XXVI.Non tenterò di descrivere lo stato del mio animo. Se non divenni pazzo, gli è forse perchè il destino sapeva che la mia ragione doveva ancora essere utile a qualcuno. Dopo che il Rabbì ebbe colpito sua sorella dello stigmata indelebile di ganza di Pilato, Gamalial mi trascinò via da Berachah, ed io seguii gli altri come trasportato da un uragano. Mi ritrovai nella mia dimora, nel mio letto, senza avere coscienza di nulla, e, cosa strana, m'addormentai d'un sonno stupido e pesante, come se fossi stato affranto dalla fatica. Ma all'indomani, i primi raggi dell'alba versarono nella mia stanza tutti gli spasimi che possono straziare un cuore agitato da cento diverse passioni. La vergogna, il rimorso, l'amore, il desiderio, il pentimento, il dispiacere, l'orgoglio, un inferno, il caos, mi mordevano da qualunque parte mi volgessi. Presi, e rigettai venti risoluzioni una dopo l'altra; volevo uccider Ida, uccider me, sfidare la società, sposarla, assassinare Pilato, violare Claudia per vendicarmi del marito, gettarmi ai piedi d'Ida, supplicarla di perdonarmi, di accettar la mia mano. Le perdonavo tutto, e tutto dimenticavo.Avvolto in questo turbine d'idee, senza volerlo, senza saperlo, mi ritrovai a Berachah. Il mio turbamento aumentò quando Febea mi disse che Ida erauscita con Noah, e che suo marito mi aveva riportato tutti i regali che io le aveva dati. Eravamo passati forse gomito a gomito sulla via, senza che me ne fossi accorto. Mi lasciai cadere sull'orlo della vasca della fontana, nel cortile, ed attesi. Attesi fino alla notte, e tutto questo giorno scorse come un'ora. Febea mi offrì da bere, da mangiare; io non le chiedeva altro che: Ida è ritornata? Ma passò l'ora ottava, passò la nona. Febea stessa cominciò ad essere inquieta. Alla decima, ascese sulla torre. Nessuno sulla strada, nè da vicino, nè da lontano. All'undecima, vi salì ancora. Mi trascinò seco dubitando della serenità della sua vista. Nessuno. Ella ora mi domandava cosa poteva esser avvenuto della sua padrona, di suo marito, di Noah, in questa lunga lunga giornata, dopo la tempesta del dì innanzi. Io era come istupidito. Non so neppure se non sorrisi. Finalmente all'ora dodicesima, quando il sole era già tramontato, Febea mi gridò dall'alto della torre, che arrivavano. Ella li scorgeva appena, lontano, lontano, ma il suo cuore li indovinava. Il mio li sentiva avvicinarsi; perocchè galoppava a soprassalti, come un cavallo vizioso. La notte era scesa, quando Ida entrò nella corte. Noah la seguiva, Febea la precedeva con una lanterna, Thorix chiudeva la porta.Ida mi passò vicino. La luce della lanterna mi rischiarava pienamente. Mi guardò, impallidì anzi, e tremò, ma non volle vedermi. Restai inchiodato al mio posto. Non un suono si potè articolare nella mia gola. La seguii degli occhi, la vidi sparire nella casa, e restai nelle tenebre. Credetti di sognare. Io mi chiedeva se era una visione che traversava il mio spirito. Potei restare così durante un quarto d'ora. Finalmente, sentii una mano di donna che mi guidavasotto il portico. Era Noah. Nel vestibolo c'era una luce, e vidi nel fondo Ida traversare per passare nella sua stanza da letto.— Giuda, mi disse Noah, devi comprendere che ti è impossibile riveder Ida. Ognuno dei tuoi passi è ormai per lei un oltraggio. Nulla tu puoi dire ch'ella possa udire; e niente ella può dirti che non sia umiliante per lei.— È vero ciò che tu dici, osservai io. Ed è singolare che io non l'abbia pensato.— Ritirati dunque, Giuda, e cessa di pensare ad Ida.— Eppure, le dissi, io veniva ad annunziarle che ad onta di tutto, io la prendo per isposa.— Giuda! sclamò Noah, possa tu dir il vero! Ma se ciò è veramente reale, attendi, per apprenderlo ad Ida, di esser ben rimesso dell'uragano d'ieri sera.... Che festa ieri sera! una fidanzata, degli invitati, dei regali degni d'una regina! Ed ora qual silenzio, qual tristezza, che tenebre! Non fa nulla, Giuda, ascoltami: vi sono due vie sicure per arrivare al cuore di Ida. Metto da parte la prima, quella di Pilato.....— Oh! mi vendicherò di lui!— Io t'indico la seconda: quella di suo fratello. Che il Rabbì dica a sua sorella: Accetta Giuda, ed ella.... ne sono sicura, Giuda, ella anche ti amerà. Ma Ida corre un pericolo.— Quale, gridai io?— Nol so; ma è il Rabbì stesso che glielo ha detto; egli le cerca un ricovero.— Fino a che io vivrò, Ida non correrà alcun pericolo.— Dio lo voglia. Infine, Giuda, mi permetti di rivolgermi a te in caso di pericolo? Noi siamo sole. Moab ci ha abbandonate.— No: quella nobile creatura tentò di uccider Pilato, non so perchè, quantunque mel pensi, e avanti di partire per Sichem, Pilato lo ha condannato a morire.— Oh! nascondiamo ad Ida questo disastro. Ella è di già troppo abbattuta. Io conto dunque su di te.— Più ancora che sopra suo fratello; ma io veglierò dalla mia parte.Io ignorava ciò che era accaduto fra il Rabbì e Claudia. La notte era avanzata. Le porte della città erano state chiuse. Mi diressi verso Bethania per interrogare Gesù, e passare la notte in quel villaggio, fuori di Gerusalemme. Arrivai alla casa di Lazzaro, nel momento istesso che Gionata, il figlio di Hannah, la lasciava. Egli aveva portato al Rabbì un messaggio di suo padre. Lo trovai molto agitato. Il cerchio che lo attorniava si faceva sempre più stretto. Egli mi raccontò ciò che era successo al Tempio in quella mattina, poi la scena avvenuta fra lui e Claudia, meno alcuni particolari che mi doveva dire più tardi, e che io ho già raccontati.Dopo la partenza del Rabbì, Claudia aveva fatto chiamare Hannah, e gli aveva ingiunto di affrettare gli avvenimenti. Hannah le aveva fatto conoscere ciò che il Rabbì aveva detto e fatto nel Tempio, e la decisione presa dal sanhedrin. Gli affigliati alla cospirazione non s'erano opposti all'ordine d'arresto; perchè desideravano, anzi, di avere il Rabbì sotto il loro assoluto potere per renderlo più dolce, piegarlo alle loro volontà, deciderlo ad accettare le loro dottrine, ed agire secondo i loro desiderii. Claudia aveva consigliato allora, di avere con lui un colloquio decisivo, di metter bene la questione, dirgli chiaro ciò che si voleva da lui, ciò che gli si chiedeva, ed obbligarload una professione di fede netta e finale. Hannah inviò suo figlio a portare questo invito al Rabbì.Io conosceva quegli uomini. Sapevo che ciò non poteva condurre che ad una rottura aperta, nella quale il Rabbì sarebbe stato spezzato senza misericordia, e caricato di tutti i torti. Fino a lì, io aveva agito per la cospirazione, non curandomi veramente se un rabbì o due vi sarebbero stati schiacciati. Ora che la sorte del mio amore s'appoggiava sulla testa di Gesù, egli mi diveniva prezioso sotto tutti i punti di vista. Gesù aveva accettato l'invito di Hannah, ma aggiornandolo di una o due settimane.Egli voleva attendere che i suoi compatriotti della Galilea fossero venuti a Gerusalemme per la festa del paschah, quantunque avesse poco a sperare dalla loro protezione. Ma i provinciali, in una capitale ove sono come forestieri, s'intendono meglio fra loro, che nelle città native. Poi queglino delle altre provincie arriverebbero nel medesimo tempo, ed in quei giorni di festa, i partiti in Gerusalemme si sentivano meno padroni del solito. Non si sarebbero