CAPITOLO X.(1892-1902.)

CAPITOLO X.(1892-1902.)

Il Carducci al Senato. — Studi e lezioni sul Parini. — LaBicocca di S. Giacomo, La guerra, Il Cadore. — Lezioni all’Università su l’Alfieri e le tragedie di soggetto romano e italiano. — Ultimo Ministero Crispi. — Polemiche crispine. — Onoranze al Carducci per il giubileo del suo magistero. — Il Nencioni scrittore. — La paroletta misteriosa di un lucherino. — Malattia e morte del Nencioni. — Il Carducci presidente della Commissione per gli scritti inediti del Leopardi. — Studi leopardiani. — Morte di Carlo Bevilacqua. —Rime e Ritmi.— Due degli ultimi sonetti. — Il Carducci a Madesimo nel luglio del 1899. — La prefazione aiRerum Italicarum Scriptoresdel Muratori. — Nuovo disturbo nervoso. — L’edizione delle poesie complete in un volume. — I volumi XI, XII e XIII delleOpere. — Lavori riserbati dal poeta agli ultimi anni della sua vita. — La biblioteca del Carducci.

Il Carducci al Senato. — Studi e lezioni sul Parini. — LaBicocca di S. Giacomo, La guerra, Il Cadore. — Lezioni all’Università su l’Alfieri e le tragedie di soggetto romano e italiano. — Ultimo Ministero Crispi. — Polemiche crispine. — Onoranze al Carducci per il giubileo del suo magistero. — Il Nencioni scrittore. — La paroletta misteriosa di un lucherino. — Malattia e morte del Nencioni. — Il Carducci presidente della Commissione per gli scritti inediti del Leopardi. — Studi leopardiani. — Morte di Carlo Bevilacqua. —Rime e Ritmi.— Due degli ultimi sonetti. — Il Carducci a Madesimo nel luglio del 1899. — La prefazione aiRerum Italicarum Scriptoresdel Muratori. — Nuovo disturbo nervoso. — L’edizione delle poesie complete in un volume. — I volumi XI, XII e XIII delleOpere. — Lavori riserbati dal poeta agli ultimi anni della sua vita. — La biblioteca del Carducci.

I doveri d’insegnante e il bisogno di non trascurare i suoi studi e lavori letterari non consentirono al Carducci di prendere viva parte ai lavori del Senato. Nel 1892, essendo Ministro della istruzione il Martini, prese una volta la parola per difendere da non giuste accuse le nostre scuole secondarie, ed in particolar modo gli insegnanti di esse; a proposito dei quali disse: «Possano quei degni insegnanti che da tanti anni lavorano come martirie sono pagati come.... non oso esprimere il termine del paragone.... che sono ballottati irrisoriamente di promessa in promessa, di riforma in riforma, e per giunta tenuti in sì mediocre concetto dai più; possano una buona volta veder rialzate le loro sorti, possano sentirsi tenuti dalla nazione nel concetto che meritano. Se ciò non avverrà, e presto, sarà incagliato pure quel progresso che certo oggi è nelle scuole; verrà a raffreddarsi la fiducia che molti, io avanti tutti, ora hanno in un fulgido avvenire della scuola e della coltura italiana. Perchè, in fine, pretendere che giovani, uscendo dopo tante spese dall’Università a vent’anni, debbano essere pronti a spendere con entusiasmo la migliore età in divulgare fra gente svogliata le letterature di Omero di Virgilio di Dante, a insegnare la storia universale, compresa la geografia, e tutta la filosofia, e tutta la matematica, e tutta la fisica, e, di più, tutto che piaccia aggiungere a un ministro di buona volontà; e ciò con la speranza di arrivare quando che sia ad avere cinque lire al giorno; onorevoli colleghi, questa è una pretesa che si fonderebbe su una iniquità sociale.»[70]

Dopo queste ed altre sante parole in difesa della coltura classica, approvate calorosamente dall’alto consesso, e rimaste poi, come accade, senza nessun effetto, il Carducci per un pezzo non si fece più vivo.I soli discorsi di qualche importanza che disse più tardi in Senato furono, se non erro, quello dell’aprile 1897 per Candia, e quello del marzo 1899 per la convenzione universitaria di Bologna, stampati nel volume XI delleOpere.

Le frequenti gite a Roma non impedirono al Carducci di attendere con l’usato zelo alla sua scuola. Ma nel 1893, cominciando a sentirsi un po’ stanco, chiese ed ottenne per aiuto quel suo antico e valoroso discepolo, che già conosciamo, Severino Ferrari, degno e per l’affetto al maestro, e per la larga cultura, e per l’ingegno vivo, di proseguirne l’opera e gli intendimenti.

Nei quaranta anni di magistero universitario il Carducci tornò più volte, com’è naturale, su gli stessi argomenti; ma non rifece mai una sola volta i medesimi corsi. L’argomento era lo stesso, ma il corso era interamente nuovo, era cioè il risultato di studi e ricerche nuove, che compivano quelle del corso o dei corsi precedenti. Fino dal 1874-75 egli aveva fatto un corso sulle poesie del Parini; aveva poi negli anni 1881-82-83 scritto alcuni articoli sul Parini pelFanfulla della Domenica, per laDomenica letterariae per laNuova Antologia, che raccolse con emendazioni ed aggiunte sotto il titoloPariniananel volume delleConversazioni critiche(Sommaruga, 1884). Nel febbraio del 1886 fece alcune lezioni sul Parini, il Boileau, il Pope; e nel 1888 un corso compiuto e larghissimo sul poemaIl Giorno:onde trasse in gran parte la materia per altri scritti sul poeta lombardo; fra i quali capitalissimo il libroStoria del «Giorno» di Giuseppe Pariniedito dallo Zanichelli nel 1892.

Se con questo libro egli aveva esaurito i suoi studi sul poema pariniano e detto intorno ad esso l’ultima sua parola, era ben lontano dall’aver compiuto le sue ricerche e formulati i suoi giudizi intorno a tutta la poesia pariniana. Tornò perciò ad essa con un corso di lezioni sulle odi nell’anno scolastico 1890-91; e poichè l’intero anno non gli bastò a compiere il corso come lo intendeva lui, lo ha ripreso e terminato nell’anno scolastico 1901-902.

***

Nonostante il lavoro della scuola, le molte occupazioni officiali e le molte distrazioni per le frequenti sue gite a Roma, gli ultimi dieci anni del secolo passato non furono letterariamente poco operosi nella vita del Carducci; nè la sua vena poetica accennò a stanchezza o languore.

Il 22 agosto 1891 il re Umberto passò in rivista le truppe italiane presso la Bicocca di San Giacomo, e il Carducci, pigliando occasione da questo fatto, scrisse e pubblicò nel settembre l’ode che prende nome da quel luogo rimasto celebre nella storia politica e militare del Piemonte per gli avvenimentidei quali fu teatro. Due mesi più tardi, al tempo del famoso congresso per la pace, scrisse un’altra ode,La guerra, che fece un po’ di scandalo fra i radicali, i quali lo accusarono di avere adulterato il pensiero di Carlo Cattaneo, perch’egli aveva messo come epigrafe ai suoi versi le proprie parole con le quali esso Cattaneo attesta la necessità storica della guerra. Un’altra accusa non meno strana fu fatta a quell’ode, d’essere cioè una poesia dinastica; il qual fatto dimostra semplicemente che, quando nel giudicare di un’opera d’arte c’entra la passione politica, il buonsenso se ne va a spasso.

