XXXI.Erano ott'ore del mattino[47]. Claudia era appena risvegliata, e Nomas aveva aperto le finestre, permettendo ai primi raggi del sole di nisan (aprile) di venire a folleggiare nel santuario di questa beltà italiana. Nomas mi conosceva, avendomi veduto sovente colla sua padrona, e nella massima intimità. Malgrado tutto ciò, stentai a fare pervenire, ad un'ora così indebita, un piccolo viglietto nel quale la supplicava di ricevermi immediatamente, avendo a parlarle di cose gravi.Claudia, dopo la effettuazione del suo matrimonio con Pilato, in piena luna di miele, non si copriva più il viso di pappa la notte, onde tener soffice la pelle e fresco il colorito. La sua teletta quindi era meno complicata, e la poteva farsi vedere di buon mattino, non avendo bisogno di levar via l'impiastricciata della notte. Ricevendo il mio viglietto, Claudia mi fece introdurre tosto nel suo gabinetto di teletta, ove venne a raggiungermi alcuni minuti dopo. Io non aveva tempo da perdere in preliminari. Le esposi dunque in poche parole le ragioni che mi conducevano da lei, e l'immenso servizio che le domandavo.Claudia non esitò un momento, perchè il Rabbì l'aveva profondamente colpita. Ella voleva essere sbarazzata di quest'uomo, di sua sorella sopratutto che ella odiava, ma non ne desiderava punto la morte. Voleva anzi inviarlo a Roma con sue lettere, raccomandandolo a Tiberio come un abile indovino.— Che occorre fare? mi chiese.— Poca cosa. Ottenere da Pilato che non tenga conto dell'accusa di sacrilegio, e che esigli il Rabbì in qualche città romana della Siria, come punizione del suo delitto politico.— Pilato può farlo?— Può tutto, se Pomponius Flaccus non vi si oppone.— Proverò.— Ma bisogna far presto. Il tempo stringe. Ascolta! odi tu questo ronzìo nell'aria? Si conduce il prigioniero davanti tuo marito.— Lo faccio chiamar subito.— Sarebbe meglio andarci tu stessa. Giacchè, trovandosi in faccia dei delegati del sanhedrin, che gli conducono un prigioniero o gli presentano la sentenza di morte da essi pronunziata è probabile che egli non verrà qui immediatamente. Ora, se egli conferma la sentenza, tutto è perduto.— Hai forse ragione. Ci corro. Aspettami pochi minuti fuori, onde io mi vesta.Uscii sulla terrazza che dava sulla piazza, e vidi infatti Gesù, preceduto e seguito dalle guardie del Tempio, da quattro commissarii del gran consiglio, e da uno sciame di curiosi. Essi entrarono nella corte scoperta del palazzo, ove era ilbimasulgabbatha, e l'oratore del sanhedrin ne fece avvertire Pilato.Pilato sapeva già ciò che significava quel rumore,ciò che la commissione desiderava, e chi era il prigioniero che si trascinava innanzi a lui. Ida lo aveva istruito di tutto.Mentre io pregava Claudia, ella supplicava Pilato.La donna che io aveva veduta, era Ida.Pilato, ricevendo il suo viglietto, l'aveva fatta introdurre immediatamente al pretorio — al pretorio a bella posta — non volendo dare a quel colloquio nessun altro significato che una domanda di grazia, e ad Ida nessun'altra attitudine che quella di supplicante. Ma quando la vide, così pallida, inondata di lagrime, affranta di dolore e d'emozioni d'ogni fatta, in disordine di spirito e di vestiti, egli si sentì commosso profondamente, e tutto quel mondo d'amore, di gioia, di consolazioni, di dolcezze che aveva provato durante la sua relazione con Ida, si risvegliò nel suo cuore. Le ricordanze lo battevano in breccia d'ogni lato. E chi sa? ora che aveva gustato il frutto contestato di Claudia; chi sa, dico, se la fanciulla pura e amorosa che aveva abbandonata, non gli sembrasse mille volte preferibile a quella ardente tigre romana, che lo inebbriava, che lo ardeva, ma che lo padroneggiava altresì? Pilato era sole vicino ad Ida, ombra rimpetto a Claudia. E' corse dunque incontro alla giovinetta e fece uscire tutti.Ida tremava così forte, vacillava talmente, che Pilato la raccolse nelle braccia onde impedirle di cadere svenuta al suolo. Il contatto del petto del suo damo fece l'effetto di un ferro rovente sopra la Galilea. Ella si allontanò di un balzo, e indietreggiò fino alla porta.Pilato la riprese per le mani, e con l'accento più dolce che potè trovare, con l'espressione più tenera che seppe dare alla sua voce, le chiese cosa desiderasse.Ida con poche parole, male articolate, espose la posizione di suo fratello, il pericolo che egli correva tale quale Maria glielo aveva spiegato, e che Pilato conosceva già pei rapporti dei suoi agenti.Vi sono delle posizioni inesorabili, che impongono certe delicatezze, cui sembra impossibile obliare o violare. Tale era quella di Pilato rimpetto ad Ida. Egli non l'aveva amata. Ella veniva, ella che l'aveva amato ed era stata abbandonata, a supplicarlo di salvar suo fratello, disonorato da lei, disonorato da lui, ma in pericolo di morte. Tutto vietava all'amante ed all'amata il minimo ritorno verso il passato, la più piccola reminiscenza d'un amore messo allo scarto, e che non poteva in nessuna maniera esser richiamato in scena, in questa circostanza, esso, fomite di voluttà, per assumervi le sembianze della pietà. Non pertanto il cuore, che deride sempre la ragione, non tenne nessun conto di queste convenienze nè dalla parte di Pilato, nè dalla parte di Ida e dimenticando l'una il fratello, l'altro la moglie, si lasciarono andare alle memorie passate. Pilato aveva a spiegarsi; Ida a giustificarsi. Moab aveva gittato in fra di loro un equivoco; Claudia un pericolo; io un pretesto. Tutto ciò era stato in seguito posto in chiaro. Ma essi erano ancora in sul broncio, e si trovavano uno rimpetto all'altro, esigendo non più un ritorno all'amore, che pareva impossibile, ma una restituzione di stima, che era un dovere. Non ho mai conosciuto i particolari di questa scena breve, febbrile, rapida, tenera, piena di passioni, e che sarebbe forse stata coronata da un bacio, se il rumore degli agenti del tempio, non li avesse richiamati alla terribile situazione del momento.