stretto — bisognava passarlo — Sicilia reintegrata nella grande famiglia Italiana — era certo un bellissimo acquisto ¿Ma che? Dovevamo noi, per compiacere alla diplomazia, lasciare incompletta, monca, la patria nostra?E le Calabrie, e Partenope, che ci aspettavano a braccia aperte? Ed il resto d'Italia, ancora servo dello straniero o del prete? Bisognava passarlo — a dispetto della vigilanza somma dei Borbonici — e di chi per loro!
Un giorno, si potè, per mezzo d'un parteggiante nostro Calabrese, aprire intelligenza con alcuni militari del presidio della fortezza d'Alta fiumara — molto importante punto, della costa orientale dello Stretto — Incaricai i colonnelli Missori, e Mussolino di passare con dugento uomini nella notte — e procurare d'impadronirsi del forte suddetto —
Ma sia per difetto d'intelligenza — per paura della guida — o per altri motivi, l'impresa fallì — La gente sbarcata s'incontrò con una pattuglia nemica, che sconfisse — ma che, dando l'allarme furono i nostri obligati di prender le montagne —
Il preludio dell'impresa non era favorevole — e convenne abandonare il progetto di passare lo stretto a Faro e cercare di eseguire il passaggio in altra parte —
In quei giorni, giunse da Genova, Bertani e mi annunciò: che dovevano riunirsi agli Aranci, sulla costa orientale della Sardegna — circa cinque milla uomini dei nostri, da lui riuniti a Genova — e spediti a quella via pria della sua partenza di là — Tale determinazione di fermare cotesta gente agli Aranci, aveva origine da chi: come Mazzini, Bertani, Nicotera, ecc. — senza disapprovare le operazioni nostre nell'Italia meridionale, opinavano per diversioni nello stato pontificio o Napoli — o forse ancora, repugnavano di sottomettersi all'ubbidienza della Dittatura —
Per non urtare intieramente coll'idea strategica di quei Signori — mi nacque il pensiero di ragiungere io stesso cotesti cinque milla uomini, e con essi tentare un colpo di mano su Napoli —
M'imbarcai dunque con Bertani, a bordo delWashington, dirigendoci per gli Aranci (golfo) —
Giunti in quel porto — trovammo parte soltanto della spedizione — il maggior numero s'era già diretto per Palermo — Tale circostanza mi fece cambiar d'opinione sul progetto per Napoli —
Imbarcammo parte della gente sulWashingtonperchè fosse più comoda — passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Melazzo, e tornammo a punta di Faro — ove il generale Sirtori avea già disposto:due piroscafi nostri, ilTorinoed ilFranklin— facessero il giro della Sicilia, da Settentrione, ad occidente, e ostro sino nella parte orientale dell'isola a Taormina —
Fu cotesta: savia e felice risoluzione — I due piroscafi suddetti — giunsero a Giardini — porto di Taormina, v'imbarcarono la divisione Bixio, e la passarono felicemente a Melito in Calabria —
Dovendo la spedizione de' due piroscafi colla divisione Bixio partire da Giardini per Calabria — lo stesso giorno del mio arrivo a Faro — io m'imbarcai per Messina — vi presi una vettura — e giunsi a tempo per imbarcarmi colFranklin, e passare anch'io in Calabria —
Io voglio narrare un'incidente curioso successo a Giardini pria della nostra partenza per Calabria —
Giunto in quel punto della costa orientale Siciliana, vi trovai il generale Bixio, occupato ad imbarcare parte della sua gente e la brigata Eberard — a bordo dei due piroscafiTorinoeFranklin—
Il magnificoTorinoaveva già molta gente a bordo, ed era in buonissimo stato — IlFranklinall'incontro andava a pico, era quasi pieno d'acqua — ed il macchinista, protestava che non poteva seguire viaggio in tale stato —
Da ciò Bixio si trovava molto contrariato — e si disponeva a partire colTorinosolo — Io però, essendo stato a bordo alFranklin— ed avendo fatto gettar in mare quasi tutti gli ufficiali di bordo — sommergersi e cercare se potevano trovare la falla[103]. Mandai — nello stesso tempo — sulla costa per avere degli escrementi di animali erbivori — e con quelli fare della purina[104]— ciocchè stagnò alquanto il legno — radolcì il macchinista — e sapendosi che io stesso andrei colFranklin— si cominciò ad imbarcare il resto della gente — e verso le 10 p. m. navigammo verso la costa di Calabria — ove si giunse felicemente —
3º periodo.
Circa alla fine d'Agosto 1860 — e verso le 3 a. m. d'una bella giornata aprodammo sulla spiaggia di Melito — All'alba era tutta la gente in terra con armi e bagagli — e senza l'arenamento delTorino— che non potè uscire, ad onta degli sforzi fatti dalFranklinper tirarlo fuori — potevasi in quello stesso giorno procedere verso Reggio —
Alle 3 p. m. comparvero tre vapori borbonici capitanati dalFulminante— e cominciarono a cannonegiare, gente, vapore, ed ogni cosa — Provarono di metter fuori ilTorino— ma non potendovi riuscire lo incendiarono — IlFranklinera partito e fu salvo —
Verso le 3 della mattina, del giorno seguente lo sbarco, noi marciammo su Reggio — Passammo il capo dell'Armi, per lo stradale, e meriggiammo vicino un villagio, che si trova tra quel capo — e la bella sorella di Messina — La squadra nemica osservava i nostri movimenti —
Verso sera, ripresimo la marcia su Reggio — e giunti ad una certa distanza della città — obliquammo a destra per sentieri remoti, evitando così, gli avamposti nemici, che ci aspettavano sullo stradale.
Il collonnello Antonino Plutino, e vari patriotti Reggiani erano con noi — dimodocchè avevamo delle buone guide. Fecimo varie fermate, durante la notte, per lasciare riposare la gente, e per riunirla — ed alle due della mattina — assaltammo Reggio —
3º periodo.
L'assalto di Reggio, si eseguì dalla parte delle colline, cioè dall'oriente — ove trovammo poco resistenza per non essere aspettatti da quella parte — Le truppe borboniche sirinchiusero nei forti — dopo d'averci scaricato le loro armi — per cui ebbimo feriti il generale Bixio, il collonnello Pluttino e pochi altri ufficiali e militi — Gli avamposti nemici furono tagliati e parte fatti prigionieri — In quella notte successe uno di quei fatti, che può servire di norma ai giovani militi — e che si deve scansare inesorabilmente.
