CAPITOLO VII.(1878-1883.)
L’odeSaluto italico. — Visita a Trieste. — Scritti per Guglielmo Oberdan. — IlFanfulla della Domenica. — Il Carducci a Roma. — Il Carducci e il Prati. — Enrico Nencioni. — IlBothwelldel Swinburne e il libraio Goodban. — Angiolino Sommaruga. — I saloni gialli delCapitan Fracassae la corte letteraria allaCronaca bizantina. — Il Carducci e laCronaca bizantina. — LaDomenica letteraria. — LaDomenica del Fracassa. — Arresto del Sommaruga. — Opinione di Gandolin sul Sommaruga in America. — Il Carducci al Consiglio superiore dell’istruzione. — Vita del Carducci a Bologna dopo il 1870. — Le serate da Rovinazzi e da Cillario. — Il pasto del mago. — I dodici sonettiÇa ira. — Le critiche ai sonetti. — IlÇa irain prosa.
L’odeSaluto italico. — Visita a Trieste. — Scritti per Guglielmo Oberdan. — IlFanfulla della Domenica. — Il Carducci a Roma. — Il Carducci e il Prati. — Enrico Nencioni. — IlBothwelldel Swinburne e il libraio Goodban. — Angiolino Sommaruga. — I saloni gialli delCapitan Fracassae la corte letteraria allaCronaca bizantina. — Il Carducci e laCronaca bizantina. — LaDomenica letteraria. — LaDomenica del Fracassa. — Arresto del Sommaruga. — Opinione di Gandolin sul Sommaruga in America. — Il Carducci al Consiglio superiore dell’istruzione. — Vita del Carducci a Bologna dopo il 1870. — Le serate da Rovinazzi e da Cillario. — Il pasto del mago. — I dodici sonettiÇa ira. — Le critiche ai sonetti. — IlÇa irain prosa.
Oh al bel mar di Trieste, a i poggi, a gli animivolate col nuovo anno, antichi versi italici:ne’ rai del sol che San Petronio imporporavolate di San Giusto sopra i romani ruderi!Salutate nel golfo Giustinopoli,gemma de l’Istria, e il verde porto e il leon di Muggia;salutate il divin riso de l’Adriafin dove Pola i templi ostenta a Roma e a Cesare!Poi presso l’urna ove ancor tra’ due popoliWinckelmann guarda, araldo de l’arti e de la gloria,in faccia a lo stranier, che armato accampasisu ’l nostro suol, cantate: Italia, Italia, Italia!
Oh al bel mar di Trieste, a i poggi, a gli animivolate col nuovo anno, antichi versi italici:
Oh al bel mar di Trieste, a i poggi, a gli animi
volate col nuovo anno, antichi versi italici:
ne’ rai del sol che San Petronio imporporavolate di San Giusto sopra i romani ruderi!
ne’ rai del sol che San Petronio imporpora
volate di San Giusto sopra i romani ruderi!
Salutate nel golfo Giustinopoli,gemma de l’Istria, e il verde porto e il leon di Muggia;
Salutate nel golfo Giustinopoli,
gemma de l’Istria, e il verde porto e il leon di Muggia;
salutate il divin riso de l’Adriafin dove Pola i templi ostenta a Roma e a Cesare!
salutate il divin riso de l’Adria
fin dove Pola i templi ostenta a Roma e a Cesare!
Poi presso l’urna ove ancor tra’ due popoliWinckelmann guarda, araldo de l’arti e de la gloria,
Poi presso l’urna ove ancor tra’ due popoli
Winckelmann guarda, araldo de l’arti e de la gloria,
in faccia a lo stranier, che armato accampasisu ’l nostro suol, cantate: Italia, Italia, Italia!
in faccia a lo stranier, che armato accampasi
su ’l nostro suol, cantate: Italia, Italia, Italia!
L’odeSaluto italico, cui appartengono questi versi, composta, come fu detto, nel gennaio del 1879, fu pubblicata la prima volta nel n. 4 (21 aprile 1879) dellaGiovine Trieste, giornale irredentista rivoluzionario, che si stampava a Roma, con la falsa data di Trieste, e si diffondeva nelle terre irredente. L’autore tentò in quell’ode un nuovo metro barbaro, in risposta a Paulo Fambri, che col nome diMolossoaveva fatto nelFanfullauna critica molto spropositata della metrica delleOdi barbare. L’ode comincia:
Molosso ringhia, o antichi versi italici,ch’io co ’l batter del dito seguo o richiamo i numerivostri dispersi, come api che al raucosuon del percosso rame ronzando si raccolgono.Ma voi volate dal mio cuor, com’aquilegiovinette dal nido alpestre ai primi zefiri: ecc.
Molosso ringhia, o antichi versi italici,ch’io co ’l batter del dito seguo o richiamo i numeri
Molosso ringhia, o antichi versi italici,
ch’io co ’l batter del dito seguo o richiamo i numeri
vostri dispersi, come api che al raucosuon del percosso rame ronzando si raccolgono.
vostri dispersi, come api che al rauco
suon del percosso rame ronzando si raccolgono.
Ma voi volate dal mio cuor, com’aquilegiovinette dal nido alpestre ai primi zefiri: ecc.
Ma voi volate dal mio cuor, com’aquile
giovinette dal nido alpestre ai primi zefiri: ecc.
Il Carducci rispose sempre così alle critiche irragionevoli. Ma questo, che riguarda soltanto la parte formale della poesia, era il meno; l’importante era la sostanza di essa, era il sentimento e lo spirito che glie l’avevano dettata; e l’importanza maggiore della forma stava in ciò, che, a portare il saluto della patria alle antiche terre italiche ancora divise da lei, il poeta non aveva trovato messi più degni degli antichi versi italici.
***
Il Carducci era, ed è certo ancora in cuor suo, un irredentista; nè può se non deplorare che la parolairredentismosia oramai quasi cancellata dal vocabolario e dai cuori degli italiani. Gli scritti su Oberdan, ch’egli ha raccolti e ristampati nel dodicesimo volume delleOperepubblicato nell’anno scorso, sono una fiera rampogna del poeta all’Italia. Non mai come ora fu vero il verso tante volte rimproveratogli: «la nostra patria è vile.» E pure, diciassette anni fa egli sperava ben altro.
E ben altro pensava quando nel luglio del 1878 andò, come dicemmo, a visitare Trieste.
Il suo nome, il suo patriotismo, le sue poesie erano ben note agli italiani delle provincie irredente; onde egli ricevè là un’accoglienza entusiastica.
