Io mi ero figurato: che l'attacco non si sarebbe limitato al fronte solo della nostra sinistra — e che secondo tutte le regole per assaltare una posizione come quella di Varese — si avrebbe dovuto: simulare se si voleva sulla strada principale della sinistra — ma portare le massime forze a rovescio — ossia al nord di Bium — ove il terreno è dominante —
Urban invece attaccò il toro per le corna — e tanto meglio per noi — che pochi come eravamo — avevam bisogno di non esser distratti con combinazioni d'assalti su vari punti — e dalla parte di Milano ove esistevano delle forze nemiche considerevoli —
Dall'alto di Bium — ove avevo posto il mio quartier generale — posizione dominante — e preziosa per padroneggiare un campo di battaglia — io scoprivo perfettamente ogni mossa del nemico, e nostra — e la parte posteriore — cioè la settentrionale che non potevo scoprire — la feci esplorare dal capitano Simonetta colle sue guide — servizio di cui ero perfettamente sicuro —
Assicuratomi, che di nient'altro si trattava, che dell'attacco di fronte sulla nostra sinistra — io scesi da Bium, e feci seguire le persecuzioni del nemico — dando ordine al resto della brigata di continuare in buon'ordine il movimento —
I nemici co' due pezzi d'artiglieria di cui s'eran serviti all'attacco di Varese — ed un plottone di cavalleria di scorta agli stessi — si fermavano ad ogni conveniente posizione — ma continuavano a ritirarsi al primo aparire dei nostri — quantunque male si perseguita un nemico che possiede le tre armi — senza cannoni e cavaleria —
Solo nella posizione di S. Salvatore, passato Malnate, gli Austriaci fecero testa — In quel punto, successe un combattimento accanito a fucilate — ove si distinsero i prodi carabinieri Genovesi — I nemici da una parte d'un burrone perpendicolare alla strada, ed i nostri dall'altra.
Noi ebbimo più feriti in quest'ultimo, che nel primo combattimento — essendo la posizione del nemico dominante, e coperta da folto bosco —
Il nemico, borioso di quel vantaggio — procurato dai cannoni, e da moschetti superiori ai nostri — fece avanzare, sulla nostra sinistra, un corpo di fanti — che ci caricò energicamente — e la fece ripiegare alquanto — Ma essendo stata occupata dai nostri una cascina — che dominava quella parte del campo di battaglia — e codesti vedendosi sostenuti da riserve che marciavano in soccorso — caricarono con tanto vigore il nemico, che lo precipitarono nel burrone, da dove non si vide più comparire —
La posizione occupata dagli Austriaci, dall'altra parte del burrone suddetto, era formidabile, e dominava la strada — Di fronte, era temerario attaccarla — ed io meditavo ilmodo di poterla girare — ciocchè non era impossibile — essendo rimasti tranquillamente padroni della cascina descritta, dominante la nostra sinistra — e da cui quasi coperti, potevimo varcare la parte superiore del burrone, e fiancheggiare il nemico per la sua destra, senza che ce lo potesse impedire —
Ero deciso a quest'ultimo espediente — quando mi giunse come un fulmine, la notizia, che una forte collonna nemica, sulla sinistra nostra, marciava su Varese —
Io rimasi veramente mortificato — e dicevo tra me stesso: possibile che la fuga di Urban, altro non sia stato che uno stratagemma! N'ero indispettito oltremodo — ed immediatamente, mandai ordine al collonnello Cosenz, che formava la riserva, di marciare su Varese — occuparlo militarmente e difenderlo a tutt'oltranza —
Io feci colla brigata, una marcia di fianco sulle alture di sinistra per ingannare il nemico — che non poteva conoscere: se tale marcia era eseguita per girarlo — e quando giunto al coperto della montagna, si obliquò a sinistra per un sentiero che conduceva a Malnate — ove si riunì la gente per marciare su Varese, senza perdita di tempo —
La notizia della collonna nemica, marciando su Varese esistendo sempre — io n'ero un po sorpreso — tale collonna, non solamente era stata veduta dai contadini, e da militi — ma da ufficiali superiori — Finalmente si giunse a Varese — e non se ne parlò più — quell'idea svanì tra le acclamazioni del buon popolo — e fu come una nube nera cacciata dall'entusiasmo cittadino —
Io mi figuro: che veramente aveva esistito tale collonna, e credo in questo modo:
Attaccando Urban, col grosso delle sue forze, la nostra sinistra a Varese — doveva aver mandato, per girarci — come attacco combinato, la forza che s'era veduta, e di cui avevo avuto notizie da S. Salvatore — Tale combinazione riuscì, come molte combinazioni di notte — o come certe di giorno — in luoghi ove non si conosce bene il terreno — cioè: di molto difficile riuscita —
Una combinazione d'attacchi di notte — con varie collonne — per riuscire, abbisogna di molte circostanze favorevoli — e gran pratica del terreno con buone guide — una perizia a tutta prova, per chi conduce le collonne — una milizia che non sia molto novizia — e finalmente un terreno con meno ostacoli di quello che da Varese conducea Como — o alle Alpi — Poichè, allontanandosi destra o sinistra dalle strade, si cade in sentieri difficilissimi — Tale, credo, fu il motivo dell'apparizione della strana collonna — altro che una forza traviata — forza ch'era stata destinata a girarci per la nostra sinistra — e che vedendosi ingolfata in burroni sconosciuti — avea procurato di uscirne — movendosi in varie direzioni — e finalmente spossata — s'era gettatta in alcuna valle recondita per riposarsi —
Questa fu la conclusione da me dedotta — dai vari rapporti avuti su questa forza nemica — e se la gente nostra non fosse stata stanca — io avrei inseguito certamente quei traviati — con molta probabilità di catturarli —
Codesti fatti succedono nel nostro paese — ove i preti insegnano ai contadini: esser la loro patria il cielo — non l'Italia — che insegnano ad odiare! e gli eretici liberali che insegnano a maledire — ed a benedire i liberatori Chauvins od Austriaci!
E lo dico con anima amareggiata: «anche oggi — sventuratamente, succederà lo stesso — perchè il prete non si mette al suo posto — ed oggi, come sempre — egli insegna ad amar lo straniero ed odiar l'Italia!
Se quella masnada Austriaca — si fosse trovata invece, in un paese — ove s'insegna al contadino d'amare una patria che lo fa prospero — essa sarebbe stata certamente distrutta, od obligata di posar le armi —
Si raccolsero tutti i feriti nostri ed Austriaci — e s'inviarono a Varese — I prigionieri — che giustamente potevano pagare col loro sangue — quello dei nostri preziosi — assassinati dall'Austria — Ciceroacchio — Ugo Bassi — e tanti — furono invece trattatti con cure — forse più gentili ancora — dei nostri stessi.
Ciò non monta! Italia ben fa d'esser umana co' suoi carnefici! Il perdono è l'apannagio dei grandi — e la nostra bella patria — lo sarà grande — quando sanata dalla nera, scrofolosa genia — dei gesuiti e gesuitanti —
Marciammo quindi su Varese, con tutta la brigata, per lasciar riposare la gente — che molto abbisognavano di riposo —
Era questo, il primo combattimento per i nostri cacciatori delle Alpi — ed essi vi avevano spiegato un valore al dissopra d'ogni aspettazione — Militi giovani e nuovi alla pugna per la maggior parte — avevano combattutto contruppe regolari — ed educate a disprezzar gl'italiani — e le avevan fugate in ogni incontro — Io augurai bene da questa prima vittoria —
Le nostre perdite erano state comparativamente insignificanti, — per ciò che riguarda il numero — ma importanti, sensibili...! considerando la classe d'individui, che si perdevano — poichè la maggior parte degli uomini che mi ubbidivano — erano — non solo giovani di famiglie distinte ed educati — ciò era il meno — poichè gli educati ed i distinti — come i proletari — devono pagare il loro tributo alla patria — ma vi si trovavano nelle fila — come semplici militi, delle celebrità artistiche distintissime —
Bella e cara gioventù speranza dell'Italia — e che dovea nella ventura epopea del suo risorgimento — dar gli uomini che compirono Calatafimi — Monterotondo, e Dijon —
Tra i feriti non s'udiva un lamento — e se qualche grida si udivano — tra gli operati dal ferro chirurgico — quello era il grido di: «Viva l'Italia!» E quando un popolo giunge a questo punto: le tiare — le prepotenze dello straniero — e la tirannide domestica ponno far fagotto —
Tra i morti v'era pure un figlio — il suo primo perduto — di quella donna — per cui la posterità, confonderà questo periodo di miserie — coi giorni più gloriosi di Sparta e di Roma! — Un figlio dell'incomparabile madre dei Cairoli — la matrona Pavese —
Il più giovane dei tre ch'essa aveva mandato — Ernesto — cadeva — combattendo, rotto il petto da piombo Austriaco — sul cadavere d'un tamburino nemico ch'egli aveva ucciso di bajonetta!
