CAPITOLO XII.(APPENDICE.)(1903-1907.)

CAPITOLO XII.(APPENDICE.)(1903-1907.)

Non par vero che debba esser morto. — La malattia si era arrestata, ma le tracce di essa rimanevano. — Disperazione di non potere scrivere speditamente. — Lucidità della mente e difficoltà di esprimersi. — Severino Ferrari supplente al Carducci. — Lezioni all’Università. — Morte di Severino Ferrari. — Il Carducci in Toscana. — Edizione delle Opere: i vol. XV e XVI. — Saggio su la Canzone di Dante delle tre donne, dedicato a Luisa Zanichelli nelle sue nozze. — Lettera di dedica al padre di lei. — L’ultimo periodo dell’opera letteraria del Carducci. — Il Carducci chiede il riposo dall’insegnamento. — Ricompensa nazionale. — Saluto di commiato degli studenti. — Il volume delleProsescelte. — Ritorno da Madesimo nel 1905. — Ultima lettera sconsolata. — Il telegramma alSecolo. — Condizioni gravissime del poeta. — Il premio Nobel. — La cerimonia della premiazione a Stocolma e a Bologna. — Il discorso del Barone De Bildt. — Morte del Poeta. — Il dolore di tutto il mondo civile. — Onoranze ufficiali. — Il dolore del popolo bolognese. — I funerali, e il corteo.

Non par vero che debba esser morto. — La malattia si era arrestata, ma le tracce di essa rimanevano. — Disperazione di non potere scrivere speditamente. — Lucidità della mente e difficoltà di esprimersi. — Severino Ferrari supplente al Carducci. — Lezioni all’Università. — Morte di Severino Ferrari. — Il Carducci in Toscana. — Edizione delle Opere: i vol. XV e XVI. — Saggio su la Canzone di Dante delle tre donne, dedicato a Luisa Zanichelli nelle sue nozze. — Lettera di dedica al padre di lei. — L’ultimo periodo dell’opera letteraria del Carducci. — Il Carducci chiede il riposo dall’insegnamento. — Ricompensa nazionale. — Saluto di commiato degli studenti. — Il volume delleProsescelte. — Ritorno da Madesimo nel 1905. — Ultima lettera sconsolata. — Il telegramma alSecolo. — Condizioni gravissime del poeta. — Il premio Nobel. — La cerimonia della premiazione a Stocolma e a Bologna. — Il discorso del Barone De Bildt. — Morte del Poeta. — Il dolore di tutto il mondo civile. — Onoranze ufficiali. — Il dolore del popolo bolognese. — I funerali, e il corteo.

Io sperava non mi toccasse aggiungere un ultimo capitolo a questeMemorie, non mi toccasse mettere la parolafinealla vita dell’amico mio.

Scrivo con l’animo ancora turbato dalla notizia, non inattesa, e tuttavia quasi incredibile, che quellanobile vita si è spenta. Certe anime privilegiate, a chi ha avuto la fortuna di vivere per lungo tempo in comunione di pensieri e di sentimenti con esse, parrebbe dovessero essere immuni dalla legge che condanna i viventi tutti a morire.

Si dice: — Morirono Dante, lo Shakespeare, il Goethe, Victor Hugo: perchè non avrebbe dovuto morire il Carducci? — Anche: — La vita in questi ultimi due anni era divenuta a lui un supplizio; e la morte è stata una liberazione. —

È vero: ma quando l’uomo che abbiamo amato e venerato fino ad ieri, oggi ci dicono che è scomparso dal mondo, che domani e per tutti i giorni avvenire non lo vedremo mai più, mai più; questo ci pare un fatto anormale, mostruoso, contrario alle idee di bontà e di giustizia, un fatto che sconvolge l’ordine morale delle cose.

I grandi trapassati, per quanto grandi e degni d’ammirazione e d’amore, sono altra cosa dai granduomini coi quali abbiamo vissuto insieme, che abbiamo amati e ci hanno amato; e confondere gli uni con gli altri non è possibile. Gli uni, quando noi venimmo al mondo, appartenevano già a un altro mondo, al mondo delle ombre; gli altri sono parte del nostro mondo, sono parte di noi stessi; e quando ci vengono tolti, è come se ci venisse strappata una parte dell’anima nostra.

***

Dopo le cure che si ebbe ad Ozano nella villa del prof. Gandino, e a Firenze in casa del dott. Billi, il Carducci si era alquanto riavuto del disturbo che lo colpì il 25 settembre 1899; e si disponeva a tornare a Bologna a riprendere la sua vita e le sue occupazioni ordinarie. Pareva ristabilito sufficientemente in salute: ma se la malattia si era arrestata, le tracce e i germi di essa rimanevano nel corpo dell’uomo. La macchina era forte; ma i guasti interni, prodotti in essa dal primo colpo, non si potevano interamente eliminare: bisognava contentarsi che non si allargassero.

Il Carducci tornò a Bologna, ma non era più lui; si sentiva come dimezzato. Non camminava più franco; parlava con qualche difficoltà; era tardo a pensare. Ciò che più d’ogni altra cosa lo affliggeva era quel po’ di paralisi al braccio e alla mano destra, che gl’impediva di scrivere correntemente. Egli, che pure aveva una bella e ben formata calligrafia, quando gittava in carta i primi abbozzi delle sue composizioni, o scriveva lettere agli amici, faceva correre la penna su la carta con tale rapidità, che senza molta pratica e molta fatica non si decifrano certi suoi manoscritti. Ora è facile immaginare quanto gli dolesse e lo turbasse il non avere più pronta e obbediente la mano a tradurre speditamente su la carta il suo pensiero. Il 20 ottobre,dandomi sue notizie, mi scriveva, come vedemmo: «Per me andrebbe benissimo se potessi riacquistare in breve l’uso della mano.» Pur troppo non potè; per quanto avesse fatto a Firenze, sotto la direzione della signora Marianna Giarrè-Billi, lunghi esercizi di calligrafia, in grazia dei quali era riuscito a scrivere qualche cosa, ma con istento e fatica.