Il giornaleL’Indipendenteannunziava l’8 luglio il suo arrivo con queste parole: «Abbiamo da ieri fra noi l’illustre poeta Giosue Carducci, il quale, trovandosi a Venezia per ragione di studi, volle visitare anche la nostra città.» E due giorni dopo rendeva conto del banchetto col quale gl’italiani di Trieste celebrarono il lieto avvenimento.
«Ieri dopo pranzo, nella sala del Monte Verde, un’eletta di cittadini raccoglievasi a geniale banchetto, per festeggiare, auspice la Società di Minerva, Enotrio Romano.
»Erano là rappresentate tutte le classi della cittadinanza; il nostro piccolo ma laborioso mondo artistico, le migliori notabilità del fôro e della stampa, e le rappresentanze delle più cospicue associazioni liberali.
»Intorno a quel desco Enotrio Romano raccolse numerosi e cordiali saluti: — il saluto della giovine letteratura, ardente di nobile volere nel cammino segnato dai grandi, — il saluto della classe lavoratrice, in cui le febbri dell’avvenire si rattemprano fra il sudato fervore delle officine; — il saluto di quella Tergeste che lavora e spera, colla fiducia ch’è degli onesti e colla perseveranza ch’è dei forti.
»Enotrio Romano udì incrociarsi intorno a lui l’evviva cordiale alle patrie associazioni e al nome venerando di chi ne propugnò i diritti; — udì, intorno a lui, la parola di quella concordia, ch’è il vincolo più robusto e più bello tra le classi della nostra cittadinanza.
»E Giosue Carducci rispose con profonda commozione, con sentito affetto; — rispose parole che non possono uscire che dall’anima di un grande, che sente, che ama e che comprende.»
Alla sera due imbarcazioni di canottieri attendevano al molo San Carlo il poeta, per condurlo, in compagnia di alcuni dei partecipanti al banchetto, a fare una passeggiata in mare; la mattina di poi una ristretta brigata d’amici lo accompagnò a visitare la vicina Capodistria, dove si rinnovarono lecordiali accoglienze. Aveva deciso di partire la sera, ma, cedendo alle vive insistenze degli amici, rimise la partenza alla mattina dipoi. Quando partì, la stazione era affollata di cittadini d’ogni classe, recatisi a stringergli la mano. Egli era commosso. Le sue ultime parole nel congedarsi da loro, furono: A rivederci presto!
***
I sentimenti e i pensieri che la visita a Trieste suscitò e lasciò vivi e incancellabili nel cuore e nella mente del Carducci sono adombrati nell’odeSaluto italico; ma proruppero poi veementi e feroci quattro anni appresso quando Guglielmo Oberdan, glorioso ma inutile martire, salì il patibolo. Victor Hugo e Francesco Carrara avevano chiesto all’Imperatore la grazia del condannato. Victor Hugo gli aveva detto:Siate grande; il Carrara:Siate magnanimo. Il Carducci scrisse:
«No, perdoni il grande poeta: no, Guglielmo Oberdan non è uncondannato.
»Egli è unconfessoree unmartiredella religione della patria.»
················
«Egli andò, non per uccidere, io credo, per essere ucciso.
»E oggi in questa oscurazione d’Italia, c’è un punto ancora della sacra penisola che risplende come un faro: ed è la tua austriaca prigione, o fratello!
»Tutte le memorie, tutte le glorie, tutti i sacrifizii, tutti i martirii, tutte le aspirazioni, tutte le fedi, sonosi raccolte là, nella oscurità fredda, intorno al tuo capo condannato, per consolarti, o figliuolo, o figliuolo d’Italia!
»Oh poesia d’una volta! Chi potesse pigliare il tuo cuore e darne a mangiare a tutti i tapini della patria, sì che il loro animo crescesse e qualche cosa di degno alla fine facessero! — Oh poesia d’una volta! Chi potesse, consolandoti anzi morte con la visione del futuro, farti segno di rivendicazione, e trarre intorno la imagine tua, e batterla su i cuori, gridando: Svegliatevi, o dormenti nel fango, il gallo rosso ha cantato
»No, l’Imperatore non grazierà. No — perdoni il grande poeta — l’Imperatore d’Austria, non che farecosa grande, non farà mai cosa giusta. La giovine vita di Guglielmo Oberdan sarà rotta sulla forca: e allora, anche una volta,... sia maledetto l’Imperatore!...
»A giorni migliori — e verranno, e la bandiera d’Italia sarà piantata su ’l grande arsenale e su i colli di San Giusto, — a giorni migliori, l’apoteosi.
»Ora, silenzio.»[48]
Così scriveva il Carducci il 19 dicembre 1882 nelDon Chisciottedi Bologna.
E il giorno di poi:
«Guglielmo Oberdan fu fucilato o impiccato questa mattina alle ore 9 in Trieste.
»È austriacamente naturale.
»L’Imperatore si affrettò a rispondere così al poeta francese, che lo sperava grande; al professore italiano, che lo invocava magnanimo.
»È austriacamente più che naturale.»[49]
Due giorni dopo:
«Italiani, facciamo un monumento a Guglielmo Oberdan!
»Ma no, monumento. La lingua academica di questa età gonfia e vuota mi ha tradito.
»Volevo dire: Segniamo sur una pietra, che resti, la nostra obligazione con Guglielmo Oberdan.
»Guglielmo Oberdan ci getta la sua vita, e ci dice: Eccovi il pegno. L’Istria è dell’Italia.
»Rispondiamo: Guglielmo Oberdan, noi accettiamo. Alla vita e alla morte.
»Riprendemmo Roma al papa, riprenderemo Trieste all’Imperatore.
»A questo Imperatore degli impiccati.»[50]
Nell’ira sua il Carducci sperava che il volontario martirio del giovine triestino non sarebbe stato inutile. E il 27 luglio del 1885, ad un telegramma dell’Indipendente, che portavagli in Carnia, dov’egliera a villeggiare, i saluti e gli auguri dei Triestini pel suo genetliaco, rispondeva così: «Cari signori, Vi ringrazio. In mezzo secolo che ho vissuto vidi gran cose. Me ne sa male pe’ miei nemici; ma spero di campare almeno altri sedici anni; e conto di vedere ancora cose bellissime; vederle e farne parte; non maestro, ma compagno e fratello anziano della nobile gioventù che ama la patria. Ora e sempre vostro Giosue Carducci.» Ecco perchè io dissi che diciassette anni fa sperava ben altro. I sedici anni sono passati; ma la sola cosa, certo non bellissima, ch’egli ha potuto vedere è stata la conferma per altri dodici anni della triplice alleanza.
