XXXIII.Tre anni sono scorsi dagli ultimi avvenimenti che ho più su raccontati.Siamo a Roma.Un giorno, andando alle Terme, incontrai Pilato, il quale, avendo finito i suoi dieci anni di potere, ritornava a Roma.Io aveva allora ventisei o ventisette anni.Avevo adottato il costume greco, e passavo per un cittadino di Rodi. La mia barba era cresciuta, la vita elegante della gioventù d'Antinoo che io menava aveva profondamente alterato i miei lineamenti. Malgrado ciò Pilato mi riconobbe e mi venne incontro.La sua prima parola fu pel mio amico. Un sospiro doloroso sfuggì dal mio petto. Mi dimandò di visitarlo. Gli risposi di affrettarsi poichè le ore di quel disgraziato erano contate. Pilato non fece neppur un'allusione a sua moglie. Il nome solo di Claudia mi dava i brividi. Pilato mi confidò ch'egli non voleva vivere a Roma, ove ad ogni momento si urtava a memorie che l'oltraggiavano, e che partiva tra pochi giorni per la Spagna, per il suo bel paese d'Hispalis (Siviglia) ove andava a fissare la sua dimora con i suoi due figliuoli.All'indomani, Pilato venne a trovarci.Era tempo.Avevamo una piccola casa sul monte Esquilino con un bel giardino sul di dietro.Era il principio di maggio, all'ora quarta. Una giornata splendida; il sole era in festa. L'aria ripiena di canti e di profumi; la terra dei fiori. Sotto un piccolo portico che copriva il ballatoio dei gradini del giardino, sopra dei cuscini, avviluppato di coltri giaceva un ammalato. Noah se ne stava dietro di lui, e mia sorella di fronte avendo alle mani una coppa con non so che cervogia.Il mio amico moriva di consunzione.Aveva voluto vedere il sole per l'ultima volta e spirare guardando il cielo.È sì triste morire fissando un soffitto di legno!Da tre anni, il mio amico deperiva. Era sempre malinconico, sovente cupo. Non sorrideva più. Parlava pure raramente, evitando ogni memoria del passato. Non volle vedere nessuna delle sue antiche conoscenze. Solo Maria di Magdala gli scrisse tre o quattro volte, implorando che la lasciasse venire a raggiungerlo a Roma. Il mio amico, vivamente commosso, profondamente tocco, le rispose, ma le ingiunse di restare nella Siria. Un uomo però fu da lui ricevuto: un certo Saul da Tarso, uomo di spirito elevato, ma panneggiato di roffia ed entusiasta. Costui vide due volte il mio amico e conversò con lui da solo a solo lungamente. Poi più nessuno, più nulla. Il mio amico viveva in una tomba in mezzo al mondo vivente.Egli non godeva della creazione che per buffi; talvolta un'alba splendida, talvolta un tramonto malinconico, talvolta un chiaro di luna inebbriante, unfiore di qui, di là una carezza di quella buona Noah o una dolce parola della mia eccellente sorella, la quale l'amava come la mi amava — vale a dire come dieci madri! Ora il momento fatale era arrivato. L'olio della lampada era consumato fino all'ultima goccia: la vita era usata.Io aveva chiamato dei medici greci ed asiatici. Nessun d'essi non aveva trovato la benchè minima cosa per involare un'ora alla clepsidra del tempo. Avevo comperato dei filtri allesagas; i loro beveraggi avevano invece forse affrettata la catastrofe. Il mio amico si era prestato a tutto per compiacermi, ma fino dal primo giorno, mi aveva dichiarato che la sua vita era stata estinta, e che lo smagamento ed il disinganno lo uccidevano.Il disinganno! Quanti grandi spiriti non furono spenti da questa spaventevole ed incurabile malattia!Il mio povero amico non era più riconoscibile. Del suo sembiante così accentuato, non restavano più che gli occhi, quantunque il loro splendore così mobile, così potente, così diverso, fosse estinto.Le sue mani erano agghiadate, il pallore della sua fronte principiava a divenir livido. Il suo cuore non si udiva più battere. Il suo alito si spegneva. La morte lo invadeva. Pure riconobbe Pilato, quando questi, entrando, venne a porsi dinanzi a lui. L'amico mio sentì un lampo di vita traversargli la persona. I suoi occhi brillarono, aprendosi in tutta la loro grandezza. Potè dire, tentennando leggermente del capo: Grazie! Poi l'immagine d'Ida rizzandosi forse nella sua anima, e' s'offuscò, nascose il viso nel seno di Noah, e vi restò assorbito per due minuti. Pilato non osò aprir bocca.Il mio amico sapeva ciò che quest'uomo, brusco ma buono, aveva fatto.Finalmente il mio amico alzò il capo e lo rivolse verso il sole.— Dio mio! come la luce è bella! e' sclamò!E restò coi grandi occhi aperti fissi sul cielo.Ma poco a poco noi vedemmo quegli occhi oscurarsi, le pupille restringersi, le palpebre ricadere. Un soffio leggero si sprigionò dalla sua bocca, questa si rischiarò d'un sorriso, la testa s'inchinò sul suo petto....Egli era morto.