A Bologna sulla fine del febbraio 1901 volle fare un’altra prova: pregò lo Zanichelli di procurargli alcune penne d’oca, nella speranza che con esse lo scrivere gli sarebbe stato più facile. Lo Zanichelli glie le procurò, e il Carducci appena avutele si ritirò nella stanza attigua alla libreria Zanichelli, sedette alla scrivania, e scrisse con carattere un po’ stentato, ma chiarissimo, questi versi:

Penna d’oca.Voglio scriver presto comeA’ miei be’ giorni.Vola come il pensier, mia buona penna.Non ricordare il tardo augel palustre;Vola là dove il mio pensier t’accenna,O bellissima pennato penna illustre,Vola, vola per Dio, che non t’aggiungaLa tua sorella del lavoro industre.

Penna d’oca.

Penna d’oca.

Voglio scriver presto comeA’ miei be’ giorni.Vola come il pensier, mia buona penna.Non ricordare il tardo augel palustre;Vola là dove il mio pensier t’accenna,O bellissima pennato penna illustre,Vola, vola per Dio, che non t’aggiungaLa tua sorella del lavoro industre.

Voglio scriver presto come

A’ miei be’ giorni.

Vola come il pensier, mia buona penna.

Non ricordare il tardo augel palustre;

Vola là dove il mio pensier t’accenna,

O bellissima pennato penna illustre,

Vola, vola per Dio, che non t’aggiunga

La tua sorella del lavoro industre.

Purtroppo la prova, per quanto riuscita in apparenza, non ebbe l’effetto desiderato. Tanto è vero, che il 24 dicembre 1901 il Carducci mi scriveva: «Questa maledizione di dover dettare, o non poterescrivere se non lentamente col lapis, mi dispera e toglie energia ed efficacia alle mie lettere, nelle quali io era consueto versarmi intero e franco.»

Ad un uomo, la cui attività stava tutta nel pensiero, e la vita nel bisogno di comunicare altrui il pensiero suo, impedire il libero e spedito funzionamento degli organi che servono alla trasmissione di esso pensiero con la parola scritta o parlata, fu una vera crudeltà.

La sua mente, se anche divenuta più tarda a pensare, era rimasta viva e lucidissima. Onde egli sentiva tanto più acuto il dolore che alla lucidezza della mente non rispondesse più la facilità della espressione. Questo fu durante gli anni della infermità il suo massimo tormento.

Gli stava in mente che avrebbe avuto da dire ancora tante cose alla gioventù che si affollava nella sua scuola, in quella scuola che era stata per tanti anni il suo regno; e sapeva che gli scolari aspettavano, come una grande fortuna, di riudire la sua voce. Il suo primo ripresentarsi ad essi dovette essere per lui una grande sodisfazione; ma la sodisfazione non fu senza un po’ d’inquietudine, poichè non si sentiva padrone sicuro de’ suoi organi vocali. Se quelle prime lezioni furono una festa pei suoi scolari, per lui furono uno sforzo, dopo il quale si trovava affaticato e scontento.

Fino dal 1893, dovendo spesso recarsi a Roma per il Consiglio superiore e per il Senato, il Carduccichiese al Ministero un supplente, affinchè dalle sue assenze non dovesse venir danno all’insegnamento. Il Ministero affidò il delicato ed onorevole incarico alla persona designata dal Carducci stesso, a Severino Ferrari, professore all’Istituto femminile superiore di Firenze. E il buono e bravo Ferrari accettò il grave ufficio, correndo tutte le settimane da Firenze a Bologna, da Bologna a Firenze, per attendere alla cattedra del maestro e alla sua. Ma dopo che il Carducci fu colpito dal male, si capì che il doppio ufficio pel Ferrari era troppo gravoso, e lo si nominò professore ordinario di stilistica all’Università, affinchè potesse fare le lezioni di lettere italiane alle quali non bastava il Carducci.

Nei due anni dal 1899 al 1901 il Carducci potè fare dodici lezioni all’anno; nei successivi ne fece dalle quattro alle cinque per anno. Nelle lezioni dal 1899 al 1903 trattò delle poesie del Leopardi (l’Ultimo canto di Saffoe l’Inno ai patriarchi); dello svolgersi dell’ode dalla prima età della lirica nazionale fino al Parini; del Parini principiante; delle Odi di G. Parini; e della genesi dellaDivina CommedianellaVita nuova. Oltre queste lezioni di letteratura italiana, ne fece nel 1898-99 quattro di letteratura provenzale, leggendo e commentando il poemetto:L’infanzia di Gesù. Le ultime quattro lezioni del 1904 ebbero per argomento la Canzone di Dantedelle tre donne; sulla quale scrisse poi il saggio che dedicò alla figlia dello Zanichelli per le sue nozze.

La cattedra di lettere italiane a Bologna fu disgraziata anche nel supplente. Nell’ottobre del 1902 il Ferrari ammalò. Dopo alcuni mesi parve guarito e riprese le lezioni; ma il male ricomparve indi a non molto con maggior gravità, ed egli dovè di nuovo lasciarle. Il 18 gennaio del 1905 fu messo in una casa di salute, e il 24 dicembre dello stesso anno morì.

La malattia e la morte del Ferrari furono pel Carducci un dolore acutissimo, del quale la sua salute dovè naturalmente risentirsi. Mentre il Ferrari era malato in Bologna, il Carducci volle andarlo a trovare, benchè dovesse salire ad un secondo piano, il cui accesso non era molto comodo. Ve lo accompagnò l’avv. Antonio Resta, il quale mi raccontava che l’impresa di quella ascensione fu abbastanza difficile e non senza qualche pericolo.

Per comprendere qual dolore fosse pel Carducci la morte del Ferrari, basta sapere ch’egli lo amava come un figliuolo. Che cosa pensasse dell’ingegno e della poesia di lui, giudicata appena mediocre dalla critica prosuntuosa di un facitore di versi mediocri, lo dicono queste poche righe di lettera: «Severino, caro amico e figlio, i tuoi sonetti mi hanno più di quattro o sei volte toccato fino alle lacrime. Tu hai l’anima buona, e profonda l’intuizione della poesia.»