Il poeta stava rivedendo le bozze dei suoi scritti su Oberdan, raccolti nel vol. XII delleOpere, e il Ministero Zanardelli firmava la nuova e più lunga rinunzia alla rivendicazione di Trento e Trieste.
Abbandoniamo il malinconico argomento e torniamo a parlare di poesia.
***
Il 24 agosto dell’anno 1879 il Carducci mi scriveva: «Ora ho il pensiero a finireSirmionee potendo l’Aurora; poi delle odi barbare ne ho in mente anche parecchie; e se saprò temperare e fondere bene le imagini e i concetti con la forma regolare e chiara, spero che qualche cosa di buono verrà fuori.» Nell’anno seguente aveva, non pure finito l’Aurora, macomposte altre quattro nuove odi barbare:La Madre(gruppo di Adriano Cecioni) nell’aprile,Una sera di San PietroeSogno d’estatenel luglio, e l’odeA Giuseppe Garibaldinel novembre.
Nel luglio dello stesso anno 1879 Ferdinando Martini fondò ilFanfulla della Domenica. «Cosa bella mortal passa e non dura», disse il poeta; e si sapeva anche prima. Non è quindi a meravigliare se il belFanfulla della Domenicadel Martini durò poco più di due anni e mezzo: ma finchè durò fu un piacere. Ogni buon italiano, più o meno amante di letteratura, più o meno desideroso di istruirsi e di procurarsi con poca spesa uno svago intellettuale, poteva ogni domenica che Dio metteva in terra, svegliandosi alla mattina e uscendo di casa, comperarsi con la tenue moneta di due soldi quattro grandi pagine, e talora, con quattro soldi, otto pagine di scritti, ove era distillato il meglio di ciò che producevano settimanalmente i migliori letterati d’Italia. L’ingegno facile elegante simpatico del Martini aveva saputo raccogliere intorno a sè e disciplinare l’opera dei più valenti scrittori del tempo, dando al giornale un’impronta di serietà e di agilità che contentava i gusti più difficili. Il Martini naturalmente cercò il Carducci, e il Carducci fu uno dei più assidui scrittori delFanfulla della Domenica. Le odi barbareAlla Certosa di Bologna, Pe ’l Chiarone, La madre, Sogno d’estate, Una sera di San Pietro, All’aurora, ed altre sei poesie, fra le quali quellaPel processo Fadda,videro per la prima volta la luce nel giornale del Martini; e parecchie prose, le polemiche col De Zerbi su Tibullo, due scritti sull’Ariosto, quello sul Littré, ed altri.
IlFanfulla della Domenicami conduce a dire qualche parola degli altri giornali letterarii sbocciati a Roma intorno a quel tempo, delle relazioni che ebbe con essi, con uno specialmente di essi, il Carducci, e delle gite di lui a Roma.
***
Mario Menghini errò affermando che il Carducci visitò Roma la prima volta nell’estate del 1872.[51]Forse, per una facile confusione di ricordi, scambiò il 1872 col 1874. Ma quella del 1874 fu una visita per modo di dire, poichè, non potendo trattenersi che poche ore, il Carducci vide soltanto il Pantheon, il Colosseo e le Terme di Caracalla. Così mi disse egli stesso; ed aggiunse: «San Pietro lo lasciai al Papa.» La vista di quei monumenti, per quanto fugace, dovè certo fargli grande impressione; ma l’impressione non si tradusse per allora in fantasmi poetici bisognosi di fissarsi immediatamente nella strofe e nel verso.
Rivide poi la città tre anni dopo, nel marzo del 1877; e quella fu la vera prima sua visita a Roma.Egli la vide allora a suo agio, in compagnia di un amico, che la conosceva a palmo a palmo, Domenico Gnoli; e la vista gli suscitò tale un tumulto di sentimenti e d’idee, che tornato a Bologna scrisse nell’aprile le due odi barbare,Nell’annuale della fondazione di Roma, eDinanzi alle Terme di Caracalla.
Salve Dea Roma! Chinato a i ruderidel Fôro, io seguo con dolci lacrimee adoro i tuoi santi vestigi,patria, diva, santa genitrice.
Salve Dea Roma! Chinato a i ruderidel Fôro, io seguo con dolci lacrimee adoro i tuoi santi vestigi,patria, diva, santa genitrice.
Salve Dea Roma! Chinato a i ruderi
del Fôro, io seguo con dolci lacrime
e adoro i tuoi santi vestigi,
patria, diva, santa genitrice.
Visitando i gloriosi avanzi della città immortale, in compagnia dell’amico, vedeva in ogni sasso in ogni rudere rivivere dinanzi agli occhi suoi un pezzo della storia di quel gran popolo che gli aveva acceso nella fantasia, fin da ragazzo, quelli che rimasero poi sempre i più alti ideali della sua vita.
Molti poeti, specialmente stranieri, hanno sentito la poesia di Roma antica; nessuno, credo, l’ha sentita ed espressa così profondamente, così altamente come il Carducci, perchè nessuno ebbe alto come lui il concetto della città fatale, nessuno ebbe, come lui, pieno il cuore e la mente della grandezza e della gloria di lei, nessuno credè, come lui, che, tornata ad essere la capitale d’Italia, ella dovesse colla sola virtù del suo nome e delle sue memorie fare assurgere la patria alla dignità dei suoi antichi destini.
Nei giorni di quella prima visita del Carducci a Roma, trovandosi egli una sera al Caffè del Parlamento, in compagnia dell’amico Gnoli, questi gli disse, accennando un signore piuttosto vecchio, che seduto ad un tavolino dirimpetto consumava una quantità di cerini per accendere un sigaro, che gli rimaneva sempre spento fra le labbra: — Non conoscete quel signore là? — No. — È il Prati: volete che vi presenti? — Volentieri: l’ho veduto alcuni anni sono a Firenze; ma ora non lo avrei riconosciuto. — I due amici si alzarono, e avvicinatisi al tavolino dinanzi al quale il vecchio bardo sedeva, lo Gnoli fece la presentazione. — Davvero, questi è il professor Carducci? fece il Prati, rallegrandosi tutto: oh come sono contento di conoscervi! bravo, bravo! sedetevi qui accanto a me; — e come il Carducci si fu seduto, aggiunse: — Ma sapete che voi avete composto alcune poesie sotto le quali io metterei volentieri il mio nome? — Con queste parole il vecchio bardo credè di aver fatto al Carducci il più grande elogio possibile; e il Carducci con una modestia sincera, che oggi non è più di moda, si tenne onorato di quelle parole, e ringraziò con effusione.