Mi passò per la mente tutta l'afflizione di quella madre, sì buona! si affetuosa per i suoi figli — e per chi aveva la fortuna di avvicinarla! Io m'incontrai lo stesso giorno, collo sguardo del maggior fratello... Benedetto — valoroso e modesto ufficiale!... caro, come tutta quella cara famiglia — I suoi occhi si fissaron nei miei — ma... una sola parola non usci da ambedue — solo io lessi in quel malinconico sguardo — «mia madre!....» e pensai io pure a tutta la somma di dolori che si preparavano a quella generosa!
E quanti altri di cui non conoscevo le madri — giacevano su quel campo di strage — o mutilati e morenti, col desiderio di veder ancor una volta la desolata genitrice!
Poveri giovani! O piutosto felici giovani! il di cui sangue riscattava l'Italia da lungo servaggio — e per sempre!
Le generose donne di Varese — supplivano all'assenza dei parenti! Donne Italiane!... io scrivo commosso vedete: e lo credereste: ho pianto nel narrarvi della Cairoli — sarà debolezza — prendetela come volete — eppure ne ho già veduto dei campi di battaglia e feriti, e morenti, e cadaveri — e mi sento ancora, permettetene la presunzione, non più forte come lo ero a vent'anni — ma fervido d'anima, come lo ero allora — ove si tratti di tempestare per questa sacra terra! Dio mi conceda di chiuder gli occhi pronunciando l'ultimo accento: «Essa è libera tutta!»
Sì! le donne di Varese, supplivano alle madri dei nostri feriti — e bisogna confessarlo — anche i feriti nemici, dividevano le cure di quelle sante donne —
Io sono in dubbio: se fu il 25, o il 26 Maggio — il giorno del combattimento di Varese — pare certo però: che il 27 si marciò su Como —
Io sapevo quanto vale: attaccare un nemico sconquassato da una prima batosta — per forte ch'egli sia — e non ne volevo perder l'occasione —
Marciammo dunque per Como da Varese, nella mattina del 27 Maggio, per la strada di Cavallasca — e giunsimo in cotesto paese dopo mezzogiorno — La gente avea marciato molto ed era stanca — Ma l'ora era propizia: all'avvicinar della notte si può attacare anche una forza superiore, con meno pericolo — massime in posizioni montane, come quelle che dovevan servir di teatro alle nostre imprese — ed ove la cavalleria, ed artiglieria, possedute dal nemico avevan poca eficacia.
Lasciai dunque riposare la gente — e cominciai a prendere tutte le informazioni possibili, sulle posizioni occupate dal nemico, la sua forza, ecc. — ed avendo notizie ch'egli occupava in numero, la forte posizione di S. Fermo, ch'io stimai subito esser la chiave di tutte le altre — destinai alcune compagnie agli ordini del bravo capitano Cenni — per girare tale posizione sulla sua destra — Il secondo reggimento attaccherebbe di fronte — subito che le compagnie fiancheggiatrici, avessero avuto tempo di portarsi sul fianco nemico —
Passato il tempo determinato — il collonnello Medici fece attaccare colla solita bravura la fronte della posizione — mentre Cenni colle compagnie suddette l'attaccava di fianco —
Il nemico sostenne intrepidamente il nostro attacco — esi battè con ostinatezza e valore — La posizione era forte — dominante, e con fortissimo recinto — ed il combattimento durò accanito per circa un'ora — Finalmente, avvolti da tutte le parti, gli Austriaci cominciarono a cedere, fuggire ed una parte arrendersi —
Questo primo sollecito successo — ci rese padroni di tutte le posizioni dominanti — e ben valse — perchè gli Austriaci si avanzavano grossi dalla Camerlatta e da Como — in soccorso dei loro distaccamenti nelle alte posizioni —
Medici alla destra, Cosenz alla sinistra — apogiati da alcune compagnie del terzo reggimento guidate dai prodi maggiori Bixio e Quintini — respinsero il nemico su tutti i punti —
Il fuoco dei bravi carabinieri Genovesi — colle loro armi di precisione — contribuirono molto al successo della giornata —
I nemici eran molti — ed i nostri valorosi cacciatori, non ebbero che la superiorità del terreno, guadagnato col loro primitivo slancio — Eran respinti gli Austriaci — però con un terreno montano come quello su cui si combatteva — essi trovavan sempre una posizione da tenersi fermi — e qualche volta da respingere i nostri militi, che da troppo vicino li incalzavano.
La stessa configurazione del terreno, impediva di poter scorgere uno spazio grande del teatro della pugna — e spesso si aveva notizia d'un impegno parziale dalle fucilate che si udivano —
Dall'alto si vedevan le forti riserve del nemico, schierate in buon ordine, nel piano sottostante — e le sue artiglierie — 12 pezzi — che a nulla li servirono —
Dopo i combattimenti narrati, e venendo la notte, io procurai di riunire le nostre forze, molto sparse e divise dalle ineguaglianze del terreno — e dalla moltiplicità delle pugne —
Riunita la brigata, si marciò immediatamente per lo stradale che scende a Como in zig-zag — ed nemico retrocedeva — mentre noi avanzavamo — Nel borgo S. Vito si fece alto per prendervi notizie — ma era difficile trovare abitanti — scomparsi dal timore d'esser maltratatti — E finalmente fu deciso l'ingresso nella città —
La popolazione impaurita — da principio — e non sapendo che truppa fosse l'invadente — giacchè oscura era la notte — si manteneva, porte e finestre chiuse — e nonsi vedeva una sola persona — Ma quando conobbero — all'accento della favella: esser noi! Gl'Italiani! I fratelli! Allora successe una scena — impossibile a descriversi — e che meritava esser illuminata dal sole — Fu lo scopiare di una mina — In un lampo la città fu illuminata — le finestre ghermite di popolo — e le strade ingombre — Le campane tutte tempestarono a stormo — e non contribuirono poco, io credo, a spaventare i fuggenti nemici —
¿Chi può descrivere la scena commovente di Como in quella notte — e chi può ricordarla senza esserne commosso?
La popolazione era frenetica! Uomini, donne, bambini, s'erano impadroniti dei miei militi — Abbracciamenti, pianti, grida, pazzie! erano all'ordine della notte! I pochi a cavallo che con me marciavano alla testa della collonna — duravan fatica, per non esser rovesciati — e tirati giù per le gambe — massime dalle ragazze la di cui bellezza, sembrava autorizzarle a padroneggiare i concittadini liberatori!
De' nemici, non si sapevan notizie certe — Chi diceva: ch'erano in tale, od in tal'altro quartiere — Chi diceva: fossero marciando verso la Camerlata — Il fatto che mentre noi entravamo da una parte — loro uscivano dall'altra — e che non trovandosi sicuri alla Camerlata, proseguirono in confusione verso Milano — lasciando dietro loro, nei depositi della Camerlatta molte vettovaglie ed armi —
I poveri, valorosi Cacciatori delle Alpi — bivacarono per le vie, e piazze della città di Como — ed avevan ragione d'esser stanchi — Partiti la mattina da Varese — avevan marciato tutto il giorno — e poi combattutto, e marciato ancora la metà della notte — Ed era un prodigio per giovani non fatti alla fatica delle marcie —
L'amor sacro di patria, poteva solo sostenere in piedi quella magnifica gioventù Italiana —
Io la feci da veterano: dopo d'aver combinato la formazione d'alcune barricate — allo sbocco di strada verso la Camerlatta — e d'aver contemplato commosso d'affetto, i miei stanchi compagni — sdrajati nelle strade e sulle piazze, io accettai per un momento un'asilo offertomi, credo: in casa Rovelli —
Il nemico aveva ricevuto un forte colpo — Dalla natura del terreno, dai vari combattimenti, e dalla sovrastante notte — v'era da suporre ch'egli aveva molti dispersi — e quindi fosse demoralizzato — Così succedette veramente —
Però, persuaso ch'egli contava circa 9000 uomini — 12 pezzi d'Artiglieria, e un bel po di cavalleria — e noi meno di 3000, con poche guide a cavallo — senza un sol cannone — e pensando: che la posizione di Como, in un fosso dominato da tutte le parti da formidabili alture — tuttociò mi teneva all'erta su quanto poteva succedere il giorno seguente — se avessimo avuto da fare con un nemico intraprendente — Tutti codesti pensieri turbarono il brevissimo mio riposo — e l'alba mi trovò a cavallo, marciando verso la Camerlata, per prender notizie del nemico — Egli aveva evacuato quel punto importante... fu il sommario delle notizie raccolte — e ne fui ben contento — I miei bravi militi erano spossati, al punto, da non augurar loro un combattimento per quella giornata — Si prese possesso della Camerlatta — e si occupò militarmente — I cacciatori riposarono — tutto il giorno — a loro grandissima soddisfazione —
La vittoria era stata compra con alcune perdite ben sensibili! Non eran molti, i morti e feriti nostri ma di vaglia — Il prode Capitano Decristoforis, avea pagato colla vita, l'intrepidezza e lo slancio generoso — con cui avea portato la sua compagnia all'attacco di fronte della posizione di S. Fermo — ed era sensibilissima perdita questa —
Giovane, bello, modesto com'una fanciulla — egli aveva tutte le doti che fanno gli eroi — ed i gran Capitani — Decristoforis era della terra degli Anzani, dei Daverio, e dei Manara — era come loro nato in terra serva — ma avea provato come loro: che un popolo generatore d'uomini di quella tempra — deve servir a nessuno!