Quando il 31 gennaio 1901 il Ferrari fece una lettura dantesca in Firenze ad Orsanmichele, ilCarducci volle andare a sentirla. Assistevano a quella lettura anche il Mazzoni e mia figlia. Quando, finita la lettura, il pubblico si avviava per uscire, fu da qualcuno notata la presenza del poeta. Un mormorio corse per la sala, gli occhi di tutti si rivolsero verso di lui, e ad un tratto scoppiò come per incanto una immensa ovazione. Il Carducci, che non ebbe mai paura dei fischi e degli oltraggi (come provò nella pazza e feroce dimostrazione degli studenti di Bologna nel 1891), sentì sempre un bisogno istintivo di sottrarsi alle acclamazioni e agli applausi. Sconcertato da quella ovazione, ricorse per aiuto a mia figlia, che gli stava lì presso, la prese a braccio, e raccomandandosi che lo salvasse, scese con lei le scale, e con lei si rifugiò nella chiesa d’Orsanmichele. È uno di quei tratti che dipingono l’uomo; e del Carducci se ne potrebbero raccontare molti di somiglianti.

***

Nei primi anni della malattia il Carducci tornò più volte in Toscana, anche per consiglio dei medici. Tra la fine di settembre e l’ottobre del 1900 fu per circa quindici giorni a Pilarciano presso Vicchio nella villa dell’amico dott. Luigi Billi: vi tornò per circa venti giorni nel settembre e ottobre del 1902. Nello stesso anno era stato a Firenze in casa del Billi nei mesi di marzo e d’aprile.

A Bologna la maggiore operosità del Carducci si raccolse intorno alla edizione delle sue opere. In quella edizione si trattava non soltanto di raccogliere, ordinare e correggere gli scritti già pubblicati, ma di compierne e rifonderne alcuni, e di aggiungerne dei nuovi. L’edizione si era arrestata nel 1898 al volume decimo: negli anni 1902 e 1903 il Carducci, come dissi nel cap. X, mandò fuori altri tre volumi, l’XI, il XII e il XIII; l’ultimo dei quali contenente la prima parte degliStudi su Giuseppe Parini, sotto il titoloIl Parini minore. Il volume XIV, doveva contenere la seconda parte di tali studi, sotto il titoloIl Parini maggiore. La stampa di esso era avviata e condotta molto innanzi, ma rimase sospesa per alcuni scritti che l’autore non aveva compiuti a suo modo. Uscirono intanto nel 1905 i volumi XV e XVI, portanti l’annunzio che entro l’anno stesso uscirebbe anche il XIV, il quale si attende in questi giorni, postumo.

I due volumi usciti nel 1905 sono fra i più importanti della raccolta. Il XV comprende gli Studi su Lodovico Ariosto e Torquato Tasso; il XVI, intitolatoPoesia e Storia, contiene uno scritto su la Canzone di Dante «Tre donne intorno al cor mi son venute», la prefazione aiRerum italicarum scriptoresdel Muratori, la prefazione alleLetture del risorgimento italiano, gli scritti perle tre Canzoni patriotiche del Leopardi, eDegli spiriti e delle forme nella poesia del Leopardi, lo studioDello svolgimentodell’ode in Italiapubblicato, come già fu detto, nei fascicoli 1º e 16 gennaio 1902 dellaNuova Antologia, e la prefazione alla raccoltina di poesie intitolataPrimavera e fiore della lirica italiana, pubblicata dal Sansoni nel 1903.

Il primo studio del vol. XV è ora intitolatoLa gioventù di Lodovico Ariosto e la poesia latina in Ferrara. Nella prima edizione questa operetta, come il Carducci la chiama, aveva per titolo,Delle poesie latine edite ed inedite di L. A.; il qual titolo fu in una ristampa del 1881 modificato così:La gioventù di L. A. e le sue poesie latine. Accogliendo questa operetta nel volume XV delleOpere, l’autore l’haaccresciuta di varii capitoli e in tutti corretta, dove non anche rifusa. Ciò spiega la modificazione ultima del titolo, e dà a tutto il lavoro un’aria di novità e di maggior compitezza. Segue all’operetta lo splendido Saggio su l’Orlando Furioso, pubblicato la prima volta nel 1881 dal Treves come prefazione all’Orlando Furiosoillustrato del Doré, e ristampato poi nel volumeLa vita italiana nel Cinquecento, edito dallo stesso Treves nel 1893. I saggi sul Tasso che chiudono il volume trattano deiPoemi minori, dell’Amintae delTorrismondo. Il primo e il terzo furono pubblicati nellaNuova Antologia(fascicolo 1º agosto 1891 e 1º gennaio 1894) e nel volume III delle Opere minori in versi di Torquato Tasso, a cura di A. Solerti (Bologna, Zanichelli, 1895); gli altri su l’Amintavennero in luce nellaNuova Antologia(fascicoli 1º luglio, 15 agosto e 1º settembre 1894 e 1º gennaio 1895), ed uno di essi, il terzo, anche in fronte al Teatro di Torquato Tasso, a cura di A. Solerti (Bologna, Zanichelli, 1895); e furono poi ristampati tutti con molte e importanti correzioni e giunte nel volume II dellaBiblioteca critica della letteratura italiana diretta da Francesco Torraca(Firenze, G. C. Sansoni editore, 1896), onde sono stati riprodotti con qualche lieve ritocco.[84]

Lo scritto su la Canzone di Dante, che apre il vol. XVI, è interamente nuovo, e fu, come è detto, pubblicato nel 1904 per le nozze di Luisa Zanichelli, con innanzi questa lettera al padre di lei.