Tre anni sono scorsi dagli ultimi avvenimenti che ho più su raccontati.
Siamo a Roma.
Un giorno, andando alle Terme, incontrai Pilato, il quale, avendo finito i suoi dieci anni di potere, ritornava a Roma.
Io aveva allora ventisei o ventisette anni.
Avevo adottato il costume greco, e passavo per un cittadino di Rodi. La mia barba era cresciuta, la vita elegante della gioventù d'Antinoo che io menava aveva profondamente alterato i miei lineamenti. Malgrado ciò Pilato mi riconobbe e mi venne incontro.
La sua prima parola fu pel mio amico. Un sospiro doloroso sfuggì dal mio petto. Mi dimandò di visitarlo. Gli risposi di affrettarsi poichè le ore di quel disgraziato erano contate. Pilato non fece neppur un'allusione a sua moglie. Il nome solo di Claudia mi dava i brividi. Pilato mi confidò ch'egli non voleva vivere a Roma, ove ad ogni momento si urtava a memorie che l'oltraggiavano, e che partiva tra pochi giorni per la Spagna, per il suo bel paese d'Hispalis (Siviglia) ove andava a fissare la sua dimora con i suoi due figliuoli.
All'indomani, Pilato venne a trovarci.
Era tempo.
Avevamo una piccola casa sul monte Esquilino con un bel giardino sul di dietro.
Era il principio di maggio, all'ora quarta. Una giornata splendida; il sole era in festa. L'aria ripiena di canti e di profumi; la terra dei fiori. Sotto un piccolo portico che copriva il ballatoio dei gradini del giardino, sopra dei cuscini, avviluppato di coltri giaceva un ammalato. Noah se ne stava dietro di lui, e mia sorella di fronte avendo alle mani una coppa con non so che cervogia.
Il mio amico moriva di consunzione.
Aveva voluto vedere il sole per l'ultima volta e spirare guardando il cielo.
È sì triste morire fissando un soffitto di legno!
Da tre anni, il mio amico deperiva. Era sempre malinconico, sovente cupo. Non sorrideva più. Parlava pure raramente, evitando ogni memoria del passato. Non volle vedere nessuna delle sue antiche conoscenze. Solo Maria di Magdala gli scrisse tre o quattro volte, implorando che la lasciasse venire a raggiungerlo a Roma. Il mio amico, vivamente commosso, profondamente tocco, le rispose, ma le ingiunse di restare nella Siria. Un uomo però fu da lui ricevuto: un certo Saul da Tarso, uomo di spirito elevato, ma panneggiato di roffia ed entusiasta. Costui vide due volte il mio amico e conversò con lui da solo a solo lungamente. Poi più nessuno, più nulla. Il mio amico viveva in una tomba in mezzo al mondo vivente.
Egli non godeva della creazione che per buffi; talvolta un'alba splendida, talvolta un tramonto malinconico, talvolta un chiaro di luna inebbriante, unfiore di qui, di là una carezza di quella buona Noah o una dolce parola della mia eccellente sorella, la quale l'amava come la mi amava — vale a dire come dieci madri! Ora il momento fatale era arrivato. L'olio della lampada era consumato fino all'ultima goccia: la vita era usata.
Io aveva chiamato dei medici greci ed asiatici. Nessun d'essi non aveva trovato la benchè minima cosa per involare un'ora alla clepsidra del tempo. Avevo comperato dei filtri allesagas; i loro beveraggi avevano invece forse affrettata la catastrofe. Il mio amico si era prestato a tutto per compiacermi, ma fino dal primo giorno, mi aveva dichiarato che la sua vita era stata estinta, e che lo smagamento ed il disinganno lo uccidevano.
Il disinganno! Quanti grandi spiriti non furono spenti da questa spaventevole ed incurabile malattia!
Il mio povero amico non era più riconoscibile. Del suo sembiante così accentuato, non restavano più che gli occhi, quantunque il loro splendore così mobile, così potente, così diverso, fosse estinto.
Le sue mani erano agghiadate, il pallore della sua fronte principiava a divenir livido. Il suo cuore non si udiva più battere. Il suo alito si spegneva. La morte lo invadeva. Pure riconobbe Pilato, quando questi, entrando, venne a porsi dinanzi a lui. L'amico mio sentì un lampo di vita traversargli la persona. I suoi occhi brillarono, aprendosi in tutta la loro grandezza. Potè dire, tentennando leggermente del capo: Grazie! Poi l'immagine d'Ida rizzandosi forse nella sua anima, e' s'offuscò, nascose il viso nel seno di Noah, e vi restò assorbito per due minuti. Pilato non osò aprir bocca.
Il mio amico sapeva ciò che quest'uomo, brusco ma buono, aveva fatto.
Finalmente il mio amico alzò il capo e lo rivolse verso il sole.
— Dio mio! come la luce è bella! e' sclamò!
E restò coi grandi occhi aperti fissi sul cielo.
Ma poco a poco noi vedemmo quegli occhi oscurarsi, le pupille restringersi, le palpebre ricadere. Un soffio leggero si sprigionò dalla sua bocca, questa si rischiarò d'un sorriso, la testa s'inchinò sul suo petto....
Egli era morto.