Come loro: eran poca cosa la bravura, il valor personale, accanto alle brillanti qualità dell'anima, che lo adornavano — e la patria dei Scipioni, e dei Gracchi — la nazione che conta i Vespri e Legnano — ponno esser deviate compresse per un momento — per un momento calpestate dalla prepotenza straniera — o prostratte dal contagio corrutore degli impostori — ma non esauste giammai, di figli tali, da far stupire il mondo —
Pedotti! non della statura di Decristoforis, ch'era piccolo — ma della stessa bravura — aveva pur pagato il suo tributo alla patria — giacendo cadavere tra i valorosi che avevano assalito di fronte —
Pedotti, apparteneva pure alla schiera eletta dei giovani Lombardi delle prime famiglie — che vennero al principiodell'armamento dei volontari — ad ingrossarne le fila — Egli avea largito il suo oro per la compra d'armi — e dava la vita al suo paese! Cartellieri prode come i primi della stessa schiera — s'era trovato anche lui dal 48 avanti — ovunque si pugnava per l'Italia —
Giovani coraggiosi! le vostre ossa serviranno di fondamento eterno all'edifizio di questa patria — che voi avete idolatrata — e le donne delle venture generazioni Italiane, insegneranno ai loro bimbi le vostre gesta gloriose — ed a benedire i santi vostri nomi! Io non ricordo i nomi dei tanti miei fratelli d'armi — in quella veramente grandiosa fazione — caduti — ove pochi ed inesperti giovani — sbaragliavano, collo slancio del patriotismo — le falangi più numerose assai del feroce Urban — che sino a Monza fuggiva, senza girarsi indietro per vedere chi l'avea sconfitto —
Il possesso di Como, ingigantiva la situazione nostra di mezzi d'ogni specie, di credito, e di riforzi d'uomini e d'armi — I piroscafi, grazie alla buona volontà dell'amministrazione — e de' loro comandanti, erano nostri — e quindi noi padroni del Verbano — Tutt'i paesi del lago — la Valtellina, Lecce, ecc. — s'eran pronunciati a favore nostro — Dovunque si chiedevano armi, per contribuire all'impresa patria — Si difettava d'armi però — e massime di munizioni — già consumate nelle pugne antecedenti — E non solamente lontani dalla nostra base il Piemonte ma quasi intieramente interrote le comunicazioni — Il patriotismo d'alcuni individui — suppliva alcune volte alle comunicazioni — col Piemonte riguardo alle notizie — ma armi e munizioni era difficile od impossibile d'averne —
Ciò mi fece nascere l'idea di riavicinarmi al lago Maggiore — e tentare nello stesso tempo un colpo di mano su Laveno — Ecco dunque nuovamente i cacciatori delle Alpi sulla strada da Como a Varese —
Il maggiore Bixio, distinto e risoluto ufficiale — uno di quelli come Cosenz e Medici — a cui si può affidare la direzione di qualunque impresa — ove certamente faranno il loro dovere — Bixio, dunque lo destinai ad avanzarsi, per osservare Laveno — Ma a lui non toccò l'assalto meditato — perchè nell'avvicinarmi a quel punto — mi venne suggerito: l'operazione potersi coadjuvare dal lago — e Bixio era il migliore che poteva incaricarsi d'un'impresa acquatica — perchè alla dote d'esser un bravo militare riunisce quella d'esser un esperto Capitano di mare —
Si stette poco in Varese, e si marciò a Gavirate — scaglionando poi la brigata da Gavirate a Laveno — Avrei potuto tentare un'assalto serio di notte su Laveno con tutta la brigata — però da notizie ricevute sapevo Urban in traccia nostra, molto ingrossato — e non mettevo dubbio quindi — a non impegnarmi con tutte le forze — avendo un formidabile nemico alle spalle — non lontano —
Mi limitai dunque ad un colpo di mano parziale — e ne incaricai due compagnie del primo reggimento — I capitani Bronzetti, e Landi — Il maggiore Marrocchetti doveva sostenerli col resto del battaglione — ed il collonnello Cosenz col resto del reggimento —
Fratanto mi erano arrivati due piccoli obici di montagna — e due cannoncini con alcune munizioni — condotti dal prode Capitano Griziotti —
L'operazione su Laveno non riuscì: il capitano Landi che assaltò per il primo — entrò nel forte verso la una della mattina, con una ventina di uomini — e non seguito dal resto della compagnia fu obligato di evacuarlo, essendo lui stesso gravemente ferito —
Il Capitano Bronzetti fu traviato dalle guide, e non giunse a tempo per cooperare all'assalto — dimodocchè, respinti, i nostri furono obligati di prender posizioni scoperte; ed ai nemici da dietro a' ripari dei parapeti riescì facile il ferirne alcuni —
Se col Capitano Landi, fosse entrato il resto della compagnia — e fosse stato seguito dall'altra compagnia di Bronzetti — il forte occupato da un'ottantina di nemici — sarebbe certamente rimasto in nostro potere — Preso quel forte, dominante tutte le altre posizioni, ed i vapori — io avrei potuto facilmente occupare Laveno — e tenermi così — aperte le comunicazioni col Piemonte —
Mancò l'assalto del forte, e mancò quello del lago sui vapori — non avendo potuto il maggiore Bixio indurre le barche di finanza della riva Piemontese ad accompagnarlo — Bisognò quindi pensare alla ritirata — Quando il nemico s'accorse — all'alba — che il nostro assalto era stato mancato — cominciò un fuoco tremendo, contro le compagnie che si ritiravano e le riserve — I forti ed i vapori canoneggiavano disperatamente, come s'avessero voluto vendicarsi della paura ricevuta nella notte — Essi tiravano dei razzi — trastullo favorito degli Austriaci — in quantità strabocchevole — Vero trastullo: giacchèmai ho veduto un'uomo od animale ferito da quella specie di spauracchi —
Volendo l'Austria — colla spavento massime — dominare in Italia — essa si è servita con molta compiacenza dei descritti razzi — che intimorivano senza ferire — e degli incendi che impaurivano e ferivano — Se ne ricordino bene i nostri concittadini! Io spero: le popolazioni che per loro sventura, l'hanno ancora sul collo, se ne sbarazzeranno presto — e più non vedremo i suoi razzi ed i suoi incendi — Ma se a caso — andasse diversamente la cosa — ricordiamoci dei razzi, degli incendi, e degli assassinï!