Io raccomando sempre: nelle operazioni di notte, di non sparare — e non mancai di ripeterlo varie volte in quella stessa notte — prima, e durante la marcia — Ma ad onta delle mie ammonizioni, i miei giovani compagni — mentre erano schierati sulla piazza di Reggio — dopo d'aver fugato il nemico nei forti — un tiro che partì dalle file — e chi dice da una finestra — forse involontariamente — fece sparare i fucili a tutta la collonna, composta di circa due milla uomini, senza vedere un solo nemico.
Io, che mi trovavo a cavallo, in mezzo a quel quadrato di tempesta — l'ordinanza della gente era in quadrato come la piazza — mi gettai giù, con una sola venturosa palla nel capello.
Non è la prima volta ch'io vedo tale sconcio, veramente vergognoso per dei militi — che al coraggio devono sempre aggiungere il sangue freddo — Sconci, che quando non sono accompagnati dalla fuga sono rimediabili — come successe in questa circostanza — Ma quando il panico si complica colla fuga — e qualche volta da certi codardi — col «salva chi può» allora ciò diventa proprio roba disonorevolissima — non da castigarsi colla fucilazione, ma a legnate ed a calci!
«Cavalleria! Cavalleria!» io ho udito gridare dalla canaglia — e quel grido aver per conseguenza la fuga di giovani militi non sperimentati — che trascina poi sovente i provetti con loro — Ed uomini cui succedono tali vergogne — devono desiderare naturalmente: sia la codardia loro, coperta dalle tenebre della notte — perchè, se di giorno — essi avranno il soghigno — il disprezzo — anche delle abitatrici di lupanari.
Ma stolti che sono! Se vi fosse realmente della cavalleria — ciocchè non succede generalmente nei panici — cagionati per lo più da cause frivole — ¿Non sarebbe meglio ricevere tale cavalleria, alla punta del moschetto — che col piatto delle spalle — essendo la cavalleria — veramente temibile per la gente che fugge?
Una carica di cavalleria, per le strade, o piazze d'unacittà — con cui una ventina d'uomini a cavallo, disperdono moltitudini di migliaia — Ma un individuo solo a piedi, col suo fucile, mettendosi lateralmente alla strada, alla piazza — in una porta — o dietro un pilastro — punta un cavaliere qualunque — e li porta via la punta del naso — in caso non abbia voglia di rovesciarlo — In ogni modo i panici — a cui vanno soggetti, massime i meridionali — sono disonorevoli a qualunque classe di militi — e l'unico miglior rimedio: si è di procurare non sparino i militi — cioè: sparino poco di giorno — e meno ancora di notte.
Padroni della città, al far del giorno, io dissi al generale Bixio: «Io, salgo sulle alture per scoprire, e vi lascio». Due erano i motivi, che mi spingevano a tale determinazione. Il primo: era di osservare, se rimanevano forze nemiche fuori di Reggio — Il secondo: veder se arrivava la collonna Eberard ch'era rimasta in dietro, e doveva giungere nella mattina —
Appena giunto sulle alture che dominano Reggio, io vidi una collonna nemica, forte di due milla uomini circa — che veniva da tramontana, avanzandosi sulle alture ch'io occupavo — Nel muovermi da Reggio — avevo fatto marciare meco una piccola compagnia di fanteria — e mi accompagnavan pure i tre ajutanti miei: Bezzi, Basso, e Canzio — che tutti furono obligati di moltiplicarsi in quel giorno, per la pocchezza del nostro numero, a proporzione di quello del nemico —
Io avevo collocato la mia piccola forza, sul punto culminante delle colline — ove si trovava la casa d'un colono — ch'io feci ritirare prevedendo un combattimento.
La mia previsione non andò errata: la collonna del generale Ghio, comandante in capo le forze di Reggio — s'avanzava realmente ed era vicinissima. Io posi in situazione di difesa la compagnia suddetta — e mandai per rinforzi nella città.
La posizione era delicata: i nemici eran molti — i miei pochi — e se i borbonici, in luogo di seguire il loro metodo prediletto: di far fuoco avanzando — caricano a dirittura i miei pochi militi — era impossibile di resister loro — ed incerto, l'esito della giornata — Giacchè essendo la città di Reggio, sulla sponda del mare — le colline circostanti la coronano da quasi ogni parte, meno da quella dello stretto — ed essendo i borbonici padroni di tali alture dominanti, e dei forti che si trovavano tuttora in loropotere — facilmente diventava per noi un rovescio — Ma anche questa volta la vittoria doveva sorriderci: giungendo in pochi — ma solleciti, i rinforzi inviati dal generale Bixio — si tennero le alte posizioni, da prima occupate — ed essendo accresciuti i nostri, in numero sufficiente — si caricò il nemico, che abbandonò il campo di battaglia — e si pose in ritirata verso settentrione.
I risultati dei combattimenti di Reggio — furono d'un'importanza somma — Si arresero i forti dopo alcuna difesa — Si rimase padroni d'un enorme materiale, da bocca e da guerra — ed ebbimo come base d'operazione sul continente una piazza, per noi, ben importante.
Nella mattina si perseguì il corpo di Ghio — che capitolò il giorno dopo — lasciando in nostro potere, molte armi minute — ed alcune batterie di campagna.
Si arresero tutti i forti che dominano lo stretto di Messina — compresovi Scilla — nelle vicinanze del quale era sbarcata la divisione Cosenz — che riunita alla divisione Bixio, contribuì alla capitolazione di Ghio.
Qui, devo menzionare una perdita preziosa per la democrazia mondiale — Deflotte, rappresentante del popolo a Parigi nel tempo della Republica — proscritto dal Bonaparte — s'era riunito ai Mille in Sicilia — e passò lo stretto colla divisione Cosenz.
I borbonici, all'annunzio dello sbarco di detta divisione, giunsero al littorale per attaccarla — e si contentarono però: di molestarla con alcune scaramuccie — In una di queste, il nostro Deflotte con un contegno d'intrepidezza ammirabile — fu ferito a morte da piombo nemico.
