»La povera fanciulla se ne accorò talmente che cadde malata e, come seppi poi, corse pericolo di morte.
»Io, rimasta sola, entrai al servizio d'una famiglia in Arona.
»Rosilde appena lo seppe venne a cercarmi e volle a tutti i patti che andassi a stare con lei.
»Quest'atto di amorevolezza mi fu caro in quei tristi momenti.
»Avevo quindici anni più di lei ed ero tutta contenta di farle da madre.
»Mi menò a Venezia, e, dopo qualche settimana a Trieste, dove le avevano fatta una scrittura molto grossa.
»Dapprincipio tutto andava come un arcolaio. Si viveva insieme, si stava bene, ci si consolava a vicenda, e si parlava de' nostri poveri morti.
»Ma pur troppo la nostra quiete non durò a lungo.
»La professione di Rosilde non è fatta per star tranquilla.
»Appena ella fu conosciuta, diventò di tutto il mondo meno che mia.
»Dapprincipio l'accompagnavo al teatro, l'aiutavo a vestirsi.
»Ma cominciò una processione di signori che venivano a farle complimenti e parlavano Dio sa come,—in presenza mia, non mi guardavano neanco come una serva, peggio come un cagnolino.
»La buona Rosilde ci pativa più di me e si dava una gran pena di avvertirli e di dire a tutti: questa è mia sorella e di farmi rispettare. Ma ogni volta s'era da capo. Io mi sentivo sempre più spostata in mezzo a quella confusione di insolenti, di facchini, di screanzati, di corde, di tele, di stracci, di lumi, di urli, di diavolerie d'ogni specie.
»Sicchè fu Rosilde stessa a consigliarmi di rimanere in casa. Ed io acconsentii di buon grado.
»Ma anche là cominciavano a venire seccatori a tutte le ore della notte e del giorno.
»Non potei trattenermi dal fare qualche osservazione a mia sorella; ed ella mi rispose con rincrescimento che non poteva metterli alla porta, e che s'usava così e che era una necessità del suo mestiere.
»—Ebbene, mi arrischiai a dire, pianta lì il mestiere e vieni via.
»—Eppoi? mi rispose; oramai non potrei adattarmi a fare delle privazioni e non so far altro che ballare. Questa è la mia vita, benchè non sia molto bella.
»Quanto a bella non l'era davvero; far della notte il giorno, mangiar quando gli altri dormono, andar a letto quando gli altri s'alzano: e sempre la casa piena di gente, un andirivieni continuo,—oh che vitaccia, che vitaccia!
»Dopo due mesi già non ne poteva più. Ero afflitta, irritata; mi arrabbiavo, piangevo sempre. Mi pareva di essere in un ospedale di matti, e qualche volta peggio, all'inferno addirittura. Quell'abbondanza mi era uggiosa, ero disgustata di tutto, desideravo con tutto il cuore la povertà, le nostre afflizioni, la nostra casetta in cui almeno si poteva gemere in pace, pregar Dio, mentre là…..
»Ero sempre imbronciata con tutti e anche con la povera Rosilde, che, ne sono sicuro, si sarebbe fatta in pezzi per contentarmi. Ed io ero spesso cattiva con lei, la strapazzavo.
»Finalmente presi l'unica risoluzione che mi fosse concessa: tornare al mio paese.
»Mia sorella non oppose la menoma resistenza, non tentò neppure un minuto di distogliermi.
»Non già che non le rincrescesse, ma s'era accorta di quel che pativo e, come sempre, ella non pensò a sè stessa.
»Mi disse soltanto: va bene, fa come vuoi,—ma con una voce che mi straziò il cuore. Povera ragazza!…..
»Gli ultimi tre giorni che rimasi con lei non volle sentir parlare di teatro, si diede per indisposta, si chiuse in casa con me, mi colmò di tenerezze, di premure; ricordò colle lagrime agli occhi, col più vivo rammarico la nostra vita d'una volta a Castelletto. E non disse mai una parola per trattenermi. Anzi l'ultimo dì sopraffatta dalla commozione e dal dispiacere di lasciarla, essendomi mostrata disposta a smettere il mio progetto mi buttò le braccia al collo, posò la faccia sulla mia spalla e mi disse singhiozzando:
»—No, va, va, mia buona Mansueta.
»L'indomani mattina prima della mia partenza mi voleva dar tutto il denaro che teneva, parecchie centinaia di lire.
»Ma io non presi che quanto mi occorreva per il viaggio.
»Non insistè: però mi accorsi che questo mio rifiuto le faceva pena più di tutto il resto.
»—Tu non vuoi accettar nulla da me, sclamò.
»E mi diè un'occhiata che mi penetrò fin nell'anima.
»Avesse ella indovinato il mio pensiero? Lo devo dire, quel suo denaro mi pareva guadagnato a scapito della salute eterna.
»Mi accompagnò sino al battello. Oh come volentieri l'avrei menata via con me!
»E dopo come mi sono pentita di averla abbandonata così!
»Quando fui al paese, che avevo tanto desiderato, tutto mi parve triste, insoffribile non pensavo che a lei, non potevo consolarmi della sua lontananza. Mi chiedevo ad ogni momento: cosa fa adesso?—e mi pareva che avrei dovuto essere al suo fianco per proteggerla, per assisterla…..
»La donna che mi aveva ospitato biasimava continuamente quel che avevo fatto. Ed io cominciava sul serio a desiderare di ritornare un dì o l'altro con Rosilde.
»Ma in quel turno ella mi annunziò che partiva per Londra.
»Alcuni giorni dopo una vecchia signora di Arona mi collocò presso DonLuigi, suo nipote, il quale da poco erasi qui fissato.
»Fu una vera fortuna per me: non potevo augurarmi un posto migliore. In confronto di quanto avevo provato mi pareva un paradiso.
»Solo mi angustiava il pensiero di Rosilde.
»Da principio ella mi scriveva spesso delle lunghe lettere, in cui parlava di me e del nostro paese.
»Di sè, della sua condizione,—mai una parola.
»Seppi da uno di Zugliano che tornava dall'Inghilterra che ella aveva là incontrato, che tutti parlavano bene di lei…..
»Ma le sue lettere erano piene di malinconie.
»Poi tutto ad un tratto cessarono.
»Per molti mesi non ebbi più notizie di lei. Le feci scrivere da DonLuigi parecchie volte, non ebbi risposta.
»Una sera, erano quasi tre anni che ci eravamo lasciate a Trieste, l'inserviente comunale mi venne a dire che mi recassi appena avessi potuto a Zugliano in casa di certo dottor de Emma, giunto colà in quei giorni, dove c'era una signora la quale desiderava parlarmi.
»Ci andai l'indomani stesso: trovai presto la casa del signor de Emma di cui tutti facevano un gran parlare. E quale non fu la mia sorpresa appena entrato di trovarmi fra le braccia della mia Rosilde che piangeva, rideva e mi baciava tutt'insieme.
»Ma, Vergine benedetta, com'era ridotta! Scarna, patita! bianca come una statua.
»Mi disse che aveva fatto una gran malattia, che ora stava meglio e che i signori De Emma avevano voluto condurla con loro perchè potesse ristabilirsi.
»Il dottor De Emma, lei lo conosce, aveva sposato un'inglese pochi mesi prima, Li conobbi tutte due, furono cortesi con me e m'invitarono a recarmi spesso da loro a trovar la sorella.