forse permessa una brutalità contro il Rabbì, se ne avevano pure l'intenzione.... Io divisi l'opinione del Rabbì, e per esser più sicuro, lo consigliai a lasciar Gerusalemme la notte istessa, ed a ritirarsi presso uno dei miei amici ad Efraim, grosso villaggio dalla parte del deserto della Giudea, poche ore (otto o nove miglia) al nord di Gerusalemme, presso Salem, alla sorgente ove egli si era separato dal Battista. Gli promisi di cercare di saper tutto, di scandagliare gli animi, apprendere od indovinare i progetti, e di andare a trovarlo.Il Rabbì accettò il mio consiglio. Cenammo moltobene, grazie alle buone sorelle di Lazzaro, ed a Lazzaro stesso, quantunque infermiccio, avendo avuto il giorno prima un accesso dell'implacabile sua malattia: il mal caduco. Due ore innanzi giorno, il Rabbì lasciò Bethania, ed io l'accompagnai fino al momento in cui l'alba principiò ad imbianchire il cielo. Allora lo lasciai e ritornai a Gerusalemme. Ero appena coricato, quando uno schiavo di Claudia venne a dirmi che la sua padrona mi chiamava, all'istante stesso, al palazzo d'Erode.Sospettai della causa di questa chiamata così pressante e così mattutina. Non mi affrettai dunque troppo. In guisa che, quando arrivai, alla ora quarta, la trovai già vestita, e vidi nella corte una lettiga per lei, portata da otto giganti della Cappadocia, ed un cavallo tenuto in pronto per me.— Giuda, mi disse ella, vado a trovare la tua fidanzata; tu m'accompagnerai, o meglio, mi precederai per annunziarle la mia visita.Queste parole, dette col sorriso sulle labbra, l'aria tranquilla e graziosa mi gettarono in una costernazione spaventevole. Il Rabbì mi aveva prevenuto. Che fare? Claudia certamente mi vide impallidire. Ricomposi però il mio viso ad un sorriso riconoscente ed intravedendo, con un colpo d'occhio, il pericolo delle varie risoluzioni che potevo prendere, mi decisi ad accompagnarla, o meglio a condurla a Berachah. Ero deciso, nella peggiore ipotesi, ad ucciderla, se avesse tentato qualsiasi violenza contro di Ida. Poi, a dir il vero, ero contento nel fondo, che Claudia conoscesse l'infamia di suo marito, e ch'egli la tradiva.Pilato aveva raggiunto Pomponius Flaccus a Sichem; poichè il governatore della Siria, avendo appreso dal suo procuratore della Giudea che gli Ebreisi preparavano ad un movimento, aveva preso delle misure per schiacciarli immediatamente. Dopo aver inviato a Pilato alcuni rinforzi ne conduceva seco ancora. Ei voleva consultare il procuratore su l'essenza e l'estensione della cospirazione. Pilato aveva quindi lasciato Gerusalemme due giorni prima, avvegnachè ferito. E fu fortuna per lui, perchè se si fosse trovato a Gerusalemme, Claudia l'avrebbe ucciso nel primo impeto. Non avendo sotto la sua mano questa vittima, Claudia pensava disfarsi dell'altra cui Cneus Priscus aveva scoperta, e col raffinamento o meglio col delirio della vendetta, desiderava avermi seco. Partimmo.Una mezza coorte di cavalieri ci seguiva.Un'ora dopo, eravamo a Berachah.La nostra presenza destò nella casa un profondo spavento. Ciò si comprende. Cosa veniva a fare la moglie di Pilato dalla amante di Pilato? Il nome di Claudia, in oltre, era circondato da quelle voci misteriose e terribili che pesavano sopra l'infame ritiro di Capri.Claudia andò dritto al tablinum, come se fosse entrata nella sua casa. Potevo appena seguirla, tanto ella camminava presto. Non una parola era stata scambiata fra noi durante la strada. Il suo sguardo stillava l'odio.Quando Noah andò a prevenir di questa visita la sua padrona, Ida tremò da capo a piedi. Forse, se fosse stata nella casa propria, ella avrebbe dimostrato un po' più di sicurezza. Ma nella casa di Pilato, ella si sentiva sotto il peso d'un'accusa che la schiacciava. Laonde, ella si fermò alla porta del fondo del tablinum, e le mancò la forza di avanzare. Ida restava lì, immobile, senza respirare, il cuore che le trasaliva,il viso bianco come l'alabastro, allorchè Claudia, entrando dalla porta dell'atrium la vide. Quelle due donne scambiarono uno sguardo, pronto come il lampo, prodigioso, luminoso, possente come lui. Ida portò le sue mani sugli occhi, poi le unì sul suo petto, sclamando involontariamente, vinta, trascinata da un impulso irresistibile:— Dio mio! com'è bella!Claudia udì questo grido e rallentò il passo. Si avvicinò tuttavia, e considerò Ida dappresso.Il contrasto fra le due donne era assoluto. Claudia trascinava i sensi come un uragano, e passava: Ida penetrava nell'anima come un raggio di luce, e vi si cristallizzava. L'una era la bellezza che vi strappa i baci dal fondo della vita; l'altra era la bellezza che v'inizia in una vita nuova piena di inebbriamenti ignoti: l'amore dal cervello. Quando Claudia ebbe esaminato Ida con quella terribile curiosità, in cima alla quale sta una questione di vita o di morte, ella le chiese con voce lenta e sorda:— Confessa ciò che hai fatto per farti amare da Pilato.Non so che risposta attendeva questa Romana, che era stata mischiata a tutte le opere tenebrose delle saghe, delle maghe, dei bertoni, delle cortigiane, che mettevano l'amore nella potenza infernale dei filtri e dei veleni. Ida che non conosceva punto di quelle infamie, rispose ingenuamente:— Ho amato; ma non sono stata amata.— Come! non sei stata amata? sclamò Claudia.— Ahimè! no. Io non sono stata per lui che il cuore ove veniva a riposarsi dei suoi cordogli, e non il cuore a cui veniva a cercare la consolazione e la gioia.Claudia lasciò sfuggirsi dal petto un sospiro che risuonò in tutta la sala. La tigre era disarmata e rientrava gli artigli.— Non menti, fanciulla?— Oh! vorrei ben mentire! replicò Ida. Se mentissi, tu non saresti là, ed io non morirei di dolore.Claudia sedette, e attirando Ida presso di sè, continuò:— Dimmi chi sei. Raccontami come l'hai conosciuto, e ciò che è avvenuto fra voi. Dimmi perchè ti ha lasciata: dimmi tutto, tutto, i più minuti ragguagli, le più semplici parole, tutto ciò che ti concerne, tutto ciò che lo riguarda.— Ho poche cose a dirti, rispose Ida. Nol so, ma quando si ama, la vita è così variata, così tempestosa e così semplice nel tempo stesso...— Donde vieni?— Sono nata in un villaggio della mia bella Galilea, a cui penso sempre. Vi sei stata? Dei fiori da per tutto, la vigna dai grappoli violetti, l'arancio dai frutti d'oro, il fico, il melagrano, la palma, l'ulivo, e all'intorno le montagne azzurre, il cielo risplendente, la terra che sorride. Dio mio! che mi sia permesso di rivedere quell'angolo della terra della mia infanzia e di morirvi.— Morirvi?— Oh sì! morirvi. Io mi chiamo Mirjam; Ida è il mio nome di dolore. I parenti di mia madre, poveri discendenti della razza di Davide, avevano emigrato, come tanti altri, al tempo della carestia, dalla misera Betlemme alla ricca Galilea, ove i Greci ed i Romani fanno vivere il popolo, dandogli da lavorare. Mia madre aveva una sorella maritata, colla quale doveva dividere la meschina eredità che lasciava suo padre.Non aveva che sedici anni quando si unì, secondo le nostre leggi, a suo zio più vecchio, più povero di lei, e che non amava. Nostro padre ci nudriva del suo lavoro di carpentiere. La nascita di mio fratello maggiore, conosciuto ora col nome di Rabbì della Galilea, diede causa a delle querimonie di gelosia, e a dei sospetti ingiuriosi fra mio padre e mia madre[16]; e fu perciò che i miei altri fratelli non amarono mai Gesù, il quale invece amò più mio padre che mia madre.