XVIII.

MEMORIE DI GIUDAXVIII.Restai confuso. L'apostrofe brutale di Moab m'immerse in un disordine d'idee vicino alla stupidità. Una sola cosa non lasciava più alcun dubbio: che questa Ida era la sorella del Rabbì di Nazareth. Di più! C'era ben stato un Cajus Crispus comandante la cavalleria della 12.ª legione che abitava Gerusalemme quando Pilato se ne stava in Antiochia; ma aveva egli mai sposato questa ragazza che avea fatta comperare, e fatta rapire? Era egli morto? Aveva divorziato da sua moglie, o lasciato la sua ganza? Il cavaliere che io aveva veduto da Ida, nella notte dell'uragano, era egli Pilato, o uno del suo seguito? Che era egli andato a fare a quell'ora, con quel tempo, in quella casa? Io poteva rimuginare tutto ciò, andare al fondo di questo intrigo; ed avevo paura di conoscere la verità! La parola «sposare una tal donna, un simile angelo» increspava il mio viso d'un sorriso da demente, e mi metteva il delirio nei cuore.Ero stato colpito dal sembiante d'Ida, al circo. Ne avevo accarezzata l'immagine immergendola semprepiù nel mio cuore durante un mese, e la trovavo più bella ancora, più diabolicamente seducente. Il mio amore era scoppiato come un vaso che rinchiude un liquore fermentato. Doveva io resistere alla mia follia? Dovevo cedervi, sposarla, salvo, una volta saziata la passione, a ripudiarla, ad ucciderla, ed uccidermi con lei? Ma, anzitutto, consentirà ella a codesto matrimonio se io oso proporglielo? Che agguato mi si tendeva? E c'era poi un agguato? Io era idiota, ridicolo.Meditavo tutte queste ed altre mille stravaganze avanzando lentamente sulla strada di Gerusalemme. Tentai di distrarmi.Mi recai la sera presso Hannah, e gli resi conto del mio viaggio. Fu incantato dell'acquisto del Nazzareno. Gesù aveva fatto, e non senza successo, le sue prime armi in Gerusalemme. Hannah l'aveva scorto, ne aveva inteso a parlare; ed era ora più ardente di me stesso. Aveva veduto Claudia, che l'aveva ammaliato.Claudia gli aveva tenuto un linguaggio più preciso. Si trattava inoltre di spiegare perchè Pilato, il quale aveva l'aria di dormire e vegliava con ambi gli occhi, avesse fatto venire una legione di più nella Samaria, un'altra in Galilea, una terza a Betlemme, ed aumentato di varie coorti la guarnigione stessa di Gerusalemme. Claudia fu esplicita, chiara, senza reticenze. Ella disse al sagan:— Pilato vuol essere proconsole in Ispagna suo paese. A Roma si compra tutto. Noi non abbiamo denaro. Il vostro Tempio, la tomba di Davide, sono ricchi. Voi volete sbarazzarvi dei Romani: noi vogliamo sbarazzarci di voi. Voi avrete l'indipendenza e tutto ciò che vorrete. Ma cosa guadagneremo noi?Ebbene fate la vostra insurrezione. Noi vi lasceremo agire, ma avendo la forza di schiacciarvi quando vorremo. Terremo i nostri soldati nelle tre torri, nel palazzo d'Erode, nella fortezza Antonia. Voi potete comperare una capitolazione al prezzo dei tesori che vi ho indicati. Con quel denaro, noi compreremo i soldati che, potendo vincere, potrebbero avere della ripugnanza a rendersi, gli ufficiali che potrebbero resistere, il legato della Siria che potrebbe eseguire egli ciò che non faremmo noi, comperare infine l'impunità della reddizione, ed il governo della Spagna. Occorrono per tutto ciò milioni e milioni.... Siete voi disposti a comperare la vostra redenzione?Claudia aveva risolte tutte le difficoltà sollevate dal sagan, e dissipati tutti i suoi dubbi. Hannah era sedotto, convinto, premuroso. Occorreva solamente che la sollevazione del popolo fosse talmente imponente, che Pilato potesse aver l'aria di dover cedere, senza che gli si domandasse come a Varo: Che hai tu fatto delle nostre legioni? Ora, per sollevare così il popolo, per riunire tutti i partiti e tutte le classi in un solo slancio, era necessario che qualche profeta o messia pieno di autorità facesse appello alle armi in nome di Dio e della patria. Ogni altro nome, qualunque si fosse stata la sua posizione sociale, non sarebbe riescito. Il sagan fu dunque fuor di sè dalla gioia udendo il ritratto che io gli dipingeva del Rabbì di Nazareth, e noi convenimmo di affrettare i preparativi, e disporre gli animi, onde tentare il gran colpo nel prossimo paschah.Lasciando il sagan andai da Claudia. M'accolse a braccia aperte come un vecchio amico. Io diedi a lei ragguagli più completi, e valutai con più calma le probabilità dell'impresa. Le mie domande la imbarazzaronopiù forse di quelle del sagan. Ma in realtà, io prestava poca attenzione alle sue risposte. Una cosa per altro mi colpì, perchè ella stessa n'era impressionata. Claudia, dopo avermi raccontata la scena che seguì fra lei e suo marito dopo la mia partenza, mi disse, che da quella sera Pilato era divenuto invisibile e sembrava orribilmente triste. Arrivava al pretorio all'ora della giustizia, poi si chiudeva nella sua torre solitaria, e non se ne moveva più. Claudia non lo aveva intravisto, da circa un mese, che due volte, per darle delle lettere di Tiberio. Ella principiava a sospettare che suo marito l'amasse.Ebbi paura di mettere questa lupa sulle traccie d'Ida, e di approfondire questa coincidenza di malinconia. Tuttavolta le dissi:— Claudia, conosci tu Cajus Crispus?