»Ci andava tutte le settimane il giorno del mercato.
»Rosilde era sempre infermiccia, anzi in capo a qualche mese mi parve che peggiorasse. Avrei giurato che avesse dei dispiaceri. Notai che la signora De Emma aveva cambiato con lei; era garbata, ma fredda e come diffidente. Anche il dottore era molto più riservato di prima.
»Da Rosilde non si poteva cavar nulla, Soltanto si mostrava più impaziente di guarire, e di riacquistare le forze. Le quali pur troppo non venivano.
»Mi diceva:
»—Bisogna che mi aggiusti.
»Ma non spiegava le sue intenzioni, quel che volesse fare, forse non lo sapeva nemmanco lei. Non parlava mai del suo mestiere.
»Passò così l'inverno.
»Una sera tardi, del mese d'aprile, io stavo poco bene ed ero già in letto: Don Luigi era fuori. Sento bussare alla porta di strada. Mi vesto, corro ad aprire. E trovo Rosilde in uno stato da far pietà che appena poteva reggersi in piedi. Aveva trovato uno del paese e s'era fatta accompagnar da lui.
»Mi dice:
»—Ti conterò poi; intanto dammi, se puoi, ricovero per questa notte.
»—Ma che t'è accaduto? domando.
»—Nulla!
»—Che t'han fatto?
»—Nulla, sono stanca.
»La misi in letto: e ci rimase una settimana con una febbre spaventevole.
»Dopo migliorò, e potè alzarsi. Era anche abbastanza serena di mente.
»Ma non volle mai dire il perchè avesse lasciato così precipitosamente la casa De Emma. Tuttociò ch'io seppi da lei fu ch'ella non voleva essere di peso a quei signori, di cui però parlava di rado ma sempre con grande rispetto.
»Una cosa mi fe' meraviglia.
I signori De Emma non mandavano mai a chiedere di lei. Seppi però che il dottore s'informava indirettamente da gente del paese della sua salute.
»Io però avevo subito capito che la causa di tutto era la signora e che il dottore era costretto a usar dei riguardi per non farle dispiacere.
»Col progredire della buona stagione mia sorella si riebbe perfettamente.
»Scomparvero affatto anche quelle infermità che aveva portato dall'Inghilterra. Ridiventò forte, bella come da molti anni non l'aveva più veduta.
»Fiorivano le rose nell'orto e rifiorivano anche le sue guancie.
»Povera ragazza, non aveva ancora vent'anni: era ben giusto che paresse giovane!
»Nei momenti di buon umore era tutto il babbo; allegra, vispa, una vera faina.
»Scorrazzava come lei ora per la montagna.
»Soltanto qualche volta mi diceva:
»—Oh se potessi restar sempre qui con te.
»Io non sapevo risponderle, perchè malgrado le buone intenzioni del padrone, capivo che Rosilde non poteva dimorare a lungo in questa casa.
»Il pensiero di dovermi separare nuovamente da lei mi accorava: si viveva così bene insieme: non potevo rassegnarmi a vederla riprender quel suo diabolico mestiere.
»Ella non ne parlava mai: pure cosa avrebbe dovuto fare? la serva come me, essa allevata in tanta delicatezza?
»Mulinavo dì e notte per aggiustarla in qualche modo. Ma, fra me e me, a lei non dicevo mai nulla.
»E per circa tre mesi ella non pareva accorgersi dei miei fastidi, e non si dava punto pensiero dell'avvenire, proprio come nostro padre buon'anima.
»Cantava tutto il dì come un passero, era una consolazione a sentirla, tanto che delle volte mi attaccava il suo buon umore e vergognandomi de' miei dubbi, dicevo fra me:
»—La Provvidenza penserà lei alla povera Rosilde.
»Non so perchè cambiò tutto ad un tratto.
»Una mattina entro nella sua stanza e la trovo seduta sulla sponda del letto, col viso tutto sconvolto, pallida come un cadavere che piangeva dirottamente.
»Gli feci mille domande, non mi disse altro se non che non si sentiva bene.
»Poi, dopo il primo momento, si ricompose e fe' di tutto per dissipare le mie inquietudini. Mi assicurò che l'era passato, che stava bene, ma vedevo che non era vero. Per quanto si sforzasse, non riusciva a celarmi una grande tristezza che la opprimeva.
»Per quattro giorni io la vidi abbuiarsi sempre più,—e al quinto scomparve senza dir nulla.
»Eravamo alla metà d'agosto, al dì dell'Assunta.
»Non venne al vespro in chiesa dove aveva promesso di raggiungermi.
»Entrando in casa non la trovai più e m'accorsi ch'ella aveva portato con sè alcune delle sue vesti.
»Ne chiesi ai vicini se nessuno l'aveva veduta: ma dopo molte ricerche notai che la porticina dell'orto era aperta: Rosilde era senza dubbio discesa nella valle per di là.
»La cercammo dappertutto: andai io fino a Castelletto. Non potei venir in chiaro di nulla,
»Don Luigi ne fu afflitto quanto me.
»Non potemmo saper nulla più fino al marzo successivo, una domenica che capitò qui il signor De Emma a pregarmi di seguirlo fino ad un cascinale presso Zugliano. dove Rosilde era a letto malata gravemente.
»Il dottor era un antico amico di Don Luigi e, dopo la partenza diRosilde, veniva sovente a trovarlo.
»Le avevo parlato tante volte di mia sorella, ma egli non mi aveva mai detto di sapere dove fosse.
»Eppure io sono convinta che conosceva da parecchio tempo la sua dimora. E dev'essere stato lei a pregarlo di avvertirci.
»La poveretta si vergognava di una disgrazia che l'era accaduta.
»Andai col dottore e giunsi con lui a una catapecchia miserabile in mezzo alla campagna dove trovai la mia sventurata sorella disfatta in modo da far compassione alle pietre.
»Aveva avuto un figlio il giorno prima,—ed era così mal ridotta dalla sua antica infermità al cuore, che l'era tornata con maggior forza, e dagli strapazzi d'ogni maniera sofferti che, come mi avvertì una vecchia che l'assisteva, correva serio pericolo.
»Quando la povera cristiana mi vide vicino al suo letto mi buttò le braccia al collo e pianse per quasi un'ora di seguito.
»Appena potè parlare, mi contò la sua triste storia,
»Seppi allora che tutto il male veniva dal signor De Boni.
»Questo poco di buono l'aveva incontrata a Zugliano, dove allora egli andava spesso a trovare suo padre. L'aveva inutilmente perseguitata in tutti i modi.
»Le sue molestie avevano continuato anche quando ella era venuta a star qui con me; ed ella era per un pezzo riuscita a tenerlo al dovere.
»Ma alla fine quel demonio era venuto a capo dei suoi infernali disegni e da sette mesi la torturava. Non so per quale malefizio colui aveva potuto imporsi alla volontà di mia sorella.
»Mi narrò queste cose singhiozzando per il dolore e per la vergogna, e finì col supplicarmi di compatirla.
»Si figuri un po': non potei far altro che piangere con lei.
»Mi sedetti al suo capezzale, e per tre giorni e tre notti non staccai gli occhi da quel suo volto distrutto, pregando il Signore di non togliermela così presto.
»Egli non ha voluto esaudirmi.
»Io la vidi consumarsi come una candela.