— Comprendo, disse Claudia.— Io, continuò Ida, venni per l'ultima, più amatadi tutti, la sola che Gesù amasse. Mio padre, costretto dal suo lavoro, si assentava sovente dal villaggio, e correva i borghi e le cascine dei contorni, ed anche più lungi, a Seforis, sul lago di Genesareth. Ma egli lavorava molto e guadagnava poco. E la famiglia era numerosa, perchè mia madre, molto bella, gli aveva dato parecchi figliuoli. Egli sperava di esser aiutato dal suo primogenito, cui inviò a Seforis onde imparare il mestiere, di cui egli non faceva che la parte più grossolana. Fu ingannato nella sua aspettativa. Gesù non amò l'arte sua. Restava delle ore intiere sotto gli alberi, dinanzi il suo banco alla porta della casa nel nostro giardinetto, le braccia incrociate, gli occhi rivolti al cielo; e quando il padre rientrava la sera non trovava nè tavole piallate, nè casse o panche costrutte. Allora accadevano delle scene fra i miei fratelli che lavoravano molto, e mio padre che non sapeva rimproverare Gesù, e mia madre che voleva framettersi. La conclusione di quelle risse era che all'indomani Gesù spariva dalla casa, e restava assente delle settimane, dei mesi, un anno intiero. L'ultima volta, otto anni fa, non si vide per tre anni.— Ma dove andava egli? domandai io.— Chi lo sa? Dappertutto, poichè ho inteso dire da mia madre che era stato in Babilonia, a Roma, in Grecia, nelle Indie, a Menfi, in ogni sito. Ma quando ritornava non portava che alcuni rotoli di carta, i quali sparivano essi pure dalla casa all'indomani. Questi viaggi, la frequentazione continua dei partigiani di Giuda di Gamala, il messia galileo, lo allontanarono sempre più dal suo mestiere di carpentiere, aumentarono la discordia nella famiglia, quando egli era a Nazareth. Però Gesù, sia solo, sia con mio padre, correva coi suoi utensili per le valli di Zebulon,Issachar e Neftali, per cercarvi lavoro; mentre io conduceva sulla collina a pascere le capre e le pecore, e che mia madre, alzandosi col sole, andava a comperare i legumi ed i frutti al mercato, preparava i nostri alimenti — una zuppa di lenti, o un pezzo di carne — filava, o tesseva per vestirci, cantava il suo salmo all'ora nona, veniva alla fontana colle altre donne del villaggio, coll'urna sulla spalla, e ritornava per ispazzare la piccola corte, stender per terra i nostri materassi, e attenderci per cenare.— E perchè hai tu abbandonato questa vita così semplice e così dolce di cui tua madre ti dava l'esempio? domandò Claudia.— Tel dirò. Cinque anni fa, mio padre morì. Io aveva allora tredici anni. Gesù era assente da alcuni mesi. I miei fratelli mi detestavano e mi battevano, appunto perchè Gesù mi amava. Mia madre non riusciva a proteggermi; mia sorella mi maltrattava ancor più dei fratelli, chiamandomi scioperata, infingarda. Eppure io non poteva filare e cucire in casa, e custodire fuori la greggia, nel medesimo tempo. Trovavano che mangiavo più pane che non ne guadagnassi. Finalmente, Gesù riapparve una sera nella casa paterna, più cupo, più silenzioso, più strano che mai. La morte di mio padre lo alzava al grado di capo della famiglia. Egli non si curò di questo diritto. Restò alcuni mesi a Nazareth. Ma venne il paschah e mia madre manifestò il desiderio di andare a Gerusalemme, tanto più che sua sorella che era maritata in quella città con un legionario, l'aspettava. I miei fratelli e la sorella l'accompagnarono. Restai sola a casa con Gesù. Egli mi aveva insegnato a leggere ed a comprendere il greco, che tutti parlavano intorno a noi. Mi accompagnavasovente alla montagna, dietro le nostre capre e le nostre pecore. Ai campi, e' non era più lo stesso uomo. Comprendeva il linguaggio dei fiori, comprendeva ciò che si dicevano gli uccelli, ciò che il cielo e le stelle cantavano. Mi attirava allora sulle sue ginocchia, passava le sue mani nei miei capelli, sentivo circolare nelle mie vene una fiamma, e poi mi addormentavo sul suo seno.— Ah! sclamò Claudia che forse si risovveniva.— Quando mi risvegliavo, continuò Ida, trovavo il suo sguardo vellutato e materno che avviluppava il mio viso come di uno strato di nuvole; ma io mi trovava così affaticata come se avessi fatto lunga strada e se avessi lavorato a lungo. Una affezione profonda mi attaccava a mio fratello. Non avevo altra volontà che la sua. Egli mi leggeva nell'animo. Io comprendeva i suoi pensieri. Apprendevo tutto ciò ch'egli voleva. Mi pareva identificarmi sempre più in lui. Avevo quattordici anni. L'anima mia era pura come le nostre notti di primavera. Però io principiava a risentire dei brividi incogniti. Mi sentivo attirata da Gesù come lo è la foglia secca dalla fiamma. Gli raccontai la strana sensazione che mi turbava: lo confessai anche a mia madre. All'indomani Gesù non era più a Nazareth.— Tu amavi dunque tuo fratello? sclamò Claudia.— Sì, e no. Ho amato di poi. Il sentimento che il Rabbì m'ispirava era diverso: era più che l'amore che si risente per la propria madre, e meno violento di quello con cui c'incendia un amante. Questi vi mette il fuoco nelle vene: allora io vi sentiva scorrere i raggi dell'aurora. Ma ciò finì bentosto. Mia zia mi chiamò a Gerusalemme, e mia madre fu ben contenta di allontanarmi. Mi congiunsi alla carovanache andava a Gerusalemme pel paschah. Quel movimento tutto nuovo per me mi colmò di gioia. Le vecchie ed i vecchi sopra gli asini ed i cammelli; i giovani camminando loro vicino; i ragazzini correndo di gruppo in gruppo, giuocando coi cani, cogliendo le bacche e le corolle selvatiche, querelandosi, prendendo qua un buffetto, e là una ciambella. Per non passare per l'impura Samaria, paese di pagani, prendemmo la via del basso Giordano all'est, a traverso il Gilead e l'Ammo, fermandoci presso un pozzo al tramonto del sole, accendendo un fuoco di rami per cuocere una cenetta di legumi bolliti, frumento arrostito e fritto in un po' d'olio, e qualche fette di poponi e di cocomeri. Ripassammo il Giordano a Bathabara ove il Battista battezzava, sotto Gerico, camminammo dal piano alla città sotto i verdi datteri, e di là arrampicandoci da una collina ad un'altra, alla vetta superiore dopo l'inferiore, traversando passaggi rocciosi del deserto, e le nude montagne, arrivammo a Sion, avendo nelle mani i rami di mirto e di ulivo, e alla bocca il canto delschemah.— Felici ricordi, sclamai io.— Presso Bethania, continuò Ida, la compagnia si divise. Quelli che avevano degli amici a Gerusalemme, discesero il monte degli Ulivi e passarono il Cedron, gli altri si ricoverarono nei casolari dei dintorni, sotto le tende nelle capanne di foglie chiamatesuccoth, come Giacobbe nel paese di Canaan, coprendo così l'Oliveto, il Mizpeh, il Gibeon, il Rephaim, mescolati, tutti in una, asini, capre, cammelli, pecore, uomini, donne e fanciulli, correndo dalla mattina alla sera alle fontane di Siloam e di En-rogel. I Galilei, come al solito, si fermarono almonte degli Olivi. È là che un messo di mia zia venne a cercarmi. Ella era ammalata.— Che età avevi allora? le chiese Claudia.