— L'ho veduto a Joppa quando arrivai nella Siria.— È egli morto ora?— Otto giorni fa egli viveva, credo, poichè ne ho udito parlare. Non so se sia morto di poi.— Conosci sua moglie?— Mi fu mostrata a Roma spesse volte. È una delle Lesbiane alla moda, la più conosciuta nelle terme, aveva per amante il gladiatore Lydius, e per fellatore l'affrancato Cerinthus.— A Roma! sua moglie non è dunque in Asia?— Che io sappia almeno, no.— Ma avrebbe egli ripudiato la sua moglie di Roma per prenderne una in Siria?— Ne dubito. Terentilla è ricca. È figlia di un senatore, e Cajus Crispus è un ciompo, un legionario che ebbe fortuna. In quanto ad una moglie ch'egli potrebbe avere presa in Siria, non ci vedo nulla di straordinario. Tutti i nostri legionari si maritanonelle provincie ove stanno di guarnigione; poi quando partono, scrivono alle loro vedove desolate: «Cara amica, sono morto il venticinque del mese scorso» non dimenticarmi troppo, consolati come puoi, e non divenir troppo brutta nella tua vedovanza, addio.» I nostri legionarii, soldati ed ufficiali, ripetono questi matrimonii per una stagione o due, ovunque essi vanno, in Germania, in Ispagna, nelle Gallie, in Giudea, sotto ogni clima.Ne sapevo abbastanza. Il destino di quella povera ragazza Galilea m'era ora spiegato. Vi pensai sopra tutta la notte: la mia convinzione fu completa. Ida era una vittima ed amava il suo carnefice, non dubitando punto del suo destino.L'indomani all'alba, montai a cavallo, e mi recai di galoppo a Berachah. Moab vegliava in cima della sua piccola torre. La porta era chiusa.— Ah! Giuda, mi gridò da quel posto senza muoversi, sei tu? Hai dunque riflettuto al mio consiglio?— Si tratta di ben altro che del tuo consiglio, Moab. Vengo a svelare alla tua padrona il più infame tranello che si possa tendere ad una donna, e che le è stato già teso.— Davvero! sclamò stupito Moab: parla dunque.— Non è mica a te che devo raccontarlo, non sei tu che io possa prendere per confidente in affare così delicato.— Sta bene. Va allora a raccontarla, la tua storia, al Monumento del gran sacerdote.— Moab, finiamo questo scherzo che principia ad offendermi.— Tanto peggio. Ma se tu principii soltanto ad offenderti di ciò che chiami il mio scherzo, io lo sono completamente di ciò che io chiamo la tua impudenza.Con qual diritto vieni tu ad insinuarti qui per attentare all'onore di una nobile dama che cerca la pace e la solitudine?— Ma io vengo al contrario, per avvertirla.— Di che?— Ma bestia che sei, suo marito Cajus Crispus non è morto.— E che importa a noi che il tuo Crispus sia morto o vivo?— La tua padrona non è vedova.— Ella vuol esserlo.— Ella piange come un amore spento ciò che non è stato che un infame mercato.— Tutti i mercati sono infami; compreso quello che tu fai in questo momento.— Moab! Moab! la mia pazienza è stanca.— E poi?— Ma te ne supplico. Moab, lasciami vedere la tua padrona. Vengo a portarle la gioja. È così dunque che l'ami tu?— Non inquietarti del come io l'ami. Non inquietarti di ciò che non ti risguarda. Non inquietarti del passato della mia padrona e di penetrarne le angoscie. La mia conclusione è questa: io conosco il pudore, la purezza, il profumo di questa viola mammola che custodisco da quasi due anni, e quali che sieno le apparenze e le ombre che abbiano velato, forse offuscato, il suo candore, non c'è una figlia di Sion che possa esserle paragonata. Io la vedo disgraziata e sola. Sola, poichè io sono tutto per lei, io straniero; io sono per lei padre, fratello, protettore, custode. L'ho adottata, io, a cui la mia fede proibisce d'amare la donna che avevo scelta, ed il figlio che la mi aveva dato. Io non comprendo la mia fede; non ladiscuto. La trovo crudele, insensata, immorale; ma non avendola inventata io, avendola accettata, la rispetto straziando il mio cuore la notte, e soffocando le mie lagrime il giorno. Ebbene, questa povera creatura sulla quale io veglio, colpita da un seguito di sventure, di cui Dio solo può comprendere e giustificare la durezza, questa povera vittima ha bisogno d'un protettore che la difenda, d'un cuore che l'ami nobilmente e puramente. La tua fiamma, Giuda, mi pare una di quelle luci che si scorgono la notte nei cimiteri: una scintilla della putrefazione.— T'inganni, Moab.