— Sei almeno felice ora? gli domandò Ida con un accento di sensibilità e di tenerezza infinita.Pilato esitò un momento a rispondere — è lui stesso che me lo disse poi — indi esclamò:— Come un uomo che dopo aver delibate le aurore profumate della primavera sotto il cielo della Campania, nel golfo di Baia, si trova trasportato, in pien meriggio, sotto il sole di luglio nelle pianure della Siria. Il sole è bello, splendido, ma brucia ed uccide.— Il mio amore, gli disse Ida, non ebbe che uno scopo: consolarti dei tuoi misteriosi dolori. Conosco ora questo mistero. Nato dalla compassione, quell'amore non poteva essere che puro e santo. Esso lo fu. Io non ho rimorsi. Il tuo abbandono non è che una cessazione di gioia. Ebbene, si prende l'abitudine del silenzio, della solitudine, del dolore. Tutto ciò ha ancora delle ebbrezze, quando si può dirsi: ho fatto del bene. La macchia che io aveva gettata sulla mia famiglia è lavata: essa mi ha ripudiata. Mia madre, la mia stessa madre non ha voluto rivedermi. Ma la mi ha perdonato; ciò mi basta. Io non tengo più a nulla in questo mondo. Posso partire o restare, cadere o rialzarmi, senza che un occhio amico mi segua, che un pensiero s'attacchi a me. La povera mosca ha preso il volo: essa appartiene oramai allo spazio ed alla natura ingannatrice.— E se io osassi dirti: Ida, spera! sospirò Pilato scosso profondamente.— Ti risponderei, replicò Ida, che non ne ho più di bisogno. Chi si preoccupa del domani ha d'uopo della speranza — questo fiore avvelenato. Io non ho dimani, e ne sono felice. La notte ha tutte le voluttà di cui quelle del nulla sono le più inebbrianti. Che m'importa come ciò finirà? Il sole è coricato, ed io non aspetto l'aurora.In quel momento lo strepito della corte richiamò Ida e Pilato alla situazione cui avevano il torto di aver dimenticata. Il tribuno di guardia al pretorio venne ad annunziare a Pilato, che il gran Consiglio gli inviava un condannato. Il procuratore uscì secondo l'uso e si assise sullabima. Allora Osea figlio di Elah, oratore del sanhedrin, gli presentò la sentenza del Consiglio ed il prigioniero. Pilato lesse la condanna ed esclamò:— La morte!— Sì, rispose Osea. Noi abbiamo una legge: secondo questa legge, egli deve morire, perchè si è fatto figlio di Dio[48].— Ciò non mi riguarda, disse Pilato con impazienza. La spada di Cesare non vendica gli Dei cui Cesare non conosce.— Ma la spada di Cesare, rispose Osea, punisce queglino che si proclamano re, là ove desso è imperatore. Ora, noi non abbiamo altro re che Tiberio. Se tu ne conosci un altro, assolvi il prigioniero[49].— Allora io voglio sapere, e scandagliare io stesso la verità. Fate passare codesto uomo nel pretorio, ond'io lo interroghi.Pilato rientrò nella sala del giudizio ove i soldati romani introdussero il Rabbì. A quella vista, Ida gettò un grido, e si avvicinò a suo fratello; ma questi ritrovandola alla presenza di Pilato, arrossì ed indietreggiò. Ida comprese e cadde ai piedi del procuratore. In quel momento stesso apparve Claudia, e vide Ida in ginocchio, mentre Pilato si piegava per rialzarla, sfiorando delle sue guancie i capelli dellafanciulla, respirando il suo alito e dicendole alcune parole di consolazione.Fu un lampo.Io seguiva Claudia.Alla vista d'Ida e di suo marito in quella posizione, così vicini l'uno all'altro, Claudia diede un ruggito che avrebbe spaventato una leonessa.— Tu ancora? gridò la forsennata. Ah! ti tengo alla fine.Ed acciuffandola dai capelli, rapendola di un sol balzo, Claudia varcò la sala e sparve dalla porta d'onde eravamo entrati, chiudendola dietro di sè. Questa apparizione sinistra non durò che un momento, ma il terrore s'impadronì di noi tutti. Io volli slanciarmi dietro alle due donne. La porta era serrata a chiavistello. Volli uscire. Il Rabbì mi sbarrava la porta della corte, sulla cui soglia egli restava freddo ed immobile.Egli mi avvischiava ad un altro disastro.Pilato profondamente turbato da ciò che era allora accaduto e prevedendo forse l'atto terribile che stava per compiersi negli appartamenti di sua moglie, senza ch'egli potesse impedirlo, passeggiò per alcuni istanti nella sala. Ida, il Rabbì, Claudia si confondevano nel suo spirito velato, e danzavano in una nuvola di sangue. Si fermò finalmente rimpetto al prigioniero, e con una grande veemenza, quasi fuori di sè, gli chiese:— Chi sei tu?— Gesù da Nazareth, in Galilea.