Dopo il 1877 il Carducci tornò a Roma ogni anno, spesso più d’una volta, datagliene occasione dalle adunanze della Giunta per la licenza liceale e del Collegio degli esaminatori, di cui faceva parte. Due volte ci venimmo insieme; e mi ricordo chefra le cose che volle sempre vedere e rivedere erano le Terme di Caracalla e il Gianicolo. «Se io abitassi a Roma, mi diceva una mattina mentre salivamo il colle famoso, vorrei trovarmi una casa quassù, per contemplare la posizione fatale della divina città.»
***
Nel 1880 venne a stabilirsi a Roma Enrico Nencioni; nel 1881 ci venne Angiolo Sommaruga; il più vecchio amico del Carducci, e il nuovo editore delle opere sue. Vennero entrambi a cercarvi lavoro.
Quando dopo il 1860 gliamici pedantisi dispersero, condotti ciascuno dai casi della vita in una città diversa, il Nencioni aveva già lasciato Firenze, per cominciare la suavia crucisdi precettore privato in case patrizie; la qualevia crucisdurò, con qualche breve interruzione, e qualche vano tentativo di uscirne, più di venti anni.
Non so se per effetto di essa, o anche un po’ per la natura sua, egli, che aveva cominciato giovanissimo a scrivere, e a venti anni aveva già pubblicato dei versi, in quel lungo periodo che abbraccia tutta la sua giovinezza e la virilità non scrisse e non pubblicò quasi niente. I soli scritti da lui pubblicati sono, credo, l’articolo su Roberto Browning nellaNuova Antologiadel luglio 1867, e alcune appendici letterarie nel giornale politicoL’Italia Nuovafondato nel 1870 da G. Barbèra e diretto dal Bargoni; giornale ch’ebbe pochi mesi di vita.
Il povero Nencioni, che aveva fondato grandi speranze sopra di esso, le vide sul più bello sfumare; e per un cumulo di circostanze, alle quali non fu estranea una certa sua irresolutezza, non gli fu possibile trovare un posto nelle scuole o in qualche ufficio pubblico in quelli anni dal 1860 al 1880, nei quali tanta gente che valeva meno di lui seppe mettersi a posto.
Se la condizione di precettore privato gli creava molti legami, gli lasciava tuttavia assai tempo da leggere e studiare per conto suo, e gli forniva mezzi da comprar libri. Ed egli (questa era la sua grande felicità) ne comprava e leggeva continuamente. Era un lettore appassionato, instancabile, un vero divoratore di libri. Ed era un po’, come il Carducci e come me, bibliofilo e bibliomane. Un libro nuovo di Victor Hugo, del Browning, del Swinburne, lo teneva incatenato per ore ed ore, facendogli dimenticare ogni altra occupazione. E l’aspettazione di un libro nuovo era per lui una febbre.
Ne citerò un esempio. Egli aveva nel maggio del 1874 ordinato al libraio Goodban di Firenze due copie delBothwelldel Swinburne, una per sè, una per me. Il 13 giugno mi scrive: «Caro Chiarini; Apri l’orecchio al mio annunzio, e odi, e inorridisci! Ieri sera entrai cosìen flânantda Goodban. Vedo là sul banco un bellissimo e grossissimo volumelegato in tela celeste. Attratto da una correntemagnetica, lo prendo, e leggo:Swinburne’s Bothwell. — Ma dunque c’è già ilBothwell! Ha questa copia sola? — Oh, è una settimana che questa era venuta per la posta per M.rRussell; ma non l’ha voluta perchè c’è una pagina rotta. — Dove? — Guardi qua. — Infatti, non una, ma due pagine son lacerate, e manca il pezzo stampato. — O che ne fa di questo volume? — Lo rimando all’editore: ho già scritto. — Costa? — Lire 24, e il 20 per cento di commissione. — Me lo dia per 20, e lo prendo io così com’è — Non posso — Perchè? — Perchè l’editore deve sapere, vedere, avere una lezione ec. ec. — Scappai, per non offrirgli 24, 30, 40 lire, quel che voleva.... Il cane Goodban mi dette parola che al più tardi il 30 giugno avremo le due nostre copie commesse. Io sognerò di questo libro finchè non l’ho.»
In quei venti e più anni è facile immaginare quanto il Nencioni lesse di libri italiani, francesi, inglesi e tedeschi. Della lingua e letteratura francese ed inglese divenne in breve assolutamente padrone. La letteratura tedesca la conosceva fino da giovane nelle traduzioni italiane e francesi; poi studiò anche la lingua, tanto da poter leggere e gustare nell’originale il Heine ed altri poeti meno difficili. Come e perchè in questo lungo periodo di tempo, nel quale venne accumulando tanto materiale di cognizioni sulle letterature moderne, quasi sconosciute in Italia, gli mancasse l’occasione o la voglia, o l’una el’altra insieme, di scrivere e pubblicare, io, come già accennai, non saprei dire esattamente. Forse gli bastava la felicità di poter leggere e studiare per sè, e comunicare la felicità sua con qualche amico.
Ma finalmente nel 1880, a quarantatrè anni, finita l’educazione dell’ultimo suo alunno, il Principe di Caramanico, un giovane che fa onore al maestro, bisognò prendere una risoluzione; ed egli la prese, ed eroica: si ammogliò il 27 ottobre a Firenze, e ai primi di novembre mise casa a Roma, deliberato di vivere del suo lavoro di scrittore, che cominciava, si può dire, allora. Chi lo spinse alla risoluzione eroica fu il Martini, offrendogli una larga collaborazione nelFanfulla della Domenica. Il Martini aveva conosciuto il Nencioni fino dalla primissima gioventù (da ragazzi erano stati a scuola insieme), gli era sempre rimasto amico, ed apprezzando giustamente l’ingegno e la cultura di lui, aveva subito capito che sarebbe stato un collaboratore prezioso pel suo giornale; nè s’ingannò. Il Nencioni fu uno degli scrittori più assidui delFanfulla della Domenica; scrisse poi anche in altri giornali e nellaNuova Antologia; e i suoi scritti piacquero molto, e lo fecero ben presto conoscere.
Prese casa in Via Goito; si sentiva beato di stare a Roma, dove vedeva quasi ogni giorno il Martini, e, tutte le volte che vi capitava, il Carducci; e dove fece in breve molte conoscenze, quelle del D’Annunzio e del Sommaruga, fra le altre.