— Lascia che m'inganni; non c'è alcun male. Di tutti gli uomini che ho conosciuti, Giuda, tu sei quegli che io mi ami di più dopo il Battista; che io stimi meglio, malgrado la tua empietà ed i tuoi vizii. Sei l'uomo al quale confiderei con minor timore il destino e l'avvenire di Ida; perchè sono convinto che un giorno ella ti amerebbe, e che la tua concupiscenza d'oggi, si cangerebbe domani in un nobile amore. Se tu continui a vederla, la tua fiamma divamperà sempre più e non so che cosa potrà accadere. Io non vorrei ucciderti pertanto! T'impedisco di vederla. Tu la vedrai, quando l'avrai domandata in isposa.— Ma, amico mio, come vuoi tu che io sposi una donna che non mi ama, e che conosco imperfettamente?....— Ecco perchè t'impegno a continuare la tua strada ed a lasciarci tranquilli.— Ma consentirebbe ella a questo matrimonio, anche quando io consentissi a tentarlo?— Ora no. Ma dal momento che tu sembrerai risoluto, io so il mezzo di determinarla a tutto.— Mi amerà essa?— L'amore non si coglie come una rosa bella e sbocciata in primavera. Si prepara, si coltiva, si accudisce, si chiama; e sta sicuro che un giorno, quando ella t'avrà conosciuto, l'amore verrà.— Ma lasciami tentare ancora una visita, lascia che io le parli ancora una volta, non fosse altro per decidermi completamente.— Cosa vuoi dirle?— Lo so io forse? Moab, tu non hai mai amato, tu?— Non so. Mi pare però che quando penso a quella disgraziata che volevano lapidare come adultera, e che il Rabbì di Nazareth ha salvata...Moab s'arrestò. Sembrava soffocato da un singhiozzo.— Moab, te ne supplico per la memoria di tua moglie e di tuo figlio, cui ti prometto non lasciar mancare d'oggi innanzi più di nulla; Moab, te ne scongiuro, fammi veder Ida ancora una volta io muojo d'amore per lei.— Sia, disse Moab. Ma sarà l'ultima. Mi sono già spiegato abbastanza.Io andava a tentare il mio colpo supremo, e non avevo un'idea nel mio spirito, una parola nella bocca. Non sapevo neppure perchè mi trovassi là. Il mio cuore mi soffocava.Ida si era appena alzata. Era in una piccola stanza vicino al suotablinum(il salotto d'oggidì), una specie di gabinetto ove ella tenevasi pensosa, stesa sopra dei cuscini di seta. Era avviluppata in una stola di lana bianca a grandi pieghe, che la copriva dal capo in giù, non lasciando vedere che dei piccoli piedi calzati di stivaletti rossi, piedi così piccini che parevano inverosimili. Noah aveva finito di vestirla e leporgeva una coppa di latte caldo per quel primo pasto che i Romani chiamanojentaculum. Ella si mostrò molto sorpresa, e sgradevolmente, vedendomi. Moab mi precedeva.In realtà, io aveva l'aria d'un importuno. Ciò raddoppiò il mio imbarazzo. Quando si ama si diviene stupido. Io amava per la prima volta nella mia vita. L'affrontai dunque con una sconveniente storditezza.— Ieri, le dissi, ho dimenticato, nobile dama, l'oggetto principale che mi aveva condotto dinanzi a te. Avevo a rimetterti questa collana cui Erodiade, la moglie del tetrarca di Galilea, mi diede, dicendomi: La presenterai alla donna che ami di più. Ida, degna di accettarla.— Ti sbagli d'indirizzo, o giovane. Non è per me quel gioiello: riponilo nel suo scrigno.E non lo guardò neppure.— Ti chiedo scusa, Ida, ripresi dopo un istante d'esitazione. Io non so a chi offrirlo, secondo la destinazione che Erodiade gli ha dato. Non ho moglie, non ho amica, non ho amante, mia madre è vecchia, le mie sorelle sono ricche e maritate. Io sono solo.— Conservalo allora per quando non potrai più ripetere ciò che dici in questo momento. Non c'è motivo perchè io accetti il tuo regalo.— Ciò mi avrebbe fatto pertanto un così gran piacere! Intorno a qualunque altro collo, questa collana perderà il valore.— Cessa, e se non hai altro a dirmi, addio!Gettai il mio giojello a Noah, dicendole:— Comprane la tua libertà, quando non avrai più una simile padrona.Noah arrossì, tremò, e fuggì col suo tesoro.— Ebbene, Ida, poichè mi condanni a non vederti più, concedimi di parlare, avanti che io ti lasci.Ida si sollevò sul suo gomito, con aria severa ed offesa, e non rispose.— Non aggrottare il ciglio, Ida: non ti parlerò di me. Io non ho cercato conoscerti. Taluni briccioli della tua storia sono giunti fino a me, soli, inattesi. Ne so forse più di te stessa, poichè tu non t'immagini certo neppure d'essere stata venduta per 15,000 sesterzii. Io conosco tuo fratello, e chi t'ha venduta. Sospetto chi fu l'uomo che ti comprò.— Tu deliri, esci da qui, gridò Ida.— Io non deliro punto, ma continuo. Tuo marito non è morto. Ha un'altra moglie a Roma.Credevo di colpirla mortalmente: Ida si coricò lentamente sui suoi cuscini. Ella dunque sapeva tuttociò. Continuai.— Sei stata la vittima d'una infame mistificazione: io ti porto la vendetta.— Grazie, rispose Ida freddamente, riportala teco.Mi ero fuorviato nuovamente. Toccai un'altra corda.— Ida, sei sola, e ricca, continuai.— T'inganni, interruppe Ida con un ghigno di disprezzo, sono povera. Puoi andartene ora, mi pare, dopo una simile spiegazione.— Tanto meglio, risposi. V'è una ricchezza che macchia. Ma dov'è tuo padre? Ov'è tua madre? Ov'è tuo marito? Sono tutti morti per te, o io m'inganno sul loro carattere. A chi dunque indirizzarmi per dire ciò che tu rifiuti d'udire?