— Te l'ho già detto, quattordici anni. Non ti parlo della vita passata con mia zia, donna stizzosa, inquieta, piena di bile, sempre malcontenta. Dopo diciotto mesi, ella morì, e sei mesi dopo avvenne la mia catastrofe.— In che maniera? sclamò Claudia. Non nascondermi nulla.— Perchè lo nasconderei? Andavo ogni giorno ad attingere l'acqua alla fontana del Dragone, l'urna sulle spalle come le altre figliuole. Sembra che Ponzio m'avesse incontrata tre o quattro volte, ed infatti mi ricordo che un Romano a cavallo mi aveva seguita talvolta dalla fontana alla casa di mia zia. Ma ci sono tanti Romani che vanno e che vengono a Gerusalemme, che me n'ero appena accorta. Una notte io dormiva d'un sonno profondo, sognando delle montagne di Nazareth, quando mi sentii ravvolgere in una coperta, al punto quasi di soffocarmi. Fui rapita così, e posta in una lettiga che partì al passo di corsa. Mi dibattei, gridai. Mi sentiva morire: l'aria mi mancava. Finalmente udii aprire e poi chiudere una porta della città. Allora la coperta che mi avviluppava fu aperta e mi trovai nelle braccia di Noah. Un'ora dopo, ci depositavano qui, a Berachah.— Pilato ti attendeva? domandò Claudia.— Oh! no. Non venne per la prima volta che quattro o cinque giorni dopo. Io non comprendeva nulla di quanto m'era accaduto. Credevo sognare, vedendomi circondata di tanto lusso, e di tanta ricchezza. Noah si asteneva affatto dal darmi alcunaspiegazione. Cosa si vuole da me? io domandava, chi è l'incantatore che mi culla in questi splendori? Una sera il mago si fece vedere.Claudia trasalì, e divenne scialba. Ida continuò senza accorgersene; imperciocchè, assorta nella sua vita passata, ella raccontava o meglio dipingeva, dimenticando quasi che noi fossimo lì ad ascoltarla.— Questa stanza era stata illuminata vivamente. Noah mi aveva quasi a forza indossato dei vestiti ricchissimi che io sdegnava, come immodesti. Mi aveva acconciati i capelli con dei fiori. Io non riconosceva più me stessa e vergognavo. Ero dunque qui, ammirando i bei fiori posti in questi vasi, allorchè la porta s'aprì, e vidi entrare uno sconosciuto, che mi disse chiamarsi Cajus.— Era Ponzio?— Sì. Era molto triste. Credo che non mi guardò neppure. Mi chiese se trovassi questa dimora convenevole abbastanza per me, se avevo a lagnarmi di qualche cosa o di qualcuno. Gli raccontai il mio rapimento e gli chiesi d'esser ricondotta ai miei parenti. Perocchè, lo ripeto ancora, io non comprendeva per qual ragione ero stata gettata in mezzo a quelle ricchezze. Non mi rispose, e mi lasciò. Ritornò due o tre giorni dopo.— Anche la sera?— Sì, anzi io non l'ho mai veduto che di sera. Arrivava la notte, e partiva avanti il giorno. Qualche volta solamente è partito verso l'ora sesta. Questa volta pure ei sembrava molto oppresso. Si sarebbe detto che si rimproverasse ciò che aveva fatto, e che avesse rimorso di ciò che aveva intenzione di fare. Il nostro colloquio non fu lungo. Noah era lì. Io mi chiedeva: Chi è egli! che cosa vuole? In breve,questo sistema di silenzio e di riserbo non si alterò punto durante due mesi, ma le parti stavano per cangiare. Io principiava a provare un interesse inquieto, una simpatia insinuante, una compassione che mi turbava, per quest'uomo che mi sembrava così buono e così infelice. Mi rassegnavo ad una sorte che non comprendevo ancora, ma mi proponevo di conoscere il dolore misterioso che torturava questo sventurato e di alleviarlo.— E l'hai penetrato codesto misterioso dolore?— Mai. Egli ha rinculato innanzi a qualunque spiegazione; ed anzi, quando gli facevo delle domande su tale soggetto, egli accorciava la sua visita, e restava più lungo tempo senza venire. Ora non vi è nulla di più traditore per una donna, che la compassione. Essa cova, si trasforma, scava, rode; poi un bel giorno, scatta e trovasi amore. Gli è ciò che mi avvenne. A capo di sei mesi, io era pazza di passione.— E lui?— Sempre lo stesso: triste, freddo, pensieroso, qualche volta irritato, altre tenero per cortesia; ma il suo aspetto calmo, la faccia cupa, l'aria triste, lo scoraggiamento della vita, il suo abbattimento sinistro e tenebroso, riprendevano sempre il disopra. In uno di quegli accessi di passione, terribili e sconosciuti, che aveano tutte le forme, dalla disperazione fastidiosa allo stordimento dell'ebbrezza, io soccombetti.Claudia balzò in piedi e si slanciò sopra Ida. Io la presi per le mani e la feci di nuovo sedere. Ida si levò anch'ella ed indietreggiò.— Continua, continua, balbettò Claudia passando le sue mani sul proprio viso pallido, al punto che pareva non avesse più goccia di sangue nelle vene.— Ponzio....— Chiamalo Cajus, gridò la romana.— Restò otto giorni senza vedermi. Ma....— Ma?— Era divenuto mio amante.— E ti amava?— Non mi ha mai amata, te l'ho già detto. Si sarebbe creduto, alla collera ch'ei vi poneva, che ognuno dei suoi baci, fosse una vendetta contro qualcuno. Per conto mio, l'adoravo. Avrei dato la vita per vederlo sorridere. I suoi trasporti amorosi andarono così a salti per un anno. Passava da una frenesia di passione ad una frenesia di pentimento e di malinconia. Sovente apriva le braccia per abbracciarmi, poi mi respingeva, mi calpestava sotto i suoi piedi, mi batteva. Finalmente, o si scioglieva in lagrime, o in baci, oppure fuggiva vergognoso, disprezzandomi e disprezzandosi, odiando il cielo ed il mondo.— Claudia, dissi io, non comprendi tu dunque questi parossismi di follia di tuo marito.— Glieli spiego adesso, replicò Ida interrompendomi. Dacchè sei arrivata qui, o Claudia, non ho veduto tuo marito che sole tre volte. La prima, la sera stessa del tuo arrivo a Gerusalemme, egli ha pianto sul mio seno, da commuovere le pietre, e si è contorto su questo pavimento di marmo come un serpente ferito. La seconda volta, mi ha divorata in una esplosione frenetica di lascivia; ma io sentivo che quelle strette, quelle morsure, quei baci, quelle carezze, si abbattevano su di me e s'inspiravano altrove. L'ultima volta egli venne a dirmi: Addio, Ida. Io ti lascio: io amo mia moglie.— Che? gridò Claudia stringendo Ida nelle sue braccia. Egli te l'ha detto?— Cento volte in quella triste sera: amo mia moglie! Mi ha lasciata svenuta, morente nella mia stanza, e non l'ho più riveduto.— Mai più?— Mai più. Non ho ricevuto sue notizie che per questa lettera che mi portò Giuda. Vedila.Ida prese da un armadio la lettera di cui ho già parlato e la diede a Claudia. Questa la divorò degli occhi; poi stringendosela al petto, sclamò;— Ti perdono tutto. Ma odimi, figliuola: guai a te se tu lo rivedi giammai. Maritati, fuggi, nasconditi. Se vuoi del denaro, ti arricchirò; se vuoi traversare il mare, ti darò una trireme; ma ricordati bene questo: guai a te, guai a te, se lo rivedi ancora.E ciò dicendo, Claudia partì fuggendo di Berachah senza punto curarsi di me. Arrivata al palazzo d'Erode fece montare a cavallo una coorte, balzò ella stessa sopra un cavallo, ed immediatamente partì al galoppo per Sebaste, andando incontro a Pilato.Riguardai Ida. Sembrava pietrificata dall'esplosione della Romana, si trovava annientata nel cuore donde sentiva schiantar quell'amore che si sforzava di tenervi rinchiuso. Non osai dirle nulla. Presi la sua mano ardente dalla febbre, e vi lasciai cadere una lagrima. Poi partii alla mia volta per andar a raggiungere il Rabbì di Nazareth.