»La terza notte si riscosse da un grave letargo in cui era caduta, mi prese la mano con forza, mi chiese di Don Luigi e mi manifestò il desiderio di vederlo.
»Il mio padrone era stato diverse volte a chieder notizie: ma il dottore non aveva mai permesso che egli entrasse nella camera di Rosilde.
»Ella mi pregò allora con tanta insistenza che non ardii ricusarle questo suo forse ultimo desiderio e appena giorno salii di corsa fin quassù e indussi il curato a venire con me dalla morente.
»Appressandosi alla cascina dove giaceva Rosilde intendemmo il suono di voci concitate.
»Nella camera di Rosilde c'era il signor De Boni, ed entrando lo udii che diceva:
»—Tu non vuoi darmele, ebbene le prenderò da me.
»E aggiungeva due o tre bestemmie spaventevoli.
»Pareva un furioso scappato dall'ospedale: metteva tutto sossopra, rovistando entro i mobili come per cercarvi qualcosa che molto gli premesse di avere.
»E Rosilde invano cercava di distoglierlo dal suo violento proposito, e gridava e lo scongiurava…..
»La Provvidenza ci aveva mandati in buon punto.
»Al nostro arrivo Rosilde sorrise di gioia e arrovesciò il capo stanco sul guanciale ch'io credevo spirasse.
»Ma ella ritornò in sè; e stese la mano a Don Luigi mormorando: grazie! siete venuto, siete buono!
»Poi dopo qualche momento si volse a me e indicandomi il signor Angelo che si rodeva in un cantuccio d'essere stato sorpreso in così bestiale furore, mi disse con un filo di voce interrotto dal rantolo:
»—Costui voleva togliermi delle carte che mi preme di mettere al sicuro. Prendi, sorella, eccoti la chiave di un cassetto che troverai in fondo all'armadio; aprilo e levane un involto che esso contiene.
»Obbedii.
»Rosilde soggiunse:
»—Conservale con cura, esse sono la fortuna della mia creaturina. Suo padre, là il signor Angelo, sarebbe capace di rinnegarlo ed è bene che tu possa provargli all'occasione i suoi doveri. Bada Mansueta di non lasciartele uscire di mano.
»Il signor De Boni mi guardava in guisa che pareva volesse mettere in pezzi me e le earte che tenevo in mano.
»Se non ci fosse stato presente Don Luigi credo non l'avrei passata troppo liscia.
»Ma colui è uomo che pensa sempre troppo bene ai casi suoi e sa sempre frenare il suo furore quando questo può essergli dannoso.
»Vedendo che non c'era da farla franca, diè una crollata di spalle ed uscì sagramentando da far traballare la casa.
»Con questa bella grazia egli piantò là quella povera martire che moriva per causa sua.
»Essa non lo trattenne.
»Quando fu uscito si rasserenò; trasse un lungo sospiro. E sorrise di nuovo.
»Ci fe' segno di sedere vicino al letto: ci prese le mani e ci guardava con grande tenerezza. Non poteva parlare. Era alla fine de' suoi patimenti.
»Di lì a poco sopraggiunse il dottore che fu spiacevolmente sorpreso di trovare colà don Luigi:
»Ma Rosilde chinò leggermente la testa e sussurrò a fior di labbra:—son io…..
»Poi nessuno parlò più.
»L'agonia era cominciata…..»
Mentre Mansueta raccontava io aveva tenuto macchinalmente gli occhi fissi sul ritratto di Rosilde; e, man mano che la triste storia progrediva, quel volto bianco pareva animarsi sotto il mio sguardo: il sangue rifluiva nelle venuzze azzurre della fronte, le tempia pulsavano sotto l'impeto della passione, le pupille inquiete gittavano un'occhiata paurosa dietro le spalle, la vita esile affievolita abbrividiva; le labbra lasciavano fuggire un grido, un sospiro…
Egli è che non v'ha nulla di più vero, di più logico che il dolore, e non v'ha cemento d'anime più possente ed efficace di quello. Perciò l'arte chiede ad esso così soventi le sue ispirazioni, perciò gli deve le sue più forti creazioni.
Se mi avessero narrata una vita venturosa, di gioie, di successi, quella creatura sarebbe rimasta un'estranea, una bella ignota. Invece mi si era detto: ella ha patito, ha pianto,—ebbene eravamo conoscenze vecchie.
Un uomo felice diventa decrepito centenario; è dimenticato prima che morto.
Un altro disgraziato muore giovane: il suo ricordo sopravvive spesso dei secoli.
Chi pensa a Matusalem, chi non ha pianto Abele?
Dicevano i Greci:—chi muore giovane è caro agli Dei.
Certo egli è carissimo agli uomini.
Quella giovane donna era scomparsa da vent'anni. Ebbene la sua figura spiccava ancora vivissima sullo sfondo del piccolo mondo ch'ella aveva attraversato: tutte le figure del dramma misterioso che andavo svolgendo da due mesi erano rischiarate dallo strascico luminoso di quegli occhi malinconici.
Senza volerlo, fin dal primo giorno della mia dimora al Presbiterio, fin da quel primo colloquio con Aminta nel giardino, io cercavo lei attraverso i meandri delle vicende confidatemi. Finalmente la sua immagine m'era apparsa e mi s'imprimeva nella mente e mi riempiva l'animo di una lugubre, di una penosa amarezza.
Quel giorno cercai tutti i modi di distrarmi: e non potevano a tal uopo giovarmi i discorsi di Mansueta.
Scrissi prima di sera un mucchio considerevole di lettere; scrissi a della gente che sicuramente non ha mai potuto indovinare il vero motivo di quel mio insolito zelo epistolare.
Poi dopo cena fui felice d'aver qualcosa da ingannare la solitudine.
Uscii per ispedire la mia corrispondenza.
Aveva smesso di piovere, ma saliva dalla valle un alito denso, tepido di umidità. Una rossiccia aureola cingeva la punta accesa del mio sigaro.
Il procaccio della posta era già a letto, e per quanto picchiassi non venni a capo di svegliarlo.
Stavo per tornare indietro quando la voce del signor Bazzetta si fe' sentire dall'uscio socchiuso della vicina farmacia.
—Se avete lettere datele a me; le mie donne le consegneranno a Menico domattina prima che egli parta per Zugliano.
Accettai ringraziando e cercai le lettere per consegnarle. Ma lo speziale sclamò:
—Per bacco favorisca dentro, al caldo, oh diamine!
E uscito fuori, mi prese il braccio e mi tirò nella bottega, anzi nel piccolo camerino dov'ero stato la prima volta. Mi fe' sedere e volle assolutamente che io assaggiassi ancora di quel tal suo vinettino.
Uscì e tornò colle bottiglie e si diede a giocar di cavaturaccioli, prima che io avessi avuto tempo di aprir bocca sempre ripetendo ufficiosamente fra i denti:
—Cospetto, cospetto, due ditini, due ditini.
Versò, poi disse:
—Già voi non sapete cosa fare del mio vino e delle mie storie.
Non risposi, egli continuò:
—Eppure avrei creduto, doveste essere curioso di conoscere la storia di certi nostri amici. Suppongo ch'essi non v'avranno detto nulla. La storia dell'abatino è interessante…..
—So, so… interruppi infastidito.
—Che sapete? mi chiese con un sorriso d'incredulità,
—Eh! sclamai, che grande secreto!
—Dite quel che sapete; ho paura che occorrano delle rettifiche.