— Ma infine, gridò Ida incollerita, chi sei tu? Cosa vuoi?— Chi io mi sia, Moab te lo dirà, tutta Gerusalemme potrà ripetertelo. Ciò che io voglio, non oso dirtelo.— E fai bene perchè io non voglio nulla sapere, e nulla intendere.— Sei tu libera, Ida?— Che t'importa ciò?— Io debbo dunque soffocare nel mio cuore il grido che mi dice: questa giovinetta sì rudemente provata dalla sventura, è il tuo destino!Ida alzò le spalle sdegnosamente, e si ricoricò. Io continuai.— Io t'ho veduta, Ida, per la prima volta al circo.— Cinquanta mila persone mi hanno veduta come te.— Nessuna coi miei occhi. Poichè da quel momento tu riempi la mia anima, come l'anima riempie la vita.— Via dunque! disse Ida con disgusto. Codeste passioni repentine e chiacchierone si comprano bell'e fatte dai poeti e dagli istrioni. Quanto ti ha dessa costato, giovanotto?— Hai tu giammai amato, Ida?— Che t'importa ciò?— Oh, se hai mai amato, grazia per me.— Ma veramente, giovane, tu deliri. Con qual diritto t'introduci tu nella mia casa, sotto un ridicolo pretesto, per offrirmi un amore di cui non ho d'uopo, che non ho in nessuna maniera nè autorizzato, nè incoraggiato, cui io non voglio, cui respingo con isdegno? Da chi credi tu trovarti? Quale ignobile impertinenza ti ha consigliato questo passo che mi offende! Ah! proruppe poi sciogliendosi in lagrime. Ah! se non fossi stata sola!— Addio, Ida, le dissi. Tu hai mal giudicato le mie parole, ma hai ragione. Io mi sono condotto male. Che vuoi? non si è sempre padrone dei proprii istinti. Io venivo soltanto per avvertirti d'un pericolo, per illuminarti. Accogliesti male le mie proferte; io miritiro. Ma ricordati questo. Ida: io t'amo. Se un giorno, il dolore che ti padroneggia in questo momento si calma, se la nebbia che ti ricopre si dissipa, e se hai bisogno d'un amico che ti consoli, di' a Moab di chiamarmi: io sarò sempre pronto, senza rancore, senza tiepidezza. Bisognava bene che io provassi alla fine quel dolore spaventevole che si chiama il primo amore.Ida non intese forse una parola di ciò che io le dissi, poichè, la testa immersa nei suoi origlieri, singhiozzava. Io mi sentiva morire. Il sangue m'invadeva il cervello. Avevo voglia di gettarmi ai suoi piedi, di ucciderla, di coprirla di lagrime e di baci. Osai prenderle la mano — bella ed agghiacciata come quella d'una statua di Venere. A quel contatto, Ida balzò e si rizzò a me dinanzi. I suoi occhi si tersero in un istante.— Che vuoi tu? la gridò. Noah! Noah!La giovine schiava entrò.— Indica la sua strada a codesto straniero, riprese Ida divenuta calma di nuovo, e volgendomi le spalle.— Ida, gridai alla mia volta, sei dunque stata ben provata dalla sorte per divenire così crudele? Sono stato indiscreto forse, ma non ho meritato d'essere trattato come un galuppo.Ida sembrò commossa.— Giovane, disse ella, tu non sai dunque che non si deve mai domandar l'elemosina al ricco, il quale non comprende cosa sia la miseria? Tu mi domandi, credo, dell'amore: lo domandi ad una donna che soffoca sotto questo peso. Ebbene, io non ho nulla a darti. La mia ricchezza è forse minacciata in questo istante. Che importa! gli è sempre vero, che non honulla per te, nè per alcuno. Quando la rovina sarà certa, oh, allora, ciò che si farà dei resti del mio cuore mi sarà indifferente. Se la morte li respinge, li prenda chi vuole. Io non sarò più della partita. Una carcassa senza anima, appartiene alla prima jena che vi si getta sopra.— Ida, mi prometti di ricordarti allora di me!— Si ricordano i morti, o giovane, ma i morti, essi, non ricordano più.Ida lasciò la stanza. Passando per la corte, dissi a Moab:— Avresti fatto meglio di uccidermi sulla soglia.— Io ti aveva prevenuto, mi rispose con voce accasciata.I quindici giorni che seguirono questa scena non contano nella mia esistenza.Fuggii a Gerico. Mia sorella che m'amava tanto, che m'aveva fatto giuocare sulle sue ginocchia quando ero bimbo, che mi era stata quasi una madre, la mia povera sorella fu spaventata dal mio stato. Ella mi credette talvolta pazzo, talvolta stupido. Poi, ebbi la febbre ed il delirio. Chi non ha avuto una simile crisi nella sua vita? Tanto peggio per queglino che non l'ebbero mai. Finalmente mia sorella entrò nella mia stanza, un mattino, spaventata, e con voce concitata mi disse:— Giuda, un corriere da Gerusalemme.— Che mi vuol egli?— Porta una lettera.— La dia....— È venuto a cavallo, e viene dal palazzo d'Erode.— Dal palazzo d'Erode, o dall'inferno, per me è tutt'uno. Dove è la lettera?— Eccola.L'aprii macchinalmente. Era di Claudia, e diceva:«Giuda, ho il cuore morso da un sospetto. Conducimi subito il tuo messia, dovessi tu farlo trascinare dai soldati. Ho d'uopo di consultarlo, ad ogni costo. Presto, presto, presto.«Claudia.»