— Ma allora tu sei suddito di Antipas Erode, ed egli è qui. Io non posso giudicarti, non voglio giudicarti. Conducete costui dal tetrarca.Il tribuno Popilius, a cui quest'ordine era dato,escì nella corte col Rabbì, e consegnandolo nuovamente alla commissione del sanhedrin ed alle guardie del Tempio, loro comunicò la risoluzione del procuratore.Osea riprese il prigioniero, ed uscì brontolando.Io mi presentai allora da Claudia onde saper qualche cosa della sorte della disgraziata Ida. Nomas mi rispose a nome di Claudia, che questa era nel bagno, e che potevo ritornare più tardi. Interrogai Nomas. Ella sclamò quasi spaventata:— Domandalo allorarium.L'anima ripiena di un nuovo terrore a questa parola sinistra dilorarium— il carnefice — corsi al palazzo di Antipas per provvedere alla sorte dell'altra vittima.Il Rabbì si trovava già in presenza del tetrarca.Questi non era ancora alzato; ma vivamente compiaciuto della deferenza che Pilato gli mostrava questa volta, ricevette il prigioniero stando nel suo letto.Antipas era coricato in un letto di tartaruga ed oro, sulla seta e sulle piume, coperto di porpora ricamata a pietre preziose. Davanti il letto restava lungo disteso il suo leopardo. Sul letto stesso, uno sciame di pappagalli, di piccoli cani, di scimmiotti scambiavano colpi di becco, e colpi di denti, aizzati l'un contro l'altro ora da Antipas ora dai suoi nani, e facendo un diavoleto indescrivibile. All'estremità del letto tenevasi una bella schiava greca che profumava i piedi del tetrarca. Alla testa, una schiava siriaca ancora più bella gli strappava i capelli bianchi. E nello spigolo di dietro, una schiava galla, più bella e meno vestita delle altre due, tingeva le sopracciglia ed i lembi delle palpebre di quell'allegrocompare, di già imbellettato come unalupadei sobborghi di Roma. Una folla di schiavi d'ambi i sessi giravano nella stanza, gli uni per preparargli la teletta del suo alzarsi dal letto, gli altri per porgergli la porzione di suco d'aranci misto al latte caldo, al mele ed al cinnamomo, per la quale il tetrarca rinnovellava le sue relazioni quotidiane col suo stomaco.— Ah! Ah! sclamò Antipas scorgendo il prigioniero: eccoti qua, Rabbì! Tu vieni questa volta senza essere invitato, eh! Come sei amabile! Arrivi, in mia fede, bell'a proposito. Ho il mio leopardo molto malinconico da ieri in qua, tu devi distrarlo, o se è ammalato, guarirlo. Ti do parola che questa mattina son proprio in vena di vedere dei bei miracoletti. Ho dormito allegramente bene la notte scorsa. E tu, Rabbì? Ora, comprendi, ho una voglia pazza di veder Salomè. Tu puoi mostrarmela in un bicchier d'acqua del pozzo di Giacobbe, che ho là; ma, sta ben attento! non voglio vederla tra addobbi, e tra veli, eh! Non voglio che tu mi giunti e mi mostri invece la maga d'Endor. Io voglio veder Salomè, tale quale, precisa com'è, intendi? Nasca, ragazza mia, fa attenzione, m'hai levato un capello nero. Ah! sei lì anche tu, Giuda! farai colazione con me allora, bello mio. Aveva ragione io, quando ti diceva che il tuo Rabbì mi aveva l'aria di un selvaggio. Gli parlo, gli dimando un miracolino ch'è proprio nulla, che il mio filosofo fenicio spiccerebbe colla stessa facilità che tu inghiotti una ciliegia.... Ne avrai questa mattina delle ciliegie, Giuda: n'ho ricevuta la primizia da Alessandria. Ma rispondi dunque, Rabbì. Perchè diavolo me lo conducete dunque, qui, se egli non trova nulla per distrarmi e se non fa nulla per divertirmi?Una speranza mi luccicò nell'anima. Gli dissi dunque:— Gli è, principe mio, che il re dei Giudei è di cattivo umore perchè i suoi sudditi gli hanno mancato di rispetto. Ripara il mal fatto. Dagli un mantello di porpora, e rimandalo via col migliore dei tuoi cammelli; ed egli andrà al tuo ritorno al palazzo di Tiberiade, a mostrarti più prodigi che non ne fecero mai i maghi di Faraone.— Darei volentieri il mantello al mio re, ma non posso rimandarlo, poichè codesto piccolo procuratore romano me l'ha lanciato qui, non so perchè.— Perchè l'assassino del Battista, rispose il Rabbì, assassini pure il figlio dell'uomo.— Eh! eh! tu canti bene, Rabbì. È l'istesso tuono, e il salmo ha lo stesso stile. Ma io non amo i plagiarii. Ti perdonerei piuttosto di cantar falso, che il cattivo ribiascicar di quell'altro.— Tetrarca, disse allora Osea, che comprese la mia astuzia e temeva la frivolezza d'Antipas, il procuratore romano t'invia questo prigioniero, condannato a morte dal gran Consiglio della Giudea, perchè tu confermi la sentenza, poichè quest'uomo è tuo suddito. Egli ha bestemmiato Dio, usurpato i diritti di Cesare: si è proclamato re e Dio.— Sei modesto, Rabbì. Poichè eri in vena, valeva meglio proclamarti Cesare di un tratto e marciare sopra Roma alla testa delle tue legioni....— Di angeli, interruppe Osea: l'ha detto.— Se la è così, Rabbì, io ti conduco meco, subito, libero, festeggiato, se mi presti una o due delle tue legioni, per dare una correzione a quel birbo del mio ex suocero Areta, che mi fa guerra, perchè la sua figliuola, color zafferano, non mi piace più. Cosa ne dici? Accetti?Il Rabbì taceva. Ciò scoraggiava Antipas che amava il rimbecco fosse anche contro di sè. E' soggiunse:— Rabbì, mi hanno raccontato tante cose di te, e tante tue parole, che io ti farei re degli Ebrei senza esitare, se fossi imperatore dei Romani. Intanto fa qualche cosa per me. Ho un dente smosso, e diversi capelli bianchi. Erodiade non si rassegna a ciò, e Salomè dà la berta ai miei cinquant'anni. Liberami da queste noje. Che diamine! se tu puoi far passare i demoni dai corpi delle donne in quelli dei maiali — hai dei demoni proprio compiacenti — ebbene puoi bene raffermare il mio dente, e regalarmi una capigliatura bionda. Ti chiederò poi da solo a solo un'altra cosa — e se puoi riescire in ciò che non potei ottener da alcun filtro, ti dò la Perea.Il Rabbì volse il capo con disgusto, e mormorò una parola di disprezzo che non intesi bene. Antipas vedendo allora che non c'era nulla da cavare da quell'ostinato, sclamò:— Andate ad impiccarlo, se vi aggrada, codesto vostro re degli Ebrei, sia egli o no mio suddito. Voi lo vedete! egli non è neppur buono a guarire i miei calli. Gratta, Calliope, gratta, piccina mia, tu mi solletichi deliziosamente i piedi.