Nell’estate del 1892 il Carducci andò a Pieve di Cadore; di lì ad Auronzo, e da Auronzo a Misurina, dove si trattenne circa due settimane solo. In Cadore trovò conoscenti ed amici, che gli furono compagni e guida a visitare quei luoghi che vedeva per la prima volta. Volle, com’egli usa sempre, essere informato di tutto; si procurò delle buone guide, lesse una storia del Cadore; e la statua del Tiziano, ch’è nella Piazza di Pieve, e una piccola lapide lì presso rammentante l’eroismo di Pietro Calvi, gl’ispirarono insieme agli altri ricordi e al grandioso e al pittoresco dei luoghi, una delle più belle odi da lui composte in questi ultimi anni; l’ode intitolataCadore. La scrisse nei giorni della breve dimora a Misurina, e la pubblicò nel settembre, tornato a Bologna. A Pieve di Cadore pubblicò egualmente nel1892, a spese di quel Municipio, leAntiche laudi cadorinecon una prefazione datata del 15 agosto.

Nel luglio del 1893 andò a villeggiare a Castiglione de’ Pepoli in Provincia di Bologna; di lì venne a Roma pei lavori del Senato; e terminati questi, andò per alcuni giorni sulle Alpi. Nell’ottobre fu in Mugello, a Pilarciano presso Vicchio, ospite dell’amico Luigi Billi; poi, fatta una corsa a Roma, tornò a Bologna. Quivi riprese i suoi studi, facendo all’Università un corso su Vittorio Alfieri e le tragedie di soggetto romano e italiano (l’anno innanzi aveva fatto un corso sul teatro latino nei secoli XIV e XV), e scrivendo i Saggi sulTorrismondoe su l’Amintadel Tasso, che furono pubblicati, prima nellaNuova Antologiadel gennaio, del luglio e dell’agosto 1894, e poi nel terzo volume delle Opere minori del Tasso curate dal Solerti. Il 27 dicembre mi scriveva: «Io sto bene, anche perchè studio assai e assai tranquillamente.»

Dopo quell’anno nell’estate tornò sempre sulle Alpi; nel 1894 a Madesimo; nel 1895 a Courmayeur, dove scrisse le due brevi poesieL’Ostessa di Gabye l’Esequie della guida; e nei quattro anni successivi a Madesimo.

Di poesie, dopo ilCadore, non scrisse, o almeno non pubblicò altro fino al 1895. Nel gennaio del 1895 pubblicò l’odeAlla figlia di Francesco Crispi(nel giorno delle sue nozze), che dal livore politico fu fatta segno, non solo a sciocche e maligne critiche,ma a ignobili scherzi da parte di giornalisti, che pur professavano, o almeno avevano professato fino allora, la più alta ammirazione e il più gran rispetto al poeta.

***

È noto in qual modo cadesse nel novembre del 1893 il Ministero Giolitti; e come, incaricato della formazione del nuovo gabinetto l’onorevole Zanardelli, egli lo avesse composto; nè altro mancasse al suo, come dicono, insediamento che l’approvazione del Re. Già i nuovi Ministri ricevevano i telegrammi di congratulazione de’ loro innumerevoli amici, che in questa occasione diventavano anche più innumerevoli; già quelli che gustavano per la prima volta la voluttà dell’alto ufficio avevano ordinata al sarto la montura, o uniforme che s’abbia a dire; già dai piccoli impiegati dei Ministeri (i quali in generale, salvo quelli dei gabinetti, si rallegrano di ogni cambiamento di ministri) si aspettava con impazienza la presentazione delle nuove Eccellenze; quando, che è, che non è?, corre la voce che il ministero zanardelliano era stato un aborto, e che il Re aveva dato incarico della formazione di un altro gabinetto all’onorevole Crispi.

Il Crispi lo formò e tale che prometteva di essere forte e duraturo.

La infelice prova fatta dal gabinetto Rudinì prima, da quello Giolitti poi, il fiasco dell’onorevole Zanardelli,e la conosciuta energia e tenacia dell’onorevole Crispi, che pareva il solo uomo capace di dominare la situazione difficile e pericolosa, in che il Ministero Giolitti aveva lasciato il paese, davano tutte le apparenze della forza al nuovo gabinetto; ma erano anche in sostanza i germi della sua debolezza. Tanto che, se potè durare due anni e qualche mese, potè perchè il suo capo si impose quasi alla Camera e la tenne gran tempo chiusa; ma durò in mezzo all’imperversare di una tempesta, che pareva doverlo sommergere ad ogni istante.

Tutte le furie dell’ira erano rivolte in ispecial modo contro il Presidente del Consiglio. Non c’è esempio, credo, nella storia parlamentare di una opposizione tutta fatta di diatribe e di contumelie, in gran parte personali, come quella che imperversò sul capo dell’onorevole Crispi negli anni 1894 e 1895.

È noto il triste episodio del plico Giolitti, di cui si valsero pei loro fini quelli stessi fra gli oppositori che mostravano disgusto per l’atto del deputato di Dronero; è nota la ferocia degli attacchi coi quali l’onorevole Cavallotti perseguitò in tutti gli atti della vita il suo antico compagno di fede. Quanto alla stampa di opposizione, i complimenti di che essa onorava tutti i giorni il Presidente del Consiglio si possono compendiare in queste parole di Guglielmo Ferrero: Crispi fu ilpeggior ribaldo che abbia governato l’Italia in questo secolo, e il suo Ministeroil più disonesto, scellerato e pazzesco governo che sisia visto, questi ultimi cinquant’anni, nell’Europa civile.

Inutile dire come di ciò fosse addolorato e disgustato il Carducci; il quale non potè lasciar passare senza qualche parola di protesta le gravi ingiurie che piovevano sul capo dell’illustre suo amico. Il 31 dicembre 1894 gli mandò questa lettera di saluto pel nuovo anno: «Caro grande amico, — Nulla oggimai Vi manca di ciò che per lo più è toccato ai sommi cittadini nella storia dei popoli; nè dopo salva la patria, l’ingratitudine di quelli che Vi invocavano; nè, dopo il colpo dell’assassino, l’aggressione di quelli che voi amaste e beneficaste. La procella selvaggia nè anche risparmiò il giovine capo della figlia presso le nozze. Serena e calma, in mezzo e sopra questo osceno infuriare di malvagità faziose e ambiziose, la vostra forza. Salute e rispetto. G. C.»

E quando pochi giorni dopo, il 10 gennaio 1895, la figlia del Crispi fu sposa, il Carducci pubblicò l’ode nuziale cui ho già accennato, nella quale sono questi versi:

innalza, o bella figlia,Innalza al padre in facciaGli occhi sereni e le stellanti ciglia.Ei nel dolce monileDe le tue braccia al bianco capo intornoScordi il momento vileE de la patria il tenebroso giorno.Ne l’amoroso e pio folgoreggiareDe gli occhi in lui levatiL’ampio riso rivegga ei del suo mareNe’ dì pieni di fatiQuando novello Procida,E più vero e migliore, innanzi e indietroArava ei l’onda sicula:Silenzio intorno, a lui sul capo il tetroDe le borbonie scuriBalenar ne i crepuscoli fiammanti;In cuore i dì futuri,Garibaldi e l’Italia: avanti, avanti!

innalza, o bella figlia,Innalza al padre in facciaGli occhi sereni e le stellanti ciglia.

innalza, o bella figlia,

Innalza al padre in faccia

Gli occhi sereni e le stellanti ciglia.

Ei nel dolce monileDe le tue braccia al bianco capo intornoScordi il momento vileE de la patria il tenebroso giorno.

Ei nel dolce monile

De le tue braccia al bianco capo intorno

Scordi il momento vile

E de la patria il tenebroso giorno.