MEMORIE DI GIUDA

Restai confuso. L'apostrofe brutale di Moab m'immerse in un disordine d'idee vicino alla stupidità. Una sola cosa non lasciava più alcun dubbio: che questa Ida era la sorella del Rabbì di Nazareth. Di più! C'era ben stato un Cajus Crispus comandante la cavalleria della 12.ª legione che abitava Gerusalemme quando Pilato se ne stava in Antiochia; ma aveva egli mai sposato questa ragazza che avea fatta comperare, e fatta rapire? Era egli morto? Aveva divorziato da sua moglie, o lasciato la sua ganza? Il cavaliere che io aveva veduto da Ida, nella notte dell'uragano, era egli Pilato, o uno del suo seguito? Che era egli andato a fare a quell'ora, con quel tempo, in quella casa? Io poteva rimuginare tutto ciò, andare al fondo di questo intrigo; ed avevo paura di conoscere la verità! La parola «sposare una tal donna, un simile angelo» increspava il mio viso d'un sorriso da demente, e mi metteva il delirio nei cuore.

Ero stato colpito dal sembiante d'Ida, al circo. Ne avevo accarezzata l'immagine immergendola semprepiù nel mio cuore durante un mese, e la trovavo più bella ancora, più diabolicamente seducente. Il mio amore era scoppiato come un vaso che rinchiude un liquore fermentato. Doveva io resistere alla mia follia? Dovevo cedervi, sposarla, salvo, una volta saziata la passione, a ripudiarla, ad ucciderla, ed uccidermi con lei? Ma, anzitutto, consentirà ella a codesto matrimonio se io oso proporglielo? Che agguato mi si tendeva? E c'era poi un agguato? Io era idiota, ridicolo.

Meditavo tutte queste ed altre mille stravaganze avanzando lentamente sulla strada di Gerusalemme. Tentai di distrarmi.

Mi recai la sera presso Hannah, e gli resi conto del mio viaggio. Fu incantato dell'acquisto del Nazzareno. Gesù aveva fatto, e non senza successo, le sue prime armi in Gerusalemme. Hannah l'aveva scorto, ne aveva inteso a parlare; ed era ora più ardente di me stesso. Aveva veduto Claudia, che l'aveva ammaliato.

Claudia gli aveva tenuto un linguaggio più preciso. Si trattava inoltre di spiegare perchè Pilato, il quale aveva l'aria di dormire e vegliava con ambi gli occhi, avesse fatto venire una legione di più nella Samaria, un'altra in Galilea, una terza a Betlemme, ed aumentato di varie coorti la guarnigione stessa di Gerusalemme. Claudia fu esplicita, chiara, senza reticenze. Ella disse al sagan:

— Pilato vuol essere proconsole in Ispagna suo paese. A Roma si compra tutto. Noi non abbiamo denaro. Il vostro Tempio, la tomba di Davide, sono ricchi. Voi volete sbarazzarvi dei Romani: noi vogliamo sbarazzarci di voi. Voi avrete l'indipendenza e tutto ciò che vorrete. Ma cosa guadagneremo noi?Ebbene fate la vostra insurrezione. Noi vi lasceremo agire, ma avendo la forza di schiacciarvi quando vorremo. Terremo i nostri soldati nelle tre torri, nel palazzo d'Erode, nella fortezza Antonia. Voi potete comperare una capitolazione al prezzo dei tesori che vi ho indicati. Con quel denaro, noi compreremo i soldati che, potendo vincere, potrebbero avere della ripugnanza a rendersi, gli ufficiali che potrebbero resistere, il legato della Siria che potrebbe eseguire egli ciò che non faremmo noi, comperare infine l'impunità della reddizione, ed il governo della Spagna. Occorrono per tutto ciò milioni e milioni.... Siete voi disposti a comperare la vostra redenzione?

Claudia aveva risolte tutte le difficoltà sollevate dal sagan, e dissipati tutti i suoi dubbi. Hannah era sedotto, convinto, premuroso. Occorreva solamente che la sollevazione del popolo fosse talmente imponente, che Pilato potesse aver l'aria di dover cedere, senza che gli si domandasse come a Varo: Che hai tu fatto delle nostre legioni? Ora, per sollevare così il popolo, per riunire tutti i partiti e tutte le classi in un solo slancio, era necessario che qualche profeta o messia pieno di autorità facesse appello alle armi in nome di Dio e della patria. Ogni altro nome, qualunque si fosse stata la sua posizione sociale, non sarebbe riescito. Il sagan fu dunque fuor di sè dalla gioia udendo il ritratto che io gli dipingeva del Rabbì di Nazareth, e noi convenimmo di affrettare i preparativi, e disporre gli animi, onde tentare il gran colpo nel prossimo paschah.

Lasciando il sagan andai da Claudia. M'accolse a braccia aperte come un vecchio amico. Io diedi a lei ragguagli più completi, e valutai con più calma le probabilità dell'impresa. Le mie domande la imbarazzaronopiù forse di quelle del sagan. Ma in realtà, io prestava poca attenzione alle sue risposte. Una cosa per altro mi colpì, perchè ella stessa n'era impressionata. Claudia, dopo avermi raccontata la scena che seguì fra lei e suo marito dopo la mia partenza, mi disse, che da quella sera Pilato era divenuto invisibile e sembrava orribilmente triste. Arrivava al pretorio all'ora della giustizia, poi si chiudeva nella sua torre solitaria, e non se ne moveva più. Claudia non lo aveva intravisto, da circa un mese, che due volte, per darle delle lettere di Tiberio. Ella principiava a sospettare che suo marito l'amasse.

Ebbi paura di mettere questa lupa sulle traccie d'Ida, e di approfondire questa coincidenza di malinconia. Tuttavolta le dissi:

— Claudia, conosci tu Cajus Crispus?

— L'ho veduto a Joppa quando arrivai nella Siria.