A mezzogiorno di Laveno, vi è un'altura coronata da boschi — dalla quale si domina perfettamente tutte le posizioni di Laveno ed il porto — Io avevo inviato la nostra piccola artiglieria su quella posizione — Essa servì ad allontanare alquanto i vapori — e la ritirata si fece in assai buon'ordine —
Il Capitano Landi si condusse da prode — avendo condotto sino dentro la fortezza la testa della sua compagnia — Forse l'oscurità della notte fu causa del traviamento del resto — Egli vi fu gravemente ferito — Se tanta fortuna avesse avuto il Bronzetti — anche valorosissimo — la riuscita dell'impresa era sicura — I tenenti Spegazzini, e Sparvieri, vi furono pure feriti combattendo egregiamente —
La sera dello stesso giorno, io ebbi avviso: che Urban era entrato in Varese — Ciò mi contrariava alquanto — io ero tagliato da Como — e non c'era tempo da perdere —
Ci gettammo in Val Curia colla brigata — ed attraversammo Val Gana — per questa valle scesimo alla vista di Varese — e giunsi colla vanguardia sino sotto Bium superiore —
Cominciava la notte — si poteva attaccare il nemico con poco rischio — colla ritirata sicura in caso avverso, nelle forti posizioni di Val Gana —
Dalle alture che dominano Varese dal settentrione, io avevo perfettamente osservato tutte le posizioni occupate dal nemico — e dal numero che ne scorgevo mi sembrava numeroso — abbenchè non tanto quanto lo dicevano gli abitanti — Niente meno però di 12 a 15 milla — L'artiglieria la vidi — e vidi pure occupate le posizioni dominanti — com'era naturale —
Era grande la mia voglia di attaccare Urban e liberare Varese — Ma sapevo: il generale Austriaco: voler vendicaresui poveri abitanti le sue sconfitte — e sapevo pure: quanto era capace di farlo —
Contuttociò io non attaccai — e mi decisi di ricondurre la brigata a Como —
A Malnate v'era pure un corpo Austriaco — e non si poteva però seguire lo stradale — che da Varese conduce a Como — Fui obligato quindi, di seguire più alpestri vie — che grazie alle buone guide datemi dal podestà di Arcisate — noi potemmo percorrere, ad onta d'un diluvio di pioggia — che continuò senza interuzzione d'un solo minuto — per tutta la strada —
Fu questa una nuova prova di costanza, e di coraggio per i miei giovani compagni — Noi passammo a poca distanza da Malnate — ma era tanto il temporale — che non v'era pericolo di trovarvi esploratori Austriaci — La collonna s'era fatta lunghissima — ed una volta, io tentai di fermarne la testa, ma impossibile — solo marciando si poteva tener contro il temporale — ed il freddo — che colpiva i poveri militi — Fu quella, una marcia lunga e disagiata — Alcuni fiumicelli, e torrenti ingrossati ci diedero molta fatica a passarli — massime la coda della collonna ed i carri —
Giunsimo a Como, e quella buona popolazione, accolse i nostri cacciatori colla solita amorevolezza — presto, furono dimenticati i pericoli e le fatiche passate — Era ben tempo però, di giungere a Como — alquanto sconforto s'era manifestato nel paese — per la nostra lontananza — Gli Austriaci, ed i preti amici loro — maestri di menzogne — ne avevano inventato d'ogni genere — ed avevano massime: un talento singolare, per fare aparire masse, e corpi nemici in ogni punto e direzione —
Le autorità s'eran ritirate sul lago — ed alcune compagnie ch'io avevo lasciato pria di partire per Laveno — s'eran pure ritirate — I feriti — cosa inconveniente — furon pure trasportati a Menaggio —
Tutto ciò aveva sgomentato la popolazione — e se qualunque forse nemica fosse comparsa su Como, in quel poco tempo della nostra assenza — tutto sarebbe ritornato agli Austriaci —
Chi mi aveva poi informato di tutto questo fu una coraggiosa ed avvenente fanciulla — che mi comparse — in un legno, sulla strada da Rubarolo a Varese — come una visione — mentre io marciavo colla brigata su quellacittà per attaccarvi Urban — Quella bella fanciulla, si era partita da Como, per annunciarmi lo stato deplorabile in cui si trovava, e sollecitare il mio ritorno —
A Como si pensò a qualche opera di difesa — su tutti i punti dominanti ed importanti dei dintorni — La popolazione si prestò alacremente a tali opere — La battaglia di Magenta però succeduta in quei giorni cambiò la faccia delle cose — Quella battaglia, com'era ben naturale, elettrizzò lo spirito publico — e fece più facile la condizione nostra — mentre quella del nostro avversario Urban a Varese — era divenuta ben critica — e non sarebbe stato difficile di farli metter giù le armi, se avessimo avuto alcune migliaja d'uomini di più — Considerando però: esser la mia brigata in quei giorni di circa due milla uomini — capaci di combattere — io non potevo certamente rischiarmi ad esser schiacciato, gettandomi attraverso la strada che doveva seguire il nemico tanto superiore in numero —
Io così stesso — avevo deciso una mattina di spingermi a cavaliere, sulle strade che Urban doveva percorrere per Monza — e ne fui distolto da varie ragioni — massime da quella che Urban sapendoci sulla strada di Monza — avrebbe preso quella di Como — per noi più importante e più sicura — sotto tutti gli aspetti —
Padroni del lago di Como coi vapori — non v'era più un solo punto sul lago — che non avesse abbassato le abborrite insegne dell'Austria — ed innalzato il tricolore — La importante città di Lecco — ci apriva pure la gran strada della Valtellina — e quella dell'Oriente, che va a Bergamo e Brescia — con cui era già in relazioni strette il nostro prode Gabriele Camozzi —
Gabriele Camozzi — è uno di bei caratteri — di cui fu ricca l'Italia nell'epoca del suo risorgimento — caratteri ch'è sempre una fortuna trovare, e che vi appariscono proprio nelle ore solenni d'un modo interessante — Io l'avevo veduto per la prima volta a Bergamo — ed avevo amato quella fisionomia simpatica — modesta e risoluta — La simpatia suscitatami era corrisposta — poichè all'atto del bisogno — io trovai le dieci milla lire del Camozzi — pronti a migliorare la mia condizione —
Verso l'epoca della battaglia di Novara — noi troviamo Camozzi — riunendo verso Bergamo, tre o quattro cento compagni — tra loro molti de' propri contadini — e marciando al soccorso di Brescia — la città eroïca — i di cui cittadinipugnavan col coltello, contro i numerosi ed aguerriti soldati dell'Austria — e si sostenevano per vari giorni — esempio sublime! Che seguito da tutte le città Italiane — insegnerebbe ai tracotanti vicini — che questa terra non è più vileggiatura per loro — e che non v'è potenza sulla terra che potrebbe dominare l'Italia con tali figli!
Sì! Il Camozzi marciava unico coi suoi compagni, in sostegno del valoroso popolo di Brescia — e fu bello quell'atto di coraggio e di slancio — per animare, per proteggere i combattenti, e pericolanti fratelli — o almeno per dividerne la sorte infelice!
Io ero lontano quando seppi tanto del Camozzi — e ne fui commosso d'ammirazione e di rispetto!
Oggi (1872) l'Italia non deve più temere: invasioni straniere — Una nazione che può armare più di due millioni di cittadini — chi diavolo potrà domarla! Ma perciò si dovrà seguire l'esempio de' prodi Bergamaschi — Gabriele Camozzi — come già dissi: era in corrispondenza con Bergamo, e co' paesi circonvicini — è superfluo il dire, quanto valevole mi era la cooperazione di quell'egregio compagno —
Ho già accennato, più sopra, i motivi che m'impedivano di gettarmi sulla linea di ritirata di Urban — Non abbracciando tale determinazione — e non volendo rimanere ozioso — divisai di operare sulla linea di Lecco, Bergamo e Brescia — linea più consentanea al genere nostro di operazioni — ed alle esigue forze a cui era ridotta la brigata —
Si continuava a suscitare l'insurrezione di coteste città e paesi importanti — conservando sempre la nostra libertà d'azione — Deciso dunque a quest'ultimo partito — cominciai ad imbarcare sui vapori parte della brigata per Lecco —
In quel tempo ricevetti una comunicazione del generale Fanti — ove mi diceva: se mi sembrava possibile, di operare in combinazione colle forze da lui comandate, contro Urban — Io non so da chi fu rimessa tale comunicazione — ma siccome non vidi il messo — ne fui richiesto da lui di risposta — io continuai la mia mossa verso Bergamo — lasciando agli alleati, la cura di perseguire Urban — allora in ritirata su Monza e l'Adda —
Da Lecco seguimmo la marcia su Bergamo — ove si trovavano gli Austriaci — si fece prigioniero un ufficialenemico — che girava nei dintorni — imponendo una contribuzione di dodici milla svanziche — sotto minaccia in caso di rifiuto — della distruzione del paese — soliti complimenti di quei gentili padroni — consueti a metter subito in opera le loro minaccie — Questa volta — essi furon pagati con moneta simile a quella con cui Camillo pagò in Roma i Galli — cioè: con ferro.
Nell'avvicinarsi a Bergamo di mattina a buon'ora — seppimo dagli abitanti — che i nemici evacuavano la città — e per celere che fosse la nostra marcia, non fu possibile ragiungerli —
Noi occupammo Bergamo — ove trovammo cannoni e molte munizioni — ad onta d'aver il nemico procurato di distruggere ogni cosa —
Successe in Bergamo un fatto curioso — Al principio della nostra occupazione — dalla stazione della strada ferrata ci venne la notizia — che un corpo di mille uomini — partiva da Milano in soccorso del presidio di cotesta città —
Io radunai la brigata in detta stazione — occultandola nei fossi e nei caseggiati — e nei punti dei dintorni vantaggiosi ad occuparsi — Veramente il treno colla truppa Austriaca avvicinava; ma un cantoniere di codesta nazione che si trovava a Seriate — alla distanza di due miglia circa — avvertì il nemico della nostra presenza in Bergamo — Il nemico avvertito non proseguì il suo cammino, e si fermò a Seriate — indeciso probabilmente sul da farsi —
Il capitano Bronzetti, colla sua compagnia — inviato a quella direzione, in riconoscenza, caricò risolutamente il nemico, dieci volte più numeroso, e lo pose in fuga.