«A Cesare Zanichelli:Extremum hunc, Arethusa, mihi concede laborem. Siami lecito, se non è superbo, ridire il voto del pastore virgiliano nell’ultima egloga, qui su ’l principio di questo che è l’ultimo certo de’ miei lavori danteschi: ultimo, perchè, in quel poco di vivere che mi avanza, raccoglierò forse ancora e compiendo ripasserò quei troppi scritti che nella foga degli anni mi lasciai trasportare a buttar giù, ma pensarne e ordirne de’ nuovi non è più di stagione. Sono oggimai quaranta anni, o Cesare, ch’io col discorso delle Rime di Dante posi il piè fermo nel campo dello scrivere italiano; ed ora stanco ne lo ritraggo con questosaggio su la più nobile canzone di Dante: da lui cominciai, con lui finisco. Quanti pensieri, quante speranze, quanti propositi, quanta parte del nostro piccolo mondo, ci si è incalzata sotto gli occhi, ora rapita nell’alto dalle idee, ora sommersa nelle cure in questo non lungo spazio della vita umana che sono quaranta anni. Speranza e pensiero, e ora dolce proposito di vita, a te la figliuola primogenita tua: con la quale mi è caro a ricordare che nacque e crebbe e fiorì in atto la divisata stampa delle così dette opere mie di letteratura. Crescevano i volumi della stampa, crescevano gli anni della Luisa: quelli già esuberanti del rigoglio giovanile accennano ora a posare e declinare; questi di florida maturità si rallegrano e prosperano. E così duri ella e séguiti fiorendo lunga stagione in compagnia dell’uomo degno, dottore Francesco Mazzoni, a cui tu hai commesso la sua gioventù. E a te in lei e da lei sia dato raccogliere i premi della modesta operosa bene spesa tua vita: dalla quale io come ebbi molte prove di amicizia così ti voglio lasciare un segno di gratitudine in queste carte, che dal soggetto almeno tengono un abito gentile, che te le farà, spero, esser care. — Madesimo su lo Spluga, 14 agosto 1904. — Giosue Carducci.»

Questa lettera è un modello di prosa limpida e schietta, la quale attesta che la mente dell’autore, dopo cinque anni ch’egli era stato còlto dal male, si manteneva lucida e viva, come ne’ tempimigliori, e piegavasi agile ad esprimere tutte le delicatezze dell’affetto e del sentimento. Ma è importante anche per altre ragioni; perchè ci fa fede che il grande scrittore, il quale cominciò l’opera sua letteraria con Dante, con Dante volle finire; e perchè è una nobile testimonianza della amicizia che legò lo scrittore all’editore. In tanti anni non sorse mai l’idea dell’interesse a turbare le loro relazioni; la fiducia dell’uno nell’altro fu sempre reciproca e piena. Mentre tutti si accapigliano per il vile denaro, è uno spettacolo consolante questo di un grande scrittore che alla vigilia di congedarsi dal mondo sente il bisogno di lasciare un segno di gratitudine al suo editore per le molte prove di amicizia avute da lui. Se per opera d’altri avvenne poi qualche cosa di diverso, ciò non tocca il Carducci, la cui anima buona è tutta nella sua lettera.

Il saggio su la Canzone delle tre donne e tutti gli altri scritti raccolti con esso nel volume XVI rappresentano nel complesso la parte maggiore dell’opera letteraria del Carducci nell’ultimo periodo della sua vita. Il periodo comincia splendidamente con quella mirabile sintesi della Storia del risorgimento italiano, ch’è la prefazione alleLetture, scritta nel 1895 e pubblicata nel 1896, nella quale c’è dentro tutta la vita e tutta l’anima del poeta; seguono nel 1898 gli scritti su le poesie del Leopardi, che sono quanto di più luminoso sia stato scritto ad illustrare la terribilità tragica della vita e dell’artedel recanatese; succede, nel 1899 e nel 1900, la prefazione al Muratori, monumento singolare di dottrina, e forse l’occasione più prossima della malattia che turbò gli ultimi anni di vita dell’autore; chiudono il periodo gli scrittisu lo svolgimento dell’ode in Italia, del 1902, esu la Canzone di Dante, del 1904. A questi è da aggiungere, per ragione di tempo, lo scritto su l’ode di Giuseppe Parini,La caduta, che fu pubblicato nel fascicolo di marzo 1904 dellaNuova Antologia, e che farà parte del vol. XIV delle Opere.

Il Carducci dice nella lettera allo Zanichelli che raccoglierà forse ancora nelleOpere, ripassandoli e correggendoli, quei troppi scritti da lui buttati giù nella foga degli anni: ma «pensarne e ordirne di nuovi, aggiunge, non è più di stagione.» Con i due scritti del 1904 egli sentiva che il tempo della sua produzione letteraria era finito.

Quello della creazione poetica era finito anche prima, nel 1898. Egli lo aveva sentito e significato con lo stornello che chiude il volumetto diRime e ritmi; scrivendo il quale il poeta doveva essere, come dissi, sotto il peso di un triste presentimento. Prima ancora che il male lo colpisse, una visione interna lo aveva avvertito che la poesia non sarebbe andata più a lui.

***

Se gli scritti composti nel 1904 mostrano che l’attività mentale del Carducci resisteva ancora allainfermità del corpo, ciò non vuol dire che nei cinque anni passati l’infermità fosse stata debellata, e nemmeno attenuata. Al contrario. L’attività mentale e la volontà indomabile combattevano una specie di lotta con la infermità. E nella lotta il lavoro del cervello consumava lentissimamente la resistenza delle forze fisiche. Il medico, che vigilava attento le condizioni del malato, dovè accorgersi di ciò, e riuscì a persuaderlo della necessità di liberarsi da una parte del suo lavoro, da quella che più lo preoccupava, cioè le lezioni all’Università. Fu un gran dolore per il Carducci separarsi per sempre dai suoi scolari; ma ne sentì il dovere, e presentò nel dicembre del 1904 al Ministero la domanda di riposo. Era Ministro l’onorevole Orlando, il quale con un disegno di legge, che gli fa onore, propose al Parlamento una pensione annua di Lire 12,000 per il Carducci, quale ricompensa nazionale, come fu data ad Alessandro Manzoni.

Ferdinando Martini, relatore di quel disegno di legge, lo presentò alla Camera con queste parole:

«Onorevoli Colleghi.— Giosue Carducci, cui gli anni e le illustri fatiche affralirono il corpo, se non poterono velare la luce del grande intelletto, abbandona la cattedra, onde per quaranta anni profuse i tesori della dottrina, educò le menti e le coscienze all’austerità degli studi e all’altero amore della patria.