La nostra marcia lungo le Calabrie, fu un vero, e splendido trionfo, progredendo celeremente, tra marziali e fervidissime popolazioni, una gran parte di loro in armi, contro l'oppressore borbonico.
A Soveria mise abasso le armi, la divisione Vial, forte di circa otto milla uomini — dandoci un materiale immenso, in cannoni, moschetti, e munizioni — La brigata Caldarelli, capitolò colla collonna Calabrese di Morelli a Cosenza.
Infine dopo una corsa celere, di pochi giorni da Reggio a Napoli — precedendo sempre le mie collonne che non potevan ragiungermi, ad onta di marcie forzate — io giunsi nella bella Partenope.
3º periodo.
L'ingresso nella grande capitale — ha più del portento, che della realtà — Accompagnato da pochi ajutanti — io passai frammezzo alle truppe borboniche, ancor padrone, e mi presentavano l'armi, con ossequio più rispettoso certamente — che non lo facevano in quei tempi ai loro generali.
Il 7 settembre 1860! E chi dei figli di Partenope, non ricorderà il gloriosissimo giorno? Il 7 settembre cadeva l'aborrita dinastia, che un grande statista Inglese, avea chiamato «Maledizione di Dio!» e sorgeva sulle sue ruine, la sovranità del popolo — che una sventurata fatalità, fa sempre poco duratura.
Il 7 settembre, un figlio del popolo, accompagnato da pochi suoi amici, che si chiamavano ajutanti[105], entrava nella superba capitale dal focoso destriero[106]acclamato, e sorretto dai cinque cento milla abitatori, la di cui fervida ed irresistibile volontà, paralizzando un'esercito intiero — li spingeva alla demolizione d'una tirannide — all'emancipazione dei sacri loro diritti — la di cui scossa, avrebbe potuto movere l'intiera Italia, e portarla sulla via del dovere — il di cui ruggito, basterebbe a far mansueti i reggitori insolenti ed insaziabili — ed a rovesciarli nella polve!
Eppure il plauso, ed il contegno imponente del grande popolo, valsero nel 7 settembre 1860 a mantenere innocuo l'esercito borbonico, padrone ancora dei forti, e dei punti principali della città — da dove avrebbe potuto distruggerla.
Io entrava in Napoli — mentre tutto l'esercito meridionale, trovavasi ancora ben distante verso lo stretto di Messina — ed il re di Napoli — avea abandonato, il giorno antecedente, il suo seggio per ritirarsi a Capua.
Il nido monarchico, ancor caldo, venne occupato dagli emancipatori popolani — ed i ricchi tapeti delle reggie, furon calpestati dal rozzo calzare del proletario.
Esempi questi, che dovrebbero servire — a qualche cosa, anche per i governi — che falsamente si titolano riparatori — almeno al miglioramento della condizione umana — ma che non servono per l'egoïsmo, l'albagìa, la cocciutaggine degli uomini del privilegio — che non si correggono nemmeno quando il leone popolare, spinto alla disperazione, rugge alle loro porte, per sbranarli con ira selvaggia, ma giusta, ma figlia dell'odio seminato dalla tirannide —
A Napoli, come in tutti i paesi percorsi dallo stretto di Messina — le popolazioni furono sublimi d'esaltazione e d'amor patrio — ed il loro imponente contegno — contribuì certo moltissimo, a sì brillanti risultati.
Altra circostanza ben favorevole alla causa nazionale — fu il tacito consenso, della marina militare borbonica — che avrebbe potuto: se intieramente ostile, ritardare molto il nostro progresso verso la capitale — E veramente i nostri piroscafi trasportavano liberamente i corpi dell'esercito meridionale, lungo tutto il littorale Napoletano, senza ostacoli — ciocchè non avrebbero potuto eseguire con una marina assolutamente contraria.
In Napoli più potente che a Palermo, aveva il Cavourismo lavorato indefessamente — e vi trovai non piccoli ostacoli — Corroborato poi dalla notizia: che l'esercito Sardo invadeva lo stato pontificio, esso diventava insolente.
Quel partito basato sulla corruzione — nulla avea lasciato d'intentato — Esso s'era lusingato pria, di fermarci al di là dello stretto — e circoscrivere l'azione nostra nella sola Sicilia — Perciò aveva chiamato in sussidio il magnanimo padrone — per cui già un vascello della marina militare Francese era comparso nel Faro — Qui ci valse immensamente il veto di Lord John Russel — che in nome d'Albion imponeva al sire di Francia: di non mischiarsi delle cose nostre.
Ciocchè più mi urtava nei maneggi di cotesto partito — era di trovarne le traccia in certi individui che mi erano cari, e di cui mai avrei dubitato. Gli uomini incorrutibili, erano dominati coll'ipocrita, ma terribile pretesto della necessità! La necessità d'esser codardi! La necessità di ravvolgersi nel fango, davanti ad un simulacro di effemera potenza — e non sentire, non capire, la robusta, imponente,maschia volontà d'un popolo che volendoesseread ogni costo — si dispone a frangere cotesti simulacri insettivori, e disperderli ne letamajo da dove scaturirono.
Cotesto partito, composto di compri giornali, di grassi proconsoli, e di parassiti d'ogni genere — sempre pronti a servire — con ogni specie d'abbassamento e di prostituzione — chi lo paga — e pronto sempre a tradire il padrone quando questi minaccia di crollare — quel partito dico: mi fa l'effetto dei vermi sul cadavere — il loro numero ne segna il grado di putridume! In ragion diretta del numero di questi vermi — si può valutare la corruzione d'un popolo!
Io ebbi a soffrire delle mortificazioni da quei signori, che da protettori la facean, dopo le nostre vittorie — e che il calcio dell'asino, ci avrebbero dato — come lo diero a Francesco II — se sconfitti — mortificazioni ch'io certo, non avrei tolerato — se d'altro trattatto si fosse, che della causa santa dell'Italia.
Per esempio, giungono due battaglioni dell'esercito Sardo, non dimandati — Il di cui scopo reale, era: il non lasciar fuggire la preda della ricca Partenope, ed assicurarla — col pretesto però di porli ai miei ordini — se richiesti — Io li chiedo — e mi si risponde: che devesi ottenere il beneplacito dell'ambasciatore — questo, consultato — risponde: che si deve chiedere il permesso a Torino!...