Quando io giunsi con alcuna forza per sostener Bronzetti il nemico era già scomparso — Ciò serva d'esempio ai nostri concittadini: Che tali padroni non meritavano, certo, d'averci per servi — e ciò prova a qual punto di demoralizzazione eran giunti i fucilatori di Ugo Bassi e Ciceroacchio —
Ebbimo alcuni feriti in quell'incontro veramente straordinario — ed il valoroso tenente Gualdo — fu malamente ferito in una gamba — che le venne amputata — Poco stettimo in Bergamo, sapendo: che il nemico metteva a contribuzione i paesi della Bassa — Marciammo in giù colla brigata — e si riparmiarono molte depredazioni ai poveri abitatori delle campagne —
Ci avviamo dopo verso Palazzolo — ove avevo fatto precedere il Cosenz col suo reggimento — Giunti a Palazzolo e sapendo il nemico sulla strada di Brescia — divisai di accelerare la marcia verso l'egregia città — che già era stata evacuata — ma che temeva una ricomparsa de' vicini nemici — alcuni messi della stessa eran venuti a raguagliarmi d'ogni cosa — e sollecitarmi a nome dei Bresciani —
I miei poveri cacciatori eran giunti a Palazzolo spossati da forzate marcie — ma contavo sullo slancio della prode gioventù che mi accompagnava — e non m'ingannai! Feci sondare dai comandanti di corpi: se non si sentirebbero capaci di proseguire nella stessa notte sino a Brescia: ed una sola voce si alzò tra quei valorosi campioni dell'Italia! A Brescia! A Brescia! e verso le 11 della sera, eccoli ancora avviati per quella città — colla stessa alegria e disinvoltura — dimentichi come sempre — di disagi e stanchezza.
Cacciatori delle Alpi! Miei giovani e coraggiosi compagni! Nel momento in cui scrivo di voi — unico pegno ch'io possa consacrarvi dell'affetto mio — in questo momento voi siete perseguiti, dalla pedanteria e dall'invidia — di chi fece nulla, o poco per l'Italia — mentre voi opraste quanto un patriota può per il suo paese!
In questo momento, i vostri prodi ufficiali, sono supplantati dai Tersiti dell'Illiade Italiana — che gozzovigliano lautamente — e la maggior parte dei nostri — i migliori — respinti, come se fossero nemici — vagando, elemosinando, per le stesse contrade — ove con voi debellarono i depredatori delle nostre terre — Ebbene, Cacciatori delle Alpi — poveri e generosi miei fratelli d'armi! il nostro paese non potrà rifiutarvi un plauso — per le tante gloriose fatiche sopportate — ed egli spera, che nell'ora del pericolo, benchè repulsi — maltrati dai malvagi — voi, tornerete ancora, collo stesso slancio, e la stessa ilarità — a combattere i suoi nemici —
Coloro, che tanto si mostrano interessati ad abbassarvi — e far sparire l'assisa gloriosa — che li abbarbaglia — e che poveramente vi adornava a Varese, a Como, a Seriate, non potranno negarvi un senso d'ammirazione per le vostre gesta — e sopratutto per la vostra costanza a supportare i disagi, e le fatiche delle marcie straordinarie da Varese a Como — da Palazzuolo a Brescia!
A mezza strada da Palazzuolo a Brescia — in un puntoche non ricordo — si trovava il nemico — non si doveva attaccare, ma evitarlo — giacchè l'impresa ne sarebbe stata ritardata — e poca v'era — probabilità di successo nell'attacare un nemico superiore — Si prese quindi una strada a sinistra — assai buona e non molto più lunga —
I Bresciani avvisati mandarono ad incontrarci una quantità di vetture, per gli stanchi — e nella mattina seguente, si giunse a Brescia, ove si trovò quella popolazione, riunita tutta ad accoglierci — come avevan fatto a Bergamo — ma qualche cosa più d'entusiasmo — che si potrebbe chiamare Bresciano — cioè unico!
Palermo — Genova — Milano — Brescia — Messina — Bologna — Casale! Quando le città Italiane, saran tutte decise, di trattare i nemici del nostro paese — come voi avete fatto — Oh! Non più terra di padroni e di servi — sarà questa nostra — ma di libera gente e da tutti rispettatta —
Nella rocca di Brescia, come in quella di Bergamo si trovarono molti cannoni, e munizioni — Si passò in quella città alcuni giorni, per lasciar riposare la gente — quindi si marciò verso Rezzate ed il Chiese — ove si credeva: il nemico passasse in ritirata —
Egli, però, trovavasi ancora in forze a Castenedolo — e ciò indicavano le pattuglie, che numerose, si avvicinavano alla strada principale — che da Brescia mette a ponte S. Marco — da noi percorsa —
Essendo a Rezzate, io ricevetti — dal quartiere generale del re — l'ordine di occupare Lonato — e che mi si manderebbe, per cooperare a tale operazione, due reggimenti di cavalleria, ed una batteria d'artiglieria — agli ordini del generale Sambuy —
Coi nemici in forza a Castenedolo — io non potevo certamente passare il Chiese a ponte S. Marco — e cercai informazioni per poter passare più sopra — dalle notizie raccolte, mi decisi: di rifare il ponte del Bettolletto, distruto dagli Austriaci alcuni giorni prima —
L'ordine del re, quantunque accolto con gioja, da principio — mi poneva in imbarazzo — per i reggimenti di cavalleria, e l'artiglieria che doveva ragiungerci e cooperare —
Marciare con tutta la brigata — al Chiese — io lasciavo lo stradale scoperto — ove artiglieria e cavalleria — senza il nostro sostegno avrebbero corso un rischio sicuro —
Mi decisi dunque di lasciare il primo, e secondo reggimento, scaglionati sullo stradale — facendo fronte al nemico di Castenedolo, ed osservandolo — ed io con parte del terzo, la compagnia dei bersaglieri Genovesi, i quattro pezzi e le guide — mi portai sul Chiese per la costruzione del ponte a Bettolletto.
Era quasi terminato il ponte — quando mi venne la notizia: il nemico aver attaccatto i due reggimenti nostri lasciati sullo stradale — Abbandonai i lavori del ponte, ed a galoppo mi recai sul luogo della pugna —
Il primo reggimento ch'era stato attaccatto — condotto da' prodi collonnelli Cosenz e Türr, aveva respinto il nemico con molta bravura, sino sul grosso delle sue forze a Castenedolo — ma soprafatto dal numero — era stato obligato di battere in ritirata — e fu in tale stato, un po disordinato, ch'io lo trovai quando giunsi sul campo di battaglia —
Il collonnello Türr che si trovava alla sinistra, ov'io giungevo, era stato ferito — e portato fuori del campo — Io, ed i miei bravi ajutanti — Cenni, Trecchi, Meryweather riordinammo alquanto, i valorosi nostri cacciatori che nuovamente fecero testa — ma che furono obligati di ripiegare ancora, davanti all'imponenza delle forze nemiche, assai superiori — e che, non solamente incalzavano di fronte — ma cercavano di girare i nostri, ed avviluparli —
La ritirata — comunque — ebbe luogo in buon ordine protetta dal secondo reggimento — avvertito dal maggiore Carrano mio capo di stato maggiore —
Tra i prodi Ufficiali caduti nella pugna — noi ebbimo a deplorare la perdita del maggiore Bronzetti, che s'era meritato il titolo diprode dei prodi— in tutti i nostri scontri — Egli fu trasportato dal campo con tre ferite di palla — e morì pochi giorni dopo — Gradenigo discendente dai famosi patrizi Veneti — ufficiale pieno di bravura — e d'un sangue freddo ammirabile — era morto alla testa dei suoi militi caricando il nemico —
Aporti — antico mio compagno di Roma — e di Lombardia — tanto valoroso nella pugna, come caro e gentile, nell'ordinario consorzio della vita — era caduto tra i nemici — e nella ritirata non potendo moversi per avere una coscia rotta — fu lasciato ed amputato poco dopo —
Io non so: se potrò palesare col tempo, i nomi dei tanti miei fratelli d'armi — martiri dell'Italia — che non ricordo — eche sì brillantemente pugnarono e cadettero sul campo di battaglia, in quel giorno ben memorabile per i cacciatori delle Alpi — Codesta giornata detta dei Treponti — fu la più contrastata e la più micidiale, in cui si trovassero i nostri del primo reggimento — ch'ebbero l'onore della giornata — Il secondo sostenne la gloria acquistata nei combattimenti anteriori — E le compagnie del terzo comandate dal bravo maggiore Croce — mostrarono ch'eran degne di combattere accanto ai valorosi loro compagni —
Il tenente Specchi fu ferito in un braccio — da quel valoroso che fu sempre — sostenendo la ritirata — Un distaccamento della compagnia Genovese — ch'io avevo condotto dal Chiese — giunse a tempo per sostenere i nostri — e segnalare la bravura di quella gente scelta — Stallo, Burlando, Canzio, Mosto, Rosaguti, Lipari — si distinsero come sempre —
Gli Austriaci cessarono di avanzare — ed i corpi de' cacciatori delle Alpi — che avean preso parte al combattimento — si riconcentravano sullo stradale presso i Treponti — raccogliendo i feriti — e ben stanchi dalla marcia, e pugna sostenuta —
Questo combattimento ebbe luogo sotto condizioni sì sfavorevoli — per aver avuto l'onore di trovarci agli ordini immediati del quartier generale principale — e quindi esser stato obligato di divider la brigata, lasciandone due terzi in protezione di quelle cavallerie ed artiglierie, che dovevano avanzare — e che mai si videro —
Per la prima volta — nella campagna — che mi trovavo a contatto del quartier generale del re — non avevo certamente motivo di lodarmene —
¿Si sapeva, o no: esser, il quartier generale dell'imperatore d'Austria a Lonato — centro di un'esercito di dugento milla uomini? — E se si sapeva, perchè mandarmi a Lonato con mille e otto cento uomini? Che non si sapesse — sarebbe aver un concetto poco favorevole allo stato maggiore del re di Sardegna — che d'altro poteva esser colpevole — non di mancar di spie —
¿E perchè promettere d'inviarmi due reggimenti di cavalleria, e una batteria d'artiglieria — per la salvezza delle quali, la mia piccola brigata fu sul punto d'essere intieramente distrutta — mentre non solo — nulla si mandava — ma nulla ho mai più saputo di tale batteria e tale cavalleria?