***
Chi era e che cosa voleva a Roma Angelo Sommaruga? Lasciamolo dire a Gandolin, che lo conobbe bene, e che era in grado di giudicarlo. «Correva, scrive Gandolin, il fortunato e singolare periodo dell’Abruzzo nell’arte: Michetti, Barbella, Tosti, D’Annunzio; la pittura, la scultura, la musica, la poesia. Quest’Abruzzo aveva allora il suo cenacolo naturale in quella brutta e simpatica sala delCapitan Fracassa, che al pubblico era nota, o piuttosto ignota, sotto questa pomposa denominazione:i saloni gialli.» Queisaloni gialli, che poi erano una sala soltanto, di pochi metri quadrati, «raccoglievano spesso le più note celebrità contemporanee.... Giovanni Prati, Pietro Cossa, Paolo Ferrari, Giosue Carducci, Olindo Guerrini, Enrico Panzacchi, Francesco De Renzis, Ferdinando Martini, Anton Giulio Barrili, Aurelio Costanzo, Mario Rapisardi, Leone Fortis, Matilde Serao, Gerolamo Rovetta, Gabriele D’Annunzio.... e una schiera infinita d’artisti, dal Barabino al Ximenes, dal Gayarre al Maurel.... tutti sono passati per isaloni gialli.
»Certo furono gl’invidiatisaloni gialliche consigliarono il Sommaruga a istituire qualche cosa di analogo. Una mattina, mentre stavo, solo, a quella scrivania che rappresentava l’autorità del Direttore, e che poi era di tutti, vidi entrare, lungo, spettrale,con quel sorriso strano che metteva in mostra i denti superiori assai sporgenti, Angelo Sommaruga, che, con l’ombrello in mano e il cappello in testa, si buttò a sedere sopra una poltroncina molto bassa; occupando così, con la gettata delle gambe, e la proiezione dei piedoni enormi, quasi tre quarti dell’uffizio. Egli cominciò a parlarmi, con quel suo gergo italo-meneghino, di un certo suo progetto di fondare una casa editrice, con la base di un gran giornale letterario, e a proporre delle combinazioni — scambio d’articoli, premi agli associati,réclamecomune, e via dicendo — colCapitan Fracassa.
»Quel progetto del quale mi parlava assai vagamente era invece maturo. Il Sommaruga si impadronì dell’Abruzzo, e prese in affitto, al cantone di Via Due Macelli, quel mezzanino che doveva diventare la famosa redazione dellaCronaca bizantina. L’Abruzzo popolò di distici e di pupazzi le pareti: il Tosti andò a canticchiarvi sul pianoforte le sue canzoncine montanare, e finalmente il Sommaruga potè vantarsi di avere i suoisaloni gialli, giocondati dalla presenza giunonica di Adele Mai, la stupenda mima che doveva essere (perdono, o signora!) la Vittoria Colonna di quella corte letteraria.»[52]
Non so se isaloni giallidellaBizantinasurrogassero in tutto e per tutto quelli delCapitanFracassa; so che nella Corte letteraria giocondata dalla presenza giunonica della Mai, primeggiavano il D’Annunzio, lo Scarfoglio, Giulio Salvadori, Cesario Testa (Papiliunculus); e so che quando trovavasi a Roma, vi era assiduo il Carducci, il quale aveva fatto soltanto qualche rara apparizione alCapitan Fracassa. Quando egli capitava allaBizantina, tutti gli Dei minori della Corte sommarughiana gli si stringevano intorno rendendogli omaggio come a sovrano.
Anche il Nencioni bazzicò, credo, gli uffici dellaCronaca bizantina; ma, come il Carducci, non vide nulla, non capì nulla del lavorio tenebroso che là si faceva dalla gente che voleva riuscire a qualunque costo, con qualunque mezzo.
***
Il Sommaruga, prima di venire a Roma a tentare l’attuazione dei suoi progetti, aveva stimato opportuno assicurarsi la cooperazione del Carducci. Era per questo effetto andato a Bologna, e presentatosi al poeta, gli aveva parlato della fondazione dellaCronaca bizantinae chiestogli per essa articoli e poesie con profferta di larghi compensi. Il Carducci, sempre disposto ad aiutare l’operosità coraggiosa e le ardite iniziative, aveva accettato l’offerta e promessa l’opera sua.
Indi a poco l’editore e il poeta rivedutisi a Roma confermarono il patto stretto a Bologna. E il 15 giugno del 1881 uscì il primo fascicolo dellaCronaca bizantina, portante per motto nella testata due versi del Carducci (Impronta Italia domandava Roma — Bisanzio essi le han dato), ed avente inquadrata nella prima pagina l’ode barbara,Ragioni metriche. Il giornale era di gran formato, a quattro colonne, in rosso e in nero, con grandi fregi e molta pretensione di eleganza tipografica. Aveva fra i collaboratori, oltre gli Dei della Corte sommarughiana, il Guerrini, il Panzacchi, il Cesareo, il Pascarella, il Fontana, il Mantovani, il Pascoli, il Guarnerio, il Nencioni, il Mazzoni, il Fleres ed altri.
Il Carducci diede allaBizantinanei primi diciotto mesi (giugno 1881-dicembre 1882) non meno di dodici poesie e quindici scritti in prosa; nei due anni successivi (1883-84) cinque poesie e sei articoli; e diede all’impresa editoriale i tre volumi diConfessioni e Battaglie, un volume diConversazioni critiche, e gli opuscoliEterno femminino regale, eÇa ira(i famosi sonetti, ch’ebbero dal Sommaruga non meno di sei edizioni).
In capo a due o tre anni laCronaca bizantinaaveva raggiunto una tiratura di dodicimila copie; così almeno dicevano gli annunzi sommarughiani; e il Sommaruga aveva inondato il mercato librario di una quantità di libri di sua edizione, alcuni dei quali avevano avuto una fortuna straordinaria. Tuttodunque pareva procedere a vele gonfie. Machi troppo tira, la corda si strappa.
Cinque mesi prima che il Sommaruga lanciasse laCronaca bizantinail Martini aveva abbandonato ilFanfulla della Domenica, e fondato laDomenica letteraria, portando con sè il meglio dei suoi vecchi collaboratori, alcuno dei quali, fra gli altri il Nencioni, pur seguendolo rimase anche alFanfulla. Questo fu il segnale della dispersione delle forze, e il principio della fine dei giornali domenicali. Nell’agosto del 1883 il Martini lasciò anche laDomenica letteraria, la quale, passata nelle mani del Sommaruga, andò a poco a poco perdendo terreno, benchè il Carducci vi seguitasse a scrivere per tutto il 1883, e le desse anche un paio di articoli nell’84.