—Diamine chi non sa che il signor De Boni è…
—È che cosa?
—Il padre…
—…..putativo, aggiunse subito lo speziale col tono più dolce della sua vocina insinuante.
Fè una smorfia, ammiccò cogli occhi e ripetè sempre più piano;
—Putativo… pu… ta… ti… vo. Eh!!
L'ultima esclamazione voleva dire:—vedete che questo speziale può ancora insegnarvi qualcosa, signor presuntuoso?
—Come?
—Per sapere il come bisogna riprendere quella tal storiellina proprio al punto dove l'abbiamo interrotta due mesi sono. È lunghettina. Vi avviso, volete sentirla? per me eccomi qua,—un bicchierino,—fumate vi prego, volete un fiammifero? ecco.
»Dicevamo che il signor De Emma aveva con sè due giovani donne:—una, sua moglie,—l'altra, italiana, vezzosissima, i cui rapporti colla famiglia rimanevano ignoti… allora… poi trapelò… Il timore di sentirmi ripetere ciò che avevo inteso di Mansueta mi spinse a tentennare il capo con impazienza,
—Sapete che era una ballerina, ricondotta in Italia dal dottore per guarirla dicono di una piccola malattia… sì… che rimase in sua casa alcuni mesi per… anche questo?… ma i motivi per cui ella lasciò i suoi ospiti li conoscete, no? Fu per la gelosia invincibile della signora… la quale non aveva poi tutti i torti d'inquietarsi.
»Ma diciamo le cose per ordine. Il signor Angelo conobbe dunque la signorina per le cure che questa prestava a suo padre, se ne invaghì, ma per allora le sue maniere buone non incontrarono grazie agli occhi della Tersicore… i quali pur erano assorti altrove…..
»Alcuni mesi dopo, in seguito a una burrasca violenta, la signorinaRosilde abbandonò la casa De Emma e si rifugiò qui presso sua sorellaMansueta.
»Anche qui il signor Angelo l'incontrò qualche volta per istrada, e, naturalmente ostinato come è, egli insistè per ottenere il favore della silfide… che però era già staggito. Il povero De Boni arrivava sempre fuori tempo; ed anche allora dovette forbirsene i baffi».
M'ero studiato di mostrarmi indifferente al racconto e di ascoltarlo con quell'aria di profonda indifferenza che non accetta e non rifiuta.
Ma egli era riuscito a cattivarsi la mia attenzione. E a questo punto non potei trattenermi dal chiedere:
—E il preferito chi era?
—Chi era? rispose con un ghigno malizioso guardando al soffitto coll'apatia simulata di una pretesa superiorità:—chi era? qui sta il punto.
Dichiaro che nel signor Bazzetta c'era la stoffa di romanziere.
Conosceva e praticava per istinto tutti gli artifizi della narrazione.
Egli proseguì:
—Una sera ero di guardia nella farmacia a Zugliano e discorrevo col dottor De Emma; capita una vecchierella a spedire una ricetta rilasciata da una empirica, notissima in quei dintorni, per le sue cure d'ogni specie. La cosa era tutt'altro che regolare, ma allora non si andava tanto per il sottile e lamedichessaaveva clientela troppo numerosa per poterle impunemente mancare di riguardo. Per espressa volontà del nostro principale noi si spedivano con qualche cautela le sue ordinazioni.
»Questa volta però mi parve che le dosi fossero eccessive e guardando meglio lo sgorbio della maliarda mi accorsi che le cifre erano state alterate.
»Sospettai tosto di un qualche disegno delittuoso. Quei medicinali potevano servire a certo effetto, che il codice penale, tenero del biblicomoltiplicaminipiù che della galanteria, ha avuto la crudeltà di proibire.
»Entrai nel salotto e mostrai senza dir nulla la cartolina al dottorDe Emma: egli trasalì e mi avvidi che divideva il mio parere.
Dissi:
»—La mando a spasso…..
»E mi avviai per eseguire il proposito.
»Il dottore mi trattenne.
»—Datele un qualcosa d'innocuo: bisogna andar a fondo di questa faccenda; forse arriveremo in tempo di evitar una grossa disgrazia.
»Obbedii, e quando tornai nel salotto non ci trovai più il dottore. Era uscito per la porticina del cortile.
»Pensai ch'egli avesse tenuto dietro alla vecchierella, e mi domandai se anch'io non farei bene di imitarlo.
»Capirete, nella nostra professione, un po' di polizia non nuoce.
»Lasciai la serva del principale a guardar la farmacia e via di corsa.
»Non durai fatica a raggiungerli.
»C'era una luna splendida; la donniciuola trotterellava a stento contro il muro rischiarato: il dottore la seguiva nell'ombra dall'altra parte della strada.
»Io dietro a loro, a una quindicina di passi.
»Attraversammo la città quant'è larga: la vecchia infilò il ponte della Gora, entrò nel sobborgo, svoltò in una viottola, a destra, che sbuca nei prati del castello, poi rasentò la lunga fila di catapecchie dove abitano lavandaie e finalmente si arrestò davanti a una piccola e lurida casupola a un solo piano.
»La facciata volta a settentrione rimaneva nell'ombra meno un piccolo finestrello all'altezza di un uomo, dai vetri quasi tutti fessi e rattoppati di carta bianca ma illuminata internamente.
»La vecchierella bussò leggermente all'uscio che fu subito aperto e si rinchiuse dietro a lei.
»Il dottore s'era fermato ed anch'io.
»Egli esitò qualche minuto poi lo vidi attraversare la strada ed accostarsi alla casa, si pose sotto la finestra e stette in ascolto.
»Dopo un quarto d'ora si riscosse come avesse preso una ardita risoluzione, si appressò alla porta, e picchiò colle nocche delle dita.
»Questa volta indugiarono nell'aprire.
»Finalmente il finestrello si rabbuiò e quasi subito nel vano dell'uscio socchiuso apparve la vecchierella da noi seguita che teneva un lume in mano.
»Il dottore scambiò con lei alcune parole che non intesi.
»La donna parve perplessa, lo guardava intimidita.
»Ma, dopo qualche minuto, si tirò in disparte e lasciò passare il dottore.
»La porta fu di nuovo chiusa a giro di chiave.
»Allora venne la mia volta di appressarmi al finestrello: già ero venuto per qualche cosa……—
Il signor Bazzetta mi guardò come per assicurarsi che io non avevo obbiezioni da fare contro l'assoluta convenienza del suo contegno, pronto, se mai, a confutarlo con un'intera batteria di argomenti.
Io non battei palpebra.
Egli proseguì:
»—Mi trovavo dalla stessa parte della casa nell'ombra. Avanzai piano pianino rasente il muro e venni ad appostarmi.
»La posizione era sicurissima. Impossibile addirittura l'essere sorpreso. Rimpetto, il muro liscio ed alto della canonica di S. Eustachio. Dalla parte dond'eravamo venuti la strada correva diritta per un lunghissimo tratto senza risvolte e senza traverse: per dippiù era selciato a pietre tanto grosse ed ineguali che si sarebbe inteso un passo lontano un mezzo miglio. In fondo c'erano degli orti a quell'ora deserti. Non potevo essere veduto che dalla casa che stavo osservando. Ma pienamente tranquillo per tutto il rimanente io ero libero di concentrare sovr'essa tutta la mia attenzione. Al minimo segno era presto fatto: due passi più in là svoltavo la cantonata e mi perdevo fra la siepi di sambuco dell'ortaglie.