— Principe, osservai io nuovamente, non permettere che si giustizii un tuo suddito fuori dei tuoi dominii. Se il Rabbì è colpevole, giudicalo a Tiberiade.— Che! che! Cosa vuoi che io faccia di codesto bruto silenzioso lungo il mio viaggio? Poi bisogna rendere a Pilato la gentilezza usatami, non fosse che per insegnargli che non si perde mai ad esser convenevole coi principi. Conducete, conducete via subito codesto rustico, che non si degna neppur di rispondermi, e di fare un miracolo da quattro soldi.Osea non chiedeva di meglio, poichè egli sembrava poco rassicurato sul leggero contegno del tetrarca. Egli preferiva l'asprezza di Pilato.Quando Antipas aveva detto che darebbe un mantello di porpora a Gesù, il suo liberto s'era affrettato a spogliare il Rabbì del suo mantello azzurro, cui trovava di sua convenienza. Ma il tetrarca non avendo poi realizzato il suo proposito, il Rabbì se ne tornò colla sua sola tunica bianca.Era passato il mezzogiorno quando ritornammo al palazzo d'Erode.Mentre il Rabbì ricompariva dinanzi a Pilato, io mi recavo da Claudia.Maria fu la sola fra gli amici e i discepoli di Gesù che assistette all'interrogatorio.Pilato riapparve sullabima, di molto cattivo umore. Egli credeva essersi scaricato sul tetrarca d'un giudizio che gli pesava, a causa di Claudia, e d'Ida. Poichè, qualunque fosse stata la sua sentenza, essa ferirebbe una di quelle due donne ch'egli amava.— Il tetrarca, disse Osea, non vuole confermare la nostra condanna. D'altronde non ne ha precisamente il diritto. Il delitto è stato commesso sopra un suolo di tua e di nostra giurisdizione: noi soli abbiamo il diritto di condannare.Pilato alzò le spalle con un atto di sprezzo e di impazienza, ed indirizzandosi al Rabbì, gli disse bruscamente:— Li ascolti? Tu sei dunque re degli Ebrei, tu?— Questa domanda viene da te, oppose il Rabbì, ovvero tu ripeti ciò che gli altri dicono di me?— Sono forse Ebreo io? I tuoi compatriotti ed il tuo sanhedrin ti conducono da me, come colpevole.Che hai fatto dunque? È egli vero che hai tentato di conquistare questo regno?— Questo regno? Apprendi dunque, agente di Cesare, che il mio regno non è di questo mondo. Se lo fosse, la mia gente avrebbe combattuto per me, m'avrebbe tolto alle mani degli Ebrei, e ti avrebbe ridotto all'impotenza. Ma, lo ripeto, il mio regno non è di questo mondo.— Così, tu sei veramente re, allora?— Tu l'hai detto, rispose Gesù, io sono re. Gli è per questo che io nacqui, gli è per questo che sono venuto al mondo. Io debbo attestare la verità. E chiunque è nel vero, ascolta la mia voce.— Ma cosa dunque è la verità[50]?Il Rabbì non rispose più. Osea sclamò:— Come? tu cerchi ancora la verità, ufficiale di Cesare? Non ha egli detto chiaramente che egli è re degli Ebrei?— Precisamente perchè egli lo ha detto così chiaro, io ne dubito. Se fosse colpevole, egli avrebbe negato. Egli è dunque pazzo. Io non posso condannare alla croce un uomo che ha perduto la ragione.— Fa attenzione, procuratore! disse Osea. Quest'uomo non è nè pazzo, nè visionario. Egli è rivoluzionario. Tu ci offendi, se non vendichi la bestemmia contro il nostro Dio. Non ha egli detto perfino che se demolissimo il Tempio, egli lo ricostruirebbe entro tre giorni?— Vado a farlo flagellare allora per farvi piacere, ripetè Pilato. Ogni altro castigo mi sembra enorme.— Enorme! mormorò Osea. Procuratore, sta attento.Interroga tutta Gerusalemme che l'ha veduto, quattro giorni fa, entrare nella città accompagnato dai suoi compatriotti che gridavano: Osanna al figlio di Davide, Osanna al re degli Ebrei! Se un fatto simile fosse accaduto a Roma, Tiberio l'avrebbe egli tollerato? La nostra fedele città non ha ceduto alla tentazione, ed ha lasciato passare la sommossa. Ora noi non vogliamo, noi che siamo responsabili dell'ordine nella nostra città, che la notizia ne sia portata a Cesare, e ch'egli ne prenda pretesto per aggravarci di nuove tasse. Noi abbiam fatto il nostro dovere. Abbiamo preso, condannato, e presentato al tuo tribunale il colpevole d'un tentativo d'insurrezione contro l'imperatore; noi ci scaricheremo presso di lui con una ambasciata. Noi non abbiamo alcuna sete di sangue; ma tu resti responsabile delle conseguenze.— Io non temo le vostre accuse contro di me. Cesare mi conosce. Ma io non voglio creare fra noi dei nuovi appigli di dissapori. Voi volete che quest'uomo, che questo vaneggiatore sia condannato alla croce? io lo condanno. Ma siccome tutti gli anni, alla festa del paschac, io fo grazia ad un condannato, vi propongo di farla al Rabbì. Ho in questo momento quattro condannati a morte fra le mani: costui, un ladro d'Emmaus, l'esseniano Moab che ha tentato di assassinarmi, e Gesù Bar Abbas che ha assassinato Justus. Scegliete.— Gesù, Gesù! gridò la gente che riempiva il tribunale.— Ve l'accordo, disse Pilato sorridendo. Popilius, libera quest'uomo.— Non costui, non costui, replicò la folla, Gesù Bar Abbas.Pilato impallidì, e fissò il Rabbì. Questi sorrise tristemente. Pilato rientrò nella sala del giudizio, e dettò la sentenza.In quel momento, io entrai pure nella sala.Io era inorridito di ciò che avevo veduto.Maria attendeva al di fuori.