Non tenterò di descrivere lo stato del mio animo. Se non divenni pazzo, gli è forse perchè il destino sapeva che la mia ragione doveva ancora essere utile a qualcuno. Dopo che il Rabbì ebbe colpito sua sorella dello stigmata indelebile di ganza di Pilato, Gamalial mi trascinò via da Berachah, ed io seguii gli altri come trasportato da un uragano. Mi ritrovai nella mia dimora, nel mio letto, senza avere coscienza di nulla, e, cosa strana, m'addormentai d'un sonno stupido e pesante, come se fossi stato affranto dalla fatica. Ma all'indomani, i primi raggi dell'alba versarono nella mia stanza tutti gli spasimi che possono straziare un cuore agitato da cento diverse passioni. La vergogna, il rimorso, l'amore, il desiderio, il pentimento, il dispiacere, l'orgoglio, un inferno, il caos, mi mordevano da qualunque parte mi volgessi. Presi, e rigettai venti risoluzioni una dopo l'altra; volevo uccider Ida, uccider me, sfidare la società, sposarla, assassinare Pilato, violare Claudia per vendicarmi del marito, gettarmi ai piedi d'Ida, supplicarla di perdonarmi, di accettar la mia mano. Le perdonavo tutto, e tutto dimenticavo.
Avvolto in questo turbine d'idee, senza volerlo, senza saperlo, mi ritrovai a Berachah. Il mio turbamento aumentò quando Febea mi disse che Ida erauscita con Noah, e che suo marito mi aveva riportato tutti i regali che io le aveva dati. Eravamo passati forse gomito a gomito sulla via, senza che me ne fossi accorto. Mi lasciai cadere sull'orlo della vasca della fontana, nel cortile, ed attesi. Attesi fino alla notte, e tutto questo giorno scorse come un'ora. Febea mi offrì da bere, da mangiare; io non le chiedeva altro che: Ida è ritornata? Ma passò l'ora ottava, passò la nona. Febea stessa cominciò ad essere inquieta. Alla decima, ascese sulla torre. Nessuno sulla strada, nè da vicino, nè da lontano. All'undecima, vi salì ancora. Mi trascinò seco dubitando della serenità della sua vista. Nessuno. Ella ora mi domandava cosa poteva esser avvenuto della sua padrona, di suo marito, di Noah, in questa lunga lunga giornata, dopo la tempesta del dì innanzi. Io era come istupidito. Non so neppure se non sorrisi. Finalmente all'ora dodicesima, quando il sole era già tramontato, Febea mi gridò dall'alto della torre, che arrivavano. Ella li scorgeva appena, lontano, lontano, ma il suo cuore li indovinava. Il mio li sentiva avvicinarsi; perocchè galoppava a soprassalti, come un cavallo vizioso. La notte era scesa, quando Ida entrò nella corte. Noah la seguiva, Febea la precedeva con una lanterna, Thorix chiudeva la porta.
Ida mi passò vicino. La luce della lanterna mi rischiarava pienamente. Mi guardò, impallidì anzi, e tremò, ma non volle vedermi. Restai inchiodato al mio posto. Non un suono si potè articolare nella mia gola. La seguii degli occhi, la vidi sparire nella casa, e restai nelle tenebre. Credetti di sognare. Io mi chiedeva se era una visione che traversava il mio spirito. Potei restare così durante un quarto d'ora. Finalmente, sentii una mano di donna che mi guidavasotto il portico. Era Noah. Nel vestibolo c'era una luce, e vidi nel fondo Ida traversare per passare nella sua stanza da letto.
— Giuda, mi disse Noah, devi comprendere che ti è impossibile riveder Ida. Ognuno dei tuoi passi è ormai per lei un oltraggio. Nulla tu puoi dire ch'ella possa udire; e niente ella può dirti che non sia umiliante per lei.
— È vero ciò che tu dici, osservai io. Ed è singolare che io non l'abbia pensato.
— Ritirati dunque, Giuda, e cessa di pensare ad Ida.
— Eppure, le dissi, io veniva ad annunziarle che ad onta di tutto, io la prendo per isposa.
— Giuda! sclamò Noah, possa tu dir il vero! Ma se ciò è veramente reale, attendi, per apprenderlo ad Ida, di esser ben rimesso dell'uragano d'ieri sera.... Che festa ieri sera! una fidanzata, degli invitati, dei regali degni d'una regina! Ed ora qual silenzio, qual tristezza, che tenebre! Non fa nulla, Giuda, ascoltami: vi sono due vie sicure per arrivare al cuore di Ida. Metto da parte la prima, quella di Pilato.....
— Oh! mi vendicherò di lui!
— Io t'indico la seconda: quella di suo fratello. Che il Rabbì dica a sua sorella: Accetta Giuda, ed ella.... ne sono sicura, Giuda, ella anche ti amerà. Ma Ida corre un pericolo.
— Quale, gridai io?
— Nol so; ma è il Rabbì stesso che glielo ha detto; egli le cerca un ricovero.
— Fino a che io vivrò, Ida non correrà alcun pericolo.
— Dio lo voglia. Infine, Giuda, mi permetti di rivolgermi a te in caso di pericolo? Noi siamo sole. Moab ci ha abbandonate.
— No: quella nobile creatura tentò di uccider Pilato, non so perchè, quantunque mel pensi, e avanti di partire per Sichem, Pilato lo ha condannato a morire.
— Oh! nascondiamo ad Ida questo disastro. Ella è di già troppo abbattuta. Io conto dunque su di te.
— Più ancora che sopra suo fratello; ma io veglierò dalla mia parte.
Io ignorava ciò che era accaduto fra il Rabbì e Claudia. La notte era avanzata. Le porte della città erano state chiuse. Mi diressi verso Bethania per interrogare Gesù, e passare la notte in quel villaggio, fuori di Gerusalemme. Arrivai alla casa di Lazzaro, nel momento istesso che Gionata, il figlio di Hannah, la lasciava. Egli aveva portato al Rabbì un messaggio di suo padre. Lo trovai molto agitato. Il cerchio che lo attorniava si faceva sempre più stretto. Egli mi raccontò ciò che era successo al Tempio in quella mattina, poi la scena avvenuta fra lui e Claudia, meno alcuni particolari che mi doveva dire più tardi, e che io ho già raccontati.
Dopo la partenza del Rabbì, Claudia aveva fatto chiamare Hannah, e gli aveva ingiunto di affrettare gli avvenimenti. Hannah le aveva fatto conoscere ciò che il Rabbì aveva detto e fatto nel Tempio, e la decisione presa dal sanhedrin. Gli affigliati alla cospirazione non s'erano opposti all'ordine d'arresto; perchè desideravano, anzi, di avere il Rabbì sotto il loro assoluto potere per renderlo più dolce, piegarlo alle loro volontà, deciderlo ad accettare le loro dottrine, ed agire secondo i loro desiderii. Claudia aveva consigliato allora, di avere con lui un colloquio decisivo, di metter bene la questione, dirgli chiaro ciò che si voleva da lui, ciò che gli si chiedeva, ed obbligarload una professione di fede netta e finale. Hannah inviò suo figlio a portare questo invito al Rabbì.
Io conosceva quegli uomini. Sapevo che ciò non poteva condurre che ad una rottura aperta, nella quale il Rabbì sarebbe stato spezzato senza misericordia, e caricato di tutti i torti. Fino a lì, io aveva agito per la cospirazione, non curandomi veramente se un rabbì o due vi sarebbero stati schiacciati. Ora che la sorte del mio amore s'appoggiava sulla testa di Gesù, egli mi diveniva prezioso sotto tutti i punti di vista. Gesù aveva accettato l'invito di Hannah, ma aggiornandolo di una o due settimane.