Ed i miei prodi compagni — si battevano, e vincevano sul Volturno — Non solamente senza il concorso di un solo soldato di truppa regolare — ma privi dei contingenti che la gioventù generosa di tutta Italia, voleva inviarci — e che Cavour e Farini trattenevano od imprigionavano.
I pochi giorni passati in Napoli — dopo l'accoglienza gentile, fatami da quel popolo generoso — furon piutosto di nausea — giustamente per le mene e sollecitudini, dei sedicenti cagnotti delle monarchie — che altro non sono in sostanza, che sacerdoti del ventre — Aspiranti immorali e ridicoli — che usarono i più ignobili espedienti per rovesciare quel povero diavolo di Franceschiello — colpevole solo d'esser nato sui marciapiedi d'un trono — rovesciarlo, per sostituirlo del modo che tutti sanno.
Tutti sanno le trame d'una tentata insurrezione — che doveva aver luogo prima dell'arrivo dei Mille — e per toglier loro il merito di cacciar il Borbone — e farsene belli poi, presso l'Italia — con poca fatica e merito — Ciòpoteva benissimo eseguirsi — se coi grassi stipendi, la monarchia sapesse infondere nei suoi agenti — un po più di coraggio — e meno amor per la pelle — Non ebbero il coraggio di una rivoluzione, i fautori Sabaudi — ed era allora tanto facile di edificare sulle fondamenta altrui — eppure sono maestri in tali apropriazioni — ma ne avevan molto per intrigare — tramare — sovvertire l'ordine publico — e quando nulla avean contribuito alla gloriosa spedizione — oggi, che poco rimaneva da fare — ed era divenuto il compimento facile — la smargiassavano da protettori ed alleati nostri — sbarcando truppe dell'esercito sardo in Napoli — (per assicurare la gran preda s'intende) e giunsero al punto di protezionismo — da inviarci due compagnie dello stesso esercito, il giorno dopo la battaglia del Volturno, il 20 ottobre —
Sempre il calcio dell'Asino!
Trattavasi di rovesciare una monarchia per sostituirla — senza volontà, o capacità di far meglio per quei poveri popoli — ed era bello, veder quei magnati di tutti i despotismi — usar ogni specie di malefica influenza — corrompendo l'esercito, la marina, la corte, i ministeri — servendosi di tutti i mezzi i più subduli — per ottenere l'intento indecoroso.
Sì! era bello il barcamenare di tutti cotesti satelliti, facendola da alleati del re di Napoli consigliandolo — cercando di condurlo a trattativefraterneed attorniandolo d'insidie, e di tradimenti — E se non avessero tanto temuto per la brutta loro pelle — essi potevano presentarsi all'Italia come liberatori.
Che bello! se potevano far stare con tanto di naso, i Mille, e tutta la democrazia Italiana — Ma sì! sono i bocconi fatti che piacciono a cotesti liberatori dell'Italia, a grandi livree.
Anche a Palermo — com'era naturale — tramavano i fautori Cavouriani — e gettavano contro i Mille la diffidenza tra la popolazione — spingendola ad un'annessione intempestiva.
Essi mi obligarono di lasciare l'esercito sul Volturno — alla vigilia di una battaglia — per recarmi a Palermo — e placare quel bravo popolo, suscitato da loro — Assenza che costò all'esercito meridionale — la sconfitta di Cajazzo — unica, in tutta quella gloriosa campagna.
3º periodo.
Obligato di lasciare l'esercito sul Volturno — e di recarmi a Palermo — io avea raccomandato al generale Sirtori degno capo dello stato maggiore — di lanciare delle bande nostre, sulle comunicazioni del nemico — Ciò fu fatto — ma pare, chi ne avea l'incarico — trovò opportuno di fare qualche cosa di più serio — e col prestigio delle precedenti vittorie — non dubitò: qualunque impresa esser possibile, ai nostri prodi militi.
Fu decisa l'occupazione di Cajazzo — villagio all'oriente di Capua sulla sponda destra del Volturno — Tale posizione piutosto difendibile, distava però, dal grosso dell'esercito borbonico, accampato a levante di Capua, di poche miglia — Tale esercito contava circa una quarantina di milla uomini, ed ingrossava ogni giorno.
Per occupare Cajazzo, si fece una dimostrazione sulla sponda sinistra del Volturno — ove perdemmo alcuni buoni militi — massime per la superiorità delle carabine borboniche, e per essere i nostri allo scoperto.
Il 19 settembre ebbe luogo l'operazione — si occupò Cajazzo — ed io giunsi nello stesso giorno da Palermo, per assistere al deplorevole spettacolo, del sacrifizio dei nostri militi — che avendo marciato — secondo il costume dei volontari, con impetto verso la sponda del fiume — furono poi obligati, non trovandovi ricovero, contro la grandine di palle nemiche — di retrocedere fuggendo, fulminati nella schiena. Questo fu il risultato della dimostrazione sul fiume per chiamar l'attenzione del nemico, ed occupar Cajazzo — Il giorno seguente poi — attaccato Cajazzo da forze borboniche preponderanti — i pochi nostri furono obligati di evacuarlo, e ritirarsi precipitosamente sul Volturno — ove si perdettero non pochi militi, fucilati, ed affogati nel passagio del fiume — l'operazione di Cajazzo, fu più che un'imprudenza — fu una mancanza di tatto militare — da parte di chi la comandava.
Fra i perduti nostri, contammo il prode collonnello Tita Cattabene, coperto di ferite e prigioniero — ed il valoroso Bovi, figlio del maggiore Paolo Bovi — anche ferito e prigioniero — Non ricordo gli altri — Intanto l'impresa infelice di Cajazzo — una d'Isernia, ed il risveglio dell'Idra pretina, nelle campagne a tramontana del Volturno — risveglio, che aumentava in ragion diretta del concentramento ed acrescimento dell'esercito borbonico a Capua — Non poco anche: le astute mene dei Cavouriani — che lavoravano a tutt'uomo per screditarci — Tutto ciò demoralizzò alquanto parte nostra — rialzò il morale dei borbonici — e fu per loro, fortunato preludio, della gran battaglia meditata, che ebbe luogo poco dopo: il 1º e 2º Ottobre.
L'esercito borbonico, sconquassato in Sicilia, nelle Calabrie, ed a Napoli, da tante perdite — si ritirava dietro il Volturno, facendo centro a Capua — che provvedeva e fortificava.