Fu dunque un tranello in cui si voleva avvolgermi — e perdere un pugno di valorosi — che davan sui nervi a certi grandi mastri da guerra!
Mi andai finalmente persuadendo: aver voluto burlare con noi — il quartier generale del re — e burlare un pò tragicamente — e ciò mi fece capire: non esser seria l'idea di voler occupar Lonato — e dovermi occupare dei fatti nostri — senza aspettare gli oracoli superiori — Tanto più: che partecipando — la sera — al Generale Cialdini — gli avvenimenti della giornata — egli mi fece la seguente risposta: «Mi stato fresco se vi fidate a tale gente» Io, quindi dovevo contare su me stesso, e sui miei compagni per ulteriori disposizioni — e procurare di non cader nelle ugne dell'esercito nemico — ancora intiero e poco distante da me — come lo provarono i fatti che seguirono da vicino —
Durante il combattimento già descritto — avendo osservato, che il nemico guadagnava terreno sulla sua destra — io pensai con fondamento, ch'egli tentasse di tagliar fuori la forza nostra — che si trovava sul Chiese — Per tal motivo, io mandai ordine al collonnello Arduino, che abbandonasse il ponte già costrutto — e che si ritirasse verso i monti poco distanti di Nuvolento —
Quel collonnello dando una interpretazione troppo spinta all'ordine mio — non solamente si ritirò su Novolento — ma avendo diretto l'artiglieria per Gavardo su Brescia — prese lui stesso, colla fanteria, i sentieri della montagna, e si ritirava alla stessa direzione —
Avendo dato le disposizioni di concentramento in punti determinati ai Collonnelli Cosenz e Medici — io galopai verso Arduino — per metterlo a contatto degli altri corpi alle falde dei monti — posizioni adeguate per poter sostenersi contro forze superiori — Privo d'ajutanti perchè Cenni col cavallo morto, e gli altri con cavalli stanchi — od in missione — io avanzavo solo — chiedendo notizie a chi incontrava — ed eran pochissimi gli abitanti che non fossero fuggiti o nascosti — per salvarsi dalle angherie o depredazioni, a cui li assoggettavano i soldati — amici o nemici — Poi, legloriose battaglie— hanno naturalmente poco interesse per gli indifferenti — E la gente della campagna — sin'ora almeno — è sempre stata indifferente alle pugne Italiane — quando non è stata nemica nostra —
Ogni notizia raccolta da me — facea lontana, la gente ch'io cercavo — dimodocchè alla bontà della mia cavalla — cheavea galopato tutto il giorno — io dovetti di poterla raggiungere — Senza essa — io avrei dovuto nell'altro giorno, cercare quella frazione della brigata, nelle montagne verso Brescia — od in cotesta città stessa — con non poca mortificazione — La brigata rimase scaglionata — nella sera — da Rezzate a Nuvolera, Nuvolenta ecc. — Intanto l'esercito del re s'avanzava per la strada di Brescia — Il generale Cialdini — a cui ero vincolato d'amicizia — all'annunzio del nostro impegno dei Tre ponti — aveva fatto il possibile, per spingersi avanti — facendo lui la vanguardia dell'esercito reggio — ed alcuni de' corpi suoi leggieri — diceva: averli mandati in sostegno nostro comunque essi non giunsero — perchè spossati dalle lunghe marcie — o giunsero a pugna terminata —
Rimanemmo alcuni giorni scaglionati nelle posizioni suddette — La presenza nostra — ed il progresso del nostro esercito — tenevano le popolazioni di Gavardo, Salò ecc. — in eccellenti disposizioni — e di più: quei di Gavardo — avendo ristabilito il ponte sul Chiese — ch'era pure stato distrutto dagli Austriaci — io divisai di spingermi sino a Salò — passando su detto ponte —
Si riunì quindi tutta la brigata a Gavardo — e nella notte passammo il Chiese dirigendoci su Salò — Il maggiore Bixio ebbe ordine di occupare cotesta città sul lago di Garda — nella notte col suo battaglione — e la brigata rimase sulle alture, dominanti lo stradale che va al nord per quella notte — facendo il nostro ingresso a Salò, nella mattina del giorno seguente —
Contemporaneamente al progetto, di marciare sul lago di Garda, io avevo commissionato alcune barche dei laghi di Como ed Iseo — che arrivarono con noi a Salò —
Io avevo procurato delle barche, pensando naturalmente: che il nemico abbandonando la sponda occidentale del lago — avrebbe ritirato, o distrutto le barche — Esse però non furono ritirate nè distrutte —
Occupammo Salò per alcuni giorni — e l'episodio il più importante della nostra presenza in quella città — fu la distruzione d'un vapore nemico —
Essendo noi in Salò — un vapore Austriaco veniva ogni giorno a spiarci — e perciò entrava sino nel fondo del porto —sciando[83]e presentando sempre la prora allabocca del porto per esser pronto alla ritirata in caso di bisogno —
Avendo osservato tale giornaliera manovra — io chiesi — al comandante d'un forte distaccamento dell'esercito, che si trovava a Gavardo, una mezza batteria di campagna, tra cui due obici —
Giunta la mezza batteria, la feci collocare all'entrata del porto, alla destra entrando, in una posizione — che costrutta a proposito, non poteva riuscire più idonea —
Erano i pezzi perfettamente collocati alla sponda del lago — e coperti da piante, che li nascondevano intieramente guardando di fuori — ma che li lasciavano liberi di far fuoco sul lago in qualunque direzione —
Sulla sinistra, entrando nel porto, avevo mandato i bersaglieri Genovesi, col Capitano Paggi, ad imboscarsi tra piante situate da quella parte —
Il vapore giunse nel porto, al solito — vogando indietro — e venne a portata da bersaglieri, che cominciarono a fucilarlo colle loro carabine di precisione —
Il fuoco dei bersaglieri fece sì, che il vapore si allontanasse da loro, e si avvicinasse alla parte opposta, ove si trovava la mezza batteria imboscata — Ai pochi tiri di cotesti bravi artiglieri — si manifestò il fuoco a bordo del vapore — che non fu più possibile di estinguersi — Esso tentò di guadagnare — a tutta velocità, — la sponda opposta del lago — ma non vi riuscì — e si sommerse a poca distanza da quella — Duolmi non ricordare il nome, del bravo ufficiale d'artiglieria, che diresse quei pezzi —
E qui mi è caro: inviare una parola d'encomio alla nostra artiglieria Italiana — certo non seconda a nessuna nel mondo!
Il generale Cialdini — ai di cui ordini — ero stato posto dal re — mi ordinò di marciare in Valtellina colla brigata — Io anticipai il collonnello Medici a quella volta — che riunì tutti i distaccamenti nostri, che si trovavano a portata di quella valle — e spinse gli Austriaci verso lo Stelvio —
Seguitai colla brigata in Valtellina — traversando il lago di Como — da Lecco a Colico coi vapori — Occupammo la valle sino a Bormio — da dove Medici, spingendosi verso lo Stelvio, obligò i nemici a sgombrare il territorio Lombardo —
I nostri giovani cacciatori delle Alpi — condotti da Medici,Bixio, Sacchi ecc. — diedero nuove prove di valore e di costanza in tale nuovo genere di guerra, tra le gole, e ruppi delle Alpi — coperte da neve eterna — ed ove i nemici avevan la pratica dei luoghi — ed erano acclimati — essendo quasi tutti Tirolesi.