Erano ott'ore del mattino[47]. Claudia era appena risvegliata, e Nomas aveva aperto le finestre, permettendo ai primi raggi del sole di nisan (aprile) di venire a folleggiare nel santuario di questa beltà italiana. Nomas mi conosceva, avendomi veduto sovente colla sua padrona, e nella massima intimità. Malgrado tutto ciò, stentai a fare pervenire, ad un'ora così indebita, un piccolo viglietto nel quale la supplicava di ricevermi immediatamente, avendo a parlarle di cose gravi.
Claudia, dopo la effettuazione del suo matrimonio con Pilato, in piena luna di miele, non si copriva più il viso di pappa la notte, onde tener soffice la pelle e fresco il colorito. La sua teletta quindi era meno complicata, e la poteva farsi vedere di buon mattino, non avendo bisogno di levar via l'impiastricciata della notte. Ricevendo il mio viglietto, Claudia mi fece introdurre tosto nel suo gabinetto di teletta, ove venne a raggiungermi alcuni minuti dopo. Io non aveva tempo da perdere in preliminari. Le esposi dunque in poche parole le ragioni che mi conducevano da lei, e l'immenso servizio che le domandavo.Claudia non esitò un momento, perchè il Rabbì l'aveva profondamente colpita. Ella voleva essere sbarazzata di quest'uomo, di sua sorella sopratutto che ella odiava, ma non ne desiderava punto la morte. Voleva anzi inviarlo a Roma con sue lettere, raccomandandolo a Tiberio come un abile indovino.
— Che occorre fare? mi chiese.
— Poca cosa. Ottenere da Pilato che non tenga conto dell'accusa di sacrilegio, e che esigli il Rabbì in qualche città romana della Siria, come punizione del suo delitto politico.
— Pilato può farlo?
— Può tutto, se Pomponius Flaccus non vi si oppone.
— Proverò.
— Ma bisogna far presto. Il tempo stringe. Ascolta! odi tu questo ronzìo nell'aria? Si conduce il prigioniero davanti tuo marito.
— Lo faccio chiamar subito.
— Sarebbe meglio andarci tu stessa. Giacchè, trovandosi in faccia dei delegati del sanhedrin, che gli conducono un prigioniero o gli presentano la sentenza di morte da essi pronunziata è probabile che egli non verrà qui immediatamente. Ora, se egli conferma la sentenza, tutto è perduto.
— Hai forse ragione. Ci corro. Aspettami pochi minuti fuori, onde io mi vesta.
Uscii sulla terrazza che dava sulla piazza, e vidi infatti Gesù, preceduto e seguito dalle guardie del Tempio, da quattro commissarii del gran consiglio, e da uno sciame di curiosi. Essi entrarono nella corte scoperta del palazzo, ove era ilbimasulgabbatha, e l'oratore del sanhedrin ne fece avvertire Pilato.
Pilato sapeva già ciò che significava quel rumore,ciò che la commissione desiderava, e chi era il prigioniero che si trascinava innanzi a lui. Ida lo aveva istruito di tutto.
Mentre io pregava Claudia, ella supplicava Pilato.
La donna che io aveva veduta, era Ida.
Pilato, ricevendo il suo viglietto, l'aveva fatta introdurre immediatamente al pretorio — al pretorio a bella posta — non volendo dare a quel colloquio nessun altro significato che una domanda di grazia, e ad Ida nessun'altra attitudine che quella di supplicante. Ma quando la vide, così pallida, inondata di lagrime, affranta di dolore e d'emozioni d'ogni fatta, in disordine di spirito e di vestiti, egli si sentì commosso profondamente, e tutto quel mondo d'amore, di gioia, di consolazioni, di dolcezze che aveva provato durante la sua relazione con Ida, si risvegliò nel suo cuore. Le ricordanze lo battevano in breccia d'ogni lato. E chi sa? ora che aveva gustato il frutto contestato di Claudia; chi sa, dico, se la fanciulla pura e amorosa che aveva abbandonata, non gli sembrasse mille volte preferibile a quella ardente tigre romana, che lo inebbriava, che lo ardeva, ma che lo padroneggiava altresì? Pilato era sole vicino ad Ida, ombra rimpetto a Claudia. E' corse dunque incontro alla giovinetta e fece uscire tutti.
Ida tremava così forte, vacillava talmente, che Pilato la raccolse nelle braccia onde impedirle di cadere svenuta al suolo. Il contatto del petto del suo damo fece l'effetto di un ferro rovente sopra la Galilea. Ella si allontanò di un balzo, e indietreggiò fino alla porta.
Pilato la riprese per le mani, e con l'accento più dolce che potè trovare, con l'espressione più tenera che seppe dare alla sua voce, le chiese cosa desiderasse.Ida con poche parole, male articolate, espose la posizione di suo fratello, il pericolo che egli correva tale quale Maria glielo aveva spiegato, e che Pilato conosceva già pei rapporti dei suoi agenti.
Vi sono delle posizioni inesorabili, che impongono certe delicatezze, cui sembra impossibile obliare o violare. Tale era quella di Pilato rimpetto ad Ida. Egli non l'aveva amata. Ella veniva, ella che l'aveva amato ed era stata abbandonata, a supplicarlo di salvar suo fratello, disonorato da lei, disonorato da lui, ma in pericolo di morte. Tutto vietava all'amante ed all'amata il minimo ritorno verso il passato, la più piccola reminiscenza d'un amore messo allo scarto, e che non poteva in nessuna maniera esser richiamato in scena, in questa circostanza, esso, fomite di voluttà, per assumervi le sembianze della pietà. Non pertanto il cuore, che deride sempre la ragione, non tenne nessun conto di queste convenienze nè dalla parte di Pilato, nè dalla parte di Ida e dimenticando l'una il fratello, l'altro la moglie, si lasciarono andare alle memorie passate. Pilato aveva a spiegarsi; Ida a giustificarsi. Moab aveva gittato in fra di loro un equivoco; Claudia un pericolo; io un pretesto. Tutto ciò era stato in seguito posto in chiaro. Ma essi erano ancora in sul broncio, e si trovavano uno rimpetto all'altro, esigendo non più un ritorno all'amore, che pareva impossibile, ma una restituzione di stima, che era un dovere. Non ho mai conosciuto i particolari di questa scena breve, febbrile, rapida, tenera, piena di passioni, e che sarebbe forse stata coronata da un bacio, se il rumore degli agenti del tempio, non li avesse richiamati alla terribile situazione del momento.