»Il Governo del Re propone che si assegni al Carducci una rendita vitalizia di dodicimila lire esia così consacrata per opera del Parlamento la riconoscenza del popolo italiano.

»Non osiamo, onorevoli Colleghi, esortarvi a consentire in quella proposta, accolta dagli uffici tutti non pure con favore, ma con plauso: sentiamo che ogni incitamento sarebbe irriverente. La deliberazione del Parlamento assicuri al gran vecchio tranquilli riposi, avvalori l’augurio e la speranza di nuove opere belle; e il glorioso poeta della Italia rigenerata, il forte e fidente vaticinatore de’ suoi alti destini, il benigno invocatore di più liete sorti alle umane genti affaticate ascolti nell’omaggio dell’Assemblea Nazionale la voce ammirata e benedicente delle generazioni lontane.Ferdinando Martini.»

Superfluo dire che la Camera approvò.

Una volta tanto il Parlamento e il Ministero avevano saputo fare cosa degna. Io me ne rallegrai col Carducci; il quale mi rispose: «Chi ce lo avrebbe detto quando nella nostra gioventù eravamo segno alli scherni fiorentineschi? Pure io vorrei tornare a que’ giorni. Eravamo molto più allegri e più confidenti. Io sto così così: ma non posso venire a Roma, come pure desidererei. Ahimè!»

L’omaggio dell’assemblea nazionale, nel quale il Carducci dovè sentire, come ben disse il Martini, la voce ammirata e benedicente delle generazioni lontane, confortò certo il poeta; ma egli sentiva che si andavano spezzando ad uno ad uno i legami onde era attaccato alla vita; e naturalmente preferivaagli omaggi, ch’essa gli recava in questa tarda ora, le battaglie e le tempeste della sua gioventù. Nonostante i suoi crucci e le sue ire, nessuno amò e apprezzò la vita più del Carducci; nessuno ebbe di essa un ideale più alto e più umano. E appunto perchè sentiva la bellezza e la bontà della vita, nessuno aborrì più di lui dal pensiero della morte.

Quando si seppe all’Università che il Carducci si ritirava dall’insegnamento, gli studenti vollero con pensiero affettuoso portargli il loro reverente saluto di commiato. Andarono in commissione alla casa del poeta, il quale, avvisato, li aspettava nel suo studio, e li accolse amorevolmente; li trattenne a lungo; mostrò loro a parte a parte i tesori della sua biblioteca; e quando se ne andarono, li accompagnò fino alle scale, lasciandoli pieni di ammirazione e di entusiasmo.

***

Negli anni della malattia il Carducci aveva fatto a Bologna la sua solita vita. La mattina stava in casa a lavorare, assistito dall’amico che gli faceva da segretario, dottore Alberto Bacchi Della Lega; andava tutti i giorni a passare un’ora alla libreria Zanichelli, dove leggeva i giornali, e vedeva qualche intimo, poi tornava a casa; e dopo il pranzo, se il tempo lo permetteva, usciva di nuovo a fare due passi, accompagnato sempre da qualcuno.

L’ultimo di questi anni pieno ancora di operosità fu per il Carducci il 1904. Oltre i lavori per le lezioni e per la edizione delleOpere, dei quali ho parlato, attese a mettere insieme, per consiglio del suo editore Zanichelli, una larga scelta delle sueProsein un volume, da fare riscontro al volume dellePoesie, e la pubblicò con questa breve prefazione.

«La buona riuscita della stampa di tutte le mie poesie in solo un volume incuorò all’editore il pensiero di tentare la medesima prova con gli scritti miei di prosa: sol che questi e per la quantità e per la qualità non si prestavano a esser raccolti tutti in un volume agevole; e bisognò per amore o per forza venire a una scelta. Nel qual bisogno l’animo mio fu di scegliere quelli soltanto che potessero significare qualche cosa nella storia letteraria o politica, mentre più benigno e più largo procedeva il criterio dell’editore. Nella scelta definitiva mi giovò molto il parere e il giudizio del mio amico Alberto Dallolio, il quale anche, bontà sua, si incaricò di condurre in porto tutta l’edizione. E questa, per la esattezza e la diligenza arguta di cui il già Sindaco di Bologna volle dar prova pure in siffatta materia inferiore della letteratura, è riuscita accuratissima. Io, mosso dall’esempio dell’amore che altri metteva nelle cose mie, diedi qualche ritocco alla lingua e fermai al suo posto la disposizione cronologica delle prose. Le quali cosìvengono ad affrontare nella nuova veste la pazienza del pubblico. —25 ottobre 1904.»

Il volume delleProseebbe non minor fortuna di quello dellePoesie, e giovò insieme con esso a far conoscere più largamente, al di fuori della cerchia dei puri letterati e degli studiosi, l’ingegno e l’opera del Carducci. La sua fama crebbe in questi ultimi anni meravigliosamente, tanto che il nome di lui diventò popolare. Il giudizio della posterità, che riconosce e consacra gl’immortali, cominciò per lui mentre egli era ancora vivo.

***

Dopo il 1901 il Carducci nella estate tornò tutti gli anni a Madesimo, fino al 1905. Ma, mentre negli anni innanzi ci s’era trovato abbastanza bene, nel 1905 vi ebbe dei disturbi, che lo consigliarono a tornare a Bologna prima del tempo stabilito. L’11 agosto era ancora a Madesimo, e mi scrisse di là una lettera, che mi turbò grandemente.

Io gli aveva mandato la miaVita del Leopardi, non pensando affatto che avesse agio di leggerla, tanto meno di scrivermene. Invece il 12 agosto ricevei una lettera di lui, con la quale mi diceva d’aver letto il libro in due giorni; e soggiungeva: «La seconda parte la lessi in una notte insonne, e finii la mesta lettura la mattina di una bella primavera di maggio;

E la dolcezza ancor dentro mi suona.

E la dolcezza ancor dentro mi suona.