— È egli morto ora?

— Otto giorni fa egli viveva, credo, poichè ne ho udito parlare. Non so se sia morto di poi.

— Conosci sua moglie?

— Mi fu mostrata a Roma spesse volte. È una delle Lesbiane alla moda, la più conosciuta nelle terme, aveva per amante il gladiatore Lydius, e per fellatore l'affrancato Cerinthus.

— A Roma! sua moglie non è dunque in Asia?

— Che io sappia almeno, no.

— Ma avrebbe egli ripudiato la sua moglie di Roma per prenderne una in Siria?

— Ne dubito. Terentilla è ricca. È figlia di un senatore, e Cajus Crispus è un ciompo, un legionario che ebbe fortuna. In quanto ad una moglie ch'egli potrebbe avere presa in Siria, non ci vedo nulla di straordinario. Tutti i nostri legionari si maritanonelle provincie ove stanno di guarnigione; poi quando partono, scrivono alle loro vedove desolate: «Cara amica, sono morto il venticinque del mese scorso» non dimenticarmi troppo, consolati come puoi, e non divenir troppo brutta nella tua vedovanza, addio.» I nostri legionarii, soldati ed ufficiali, ripetono questi matrimonii per una stagione o due, ovunque essi vanno, in Germania, in Ispagna, nelle Gallie, in Giudea, sotto ogni clima.

Ne sapevo abbastanza. Il destino di quella povera ragazza Galilea m'era ora spiegato. Vi pensai sopra tutta la notte: la mia convinzione fu completa. Ida era una vittima ed amava il suo carnefice, non dubitando punto del suo destino.

L'indomani all'alba, montai a cavallo, e mi recai di galoppo a Berachah. Moab vegliava in cima della sua piccola torre. La porta era chiusa.

— Ah! Giuda, mi gridò da quel posto senza muoversi, sei tu? Hai dunque riflettuto al mio consiglio?

— Si tratta di ben altro che del tuo consiglio, Moab. Vengo a svelare alla tua padrona il più infame tranello che si possa tendere ad una donna, e che le è stato già teso.

— Davvero! sclamò stupito Moab: parla dunque.

— Non è mica a te che devo raccontarlo, non sei tu che io possa prendere per confidente in affare così delicato.

— Sta bene. Va allora a raccontarla, la tua storia, al Monumento del gran sacerdote.

— Moab, finiamo questo scherzo che principia ad offendermi.

— Tanto peggio. Ma se tu principii soltanto ad offenderti di ciò che chiami il mio scherzo, io lo sono completamente di ciò che io chiamo la tua impudenza.Con qual diritto vieni tu ad insinuarti qui per attentare all'onore di una nobile dama che cerca la pace e la solitudine?

— Ma io vengo al contrario, per avvertirla.

— Di che?

— Ma bestia che sei, suo marito Cajus Crispus non è morto.

— E che importa a noi che il tuo Crispus sia morto o vivo?

— La tua padrona non è vedova.

— Ella vuol esserlo.

— Ella piange come un amore spento ciò che non è stato che un infame mercato.

— Tutti i mercati sono infami; compreso quello che tu fai in questo momento.

— Moab! Moab! la mia pazienza è stanca.

— E poi?

— Ma te ne supplico. Moab, lasciami vedere la tua padrona. Vengo a portarle la gioja. È così dunque che l'ami tu?

— Non inquietarti del come io l'ami. Non inquietarti di ciò che non ti risguarda. Non inquietarti del passato della mia padrona e di penetrarne le angoscie. La mia conclusione è questa: io conosco il pudore, la purezza, il profumo di questa viola mammola che custodisco da quasi due anni, e quali che sieno le apparenze e le ombre che abbiano velato, forse offuscato, il suo candore, non c'è una figlia di Sion che possa esserle paragonata. Io la vedo disgraziata e sola. Sola, poichè io sono tutto per lei, io straniero; io sono per lei padre, fratello, protettore, custode. L'ho adottata, io, a cui la mia fede proibisce d'amare la donna che avevo scelta, ed il figlio che la mi aveva dato. Io non comprendo la mia fede; non ladiscuto. La trovo crudele, insensata, immorale; ma non avendola inventata io, avendola accettata, la rispetto straziando il mio cuore la notte, e soffocando le mie lagrime il giorno. Ebbene, questa povera creatura sulla quale io veglio, colpita da un seguito di sventure, di cui Dio solo può comprendere e giustificare la durezza, questa povera vittima ha bisogno d'un protettore che la difenda, d'un cuore che l'ami nobilmente e puramente. La tua fiamma, Giuda, mi pare una di quelle luci che si scorgono la notte nei cimiteri: una scintilla della putrefazione.

— T'inganni, Moab.

— Lascia che m'inganni; non c'è alcun male. Di tutti gli uomini che ho conosciuti, Giuda, tu sei quegli che io mi ami di più dopo il Battista; che io stimi meglio, malgrado la tua empietà ed i tuoi vizii. Sei l'uomo al quale confiderei con minor timore il destino e l'avvenire di Ida; perchè sono convinto che un giorno ella ti amerebbe, e che la tua concupiscenza d'oggi, si cangerebbe domani in un nobile amore. Se tu continui a vederla, la tua fiamma divamperà sempre più e non so che cosa potrà accadere. Io non vorrei ucciderti pertanto! T'impedisco di vederla. Tu la vedrai, quando l'avrai domandata in isposa.

— Ma, amico mio, come vuoi tu che io sposi una donna che non mi ama, e che conosco imperfettamente?....