Erimo dunque padroni della Valtellina — ed il generale Cialdini, occupava colla quarta divisione dell'esercito — la Val Camonica, Val Trompia — sino al lago di Garda —
Il colonnello Brignone della stessa divisione occupava Val Camonica —
Non credo fuori di proposito — dire, qui, una parola sul destino di questa quarta divisione — senza dubbio, una delle migliori dell'esercito Italiano — comandata da ufficiali distintissimi —
¿Fu essa, staccata dal nostro esercito — perchè realmente si temeva la comparsa d'un grande corpo Austriaco da quella parte del Tirolo? O fu per diminuire il nostro esercito — e farle fare una men bella figura — nella battaglia decisiva che indispensabilmente doveva darsi sul Mincio? O fu per custodire il corpo cacciatori delle Alpi, che ingrossava spaventosamente in quei giorni — e toglierli quell'Indipendenza — che sembrava non dispiacere del re — ma che non piaceva a certa gente alto locata?
A quel volpone di Bonaparte, credo non fosse estranea la prima ipotesi — e fu un mero pretesto lo allontanare la divisione suddetta dall'esercito — e privarlo così d'un capo valoroso — e d'una eccellente divisione —
Poi, i cacciatori delle Alpi — che da mille otto cento uomini, a cui eran stati ridotti dopo l'affare dei Treponti — s'eran aumentati — quasi per incanto — in poco più d'un mese a circa dodici milla — e crescevano ogni giorno — non mancavano di dar ombra alla gente a coda di paglia — che, nonostante aver predicato: a nulla servire i volontari — questi avevan la debolezza di incutere spavento a tale gente —
Quella gente stracarica di colpe — à paura di noi — e ne ha ben donde — Ci chiama rivoluzionari — e ci onora — non rinunciando noi, all'onorevole titolo — finchè vi sia canaglia sulla terra — che per gozzovigliare nelle lussurie — mantengono la parte migliore delle nazioni nel servaggio, e nella miseria — Cotesto stolto modo di procedere — poteva aver origini dallo spirito tortuoso del terzo Napoleone — e riflettersi nell'anima del re — e de' piccini suoi cortiggiani — Il fatto sta: che la battaglia di S. Martinoebbe luogo — e l'esercito Italiano composto di cinque divisioni in tutto — mancò della quarta — che poteva: dar un brillante colpo di mano ai nostri — ed agevolare l'ardua battaglia ch'essi ebbero a sostenere —
La paura di corpi Austriaci, scendendo dal Tirolo — finta, o reale — mi fu manifesta, sino dal mio arrivo a Lecco — ov'io trovai un distaccamento del genio Francese, con un'ufficiale superiore, occupati a minare la strada maestra che da Lecco conduce in Valtellina —
È vero: che tale ufficiale aveva ordine d'intendersi con me sul da farsi — ed io nessuna notizia avendo di corpi nemici avanzandosi da quella parte — lo pregai di desistere nell'opera sua di distruzione —
Io credo: il generale Cialdini, aveva ordini, emanati — senza dubbio — dalla stessa sorgente — di distruggere nelle valli superiori, strade e ponti — e tali ordini furono trasmessi al Collonnello Brignone, che occupava Val Camonica ed a me in Valtellina.
Il collonnello, a malincuore, fece distruggere qualche cosa — ed io feci studiare da alcuni ingegneri i punti più idonei ad esser distrutti in caso di bisogno — ma nulla feci distruggere — sembrandomi un'atto di timore intempestivo: rovinare ponti e strade di una necessità assoluta ai miseri valiggiani — senza che vi fossero notizie di nemici — almeno in gran numero —
Intanto accadevano le grandi battaglie di Solferino, e S. Martino — e poco dopo la pace di Villafranca — che molti tennero qual calamità, ed io come una fortuna.
All'armistizio, e poi pace di Villafranca — i Cacciatori delle Alpi, passavano i dodici milla uomini, in cinque reggimenti — ed occupavano le quattro vallate: Valtellina — Camonica — Sabbia — e Trompia — sino alla frontiera del Tirolo — Il generale Cialdini s'era ritirato colla sua divisione su a Brescia —
Di più dei cinque reggimenti — Cacciatori delle Alpi — era giunto finalmente il reggimento: Cacciatori degli Apennini — che Cavour ad onta degli ordini del re — ricevuti sin dal principio della campagna — non volle mandarci — sotto differenti pretesti — e che ci mandò poi a guerra finita —
Coll'arrivo dei Cacciatori degli Apennini — giunse pure il Collonnello Malenchini — quello stesso, che al principio dell'emigrazione della gioventù Italiana, nelle fila dell'esercitoin Piemonte — se ne venne dalla Toscana con nove cento giovani — Il Malenchini fu per me un'acquisto — sia per l'affetto ch'egli aveva dai suoi militi — quanto per l'amicizia, veramente gentile a me prodigata.
Poco dopo, venne pure Montanelli — uomo, per cui avevo conservato affetto, dal momento che lo avevo conosciuto a Firenze nel 48 — e che meritava la stima di tutti per la sua abnegazione veramente esemplare! Egli era semplice milite nel corpo Cacciatori degli Apennini — quest'uomo, con Filopanti e Massimo d'Azeglio — m'hanno sempre ispirato un vero rispetto — Uomini sommi! per coraggio e superiore intelligenza — Io venero in loro l'ideale del gran cittadino! Due di loro, hanno potuto esser dottrinari per un momento — ma pagarono della persona nel giorno del pericolo —
A Curtatone ed a Vicenza furon feriti quei due illustri capi di governo — pugnando da semplici militi a fronte dei patrioti Italiani! Filopanti il grande Astronomo — l'intemerato deputato alla Costituente Romana — l'ho veduto io, col suo moschetto, combattendo alla difesa di Roma — Italia, può ben andar superba d'aver generato tali grandi! Montanelli frammezzo alla gioventù Toscana a Curtatone — e Massimo nei ranghi de' combattenti a Vicenza — sono figure che giganteggiano — e l'onorevoli cicatrici segnate sui campi di battaglia — adornano con aureola di gloria eterna — gli autori della Costituente Italiana — e del Nicolò dei Lapi —
Quando Malenchini marciò in Piemonte colla gioventù Toscana — egli avea lasciato il posto di ministro della guerra a Firenze — che l'opinione publica, onnipotente in quei tempi, aveale giustamente assegnato — Avvicinandosi l'ora delle pugne in Lombardia — egli piantò il ministero — e corse ove si trattava di combattere —
Tale abnegazione è sovente portata troppo oltre dai modesti patrioti di merito — poichè, i posti superiori da loro generosamente abbandonati — sono generalmente coperti da intriganti, che contribuiscono al male del paese —
L'armistizio di Villafranca, che tutti capirono esser preliminare di pace — lasciava i Cacciatori delle Alpi in uno stato inadeguato alla loro natura. Giovani generosi — avendo abandonato arti, e comodi della vita per giungere ove si pugnava per l'Italia — non erano certamenteidonei alla pacatezza delle guarnigioni, del quartiere, e sopratutto alle esuberanti discipline della monarchia in tempo di pace —
Sin dal principio dell'armistizio, quindi, si capì: i Cacciatori delle Alpi, diventerebbero pianta esottica — in mezzo dell'esercito permanente — e sotto la perenne ed antipatica amministrazione del ministero Lamarmora —
Le notizie dell'Italia centrale all'incontro presentavano alcunchè di bellicoso — Si diceva: il Duca di Modena, pronto ad invadere il ducato — e gli Svizzeri del Papa — dopo l'eccidio di Perugia — esser avidi di gittarsi sulle Romagne —
2º Periodo 1859.