E la dolcezza ancor dentro mi suona.

»E voglio tornare a leggerla quando il mio spirito si trovi meglio disposto. Ora tanto del fisico come del morale sono proprio affranto: la macchina è forte e potente, ma la malattia ha ripetuto i colpi e sempre li rinnova. Sarà quel che Dio vuole.

»Auguro a te con tutto il cuore miglior condizione di vita che non sia la mia. Ripenso con dolcissimo desiderio a te ed alla nostra gioventù.

»Credevo d’incontrare il mio fine sereno e senza contrasti; ma, ahimè! la fine è e più vuol essere amara per me e quelli che sono parte migliore di me. Ricordami ai tuoi figli e a tua moglie con moltissimo affetto, e tu ancora ricordati del tuo povero ma fedele amico. Dire che nulla mi manca, che gli amici e i buoni han cercato di circondare d’ogni cura la mia vecchiezza. Ma mi sento mancare il meglio. Ahimè!»

Questa lettera mi parve come l’ultimo addio dell’amico.

***

Tornato a Bologna, e rimessosi alquanto dei disturbi avuti a Madesimo, si ricordò d’un suo lavoro che rimaneva ancora incompiuto, il volume dellaAntica lirica italiana, cominciato già da parecchi anni per la Ditta Sansoni. Turbato da questo ricordo, scrisse a Guido Mazzoni pregandolo di aiutarlo a finire quel lavoro, e di andare a Bologna per prendereaccordi sul modo. Il Mazzoni, che villeggiava a Bardalone nell’Appennino pistoiese, avuta la lettera del Carducci, ch’egli dice straziante, andò il 9 settembre a Bologna; e andarono con lui mia figlia Nella e mio figlio Piero, i quali desideravano rivedere e salutare l’amico nostro, che da qualche anno non vedevano più.

Il Carducci, il quale voleva un gran bene a tutti i miei figliuoli, particolarmente alla Nella, fu molto contento di rivedere lei e Piero, e fece loro grandissima festa. Poi parlò col Mazzoni del lavoro pel quale lo aveva chiamato, e del quale gli aveva già parlato e scritto altre volte. Il Mazzoni, sapendo di che cosa trattavasi, non durò gran fatica a indovinare i pensieri e i desiderii del Carducci, anche a traverso le sue smozzicate parole. In breve si intesero; e il Mazzoni, tornato a Firenze, riprese il lavoro rimasto interrotto, lo compì, scrisse una breve prefazione in nome del Carducci, che la approvò nelle bozze e la firmò come sua; e così il volume potè uscir fuori in tempo che il maestro lo vedesse, e potesse consolarsi di averlo, almeno a quel modo, compiuto. L’Antica lirica italiana(Canzonette, canzoni, sonetti dei secoli XIII-XV) è un volume di 490 pagine in 8º a doppia colonna; Firenze, G. C. Sansoni, 1907.

Quando il Mazzoni e i miei figliuoli congedatisi, dopo una non breve e commovente visita, erano già sulle mosse per andarsene, il Carducci, sentendoche il Mazzoni doveva recarsi a Trieste per alcune conferenze, li richiamò indietro per far vedere loro la medaglia che i Triestini coniarono per lui, e si commosse grandemente ai dolci ricordi che il nome di Trieste gli suscitava. E il Mazzoni, andato a Trieste nell’ottobre, commosse a sua volta i Triestini, portando loro il saluto dell’infermo poeta.

Mio figlio mi scrisse poi da Bardatone, informandomi delle condizioni di salute del Carducci, le quali rimanevano sempre gravi e penose. Non camminava più se non sorretto: il parlare gli si era fatto sempre più difficile, e s’inquietava quando non gli riusciva di esprimersi.

Passati alcuni giorni, il Carducci andò per qualche tempo in campagna a Lizzano, nella villa del conte Pasolini Zanelli; ed ivi parve che migliorasse. Dico parve, perchè nel fatto il male era andato lentissimamente proseguendo nella trista opera sua. Rientrò nel novembre a Bologna.

Si era intanto sparsa nei giornali la novella che intorno a lui si stava organizzando, d’intesa col Cardinale Svampa, una congiura di clericali e clericaleggianti, per preparare il poeta di Satana a rientrare nell’ora suprema in grembo alla chiesa. La novella arrivò fino a lui. Ne fu seccato, indignato: e il 30 novembre mandò al giornaleIl Secoloquesto telegramma: «Agli scrittori delSecolo. Nè preci di cardinali, nè comizi di popolo. Io sono qual fui nel 1867; e tale aspetto immutato e imperturbatola grande ora. Salute. Giosue Carducci.» Io non so se nella novella ci fosse niente di vero: se c’era, bastò questa dichiarazione del poeta a sfatare la congiura.

Oramai il Carducci non usciva più di casa se non in carrozza, accompagnato dal cameriere, che aveva cura della sua persona e non lo abbandonava mai. Si faceva accompagnare quasi ogni giorno fino alla libreria Zanichelli, ma non scendeva di carrozza. Si tratteneva alcuni istanti dinanzi alla libreria prendendo il caffè, mentre Cesare Zanichelli stava allo sportello, o si sedeva nella carrozza accanto a lui. Nel maggio del 1906 andò in campagna a Barbianello, una collina a pochi passi dalla città, poi tornò a Lizzano, e nell’ottobre a Bologna. Il 9 settembre ebbi queste notizie di lui da Ugo Brilli. «Che le debbo dire del Carducci? La sua presente infelicità mi par grande quanto la sua gloria. Non parla quasi affatto più; non può tracciar più nè meno quella specie di ghirigoro che era la sua firma ultima. Lo depongono di peso dal letto su la poltrona, e su la poltrona lo trasportano a braccio — in due uomini — da luogo a luogo. Di su la poltrona lo mettono ne la carrozza: non può andare che di passo, e poichè camminando scivola un po’ in giù di sul sedile, bisogna la carrozza si fermi, scenda il servitore di cassetta, abbassi il mantice, e di dietro tiri su — di qua e di là per le ascelle — per appoggiarlo allo schienale, il povero paziente. Alquale pare si rattrappiscano e rendano a poco a poco inerti anche le dita.