— Ecco perchè t'impegno a continuare la tua strada ed a lasciarci tranquilli.

— Ma consentirebbe ella a questo matrimonio, anche quando io consentissi a tentarlo?

— Ora no. Ma dal momento che tu sembrerai risoluto, io so il mezzo di determinarla a tutto.

— Mi amerà essa?

— L'amore non si coglie come una rosa bella e sbocciata in primavera. Si prepara, si coltiva, si accudisce, si chiama; e sta sicuro che un giorno, quando ella t'avrà conosciuto, l'amore verrà.

— Ma lasciami tentare ancora una visita, lascia che io le parli ancora una volta, non fosse altro per decidermi completamente.

— Cosa vuoi dirle?

— Lo so io forse? Moab, tu non hai mai amato, tu?

— Non so. Mi pare però che quando penso a quella disgraziata che volevano lapidare come adultera, e che il Rabbì di Nazareth ha salvata...

Moab s'arrestò. Sembrava soffocato da un singhiozzo.

— Moab, te ne supplico per la memoria di tua moglie e di tuo figlio, cui ti prometto non lasciar mancare d'oggi innanzi più di nulla; Moab, te ne scongiuro, fammi veder Ida ancora una volta io muojo d'amore per lei.

— Sia, disse Moab. Ma sarà l'ultima. Mi sono già spiegato abbastanza.

Io andava a tentare il mio colpo supremo, e non avevo un'idea nel mio spirito, una parola nella bocca. Non sapevo neppure perchè mi trovassi là. Il mio cuore mi soffocava.

Ida si era appena alzata. Era in una piccola stanza vicino al suotablinum(il salotto d'oggidì), una specie di gabinetto ove ella tenevasi pensosa, stesa sopra dei cuscini di seta. Era avviluppata in una stola di lana bianca a grandi pieghe, che la copriva dal capo in giù, non lasciando vedere che dei piccoli piedi calzati di stivaletti rossi, piedi così piccini che parevano inverosimili. Noah aveva finito di vestirla e leporgeva una coppa di latte caldo per quel primo pasto che i Romani chiamanojentaculum. Ella si mostrò molto sorpresa, e sgradevolmente, vedendomi. Moab mi precedeva.

In realtà, io aveva l'aria d'un importuno. Ciò raddoppiò il mio imbarazzo. Quando si ama si diviene stupido. Io amava per la prima volta nella mia vita. L'affrontai dunque con una sconveniente storditezza.

— Ieri, le dissi, ho dimenticato, nobile dama, l'oggetto principale che mi aveva condotto dinanzi a te. Avevo a rimetterti questa collana cui Erodiade, la moglie del tetrarca di Galilea, mi diede, dicendomi: La presenterai alla donna che ami di più. Ida, degna di accettarla.

— Ti sbagli d'indirizzo, o giovane. Non è per me quel gioiello: riponilo nel suo scrigno.

E non lo guardò neppure.

— Ti chiedo scusa, Ida, ripresi dopo un istante d'esitazione. Io non so a chi offrirlo, secondo la destinazione che Erodiade gli ha dato. Non ho moglie, non ho amica, non ho amante, mia madre è vecchia, le mie sorelle sono ricche e maritate. Io sono solo.

— Conservalo allora per quando non potrai più ripetere ciò che dici in questo momento. Non c'è motivo perchè io accetti il tuo regalo.

— Ciò mi avrebbe fatto pertanto un così gran piacere! Intorno a qualunque altro collo, questa collana perderà il valore.

— Cessa, e se non hai altro a dirmi, addio!

Gettai il mio giojello a Noah, dicendole:

— Comprane la tua libertà, quando non avrai più una simile padrona.

Noah arrossì, tremò, e fuggì col suo tesoro.

— Ebbene, Ida, poichè mi condanni a non vederti più, concedimi di parlare, avanti che io ti lasci.

Ida si sollevò sul suo gomito, con aria severa ed offesa, e non rispose.

— Non aggrottare il ciglio, Ida: non ti parlerò di me. Io non ho cercato conoscerti. Taluni briccioli della tua storia sono giunti fino a me, soli, inattesi. Ne so forse più di te stessa, poichè tu non t'immagini certo neppure d'essere stata venduta per 15,000 sesterzii. Io conosco tuo fratello, e chi t'ha venduta. Sospetto chi fu l'uomo che ti comprò.

— Tu deliri, esci da qui, gridò Ida.

— Io non deliro punto, ma continuo. Tuo marito non è morto. Ha un'altra moglie a Roma.

Credevo di colpirla mortalmente: Ida si coricò lentamente sui suoi cuscini. Ella dunque sapeva tuttociò. Continuai.

— Sei stata la vittima d'una infame mistificazione: io ti porto la vendetta.

— Grazie, rispose Ida freddamente, riportala teco.

Mi ero fuorviato nuovamente. Toccai un'altra corda.

— Ida, sei sola, e ricca, continuai.

— T'inganni, interruppe Ida con un ghigno di disprezzo, sono povera. Puoi andartene ora, mi pare, dopo una simile spiegazione.

— Tanto meglio, risposi. V'è una ricchezza che macchia. Ma dov'è tuo padre? Ov'è tua madre? Ov'è tuo marito? Sono tutti morti per te, o io m'inganno sul loro carattere. A chi dunque indirizzarmi per dire ciò che tu rifiuti d'udire?

— Ma infine, gridò Ida incollerita, chi sei tu? Cosa vuoi?

— Chi io mi sia, Moab te lo dirà, tutta Gerusalemme potrà ripetertelo. Ciò che io voglio, non oso dirtelo.