Egli voleva attendere che i suoi compatriotti della Galilea fossero venuti a Gerusalemme per la festa del paschah, quantunque avesse poco a sperare dalla loro protezione. Ma i provinciali, in una capitale ove sono come forestieri, s'intendono meglio fra loro, che nelle città native. Poi queglino delle altre provincie arriverebbero nel medesimo tempo, ed in quei giorni di festa, i partiti in Gerusalemme si sentivano meno padroni del solito. Non si sarebbero forse permessa una brutalità contro il Rabbì, se ne avevano pure l'intenzione.... Io divisi l'opinione del Rabbì, e per esser più sicuro, lo consigliai a lasciar Gerusalemme la notte istessa, ed a ritirarsi presso uno dei miei amici ad Efraim, grosso villaggio dalla parte del deserto della Giudea, poche ore (otto o nove miglia) al nord di Gerusalemme, presso Salem, alla sorgente ove egli si era separato dal Battista. Gli promisi di cercare di saper tutto, di scandagliare gli animi, apprendere od indovinare i progetti, e di andare a trovarlo.
Il Rabbì accettò il mio consiglio. Cenammo moltobene, grazie alle buone sorelle di Lazzaro, ed a Lazzaro stesso, quantunque infermiccio, avendo avuto il giorno prima un accesso dell'implacabile sua malattia: il mal caduco. Due ore innanzi giorno, il Rabbì lasciò Bethania, ed io l'accompagnai fino al momento in cui l'alba principiò ad imbianchire il cielo. Allora lo lasciai e ritornai a Gerusalemme. Ero appena coricato, quando uno schiavo di Claudia venne a dirmi che la sua padrona mi chiamava, all'istante stesso, al palazzo d'Erode.
Sospettai della causa di questa chiamata così pressante e così mattutina. Non mi affrettai dunque troppo. In guisa che, quando arrivai, alla ora quarta, la trovai già vestita, e vidi nella corte una lettiga per lei, portata da otto giganti della Cappadocia, ed un cavallo tenuto in pronto per me.
— Giuda, mi disse ella, vado a trovare la tua fidanzata; tu m'accompagnerai, o meglio, mi precederai per annunziarle la mia visita.
Queste parole, dette col sorriso sulle labbra, l'aria tranquilla e graziosa mi gettarono in una costernazione spaventevole. Il Rabbì mi aveva prevenuto. Che fare? Claudia certamente mi vide impallidire. Ricomposi però il mio viso ad un sorriso riconoscente ed intravedendo, con un colpo d'occhio, il pericolo delle varie risoluzioni che potevo prendere, mi decisi ad accompagnarla, o meglio a condurla a Berachah. Ero deciso, nella peggiore ipotesi, ad ucciderla, se avesse tentato qualsiasi violenza contro di Ida. Poi, a dir il vero, ero contento nel fondo, che Claudia conoscesse l'infamia di suo marito, e ch'egli la tradiva.
Pilato aveva raggiunto Pomponius Flaccus a Sichem; poichè il governatore della Siria, avendo appreso dal suo procuratore della Giudea che gli Ebreisi preparavano ad un movimento, aveva preso delle misure per schiacciarli immediatamente. Dopo aver inviato a Pilato alcuni rinforzi ne conduceva seco ancora. Ei voleva consultare il procuratore su l'essenza e l'estensione della cospirazione. Pilato aveva quindi lasciato Gerusalemme due giorni prima, avvegnachè ferito. E fu fortuna per lui, perchè se si fosse trovato a Gerusalemme, Claudia l'avrebbe ucciso nel primo impeto. Non avendo sotto la sua mano questa vittima, Claudia pensava disfarsi dell'altra cui Cneus Priscus aveva scoperta, e col raffinamento o meglio col delirio della vendetta, desiderava avermi seco. Partimmo.
Una mezza coorte di cavalieri ci seguiva.
Un'ora dopo, eravamo a Berachah.
La nostra presenza destò nella casa un profondo spavento. Ciò si comprende. Cosa veniva a fare la moglie di Pilato dalla amante di Pilato? Il nome di Claudia, in oltre, era circondato da quelle voci misteriose e terribili che pesavano sopra l'infame ritiro di Capri.
Claudia andò dritto al tablinum, come se fosse entrata nella sua casa. Potevo appena seguirla, tanto ella camminava presto. Non una parola era stata scambiata fra noi durante la strada. Il suo sguardo stillava l'odio.
Quando Noah andò a prevenir di questa visita la sua padrona, Ida tremò da capo a piedi. Forse, se fosse stata nella casa propria, ella avrebbe dimostrato un po' più di sicurezza. Ma nella casa di Pilato, ella si sentiva sotto il peso d'un'accusa che la schiacciava. Laonde, ella si fermò alla porta del fondo del tablinum, e le mancò la forza di avanzare. Ida restava lì, immobile, senza respirare, il cuore che le trasaliva,il viso bianco come l'alabastro, allorchè Claudia, entrando dalla porta dell'atrium la vide. Quelle due donne scambiarono uno sguardo, pronto come il lampo, prodigioso, luminoso, possente come lui. Ida portò le sue mani sugli occhi, poi le unì sul suo petto, sclamando involontariamente, vinta, trascinata da un impulso irresistibile:
— Dio mio! com'è bella!
Claudia udì questo grido e rallentò il passo. Si avvicinò tuttavia, e considerò Ida dappresso.
Il contrasto fra le due donne era assoluto. Claudia trascinava i sensi come un uragano, e passava: Ida penetrava nell'anima come un raggio di luce, e vi si cristallizzava. L'una era la bellezza che vi strappa i baci dal fondo della vita; l'altra era la bellezza che v'inizia in una vita nuova piena di inebbriamenti ignoti: l'amore dal cervello. Quando Claudia ebbe esaminato Ida con quella terribile curiosità, in cima alla quale sta una questione di vita o di morte, ella le chiese con voce lenta e sorda:
— Confessa ciò che hai fatto per farti amare da Pilato.
Non so che risposta attendeva questa Romana, che era stata mischiata a tutte le opere tenebrose delle saghe, delle maghe, dei bertoni, delle cortigiane, che mettevano l'amore nella potenza infernale dei filtri e dei veleni. Ida che non conosceva punto di quelle infamie, rispose ingenuamente:
— Ho amato; ma non sono stata amata.
— Come! non sei stata amata? sclamò Claudia.
— Ahimè! no. Io non sono stata per lui che il cuore ove veniva a riposarsi dei suoi cordogli, e non il cuore a cui veniva a cercare la consolazione e la gioia.
Claudia lasciò sfuggirsi dal petto un sospiro che risuonò in tutta la sala. La tigre era disarmata e rientrava gli artigli.
— Non menti, fanciulla?
— Oh! vorrei ben mentire! replicò Ida. Se mentissi, tu non saresti là, ed io non morirei di dolore.
Claudia sedette, e attirando Ida presso di sè, continuò:
— Dimmi chi sei. Raccontami come l'hai conosciuto, e ciò che è avvenuto fra voi. Dimmi perchè ti ha lasciata: dimmi tutto, tutto, i più minuti ragguagli, le più semplici parole, tutto ciò che ti concerne, tutto ciò che lo riguarda.
— Ho poche cose a dirti, rispose Ida. Nol so, ma quando si ama, la vita è così variata, così tempestosa e così semplice nel tempo stesso...
— Donde vieni?
— Sono nata in un villaggio della mia bella Galilea, a cui penso sempre. Vi sei stata? Dei fiori da per tutto, la vigna dai grappoli violetti, l'arancio dai frutti d'oro, il fico, il melagrano, la palma, l'ulivo, e all'intorno le montagne azzurre, il cielo risplendente, la terra che sorride. Dio mio! che mi sia permesso di rivedere quell'angolo della terra della mia infanzia e di morirvi.
— Morirvi?
— Oh sì! morirvi. Io mi chiamo Mirjam; Ida è il mio nome di dolore. I parenti di mia madre, poveri discendenti della razza di Davide, avevano emigrato, come tanti altri, al tempo della carestia, dalla misera Betlemme alla ricca Galilea, ove i Greci ed i Romani fanno vivere il popolo, dandogli da lavorare. Mia madre aveva una sorella maritata, colla quale doveva dividere la meschina eredità che lasciava suo padre.Non aveva che sedici anni quando si unì, secondo le nostre leggi, a suo zio più vecchio, più povero di lei, e che non amava. Nostro padre ci nudriva del suo lavoro di carpentiere. La nascita di mio fratello maggiore, conosciuto ora col nome di Rabbì della Galilea, diede causa a delle querimonie di gelosia, e a dei sospetti ingiuriosi fra mio padre e mia madre[16]; e fu perciò che i miei altri fratelli non amarono mai Gesù, il quale invece amò più mio padre che mia madre.