»Il lume era ritornato nella camera, ne vedevo il suo rossiccio riflesso nella strada. Tesi l'orecchio. Il dottore era entrato in quella camera che doveva essere la cucina del povero appartamento. La finestra stava socchiusa per la grande caldura. S'era in agosto poco dopo la metà: una frasca del ferragosto erigeva ancora il suo ispido pennacchio di pino sopra una costruzione poco lontano.
»Distinguevo la voce del dottore, sebbene capissi poco quel che diceva. Parlava in tuono di garbato rimprovero, interrompendosi frequentemente. Nell'intervallo udivo un singhiozzo sommesso, poi una sottile, una delicata vocina da donna. Era certo l'incognita dei miei sospetti.
» Ebbi… come si fa a non avere la tentazione di guardar dentro? una di quelle tentazioni a cui non si resiste. Una sola occhiata basterebbe. Mi appiatto contro il muro, mi rizzo sulla punta degli stivaletti, mi aggrappo al davanzale di pietra e caccio la mia fronte fra due vasi, uno di basilico, e l'altro di reseda, profumi di tutta quella miserabile strada.
»E guardo e vedo la signorina Rosilde che aveva visto spesso quando abitava dai De Emma…..
»Un baleno e compresi tutta la premura del dottore, il suo sgomento.
»Cercavo il bandolo di un segreto, ne scoprivo due, anzi tre… almeno mi parve.
Il dottore teneva una mano di lei nelle proprie: ella accasciata, col viso basso, chino sulla spalla sinistra, tutto inzuppato di lagrime,—una addolorata…. vergine prima del… dopo del… ecc., come dice il catechismo. Non pensava a ritirar le sue mani.
»Il signor De Emma non la sgridava più; sembrava commosso, dovette farle coraggio.
»Eh? che ne dite?»
Io non avevo nulla da dire.
»—E ritenete queste tre circostanze, riprese lo speziale; ritenete che allora il signor De Boni dimorava ancora a Zugliano col padre, e che la signorina era stata quattro mesi qui, e, come seppi dopo, non era ritornata in città che da un paio di giorni, e finalmente che la loro relazione cominciò dopo quella sera. E pensare che poi gli han dato il bastone bello e fiorito. Bel san Giuseppe davvero! senza neanche la formalità dello Spirito Santo, ah! ah!»
Come rideva lo speziale; come si mostrava maligno!
—Però ho poi mangiato quella tal foglia! ma tardi, tardi assai…. Ma vi annoio?» Accennai di no nel modo meno aperto che io potessi.
—Ma sentite, ora viene il meglio della storiella. Il signor DeBoni…. to' eccolo».
L'uscio della farmacia sbattè con rumore. Il sindaco entrò nel salottino e, nel vedermi, non potè dissimulare il suo malcontento.
Ma io non tardai a levargli la soggezione.
Mi alzai e presi congedo dal Bazzetta.
Uscito nella via mi fermai per accendere il sigaro: e, senza volerlo, intesi che il sindaco parlava di me chiamandomi «lo scarabocchino».
Non era un'ingiuria tanto atroce ch'io potessi aver diritto di offendermi.
Eppoi non ci tenevo punto alla stima del sindaco: e non ero curioso di sapere ciò che diceva di me.
Mi disponevo ad andarmene, quando mi accorsi che qualcuno mi spiava dalla porta socchiusa della bottega.
Era il signor Bazzetta il quale certamente veniva ad accertarsi se ero già abbastanza lontano da poter sparlare di me.
Non potei trattenermi dal dirgli ad alta voce:
—Oh bravo! Se voleste aver la bontà di farmi un po' di lume, ve ne sarei obbligato. Io adoro la polizia…. urbana, l'unica che manchi a Sulzena.
Comprese la doppia allusione ch'io volli far al suo racconto di poco prima e alla sconvenienza di quell'ultimo atto, perchè rispose:
—Anch'io una volta,—ora non ci penso più. Aspettate vengo colla lucerna.
Uscì poco dopo e volle rimanere a rischiararmi la strada finchè io non ebbi svoltato verso la chiesa.
Mi volsi parecchie volte ed osservai che man mano svaniva sul suo musettino il sorriso di riguardosa premura con cui mi aveva augurato la buona notte.
Don Luigi era arrivato da Novara.
Era tanto soprappensiero quando entrai, che non si mosse.
Aveva fatto l'ultimo tratto di strada a piedi con quella belletta; era stanco, infangato,—ma s'era fisso di aspettarmi.
Indovinai che il buon prete aveva d'uopo di uno sfogo.
Gli parlai di Aminta, supponendo che la separazione da lui fosse il motivo della sua afflizione.
Mi disse che l'aveva lasciato felicissimo della sua nuova condizione.
Poi ad un tratto mi domandò:
—Credete, caro Emilio, che abbiamo fatto il suo bene?
Risposi che non si poteva dubitarne.
—Ebbene, guardate, soggiunse dondolando tristamente il capo più curvo del solito, guardate, c'è chi ne dubita,
—Oh, qualche ignorante.
—No, sono persone savie e prudenti, ma mal prevenute.
Quel giorno a Novara era stato a visitare il Vicario, il quale, come sapesse lo scopo della sua gita, prima quasi che aprisse bocca, gli aveva parlato di Aminta soggiungendo che era costretto di esternargli il suo biasimo per avere stornato quel ragazzo dalla carriera ecclesiastica. Poi, senza lasciargli dire una parola a propria discolpa, aveva soggiunto che la cosa farebbe scandalo, molto scandalo; era vero il fatto sì o no? Non poteva negarlo; dunque non ci era altro da dire,—egli non sapeva davvero come pretendesse giustificarsi,—che nome darebbe a un capitano che facesse disertare i soldati; e pensare che lei, un sacerdote….. brutto esempio…. pessimo esempio!….
—Ma, esclamai io, chi può averlo informato? Don Luigi si strinse nelle spalle: diamine, era facile indovinarlo.
—E che avete risposto? chiesi.
—Nulla; sono uscito di là che mi girava la testa. Però dicano quel che vogliono; il ragazzo sta bene dov'è e ci resterà.
—Ma possono darvi dei fastidi per questo?
—Non so; faranno quel che vorranno.
E il buon prete si curvò in aria di rassegnazione.
Quella notte stentai a prender sonno: il racconto di Mansueta, quello dello speziale, le confidenze di don Luigi mi giravano per il capo come le aste di un arcolaio; pensavo a Rosilde, al dottor De Emma; costui mi stizziva; mi pentivo di avergli accordata la mia simpatia. Anzi d'essermela lasciata scroccare. Non era egli causa di tutte le disgrazie dei miei amici?
Mi pareva evidente.
Sicuro era lui che aveva abusato della solitudine di Rosilde, della dappocaggine del De Boni, della credula bontà di Don Luigi. Questo era il peggio; compromettere un onest'uomo, esporlo a delle persecuzioni tormentose, implacabili. In fin dei conti facesse la penitenza chi aveva peccato!
Il suo contegno riguardo ad Aminta mi indignava! Perchè ricusava egli il suo appoggio al figlio di Rosilde? Per riguardo alla moglie? Magra scusa quando altri, quando un innocente, per riparare al suo abbandono, mettono a repentaglio tutta l'esistenza. Crudele egoismo!