Un desiderio naturale — manifestavasi nell'Italia del centro — allora in piena ostilità contro i suoi padroni — di avere i Cacciatori delle Alpi —
Cotesto corpo godeva meritamente la stima del paese — d'indole indipendente — com'erano gli elementi che lo componevano — si poteva pensare con probabilità di non ingannarsi — ch'esso non fosse vincolato indefinitamente agli ordini monarchici — Non abbisognava quindi, stimolarlo molto — per spingerlo contro tirannelli e preti —
Montanelli e Malenchini me ne parlarono — anzi ambedue fecero un giro nel centro, e tornarono, sollecitandomi — ed esternandomi il desiderio dei governi di Firenze, Modena, e Bologna — cioè: ch'io mi recassi nell'Italia centrale — ove mi sarebbe stato dato il comando di coteste truppe —
Quando io risposi a Montanelli, che marcerei senza indugio — chiedendo la mia demissione — egli m'abbracciò commosso — Malenchini poi giunse con una lettera di Ricasoli — che mi chiamava nell'Italia centrale per comandarne l'esercito — oparte di esso— In questa espressione io cominciai a capire che v'era qualche diffidenza — ma siccome, mai ho servito la causa dei popoli con condizioni — emassime quella del mio paese — io non feci parola — Il buon Malenchini però, mi diceva: che Farini con cui aveva parlato a Modena — e Pepoli che aveva veduto a Torino — lo assicurarono: che mi darebbero il comando di tutte le truppe colà esistenti —
Chiesi la mia demissione, e m'incamminai per la via di Genova a Firenze — Nella capitale della Toscana principiai a realizzare il mio dubbio — e capire che avevo da fare colla stessa gente, con cui mi era toccato di trattare dal mio primo arrivo in Italia — Lasciato in Montevideo il comando in capo d'un esercito che si batteva eroïcamente da sei anni — e giunto in Italia, coi miei poveri e valorosi settanta tre compagni — dopo vari mesi di girovagare da Nizza a Torino, da Torino a Milano — di là a Roverbella — e poi ancora a Torino, ero pervenuto ad ottenere il comando, d'alcuni resti di quartieri — poco prima della capitolazione di Milano — col grado di Collonnello — E tale comando lo ottenni quando le cose della guerra già andavano a rompicollo — e perchè a rompicollo andavano —
Io ero venuto dall'America per servire il mio paese — anche da semplice milite — e del resto poco m'importava — M'importava però assai: veder l'Italia decorosamente servita — e non lasciata in preda a certe masnade che non ci valgono — A Roma un Ministro Campello, tenendomi co' miei lontani della capitale — con sospetti meschini, m'imponeva di non superare il numero di cinquecento militi —
In Piemonte al principio del 1859 — mi tenevano come una bandiera per chiamare i volontari — i volontari accorrevano — ma da 18 a 26 anni eran destinati ai corpi di linea — I troppo giovani i troppo vecchi — ed i difettosi, erano destinati a me — a cui s'imponeva di non comparire in publico — per non spaventare la diplomazia (si diceva:) —
Una volta poi sui campi di battaglia, ove avrei potuto fare qualche cosa — mi si negavano quei volontari — ch'erano accorsi alla mia chiamata —
A Firenze non mi fu difficile capire: che avevo da fare cogli stessi uomini — e si cominciò a parlarmi della possibilità dell'accettazione del generale Fanti al comando supremo, con cui avean creduto di lusingarmi — Poverissimi furbi!
Avrei dovuto forse accettar nulla — e tornarmene alla vita privata — ma, come dissi prima: il paese era minacciato — E poi? Avevo io per costume di chiedere alcuna cosa trattandosi d'una causa sì bella! Accettai dunque il comando della divisione Toscana. Il buon popolo di Firenze, mi acclamò, mentre io entravo in palazzo vecchio — ed i governanti, com'era naturale, gradivano poco tali acclamazioni — e mi chiesero di calmare il popolo — e partire al più presto per Modena — ove si trovava il quartier generale della divisione —
A Modena vidi Farini — egli m'accolse assai bene — e mise ai miei ordini le forze organizzate di Modena e Parma —
Farini, uomo d'intelligenza superiore — assai scaltro — Egli, come tutti i governanti dell'Italia centrale, era molto ben seduto sul seggio dittattoriale di quelle belle provincie — ed un'uomo popolare accanto a lui, non lo garbava molto — Ricasoli da principio sembrommi più franco di Farini — non così astuto — ma sventuratamente collo stesso senso repulsivo verso di me — che si copriva colla mia troppa temerità ecc.
Cipriani poi, governatore di Bologna — era un Napoleonico sfegatato — e come tale, poca lega con me poteva fare —
Con quest'ultimo quindi, una franca antipatia reciproca fu manifestata, sino dal principio del mio arrivo nell'Italia centrale — e non v'era pericolo ch'egli trattasse di pormi al comando delle truppe delle Romagne ch'egli governava — La mia chiamata da parte di quei signori — era stato dunque stimolata da quella poca popolarità di cui godevo — e di cui essi volevan servirsi per popolarizzare essi stessi — Non altro, e presto ne vedremo le prove —
Farini..... così percelia— era espressione sua — un giorno scrivendo a Fanti, le aveva proposto il comando delle truppe dell'Italia centrale — Fanti con quella sua propria pacatezza — non aveva accettatto risolutamente — ma faceva sperare: che accetterebbe, una volta regolata la sua posizione col governo Sardo —
Il fatto sta: che la mia presenza nel centro — era accettattissima dalle popolazioni e dall'esercito — e quanto più tale sentimento era manifesto — tanto più diventava insopportabile ai governanti — quindi questi animosi a sollecitare l'arrivo del generale Fanti — che collocato militarmentecome mio superiore — poteva solo frenare l'ardore mio di far bene — e tranquillare i nuovi regnanti — come gli antichi gelosissimi dell'aure popolari —
Abbenchè nato rivoluzionario — perchè non quieto, non stabile, può rimanersi chi soffre. ¿E chi non soffre vedendo la sua patria serva e depredata? Cio nonostante, io non ho mancato, quando necessario, di sottopormi a quella disciplina necessaria — indispensabile alla buona riuscita di qualunque impresa — e sino dal tempo ch'io m'ero convinto: dover l'Italia marciare con Vittorio Emanuele — per liberarsi dal dominio straniero — io ho creduto un dovere sottomettermi agli ordini suoi a qualunque costo — anche facendo tacere la coscienza mia Republicana —
Ho creduto di più: qualunque sia la capacità sua — che l'Italia doveva concederli la Dittattura, sinchè il suo territorio fosse complettamente sgombro dallo straniero — Tale fu il mio convincimento nel 1859 — oggi modificato, perchè le colpe della monarchia sono molte — perchè poteva farsi un mondo da noi soli — e si è sempre preferito inginocchiarsi or a' piedi dell'uno — ed ora dell'altro, implorando miseramente, e vergognosamente il nostro —
Ciò premesso — Nell'Italia centrale — agli ultimi mesi del 59 — cento milla giovani si sarebbero serrati intorno a me — e con loro — si volgeva certo, favorevole la diplomazia Europea — oppure coi soli trenta milla allora riuniti nei ducati, e nelle Romagne potevasi decidere in quindici giorni la sorte dell'Italia meridionale — Fare infine, ciocchè si fece coi Mille un'anno dopo —
I governanti sarebbero rimasti ai loro posti — frattanto — avrebbero amministrato le loro provincie — ed avrebbero fatto una figura secondaria — è vero — ma gloriosa — coadjuvando le nostre operazioni — Essi così non stimarono — quindi si collegarono ad abbassarmi, ed annientare l'azione mia — due di loro per meschine considerazioni — il Cipriani in ubbidienza, probabilmente, agli ordini di colui — che — potrei ingannarmi — vuole tutt'altro — che l'Unione dell'Italia (1859)
Intanto io trascinai una ben deplorabile esistenza per alcuni mesi — facendo poco o nulla — in un paese ove si poteva, e si doveva far tanto!
Organizzare della truppa — tediosissima occupazione per me — con un'antipatia nata per il mestiere di soldato! Per me, fatto milite qualche volta, perchè nato in paeseschiavo — ma sempre con repugnanza — convinto: sia un delitto doversi maccellare reciprocamente per intendersi!
Obligato di limitarmi alla divisione Toscana — io m'occupai a migliorarne la condizione —
Venne Fanti — vi furono alcune panzane, verso il tempo del suo arrivo — per esempio: Farini mi assicurava, dover Fanti assumere il Ministero della guerra — ed io terrei il comando delle truppe —
Giunse Valerio, mandato dal ministero Piemontese, e mi disse: «guarda che se tu non sei contento, Fanti non vuol accettare» ed io risposi a Valerio: «non sono contento» e così stesso Fanti accettò —
Infine, l'interessante per quei signori — era di sbarazzarsi del mio individuo — senza eliminare intieramente il mio nome — di cui abbisognavano per farsene belli colle plebi — A loro sembrò di aver trovato un'espediente a tante miserie — nominandomi: secondo capo delle truppe della lega — Questa lega — poi, erano tre provincie della penisola — i di cui forti governi — per non dispiacere a certi padroni — non ardivano di chiamarsi Italia! Ecco in che modo si va costituendo — questo umile, e vergognato nostro paese!
Qui, cominciarono i bassi intrighi per disgustarmi — Fanti ricusava di accettare i miei prodi ufficiali dei Cacciatori delle Alpi — chiamati da me col consenso del governo di Modena — ed accoglieva qualunque altra classe di ufficiali — I miei poveri Cacciatori venuti in folla — sin dal principio, che mi seppero nell'Italia centrale — ad accrescere i corpi esistenti e formarne dei nuovi — erano maltrattatti — Giungevano per esempio: dalle più remote parti della Lombardia — scalzi, colla loro giacchettina di tela — stanchi, affranti dal viaggio — e per qualunque piccola mancanza di età, di costituzione fisica, di statura, ecc. erano repulsi — E credete: si domandasse loro, se avevan mangiato — e se avevan mezzi per mangiare, e tornare alle loro case? Nemmen per sogno!