— E fai bene perchè io non voglio nulla sapere, e nulla intendere.

— Sei tu libera, Ida?

— Che t'importa ciò?

— Io debbo dunque soffocare nel mio cuore il grido che mi dice: questa giovinetta sì rudemente provata dalla sventura, è il tuo destino!

Ida alzò le spalle sdegnosamente, e si ricoricò. Io continuai.

— Io t'ho veduta, Ida, per la prima volta al circo.

— Cinquanta mila persone mi hanno veduta come te.

— Nessuna coi miei occhi. Poichè da quel momento tu riempi la mia anima, come l'anima riempie la vita.

— Via dunque! disse Ida con disgusto. Codeste passioni repentine e chiacchierone si comprano bell'e fatte dai poeti e dagli istrioni. Quanto ti ha dessa costato, giovanotto?

— Hai tu giammai amato, Ida?

— Che t'importa ciò?

— Oh, se hai mai amato, grazia per me.

— Ma veramente, giovane, tu deliri. Con qual diritto t'introduci tu nella mia casa, sotto un ridicolo pretesto, per offrirmi un amore di cui non ho d'uopo, che non ho in nessuna maniera nè autorizzato, nè incoraggiato, cui io non voglio, cui respingo con isdegno? Da chi credi tu trovarti? Quale ignobile impertinenza ti ha consigliato questo passo che mi offende! Ah! proruppe poi sciogliendosi in lagrime. Ah! se non fossi stata sola!

— Addio, Ida, le dissi. Tu hai mal giudicato le mie parole, ma hai ragione. Io mi sono condotto male. Che vuoi? non si è sempre padrone dei proprii istinti. Io venivo soltanto per avvertirti d'un pericolo, per illuminarti. Accogliesti male le mie proferte; io miritiro. Ma ricordati questo. Ida: io t'amo. Se un giorno, il dolore che ti padroneggia in questo momento si calma, se la nebbia che ti ricopre si dissipa, e se hai bisogno d'un amico che ti consoli, di' a Moab di chiamarmi: io sarò sempre pronto, senza rancore, senza tiepidezza. Bisognava bene che io provassi alla fine quel dolore spaventevole che si chiama il primo amore.

Ida non intese forse una parola di ciò che io le dissi, poichè, la testa immersa nei suoi origlieri, singhiozzava. Io mi sentiva morire. Il sangue m'invadeva il cervello. Avevo voglia di gettarmi ai suoi piedi, di ucciderla, di coprirla di lagrime e di baci. Osai prenderle la mano — bella ed agghiacciata come quella d'una statua di Venere. A quel contatto, Ida balzò e si rizzò a me dinanzi. I suoi occhi si tersero in un istante.

— Che vuoi tu? la gridò. Noah! Noah!

La giovine schiava entrò.

— Indica la sua strada a codesto straniero, riprese Ida divenuta calma di nuovo, e volgendomi le spalle.

— Ida, gridai alla mia volta, sei dunque stata ben provata dalla sorte per divenire così crudele? Sono stato indiscreto forse, ma non ho meritato d'essere trattato come un galuppo.

Ida sembrò commossa.

— Giovane, disse ella, tu non sai dunque che non si deve mai domandar l'elemosina al ricco, il quale non comprende cosa sia la miseria? Tu mi domandi, credo, dell'amore: lo domandi ad una donna che soffoca sotto questo peso. Ebbene, io non ho nulla a darti. La mia ricchezza è forse minacciata in questo istante. Che importa! gli è sempre vero, che non honulla per te, nè per alcuno. Quando la rovina sarà certa, oh, allora, ciò che si farà dei resti del mio cuore mi sarà indifferente. Se la morte li respinge, li prenda chi vuole. Io non sarò più della partita. Una carcassa senza anima, appartiene alla prima jena che vi si getta sopra.

— Ida, mi prometti di ricordarti allora di me!

— Si ricordano i morti, o giovane, ma i morti, essi, non ricordano più.

Ida lasciò la stanza. Passando per la corte, dissi a Moab:

— Avresti fatto meglio di uccidermi sulla soglia.

— Io ti aveva prevenuto, mi rispose con voce accasciata.

I quindici giorni che seguirono questa scena non contano nella mia esistenza.

Fuggii a Gerico. Mia sorella che m'amava tanto, che m'aveva fatto giuocare sulle sue ginocchia quando ero bimbo, che mi era stata quasi una madre, la mia povera sorella fu spaventata dal mio stato. Ella mi credette talvolta pazzo, talvolta stupido. Poi, ebbi la febbre ed il delirio. Chi non ha avuto una simile crisi nella sua vita? Tanto peggio per queglino che non l'ebbero mai. Finalmente mia sorella entrò nella mia stanza, un mattino, spaventata, e con voce concitata mi disse:

— Giuda, un corriere da Gerusalemme.

— Che mi vuol egli?

— Porta una lettera.

— La dia....

— È venuto a cavallo, e viene dal palazzo d'Erode.

— Dal palazzo d'Erode, o dall'inferno, per me è tutt'uno. Dove è la lettera?

— Eccola.

L'aprii macchinalmente. Era di Claudia, e diceva:

«Giuda, ho il cuore morso da un sospetto. Conducimi subito il tuo messia, dovessi tu farlo trascinare dai soldati. Ho d'uopo di consultarlo, ad ogni costo. Presto, presto, presto.«Claudia.»

«Giuda, ho il cuore morso da un sospetto. Conducimi subito il tuo messia, dovessi tu farlo trascinare dai soldati. Ho d'uopo di consultarlo, ad ogni costo. Presto, presto, presto.

«Claudia.»


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