La requisitoria era compiuta e la condanna non si faceva troppo aspettare.
La mattina seguente accadde a Baccio cosa tanto straordinaria che egli, per la prima volta in trenta anni di esercizio, si lasciò precedere nel suonare il mezzodì dal sacrestano di Sumasco, noto per la sua negligenza. E c'è di peggio.
Egli piombò nello studio del curato tenendo in mano, per distrazione, ilraggiod'oro delle grandi solennità.
Mansueta gli corse dietro, don Luigi si avanzò rapidamente ad incontrarlo, ma entrambi dimenticarono tosto la stranezza del suo contegno perchè egli balbettò:
—Il sindaco la vuole in sacristia.
Incredibili parole che, per l'affanno, non potè ripetere.
Don Luigi era già uscito per corrispondere alla richiesta del sindaco, che il pover'uomo era ancora sbalordito ritto in mezzo alla camera,
Il signor Angelo non era certo venuto con delle buone intenzioni.
Il colloquio fu breve, non durò più d'un quarto d'ora, che però alla nostra ansietà sembrò interminabile.
Nessuno assistè. Il linguaggio del sindaco deve essere stato violento al solito: uscito dalla sacristia, sul sagrato si volse indietro e disse:
—Pensateci dunque: fra tre giorni o mi date quelle carte o preparatevi a ciò che vi ho detto.
Don Luigi, pallidissimo, rispose:
—Sarà quel che Dio vorrà.
Non capivo la minaccia del sindaco, e il curato non mi fe' quel giorno alcuna confidenza.
Si ritirò nella sua camera e non ne uscì per tutta la giornata.
Mansueta, sollecita della salute del padrone, si recava sovente in punta di piedi a spiare dal buco della serratura, ed ogni volta tornava tentennando dolorosamente il capo.
Don Luigi passò tutte quelle ore ginocchioni pregando.
I dì seguenti il sindaco passò e ripassò più volte davanti al presbiterio coll'aria provocante di un creditore inesorabile. Le sue occhiate, volta a volta beffarde e furiose, causarono una quantità di disordini.
Mansueta lasciò due volte struggersi la cena sul fuoco. Il solo appressare del noto passo la metteva in convulsione.
E la non poteva sapere qual nuovo genere di tortura colui avesse potuto trovare, ma capiva che doveva essere formidabile dal contegno di Don Luigi, che da quel colloquio in poi non aveva più ricuperato la sua calma e anzi diventava sempre più inquieto e sofferente.
Pertanto io cominciavo a trovarmi a disagio.
Ero rimasto per riguardo a Don Luigi, e avrei voluto davvero essergli utile in quel frangente di cui mi era ignota la gravità. Ma la sua afflizione non pareva di quelle che si alleviano colle parole.
Il curato si manteneva stavolta chiuso con me come con tutti; noi ci vedevamo appena all'ora solita e si capiva che malgrado tutti gli sforzi egli non riusciva a dominare la cura segreta dell'animo.
Non volevo, al postutto, dargli soggezione.
Erano le riflessioni ch'io facevo fra me tornando dalla Testa Grigia dove avevo voluto arrampicarmi un'ultima volta. E la conclusione fu ch'io avrei quella stessa sera chiesto congedo per l'indomani.
La serietà di questo proponimento mi fe' naturalmente rallentare il passo. Una singolare tenerezza mi legava a quei luoghi. Le poche settimane colà passate rappresentavano per me un lungo e notevole periodo della mia vita.
Un villaggio è spesso un piccolo mondo che spicca sopra un orizzonte immenso: quivi gli umili casi quotidiani hanno sempre per scena l'ampia campagna, il cielo infinito.
Il terreno era umido per un primo nevischio caduto il giorno prima: avanguardia delle grosse nevi che per allora stavano attendate sulle cime del Sempione. Aveva fatto una splendida giornata, di quelle limpide che reca il vento dalla montagna. L'aria, fredduccia, ma in compenso tersa, trasparente, quasi sopprimeva le distanze.
Ero ancora lontano un quattro miglia da Sulzena e avrei detto di arrivarci in un salto.
Giravo la gola di Fontanile e vedevo il villaggio rimpetto, un po' sotto a me, indorato dai raggi del sole che cadeva. Distinguevo i più minuti particolari, le siepi, le finestre, coi pannilini stesi, le pietre, le spire del fumo che usciva dai bassi comignoli.
È delizioso spettacolo questo di poter in una occhiata riassumere la vita di un intero paese; da un sentimento di potenza, quasi di superiorità; pare di poter disporre di quel gruzzolo di vite come si fa di un alveare.
Istintivamente mi ero seduto e guardavo.
Ad un tratto un altro particolare attrasse la mia attenzione.
Da quella parte il terreno degli orti di Sulzena si divalla rapidamente tracciando una leggera concavità, il cui terreno sassoso e scheggiato, è qua e là rivestito da radi cespugli di ginepro.
Notai che dei massi staccandosi a certi intervalli saltellavano giù a precipizio per quella scesa e balzavano nel torrente sottoposto.
Osservando meglio potei scoprire la causa di questo franare poco naturale nella sua continuità; era una persona, un uomo in abito scuro che di quando in quando spiccatosi da un cespuglio si lanciava ad afferrare quello più vicino che gli soprastava. Così a salti e sforzi intermittenti saliva verso il villaggio.
Chi poteva essere costui che preferiva alla strada comoda che sale dalla parte di ponente, questo sentiero da scoiattoli? Due sole ipotesi possibili,—uno cui preme non farsi scorgere,—oppure un matto come me che abborre le strade battute e ama meglio fiaccarsi il collo che seguir gli altri.
Questa seconda supposizione era la più probabile.
La simpatia, ispiratami da questa somiglianza di gusti, mi vinse e indugiavo guardando il curioso lavorio di quello sconosciuto,—finchè un'ora dopo lo vidi sparire fra due siepi spostando l'ultimo rovinìo di pietre che celebrò distesamente il suo trionfo.
Allora anch'io mi mossi.
Cominciava ad imbrunire.
I colori del paesaggio erano spariti: il quadro acquistava il grandioso indefinito del bozzetto. Sparivano nell'ombre i lineamenti e restavano ingrandite le linee. Le forme di quel poema di terra e di cielo lasciavano a nudo il concetto. Il quale esprimeva una cupa tristezza,
Il profilo del villaggio si disegnava debolmente sul fondo bianchiccio del monte: ai due capi opposti il presbiterio e la casa del sindaco: il primo, a spigoli retti semplici, smussati agli angoli da gruppi di piante: ritto in mezzo l'esile campanile tendente al cielo;—l'altra tutta a sporgenze, a denti come una immagine di un accattabrighe. Si sarebbe detto che quei due edifizi recassero impietrita la storia del lungo dissidio fra i loro abitatori.
E la fantasmagoria acquistava man mano efficacia: altre figure venivano ad aggiungersi alle prime.
In mezzo alle due case dominatrici un po' indietro la specola quadrata dello speziale come un curioso che coi debiti riguardi osserva due litiganti che stanno per venire alle prese.
Una quarta casupola si levava sopra la linea media del villaggio; imboscata fra due noci giganti che le sorgevano ai due lati: dopo lunghi calcoli, conchiusi che fosse l'abituro di Beppe, smilzo, gramo.