— Comprendo, disse Claudia.
— Io, continuò Ida, venni per l'ultima, più amatadi tutti, la sola che Gesù amasse. Mio padre, costretto dal suo lavoro, si assentava sovente dal villaggio, e correva i borghi e le cascine dei contorni, ed anche più lungi, a Seforis, sul lago di Genesareth. Ma egli lavorava molto e guadagnava poco. E la famiglia era numerosa, perchè mia madre, molto bella, gli aveva dato parecchi figliuoli. Egli sperava di esser aiutato dal suo primogenito, cui inviò a Seforis onde imparare il mestiere, di cui egli non faceva che la parte più grossolana. Fu ingannato nella sua aspettativa. Gesù non amò l'arte sua. Restava delle ore intiere sotto gli alberi, dinanzi il suo banco alla porta della casa nel nostro giardinetto, le braccia incrociate, gli occhi rivolti al cielo; e quando il padre rientrava la sera non trovava nè tavole piallate, nè casse o panche costrutte. Allora accadevano delle scene fra i miei fratelli che lavoravano molto, e mio padre che non sapeva rimproverare Gesù, e mia madre che voleva framettersi. La conclusione di quelle risse era che all'indomani Gesù spariva dalla casa, e restava assente delle settimane, dei mesi, un anno intiero. L'ultima volta, otto anni fa, non si vide per tre anni.
— Ma dove andava egli? domandai io.
— Chi lo sa? Dappertutto, poichè ho inteso dire da mia madre che era stato in Babilonia, a Roma, in Grecia, nelle Indie, a Menfi, in ogni sito. Ma quando ritornava non portava che alcuni rotoli di carta, i quali sparivano essi pure dalla casa all'indomani. Questi viaggi, la frequentazione continua dei partigiani di Giuda di Gamala, il messia galileo, lo allontanarono sempre più dal suo mestiere di carpentiere, aumentarono la discordia nella famiglia, quando egli era a Nazareth. Però Gesù, sia solo, sia con mio padre, correva coi suoi utensili per le valli di Zebulon,Issachar e Neftali, per cercarvi lavoro; mentre io conduceva sulla collina a pascere le capre e le pecore, e che mia madre, alzandosi col sole, andava a comperare i legumi ed i frutti al mercato, preparava i nostri alimenti — una zuppa di lenti, o un pezzo di carne — filava, o tesseva per vestirci, cantava il suo salmo all'ora nona, veniva alla fontana colle altre donne del villaggio, coll'urna sulla spalla, e ritornava per ispazzare la piccola corte, stender per terra i nostri materassi, e attenderci per cenare.
— E perchè hai tu abbandonato questa vita così semplice e così dolce di cui tua madre ti dava l'esempio? domandò Claudia.
— Tel dirò. Cinque anni fa, mio padre morì. Io aveva allora tredici anni. Gesù era assente da alcuni mesi. I miei fratelli mi detestavano e mi battevano, appunto perchè Gesù mi amava. Mia madre non riusciva a proteggermi; mia sorella mi maltrattava ancor più dei fratelli, chiamandomi scioperata, infingarda. Eppure io non poteva filare e cucire in casa, e custodire fuori la greggia, nel medesimo tempo. Trovavano che mangiavo più pane che non ne guadagnassi. Finalmente, Gesù riapparve una sera nella casa paterna, più cupo, più silenzioso, più strano che mai. La morte di mio padre lo alzava al grado di capo della famiglia. Egli non si curò di questo diritto. Restò alcuni mesi a Nazareth. Ma venne il paschah e mia madre manifestò il desiderio di andare a Gerusalemme, tanto più che sua sorella che era maritata in quella città con un legionario, l'aspettava. I miei fratelli e la sorella l'accompagnarono. Restai sola a casa con Gesù. Egli mi aveva insegnato a leggere ed a comprendere il greco, che tutti parlavano intorno a noi. Mi accompagnavasovente alla montagna, dietro le nostre capre e le nostre pecore. Ai campi, e' non era più lo stesso uomo. Comprendeva il linguaggio dei fiori, comprendeva ciò che si dicevano gli uccelli, ciò che il cielo e le stelle cantavano. Mi attirava allora sulle sue ginocchia, passava le sue mani nei miei capelli, sentivo circolare nelle mie vene una fiamma, e poi mi addormentavo sul suo seno.
— Ah! sclamò Claudia che forse si risovveniva.
— Quando mi risvegliavo, continuò Ida, trovavo il suo sguardo vellutato e materno che avviluppava il mio viso come di uno strato di nuvole; ma io mi trovava così affaticata come se avessi fatto lunga strada e se avessi lavorato a lungo. Una affezione profonda mi attaccava a mio fratello. Non avevo altra volontà che la sua. Egli mi leggeva nell'animo. Io comprendeva i suoi pensieri. Apprendevo tutto ciò ch'egli voleva. Mi pareva identificarmi sempre più in lui. Avevo quattordici anni. L'anima mia era pura come le nostre notti di primavera. Però io principiava a risentire dei brividi incogniti. Mi sentivo attirata da Gesù come lo è la foglia secca dalla fiamma. Gli raccontai la strana sensazione che mi turbava: lo confessai anche a mia madre. All'indomani Gesù non era più a Nazareth.
— Tu amavi dunque tuo fratello? sclamò Claudia.
— Sì, e no. Ho amato di poi. Il sentimento che il Rabbì m'ispirava era diverso: era più che l'amore che si risente per la propria madre, e meno violento di quello con cui c'incendia un amante. Questi vi mette il fuoco nelle vene: allora io vi sentiva scorrere i raggi dell'aurora. Ma ciò finì bentosto. Mia zia mi chiamò a Gerusalemme, e mia madre fu ben contenta di allontanarmi. Mi congiunsi alla carovanache andava a Gerusalemme pel paschah. Quel movimento tutto nuovo per me mi colmò di gioia. Le vecchie ed i vecchi sopra gli asini ed i cammelli; i giovani camminando loro vicino; i ragazzini correndo di gruppo in gruppo, giuocando coi cani, cogliendo le bacche e le corolle selvatiche, querelandosi, prendendo qua un buffetto, e là una ciambella. Per non passare per l'impura Samaria, paese di pagani, prendemmo la via del basso Giordano all'est, a traverso il Gilead e l'Ammo, fermandoci presso un pozzo al tramonto del sole, accendendo un fuoco di rami per cuocere una cenetta di legumi bolliti, frumento arrostito e fritto in un po' d'olio, e qualche fette di poponi e di cocomeri. Ripassammo il Giordano a Bathabara ove il Battista battezzava, sotto Gerico, camminammo dal piano alla città sotto i verdi datteri, e di là arrampicandoci da una collina ad un'altra, alla vetta superiore dopo l'inferiore, traversando passaggi rocciosi del deserto, e le nude montagne, arrivammo a Sion, avendo nelle mani i rami di mirto e di ulivo, e alla bocca il canto delschemah.
— Felici ricordi, sclamai io.
— Presso Bethania, continuò Ida, la compagnia si divise. Quelli che avevano degli amici a Gerusalemme, discesero il monte degli Ulivi e passarono il Cedron, gli altri si ricoverarono nei casolari dei dintorni, sotto le tende nelle capanne di foglie chiamatesuccoth, come Giacobbe nel paese di Canaan, coprendo così l'Oliveto, il Mizpeh, il Gibeon, il Rephaim, mescolati, tutti in una, asini, capre, cammelli, pecore, uomini, donne e fanciulli, correndo dalla mattina alla sera alle fontane di Siloam e di En-rogel. I Galilei, come al solito, si fermarono almonte degli Olivi. È là che un messo di mia zia venne a cercarmi. Ella era ammalata.
— Che età avevi allora? le chiese Claudia.
— Te l'ho già detto, quattordici anni. Non ti parlo della vita passata con mia zia, donna stizzosa, inquieta, piena di bile, sempre malcontenta. Dopo diciotto mesi, ella morì, e sei mesi dopo avvenne la mia catastrofe.