Quando io nel novembre 1884 venni a stabilirmi a Roma, il Sommaruga offrì a me, per mezzo del Carducci, la direzione di quel giornale con un largo compenso; ma io rifiutai. Accettai invece di dirigere laDomenica del Fracassa, che i proprietari delFracassaquotidiano avevano stabilito di fondare, per far concorrenza agli altri giornali domenicali. Ma perchè la concorrenza avesse probabilità di riuscire vittoriosa, ci volevano quattrini; e questi non c’erano.
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Intanto il Sommaruga «per l’avidità di un guadagno momentaneo, scrive Gandolin, e la smaniamorbosa diréclame, si lasciò prendere in quell’ingranaggio di odio e di scandali che furono leForche caudinedello Sbarbaro; e fu quello il segnale della decadenza, sebbene avesse tentato di puntellare le sue imprese mediante un giornale quotidiano, organizzato con una certa serietà d’intenti e di propositi,Il Nabab.»[53]
Passarono pochi mesi, e laCronaca bizantina(n. 5, 1º marzo 1885) annunziò qualmente Angelo Sommaruga «dopo aver passato in gaia comitiva l’ultima notte di carnevale al veglione del Costanzi divertendosi.... non pria adagiato fra le morbide coltri, odorate di soavi ciprigne fragranze, si vedesse apparire innanzi, col mandato di arrestarlo, un esercito d’alti e bassi agenti di polizia.» Soggiungeva laCronacache l’accusa sotto la quale il Sommaruga veniva arrestato era di tentativo di ricatti; ma i lettori stessero pur tranquilli, che Angiolino sarebbe uscito ben presto dalla durissima provadeterso da ogni macchia. Invece, finito il processo, il Sommaruga, per quantodeterso, stimò prudente di andare a prendere una boccata d’aria in America.
«Quando egli lasciò l’Italia, scrive Gandolin, non pochi dissero: — Vedrete che laggiù lavorerà sul serio, e farà fortuna. Dopo tutto è un gran lavoratore, e avrà potuto adesso convincersi che ilpiù fruttifero dei lavori è sempre il lavoro onesto.» Ma Gandolin, che non era di questa opinione, soggiunge: «Che!... il pero farà sempre delle pere: e non succederà mai che un fico faccia delle albicocche. — Andato in America, Angiolino fece il Sommaruga.»[54]
Inutile dire che il Carducci nella sua grande e ingenua bontà, non sospettò mai che laCronaca bizantina«servisse di coperchio, come dice Gandolin, ai non delicati maneggi del Sommaruga»; inutile dire che disapprovò altamente e francamente il Sommaruga dell’avere accettato la compagnia dello Sbarbaro per la pubblicazione delleForche caudine; e che fu ben lontano dall’approvare tutta la letteratura di che l’Abruzzo forte e gentileinfiorò laCronaca bizantinae le altre pubblicazioni sommarughiane. Ma, anche condannando il Sommaruga là dove non poteva scusarlo, il Carducci non gli fu mai giudice molto severo.
LaDomenica letterariapassò dal Sommaruga allaTribunae andò sempre di male in peggio.
LaDomenica del Fracassavisse poco più d’un anno, dal 28 dicembre 1884 al 14 febbraio 1886; ma la sua vita breve non fu affatto ingloriosa. Cominciò pubblicando nel primo numero la magnifica ode del CarducciPresso l’urna di Percy Bysshe Shelley; e finchè visse, fu l’unico giornale domenicale al qualeil Carducci desse suoi scritti. Le diede altre otto poesie, cioè tutte quelle che compose nel 1885, e sette scritti di prosa.
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Nel 1881, con decreto regio del 12 maggio, il Carducci fu nominato membro del Consiglio superiore della istruzione. Il Baccelli, allora Ministro, aveva riformato il Consiglio, anche per ciò che concerne le nomine dei Consiglieri; le quali, per effetto della riforma, si facevano per una metà dalle Facoltà universitarie, per l’altra metà dal Ministro. I nominati duravano in carica cinque anni, e non potevano essere rieletti se non dopo un anno d’interruzione.
È notevole come nè questa prima volta, nè le altre successive nelle quali il Carducci entrò nel Consiglio, non vi entrò mai per elezione delle Facoltà, ma sempre per nomina del Ministro. E quelli che lo videro all’opera attestano com’egli fosse diligente e scrupoloso nel disbrigo degli affari che gli erano affidati.
L’ufficio di consigliere gli diede occasione di recarsi anche più spesso a Roma. E a Roma passava quasi tutto il giorno a lavorare al Ministero della istruzione o nelle biblioteche: la sera poi andava a godersi un po’ di riposo e di svago neisaloni giallidel Sommaruga.
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Questa, di prendersi un po’ di svago la sera, era, già lo sappiamo, un’antica abitudine del Carducci. Questa abitudine e le altre che aveva da Firenze e Pistoia portate a Bologna, non erano mutate, o di poco, dopo il 1870, quando, come accennai, aveva fatto qualche relazione più stretta con alcuni dei colleghi. La sua vita era rimasta suppergiù la medesima, ed era questa:
La mattina, appena alzato, prendeva una tazza di caffè, che si faceva portare in camera; indi passava nel suo studio a lavorare. A mezzogiorno si sdigiunava con una tazza di cioccolata o due uova, e riprendeva subito il lavoro; il quale durava fino verso le 2 nei giorni che aveva lezione, e fino alle 5 o le 6 negli altri giorni. Nei giorni di lezione stava chiuso nello studio più rigorosamente del solito, per prepararsi, e non voleva essere disturbato per nessuna ragione. Un po’ prima delle 2 usciva di casa per andare all’Università, dove la lezione durava sempre più d’un’ora. Ciò fino a tutto il 1875. Dopo, avendo nel dicembre di quell’anno (con decreto ministeriale de’ 19) avuto l’incarico dell’insegnamento della Storia comparata delle letterature neolatine, la lezione diventò di due ore; fece cioè due lezioni di seguito, una di letteratura italiana e una di Storia delle neolatine.
Uscendo dall’Università per andare a casa, o alla libreria Zanichelli, dove di solito capitava tutti i giorni, era spesso accompagnato da alcuni scolari, pei quali la lezione seguitava, strada facendo, finchè lasciavano il professore.