Ne l’amoroso e pio folgoreggiareDe gli occhi in lui levatiL’ampio riso rivegga ei del suo mareNe’ dì pieni di fati

Ne l’amoroso e pio folgoreggiare

De gli occhi in lui levati

L’ampio riso rivegga ei del suo mare

Ne’ dì pieni di fati

Quando novello Procida,E più vero e migliore, innanzi e indietroArava ei l’onda sicula:Silenzio intorno, a lui sul capo il tetro

Quando novello Procida,

E più vero e migliore, innanzi e indietro

Arava ei l’onda sicula:

Silenzio intorno, a lui sul capo il tetro

De le borbonie scuriBalenar ne i crepuscoli fiammanti;In cuore i dì futuri,Garibaldi e l’Italia: avanti, avanti!

De le borbonie scuri

Balenar ne i crepuscoli fiammanti;

In cuore i dì futuri,

Garibaldi e l’Italia: avanti, avanti!

L’accecamento dei nemici del Crispi arrivò a negare la parte ch’egli aveva avuta, principalissima e determinante, nella insurrezione siciliana e nella spedizione dei Mille, e ad accusare il Carducci di avere con quei versi fatto ingiuria, egli, purestudioso severodella storia, alla verità. A ciò il Carducci non potè tenersi, e rispose nellaGazzetta dell’Emiliadel 21 e 25 gennaio e del 1º febbraio 1895, dando ai detrattori del Crispi una severa lezione di storia e di onestà, che terminava con queste parole: «Deh quanto mi fate compassione, o ragazzi vecchi! Ma la colpa non è vostra. Può darsi che voi sappiate le genealogie dei Faraoni o che siate simbolisti. Ciò sta bene a buoni bizantini.»

Tutti i brevi scritti del Carducci che si riferiscono al Crispi e al secondo suo Ministero, sono raccolti nel dodicesimo volume delleOperepubblicato nel 1902.

***

Colla fine dell’anno accademico 1894-95 avendo il Carducci compito trentacinque anni del suo insegnamento universitario, i colleghi e la città intera deliberarono di celebrare con solenni onoranze il giubileo del suo magistero. Il pensiero di ciò era sorto qualche anno prima, fin da quando il Carducci nel 1887 ricusando la cattedra dantesca nella Università di Roma, aveva dato la maggior prova che per lui si potesse del suo affetto a Bologna. Si sarebbe voluto fare il giubileo nel 1890, dopo i trent’anni di magistero. Ma il bisogno e il desiderio che le feste riuscissero veramente grandi e solenni, portò la necessità di ritardarle. Non si trattava delle solite onoranze ad un professore illustre di un illustre Ateneo; Bologna volle e seppe mostrare ch’ella sentiva tutta la grandezza dell’uomo, del cittadino, del maestro che si voleva onorare, maestro non di una scuola, non di una provincia, ma dell’Italia; volle mostrare che si sentiva orgogliosa di avere nutrito e cresciuto nel suo seno il poeta della nazione risorta. Si costituì un Comitato dei più autorevoli cittadini, presieduto dal Sindaco di Bologna, il quale preparasse degnamente le feste pei primi dell’anno 1896.

La gran festa ebbe luogo il 6 febbraio alle ore 2 pom. nella sala maggiore dell’Archiginnasio, sede dell’antico studio di Bologna. La città tutta era presentenelle sue rappresentanze più degne. Con quella solenne dimostrazione essa volle confermare in faccia al mondo quello che già si sapeva, che cioè il tumulto indegno del marzo 1891 fu l’opera di pochi dissennati, alla quale la città era perfettamente estranea. Erano accorsi intorno al maestro alcuni de’ suoi più diletti scolari, il Pascoli, il Mazzoni, il Ferrari, il Casini, e altri ancora.

Il Sindaco, dopo un discorso degno veramente dell’alta occasione, consegnò al Carducci il decreto con cui egli era nominato cittadino onorario di Bologna, e la medaglia d’oro per lui coniata, a commemorazione della festa. Dopo di che parlarono brevemente il Preside della facoltà di lettere, Francesco Bertolini; il professore di lettere latine, G. B. Gandino, e il Sindaco di Pietrasanta, venuto a presentare al festeggiato una pergamena con gli omaggi e gli augurii de’ suoi concittadini. Per ultimo il senatore conte Pier Desiderio Pasolini, con un nobile atto, non compreso nel programma della festa, offrì con acconce parole al poeta un ramoscello colto da un alloro che cresce vicino alla tomba di Dante in Ravenna.

A tutti rispose il Carducci ringraziando con un breve discorso nel quale versò tutto l’animo suo grande e buono; discorso che è ristampato nel vol. XII delleOpere, e che dovrebbero rileggere e meditare tutti i giovani che si sentono nati a fare qualche cosa nel mondo.

A questa, che fu la solennità principale, altre due se n’aggiunsero. La Regia Società di Storia Patria, di cui il Carducci è presidente, volle fargli una speciale dimostrazione di onore, offrendogli in una pubblica tornata accademica, tenuta il 13 febbraio, una pergamena miniata, a testimonianza della gratitudine per gl’insigni servigi da lui resi per oltre sei lustri all’Istituto. E gli studenti della facoltà di lettere, prima che cominciassero le feste ufficiali, ebbero il pensiero affettuoso di offrire al maestro un albo contenente i ritratti di quanti gli erano stati discepoli dall’anno 1860 in poi; e glie lo offersero il 24 gennaio.

Il Carducci rispose loro: «Grazie, il pensiero è gentilissimo. È di farmi rivivere nei miei giovani anni, dei quali certo la miglior parte è quella che passai stando coi giovani.... Della parte della mia vita spesa con voi certo non ho da pentirmi, non ho da farmi rimprovero, se non qualche volta di troppa passione, ma non mai di cosa che fosse contro la purità della vostra mente e del vostro cuore. Da me non troppe cose certo avrete imparato, ma io ho voluto ispirar me e innalzar voi sempre a questo concetto: di anteporre sempre nella vita, spogliando i vecchi abiti di una società guasta, l’essere al parere, il dovere al piacere; di mirare alto nell’arte, dico, anzi alla semplicità che all’artifizio, anzi alla grazia che alla maniera, anzi alla forza che alla pompa, anzi alla verità ed alla giustiziache alla gloria. Questo vi ho sempre ispirato e di questo non sento mancarmi la ferma coscienza.»[71]

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Dopo le onoranze del giubileo, un grave dolore percosse in quell’anno medesimo l’animo del Carducci; la morte del suo vecchio amico Enrico Nencioni, avvenuta il 25 agosto 1896 all’Ardenza presso Livorno. E quando quattro anni più tardi, nella primavera del 1900, ammiratori ed amici del morto si apprestavano ad inaugurarne la tomba nel Cimitero di San Felice a Ema, il Carducci inviò questo telegramma: «In memoria di Enrico Nencioni manda sincere e dolenti parole chi sin dall’anno 1849 gli fu amico fedele, e ne ammirò l’ingegno e il naturale poetico; ed ebbe poi dalla sua letteratura molteplici e preziosi documenti.» Fino dal 1871 nella prefazione alle sue poesie (edizione Barbèra) aveva scritto di lui: «Sentirei d’essere ingrato se non ricordassi almeno a me stesso quanto io debbo al fraterno ingegno di Enrico Nencioni, che mi fu sin dai primi anni aiutatore, coll’ardor suo e coll’esempio, al culto di ciò che è bello in ogni forma.»

Questa benefica influenza della consuetudine col Nencioni la provarono più o meno tutti gli amici suoi che si occuparono di lettere. E debbono inparte averla provata quei molti che lo conoscono soltanto per aver letto i molti scritti che negli ultimi quindici anni della sua vita pubblicò in giornali e riviste. Il Nencioni è uno scrittore estremamente, come oggi dicono, suggestivo.