Le prime collonne dell'esercito meridionale — arrivate appena nelle vicinanze di Napoli — furono dirette verso Avellino ed Ariano, a sedare alcuni moti reazionari, suscitati da preti e da borbonici — Il generale Türr ne fu incaricato — ed adempì perfettamente.
Sedati che furono i torbidi d'Avellino, Türr ebbe ordine di occupare Caserta colla sua divisione — e S.taMaria, e gli altri corpi erano avviati a quella direzione, a misura che arrivavano su Napoli — lasciandoli soggiornare, meno tempo possibile in quella capitale — La divisione Bixio occupò Maddaloni, coprendo la strada principale, che mette a Campobasso ed Abruzzi e formando la destra del nostro piccolo esercito.
La Divisione Medici occupò monte S. Angelo — che domina Capua ed il Volturno — e fu rinforzato poi, da corpi di nuova formazione comandati dal generale Avezzana — Una brigata della Divisione Medici comandata dal generale Sacchi, occupava il pendìo settentrionale del monte Tifate che mette nel Volturno — Tutte quelle forze formavano il nostro centro — La divisione Türr occupò S.taMaria — formando la nostra sinistra.
Le riserve agli ordini del capo di Stato Maggiore generale Sirtori, stazionarono in Caserta.
3º periodo.
L'aurora del 1º Ottobre, illuminava — nelle pianure della vecchia capitale della Campania — un'atroce mischia — una battaglia fratricida!
Dalla parte dei borbonici — è vero — eran molti i mercenari stranieri: Bavaresi, Svizzeri, ed altri che da vari secoli, sono assuefatti a considerare questa nostra Italia, come una villeggiatura od un lupanare — E cotesta ciurmaglia, sotto la guida e la benedizione del prete — ha sempre sgozzato — di preferenza — gl'italiani, dal prete educati a piegar il ginocchio — Ma pur troppo: la maggior parte dei combattenti alle falde della Tifate[107]eranfiglidi questa terra infelice — spinti a maccellarsi reciprocamente — gli uni condotti da un giovine re, figlio del delitto — gli altri propugnando la causa santa del loro paese — Da Annibale, vincitore delle superbe legioni — ai giorni nostri, le campagne Campane — non avean certo veduto, più fiero conflitto — ed il bifolco passando l'aratro su quelle zolle ubertose, urterà, per molto tempo ancora, nei teschi, dalla rabbia umana seminati.
Tornato da Palermo, e visitando ogni giorno la posizione dominante di S. Angelo — da dove scorgevasi bene il campo nemico — a levante della città di Capua — e sulla sponda destra del Volturno — io congetturai: esser i borbonici in preparativi di battaglia — Essi si disponevano di passare all'offensiva — acresciuti — quanto potevano — di numero — e baldanzosi per pochi parziali vantaggi, ottenuti su di noi.
Da parte nostra, si fecero alcune opere di difesa — che molto valsero — a Maddaloni, a S. Angelo, e massime a S. Maria — che più ne abbisognava per esser in pianura, e la più esposta — senza ostacoli naturali.
La nostra linea di battaglia era difettosa — Essa eratroppo estesa da Maddaloni a S. Maria — Il centro nemico che dovevasi considerare la massa più forte — era in Capua, da dove poteva sboccare a qualunque ora della notte, e sorprendere a circa tre miglia di distanza, l'ala nostra sinistra — schiacciarla pria di poter essere sostenuta dalle altre parti — e dalle riserve.
S. Angelo centro della nostra linea, è posizione forte per natura — ma avressimo dovuto aver più tempo, per eseguirvi le opere, di difesa, necessarie — e più gente per difenderne la vasta sua area — È, poi, dominata dall'altissimo Tifate — che la padroneggia assolutamente, se in mano del nemico — Maddaloni, posizione importantissima — che doveasi pure, tenere con tutta la divisione Bixio — poichè passando il nemico nell'alto Volturno — e prendendo la via di Maddaloni per Napoli con molta forza, sarebbe stato in poche ore nella capitale, lasciandoci noi sul Volturno Capuano.
Le riserve tenevansi a Caserta — e non eran numerose — certamente, dovendo noi occupare una linea sì estesa — Eravamo, di più, obligati di tenere alcuni corpi di concatenazione al fronte, tra monte S. Angelo e Caserta sul Volturno, a S. Leucio per impedire al nemico di frammettersi tra le nostre ali.
S.taMaria era la più difettosa delle nostre posizioni: per esser in pianura — colle poche opere di difesa da noi innalzate in pochi giorni — per prestarsi favorevole alla numerosa cavalleria nemica — ed alla sua artiglieria, anche più numerosa e meglio servita — Essa era stata occupata, in ossequio della buona sua popolazione — che avendo avuto alcune velleità liberali, alla ritirata dei borbonici — era tremante all'idea di rivedere i suoi antichi padroni.
La forza nostra di S. Maria, collocata in riserva di monte S. Angelo, alle falde del Tifate — avrebbe reso la nostra linea assai più forte.
Occupata S. Maria, conveniva occupare Santammero come suo posto di sinistra — e mantener una forza sulla strada di S. Maria a S. Angelo — per tenere le comunicazioni aperte tra i due punti. Tuttociò era debole, e consiglio i miei giovani concittadini, che potrebbero trovarsi nello stesso caso — a non rischiare la sicurezza dell'esercito, in considerazione del pericolo d'un paese — di cui ponno ritirarsi gli abitanti in luogo sicuro.
E veramente: il difetto della nostra linea — non mi lasciavatranquillo — siccome i preparativi d'una imminente battaglia — a cui preparavasi l'esercito borbonico, più numeroso e meglio fornito d'ogni cosa del nostro.