Verso le sei andava a pranzo; ed era tutto lieto quando ci aveva qualche amico, al quale fare assaggiare una delle sue bottiglie prelibate. Ne aveva la cantina ben fornita, e se ne compiaceva. Dopo quello dei libri, era l’unico lusso che si permettesse, e che non gli costava gran che, perchè durò degli anni a farsi da sè il vino in casa, e molte di quelle bottiglie gli erano regalate. Dopo pranzo, verso le 8, usciva a prendere il caffè e una boccata d’aria. Fra il 1876 e il 1880 soleva andare alCaffè de’ Grigioni, dove per lo più incontrava Ugo Brilli e Severino Ferrari, due degli scolari suoi ai quali era più affezionato, e che gli erano affezionatissimi; tal volta, ma raramente, qualche collega. Preso il caffè e fatte due chiacchiere, usciva di nuovo a passeggiare; e la passeggiata aveva sempre per mèta ultima la bottiglieria Rovinazzi, o Cillario, o qualche piccola osteria fuori di porta.
Qui, bevendo, i convenuti facevano spesso un po’ di lettura; per lo più si leggeva un classico italiano, talora anche latino; e si parlava d’arte e di letteratura; raramente di politica. La politica turbava quasi sempre la serenità del Carducci, e finiva col farlo inquietare. A queste riunioni, che solevanodurare un paio d’ore e più, capitavano spesso altri amici e conoscenti: ricordo alcuni di quelli che ci ho veduti io stesso quando ero a Bologna: l’avvocato Antonio Resta, l’avvocato Barbanti, Luigi Lodi, Gino Rocchi. Qualche sera che il professore, come lo chiamavano, era più di buon umore del solito, divertivasi a scherzare satireggiando contro i letterati più o meno famosi che non gli andavano a genio, o che gli avevano dato qualche fastidio; e gli altri, specialmente il Brilli e il Ferrari, gli tenevano bordone.
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Il Ferrari aveva dato al Brilli il soprannome di Mago, celebrando le gesta di lui in un poema, che non finiva mai, e che credo non sia stato nè sarà mai finito. D’allora in poi il Carducci chiamò sempre il Brilli col nome diMago, oMaghetto; e questo nome dava spesso occasione ai suoi scherzi.
Una sera d’ottobre del 1879 la solita piccola comitiva trovavasi alla solita ora alla bottiglieria Rovinazzi; e il Brilli, o avesse appetito, o non gli piacesse risciacquarsi lo stomaco col solo vino, chiese qualche cosa da mangiare, e gli portarono dei biscottini. Il Carducci, ridendo e ammirando l’appetito del Brilli, chiese un pezzo di carta e una penna e scrisse:
IL PASTO DEL MAGO.Il mago ha vinto. Del.... la panciaEi diguazzando ha trapassato già,Poi disdegnoso gitta via la lancia,Si tura il naso, e brontola — Puah! —Datemi — ei grida — a consolarmi il cuore,Datemi un piatto almen di confortini,Da immollarsi nel vin dal bel colore —Confortini, vogl’io, non biscottini.È biscottini un barbaresco nomeChe ai tempi degli eroi non risonò.Ecco, il gran sole io piglio per le chiome,Per farmi lume al mio gnomo lo do. —E si pone alla mensa. Il sole brillaA lui dinanzi come un lumicino.Il gnomo a lui del bel vin rosso sprilla,Gli porta la Rotonda per tondino.Ei mangia mangia mangia i confortini,Ei mangia mangia, e mai sazio non par:Confortini non son, son gli Appennini:Vino non è ch’ei beve, è un rosso mar.È il rosso mar del sangue dei cialtroniGiganti ch’ei trafisse ed abbattè.. . . . . . . . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . . . . .E beve beve beve, e sempre ha sete;Ei beve beve, e dice: Ancora un po’;Sento del caldo. Pigliam due comete;Un ventaglio pel fresco ne farò.E mangia e mangia. Non son biscottini,Non gli Appennini sono; elle son ossa,Ossa de’ suoi nemici filistini,A cui crudele egli invidiò la fossa.E le fe’ triturare e macinare,Ed impastare e cuocere le fe’A fuoco lento. S’odono gridareSotto i suoi denti, e dicono: mercè!
IL PASTO DEL MAGO.
IL PASTO DEL MAGO.
Il mago ha vinto. Del.... la panciaEi diguazzando ha trapassato già,Poi disdegnoso gitta via la lancia,Si tura il naso, e brontola — Puah! —
Il mago ha vinto. Del.... la pancia
Ei diguazzando ha trapassato già,
Poi disdegnoso gitta via la lancia,
Si tura il naso, e brontola — Puah! —
Datemi — ei grida — a consolarmi il cuore,Datemi un piatto almen di confortini,Da immollarsi nel vin dal bel colore —Confortini, vogl’io, non biscottini.
Datemi — ei grida — a consolarmi il cuore,
Datemi un piatto almen di confortini,
Da immollarsi nel vin dal bel colore —
Confortini, vogl’io, non biscottini.
È biscottini un barbaresco nomeChe ai tempi degli eroi non risonò.Ecco, il gran sole io piglio per le chiome,Per farmi lume al mio gnomo lo do. —
È biscottini un barbaresco nome
Che ai tempi degli eroi non risonò.
Ecco, il gran sole io piglio per le chiome,
Per farmi lume al mio gnomo lo do. —
E si pone alla mensa. Il sole brillaA lui dinanzi come un lumicino.Il gnomo a lui del bel vin rosso sprilla,Gli porta la Rotonda per tondino.
E si pone alla mensa. Il sole brilla
A lui dinanzi come un lumicino.
Il gnomo a lui del bel vin rosso sprilla,
Gli porta la Rotonda per tondino.
Ei mangia mangia mangia i confortini,Ei mangia mangia, e mai sazio non par:Confortini non son, son gli Appennini:Vino non è ch’ei beve, è un rosso mar.
Ei mangia mangia mangia i confortini,
Ei mangia mangia, e mai sazio non par:
Confortini non son, son gli Appennini:
Vino non è ch’ei beve, è un rosso mar.
È il rosso mar del sangue dei cialtroniGiganti ch’ei trafisse ed abbattè.. . . . . . . . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . . . . .
È il rosso mar del sangue dei cialtroni
Giganti ch’ei trafisse ed abbattè.
. . . . . . . . . . . . . . . . .
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E beve beve beve, e sempre ha sete;Ei beve beve, e dice: Ancora un po’;Sento del caldo. Pigliam due comete;Un ventaglio pel fresco ne farò.