Leggendo qualche suo articolo o nellaNuova Antologia, o nelFanfulla della Domenica, o nellaDomenica letteraria, o in qualche altro giornale, a me pareva di sentirlo discorrere come quando andavamo insieme a passeggiare per ore ed ore alle Cascine o in Boboli, due delle sue passeggiate favorite; o mi pareva di leggere una sua lettera, una di quelle lettere nelle quali versava dall’animo pieno le vive impressioni delle sue svariate letture.

Dissi già com’egli cominciasse la professione di scrittore dopo i quarant’anni. Da ciò, credo, deriva quello che è il principale difetto de’ suoi scritti, qualcosa cioè di non bene consistente e, direi quasi, non completo; e da ciò quella grande qualità che compensa largamente il difetto; una freschezza quasi giovanile di impressioni rese con molta sincerità ed ingenuità. Il Nencioni, più che un vero e proprio scrittore, è quello che i Francesi chiamanocauseur; uncauseurpieno di brio, di spirito, di coltura, coltura facile, leggera, e tuttavia ammirabile; uncauseurche non vi secca mai, che state sempre volentieri a sentire, anche quando, come qualche volta gli accade, si ripete, o ripete ciò che innanzi han detto il Sainte-Beuve o altri stranieri.

I tre anni (dal 1880 al 1883) che egli passò a Roma nel modesto quartierino di Via Goito furono, credo, dei suoi più felici. Ed oh quanto gli dispiacque di lasciare quel quartierino, di lasciare Roma! Nè avrebbe certo pensato a cambiare, se non erano le paurose necessità del futuro; e non ci pensò senza dolore. Ma a quella età, con la natura sua semplice e ingenua, e con la nessuna abilità d’intrigare, e di farsi dellaréclame, come poteva egli sperare di procacciarsi co’ suoi scritti una posizione sicura per il resto della vita?

Fortunatamente l’amicizia di Ferdinando Martini gli venne in aiuto, ottenendogli nel 1883 dal Ministro Baccelli un posto d’insegnante nell’Istituto magistrale femminile di Firenze. A Firenze ebbe poi un’altra cattedra all’Istituto della SS. Annunziata. Si trattava in ambedue le scuole di insegnare letteratura a delle giovinette, ed era ciò a che il Nencioni si sentiva chiamato; si trattava di avere, come si dice, assicurato il tozzo per la vecchiaia; cioè assicuratosicut in quantum, perchè s’egli avesse dovuto lasciare l’insegnamento prima d’aver diritto a pensione, avrebbe probabilmente dovuto morire d’inanizione, come il nostro buon amico Telemaco Signorini pittore, o andare a finire in uno spedale.

Ma la fortuna (questa volta non sotto la forma di un deputato influente, ma sotto quella di un semplice lucherino) gli risparmiò l’una e l’altra cosa.Un giorno mentre passeggiava pel Colle di San Miniato col suo giovine amico Ettore Zoccoli,un lucherino guizzando a volo quasi gli sfiorò i capelli lasciando nell’aria una paroletta misteriosa. Quella paroletta, dice lo Zoccoli, parve un segno di elezione. «Dieci mesi dopo Enrico Nencioni era morto.»[72]

Io amo molto gli uccelli, che sono, come il Leopardi dice, le più liete creature del mondo; ma confesso all’egregio Zoccoli che quel lucherino lo avrei mandato volentieri a farsi benedire; perchè in somma quel segno di elezione si tradusse in una penosa malattia, che fece soffrire orribilmente l’amico nostro e lo condusse alla tomba all’età di cinquantanove anni, quando egli sognava di fare chi sa quante altre passeggiate per il Viale dei Colli, di scrivere chi sa quanti altri articoli di letteratura inglese, di comprare e leggere chi sa quanti altri libri, di conversare chi sa quante altre volte col suo amico Zoccoli e con me!

Il 13 luglio 1895 mi scrisse: «Da sette mesi son malato dinevralgiadi petto. Ho molto sofferto. Ho creduto di non ti riveder più — e ho pensato spesso a te con l’antico affetto, e un intenso desiderio di riabbracciarti. Ora stoassai meglio. Scendo in giardino, cammino, mangio con buon appetito — e la terribile insonnia è scemata: ma non son guarito:e i disturbi nervosi ogni tanto si riaffacciano a tormentarmi. Già il Carducci, che mi ha visto più volte, ti avrà detto tutto.» Pur troppo; e sapevo da lui che la malattia era irrimediabile.

Da che il Nencioni era tornato a Firenze, io andavo spesso a trovarlo, e passavamo insieme delle mezze giornate piacevolmente. Ma dopo ch’egli fu attaccato dalla terribile malattia, le mie visite a lui doventarono per me un tormento. Egli conservava intera la sua vivacità di spirito, credeva che il suo male presto sarebbe passato, parlava di mille disegni che voleva colorire; ed io doveva secondare i suoi discorsi e fingere di partecipare le sue illusioni. Nell’ottobre del 1895 lo andai a trovare in compagnia d’altri amici in una villetta al Poggio Imperiale. Mi fece una gran festa: s’illudeva di star meglio e d’essere in via di guarigione. Poco dopo tornato a Firenze, mi scrisse: «Vo sempre migliorando — tanto che ho potuto riprendere le lezioni ai due Istituti. Ma non posso dirmi ancora guarito. Ho sempre qualche leggero accesso, e i dolori nevralgici alle braccia e alle mani, che a giorni mi tormentano molto.... Quanto fui felice di rivederti! e quanto mi dolse di vederti solo per pochi minuti, e in compagnia di altri.... Avrei bisogno di star con te una settimana intera, tante son le cose di ogni genere che avrei da dirti e da domandarti.»

Il miglioramento fu pur troppo più apparente che sostanziale, e di breve durata. Quando lo rividi alcunimesi dopo nella sua casa di Via Maggio, era ridotto in così tristi condizioni che appena poteva parlare, ed era niente più che l’ombra del Nencioni di una volta. Lo lasciai con un triste presentimento; e non lo rividi più. Nè il Carducci nè io non potemmo avere la dolorosa sodisfazione di dare all’amico l’ultimo addio e di accompagnarlo alla tomba!

***

Nel marzo del 1897 fu pubblicato, per cura di alcuni amici del Nencioni, un primo volume di scritti di lui,Saggi critici di letteratura inglese(Firenze, Successori Le Monnier), al quale doveva fare la prefazione il Carducci; ma, quale si fosse la ragion vera (probabilmente gli mancò il tempo), se ne cavò allora con poche parole, promettendo la prefazione pel secondo volume. «Non voglio preoccupare il luogo qui in questo primo volume: mi parrebbe quasi villano, e certo men pietoso, parlare prima dell’amico: rileggendo di lui mi voglio mantenere l’illusione che quella voce soave dalle colorite e forti inflessioni, come io la ho ancora negli orecchi, ancora si conquisti e assoggetti l’attenzione. Lasciamolo prima parlare lui, il caro morto. Io verrò poi.»

Se non che nel 1898 gli stessi amici, senza niente dirne al Carducci, mandarono fuori il secondo volume,Saggi critici di letteratura italiana(Firenze,Successori Le Monnier), con uno scritto del D’Annunzio di due anni innanzi.