»In viso è un po’ scarno, ma gli occhi pieni di vita, di anima, di risolutezza. È nervoso! villeggia a Barbianello..... In un quartiere accanto al suo villeggia il dott. Boschi, suo medico curante. Mi diceva il Boschi che venerdì passato gittò in terra non so che piatti, e che ci bisognò la pazienza e autorità sua per abbonirlo.....

»Sono qui da dieci giorni, e l’ho veduto due volte. Potrei andar sempre, ma uno ci si trova un po’ confuso. Non è quasi possibile discorrergli, poichè soffre di non poter rispondere.»

Dopo il ritorno a Bologna nell’ottobre, il Carducci cessò di andare alla libreria Zanichelli. La sua vita oramai era finita. Quel po’ che glie ne restava era uno strazio supremo, contro il quale egli talora si ribellava, dando in escandescenze, come quella che fu calmata a Barbianello dal dott. Boschi.

***

Pare un’ironia del destino che fossero serbate al grande uomo le maggiori sodisfazioni, quando egli non era oramai altro che l’ombra di sè stesso.

L’Accademia di Svezia, nel conferimento dei premi Nobel per l’anno 1906, assegnò quello della letteratura al Carducci. Il 10 dicembre ebbe luogo a Stocolma la solenne cerimonia per la consegnadei premi; alla quale il Carducci non potè per le condizioni della sua salute intervenire. Il premio di lui avrebbe dovuto, secondo le regole di prammatica, esser consegnato al rappresentante diplomatico dell’Italia; ma il Re Oscar, per attestare l’ammirazione sua e della Svezia verso il poeta della Nazione italiana, volle, con gentile e nobilissimo pensiero, incaricare il rappresentante del suo paese in Italia, Barone De Bildt, di recarsi a Bologna a consegnare al Carducci stesso il premio da lui vinto. Così nel giorno medesimo in cui si distribuivano a Stocolma nella grande sala dell’Accademia reale di musica i premi Nobel ai vincitori, una più modesta ma non meno interessante e significativa cerimonia, aveva luogo a Bologna nell’umile e glorioso studio del Carducci, dove il Barone De Bildt consegnava al poeta il suo premio.

Alla cerimonia di Stocolma assistevano il Re Oscar, i principi e le principesse reali con il loro seguito, il corpo diplomatico, i ministri svedesi, la famiglia Nobel, i rappresentanti delle Università e degli Istituti superiori della Svezia.

Alla cerimonia di Bologna assistevano la moglie del poeta, le figlie, i generi, i nipoti e il fratello di lui, il Prefetto, il Pro-Sindaco, il Rettore della Università, l’on. Malvezzi, e pochi amici.

Re Oscar aveva mandato al Barone De Bildt questo telegramma: «Vogliate significare a Giosue Carducci le mie più fervide e sincere congratulazioniin occasione del premio che egli ha così ben meritato.»

L’elogio del Carducci fu letto nella cerimonia di Stocolma dal Segretario perpetuo dell’Accademia svedese, dottore Af Vocsen, il quale esaltò il contenuto ideale della poesia carducciana. Nella cerimonia bolognese il Barone De Bildt lesse in italiano un discorso nobile ed alto, che fu ascoltato dal poeta con grande attenzione.

Dopo avere accennato alla cerimonia di Stocolma e all’incarico da lui avuto, disse: «Nell’eseguire questa a me ben grata missione, non intendo tessere nessun panegirico, ben sapendo che la modestissima mia voce nulla può aggiungere alla vostra gloria, e che presso di voi «i pappagalli lusingatori» non sono stati mai i benvenuti. Vengo semplicemente a dirvi perchè vi abbiamo prescelto e perchè crediamo e sappiamo anco in questo nostro giudizio consenzienti quanti nel mondo civile onorano l’arte e l’ingegno.

»Il testamento di Nobel prescrive che il premio di letteratura debba essere conferito a quello fra gli scrittori moderni che abbia compiuto l’opera la più grande e la più bella in senso idealistico, e tutta l’opera vostra, illustre maestro, è improntata al culto dei più alti ideali che sono sulla terra, gli ideali della patria, della libertà e della giustizia. È l’amor di patria che vi ha ispirato fin dalla vostra prima giovinezza; della patria, come l’ha fatta riccadi bellezze la natura; della patria, come la sognarono e la fecero i forti antenati; della patria, come la conquistarono e la riedificarono i vostri contemporanei con le loro battaglie e vittorie, le loro sofferenze e le lotte, i loro martiri e trionfi. È sempre la patria che domina il vostro pensiero, sia che cantiate le gesta gloriose dei suoi eroi delle antiche repubbliche, sia che vi passi davanti agli occhi il dolce sorriso della prima regina d’Italia.

»E quando la patria è l’Italia, non va disgiunto dall’amor di patria l’amor di libertà. Freme nelle vostre Odi, riempie, portato dai virili accenti della vostra lira, il cuore d’un popolo, passa i monti ed i mari, sorge alla vostra invocazione come genio potente all’invito del mago, ed aleggia sopra il mondo battagliero ed invitto. Questa è opera vostra, della vostra anima così romanamente forte, così italianamente gentile.»

Il discorso segue con un accenno agl’ideali di giustizia e di religione, e conclude dicendo:

«La severità morale delle vostre liriche, la candida purezza nella quale sorge il vostro canto verso le alte cime, tutta l’austera semplicità della vostra vita sono pregi elevatissimi, davanti ai quali c’inchiniamo tutti, a qualunque religione e partito noi apparteniamo, sono doni di Dio che, sotto qualunque forma apparisce, è sempre lo stesso, e da cui imploriamo che continui a scendere sul vostro venerando capo la santa benedizione che si chiama amore.»

Alla fine del discorso il Carducci parve che volesse rispondere; ma vinto dalla commozione non potè che ripetere: «Grazie, grazie», mentre stringeva lungamente le mani del Barone De Bildt.