E beve beve beve, e sempre ha sete;
Ei beve beve, e dice: Ancora un po’;
Sento del caldo. Pigliam due comete;
Un ventaglio pel fresco ne farò.
E mangia e mangia. Non son biscottini,Non gli Appennini sono; elle son ossa,Ossa de’ suoi nemici filistini,A cui crudele egli invidiò la fossa.
E mangia e mangia. Non son biscottini,
Non gli Appennini sono; elle son ossa,
Ossa de’ suoi nemici filistini,
A cui crudele egli invidiò la fossa.
E le fe’ triturare e macinare,Ed impastare e cuocere le fe’A fuoco lento. S’odono gridareSotto i suoi denti, e dicono: mercè!
E le fe’ triturare e macinare,
Ed impastare e cuocere le fe’
A fuoco lento. S’odono gridare
Sotto i suoi denti, e dicono: mercè!
(Scritto dinanzi al pasto del Mago nella bottiglieria Rovinazzi alle ore 8¾ del 21 ottobre 1879 — dell’èra della servitù — dal povero rapsodo Giosue Carducci.)
Dopo questi scherzi innocenti il Carducci, accompagnato dagli amici, tornava a casa allegro e contento: giunto al portone del palazzo Rizzoli, dove allora abitava, si faceva dare dei cerini, se non ne aveva, e non ne aveva quasi mai; apriva e, facendosi lume da sè, saliva le lunghe scale, finchè arrivato al suo quartiere, dove tutti a quell’ora dormivano, accendeva la candela che trovava al solito posto nella stanza d’ingresso, e se ne andava in camera, dove, messosi in letto, aspettava il sonno leggendo qualche pezzo dei classici suoi preferiti.
***
E la mattina di poi ricominciava la solita vita.
Le poesie pubblicate dal Carducci nei giornali domenicali e nellaCronaca bizantinanon furono le sole da lui composte in quel periodo di tempo, dicirca sei anni, dal 1879 al 1885. Oltre le odi barbarePer Eugenio NapoleoneeA Garibaldi, pubblicate dallo Zanichelli nello stesso anno 1880 in cui furono composte, oltre l’ode barbara per le nozze della figlia Beatrice, pubblicata in alcune copie distinte del volumeLa Poesia barbara nei secoli XVe XVIofferte agli amici (Bologna, Zanichelli 1881), e l’odeA Vittore Hugo(Bologna, Zanichelli 1881); pure di quell’anno compose, nell’aprileCampo di Roncisvalle, e tradusse nel giugno l’ode di Platen su la lirica: poi nel maggio del 1883 mandò fuori, editi dal Sommaruga, i dodici sonetti intitolatiÇa ira; e nel luglio del 1884, essendo a Genova, pensò sul luogo e pochi giorni dopo compose a Courmayeur l’ode barbaraScoglio di Quarto, che per allora rimase inedita. Ne aveva pensate e voleva comporne altre tre, e voleva finirne altre ancora cominciate da un pezzo, fra le qualiMiramar, cominciata, come sappiamo, fino dal luglio 1878.
Ai sonettiÇa iratoccò un po’ la sorte delle primeOdi barbare, che cioè la critica si sbizzarrì sopra di essi con un ammasso di stupidaggini. Nè fra i critici mancarono uomini autorevoli: basti citare il Bonghi ed un M. T., nel quale il Carducci sospettò nascondersi il senatore Tabarrini; ma poi seppe essere un conservatore cattolico a lui affatto ignoto. Ciò che fece perdere le staffe ai critici fu la preoccupazione politica. Mentre il Carducci non aveva avuto che un intendimento artistico, quellocioè di tentare col vecchio sonetto una rappresentazionerapida e breve di avvenimenti storici, senza mistura di elementi personali, ed aveva scelto come materia a ciò adatta i più terribili episodi di quel tragico momento della rivoluzione francese che fu il 1792, i critici vollero in quella rappresentazione puramente oggettiva vedere espressi i sentimenti di lui poeta e lo accusarono perciò di aver fatto dellalirica partigiana, complice dei ciechi furori della plebe e dei sofismi dei demagoghi, lirica e retorica repubblicana; e tanto la preoccupazione politica li acciecò, che l’un d’essi attribuì al poeta le parole da lui messe in bocca al feroce parrucchiere che fece osceno strazio del corpo della principessa di Lamballe.
Passata la piena degli spropositi, tutti poi riconobbero che il Carducci coi dodici sonetti tentò e vinse una prova non meno ardua di quella tentata con leOdi barbare. Non che nei sonetti non fosse qua e là qualche durezza e qualche scorcio un po’ ardito; ma anche in queste durezze e in questi scorci stava la efficacia della rappresentazione.
Le critiche irragionevoli ebbero poi la virtù di ispirare al Carducci una delle sue prose più belle, la prosa delÇa ira. La scrisse a Bologna nell’agosto dello stesso anno 1883 in cui aveva composto i sonetti, e me la lesse nel settembre alla Maulina, in campagna di Lucca. Mi ricordo ancora l’impressione singolare di quella lettura, alla quale assisteva il buon Carlo Bevilacqua, genero del Carducci, mortopoi così immaturamente nel 1898, e qualche altro, che non ricordo bene. Stavamo davanti a una piccola finestra che dava sui campi. Benchè settembre, faceva ancora assai caldo nella campagna lucchese; e l’aria che per la finestra aperta penetrava nella stanza, benchè temperata dalla verde frescura degli alberi di fuori, era pur sempre l’aria d’estate. Ma tutti attenti alla lettura, che fin dalle prime pagine ci aveva afferrati e ci teneva incatenati, non sentivamo il caldo. La finezza e la serena superiorità della critica, che poneva e risolveva le quistioni storiche estetiche con la sicurezza di chi ha subito veduto gli errori e il lato debole degli avversari; il tuono, ora serio, ora scherzevole, ora sarcastico della discussione; le descrizioni e le digressioni, vive, fresche, umoristiche, onde quella era intramezzata e rallegrata, e la voce calda e animata del Carducci che dava risalto e rilievo ai chiaroscuri di quei periodi limpidi, scintillanti, trascinanti, ci fecero passare le due ore che durò la lettura, senza che quasi ce ne avvedessimo. Quando rilessi poi stampata quella magnifica prosa, mi fece anche maggiore impressione, poichè l’autore vi aveva aggiunto alcuni dei pezzi più belli, come la chiusa e la digressione su la campagna toscana del Valdarno.
I critici, per quanto mi ricordo, stettero zitti come olio.