Il Carducci in quell’anno era stato nominato presidente della Commissione per la pubblicazione dei manoscritti del Leopardi appartenuti al Ranieri. Dall’esame di essi prese occasione a tornare sopra i suoi studi su la poesia leopardiana; e nei primi dell’anno diede allaRivista d’Italia(fascicoli del 15 febbraio e del 15 marzo) due articoli suLe tre canzoni patriotiche di G. Leopardi.Il 29 giugno, celebrandosi a Recanati il centenario della nascita del Leopardi, pubblicò un notevole studio su tutta la poesia del Recanatese:Degli spiriti e delle forme nella poesia di Giacomo Leopardi. Allo studio aggiunse, emendati e accresciuti, gli articoli suLe tre canzoni patriotiche. Ed allo scoprimento del busto del poeta nella grande aula del palazzo comunale di Recanati pronunziò in nome del Ministro della pubblica istruzione, che lo aveva incaricato di rappresentarlo, il breve ispirato discorso che leggesi nel volume XI delleOpere.

In occasione delle feste leopardiane fu anche dato in luce il primo volume degli scritti inediti con una prefazione di esso Carducci; il quale, a compimento de’ suoi studi leopardiani, avea nell’anno stesso delle feste fatto all’Università un corso di lezioni su Giacomo Leopardi.

In mezzo a questi lavori lo colse improvvisamente nel dicembre del 1898 un altro grave dolore,la morte del genero suo Carlo Bevilacqua, il quale in ancor florida età gli lasciava vedova con cinque figli la sua Bice.[73]Corse a Livorno a prendere la figliuola e i nipoti, li portò a Bologna, e li collocò vicino a sè, provvedendo come potè meglio alla sistemazione della piccola famiglia, sì che non le mancasse nè il sostentamento nè la educazione.

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Sulla fine del medesimo anno 1898 raccolse in un volumetto elzeviriano, sotto il titoloRime e Ritmi, tutte le poesie da lui scritte dopo leRime nuovee leTerze Odi barbare. Il volume fu finito di stampare il 15 dicembre, ma comparve in pubblico con la data dell’anno dipoi. Oltre le poesie da me accennate, ne comprendeva altre poche, composte frail 1896 e il 1898, durante la dimora del poeta nelle Alpi, alcune delle quali furono pubblicate nellaNuova Antologiadel 16 novembre 1898 sotto il titoloIdilli alpini. Sono da aggiungere a queste l’odeAlla città di Ferrara, composta nell’aprile del 1895 per il centenario del Tasso, le terzinePel monumento a Dante in Trento, composte nel settembre del 1896, l’odeLa chiesa di Polenta, pubblicata nel luglio del 1897, e l’odeAlle Valchirieper la morte dell’imperatrice d’Austria, composta nel settembre del 1898 e pubblicata nellaRivista d’Italiadel 15 ottobre successivo. Le terzine pel monumento a Dante attestano che i sentimenti del poeta verso le provincie irredente erano ancora quei medesimi che gli dettarono nel gennaio del 1879Saluto italicoe negli anni dal 1882 al 1886 gli scritti su Guglielmo Oberdan; le odiA FerraraeLa chiesa di Polentasono le ultime due grandi odi storiche composte dal Carducci, degne di chiudere la gloriosa serie delleOdi barbare.

Il volumeRime e Ritmiè dedicato ad una signorina con questi versi:

O piccola Maria,Di versi a te che importa?Esce la poesia,O piccola Maria,Quando malinconiaBatte del cor la porta.O piccola Maria,Di versi a te che importa?

O piccola Maria,Di versi a te che importa?

O piccola Maria,

Di versi a te che importa?

Esce la poesia,O piccola Maria,Quando malinconiaBatte del cor la porta.

Esce la poesia,

O piccola Maria,

Quando malinconia

Batte del cor la porta.

O piccola Maria,Di versi a te che importa?

O piccola Maria,

Di versi a te che importa?

e si chiude malinconicamente con questo congedo:

Fior tricolore,Tramontano le stelle in mezzo al mareE si spengono i canti entro il mio core.

Fior tricolore,Tramontano le stelle in mezzo al mareE si spengono i canti entro il mio core.

Fior tricolore,

Tramontano le stelle in mezzo al mare

E si spengono i canti entro il mio core.

Scrivendo questi versi il poeta era certamente sotto il peso di un triste presentimento; e pure egli aveva composto allora allora due sonetti freschissimi d’ispirazione giovanile:

IN RIVA AL LYS.A S. F.A piè del monte la cui neve è rosaIn sul mattino candido e vermiglio,Lucida, fresca, lieve, armonïosaTraversa un’acqua ed ha nome dal giglio.Io qui leggo, Ferrari, e la famosaRiva d’Arno ripenso e il tuo consiglio;E di por via la piccioletta prosaE altamente cantar partito piglio.Ma il Lys m’avvisa — Al nulla si confondeQuesto mio canto, e non se ne rammarca;Pur di tanto maggior vena s’effonde. —Ond’io, la fronte di superbia scarca,Torno al mio cuore; e a’ monti a l’aure a l’ondeRidico la canzon del tuo Petrarca.

IN RIVA AL LYS.

IN RIVA AL LYS.

A S. F.

A S. F.

A piè del monte la cui neve è rosaIn sul mattino candido e vermiglio,Lucida, fresca, lieve, armonïosaTraversa un’acqua ed ha nome dal giglio.

A piè del monte la cui neve è rosa

In sul mattino candido e vermiglio,

Lucida, fresca, lieve, armonïosa

Traversa un’acqua ed ha nome dal giglio.

Io qui leggo, Ferrari, e la famosaRiva d’Arno ripenso e il tuo consiglio;E di por via la piccioletta prosaE altamente cantar partito piglio.

Io qui leggo, Ferrari, e la famosa

Riva d’Arno ripenso e il tuo consiglio;

E di por via la piccioletta prosa

E altamente cantar partito piglio.

Ma il Lys m’avvisa — Al nulla si confondeQuesto mio canto, e non se ne rammarca;Pur di tanto maggior vena s’effonde. —

Ma il Lys m’avvisa — Al nulla si confonde

Questo mio canto, e non se ne rammarca;

Pur di tanto maggior vena s’effonde. —

Ond’io, la fronte di superbia scarca,Torno al mio cuore; e a’ monti a l’aure a l’ondeRidico la canzon del tuo Petrarca.

Ond’io, la fronte di superbia scarca,

Torno al mio cuore; e a’ monti a l’aure a l’onde

Ridico la canzon del tuo Petrarca.

SANT’ABBONDIO.Nitido il cielo come in adamanteD’un lume del di là trasfuso fosse,Scintillan le nevate alpi in sembianteD’anime umane da l’amor percosse.Sale da i casolari il fumo ondanteBianco e turchino fra le piante mosseDa lieve aura: il Madesimo cascantePassa fra gli smeraldi. In vesti rosseTraggono le alpigiane, Abbondio Santo,A la tua festa: ed è mite e giocondoDi lor, del fiume e degli abeti il canto.Laggiù che ride de la valle in fondo?Pace, mio cuor; pace, mio cuore. Oh tantoBreve è la vita ed è sì bello il mondo!

SANT’ABBONDIO.

SANT’ABBONDIO.

Nitido il cielo come in adamanteD’un lume del di là trasfuso fosse,Scintillan le nevate alpi in sembianteD’anime umane da l’amor percosse.

Nitido il cielo come in adamante

D’un lume del di là trasfuso fosse,

Scintillan le nevate alpi in sembiante

D’anime umane da l’amor percosse.

Sale da i casolari il fumo ondanteBianco e turchino fra le piante mosseDa lieve aura: il Madesimo cascantePassa fra gli smeraldi. In vesti rosse

Sale da i casolari il fumo ondante

Bianco e turchino fra le piante mosse

Da lieve aura: il Madesimo cascante

Passa fra gli smeraldi. In vesti rosse

Traggono le alpigiane, Abbondio Santo,A la tua festa: ed è mite e giocondoDi lor, del fiume e degli abeti il canto.