— Sei almeno felice ora? gli domandò Ida con un accento di sensibilità e di tenerezza infinita.
Pilato esitò un momento a rispondere — è lui stesso che me lo disse poi — indi esclamò:
— Come un uomo che dopo aver delibate le aurore profumate della primavera sotto il cielo della Campania, nel golfo di Baia, si trova trasportato, in pien meriggio, sotto il sole di luglio nelle pianure della Siria. Il sole è bello, splendido, ma brucia ed uccide.
— Il mio amore, gli disse Ida, non ebbe che uno scopo: consolarti dei tuoi misteriosi dolori. Conosco ora questo mistero. Nato dalla compassione, quell'amore non poteva essere che puro e santo. Esso lo fu. Io non ho rimorsi. Il tuo abbandono non è che una cessazione di gioia. Ebbene, si prende l'abitudine del silenzio, della solitudine, del dolore. Tutto ciò ha ancora delle ebbrezze, quando si può dirsi: ho fatto del bene. La macchia che io aveva gettata sulla mia famiglia è lavata: essa mi ha ripudiata. Mia madre, la mia stessa madre non ha voluto rivedermi. Ma la mi ha perdonato; ciò mi basta. Io non tengo più a nulla in questo mondo. Posso partire o restare, cadere o rialzarmi, senza che un occhio amico mi segua, che un pensiero s'attacchi a me. La povera mosca ha preso il volo: essa appartiene oramai allo spazio ed alla natura ingannatrice.
— E se io osassi dirti: Ida, spera! sospirò Pilato scosso profondamente.
— Ti risponderei, replicò Ida, che non ne ho più di bisogno. Chi si preoccupa del domani ha d'uopo della speranza — questo fiore avvelenato. Io non ho dimani, e ne sono felice. La notte ha tutte le voluttà di cui quelle del nulla sono le più inebbrianti. Che m'importa come ciò finirà? Il sole è coricato, ed io non aspetto l'aurora.
In quel momento lo strepito della corte richiamò Ida e Pilato alla situazione cui avevano il torto di aver dimenticata. Il tribuno di guardia al pretorio venne ad annunziare a Pilato, che il gran Consiglio gli inviava un condannato. Il procuratore uscì secondo l'uso e si assise sullabima. Allora Osea figlio di Elah, oratore del sanhedrin, gli presentò la sentenza del Consiglio ed il prigioniero. Pilato lesse la condanna ed esclamò:
— La morte!
— Sì, rispose Osea. Noi abbiamo una legge: secondo questa legge, egli deve morire, perchè si è fatto figlio di Dio[48].
— Ciò non mi riguarda, disse Pilato con impazienza. La spada di Cesare non vendica gli Dei cui Cesare non conosce.
— Ma la spada di Cesare, rispose Osea, punisce queglino che si proclamano re, là ove desso è imperatore. Ora, noi non abbiamo altro re che Tiberio. Se tu ne conosci un altro, assolvi il prigioniero[49].
— Allora io voglio sapere, e scandagliare io stesso la verità. Fate passare codesto uomo nel pretorio, ond'io lo interroghi.
Pilato rientrò nella sala del giudizio ove i soldati romani introdussero il Rabbì. A quella vista, Ida gettò un grido, e si avvicinò a suo fratello; ma questi ritrovandola alla presenza di Pilato, arrossì ed indietreggiò. Ida comprese e cadde ai piedi del procuratore. In quel momento stesso apparve Claudia, e vide Ida in ginocchio, mentre Pilato si piegava per rialzarla, sfiorando delle sue guancie i capelli dellafanciulla, respirando il suo alito e dicendole alcune parole di consolazione.
Fu un lampo.
Io seguiva Claudia.
Alla vista d'Ida e di suo marito in quella posizione, così vicini l'uno all'altro, Claudia diede un ruggito che avrebbe spaventato una leonessa.
— Tu ancora? gridò la forsennata. Ah! ti tengo alla fine.
Ed acciuffandola dai capelli, rapendola di un sol balzo, Claudia varcò la sala e sparve dalla porta d'onde eravamo entrati, chiudendola dietro di sè. Questa apparizione sinistra non durò che un momento, ma il terrore s'impadronì di noi tutti. Io volli slanciarmi dietro alle due donne. La porta era serrata a chiavistello. Volli uscire. Il Rabbì mi sbarrava la porta della corte, sulla cui soglia egli restava freddo ed immobile.
Egli mi avvischiava ad un altro disastro.
Pilato profondamente turbato da ciò che era allora accaduto e prevedendo forse l'atto terribile che stava per compiersi negli appartamenti di sua moglie, senza ch'egli potesse impedirlo, passeggiò per alcuni istanti nella sala. Ida, il Rabbì, Claudia si confondevano nel suo spirito velato, e danzavano in una nuvola di sangue. Si fermò finalmente rimpetto al prigioniero, e con una grande veemenza, quasi fuori di sè, gli chiese:
— Chi sei tu?
— Gesù da Nazareth, in Galilea.
— Ma allora tu sei suddito di Antipas Erode, ed egli è qui. Io non posso giudicarti, non voglio giudicarti. Conducete costui dal tetrarca.
Il tribuno Popilius, a cui quest'ordine era dato,escì nella corte col Rabbì, e consegnandolo nuovamente alla commissione del sanhedrin ed alle guardie del Tempio, loro comunicò la risoluzione del procuratore.
Osea riprese il prigioniero, ed uscì brontolando.
Io mi presentai allora da Claudia onde saper qualche cosa della sorte della disgraziata Ida. Nomas mi rispose a nome di Claudia, che questa era nel bagno, e che potevo ritornare più tardi. Interrogai Nomas. Ella sclamò quasi spaventata:
— Domandalo allorarium.
L'anima ripiena di un nuovo terrore a questa parola sinistra dilorarium— il carnefice — corsi al palazzo di Antipas per provvedere alla sorte dell'altra vittima.
