Giunta alla derrata: Ai giornalisti fiorentinirisposta di G. T. Gargani commentata dagliAmici pedanti.
Giunta alla derrata: Ai giornalisti fiorentinirisposta di G. T. Gargani commentata dagliAmici pedanti.
Quando uscì fuori la famosaDiceriadi G. T. Gargani, che un po’ fece sbellicar dalle risa per le sue scempiaggini, e un po’ fece stomacare tutti gli uomini di senno per il modo irriverente col quale vi si trattavano letterati grandi e di gran fama, tutti i periodici fiorentini misero degnamente in canzonella esso Gargani ed i suoiamici pedanti. Il soloPassatempo(derogando dal suo proposito, che è quel di celiare) trattò con parole gravi, e più amichevoli che altro, lo spiacevole argomento; sperando che que’pedanti, quasi tutti giovinetti usciti or ora dalle scuole minori, si movessero al biasimo universale degli uomini di senno e di tutta la stampa, ed usassero meglio per un’altra volta l’ingegno che Dio potesse aver conceduto a qualcuno di essi, dopo averlo più maturamente coltivato. Ma la cosa andò altrimenti, perchè ipedantiinvece infellonirono; ed ora hanno fatto un altro libro pieno delle più furenti parole contro coloro che biasimarono il primo, ribadendo tutte le pazze cose in quello già dette, e vituperando nel tempo stesso persone dottissime e venerande: un libro, i cui autori si mostrano crassamente ignoranti di ciò che fin qui è stato scritto nella materia che hanno a mano; e, come se fossero d’un altro mondo, armeggiano fanciullescamente di ciò che altri ha nobilmente combattuto: un miserabile affastellamento insomma di arroganti contumelie e di bizze impotenti, che faranno rider saporitamente coloro che conoscono quegli atleti lilliputtini dai quali esse vengono, se non quanto sarà loro amareggiata l’ilarità dal vedere le lettere italiane così vituperosamente trattate, e venute a tali mani. Ora gli altri giornali faranno ciò che lor piace: ioPassatempoper parte mia son fermo di non dare a’ pedanti il gusto di veruna risposta. Solo non posso tenermi dal significare il mio dispiacere vedendo giovani di così poca età avere a vile il biasimo universale, ed entrare nell’arringo delle lettere con le armi vituperose de’ facchini e de’ mercatini. Per ciò che spetta a me, io mi tengo onorato delle costoro villanie, quando esse mi sono comuni con uomini che tutto il mondo onora e riverisce. Rispetto alle questioniletterarie che muovono, intendo di avvertirgli che dove essi credono combatter me, combattono dottrine e proposizioni di autori approvati per solenni maestri, e discutono cose mille volte trattate e ormai giudicate: e dove essi combattono il detto di colui cui si credon ferire con le loro parole, si mostrano ignoranti di ciò che egli medesimo ed altri, di lui assai più valenti, hanno già scritto replicando a quelle stesse obiezioni che essi fanno ora come nuove; per modo che il risponder loro sarebbe un ripetere il già detto e ridetto come essi appunto ripetono a uso pappagallo il già detto e ridetto facendo quelle obiezioni. Dirò altresì che le parole dette ad uno di loro da uno de’ miei scrittori circa a’ verbiDareeFarenon furon sapute riferire; e che se esso le ripetesse, come è pronto a ripeterle, ma a voce, forse, e senza forse, non saprebbero essi che cosa rispondere. E loro domanderò se credono veramente, col difendere ildasseperdesse, ilvuo’pervoglio, e simili spropositi, di far sì che gli scrittori italiani gli accettino mediante la loro autorità, e che si abbiano a correggere tutte le grammatiche scritte dal Bembo in qua; e domanderò se per mantenere nel verbodarela radiceda, e mandarlo sopraamarediranno iodaiperdiediodetticomeamai; dammoperdemmocomeamammo; daòperdette, comeamò; daronoperdiederocomeamaronoe simili; e se insegneranno che così si abbia a scrivere. Inquanto poi agli esempi che recano, gl’inviterei a mostrarmi i codici antichi e autorevoli che gli dessero come essi gli danno (avvertendogli per altro, circa all’esempio del Malespini, che l’accurata edizione del Fellini hadessee nondasse, e chedessee nondassehanno i codici magliabechiani; sicchè essi commettono anche lamancinatadi alterare gli esempi); e in qualunque caso gli assennerei che pochi esempi non fanno forza contro l’uso costante di tutti i secoli o di tutti gli scrittori, nè contro le regole di tutti i maestri: senza che, trattandosi di coniugazione di verbi, non dirò la critica, ma il senso comune insegna che gli esempi spicciolati non fanno forza, ma bisogna poter direil tale autoreCLASSICOusa sempre il verboDAREa quel modo; perchè se uno scrive per esempio mille volte regolarmentedesse, e una o due voltodasse, quell’una o due vuol dire o che senza accorgersene l’ha scritte, o che è errore di stampa, o che c’è qualche altra cagione da non valutarsi nulla. E se mi venissero fuori conl’uso del popolo, loro direi che il popolo usa per esempiostiedi, stiedemo, ebbimoe altre simili voci spropositate, le quali potrà venire in mente a qualcuno di difendere per via d’analogia, ma a nessuno, se non pazzo, di scriverle egli o di insegnarle a scrivere altrui. Circa alla voceabitudine, cui essi difendono a quel mo’ a pappacecio con esempio del Botta, potrei insegnar loro che ne dice il Botta stesso in una lettera al Robiola, dove questi gli riprendeva tal voce e altre simili non buone usate da lui, della qual riprensione il Botta stesso si dichiara degno, e condanna per conseguenza e l’abitudineed altri errori da lui usati. E in ogni caso dovean sapere ciò che della voce abitudine e dell’autorità del Botta che la usa, e dell’Accademia che la registra scrive il Gherardini, della cui autorità essi altrove si fanno forti, e che non è certo uomo sospetto, e lui in qualunque caso riprendere e non me. Ma che vale ragionar con gente che per provare che s’ha a dirdassiargomentano che facendosi l’imperfetto del congiuntivo col cambiamento inssidellostidel perfetto dell’indicativo, dadastiviendassie nondessi, mostrandosi ignoranti di tutto ciò che sanno i ragazzi delle scuole minori, chedasticioè è lo stesso idiotismo chedassi, e che dee dirsidesti, così per l’intrinseca ragione del verbodare, come per insegnamento non del solo Mastrofini da essi citato, ma di tutti i maestri e di tutti gli scrittori da che lingua è lingua.
Ma adagio adagio darei a queste parole aria di risposta, e così la darei vinta a’pedanti, dal che Dio mi guardi. La risposta se la daranno da sè medesimi se mai avviene che mettan giudizio, la qual cosa per altro è assai dubbia.
(Dal giornaleIl Passatempo, anno I, n. 46, 29 novembre 1856.)