Era notte chiusa. Affrettai il passo; facevo d'indovinare le pietre meno aguzze per posarvi il piede, incespicavo sovente. Qualche volta cadevo; una volta percossi colla fronte una delle croci disposte lungo il sentiero a ricordo di una sciagura. Non so perchè avevo quasi paura come quando ero bambino; involontariamente pensavo ai viottoli vivaci della mia Milano, ai crocchi gioviali dell'osteria delGallo.
Malgrado le difficoltà camminavo lesto, vo a saltelloni, a sdruccioloni, e mi avvicinavo rapidamente a Sulzena.
Sbuco sotto la casa del Sindaco; sento la sua voce aspra, collerica nel tinello che strapazza la fantesca. Tiro dritto, infilo la strada del villaggio.
Una figura nera viene alla mia volta; poi si ferma e torna indietro. Io proseguo: lo sconosciuto mi precede un tiro di pietra; e ad un tratto sparisce non so dove.
Poco più in là passo innanzi alla casa della povera Gina.
È la seconda volta che in una sola sera penso a lei.
L'immagine di quella disgraziata mi s'affaccia al primo mio giungere in Sulzena ed ora, alla vigilia della partenza, non potevo allontanarla dalla mente.
Avvicinandomi al presbiterio incontro Baccio che mi passa accanto frettoloso senza vedermi.
Entrando nel cortiletto mi sgomenta un po' il trovarvi il cavallo del dottor De Emma.
Fosse malato don Luigi?
Mansueta si affrettò a rassicurarmi. Il dottore è venuto da sè per affari; da un'ora è chiuso col curato nello studio.
Salgo ad aspettare la cena nella mia camera: la finestra verso strada è aperta.
Nel villaggio è buio; un filo di luce che esce dal nostro portone taglia a mezzo la piazzetta del sagrato.
Nel cortile scalpita la cavalcatura del signor de Emma: s'ode qualche belato fioco come venisse di sotterra.
Il colloquio nello studio si prolunga.
Un passo s'avvicina. È Baccio che torna. Don Luigi e il dottore gli vengono incontro a' piè della scala. Sento il sacrestano che dice:
—In casa non c'è.
Poi entra; la porta dello studio si chiude di nuovo. Nessuno si ricorda di me.
Accendo un lume, prendo un libro.
Mentre sto per chiudere la finestra, un lontano rumore mi colpisce. Parmi d'aver inteso un grido, un altro; poi silenzio. Che succede all'altro capo dell'abitato? Segue un confuso vocìo. Passano alcuni minuti di quiete profonda,—un cane abbaia e mugola.
Due contadini si avvicinano a passo a passo.
Parlano fra loro a monosillabi, sembrano commossi, spaventati.
Uno dice:
—Tu hai visto.
L'altro risponde:
—Che! E tu?
—Neppure.
—Che si dice?
—Che l'hanno ammazzato.
—Che sia morto?
—Per bacco! dieci coltellate.
—Tredici….
—L'hai contate?
—Ohibò!
—E già non lo vo' a ripetere.
—Me l'ha detto lo speziale.
Sono passati; vanno a precipizio giù per la scesa.
Un altro passo.
Questo si ferma alla nostra porta.
Una voce chiede nel cortile:
—C'è in casa il dottor di Zugliano?
Mansueta risponde di sì.
L'altro aggiunge qualcosa ed ella dà in esclamazioni.
Alla sua voce accorrono il curato e il dottore: parlano tutti insieme. Scendo anch'io.
Appena mi vede, Mansueta alza le braccia:
—Oh che disgrazia, oh che disgrazia, il sindaco….
—Andiamo, dove l'hanno portato? domandò il signor de Emma.
—Nella farmacia, risponde il montanaro. E s'avvia. Li seguo.
Per istrada il buon uomo conta al dottore che Beppe, tornato improvvisamente in paese, ha appostato il sindaco che all'ora consueta si recava dallo speziale, l'haforatoda tutte le parti.
Accorse alle grida lo speziale col suo garzone, lo trovarono che trascinava pei piedi il moribondo. Ci vollero tutti gli sforzi per levarglielo dalle mani. Egli era furibondo, gridava:—l'ho finito io,—e vo' buttarlo nell'acqua: non bisogna sotterrarlo in terra di cristiani, vicino alla Gina!
Il dottore, a cui certo premeva assai più la salute del feritore che non la vita del ferito, s'informò di Beppe.
Il montanaro rispose ch'era scomparso. Nessuno aveva tentato di trattenerlo. Tutto il paese era per lui: si sapeva bene, s'egli avevamenatoera che gli avevano fatto il solletico nelle mani. Naturale! levate il sentimento ad un uomo e diventa lupo.
Era giustizia greggia, ma giustizia giusta.
Potei accorgermi quanto fosse odiato a Sulzena il signor Angelo: dopo il primo momento di allarmi il villaggio era tornato silenzioso. Non era indifferenza, ma noncuranza volontaria e ostile.
Notai che molte finestre erano socchiuse, altre semiaperte; ma non vidi una sola porta aperta.
Entrammo nella farmacia. Il ferito era disteso sopra un pagliericcio: coperto di cenci insanguinati: il capo chino sulla spalla sinistra, la bocca intrisa di bava nerastra.
Il dottore De Emma s'inginocchiò e appressò l'orecchio al cuore del giacente.
Batteva ancora.
Le donne dello speziale immobili assistevano con glaciale curiosità alla visita, e guardavano il ferito come se fosse stato un sacco di noci.
Il signor Bazzetta ritto in mezzo a un mucchio di bende, di fiale, enumerava al medico le operazioni da lui praticate, e vi aggiungeva coll'usata garrulità le sue diagnosi e le sue prognosi.
Il dottore ordinò a tre omaccioni, dipendenti del De Boni, che l'avevano soccorso, di sollevarlo nel pagliericcio; e lo fece recare a casa.
Ci andai anch'io.
Bisognò picchiare un quarto d'ora di seguito perchè la fantesca si decidesse ad aprirci.
Deposto che fu sul letto, il dottore esaminò attentamente il ferito: aveva il petto, la schiena, il collo tempestati di trafitture larghe e profonde. Viveva ancora, ma per morire in breve.
Appena gli astanti intesero la gravità del suo stato, sfumarono tutti. Anche la serva, donnaccia ributtante colla quale, dicevasi, il De Boni viveva maritalmente, disperando della ulteriore liberalità del morente, fatto fagotto delle robe sue o non sue, se n'andò senza neppur volgergli uno sguardo.
Rimanemmo noi due col signor Bazzetta che, pratico della casa, aiutò il dottore a trovare le cose necessarie alla medicazione.
Finito ch'egli ebbe ci sedemmo a quel desolato capezzale. Lo spettacolo di quella triste esistenza, che si spegneva in così profondo abbandono, in così cupa solitudine di affetti, era cosa da stringere il cuore.
E nella lugubre solennità di quel momento mi ripugnava la calma del dottore: non potevo levarmi dalla testa, che, unico al mondo, egli avesse dei torti verso quello sciagurato.
Il farmacista non poteva rimaner silenzioso un pezzo: la sua cinica loquacità era ributtante. Egli discorreva delle cose più indifferenti, narrava storielle come fossimo a veglia dinanzi a un tavolo d'osteria:—e, se volgeva la sua attenzione al moribondo, era per biasimarne la condotta, il carattere e sopratutto la caparbietà nel non dar ascolto ai suoi vantati consigli.