Traggono le alpigiane, Abbondio Santo,

A la tua festa: ed è mite e giocondo

Di lor, del fiume e degli abeti il canto.

Laggiù che ride de la valle in fondo?Pace, mio cuor; pace, mio cuore. Oh tantoBreve è la vita ed è sì bello il mondo!

Laggiù che ride de la valle in fondo?

Pace, mio cuor; pace, mio cuore. Oh tanto

Breve è la vita ed è sì bello il mondo!

Questi due sonetti, composti nell’agosto e nel settembre 1898, sgorgano dalla medesima vena limpida e piena, dalla quale balzarono negli anni dal 1870 al 1880 i più bei sonetti delleRime nuove; ambedue sono pervasi da un senso intimo di malinconia che s’insinua quasi non visto in mezzo alla descrizione delle incantevoli scene alpine che il poeta ha dinanzi. Col primo si ammonisce di por da banda i suoi versi, troppo povera cosa di fronte alla grande poesia della natura, la quale pure va a perdersi nel nulla; col secondo si rimprovera i tumulti dello spirito che gl’impedirono di godere quanto avrebbe potutole gioie del mondo. Il poeta sente che gli anni incalzano; che bisogna dire addio a molte belle e buone cose; che gli amici, i parenti, se ne sono andati, se ne vanno; che il verno si avvicina; e pure quanta freschezza nelle parole e nei suoni che esprimono quei suoi sentimenti! Perchè dunque il poeta non dovrà seguitare a scrivere ancora dei versi?

Ahimè, non seguitò. Dopo quel volume la voce del poeta, insino ad oggi, non si è più fatta udire.

***

Egli, come già dissi, tornò a Madesimo anche nel luglio del 1899. Vi andò qualche giorno dopo di lui un suo scolare, Alfredo Panzini; che, pregato da me, scrisse pel fascicolo di maggio dellaRivista d’Italiadel 1901, dedicato al Carducci, una breve notizia della vita del maestro suo in quei luoghi. Non dispiacerà ai lettori che io ne riferisca qui qualche brano:

«Il Carducci in quell’anno, e credo anche prima, abitava aVilla Adelee faceva i suoi pasti alla tavola comune nell’Albergo della Cascata; modesto albergo di montagna, dovè c’è pulizia, buona cucina e nulla più. Unica distinzione al poeta, il posto di capo tavola: al suo giungere un saluto amichevole è sempre dato ed è reso: soltanto il giorno del suo anniversario (cade il 27 di luglio), qualche applauso e qualche altra modesta onoranza.

»L’anno che vi stetti io, oltre all’applauso, ci furono due righe semplicissime firmate da tutti gli ospiti dellaCascata, e un gran bel mazzo di fiori di giardino.....

»Il buon Ciocca (il padrone dell’albergo) aveva anche preparato la galanteria di un bel dolce, e noi si era ormai giunti a quello, e il Carducci non veniva. Del resto nessuna meraviglia; a Madesimo pochi furono i giorni che lo vidi arrivare insieme agli altri commensali.....

»Arrivò in fine; scoppiò l’applauso; egli vide i bei fiori, la lettera e ci ringraziò, ma non fece alcun discorso.....

»Il Carducci fece in fine sturare alcune bottiglie di eccellente vino di Valtellina augurando salute a tutta la compagnia: noti e ignoti bevvero.

»Anche questo è costume abituale in quel dì, almeno così mi dissero i frequentatori di Madesimo.

»Il Carducci arriva tardi sì a colazione che a pranzo, semplicemente perchè lavora.... Nel tempo che ci rimasi io, lavorava più di otto ore al giorno. Non dico che facesse bene, ma era così.

»La mattina si sottopone lietamente alla doccia gelida, poi viene la passeggiata, poi al tavolo....

»Al pomeriggio la cosa si ripete con la semplice inversione che, prima viene il lavoro, poi qualche volta una seconda doccia, poi la reazione passeggiando.

················

»A Madesimo, dopo colazione, si attardava un poco insieme agli altri ospiti presso il limitare dell’albergo.

»Non ho visto al Carducci fumare che il modesto sigaro toscano, e soltanto dopo il pasto e non mai fra il giorno. Se lo prepara a suo modo, cioè non tagliandolo a metà, ma mozzandolo più che spuntandolo dall’un lato e dall’altro; poi più che accenderlo lo brucia per un buon pezzo, ed aggradisce molto se altri gli si presta.

»Seduto presso l’uscio, il Carducci tenta di fumare; la gente intanto va, viene, si siede lì presso, lo saluta, gli rivolge la parola, se vuole: egli risponde a tutti.....

»Ma è inutile: il sigaro toscano, a dispetto di tutte le cure, non vuol andare, non va. Il Carducci ha tollerato abbastanza: fa un piccolo atto d’impazienza e getta il maligno fumaiuolo lungi da sè.

················

»L’ottimo Ciocca (che è corso apposta sino a Chiavenna per veder modo di accontentare il Carducci) accorre col mazzo dei toscani ed offre la scelta, imprecando alla Regìa con termini che il rispetto pel suo illustre amico non sa frenare.

»Qualche ospite offre altri sigari: egli ringrazia e ricusa.

················

»Non lo si rivede che sul vespero.»

Quel lavoro continuato di più che otto ore al giorno, specie dopo il disturbo che il Carducci avevaavuto nel 1885, e dopo i fenomeni d’esaurimento nervoso provati più volte alcuni anni di poi, fu certo una imprudenza. Alcuni dicono anche che, quando si fa la cura dei bagni freddi, l’attendere a lavori mentali faticosi e prolungati è pericoloso. Ma egli non lo sapeva, non ci pensava. Probabilmente credeva che gli effetti di quella cura pronti e immediati gli rinforzassero la fibra lì per lì tanto da permettergli di lavorare a suo agio. E aveva portato con sè un carico di lavoro assai grave, tanto grave, che a momenti se ne sentiva come oppresso. Il 26 agosto mi scriveva: «Caro amico, quanto ho da fare anche quassù! Figurati una prefazione alla ristampa deiRerum Italicarum Scriptoresdel Muratori.» Oltre questo lavoro, aveva, credo, in animo di compiere lo studio su gli Scritti di Alberto Mario, scelti e curati da lui, che doveva uscire in fronte al secondo volume, già pronto da tempo. Il primo era stato pubblicato fino dal 1884.

Tornò a Bologna ai primi di settembre con la prefazione al Muratori quasi finita (mancava l’ultimo capitolo, che scrisse più tardi): ma lo studio sul Mario, la prima parte del quale era stata pubblicata nellaNuova Antologiafino dal 1897, non era andato innanzi. E la illustre vedova di Alberto, a cui tardava veder pubblicato quel secondo volume, chiese al Carducci facoltà di pubblicarlo con la sola parte del proemio già fatta, e nel 1901 lo mandò fuori.

***

A quelli che videro il Carducci dopo il ritorno da Madesimo egli parve un po’ affranto e di umore non lieto: evidentemente non stava bene: la cura climatica, paralizzata ne’ suoi effetti dall’eccessivo lavoro, non aveva prodotto il benefizio degli anni innanzi. La mattina del 25 settembre, a Bologna, appena alzatosi da letto e fatto il solito bagno, ebbe un nuovo disturbo nervoso, pel quale rimase impedito specialmente nel braccio e nella mano destra. Fu messo a letto e curato; e il male apparve subito non grave. Appena potè moversi, andò in campagna ad Ozano dal suo collega professor Gandino, indi a Firenze dal dottore Luigi Billi; e le cure della scienza e dell’amicizia gli alleviarono il male. Il 20 ottobre mi scriveva facendo alcune proposte circa il modo di provvedere al suo insegnamento (io era allora nel Ministero alla Direzione della istruzione superiore); e la lettera finiva: «Intendi me’ ch’io non ragiono, perchè sono tardo a pensare, e scrivo colla mano d’altri. Per me andrebbe benissimo se potessi riacquistare in breve l’uso della mano. E ti dico che spero di arrivare a fare qualche lezione.»