Il Rabbì si trovava già in presenza del tetrarca.
Questi non era ancora alzato; ma vivamente compiaciuto della deferenza che Pilato gli mostrava questa volta, ricevette il prigioniero stando nel suo letto.
Antipas era coricato in un letto di tartaruga ed oro, sulla seta e sulle piume, coperto di porpora ricamata a pietre preziose. Davanti il letto restava lungo disteso il suo leopardo. Sul letto stesso, uno sciame di pappagalli, di piccoli cani, di scimmiotti scambiavano colpi di becco, e colpi di denti, aizzati l'un contro l'altro ora da Antipas ora dai suoi nani, e facendo un diavoleto indescrivibile. All'estremità del letto tenevasi una bella schiava greca che profumava i piedi del tetrarca. Alla testa, una schiava siriaca ancora più bella gli strappava i capelli bianchi. E nello spigolo di dietro, una schiava galla, più bella e meno vestita delle altre due, tingeva le sopracciglia ed i lembi delle palpebre di quell'allegrocompare, di già imbellettato come unalupadei sobborghi di Roma. Una folla di schiavi d'ambi i sessi giravano nella stanza, gli uni per preparargli la teletta del suo alzarsi dal letto, gli altri per porgergli la porzione di suco d'aranci misto al latte caldo, al mele ed al cinnamomo, per la quale il tetrarca rinnovellava le sue relazioni quotidiane col suo stomaco.
— Ah! Ah! sclamò Antipas scorgendo il prigioniero: eccoti qua, Rabbì! Tu vieni questa volta senza essere invitato, eh! Come sei amabile! Arrivi, in mia fede, bell'a proposito. Ho il mio leopardo molto malinconico da ieri in qua, tu devi distrarlo, o se è ammalato, guarirlo. Ti do parola che questa mattina son proprio in vena di vedere dei bei miracoletti. Ho dormito allegramente bene la notte scorsa. E tu, Rabbì? Ora, comprendi, ho una voglia pazza di veder Salomè. Tu puoi mostrarmela in un bicchier d'acqua del pozzo di Giacobbe, che ho là; ma, sta ben attento! non voglio vederla tra addobbi, e tra veli, eh! Non voglio che tu mi giunti e mi mostri invece la maga d'Endor. Io voglio veder Salomè, tale quale, precisa com'è, intendi? Nasca, ragazza mia, fa attenzione, m'hai levato un capello nero. Ah! sei lì anche tu, Giuda! farai colazione con me allora, bello mio. Aveva ragione io, quando ti diceva che il tuo Rabbì mi aveva l'aria di un selvaggio. Gli parlo, gli dimando un miracolino ch'è proprio nulla, che il mio filosofo fenicio spiccerebbe colla stessa facilità che tu inghiotti una ciliegia.... Ne avrai questa mattina delle ciliegie, Giuda: n'ho ricevuta la primizia da Alessandria. Ma rispondi dunque, Rabbì. Perchè diavolo me lo conducete dunque, qui, se egli non trova nulla per distrarmi e se non fa nulla per divertirmi?
Una speranza mi luccicò nell'anima. Gli dissi dunque:
— Gli è, principe mio, che il re dei Giudei è di cattivo umore perchè i suoi sudditi gli hanno mancato di rispetto. Ripara il mal fatto. Dagli un mantello di porpora, e rimandalo via col migliore dei tuoi cammelli; ed egli andrà al tuo ritorno al palazzo di Tiberiade, a mostrarti più prodigi che non ne fecero mai i maghi di Faraone.
— Darei volentieri il mantello al mio re, ma non posso rimandarlo, poichè codesto piccolo procuratore romano me l'ha lanciato qui, non so perchè.
— Perchè l'assassino del Battista, rispose il Rabbì, assassini pure il figlio dell'uomo.
— Eh! eh! tu canti bene, Rabbì. È l'istesso tuono, e il salmo ha lo stesso stile. Ma io non amo i plagiarii. Ti perdonerei piuttosto di cantar falso, che il cattivo ribiascicar di quell'altro.
— Tetrarca, disse allora Osea, che comprese la mia astuzia e temeva la frivolezza d'Antipas, il procuratore romano t'invia questo prigioniero, condannato a morte dal gran Consiglio della Giudea, perchè tu confermi la sentenza, poichè quest'uomo è tuo suddito. Egli ha bestemmiato Dio, usurpato i diritti di Cesare: si è proclamato re e Dio.
— Sei modesto, Rabbì. Poichè eri in vena, valeva meglio proclamarti Cesare di un tratto e marciare sopra Roma alla testa delle tue legioni....
— Di angeli, interruppe Osea: l'ha detto.
— Se la è così, Rabbì, io ti conduco meco, subito, libero, festeggiato, se mi presti una o due delle tue legioni, per dare una correzione a quel birbo del mio ex suocero Areta, che mi fa guerra, perchè la sua figliuola, color zafferano, non mi piace più. Cosa ne dici? Accetti?
Il Rabbì taceva. Ciò scoraggiava Antipas che amava il rimbecco fosse anche contro di sè. E' soggiunse:
— Rabbì, mi hanno raccontato tante cose di te, e tante tue parole, che io ti farei re degli Ebrei senza esitare, se fossi imperatore dei Romani. Intanto fa qualche cosa per me. Ho un dente smosso, e diversi capelli bianchi. Erodiade non si rassegna a ciò, e Salomè dà la berta ai miei cinquant'anni. Liberami da queste noje. Che diamine! se tu puoi far passare i demoni dai corpi delle donne in quelli dei maiali — hai dei demoni proprio compiacenti — ebbene puoi bene raffermare il mio dente, e regalarmi una capigliatura bionda. Ti chiederò poi da solo a solo un'altra cosa — e se puoi riescire in ciò che non potei ottener da alcun filtro, ti dò la Perea.
Il Rabbì volse il capo con disgusto, e mormorò una parola di disprezzo che non intesi bene. Antipas vedendo allora che non c'era nulla da cavare da quell'ostinato, sclamò:
— Andate ad impiccarlo, se vi aggrada, codesto vostro re degli Ebrei, sia egli o no mio suddito. Voi lo vedete! egli non è neppur buono a guarire i miei calli. Gratta, Calliope, gratta, piccina mia, tu mi solletichi deliziosamente i piedi.