***

Due mesi e sei giorni dopo, la mattina del 16 febbraio, il sole si levava pallido e caliginoso sopra la città di Bologna; illuminava di un bianco acciecante la neve che come lenzuolo funereo avvolgeva tutto intorno la casa del poeta; penetrava con un timido raggio per le imposte socchiuse nella stanza ove egli giaceva; ma il poeta, che tanto amò ed esaltò il sole, che forse sperava di salutarlo ancora una e più volte, non vedeva quel raggio. Intanto i giornali volavano recando per le contrade d’Italia le dolorosa novella:Giosue Carducci è morto;[85]e dai petti degl’Italiani si levava un gemito sordo, affannoso; e un’ombra di lutto si distendeva sopra tutta la penisola, ne valicava i confini.

Il lutto non era lutto di una nazione, era lutto di tutto il mondo civile.

Dopo la morte del gran Re, dopo quella di Garibaldi, dopo la morte del Re buono, nessun’altrasciagura nazionale toccò così profondamente il cuore dell’Italia.

La prima impressione fu di stupore; non pareva possibile che quell’uomo, benchè non più giovine, benchè da alcuni anni malato, dovesse morire. Poi sorse in tutti un imperioso bisogno di far sapere al mondo quanto ciascuno aveva amato e ammirato quel nobile capo. Si ebbe paura di dir poco, si ebbe paura che gli altri dicessero di più; e per non rimanere indietro, si abbandonò il freno alle parole. Può essere che qualcuno non serbasse la misura e la compostezza consigliate e raccomandate dalla solennità del caso e dalla grandezza e semplicità dell’uomo che si voleva onorare; ma le piccole vanità, le piccole preziosità, le piccole teatralità andarono perdute in quel grande scoppio di sentimento forte e sincero, che fu il dolore del popolo italiano. Nella imponente dimostrazione di quel dolore quelle piccolezze rimasero senza significato, quasi inavvertite. Chi andò cercando la retorica in alcuni dei discorsi che dilagarono su pei giornali, fece cosa perfettamente inutile; e fece, senza saperlo, un po’ di retorica anche lui. C’è della buona e brava gente, che senza retorica non sa esprimere i suoi sentimenti benchè sinceri.

L’Italia ufficiale volle fare largamente il dover suo. Ci fu una specie di gara fra il Governo e il Parlamento. Il Presidente del Consiglio propose alla Camera l’erezione di un monumento al Carducci inRoma; l’onorevole Rosadi ed altri deputati proposero la tumulazione dei resti mortali del poeta in Santa Croce. Le proposte furono non solo approvate, acclamate. Ci fu dopo il discorso del Presidente del Consiglio un momento di commozione generale, che fece dire a un giornale: «qualcosa della grande anima del poeta sembra aleggiare per l’aula, dalla quale esula così spesso ogni nobile sentimento d’italianità e d’arte.»

Tenuto conto di quella commozione e dei nobile spettacolo che diede di sè l’assemblea, le deliberazioni di essa furono degne di lode. Ma, detto ciò, è lecito ricordare al Governo e al Parlamento che in Santa Croce c’è un altro grande poeta, che aspetta da più di trentacinque anni la sua tomba. Quel poeta si chiama Ugo Foscolo. Al Carducci però fu risparmiato l’onore, e la mortificazione, di essergli vicino. La famiglia di lui e i Bolognesi hanno voluto ch’egli resti a Bologna.

Quanto al monumento in Roma, si può osservare che altri pure degni non lo hanno, e lo hanno altri men degni. Ma per il Carducci c’è questa circostanza speciale: nessuno ha amato e glorificato la nuova Roma quanto lui. Resta che, passati gli entusiasmi, il monumento non vada in dimenticanza, come la tomba del Foscolo.

***

I funerali furono fatti il 19 febbraio; solenni, imponenti. Tutta l’Italia vi era presente, l’Italia ufficiale, ed il popolo: e dal popolo venne la solennità, l’imponenza. Anche questo fu degno: non furono fatti discorsi.

Del corteo funebre Guido Mazzoni scrisse così:

«Non è stato un corteo funebre; è stato il passare per tutta Bologna di un carro trionfale. Passava lento tra due schiere di popolo; piovevano dalle finestre ramoscelli d’alloro e fiori; il sole accompagnava luminoso quel procedere di stendardi, di bandiere, di corone. E dicono che battendo nella lastra di vetro che nell’alto della cassa lasciava mirare il volto del Poeta, dicono che talora lo facesse raggiare.

»Perchè tanto? perchè tutto il popolo ha seguito col saluto reverente, con le lacrime, col mormorio represso dell’acclamazione, sino alla Certosa, il Poeta?

»Perchè ha sentito in lui il più alto interprete della Patria.

»Difficili sono le poesie del Carducci a intenderle tutte e davvero: ma al popolo basta, più che la profonda intelligenza degli accenni storici e delle frasi belle, il sentimento vivo che balza fuori dall’arte.

»E tutta l’arte del Carducci grida: — Italia, Italia, Italia! — Lo grida in faccia agli stranieri, lo grida in faccia a noi, lo grida ai posteri nel nome di tutte le glorie del passato, da Dante a Garibaldi.

»Così le onoranze officiali sono state soverchiate dall’irrompente onda dell’ammirazione, o piuttosto dell’amore, del popolo bolognese e romagnolo ed emiliano accorso a fare omaggio al suo, al nostro Poeta.

»Grande è stata in tutti, anche per ciò, la commozione. I gonfaloni, le bandiere, le corone, le autorità, tutto è stato oltrepassato dal consenso popolare alle onoranze decretate dal Parlamento in nome della nazione.

»Ma più commovente ancora è stato, là nella quieta Certosa, il muto dolore dei più stretti amici e dei parenti. Stendeva la neve un candido manto tutt’intorno; e gli ultimi raggi del sole l’andavano vivificando di tocchi d’oro. Poi imbruniva. Un gran raccoglimento era in noi e intorno a noi.

»Egli aveva cantato quel Cimitero. E aveva espresso il desiderio dei morti quivi composti in pace, con versi immortali:


Back to IndexNext