D’allora in poi andò sempre lentamente migliorando, e potè riprendere i suoi lavori e fare, anche, come sperava, qualche lezione; ma (ciò che più lo ha turbato e lo turba) non potè riacquistare pienoe spedito l’uso della mano destra, onde è obbligato a dettare, o a scrivere lentamente col lapis.

Nell’estate del 1901, tornando a Madesimo, si era proposto, dissero alcuni, di riprendere e finire laCanzone di Legnano; ma, quale si fosse la ragione, il proposito, se veramente lo fece, rimase senza effetto. Nè ha scritto altre poesie. Ha scritto invece delle prose, ed ha atteso e attende con molta alacrità a proseguire e compiere l’edizione delleOpere.

Delle Poesie lo Zanichelli mandò fuori nel dicembre del 1901 una edizione di tremila copie, in un solo volume di oltre mille pagine; la quale fu una festa per molta gente; per tutti gli uomini del tempo nostro che giunti alla vecchiaia serbano ancora vivi gli affetti e gli entusiasmi della loro giovinezza, e per tutti quelli che, giovani nel decennio dal 1870 al 1880, sentirono in pieno l’influenza del poeta deiGiambi ed Epodi, delleRime nuovee delleOdi barbare. La nuova gioventù, fatta eccezione di pochi, non credo che gusti davvero le poesie del Carducci, benchè il poeta ad essa prediletto ed i suoi seguaci, quando leggono in pubblico i loro versi, non dimentichino di propiziarsi l’uditorio con un inno di gloria al grande maestro.

L’edizione delle Poesie fu esaurita in pochi giorni, tanto che lo Zanichelli dovè subito metter mano ad un’altra di cinquemila copie.

Il volume delle Poesie, quanto al contenuto, riproduce esattamente i due volumi (VI e IX) delleOpere, nell’ordine stesso, cioèJuvenilia, Levia Gravia, InnoA Satana, Giambi ed Epodi, Intermezzo, Rime nuove; poi leOdi barbare(ultima edizione in un volume), il volumettoRime e Ritmi, ed in fine la prima parte dellaCanzone di Legnano, che non era stata mai compresa in nessuna delle tante raccolte parziali dellePoesie. Ciò nella prima edizione. La seconda ha in più due sonetti, che erano stati dimenticati nella prima e nella edizione delleOpere, un’Appendicedi cinque brevi componimenti, che il poeta non aveva creduto o non si era ricordato di comprendere in nessuna delle precedenti raccolte, e quattro facsimili.

DelleOperesono usciti, nel febbraio del 1902 il vol. XI, contenente la serie terza ed ultima diCeneri e Faville, nel giugno dello stesso anno il vol. XII, contenente la serie seconda diConfessioni e Battaglie, e nel gennaio di quest’anno 1903 il vol. XIII, contenente la prima parte degliStudi su Giuseppe Parinisotto il titoloIl Parini minore.

La serie terza diCeneri e Favillecomprende gli scritti minori del Carducci dal 1877 al 1901, raccolti col medesimo metodo e coi medesimi intendimenti degli scritti delle due prime serie; e sono, come essi, testimonianze importanti dell’ingegno, dell’animo e dell’operosità dell’autore; tanto più importanti, quanto si riferiscono all’ultimo periodo della sua vita. Ci sono i brevi discorsi detti al Senato, fra i quali coraggioso e nobilissimo quello perCandia; i discorsiPer il decennale dalla morte di Mazzini, Per lo scoprimento del busto di Giacomo Leopardi a Recanati; lo scritto per la morte di Vittore Hugo, che il Carducci scrisse a mia richiesta per laDomenica del Fracassa; e mandandomelo mi scriveva: «Eccoti quello che ho scritto singhiozzando a tratti come un bambino.» Ci sono le relazioni per le prove d’italiano su la licenza liceale, per la gara tra i licenziati d’onore dai licei, su i programmi e le istruzioni per l’insegnamento dell’italiano nelle scuole classiche; alcune relazioni alla Deputazione di storia patria; alcune recensioni; e un’altra quantità di piccoli scritti d’occasione, che tutti hanno la loro importanza per chi voglia conoscere a fondo l’uomo e lo scrittore.

Ma importanza molto maggiore hanno gli scritti della seconda serie diConfessioni e Battaglie; la maggior parte dei quali illustrano e spiegano i sentimenti politici dell’autore e la condotta di lui come cittadino negli ultimi trent’anni dopo il 1870.

Nella prima serie l’autore raccolse, come sappiamo, quasi tutti gli scritti maggiori dei tre volumi sommarughiani, quelli più specialmente ai quali meglio conveniva il titolo diConfessioni e Battaglie; e ne lasciò fuori alcuni pochi di minor mole; coi quali appunto comincia la seconda serie. Gli scritti di questa, quasi tutti brevissimi (pochi superano le cinque o sei pagine, due soli le venti), sono riuniti sotto varie rubriche, secondo la materia che trattano.Le rubriche sono ventitrè: fra le più importanti quelle che raccolgono gli scritti per Garibaldi, per Alberto Mario, per Guglielmo Oberdan, per Francesco Crispi, per le accapigliature del Carducci coi socialisti, per le dimostrazioni degli studenti radicali contro il Carducci, e per le onoranze del giubileo. Se ne togli gli scritti riuniti sotto la prima rubricaSchermaglie di letteratura, che sono i pochi rimasti fuori dalla raccolta sommarughiana, tutti gli altri non erano stati mai stampati in nessun volume, e la maggior parte di essi, disseminata e dispersa in foglietti e giornali politici e letterari, era oramai impossibile a trovare. Ugo Pesci in un articolo, pubblicato nelGiornale d’Italiadel 10 giugno 1902, ha rilevato egregiamente l’importanza di questo secondo volume diConfessioni e Battaglie; dal quale s’impara, egli scrive, «che il Carducci ha sempre considerato le cose politiche con serena obiettività ed imparzialità; che quantunque non gli sia mai stata conferita da alcun partito la laurea d’uomo politico, si trovano facilmente ne’ suoi scritti giudizi e sentenze di un vero statista; e che la pretesa sua incoerenza politica in realtà non esiste, anche quando può lasciarla supporre un qualche scatto del gran cuore del poeta.»

Il vol. XIII,Il Parini minore, ha poco di nuovo; ma tutti gli scritti compresi in esso e già pubblicati sono stati, come il Carducci usa sempre, riveduti e corretti per questa edizione. Aprono il volumedue scritti, che videro la luce nellaNuova Antologia, Il Parini principiante(Fasc. 1º gennaio 1886),L’Accademia dei Trasformati e G. Parini(Fasc. 16 aprile e 1º maggio 1891), lavoro quest’ultimo rimasto incompiuto; seguono i cinque scritti, che sotto il titoloParinianafurono già raccolti nel volumeConversazioni critiche; poi quattro scritti sui sonetti del Parini, il primo dei quali fu pubblicato nel giornaleNatura ed Artedel 15 dicembre 1894, il secondo e il terzo nellaNuova Antologiadel 16 settembre e del 16 dicembre 1900; il quarto ed ultimo è inedito. Chiude il volume unSaggio di bibliografia pariniana.