— Principe, osservai io nuovamente, non permettere che si giustizii un tuo suddito fuori dei tuoi dominii. Se il Rabbì è colpevole, giudicalo a Tiberiade.
— Che! che! Cosa vuoi che io faccia di codesto bruto silenzioso lungo il mio viaggio? Poi bisogna rendere a Pilato la gentilezza usatami, non fosse che per insegnargli che non si perde mai ad esser convenevole coi principi. Conducete, conducete via subito codesto rustico, che non si degna neppur di rispondermi, e di fare un miracolo da quattro soldi.
Osea non chiedeva di meglio, poichè egli sembrava poco rassicurato sul leggero contegno del tetrarca. Egli preferiva l'asprezza di Pilato.
Quando Antipas aveva detto che darebbe un mantello di porpora a Gesù, il suo liberto s'era affrettato a spogliare il Rabbì del suo mantello azzurro, cui trovava di sua convenienza. Ma il tetrarca non avendo poi realizzato il suo proposito, il Rabbì se ne tornò colla sua sola tunica bianca.
Era passato il mezzogiorno quando ritornammo al palazzo d'Erode.
Mentre il Rabbì ricompariva dinanzi a Pilato, io mi recavo da Claudia.
Maria fu la sola fra gli amici e i discepoli di Gesù che assistette all'interrogatorio.
Pilato riapparve sullabima, di molto cattivo umore. Egli credeva essersi scaricato sul tetrarca d'un giudizio che gli pesava, a causa di Claudia, e d'Ida. Poichè, qualunque fosse stata la sua sentenza, essa ferirebbe una di quelle due donne ch'egli amava.
— Il tetrarca, disse Osea, non vuole confermare la nostra condanna. D'altronde non ne ha precisamente il diritto. Il delitto è stato commesso sopra un suolo di tua e di nostra giurisdizione: noi soli abbiamo il diritto di condannare.
Pilato alzò le spalle con un atto di sprezzo e di impazienza, ed indirizzandosi al Rabbì, gli disse bruscamente:
— Li ascolti? Tu sei dunque re degli Ebrei, tu?
— Questa domanda viene da te, oppose il Rabbì, ovvero tu ripeti ciò che gli altri dicono di me?
— Sono forse Ebreo io? I tuoi compatriotti ed il tuo sanhedrin ti conducono da me, come colpevole.Che hai fatto dunque? È egli vero che hai tentato di conquistare questo regno?
— Questo regno? Apprendi dunque, agente di Cesare, che il mio regno non è di questo mondo. Se lo fosse, la mia gente avrebbe combattuto per me, m'avrebbe tolto alle mani degli Ebrei, e ti avrebbe ridotto all'impotenza. Ma, lo ripeto, il mio regno non è di questo mondo.
— Così, tu sei veramente re, allora?
— Tu l'hai detto, rispose Gesù, io sono re. Gli è per questo che io nacqui, gli è per questo che sono venuto al mondo. Io debbo attestare la verità. E chiunque è nel vero, ascolta la mia voce.
— Ma cosa dunque è la verità[50]?
Il Rabbì non rispose più. Osea sclamò:
— Come? tu cerchi ancora la verità, ufficiale di Cesare? Non ha egli detto chiaramente che egli è re degli Ebrei?
— Precisamente perchè egli lo ha detto così chiaro, io ne dubito. Se fosse colpevole, egli avrebbe negato. Egli è dunque pazzo. Io non posso condannare alla croce un uomo che ha perduto la ragione.
— Fa attenzione, procuratore! disse Osea. Quest'uomo non è nè pazzo, nè visionario. Egli è rivoluzionario. Tu ci offendi, se non vendichi la bestemmia contro il nostro Dio. Non ha egli detto perfino che se demolissimo il Tempio, egli lo ricostruirebbe entro tre giorni?
— Vado a farlo flagellare allora per farvi piacere, ripetè Pilato. Ogni altro castigo mi sembra enorme.
— Enorme! mormorò Osea. Procuratore, sta attento.Interroga tutta Gerusalemme che l'ha veduto, quattro giorni fa, entrare nella città accompagnato dai suoi compatriotti che gridavano: Osanna al figlio di Davide, Osanna al re degli Ebrei! Se un fatto simile fosse accaduto a Roma, Tiberio l'avrebbe egli tollerato? La nostra fedele città non ha ceduto alla tentazione, ed ha lasciato passare la sommossa. Ora noi non vogliamo, noi che siamo responsabili dell'ordine nella nostra città, che la notizia ne sia portata a Cesare, e ch'egli ne prenda pretesto per aggravarci di nuove tasse. Noi abbiam fatto il nostro dovere. Abbiamo preso, condannato, e presentato al tuo tribunale il colpevole d'un tentativo d'insurrezione contro l'imperatore; noi ci scaricheremo presso di lui con una ambasciata. Noi non abbiamo alcuna sete di sangue; ma tu resti responsabile delle conseguenze.
— Io non temo le vostre accuse contro di me. Cesare mi conosce. Ma io non voglio creare fra noi dei nuovi appigli di dissapori. Voi volete che quest'uomo, che questo vaneggiatore sia condannato alla croce? io lo condanno. Ma siccome tutti gli anni, alla festa del paschac, io fo grazia ad un condannato, vi propongo di farla al Rabbì. Ho in questo momento quattro condannati a morte fra le mani: costui, un ladro d'Emmaus, l'esseniano Moab che ha tentato di assassinarmi, e Gesù Bar Abbas che ha assassinato Justus. Scegliete.
— Gesù, Gesù! gridò la gente che riempiva il tribunale.
— Ve l'accordo, disse Pilato sorridendo. Popilius, libera quest'uomo.
— Non costui, non costui, replicò la folla, Gesù Bar Abbas.
Pilato impallidì, e fissò il Rabbì. Questi sorrise tristemente. Pilato rientrò nella sala del giudizio, e dettò la sentenza.
In quel momento, io entrai pure nella sala.
Io era inorridito di ciò che avevo veduto.
Maria attendeva al di fuori.