— In che maniera? sclamò Claudia. Non nascondermi nulla.
— Perchè lo nasconderei? Andavo ogni giorno ad attingere l'acqua alla fontana del Dragone, l'urna sulle spalle come le altre figliuole. Sembra che Ponzio m'avesse incontrata tre o quattro volte, ed infatti mi ricordo che un Romano a cavallo mi aveva seguita talvolta dalla fontana alla casa di mia zia. Ma ci sono tanti Romani che vanno e che vengono a Gerusalemme, che me n'ero appena accorta. Una notte io dormiva d'un sonno profondo, sognando delle montagne di Nazareth, quando mi sentii ravvolgere in una coperta, al punto quasi di soffocarmi. Fui rapita così, e posta in una lettiga che partì al passo di corsa. Mi dibattei, gridai. Mi sentiva morire: l'aria mi mancava. Finalmente udii aprire e poi chiudere una porta della città. Allora la coperta che mi avviluppava fu aperta e mi trovai nelle braccia di Noah. Un'ora dopo, ci depositavano qui, a Berachah.
— Pilato ti attendeva? domandò Claudia.
— Oh! no. Non venne per la prima volta che quattro o cinque giorni dopo. Io non comprendeva nulla di quanto m'era accaduto. Credevo sognare, vedendomi circondata di tanto lusso, e di tanta ricchezza. Noah si asteneva affatto dal darmi alcunaspiegazione. Cosa si vuole da me? io domandava, chi è l'incantatore che mi culla in questi splendori? Una sera il mago si fece vedere.
Claudia trasalì, e divenne scialba. Ida continuò senza accorgersene; imperciocchè, assorta nella sua vita passata, ella raccontava o meglio dipingeva, dimenticando quasi che noi fossimo lì ad ascoltarla.
— Questa stanza era stata illuminata vivamente. Noah mi aveva quasi a forza indossato dei vestiti ricchissimi che io sdegnava, come immodesti. Mi aveva acconciati i capelli con dei fiori. Io non riconosceva più me stessa e vergognavo. Ero dunque qui, ammirando i bei fiori posti in questi vasi, allorchè la porta s'aprì, e vidi entrare uno sconosciuto, che mi disse chiamarsi Cajus.
— Era Ponzio?
— Sì. Era molto triste. Credo che non mi guardò neppure. Mi chiese se trovassi questa dimora convenevole abbastanza per me, se avevo a lagnarmi di qualche cosa o di qualcuno. Gli raccontai il mio rapimento e gli chiesi d'esser ricondotta ai miei parenti. Perocchè, lo ripeto ancora, io non comprendeva per qual ragione ero stata gettata in mezzo a quelle ricchezze. Non mi rispose, e mi lasciò. Ritornò due o tre giorni dopo.
— Anche la sera?
— Sì, anzi io non l'ho mai veduto che di sera. Arrivava la notte, e partiva avanti il giorno. Qualche volta solamente è partito verso l'ora sesta. Questa volta pure ei sembrava molto oppresso. Si sarebbe detto che si rimproverasse ciò che aveva fatto, e che avesse rimorso di ciò che aveva intenzione di fare. Il nostro colloquio non fu lungo. Noah era lì. Io mi chiedeva: Chi è egli! che cosa vuole? In breve,questo sistema di silenzio e di riserbo non si alterò punto durante due mesi, ma le parti stavano per cangiare. Io principiava a provare un interesse inquieto, una simpatia insinuante, una compassione che mi turbava, per quest'uomo che mi sembrava così buono e così infelice. Mi rassegnavo ad una sorte che non comprendevo ancora, ma mi proponevo di conoscere il dolore misterioso che torturava questo sventurato e di alleviarlo.
— E l'hai penetrato codesto misterioso dolore?
— Mai. Egli ha rinculato innanzi a qualunque spiegazione; ed anzi, quando gli facevo delle domande su tale soggetto, egli accorciava la sua visita, e restava più lungo tempo senza venire. Ora non vi è nulla di più traditore per una donna, che la compassione. Essa cova, si trasforma, scava, rode; poi un bel giorno, scatta e trovasi amore. Gli è ciò che mi avvenne. A capo di sei mesi, io era pazza di passione.
— E lui?
— Sempre lo stesso: triste, freddo, pensieroso, qualche volta irritato, altre tenero per cortesia; ma il suo aspetto calmo, la faccia cupa, l'aria triste, lo scoraggiamento della vita, il suo abbattimento sinistro e tenebroso, riprendevano sempre il disopra. In uno di quegli accessi di passione, terribili e sconosciuti, che aveano tutte le forme, dalla disperazione fastidiosa allo stordimento dell'ebbrezza, io soccombetti.
Claudia balzò in piedi e si slanciò sopra Ida. Io la presi per le mani e la feci di nuovo sedere. Ida si levò anch'ella ed indietreggiò.
— Continua, continua, balbettò Claudia passando le sue mani sul proprio viso pallido, al punto che pareva non avesse più goccia di sangue nelle vene.
— Ponzio....
— Chiamalo Cajus, gridò la romana.
— Restò otto giorni senza vedermi. Ma....
— Ma?
— Era divenuto mio amante.
— E ti amava?
— Non mi ha mai amata, te l'ho già detto. Si sarebbe creduto, alla collera ch'ei vi poneva, che ognuno dei suoi baci, fosse una vendetta contro qualcuno. Per conto mio, l'adoravo. Avrei dato la vita per vederlo sorridere. I suoi trasporti amorosi andarono così a salti per un anno. Passava da una frenesia di passione ad una frenesia di pentimento e di malinconia. Sovente apriva le braccia per abbracciarmi, poi mi respingeva, mi calpestava sotto i suoi piedi, mi batteva. Finalmente, o si scioglieva in lagrime, o in baci, oppure fuggiva vergognoso, disprezzandomi e disprezzandosi, odiando il cielo ed il mondo.
— Claudia, dissi io, non comprendi tu dunque questi parossismi di follia di tuo marito.
— Glieli spiego adesso, replicò Ida interrompendomi. Dacchè sei arrivata qui, o Claudia, non ho veduto tuo marito che sole tre volte. La prima, la sera stessa del tuo arrivo a Gerusalemme, egli ha pianto sul mio seno, da commuovere le pietre, e si è contorto su questo pavimento di marmo come un serpente ferito. La seconda volta, mi ha divorata in una esplosione frenetica di lascivia; ma io sentivo che quelle strette, quelle morsure, quei baci, quelle carezze, si abbattevano su di me e s'inspiravano altrove. L'ultima volta egli venne a dirmi: Addio, Ida. Io ti lascio: io amo mia moglie.
— Che? gridò Claudia stringendo Ida nelle sue braccia. Egli te l'ha detto?
— Cento volte in quella triste sera: amo mia moglie! Mi ha lasciata svenuta, morente nella mia stanza, e non l'ho più riveduto.
— Mai più?
— Mai più. Non ho ricevuto sue notizie che per questa lettera che mi portò Giuda. Vedila.
Ida prese da un armadio la lettera di cui ho già parlato e la diede a Claudia. Questa la divorò degli occhi; poi stringendosela al petto, sclamò;
— Ti perdono tutto. Ma odimi, figliuola: guai a te se tu lo rivedi giammai. Maritati, fuggi, nasconditi. Se vuoi del denaro, ti arricchirò; se vuoi traversare il mare, ti darò una trireme; ma ricordati bene questo: guai a te, guai a te, se lo rivedi ancora.
E ciò dicendo, Claudia partì fuggendo di Berachah senza punto curarsi di me. Arrivata al palazzo d'Erode fece montare a cavallo una coorte, balzò ella stessa sopra un cavallo, ed immediatamente partì al galoppo per Sebaste, andando incontro a Pilato.
Riguardai Ida. Sembrava pietrificata dall'esplosione della Romana, si trovava annientata nel cuore donde sentiva schiantar quell'amore che si sforzava di tenervi rinchiuso. Non osai dirle nulla. Presi la sua mano ardente dalla febbre, e vi lasciai cadere una lagrima. Poi partii alla mia volta per andar a raggiungere il Rabbì di Nazareth.