Gli ultimi tre scritti di questo volume non sono i soli pubblicati dal Carducci dopo che fu colpito dalla malattia.

Nel 1899, prima ch’egli andasse a Madesimo, era uscito nel fascicolo 16 maggio dellaNuova Antologia, col titoloTragedia falsa e uomo vero, lo studio sullaEcerinidedi Albertino Mussato da lui composto per la edizione che di quella tragedia curava, pei tipi Zanichelli, Luigi Padrin. Il volume dellaEcerinide, con lo studio del Carducci, fu poi finito di stampare nel novembre e pubblicato con in fronte la data del 1900.

Una delle prime cose delle quali il Carducci si occupò appena in grado di rimettersi al lavoro, fu il compimento della prefazione aiRerum Italicarum Scriptores, della quale lasciò pubblicare due saggi(nellaNuova Antologiadel 1º maggio e nellaRivista d’Italiadel 15 maggio 1900), e che indi a poco uscì intera nel primo fascicolo della importante pubblicazione. Nello stesso anno 1900 attese in collaborazione con Severino Ferrari, alla pubblicazione, pei tipi Zanichelli, delle Rime di Bartolomeo Del Bene per le nozze Albicini-Binelli.

Gli ultimi due lavori del Carducci sono l’importante studioDello svolgimento dell’Ode in Italia, pubblicato nei fascicoli 1º e 16 gennaio 1902 dellaNuova Antologia, e il saggio di traduzione e commento delle Odi di Orazio (i primi tre Epodi) pubblicato nel fascicolo del 16 dicembre di quell’anno nello stesso periodico. L’autore delleOdi barbarevolle, in arte, mantenersi fedele fino all’ultimo ai suoi primi amori.

***

Accennai nel capitolo V ad una raccolta diCanti carnascialeschialla quale il Carducci stava lavorando nel 1864 per un editore di Milano, e ad una diBallateper laCollezione di antiche scritture italiane inedite o rareincominciata intorno a quel tempo dall’editore Nistri di Pisa. Quelle due raccolte facevano parte di un grande lavoro sulla poesia semipopolare dei primi secoli, che il Carducci aveva vagheggiato fino dagli anni più giovani, pel quale aveva messo insieme molti materiali anche prima d’andare a Bologna,e del quale seguitò ad occuparsi poi sempre con grande amore pure dopo il 1864. Ma non ne pubblicò che due brevi saggi: nel 1871 leCantilene e ballate, strambotti e madrigali nei secoli XIII e XIV(Pisa, Nistri), e nel 1896 leCacce in rima dei secoli XIV e XV(Bologna, Zanichelli).

Avendo io chiesto al Carducci qualche notizia intorno a quel suo lavoro, che sapevo quanto gli stava a cuore e quante fatiche gli era costato, egli mi rispose il 25 aprile 1902 così: «Ahimè! Tu mi inviti a dire quel che ho più desiderato, quello su cui ho più lavorato e quello che speravo dover essere l’ultimo lavoro da compiere nella mia vecchiaia. I Canti carnascialeschi editi e inediti sono tutti pronti con le varianti per la stampa. Speravo finire la mia carriera poetica come Uhland, dando una edizione critica delle Canzoni a ballo semipopolari del ’300 e ’400, e ne ho invero preparato una gran massa. Ho quasi finito i Sirventesi italiani, curiosissima e rara raccolta.

»Se io, invece di attendere alla stampa delle opere mie, avessi energia ed attività per lavorare sulla poesia semipopolare dei primi tre secoli (sirventesi, ballate, madrigali, canti carnascialeschi, ec.) e vi potessi lavorare con i criteri della filologia critica e non coi metodi pedanteschi di oggi, i miei voti sarebbero compiuti.

»Altro dei miei indirizzi letterarii avrei vagheggiato nel Rinascimento. Le opere latine e italianedi Francesco Maria Molza so come andrebbero fatte, e ho messo insieme moltissime carte inedite pescate per le biblioteche anche di Roma: ma non ne potrò condurre a fine nulla. Eccoti quel che ti posso dire fin qui.»

È da augurare non solo che queste fatiche del Carducci non vadano perdute, ciò di che non v’ha oramai più nessun pericolo, ma che le cure ch’egli deve alla stampa delle opere sue e le condizioni di salute gli lascino tempo e modo di compiere con l’aiuto (che certo non gli mancherebbe) di qualche suo valoroso discepolo, quel lavoro col quale egli si proponeva di chiudere la sua carriera poetica.

Con tale augurio mi è caro affrettarmi al fine di queste memorie, nelle quali tutto potrà mancare fuorchè l’affetto per l’amico e l’amore della verità che non può scompagnarsi da quello, quando è sincero.

***

Nel 1901, essendo compiuto il quarantesimo anno dell’insegnamento del Carducci, gli studenti pensarono di dargli qualche segno di onoranza. Era un pensiero affettuoso, facilmente spiegabile e commendevole dopo il malore che aveva colpito il loro maestro.

Questi, avutone sentore, si affrettò a pubblicare nellaGazzetta dell’Emiliadel 17 marzo la seguente dichiarazione:

«Che gli studenti pensino di ricordare i quaranta anni dell’insegnamento da me impartito in questo studio, l’ho caro; anche per il modo del ricordo non rumoroso. Se non che giornali e lettere e fin poesie vengono a minacciarmi di quel che oggi dicesigiubileo. Giubileo, secondo un sacro scrittore, significa anno di quiete perfetta; nel quale la Chiesa promette remissione delle colpe a chi compia certi atti di penitenza. Ora sono io in istato di far penitenza? Ne dubito. Di più fra l’un giubileo e l’altro devono intercedere, secondo la legge mosaica, cinquanta anni: ridotti dalla legge cristiana a venticinque. Ma per me sono appunto cinque anni che fu celebrato un giubileo. Ripeterlo a così breve termine eccederebbe ogni facilità d’indulgenza. Veramente e brevemente: ringrazio di cuore, ma mi trovo in tal disposizione di spirito e di corpo che ogni menomo romore, reale o metaforico, ne turba la quiete; senza la quale non potrebbe esseregiubileo.»

Inutile. Oramai che la parolagiubileoera stata buttata là, la gente che s’era messo in testa di farlo lo volle fare. Non credo che la quiete del Carducci ne rimanesse turbata; poichè tutto si ridusse a un discorso letto da Giuseppe Picciola nella sala del Liceo Musicale di Bologna il 13 maggio, sotto gli auspicii degli studenti dell’Università, e a qualche telegramma che in quei giorni fu inviato al poeta. Egli rispose cortesemente ai telegrammi di S. M. laRegina madre e del Presidente del Consiglio; ma del giubileo, fatto contro la sua volontà, non si mostrò niente sodisfatto.

Invece ebbe l’anno dipoi una grande sodisfazione per l’atto generoso e gentile di S. M. la Regina madre, che, acquistando la biblioteca di lui, della quale gli lasciò l’uso, ne assicurò la conservazione.

Quarantacinque anni fa in un accesso di classico furore egli sognava di farsi dopo morte bruciare sopra un rogo di legna di pino insieme a tutti i suoi libri. Oggi gli sorriderà, credo, un pensiero migliore: il pensiero che, passato questo vento di follia presuntuosa, che trascina la gioventù odierna a cercare gl’ideali dell’arte e della vita al di là del buonsenso e del bene, le giovani generazioni avvenire cercheranno, curiose e riverenti, i libri ov’egli studiò, le carte ove depose il frutto de’ suoi studi, per iscoprirvi il segreto di quella grande arte che non sa scompagnare dal culto della bellezza il culto della virtù e della patria.


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