Circa alle 3 del mattino del 1º Ottobre — io montavo in via ferrata a Caserta, ove tenevo il mio quartier generale — seguito da parte del mio stato maggiore — e giungevo in S. Maria prima dell'alba — Montavo in carrozza per recarmi a S. Angelo — ed in quel momento udivasi la fucilata verso la sinistra nostra — Il generale Milbitz che comandava le forze ivi riunite — venne a me, e mi disse: «Siamo attaccati verso Santammaro — e vado a vedere ciocchè v'è di nuovo» Io ordinai di marciare, con tutta velocità, alla carrozza —
Il romore delle fucilate ingrossava — e si estese poco a poco su tutta la fronte sino a S. Angelo — Al primo albore, io giunsi sulla strada, a sinistra delle nostre forze di S. Angelo — già impegnate — e giugendo mi accolse una grandine di palle nemiche —
Il mio cucchiere fu ucciso — la carozza fu crivellata di palle — e con me, i miei ajutanti, fummo obligati di scendere e sguainar le sciabole per aprirsi cammino — Io mi trovai presto, in mezzo ai Genovesi di Mosto — ed ai Lombardi di Simonetta — quindi, non fu necessario di difenderci noi stessi — quei prodi militi, vedendoci in pericolo, caricarono i borbonici con tant'impetto — che li respinsero un buon pezzo distanti — e ci facilitarono la via per S. Angelo — L'addentrarsi del nemico nelle nostre linee, ed alle spalle — movimento d'altronde ben eseguito — con molta sagacia, e di notte naturalmente — provava esser egli ben pratico del paese —
Tra le strade che dal Tifate, e da monte S. Angelo mettono verso Capua, ve ne sono incassate nel terreno che posa sul tufo volcanico — alla profondità di più metri — Tali strade furon forse praticate in tempi antichi — come comunicazioni tatiche d'un campo di battaglia — e le acque piovane scendendo dai monti circostanti — hanno senza dubbio influito a scavarne maggiormente il fondo.
Il fatto sta: che in una di quelle strade — ponno transitarvi forze considerevoli, anche delle tre armi — ed assolutamente al coperto.
I Generali borbonici, nel loro meditatissimo piano di battaglia, aveano accortamente profitato di tali strade per far passare alcuni battaglioni alle spalle della nostra linea — ecollocarsi sulle formidabili alture del Tifate — nella notte.
Disimpegnatomi dalla mischia in cui m'ero trovato per un momento — io m'incamminai coi miei ajutanti verso S. Angelo — credendo: esser il nemico solo alla sinistra nostra — ma procedendo verso le alture mi accorsi presto esserne il nemico padrone — ed alle spalle della nostra linea — Erano certamente i battaglioni borbonici — che di notte — per le strade coperte — di cui ho già fatto cenno — avean tagliato la nostra linea, e s'eran portati dietro di noi nell'alto. Senza perder tempo, raccolsi quanti militi mi cadettero sottomano, e ponendomi per le vie della montagna, cercai di girarlo al dissopra —
Mandai nello stesso tempo una compagnia Milanese ad occupare la sommità del Tifate — o S. Nicola che domina tutte le colline di S. Angelo —
Detta compagnia, e due compagnie della brigata Sacchi, ch'io avevo chiesto, e che comparirono opportunamente — fermarono il nemico — che si disperse, e di cui si fece una quantità di prigionieri — Io potei allora salire sul monte S. Angelo — da dove vidi la pugna, fervere energicamente su tutta la linea da S. Maria a S. Angelo — ora favorevole a noi — ed ora i nostri piegando davanti all'impulso delle masse nemiche —
Da vari giorni — da monte S. Angelo — ove tutto potevo discernere nel campo nemico — molti indizi mi anunziavano un'attacco; e perciò io non mi ero lasciato allettare, dalle differenti dimostrazioni fatte dal nemico sulla destra, e sulla sinistra nostra — il di cui motivo principale, era quello di obligarci ad allontanare delle forze nostre dal centro — ove esso pensava dirigere, i maggiori suoi sforzi —
E ben ci valse — poichè i borbonici, impiegarono contro di noi nel 1º Ottobre, quanta forza disponibile ancora — avevano in campo e nelle fortezze — e per fortuna ci attaccarono simultaneamente su tutte le posizioni — nell'estensione della linea nostra — Dovunque si combatteva, e con molta ostinazione da Maddaloni a S. Maria —
A Maddaloni, dopo varia fortuna — il generale Bixio — avea respinto vittoriosamente il nemico. A S. Maria, ove il generale Milbitz fu ferito — fu pure respinto — ed in ambi i punti lasciò prigionieri, e cannoni —
A S. Angelo successe lo stesso dopo un combattimento di più di sei ore — ma essendo le forze nemiche tantoimponenti in quel punto — esse eran rimaste con una forte collonna, padrone delle comunicazioni tra cotesto punto e S. Maria — dimodocchè, per portarmi alle riserve, ch'io avevo chiesto al generale Sirtori — e che colla via ferrata dovevano giungere da Caserta a S. Maria — io fui obligato di fare un giro a levante dello stradale e giunsi in S. Maria dopo le 2 p. m.
Le riserve da Caserta, giungevano in quel momento — e le feci schierare in collonna d'attacco sullo stradale che mette a S. Angelo — La brigata Milano in testa, sostenuta dalla brigata Eber — ed ordinai in riserva parte della brigata Assanti — Spinsi pure all'attacco i prodi Calabresi di Pace, che trovai tra le piante sulla mia destra — e che combatterono pure splendidamente —
Appena uscita la testa di collonna dal folto — che copre lo stradale vicino S. Maria — verso le 3 p. m., essa fu scoperta dal nemico, che cominciò a tirarci delle granate — ciocchè cagionò un po di confusione tra i nostri — ma per un momento — ed i giovani bersaglieri Milanesi, che marciavano avanti — al tocco di carica, si precipitarono sul nemico —
Le catene dei bersaglieri Milanesi furon tosto seguite da un battaglione della stessa brigata — che caricò impavidamente il nemico, senza fare un tiro come aveva l'ordine.
Lo stradale che da S. Maria va a S. Angelo — è a destra di quello da S. Maria a Capua — e forma con questo, un'angolo di circa 40 gradi — dimodocchè procedendo la collonna nostra per lo stradale, lo spiegamento della stessa doveva esser sempre sulla sinistra — ove si trovava il nemico in gran numero dietro a ripari naturali — Impegnati che furono i Milanesi e Calabresi — io spinsi al nemico la brigata Eber, sulla destra dei primi — Ed era bel vedere i veterani dell'Ungheria[108]coi loro compagni dei Mille — marciare al fuoco colla tranquillità, col sangue freddo — con cui si passeggia in un campo di manovre, e collo stesso ordine — La brigata Assanti, seguì il movimento in avanti — e la ritirata del nemico tardò poco a manifestarsi verso Capua.