La sua voce ineguale, garrula era accompagnata dal rantolo cupo del morente e dal lontano rambazzo dello Strona.
M'ero messo accanto alla finestra e guardavo giù nella valle, contemplavo la sublime, schiacciante indifferenza della natura. Il sentiero che avevo percorso poche ore prima allacciava il monte dirimpetto come una cintura biancastra.
Mi vennero a mente le strane immagini che avevano preconizzato alla mia fantasia il dramma terribile alla cui catastrofe in quel punto assistevo.
L'agonia del signor De Boni fu più lunga e più travagliosa di quel che il dottore avesse previsto. La vitalità tenace di quella tempra eccezionale tentò un ultimo sforzo disperato.
Verso la mezzanotte si dichiarò la riazione con una febbre violenta. Il respiro si fe' più forte e più frequente; un tremito convulso squassò le membra del moribondo.
Poco dopo cominciò il delirio.
La ferita del collo e la tumidezza da essa prodotta rendeva quasi inintelligibile quel ch'egli diceva.
Erano, per quel che ho potuto comprendere, bestemmie, imprecazioni, a cui si mescolava di frequente il nome spregiativo di «chierica».
Senza dubbio voleva designare il curato. L'infelice minacciava il suo avversario come se possedesse ancora tutte le forze della sua salute e della sua influenza.
La crisi durò tutta la notte. In quel mezzo capitò don Luigi.
Per lui le persecuzioni sofferte non erano un motivo sufficiente per credersi dispensato dal prestare i suoi caritatevoli uffici verso un suo parrocchiano.
Il sant'uomo entrò nella camera senz'ombra di ostentazione, dimessamente, col contegno di chi compie un doloroso dovere.
Il dottore non gli permise di accostarsi al letto.
Senza dar retta alle obbiezioni insipide dello speziale che annusava con ingorda ansietà lo spettacolo di uno scandalo, gli fe' capire che la sua visita non era opportuna.
Il sindaco continuava nei suoi farnetici.
Don Luigi potè intendere alcune delle sue parole: una crucciosa, una sincera afflizione si dipinse sul suo volto. S'arrese alle rimostranze del dottore ed uscì piangendo.
Furono queste le sole lagrime che vidi intorno a quel letto.
Venne in vece sua don Sebastiano.
Amministrò all'inferno l'estrema unzione, brontolando frettoloso fra i denti le preghiere rituali.
Poi spogliò il rocchetto, la stola e chiese al dottore se sarebbe stato possibile il confessare il moribondo.
Il signor De Emma disse che non poteva dir nulla con certezza: se voleva aspettare, verso l'alba, la febbre sarebbe scemata oppure….
A questa reticenza il prete soggiunse duramente:
—Va bene.
E sedette. Era un'indifferenza di più.
Tutto ciò era brutto, mi irritava.
Uscii. Cominciava il crepuscolo, l'ora preferita dell'angelo della morte.
Rompevano il silenzio dei belati che sembravano lamenti. Gli alberi si agitavano alla brezza mattinale come rabbrividissero e gocciolavano lagrime di rugiada. Un gallo cantava colla sicumera crudele di un diacono che intona le esequie.
Baccio suonava l'angelus, e insieme l'agonia del sindaco.
Poi la scena mutava rapidamente: al funereo barlume sottentrava l'incarnato dell'aurora, il paesaggio usciva dal grigio lenzuolo, salendo a poco a poco la gamma dei suoi colori: il giorno usciva dai limbi misteriosi dell'alba.
Io aspiravo con voluttà l'aria vivace; assaporavo con delizioso egoismo le pulsazioni possenti della vita.
Un rumore misurato di passi mi riscosse dalla estatica contemplazione.
Sbucavano di dietro il muro della chiesa quattro carabinieri condotti da un brigadiere, un'atletica figura di savoiardo. Un montanaro di Sulzena li accompagnava.
Il signor Bazzetta aveva colta con premura l'occasione di esercitare le sue funzioni di assessore. Egli aveva mandato avviso alla stazione di Mirasco.
I cinque soldati sostarono un minuto sulla piazzetta. Poi il brigadiere mi si accostò e mi chiese se sapevo notizie del feritore.
Risposi in buona fede che credevo avesse lasciato il paese.
—È probabile, soggiunse, però bisogna compiere le formalità,
E volto alla guida che l'aveva accompagnato:
—Alla casa di Giuseppe Rivella, andiamo.
Mi salutò e s'avviò coi suoi uomini.
Tenni loro dietro.
Eravamo tutti convinti che la ricerca intrapresa dal brigadiere fosse una pura formalità.
Tuttavia egli per quella puntualità allobroga che nelle faccende quotidiane rado fallisce, essendo il mondoroutinierpiù di quanto lo si creda, dispose le cose come se avesse a far una cosa seria; e seria era perchè doverosa.
Per ordine suo, due uscirono dalla strada e vennero ad appostarsi dalla parte degli orti. Egli cogli altri due si avanzò per la strada del villaggio e si presentò alla porta della casa. Era socchiusa.
Il brigadiere lasciò ancora uno di guardia alla soglia e vi entrò.
Io osservavo dalla strada questa manovra e s'era fatto un crocchio di gente intorno a me; tutti erano del mio avviso.
Chissà dove poteva essere a quell'ora il povero Beppe!
Ma era appena entrato il brigadiere, che intendemmo il comando ed un alterco. Accorremmo.
Beppe era in casa! Ritto in capo alla scala, coll'aria sconvolta, l'occhio smarrito e minaccioso, spianava una carabina di custode in faccia agli agenti della forza publica gridando:
—Indietro, indietro.
Il brigadiere s'era fermato al primo gradino e, senza punto sgomentarsi, coll'aria di chi ha da far con un ragazzo, dicevo risoluto:
—Giovinetto, giudizio! Abbassate quell'arma e venite con noi.
—Vengo, ma ad un patto.
—Ma che patto!
—Vo' sapere se colui è morto e vo' vedere il cadavere.
—Andiamo, andiamo, sclamò seccato il brigadiere e si moveva.
Poteva nascere disgrazia.
Mi lanciai e lo trattenni.
—Lasciate ch'io gli parli, dissi.
E fattomi innanzi:
—Beppe, volete darmi retta a me?
Mi ravvisò, e togliendosi con moto istintivo la berretta:
—Sì, signor pittore.
—Ebbene, obbedite al brigadiere, sarà pel vostro meglio,—e la giustizia terrà conto dei vostri dolori.
—Signor pittore, ditemi che il sindaco è morto ed io vengo dove vogliono.
Ci teneva alla sua vendetta.
—Il sindaco non è morto ma non tarderà ad esserlo
—Sicuro?
—Come son sicuro che stassera tramonterà il sole.
Il suo volto balenò di una gioia selvaggia.
Il brigadiere, che in questo momento era salito, lo disarmò e lo consegnò a' suoi uomini, che gli misero le manette.
Egli li lasciò fare; pareva istupidito.
Prima che lo menassero io gli presi una delle sue mani legate e gliela strinsi senza ripugnanza per l'atto di cui s'era macchiata.
—Coraggio, gli dissi, i vostri amici si ricorderanno di voi.
Egli mi fe' un sorriso ebete e chinò il capo.
Lo trassero alla casa comunale, dove fu per il momento rinchiuso.