Il movimento di cotesta collonna d'attacco sul nemicodel centro — fu quasi simultaneamente seguito a destra dalle divisioni Medici ed Avezzana — e sulla sinistra dal resto della divisione Türr — sullo stradale di Capua.
Il nemico dopo d'aver combattutto ostinatamente fu sbaragliato su tutta la linea — e si ritirò in disordine dentro Capua, protetto dal cannone della piazza — verso le cinque p. m. — Circa a quell'ora il generale Bixio, mi annunciava la sua vittoria dell'ala destra sui borbonici — Per cui, io potei telegrafare a Napoli:
«Vittoria su tutta la linea».
Il fatto del 1º Ottobre al Volturno — fu una vera battaglia campale —
Ho già detto: esser la nostra linea difettosa, per irregolarità, e per troppa estensione — Ebbene, per fortuna nostra, fu pur difettoso, il piano di battaglia dei generali borbonici.
Essi ci diedero una battaglia parallella, potendo darcela obliqua — con cui avrebbero inutilizzato le opere nostre di difesa — e ricavato dei vantaggi immensi.
Essi ci attaccarono con forze considerevoli, su tutta la linea — in sei punti diversi — A Maddaloni — a Castel Morrone — a S. Angelo — a S. Maria — a S. Tammaro, ed a S. Leucio[109]—
Diedero così una battaglia parallella — cozzando con posizioni e forze preparate a riceverli — Se avessero, invece, preferito una battaglia obliqua, ciocchè stava in loro potere — avendo essi l'iniziativa dell'attacco — facilitata dalla forte posizione di Capua — a cavallo — e con ponti sul Volturno — minacciando con avvisaglie di notte — cinque dei punti sumentovati — e nella notte stessa portare quaranta milla uomini — sulla nostra sinistra a Santammaro — io non dubito: essi potevano giungere a Napoli, con poche perdite. Non sarebbe stato — perciò — perduto l'esercito meridionale — ma un grande scompiglio ce lo avrebbero cagionato — massime tra le impressionabili popolazioni Partenopee —
Un'altro motivo d'inferiorità borbonica — era pure: «il far fuoco avanzando» prediletto sistema dei nostri nemici — acui fu fatale, in tutti gli incontri coi volontari nostri — che all'incontro li vinsero sempre — colle loro cariche a fondo e senza fare un tiro —
Mi si obbietterà: tale nostro sistema esser nocivo, colle nuove armi di precisione — ed io dico con convincimento: esser più necessario ancora con tali armi —
Supponiamo un campo di battaglia piano, e sprovvisto d'ostacoli — Due linee di bersaglieri stanno in presenza — l'una marciando, e facendo fuoco sull'altra, ferma e rispondendo ai tiri nemici —
Io dico: il vantaggio esser per la linea ferma — poichè questa, carica l'arma e fa fuoco con più sangue freddo e meno spossatezza — Il milite obliqua meglio il corpo — per presentare meno superficie possibile ai projetti nemici — Mentre quello che avanza, deve essere più agitato — quindi meno precisi i suoi colpi — e sopratutto è impossibile, ch'egli possa andare avanti senza esporre il suo corpo, più di quello che aspetta — Colle armi odierne — se una catena di bersaglieri ha il sangue freddo d'aspettarne una nemica che venga, facendo fuoco avanzando — essa perderà certamente molti uomini — ma certo dei nemici non ne giungerà uno illeso — Poi, son pochi i paesi — e pochi i casi — ove una linea di bersaglieri, dovendo aspettare il nemico in posizione — non trovi nella stessa, alcun'ostacolo da coprire in parte, od in totale i suoi militi — In quest'ultimo caso — a parità di numero — non vi sarà un solo soldato — della catena avanzando, che possa giungere a quella che aspetta in posizione. O non si deve caricare il nemico nelle sue posizioni — o conviene caricarlo sino alla mischia — senza di che, si perderà molta gente — e non si giungerà alla meta —
Uno dei grandi vantaggi nostri alla battaglia del Volturno — fu pure la bravura dei nostri ufficiali — Quando si ha dei luogotenenti come Avezzana, Medici, Bixio, Sirtori, Türr, Eber, Sacchi, Milbitz, Simonetta, Missori, Nullo ecc. — è ben difficile: veder la vittoria, disertar le bandiere della libertà e della giustizia —
3º periodo.
Accanto alle immortali famiglie dei Cairoli, Debenedetti — e di tante altre — per cui veste lutto l'Italia — posiamo alla venerazione di tutti quella dei Bronzetti —
Il maggiore fratello — caduto contro gli Austriaci a Seriate — Il secondo, non meno eroïcamente a Castel Morrone — Resta un terzo ai vecchi genitori — ed anche questo col consenso degli incomparabili vegliardi — pronto a dar la sua vita all'Italia — Servano tali esempi d'eroïsmo alle generazioni venture — Mentre la pugna ferveva nelle pianure Capuane — il maggiore Bronzetti, alla testa di circa dugento uomini, sosteneva l'urto di quattro milla borbonici — e li respingeva a varie riprese dalle posizioni da lui occupate — Invano il nemico, per tante volte, intimò la resa, a qualunque patto — meravigliato da tanta bravura — Invano! Il prode Lombardo, avea deciso di morire co' suoi compagni — ma non arrendersi —
Avanzo di dieci assalti pochi restavano del piccolo suo battaglione — la maggior parte giacevano morti, o morenti sul campo della strage —
I pochi restanti però — non vollero udire di resa — trincierati nell'alto del rovinato castello — ed animati dall'esempio del loro valoroso capo — «Arrendetevi ragazzi» gridavano gli ufficiali borbonici: Arrendetevi — non vi sarà torto un capello — e già faceste abbastanza per l'onore»
«Che arrendersi!» gridavano quei superbi, e gloriosi figli d'Italia: «Fatevi avanti — se avete animo!»
Essi terminarono sino all'ultimo cartuccio — sostennero l'urto finale colla bajonetta — e caddero tutti! Soli, alcuni pochi, gravemente feriti, furono trasportati a Capua —
¿Ed ove giacciono le ossa di cotesti eroi, dell'eroïco Bronzetti? Italia! Terra di monumenti — Le ricorderai?
3º periodo.
Reduce la sera del 1º — in S. Angelo — stanco ed affamato, per nulla aver preso nella giornata — io ebbi la fortuna di trovarvi i miei prodi carabinieri Genovesi — in casa del parrocco — Fu quella una venturosa scoperta: ebbi un lauto pranzo, il cafè dopo quello — e mi sdrajai saporitamente — non ricordo ove —
Comunque: nemmen quella notte, ero destinato a riposare.
Appena sdrajato, ebbi notizie: che una collonna nemica di 4 a 5 milla uomini — trovavasi a Caserta Vecchia — minacciando di scendere a Caserta —
Era notizia da non disprezzarsi — e diedi ordine: per le due della mattina, ai Carabinieri Genovesi di trovarsi pronti, con 350 uomini del corpo di Spangaro — ed una sessantina di montanari del Vesuvio —
Con tale forza — marciai all'ora suddetta su Caserta, per la via della montagna e S. Leucio — Prima di giungere a Caserta — il collonnello Missori, ch'io avevo incaricato di scoprire il nemico — con alcune delle valorose sue guide — mi avvertì: trovarsi il nemico, schierato, sulle alture di Caserta Vecchia — stendendosi verso Caserta — ciocchè potei verificare io stesso, poco dopo —
Mi recai a Caserta, per concertare col generale Sirtori il modo d'attaccare quel nemico — che non credetti sì ardito, d'attaccare il quartier generale nostro — e che m'ingannai in tale apprezzamento, come si vedrà presto —
Combinai col generale suddetto di riunire tutte le forze che si trovavano alla mano, e di marciare al nemico per il suo fianco destro, cioè: attaccandolo per le alture del parco di Caserta — mettendolo così tra noi, la brigata Sacchi di S. Leucio, e la divisione Bixio, a cui avevo mandato ordine di attaccare il nemico dalla parte di Maddaloni —
I borbonici, dalle alture, scoprendo poca gente in Caserta, proposero d'impadronirsene — non conoscendo probabilmente il risultato della battaglia del giorno antecedente — e quindilanciarono circa la metà delle loro forze su cotesta città assaltandola vigorosamente — Dimodocchè mentre io mi trovavo marciando al coperto — girando il loro fianco destro — due milla di loro scendevano dalle alture piombando sul nostro quartier generale — e se ne sarebbero forse impadroniti — se il generale Sirtori — colla solita bravura, con una mano di prodi che si trovavano nella città — non li avessero respinti — Io procedevo intanto, coi Calabresi del generale Stocco, quattro compagnie dell'esercito regolare nostro[110]ed alcune altre frazioni di corpi — verso la destra del nemico — che trovammo schierato in battaglia nell'alto — servendo di riserva, a coloro che stavano attaccando Caserta — e che senza dubbio non s'aspettava l'improvisa apparizione nostra —
I borbonici sorpresi resistettero poco — e furono spinti quasi alla corsa — perseguiti dai coraggiosi Calabresi ecc. — sino a Caserta Vecchia — Alcuni si sostennero un momento, in cotesto villaggio, facendo fuoco dalle finestre, e da certe macerie, che loro servivano di riparo — ma presto furono circondati e fatti prigionieri — quei che fuggirono verso ostro, caddero in potere dei corpi di Bixio — che dopo d'aver combattutto e vinto, valorosamente il 1º a Maddaloni — giungeva come un lampo, sul nuovo campo di battaglia —
Quei che presero verso tramontana, capitolarono col generale Sacchi — a cui avevo ordinato di seguire il movimento della mia collonna — Dimodocchè di tutto il corpo nemico — che giustamente, ci aveva alquanto sgomentati — pochi furono quelli che poterono salvarsi —
Tale corpo era lo stesso, che aveva attaccato, e distrutto il piccolo battaglione del Maggiore Bronzetti, a Castel Morrone — e che l'eroïca difesa di quel valoroso, col suo pugno di prodi — aveva trattenuto la maggiore parte del giorno 1º Ottobre, ed impedito quindi, che ci giungesse alle spalle nella fiera battaglia — Chi sa: il sacrificio dei dugento martiri — non fosse la salvazione dell'esercito nostro.
Come si è veduto durante la battaglia del Volturno chi la decise furono le riserve giunte sul campo di battaglia, verso le 3 p. m. E se coteste riserve fossero state trattenute a Caserta da un corpo nemico — la giornata risultava almenoindecisa — Ciò prova pure: esser state le disposizioni dei generali borbonici — non tanto cattive — e che nelle combinazioni di guerra — bisogna esser secondati dalla fortuna, o da un genio, molto superiore —
Il corpo di Sacchi, contribuì non poco — a trattenere la collonna nemica suddetta — al di là del parco di Caserta, nella giornata del 1º respingendola valorosamente —
Colla vittoria di Caserta Vecchia — 2 Ottobre 1860 si chiude il glorioso periodo delle nostre battaglie nella campagna del 60 —
L'esercito Italiano del settentrione che Farini e compagni, inviavano per combatter noi, personificazione della rivoluzione[111], ci trovò frattelli — ed a cotesto esercito toccò la cura di ultimare l'annientamento del borbonismo nelle due Sicilie — Per sistemare la condizione de' prodi miei commilitoni — io chiesi il riconoscimento dell'esercito meridionale — siccome parte dell'esercito nazionale — e fu un'ingiustizia non concederlo — Si voleva godere il frutto della conquista — ma cacciarne i conquistatori —
Ciò inteso: io deposi a mano di Vittorio Emanuele,[112]la Dittattura, che m'era stata conferita dal popolo — proclamandolo re d'Italia — A lui raccomandavo i miei valorosi fratelli d'armi — e questa era la sola parte sensibile del mio abbandono — desïoso com'ero di ripigliare la mia solitudine —
Io lasciavo quella gioventù generosa — che s'era lanciata attraverso il mediterraneo, fidente in me — disprezzando ogni genere di contrarietà, di disagi, di pericoli — affrontando la morte, in dieci accaniti combattimenti, colla sola speranza dello stesso guiderdone, ottenuto in Lombardia, e nell'Italia centrale: nel plauso dell'angelica loro coscienza — e in quello del mondo, testimone di fatti stupendi —
Con tali compagni — alla di cui bravura — io devo la maggior parte de' miei successi — io affronterei certo volentieri — qualunque più ardua impresa!